PARMA- Grazie al consenso dell'editore, pubblichiamo un interessante articolo che riguarda la psicologia del militare in combattimento. Visto che l'argomento è di grande attualità, lo rendiamo disponibile all'interno della rubrica SPECIALE AFGANISTAN:
Articolo tratto da Psicologia contemporanea, 225, pp. 48-52, Giunti Editore, Firenze.
Una vita in divisa La psicologia militare oggi
Mariano Pizzo, Santo Di Nuovo
Negli ultimi anni stiamo assistendo a profondi cambiamenti economici, sociali e politici che condizionano anche la composizione e l’impiego delle forze militari. Le nostre Forze Armate e i Corpi armati dello Stato sono costituiti esclusivamente da professionisti, di cui una parte sempre meno marginale è composta da donne. Si utilizzano nuove tecnologie e si impiegano i militari, oltre che nei compiti istituzionali tradizionali, come la difesa del territorio nazionale, la sicurezza della comunità e il concorso in pubbliche calamità, anche in contesti operativi nuovi, lontani, rischiosi e imprevedibili, all’interno di forze multinazionali di pace.
Queste trasformazioni implicano la necessità di ottimizzare l’impiego e la gestione delle risorse umane in ambito militare, in particolare per la valorizzazione e lo sviluppo delle potenzialità e delle competenze individuali, e per la salvaguardia del benessere psicologico del militare e dei suoi familiari.
Campi di applicazione della Psicologia militare
La Psicologia militare rappresenta un ambito specialistico in cui convergono le conoscenze sviluppate nei vari ambiti della psicologia sperimentale, sociale, clinica, del lavoro. Le aree principali di interesse riguardano la vita militare e la sua organizzazione, ma anche le condizioni in zone di operazione, fonti di particolare stress. Sono stati sviluppati sistemi avanzati di selezione, classificazione, orientamento e formazione del personale che mirano a valutare le caratteristiche di personalità in relazione ai profili di impiego e a individuare, in sede di selezione, i “soggetti a rischio”, cioè coloro che presentano una struttura di personalità che sia una fonte potenziale di difficoltà nell’adattamento alla vita militare. Ad esempio, i piloti degli aerei o degli elicotteri, i militari imbarcati nei sommergibili o il personale che compone le forze speciali devono possedere certamente alcune caratteristiche cognitive e di personalità, come capacità di attenzione e stabilità emotiva, e non presentarne altre, quali claustrofobia o disturbi della personalità.
Inoltre, è stato studiato sperimentalmente il rendimento del militare sottoposto a fattori stressanti sul piano psicofisiologico, come la diversità di temperatura e altitudine, la deprivazione del sonno, l’esposizione ad agenti tossici, e sono state compiute specifiche ricerche sulla formazione degli ufficiali ai diversi stili di leadership, ad esempio quella più adatta nelle piccole unità di plotone in zona di operazione o in presidio. Altri studi riguardano la motivazione, il “morale”, la coesione e lo spirito di corpo, il comportamento del gruppo in situazioni altamente stressanti. È stato infatti riscontrato che i soldati appartenenti a un’unità con un alto spirito di corpo hanno meno probabilità di manifestare disagio psicologico a causa di traumi subiti durante il combattimento. La psicologia applicata alla vita militare comprende anche altri settori, quali la cultura militare, l’importanza dei “riti di gruppo” nella trasmissione dei valori, la promozione del benessere organizzativo, i sistemi di comunicazione e gestione dei conflitti interpersonali, l’attività psicologica di prevenzione dei fenomeni di dipendenza o di abuso di sostanze, nonché i problemi tipici dell’arruolamento femminile.
Questi ultimi, di importanza crescente considerata la quota di donne che chiedono di far parte del mondo militare, sono riferibili non solo alle ovvie differenze fisiologiche (forza muscolare, periodi mestruali o di gravidanza), ma anche ad aspetti culturali e relazionali, che possono influire sul rendimento operativo e sulla coesione del piccolo gruppo. Problemi che possono essere superati da un’appropriata selezione iniziale, da periodi di vita comune e dalla percezione dei due sessi di essere trattati allo stesso modo dai superiori.
Risultano importanti anche gli aspetti relativi all’ergonomia, cioè il rapporto tra uomo, strumenti tecnici e ambiente, al fine di un proficuo adattamento: è noto che uno degli elementi di successo nelle operazioni militari riguarda il tipo di equipaggiamento, di armamento e di sistemi di comunicazione, che devono essere commisurati alle caratteristiche sensoriali e percettive dell’individuo, alla sua forza fisica, alla postura, agli spazi vitali necessari per la percezione di un ambiente confortevole.
La gestione psicologica dello stress nelle zone di conflitto
Nelle zone di conflitto, assume particolare rilievo lo studio delle operazioni psicologiche (PSYOP), di quelle operazioni cioè che riguardano: la trasmissione di informazioni allo scopo di influenzare le emozioni, le motivazioni, i comportamenti di gruppi ed individui; la gestione individuale dello stress psicofisico, causato ad esempio dal rischio per la vita o dall’allontanamento prolungato dal proprio nucleo familiare; la prevenzione delle “ferite psicologiche” e il supporto alle famiglie lontane, soprattutto quelle delle vittime di incidenti mortali.
La salute psicofisica dei militari dipende comunque molto dalla conoscenza di se stessi, dalla consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza, sia fisici che di personalità, dalla valorizzazione delle proprie risorse, dallo sviluppo di stili di adattamento nelle diverse circostanze critiche e dalla propria capacità di resilienza dopo i traumi. A tale scopo sono previsti programmi di addestramento sullo stress management e di esposizione graduale a eventi stressanti (Stress Inoculation Training) che, in modo analogo ad un vaccino in medicina, hanno l’obiettivo di stimolare le risorse e l’autoefficacia dell’individuo, avvalendosi anche di tecniche di realtà virtuale. Consideriamo come esempio una squadra di soldati in missione in zona di conflitto che deve essere impiegata nella difesa di un centro abitato, con rischi di scontri a fuoco.
L’addestramento prevede, in gruppo con lo psicologo, una fase iniziale in cui prendere confidenza con la natura dello stress e con le strategie di controllo (attenzione selettiva, tecniche di rilassamento) e successivamente l’esposizione progressiva, mediante simulazione virtuale, ad esperienze di conflitto a fuoco sempre più stressanti, molto vicine alla situazione reale.
Nelle aree di operazione, come nelle “missioni di pace” in territori di conflitto, è attivo un Servizio di Supporto Psicologico, un insieme di iniziative finalizzate a conoscere e prevenire i fattori stressanti per favorire sia l’adattamento delle unità al contesto operativo, sia la percezione della padronanza delle situazioni da parte dei militari, in modo da evitare “ferite psicologiche” (disturbi post-traumatici da stress, fobie o attacchi di panico) e promuovere la resilienza in caso di eventi critici.
Le attività psicologiche variano in relazione al tipo di missione, alle competenze e capacità e al tipo di risorse disponibili. Uno degli scopi principali è costruire una rete primaria di sostegno, grazie alla creazione di un rapporto professionale e di fiducia con altre figure specialistiche (il comandante, il medico, l’infermiere, il cappellano militare). Si attua così la prevenzione o la gestione adeguata dei conflitti interpersonali, si evita l’isolamento di alcuni e si promuovono momenti di incontro informali con la maggior parte dei militari, indipendentemente dal grado. Vengono organizzati gruppi di incontro, con 8-12 militari, in cui è possibile affrontare argomenti specifici (le difficoltà incontrate nella missione, la lontananza dalla famiglia, la gestione dei rapporti, ecc.), favorendo l’elaborazione dei vissuti, e percorsi di counseling individuale per chi lo richiede, per affrontare momenti di disagio psicologico dovuto a problemi individuali o relativi alla missione.
Quando si verifica un evento traumatico (attentato terroristico, conflitto a fuoco, incidente con automezzi), lo psicologo è chiamato a intervenire con tecniche di “pronto soccorso emotivo”, come il debriefing o il defusing, forme più o meno strutturate di rielaborazione di gruppo degli eventi. Si aiutano così le vittime e i soccorritori a gestire la “ferita psicologica”, consentendo anche la ripresa del lavoro e la coesione del gruppo.
Ad esempio, con una squadra di soldati che è stata esposta a fuoco nemico, si attua una procedura di debriefing in condizioni di sicurezza: lo psicologo, dopo aver illustrato gli obiettivi, invita i componenti della squadra a esternare e condividere i fatti e le loro rappresentazioni, i pensieri, le emozioni, i sintomi e i comportamenti legati all’evento critico, esprimendo ciascuno il proprio punto di vista. Dall’incontro di gruppo scaturiscono dei consigli utili sulla gestione dello stress.
In queste situazioni, oltre alle competenze professionali, si richiede allo psicologo grande sensibilità, soprattutto nel saper cogliere i bisogni individuali, i tempi e le modalità di elaborazione dell’evento traumatico delle persone coinvolte. Queste sono solo alcune delle tante attività che lo psicologo è chiamato a svolgere in scenari operativi, in cui non sempre si ha un setting ideale in cui lavorare, ma spesso bisogna adattarsi a condizioni di fortuna e scomode, come una tenda da campo o uno spazio all’aperto all’interno di una base, al freddo o sotto il sole rovente.
La conoscenza di se stessi, di ciò che ci si aspetta e la tipologia di persone con cui si dovrà collaborare risultano fondamentali per lo psicologo che dovrà lavorare in queste situazioni; occorre una predisposizione a tollerare le frustrazioni che si possono presentare e a sapersi adattare a situazioni impreviste, utilizzando al meglio le proprie risorse e quelle umane e materiali disponibili.
Prospettive future
Un rinnovato interesse e un aperto dialogo si stanno sviluppando nei rapporti fra la scienza psicologica e il mondo militare, da tanto tempo in contatto nella storia della psicologia (si veda il Box), aprendo prospettive di sviluppo positive e funzionali per entrambi. I militari dovranno confrontarsi sempre più frequentemente con situazioni operative diversificate e talvolta imprevedibili, con l’utilizzo di alte tecnologie, con la necessità di sviluppare capacità adattative efficaci in ambienti incerti. Gli psicologi che lavoreranno per la Difesa, civili e militari, si troveranno ad adattare modelli e strumenti di ricerca al contesto militare, ma anche a svilupparne altri utili ai bisogni propri di tale contesto, sperimentando costrutti e metodologie innovative.
BOX – Uno sguardo storico sulla psicologia militare
Il mondo militare è sempre stato un interessante banco di prova per la scienza psicologica e per i suoi strumenti. Già nel 1892 l’American Psychological Association aveva una Divisione di Psicologia Militare. In occasione della prima guerra mondiale, Robert Yerkes, allora Presidente dell’APA, si occupò per conto del Governo americano di problemi psicologici legati alla vita militare (selezione, formazione, terapia, ecc.), e riguardarono proprio la selezione militare i primi test collettivi di intelligenza, applicati su larga scala, definiti Army Alpha e Army Beta. Durante il secondo conflitto mondiale gli psicologi del War Office Selection Board dell’esercito inglese utilizzarono l’Assessment Center per la selezione del personale. Questa tecnica, ripresa successivamente nel 1943 anche dagli eserciti australiano e americano, è oggi una delle più utilizzate per la selezione nelle aziende.
Nello stesso periodo Wilfred Bion, in Inghilterra, cominciò a trattare in gruppo i militari che presentavano sintomi patologici, e Sigmund Foulkes sviluppò le sue teorie sulla gruppo-analisi grazie alle dinamiche relazionali ed emotive che si creavano nei piccoli gruppi di pazienti reduci dal fronte. Nelle guerre di Corea e del Vietnam furono impiegati psicologi per il supporto ai militari, e la psicoterapia dei reduci ha aperto dimensioni nuove al trattamento degli esiti dei traumi. Quelli citati sono solo alcuni esempi di quanta importanza abbiano avuto le applicazioni della psicologia al mondo militare nello sviluppo di teorie e tecniche poi utilizzate proficuamente in altri settori.
In Italia la Psicologia militare nacque nel 1918, quando il Comando Supremo incaricò il medico e psicologo Agostino Gemelli e il fisiologo Herlitzka di organizzare un laboratorio di ricerche psicofisiologiche per lo studio dei militari, in particolare per la selezione dei piloti dell’Aeronautica. Altre importanti tappe sono state:
1939: istituzione di una “Commissione per le applicazioni della psicologia”, diretta da Gemelli, presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche e impiego nelle Forze Armate di numerosi psicologi nel campo della psicotecnica.
1942: predisposizione di Centri di Psicologia Applicata presso l’Esercito, e di Commissioni itineranti, composte da medici e psicologi, per la selezione del personale, presso la Marina e l’Aeronautica.
1946: sostituzione dei vecchi metodi intuitivi di selezione con profili professionali e con test di intelligenza e di personalità, come l’INP-58, grazie al lavoro degli psicologi dell’Istituto Nazionale di Psicologia.
1969: creazione, all’interno dell’allora Direzione Generale della leva, del Nucleo di Psicologia Applicata alle Forze Armate, per la selezione interforze.
Fine anni ’90: inizia in tutti i corpi armati dello Stato il reclutamento di psicologi.
Riferimenti bibliografici
Costa M. (2003), Psicologia militare, Franco Angeli, Milano. Friedman M.J., Ford J.D., Gusman F.D., Ruzek J.I., Young B.H. (2002), L’assistenza psicologica nelle emergenze, Erickson, Trento. Grossman D. (2009), On combat, Edizioni Libreria Militare, Milano. Kennedy C.H., Zillmer E.A. (2006), Military Psychology: Clinical and Operational Applications, Guilford Press, New York.
Santo Di Nuovo è Ordinario di Psicologia e presidente della Struttura didattica di Psicologia dell’Università di Catania. Sul tema dello stress ha pubblicato con L. Rispoli e E. Genta un volume sul test Mesure du Stress Psychologique di Lemyre, Tessier e Fillion: Misurare lo stress, Franco Angeli, 2000.
Mariano Pizzo è psicologo e psicoterapeuta. Da diversi anni opera nel campo dello sviluppo delle risorse umane (selezione, orientamento e formazione), collaborando con diverse aziende pubbliche e private. Sul tema della selezione ha pubblicato, con E. Giusti, La selezione professionale. Intervista e valutazione delle risorse umane con il modello pluralistico integrato (Sovera, 2003).
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