EVOLUZIONE E CONTINUITA' STORICA DEI REPARTI SPECIALI DELLE FORZE ARMATE ITALIANE. DAGLI ARDITI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE AGLI ATTUALI INCURSORI
19 Apr 2004
Autore: dr Raoul Ravara

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI MILANO

Facoltà di Scienze politiche

 

 

EVOLUZIONE E CONTINUITA' STORICA DEI "REPARTI SPECIALI" DELLE FORZE ARMATE ITALIANE: DAGLI ARDITI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE AGLI ATTUALI INCURSORI.

 

Relatore: Chiar.mo Prof. Maurizio ANTONIOLI
Correlatore: Chiar.mo Prof. Giuseppe Maria LONGONI

Tesi di Laurea di RAOUL RAVARA
matr. 564105

Anno Accademico 2002-2003

INDICE

INTRODUZIONE 3
GLOSSARIO 7

CAPITOLO 1
GLI ARDITI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE 15

1.1 Nascita e precursori 16
1.2 Caratteristiche 22
1.3 Addestramento e modalità d'impiego 28
1.4 Armamento e organici 32
1.5 Criteri organizzativi 38
1.6 Successi ed insuccessi 45

CAPITOLO 2
I REPARTI ARDITI NEL PRIMO DOPOGUERRA 57

2.1 Armistizio e scioglimento dei reparti d'assalto 58
2.2 Motivazioni dello scioglimento 62
2.3 Invio in Libia di alcuni reparti arditi 68
2.4 Gli arditi e l'impresa fiumana 73
2.5 1920: Ordine definitivo di scioglimento 83

CAPITOLO 3
LA SECONDA GUERRA MONDIALE 87

3.1 Un nuovo tipo di guerra 88
3.2 Valorizzazione delle forze speciali 96
3.3 Forze speciali dell'esercito italiano 100
3.4 Forze speciali dell'aeronautica 108
3.5 Forze speciali della marina militare 112
3.6 Impiego e risultati 118

CAPITOLO 4
IL SECONDO DOPOGUERRA 122

4.1 Ricostituzione delle FF.AA. 123
4.2 Nuovi scenari nel mondo bipolare 130
4.4 Gli attuali incursori della marina militare italiana 136
4.5 Gli attuali incursori dell'esercito italiano 142
4.6 Il Col Moschin ed il "Check point Pasta" 149
4.6 Le forze speciali nel mondo 153

GENERALE MARCO BERTOLINI 157

INTERVISTA AL GENERALE MARCO BERTOLINI 158

CONCLUSIONI 169

BIBLIOGRAFIA 171

INTRODUZIONE

Scopo della presente ricerca è di dimostrare l'evoluzione e la continuità storica dei reparti speciali delle forze armate italiane, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri.
Durante la prima guerra mondiale, un conflitto caratterizzato dai combattimenti in trincea, all'interno dell'esercito italiano si riuscì a sperimentare e far nascere qualcosa di veramente innovativo in campo bellico: reparti d'assalto, noti anche come "reparti arditi", che, grazie ad un addestramento speciale, una mentalità offensiva ed un equipaggiamento particolare, riuscirono ad ottenere prestigiosi successi.
In una guerra di trincea, caratterizzata quindi da lunghi periodi di stasi operativa interrotti ogni tanto da paurose battaglie che si concludevano con la conquista di pochi chilometri di fronte, si pensò ad un nuovo tipo di soldato che avrebbe dovuto dare una svolta alla guerra contro le forze austriache. Questa nuova concezione bellica partiva dal presupposto che soldati addestrati nelle retrovie ed esonerati dai massacranti turni di trincea, potessero arrivare al combattimento freschi di energie, non logorati da mesi di inazione. A tal proposito, il generale Luigi Capello, comandante della Seconda Armata, decise nell'estate 1917 la costituzione di battaglioni d'assalto, nettamente distinti dal resto delle truppe per il particolare addestramento ed armamento. Questi battaglioni d'assalto avevano il duplice obiettivo di svolgere alcuni tra i più difficili compiti della guerra di trincea, modificando l'impianto e la condotta della battaglia attraverso l'utilizzo di tattiche d'assalto in una guerra di posizione, ma anche di offrire un modello positivo di combattente al resto delle truppe di fanteria.
Si delineava, quindi, oltre ad una nuova strategia bellica, un tentativo di ovviare alla diminuita combattività ed all'insufficiente addestramento della massa della fanteria con lo sviluppo di unità d'urto, selezionate e convenientemente preparate, cui era affidato il compito di guidare gli assalti alle trincee nemiche e di alzare il morale di un esercito ormai demotivato da più di due anni di guerra.
Per poter assolvere questo duplice obiettivo si decise di distinguere nettamente i reparti arditi dal resto delle truppe in vari modi: l'arruolamento volontario, l'esenzione dai turni di trincea, migliori condizioni di vitto e alloggio, un diverso trattamento economico, un regime disciplinare meno rigido e formale, un'uniforme speciale, contribuirono a mantenere e sviluppare all'interno dei reparti d'assalto uno spirito di corpo elevatissimo che li convinse della loro superiorità verso gli austriaci, ma anche verso il resto delle truppe italiane.
Il primo capitolo è quindi dedicato all'analisi della nascita dei reparti arditi e delle loro caratteristiche, per poi considerare il loro utilizzo sul campo di battaglia e la crisi seguita alla disfatta di Caporetto che portò ad una riorganizzazione ed al loro successivo sviluppo.
Il secondo capitolo analizza lo scioglimento dei reparti arditi seguito all'armistizio di Villa Giusti del 4 novembre 1918, cercando di delinearne le reali motivazioni, prima fra tutte la preoccupazione degli alti comandi suscitata dalla loro iniziale politicizzazione.
Le motivazioni che avevano portato alla costituzione dei reparti d'assalto vennero, ovviamente, a cadere alla fine della guerra, in un momento in cui l'unico interesse degli alti comandi dell'esercito era indirizzato alla smobilitazione ed alla sua riorganizzazione. La partecipazione, poi, di numerosi arditi all'impresa fiumana ed il legame con il nascente fascismo decretarono la fine degli arditi e la rinuncia a tutti i tentativi di rilanciare i reparti d'assalto.
Nel terzo capitolo della presente tesi si analizzano le contraddizioni che caratterizzarono la politica militare durante il fascismo e la scarsa lungimiranza nella preparazione bellica tra le due guerre mondiali. Inoltre, si evidenzia il nuovo tipo di guerra che caratterizzerà il secondo conflitto mondiale e la costituzione tardiva dei reparti speciali delle forze armate italiane. Segue una rassegna dei reparti speciali costituiti in seno ad ogni forza armata e le azioni più significative a cui presero parte. Quest'ultimi intrapresero azioni che, per quanto disperate, cominciavano ad avere una più marcata caratterizzazione "speciale", per modalità di infiltrazione e per la spiccata propensione ad operare dietro le linee avversarie.
I comandi italiani, infatti, si dimostrarono incapaci di comprendere appieno le esigenze di una guerra completamente diversa rispetto alla prima guerra mondiale e di orientare in questa direzione lo sviluppo delle forze armate e del loro utilizzo sul campo. Seppur tardivamente, questo nuovo modo di concepire la guerra portò alla valorizzazione delle cosiddette "forze speciali" durante la seconda guerra mondiale e, anche se quest'ultima fu caratterizzata dalla prevalenza della componente tecnologica rispetto alle masse di uomini della prima guerra mondiale, si comprese l'importanza e l'esigenza di approntare reparti ad alto livello di specializzazione per ogni specialità delle forze armate.
Nel secondo dopoguerra e nel quadro della ricostituzione delle nostre forze armate, i reparti speciali italiani hanno continuato ad esistere nonostante il mutato scenario internazionale.
Il quarto ed ultimo capitolo esamina, infatti, la situazione seguita alla sconfitta militare nella seconda guerra mondiale e la conseguente ricostituzione delle forze armate italiane, la loro evoluzione, l'inserimento dell'Italia nella NATO e la costituzione di reparti speciali che, facendo tesoro delle esperienze belliche, svilupperanno tecniche addestrative e dottrine d'impiego che porteranno le unità d'èlite delle nostre forze armate ad essere considerate unanimemente tra le migliori del mondo. In particolare il COMSUBIN (comando subacquei ed incursori) ed il 9° Reggimento d'Assalto Paracadutisti Col Moschin sono attualmente i due corpi d'elite delle nostre forze armate e sono gli eredi della tradizione e della bandiera di guerra rispettivamente della Decima MAS e del X reggimento arditi.
La presente tesi si conclude quindi con un'intervista al generale Marco Bertolini, attuale comandante della Brigata Paracadutisti Folgore e già comandante del 9° Reggimento Paracadutisti d'Assalto Col Moschin, per sapere se alcuni degli elementi che caratterizzavano gli arditi della "grande guerra" dal resto delle truppe siano ancora riscontrabili (importanza del presupposto motivazionale, carattere volontario, addestramento e armamenti differenti rispetto al resto delle truppe, differente trattamento economico) e se resistono richiami a quell'esperienza (inni, somiglianza nei fregi, ecc.) e a quella dei reparti speciali della seconda guerra mondiale. Il 9° reggimento Col Moschin, infatti, oltre ad essere considerato da tutti gli addetti ai lavori uno dei migliori reparti speciali al mondo, rappresenta l'unica unità della specialità con origini risalenti alla "grande guerra".

CAPITOLO 1

 

 

GLI ARDITI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

1.1 Nascita e precursori

Nell'estate 1917, presso la Seconda Armata dell'esercito italiano, vi fu la nascita di una nuova specialità di fanteria: i reparti d'assalto.
Da ben due anni, ormai, la guerra languiva in trincea. I soldati vi trascorrevano lunghi periodi di abbrutimento, interrotti ogni tanto da paurose battaglie che si risolvevano nella conquista, o nella perdita, di pochi chilometri di fronte. Stimolato da questa visione avvilente della guerra, il generale Luigi Capello, comandante della Seconda Armata, pensò ad un tipo di soldato che, addestrato nelle retrovie ed esonerato dai turni di trincea, arrivasse al combattimento fresco di energie, non logorato da mesi di inazione. Doveva trattarsi di speciali gruppi d'assalto, messi a disposizione d'ogni corpo d'armata perchè fossero adoperati in azioni di pattuglia o di sfondamento contro avamposti nemici.
Il primo reparto d'assalto nacque, quindi, grazie all'iniziativa combinata del generale Luigi Capello, del generale Francesco Saverio Grazioli, comandante della brigata Lambro e poi della 48. divisione, e del tenente colonnello Giuseppe Bassi, comandante di un battaglione di fanteria, che si era particolarmente impegnato nella ricerca e sperimentazione di nuove tecniche d'assalto idonee alla guerra di trincea.
Il 12 giugno 1917 fu costituita a Russig, nelle retrovie di Gorizia, una compagnia di formazione agli ordini di Bassi che, dopo due settimane d'intenso addestramento, fu presentata a Grazioli e poi a Capello, che approvarono caldamente i risultati del lavoro di Bassi e specialmente l'esercitazione a fuoco che concludeva la dimostrazione.
Questi esperimenti non mancarono di fare effetto sul comando supremo che, infatti, con la circolare 111.660 del 26 giugno 1917, stabilì che ogni corpo d'armata raccogliesse, dai reparti dipendenti, quei militari che volessero passare in uno speciale battaglione, detto, appunto, battaglione d'assalto.
Le altre armate non erano però in grado di dare immediata attuazione a quest'ordine, mentre Capello ottenne subito l'autorizzazione a costituire il I reparto d'assalto (il 5 luglio) che, vista l'inadeguatezza della sede di Russig, fu stanziato a Sdricca di Manzano, sulla riva destra del Natisone, dove era possibile dare alle esercitazioni a fuoco tutto lo sviluppo e il realismo necessario.
Il I reparto d'assalto fu ufficialmente consacrato, alla presenza del re, il 29 luglio 1917 e la data rimase a celebrare la nascita del corpo. Nell'agosto dello stesso anno fu costituito il II reparto, seguito tra settembre e ottobre da altri quattro reparti, numerati da III a VI.
La Terza Armata costituì, invece, il suo primo reparto d'assalto più tardi, il 10 ottobre 1917, a Borgnano, piccolo borgo fra Medea e Cormons, a pochi chilometri dall'Isonzo.
La nascita dei reparti d'assalto, detti anche reparti arditi, fu senza dubbio influenzata da esperienze precedenti: nell'ottobre 1915, infatti, il maggiore Cristofaro Baseggio aveva formato a Stringo, in Valsugana, la "Compagnia Volontari Arditi Esploratori Baseggio", chiamata in seguito, dai soldati, "Compagnia della Morte". Tale compagnia, forte di 13 ufficiali e 450 fra graduati e soldati, fu quasi annientata il 6 aprile 1916 nell'attacco al colle Sant'Osvaldo ed il 12 dello stesso mese, contando appena 54 superstiti, fu ufficialmente disciolta.
Nell'ottobre del 1915, anche il generale Cavaciocchi, comandante della 5. divisione, aveva costituito in Valtellina e in Valcamonica reparti di alpini scelti che furono poi trasformati in battaglioni sciatori. Nel giugno del 1916, ancora, il generale Grazioli aveva formato alcuni plotoni speciali, armati di pistole mitragliatrici, ai quali erano state affidate mansioni di pattuglia, di prelevamento di posti avanzati nemici, di esplorazione, di tagliafili. Questi soldati furono chiamati "arditi reggimentali" e poterono fregiarsi di uno speciale distintivo, formato dalle lettere V.E. (Vittorio Emanuele), intrecciate e sovrapposte al nodo dei Savoia.
A causa dell'intenso sfruttamento propagandistico di cui sono stati oggetto gli arditi, molti autori hanno negato con forza qualsiasi dipendenza dei reparti d'assalto italiani dalle Sturmtruppen (le truppe scelte dell'esercito austro-ungarico), ma recentemente, Giorgio Rochat, autore di Gli arditi della Grande Guerra, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1990, ha posto l'attenzione su una circolare del comando supremo della Terza Armata, datata 14 marzo 1917, che invitava i comandi militari italiani a porre la propria attenzione sui "riparti d'assalto presso l'esercito austro-ungarico, affinchè la conoscenza dei metodi d'azione seguiti dall'avversario offra il mezzo, non solo di opporvisi con adeguati procedimenti, ma altresì di adottare, ogni qual volta se ne presenti la convenienza, analoghi sistemi". Sempre nello stesso documento le Sturmtruppen erano descritte come reparti "appositamente costituiti per compiere piccole e ardite operazioni mediante azioni di sorpresa tendenti a disturbare il nemico, metterlo in allarme, catturare prigionieri, distruggere riparti, eccetera, o, concorrendo nelle azioni preparate, ad aprire la strada alle colonne d'attacco irrompendo con impeto nelle trincee nemiche e devastandole".
Da questa circolare emerge chiaramente che i reparti arditi derivarono dalle Sturmtruppen innanzi tutto come impostazione generale, cioè come tentativo di ovviare alla diminuita combattività ed all'insufficiente addestramento della massa della fanteria con lo sviluppo di unità d'urto, selezionate e convenientemente preparate, cui era affidato il compito di guidare gli assalti e di alzare il morale dell'esercito.
Il punto di maggiore differenza, tra l'esperienza italiana e quella delle Sturmtruppen, è però dato proprio dal differente rapporto tra reparti d'assalto e la massa della fanteria. Gli arditi nacquero e si svilupparono come corpo a sè stante, con un forte distacco dalla fanteria e quindi un elevato spirito di corpo e possibilità di azione assai maggiori, mentre le Sturmtruppen rimasero sempre parte integrante delle unità di fanteria dell'esercito austro-ungarico. In pratica, mentre le Sturmtruppen furono truppe scelte cui non si chiedeva di modificare l'impianto e la condotta della battaglia, ma di trascinare la massa passiva della fanteria, gli arditi furono vere e proprie truppe speciali, con un ruolo autonomo nella battaglia e questa fu la loro originalità e la loro forza.
Affermazioni come quella di Paolo Giudici, contenuta nel volume Reparti d'assalto, Milano, Alpes, 1928, p. 33., secondo cui gli arditi "nacquero per fioritura spontanea" sono senza dubbio frutto di una memorialistica di guerra che è spesso ispirata ad un'unilaterale e acritica esaltazione delle proprie esperienze belliche.
Ci sembra quindi di poter senza dubbio affermare che, nonostante la quasi totalità delle opere dedicate agli arditi concordino nell'illimitata esaltazione delle loro qualità e dell'assoluta originalità della loro esperienza, siano innegabili elementi di continuità con l'esperienza delle Sturmtruppen.
Era del resto inevitabile in una guerra tra due avversari a così stretto contatto, entrambi impegnati a sviluppare ogni strumento bellico possibile per sorprendere o contrattaccare il nemico.
Per quanto riguarda invece il ruolo delle truppe d'assalto negli altri grandi eserciti europei durante la prima guerra mondiale, è stato evidenziato come tedeschi, francesi e inglesi diedero poco rilievo sia alle truppe scelte sia alle truppe d'assalto, preferendo puntare sulla crescita omogenea di tutta la massa dei combattenti per quanto riguarda addestramento e armamento.
Le poche testimonianze riguardanti reparti che si differenziarono dal resto della fanteria riguardano, infatti, reparti specializzati che furono creati con compiti definiti, connessi in generale all'impiego di armi nuove come lanciafiamme e carri armati; ma anche in questo caso non si può parlare di truppe d'assalto poichè furono reparti che rientrano nella categoria delle truppe scelte, sono cioè combattenti selezionati per compiti di particolare difficoltà e rischio sulla base di fattori fisici e morali, ma non separati dai loro reparti di origine, di cui continuano a dividere la vita, l'addestramento e lo spirito di corpo.
Giorgio Rochat, a tal proposito, sottolinea il fatto che le truppe d'assalto abbiano avuto un ruolo solo marginale dove eserciti e paesi erano più forti e compatti ed invece un ruolo importante in Italia ed in Austria-Ungheria, che presentavano maggiori elementi interni di debolezza.

1.2 Caratteristiche

Le caratteristiche dei reparti arditi sono state ben esposte nel volume di Fernando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Padova, Marsilio, 1969, che, citando la "circolare riservatissima" del Comando del corpo d'armata d'assalto, Norme per l'impiego tattico delle grandi unità d'assalto “Circolare n. 1130 datata 1 luglio 1918 (pp. 7-11)", evidenzia come i reparti arditi, in combattimento, dovevano essere caratterizzati da "perfetta elasticità nella composizione del corpo tattico da destinarsi ad ogni operazione"; sfruttamento del fattore sorpresa, poichè gli arditi potevano essere proiettati "su un punto qualsiasi del fronte per una spedizione offensiva, oppure lanciati sul fianco o magari a tergo di colonne nemiche irrompenti sul nostro territorio. Se nell'un caso o nell'altro riusciremo a piombare di sorpresa, il successo sarà assicurato. Quindi segretezza assoluta in ogni cosa; estrema rapidità di movimenti; abitudine ad imbastire prontissimamente un'azione qualsiasi, dopo una rapida ricognizione del terreno e della situazione; decisione massima di esecuzione, la quale dovrà essere sempre condotta a fondo senza esitazione".
Abbiamo appena visto come un'importante caratteristica degli arditi durante il combattimento fosse l'utilizzo del fattore sorpresa, continua, infatti, la circolare n.1130 ricordando che "irrompono all'ora stabilita, allo scoperto, e cercano d'un balzo di raggiungere l'unico riparo possibile, che sia nel terreno al di là della fronte avversaria, dove l'artiglieria nemica non avrà avuto nè tempo nè modo di portare il suo tiro, perchè disorientata dall'irruenza stessa del nostro attacco. Raggiunta quella zona, continuano a perforare dilagando e approfittando dell'attimo inevitabile di disorientamento nemico, per renderlo irreparabile a colpi di audacia e temerarietà , in attesa di essere rinforzati da altre truppe di linea".
L'economia delle forze, perchè se per tutti i reparti era un dovere assoluto "spendere" bene i propri soldati, per un reparto d'assalto, questo dovere era "ancora più essenziale". Ogni ardito, infatti, rappresentava, com'è scritto nella circolare, "per l'alto suo valore combattivo personale un prezioso fattore di forza" e quindi la sua perdita, se non compensata da "un adeguato rendimento", costituiva "un danno particolarmente grave: la vita per la patria va spesa bene, e la vita di un soldato ardito, benissimo".
La caratteristica del reclutamento volontario di tutti gli arditi è stata sottolineata da quasi tutte le fonti disponibili ma, ad un'attenta analisi di due delle opere più importanti sull'argomento, si può notare come vi fossero in realtà alcune eccezioni.
Nel volume di Padre Reginaldo Giuliani, (che fu il cappellano militare degli arditi della Terza Armata), a pagina tre si legge che: "parecchie circolari emanate dalle diverse autorità intorno ai nostri reparti, hanno ribadito che il passaggio ai battaglioni non poteva essere fatto che in seguito ad esplicita domanda scritta dell'interessato, ed alla dichiarazione di idoneità rilasciata dal corpo di provenienza e comprovata, dopo un periodo di esperimento, dal comandante del reparto stesso a cui il militare veniva destinato". Continua Giuliani affermando che: "Il primo requisito di ogni nuovo ardito consisteva nella libera volontà di diventarlo. Le prescrizioni del comando supremo stabilivano che non si concedesse l'aggregazione ai battaglioni d'assalto che in seguito a spontanea domanda del militare: qualche reclutamento, ordinato in massa per sopperire ad eccezionali necessità , non ha abolito la regola, che io ho visto praticata quasi dappertutto."
Nell'opera di Salvatore Farina, Le truppe d'assalto italiane, Roma, Edizione dell'Associazione Nazionale Arditi Roma, 1938, considerata la più solida e acuta opera sull'argomento, è evidenziato il fatto che solo gli ufficiali erano volontari, mentre la maggioranza degli arditi erano stati designati dai comandi dei reparti d'origine.
Giorgio Rochat sostiene invece che: "L'arruolamento per scelta soltanto individuale rappresenta un'eccezione, perchè il reclutamento degli arditi fu affidato di norma ai comandi delle unità di fanteria; secondo le istruzioni e una prassi consolidata, questi comandi davano la precedenza ai volontari, ma in loro assenza non esitavano a designare d'ufficio i nuovi arditi".
Per quanto riguarda quindi il reclutamento, siamo d'accordo con la tesi di Rochat, secondo la quale fu di tipo misto, capace di contemperare in grado variabile selezione dall'alto, inclinazioni individuali ed esigenze della macchina bellica e che l'assoluta volontarietà di tutti gli arditi fosse in realtà un mito.
Abbiamo visto come un elemento decisivo dei reparti arditi era l'autosufficienza in campo tattico, la capacità in pratica di raggiungere i propri obiettivi senza il concorso della fanteria. I reparti d'assalto furono creati e sviluppati non tanto ad integrazione della fanteria, quanto in contrapposizione implicita alla massa dei combattenti, con il
duplice obiettivo di svolgere alcuni tra i più difficili compiti della guerra di trincea attraverso nuove strategie e di offrire un modello positivo di combattente.
Questa funzione di traino per i battaglioni di fanteria, poco motivati e male addestrati, emerge chiaramente dalla lettura della rivista Esercito e Nazione, Rivista ufficiale per l'esercito italiano, pubblicata nel 1927:
"Comunque si comprese presto la duplice funzione dell'arditismo come strumento disciplinare e, dirò, di esemplare propaganda tra le fila delle grandi unità ".
Dal momento quindi che gli arditi furono creati come reparto a sè stante, era importante che, anche a livello esteriore, fossero facilmente distinguibili dal resto delle truppe. Per queste ragioni, i reparti d'assalto ebbero una uniforme speciale e pittoresca: pantaloni dei reparti ciclisti, maglione grigioverde e giubba aperta sul collo. Sui risvolti della giubba portarono fiamme nere, verdi o cremisi, secondo il corpo (fanteria, alpini o bersaglieri) che in maggioranza avevano dato elementi per la costituzione dei reparti arditi; sul braccio sinistro portarono, invece, il distintivo dei reparti: un gladio romano, con l'impugnatura a testa di sfinge e sulla cui crociera era inciso il motto sabaudo FERT, inghirlandato da un ramo d'alloro e da un ramo di quercia legati all'impugnatura dal nodo dei Savoia.
Dall'uniforme venne, inoltre, eliminato lo zaino per ragioni pratiche, perchè gli arditi avevano accantonamenti fissi dai quali rimanevano assenti al massimo una settimana per le azioni belliche, e quindi sarebbe stato inutile caricarli di un peso superfluo.
Fino alla nascita dei primi reparti arditi, nel luglio 1917, si può affermare che il rendimento insufficiente dei battaglioni di fanteria fosse attribuibile sia a cause di natura militare (insufficiente comprensione della guerra di trincea da parte dei comandi), sia a cause politiche (incapacità della classe dirigente di coinvolgere realmente le masse in un conflitto accettato passivamente); difatti, fino a quel momento, gli alti comandi cercarono di istillare nelle truppe un alto morale soltanto facendo appello al patriottismo, al senso del dovere e ad altri valori che spesso erano sentiti come astratti se non estranei.
Per ovviare a questi problemi, con gli arditi si decise di fare ricorso sia a valori morali, sia a vantaggi materiali. Abbiamo già visto come la divisa era sia un elemento di distinzione dal resto delle truppe, ma anche un elemento che contribuì a migliorare la mobilità dell'assaltatore e ad assicurare un minore dispendio di energia nel trasporto del proprio peso e di quello dell'equipaggiamento e del munizionamento. Oltre a questo si riservò ai reparti arditi un diverso trattamento che si sostanziò nell'esenzione dai massacranti turni di trincea, migliori condizioni di vitto e alloggio, un soprassoldo, un regime disciplinare meno rigido e formale ed una maggiore concessione di licenze e permessi. Nel volume di Cordova viene a questo proposito citata la circolare n. 4461 del Comando della Seconda Armata, datata 30 agosto 1917, che prescriveva, tra l'altro, il "Trattamento dei reparti d'assalto".
"Alloggiamenti: baracche comode che consentono un vero ristoro delle forze e che per evitare inutili marce saranno impiantate in prossimità del poligono ove si svolgono le istruzioni.
Servizio di trincea: i militari delle compagnie d'assalto non prestano servizi di trincea con gli altri reparti.
Servizio agli alloggiamenti: non è compito da militari delle compagnie d'assalto".
Per quanto riguarda invece il trattamento economico privilegiato, possiamo notare come fosse attribuito un soprassoldo giornaliero di venti centesimi per ogni ardito.
Fa giustamente notare Padre Reginaldo Giuliani che, queste disposizioni del comando supremo, furono ugualmente efficaci a mantenere la freschezza delle forze e a suscitare la vocazione dell'ardito. Praticamente tutte le opere sugli arditi concordano però nel dire che, i privilegi materiali, furono per alcuni una ragione parziale ma non totale della domanda d'ammissione ai battaglioni d'assalto.
Per concludere, possiamo sostenere che tutti gli elementi che caratterizzavano gli assaltatori dal resto delle truppe concorsero a dare agli arditi uno spirito di corpo elevatissimo che, con il consenso attivo degli alti comandi, li convinse della loro superiorità verso gli austriaci, ma anche verso il resto delle truppe italiane.
Considerando inoltre che le truppe d'assalto furono create nell'ultima fase di guerra, in un momento in cui è generalmente riconosciuto come i soldati italiani continuassero a combattere con disciplina e fedeltà ma senza particolare aggressività nè entusiasmo, si può capire l'interesse del comando supremo a mantenere e sviluppare reparti d'assalto di elevato morale, che costituivano una riserva di sicuro affidamento, ma soprattutto dimostravano al paese ed all'esercito che c'erano ancora combattenti entusiasti ed efficaci.

1.3 Addestramento e modalità d'impiego

L'addestramento dei reparti arditi rappresentò un fattore di profonda innovazione rispetto alla fanteria tradizionale. Fino a quel momento, infatti, ci si limitò a qualche esercitazione al poligono, agli esercizi in piazza d'armi e a lunghe marce, senza però una preparazione specifica per la guerra di trincea.
Nel campo di Sdricca di Manzano, l'addestramento fu invece condotto per consentire quella svolta tattica che i comandi supremi si erano auspicati con la creazione dei reparti arditi: l'utilizzo di tattiche d'assalto in una guerra di posizione.
Il campo di Sdricca fu la "culla" degli arditi, in cui i reparti d'assalto della Seconda Armata nacquero, si addestrarono e partirono per i loro successi; quest'esperienza, infatti, fu presa apertamente a modello dai reparti d'assalto delle altre armate.
L'addestramento per i reparti arditi si componeva, per buona parte del giorno, di esercizi ginnici: "Si arrampicavano sulle pertiche e sulle funi o si esercitavano alle parallele ed agli anelli; frequentavano, pure, scuole di lotta giapponese e di scherma con la baionetta o col pugnale, nonchè scuole di ciclismo, di equitazione, di nuoto e di alpinismo"; ma, continua Cordova,
"La vera scuola d'assalto era, tuttavia, costituita dalla scalata ad una collina (che simulava la postazione nemica), portata a compimento sotto il tiro di bombarde, di batterie da campagna e di mitragliatrici, poste a tergo o a fianco degli arditi in esercitazione".
Anche Rochat sostiene che l'addestramento era condotto con serietà ed ampiezza di vedute: molta ginnastica di base, elementi di lotta corpo a corpo con armi e senza, intense e realistiche istruzioni al lancio di bombe a mano ed al tiro con fucile e mitragliatrice, quindi, momento culminante, esercitazioni d'insieme sulla cosiddetta "collina tipo", che gli arditi dovevano assaltare sotto il fuoco di mitragliatrici e cannoni, in condizioni abbastanza vicine alla realtà .
Viene anche rilevato come, durante le esercitazioni a fuoco, gli arditi avevano a loro disposizione una larghezza di mezzi senza precedenti per il resto della fanteria. Scrive Farina, il quale passò personalmente per il campo di Sdricca di Manzano, che: "In ogni esercitazione venivano consumati in media da 12 a 15 mila petardi, da 30 a 40 mila proiettili, da 5 a 6 mila granate".
Sempre nel volume di Farina, si ricorda come, nel solo periodo intercorrente tra il 15 giugno 1917 ed il 24 ottobre 1917 furono svolte ben 516 esercitazioni a fuoco.
Un'attenzione particolare fu riservata poi all'utilizzo del pugnale; fino a quel momento, infatti, la fanteria era dotata solamente di fucile munito di sciabola baionetta. A causa però del peso totale fucile-baionetta (kg. 4,280) e della distanza necessaria a sferrare un colpo di baionetta (circa m.1,59), si decise di dotare gli arditi di pugnale, ritenuto, a ragione, più appropriato per azioni offensive, che si concludevano il più delle volte in un corpo a corpo nelle trincee avversarie.
Il pugnale, rispetto anche alla baionetta impiegata disgiuntamente dal fucile, possedeva dei requisiti superiori, che si richiedevano ad un'arma bianca: maggior potenza di penetrazione, dipendente dalla posizione del centro di gravità e dalla sua forma, e maggior maneggevolezza, a causa del minor peso e della forma dell'impugnatura.
L'addestramento all'utilizzo del pugnale ebbe anche un importante risvolto psicologico; dalla lettura del volume di Salvatore Farina, possiamo, infatti, costatare che:
"Il pugnale, arma bianca nuova, il cui addestramento avrebbe dimostrato la grande efficacia della lotta a corpo a corpo, suggestionò l'assaltatore nella convinzione di una grande fiducia in sè stesso. La sorpresa nell'impiego di un'arma nuova, che portava l'urto al contatto materiale, il che vuol dire desiderio di arrivare al corpo a corpo, la sicurezza nello scontro, la fama di essere maestri nell'uso del pugnale, costituirono gli elementi suggestivi perturbatori del nemico".
L'esaltazione del pugnale e della bomba a mano, caratteristica del mito degli arditi, era necessaria perchè la lotta corpo a corpo doveva costituire il momento culminante dell'assalto e perchè i nuovi reparti dovevano conquistarsi una fama di terribilità presso amici e nemici.
Quest'esasperazione nella preparazione fisica e nelle esercitazioni armate (sia a fuoco sia all'arma bianca), aveva come obiettivo quello di dotare gli arditi di una "professionalità " che spiegasse il proprio effetto anche sul morale degli assaltatori, che venivano così a convincersi della loro superiorità .
Gli arditi dovevano ripetere molte volte ogni gesto e ogni fase dell'assalto fino all'acquisizione di una serie di automatismi perchè, come diceva Bassi (comandante del I reparto e poi di tutti i reparti d'assalto della Seconda Armata, presiedè sempre alla scuola di Sdricca): "Le emozioni si attutiscono colla ripetizione molto più rapidamente di qualunque altra sorte di sentimento".
Si vide, con i primi combattimenti, quanto era stata efficace questa particolare impostazione nell'addestramento, poichè permetteva agli arditi di attaccare con il favore della sorpresa e di risolvere a proprio favore il corpo a corpo nelle trincee austriache, poi di penetrare in profondità nel dispositivo nemico senza attendere ordini superiori e di fronteggiare con le proprie forze i contrattacchi con una difesa aggressiva, fatta di manovre sui fianchi e attacchi all'arma bianca.
L'intero addestramento era quindi finalizzato alla preparazione di combattenti di tipo nuovo sul piano fisico, professionale e morale poichè, alla base di tutta l'opera di Bassi, c'era la convinzione che un corpo d'èlite dovesse nascere non da vocazioni individuali all'eroismo, ma da una preparazione adeguata da tutti i punti di vista, tecnici e morali.
Per quanto riguarda le modalità d'impiego dei reparti d'assalto possiamo evidenziare come, i reparti d'assalto della Seconda Armata, furono preparati essenzialmente per colpi di mano, contrattacchi, azioni ad obiettivi limitati e assalti di sorpresa ma, per il loro completo successo, era assolutamente indispensabile l'appoggio della fanteria.
Come vedremo, il limite dei successi degli arditi fu proprio questo: una mancanza di coordinamento tra l'azione dei reparti d'assalto e le normali unità di fanteria che avevano il compito di consolidare e sfruttare i successi degli arditi.

1.4 Armamento e organici

La ricostruzione esatta delle forze dei reparti d'assalto durante la prima guerra mondiale è impossibile per l'insufficiente documentazione disponibile e, solo approssimativamente, si è calcolato quanti arditi furono creati nel 1917, che sorte ebbero nell'inverno 1917-1918 e quanti furono ricostituiti nel 1918.
Sappiamo però che, alla vigilia di Caporetto, vi erano venti reparti d'assalto o poco più, di forza ed efficienza assai variabili; solo i reparti della Seconda Armata potevano considerarsi pienamente addestrati, mentre quelli della Terza Armata erano a buon punto della loro preparazione.
Si calcola anche che, nell'ottobre 1917, gli arditi della Seconda Armata fossero cinquemila circa.
Per quanto riguarda l'armamento in dotazione ai reparti arditi, facciamo soprattutto riferimento all'opera di Salvatore Farina che analizza in modo approfondito la completa dotazione di un assaltatore.
All'epoca della costituzione del I reparto d'assalto, la fanteria italiana aveva in distribuzione dei mezzi che mal si conciliavano con le nuove funzioni che i reparti d'assalto dovevano svolgere.
Il criterio di scelta delle armi doveva avere lo scopo di alleggerire l'assaltatore da pesi superflui, aumentando contemporaneamente la potenza di fuoco del reparto, il cui impiego autonomo richiedeva una disponibilità di mezzi adeguati.
L'esame delle proprietà tattiche delle armi in dotazione alla fanteria, determinò la scelta e la sostituzione con nuove di quelle ritenute non idonee. Così il reparto d'assalto venne a disporre dei seguenti mezzi:
Moschetto modello '91.
Petardo offensivo Thèvenot.
Petardo fumogeno.
Pistola mitragliatrice.
Mitragliatrice Fiat M.'914.
Cannone M. 65/17.

Moschetto modello '91:
Fu deciso l'utilizzo del moschetto poichè le caratteristiche del fucile (lunga gittata, tensione di traiettoria, forza d'urto e potenza di penetrazione del proiettile) non potevano essere sfruttate completamente in una guerra d'assalto, in cui il peso e la maneggevolezza risultavano più importanti della potenza di fuoco. Inoltre, il peso del fucile di kg. 3,900, andava a detrimento del numero delle bombe che l'assaltatore poteva portare con se.
Per tutti questi motivi si decise di sostituire il fucile con il moschetto modello '91, il quale era meno pesante (kg. 2,700), molto maneggevole, più corto e alle piccole distanze possedeva gli stessi requisiti balistici del fucile.
La facilità di reintegrazione delle munizioni consumate, data dal tipo di azioni che dovevano condurre gli arditi, fece ridurre la dotazione individuale da 168 (kg. 4,350) a 72 cartucce (kg. 1,900), ottenendo un'ulteriore riduzione di carico dell'assaltatore di kg. 2,450 che andò a beneficio di una maggiore dotazione individuale di bombe a mano.

Petardo Thèvenot:
Le granate a mano in dotazione all'esercito erano di più specie: offensive e difensive, a forma cilindrica con manico, a forma lenticolare, ovoidale, sferica. Erano anche varie per peso: ad esempio la Carbone pesava gr. 1000, la Excelsior Thèvenot tipo P.2 gr. 630, la lenticolare gr. 600, la Sipe gr. 530, il petardo offensivo Thèvenot tipo AL (grigio) gr. 400.
Fra tutte le bombe a mano in distribuzione, il petardo offensivo Thèvenot tipo AL (grigio), presentava i migliori requisiti per un impiego in movimento e come arma individuale di accompagnamento all'urto.
Questo petardo, ad eccezione della punta del percussore, non conteneva grossi pezzi metallici, essendo costituito tutto in lamiera sottile che si frantumava in piccolissime schegge. Non era perciò pericoloso per chi lo lanciava, avendo un raggio d'azione di circa dieci metri, mentre aveva un efficacissimo effetto su chi si trovava vicino al punto d'esplosione, a causa della forte azione della carica relativamente grande di esplosivo ad alta potenza (gr. 170 di esplosivo "Echo").
Il petardo inoltre era munito di un dispositivo che ne evitava lo scoppio, se lasciato cadere inavvertitamente a terra, anche dopo averlo privato della coppiglia di sicurezza.
A questi importanti requisiti si associava il peso di gr. 400 che consentiva una maggiore dotazione individuale di bombe, e la forma cilindrica che ne facilitava il lancio.

Petardo fumogeno:
Il petardo fumogeno, di cui si dotarono i reparti d'assalto, era caricato con fosforo, il quale incendiandosi allo scoppio, produceva per un raggio di vari metri un denso fumo che serviva a mascherare ottimamente l'avanzata degli assaltatori e a rendere cieche le mitragliatrici nemiche.

Pistola mitragliatrice:
Era l'unica arma automatica leggera in distribuzione, semplice e di notevole celerità di tiro.
Il suo limite era costituito dal limitato valore offensivo, ma, attraverso modificazioni, potè essere accresciuto in modo da accompagnare la manovra d'attacco con la discreta efficacia delle sue raffiche.
Rispetto al modello originale fu abolito lo scudo, che per il suo peso (kg. 26) non poteva permettere all'arma quella mobilità indispensabile negli assalti e per la stessa ragione la cassetta portapistola; fu semplificato inoltre il sistema di caricamento.
Nel settembre 1917, Bassi portò a termine lo studio di un nuovo sostegno per la pistola mitragliatrice, che applicato al tiratore, rimuoveva le precedenti difficoltà d'impiego di quest'arma con il sistema della cinghia di cuoio.
Venne applicato un sostegno di metallo leggero che veniva applicato al tiratore con un semplice incrocio a cinghie e la sua conformazione era stata studiata in modo da non comprimere il petto dell'assaltatore. La pistola era poi innestata su un tubo a forma di esse che permetteva la snodabilità necessaria per permettere il tiro in tutte le direzioni, sia in senso orizzontale che verticale, sia in posizione a terra.Il sostegno portatile richiese, a sua volta, una correzione al sistema di puntamento della pistola mitragliatrice.
Tutte le modifiche apportate permisero l'importantissimo vantaggio di poter eseguire il fuoco ininterrottamente in marcia e in corsa.

Mitragliatrice Fiat mod.'914:
Per i reparti d'assalto fu decisa una dotazione di 20.000 cartucce per ogni squadra mitraglieri, calcolata in base al fabbisogno della squadra per il combattimento in terreno libero, nel qual caso si doveva fare assegnamento sulle sole munizioni portate da ognuno. Il munizionamento (6.000 cartucce) era portato a spalla, in borse di tela impermeabili che si distribuivano ai tiratori ed ai fornitori; le rimanenti cartucce (14.000) erano trasportate con due muli, unitamente agli altri materiali di ricambio e di rifornimento acqua.
Si deve tener presente che in tale forma di combattimento, l'unità d'assalto veniva sostituita da altre truppe, subito dopo il raggiungimento dell'obiettivo e consolidata la posizione.

Cannone mod. 65/17:
La sorpresa dell'attacco aveva richiesto la soppressione del tiro di preparazione da parte dell'artiglieria, che aveva fra i vari obiettivi, quello di neutralizzare gli organi offensivi nemici.
Per questo motivo si rivolse l'attenzione alla ricerca di un'arma che, aumentando la capacità di fuoco del reparto, concorresse alla protezione degli assaltatori durante l'avanzata.
Si decise allora di utilizzare il cannone mod. 65/17 contemporaneamente all'impiego delle mitragliatrici, i cui proiettili consentivano di avanzare a distanza ravvicinata sotto l'arco delle due traiettorie, conseguendo il duplice risultato di offrire una valida protezione agli arditi durante l'avanzata e, ad obiettivo raggiunto, di obbligare il nemico a rimanere riparato nei ricoveri.
Il fuoco delle mitragliatrici Fiat mod.'914 dalla base di partenza e quello delle pistole mitragliatrici che prendevano parte all'assalto, sparando senza sosta, avevano il compito della protezione diretta degli arditi lanciati contro le trincee nemiche; le pistole mitragliatrici, insieme ai moschetti, dovevano poi fornire il nerbo della difesa delle posizioni conquistate contro il ritorno del nemico.
L'utilizzo combinato delle varie armi in dotazione ai reparti ed il rigoroso e realistico addestramento, furono le grandi idee innovatrici del tenente colonnello Giuseppe Bassi, introdotte per la prima volta nel campo dei reparti arditi a Sdricca di Manzano.

1.5 Criteri organizzativi

Per quanto riguarda l'organizzazione interna ai reparti d'assalto, dipendiamo quasi esclusivamente dall'opera di Salvatore Farina, che analizza in modo particolareggiato le varie unità tattiche.
Il criterio base che doveva informare l'organizzazione di un reparto d'assalto, era determinato dal suo impiego tattico e da quello delle minori unità che lo componevano. Queste dovevano avere, anche singolarmente, quella potenza di fuoco e quella capacità di penetrazione adeguata agli obiettivi da conseguire.
Il plotone, unità tattica per le operazioni di dettaglio, doveva avere una propria individualità per assolvere il compito staccato dall'unità madre (la compagnia).
L'innesto delle armi automatiche nel plotone e nella compagnia, richiese la trasformazione della sezione pistole mitragliatrici e della sezione mitragliatrici Fiat in squadra, alle dirette dipendenze le une del comandante di plotone, le altre del comandante della compagnia per l'armonica fusione del movimento col fuoco, che, come abbiamo visto nel precedente paragrafo, era necessaria per assicurare una valida protezione all'avanzata degli arditi.
Così la squadra, primo ed essenziale elemento di manovra, assunse una personalità importante nel quadro del combattimento, le cui azioni indipendenti, ma concomitanti nello sforzo, si completavano a vicenda nell'espugnazione della difesa avversaria.
Il reparto d'assalto era costituito da un comando, tre compagnie moschettieri e una sezione someggiata.
Organicamente era formato su quattro compagnie, delle quali la quarta forniva i complementi per colmare gli eventuali vuoti del rispettivo reparto.
Fino a quel momento ogni comando di Brigata di fanteria, disponeva, nelle immediate retrovie, di un battaglione complementare dal quale veniva tratto il fabbisogno in uomini per coprire le deficienze nei rispettivi reggimenti.
L'innovazione nell'organizzazione dei reparti d'assalto fu di inquadrare la compagnia complementi direttamente nel reparto, per conferire una stabilità organica alle unità minori (squadra, plotone, compagnia) che spesso dovevano essere ricostituite con l'afflusso dei nuovi elementi.
La compagnia complementi inquadrata nel reparto offrì i seguenti vantaggi: affiatamento reciproco, preparazione morale e tecnica identica per tutte le compagnie, afflusso di complementi organici dalle compagnie complementi alle compagnie dei reparti.
Il reparto d'assalto doveva, infatti, possedere un requisito costante: l'efficienza, immutabile ed intatta anche dopo un'azione, in modo da poter rispondere in qualunque momento a quell'immediatezza e tempestività d'impiego che caratterizzavano le funzioni degli arditi.
Con questo sistema il reparto mantenne inalterata la propria efficienza.
Vediamo ora come, a Sdricca di Manzano, furono organizzate le unità minori del reparto.
Punto centrale fu la constatazione da parte di Bassi che la coppia, elementare forma a due che nell'esercito rappresenta il primo anello della catena che costituisce l'organismo militare, potesse essere sfruttata per trarne profitto in campo tattico.
Coppia tattica:
Essa nasce spontanea per attrazione di una forza, di cui possiamo trovare la ragione nell'ambiente e nella simpatia per affinità di caratteri, di sentimenti, di idee, di interessi, che vengono a legare due soldati nel loro periodo militare.
La coppia sviluppò un sentimento nuovo: la responsabilità , ignota al fante isolato quando era inquadrato nella squadra; sentimento che richiese una mutua collaborazione mentale, risoltasi in una divisione del lavoro così importante nel combattimento.
La collaborazione a due venne a completarsi con la funzione assistenziale reciproca, il cui valore era di primissimo ordine. Ogni assaltatore aveva in distribuzione il pacchetto di medicazione ed era istruito sul suo uso e sulle prime medicazioni di pronto soccorso. Durante il combattimento se uno dei componenti la coppia rimaneva ferito, era prontamente soccorso e medicato dal compagno; se la ferita era lieve la coppia riprendeva il combattimento, in caso contrario il compagno illeso trasportava il ferito al prossimo posto di medicazione.
Agli assaltatori fu concessa la più ampia libertà di scelta nella costituzione delle coppie tattiche, proprio per favorire un'aggregazione spontanea, basata sulle affinità tra elementi e non su una scelta imposta dall'alto.
Il principio della cooperazione, che divenne così un'abitudine fin dal primo elemento della squadra, creò rapidamente una comunione di sentimenti capaci di dare alla squadra stessa una grande omogeneità ed un altissimo morale.

Squadra:
La squadra era composta di cinque o sei coppie, dieci-dodici uomini, compresi il caposquadra ed il vice caposquadra, i quali facevano coppia rispettivamente con un ardito, per la continuità del comando nel caso in cui il comandante dell'unità elementare venisse messo fuori combattimento.
La squadra poteva essere d'assalto o d'attacco; nel primo caso era composta di cinque coppie e avevano il compito di piombare sugli elementi di vigilanza, tagliare le comunicazioni telefoniche e portarsi al di là della linea raggiunta, irradiandosi ad arco per la protezione dei fianchi e per bloccare materialmente i vari afflussi dalle linee retrostanti.
La squadra d'assalto non era dotata di moschetto poichè, l'assalto agli elementi di vigilanza nemica, era compiuto con l'impiego esclusivo di bombe e di pugnale; inoltre le operazioni di taglio dei fili telefonici e dell'apertura dei varchi della seconda zona difensiva dovevano eseguirsi con la massima speditezza ed il moschetto avrebbe ostacolato dette operazioni.
La squadra d'attacco era, invece, composta di cinque coppie ed aveva il compito di concorrere alla disarticolazione della difesa nemica per concorrere poi, con la squadra d'assalto, alla conquista dell'obiettivo finale. A posizione raggiunta si distendeva ad arco, innestandosi tra le coppie della squadra d'assalto.
La squadra aveva a disposizione gli attrezzi leggeri con i quali ciascuna coppia si scavava un provvisorio riparo di terra. In caso di ritorni offensivi del nemico, la squadra concorreva al contrassalto con il fuoco dei moschetti e dei petardi, rimanendo sul posto a guardia della posizione conquistata, in modo da poter respingere altri contrattacchi nemici che mirassero contemporaneamente sul fronte o su uno dei fianchi della posizione raggiunta.

Plotone d'attacco:
Il plotone era formato da quattro squadre, una d'assalto e tre d'attacco, ed aveva il seguente organico: un ufficiale, un sottufficiale, sette caporali maggiori o caporali, un attendente portaordini, 34 arditi.
Il plotone in scaglione di fuoco, si disponeva con le squadre d'attacco affiancate ed in testa la squadra d'assalto, seguite da una squadra munita di pistole mitragliatrici.
I plotoni in scaglione di rincalzo, che seguivano ad una distanza adeguata quelli di prima linea, sommergevano definitivamente le eventuali resistenze nemiche ancora efficienti, ed uno di essi andava a costituire, a posizione raggiunta, il nucleo di manovra del comandante della compagnia.

Plotone specialisti:
Era composto di una squadra mitraglieri col seguente personale: un capo squadra, due graduati capi-arma, otto serventi, un meccanico e sei porta munizioni; ed aveva il compito principale di accompagnare gli assaltatori che muovevano alla conquista delle posizioni avversarie con tiro eseguito al di sopra di essi (detto tiro d'accompagnamento).
Vi era poi una squadra guastatori, composta da sei coppie e specializzata nelle operazioni relative all'innesto della capsula elettrica, al collocamento sotto il reticolato ed al brillamento della bomba per bombarda.
In ultimo vi era una squadra segnalatori, composta da tre graduati con tre telefonisti muniti di apparecchio telefonico da pattuglia, e quattro portatori di filo, che potevano stendere una linea telefonica di quattro chilometri.

Compagnia d'assalto:
Era formata su quattro plotoni d'attacco ed uno di specialisti con una forza organica di cinque ufficiali, sei sottufficiali, 35 caporali maggiori e caporali, 180 arditi.
La compagnia si spiegava su tre scaglioni: il primo, scaglione di fuoco, era costituito da due plotoni; il secondo ed il terzo scaglione, costituiti rispettivamente da un plotone, seguivano a relativa distanza, con funzioni di rincalzo, uno a destra e l'altro a sinistra. Tale disposizione dei plotoni dava modo al comandante della compagnia di eseguire con una certa elasticità la manovra per far fronte a qualunque minaccia proveniente da qualsiasi direzione, e di avere guardati e coperti i fianchi.
Conquistato l'obiettivo iniziava la delicata operazione del cambio; i plotoni di fanteria, giunti sulla posizione, si innestavano fra i plotoni d'assalto in modo che i fanti andassero a disporsi tra le coppie degli assaltatori. Avvenuta la consegna della linea tra i capi plotone, i plotoni d'assalto ripiegavano sulla trincea di partenza a scaglioni di plotone, a distanza di un quarto d'ora l'uno dall'altro. Rimanevano sul posto il comandante della compagnia d'assalto con la squadra guastatori e la squadra mitraglieri; questi vari elementi ritornavano alla base di partenza non appena gli ufficiali e la truppa di fanteria si fossero bene orientati, e la situazione non presentasse alcun sintomo di allarme immediato.

Reparto d'assalto:
Formato su tre compagnie con 24 pistole mitragliatrici, otto mitragliatrici pesanti e una sezione someggiata, aveva una forza organica di 19 ufficiali, 21 sottufficiali, 108 caporali maggiori e caporali, 568 arditi e 37 artiglieri.
Il reparto si spiegava con due compagnie in scaglioni di fuoco e le terza compagnia in secondo scaglione.
Analizzando le singole unità tattiche che componevano il I reparto d'assalto della Seconda Armata, possiamo notare come il colonnello Bassi studiò una dosatura di mezzi tale da garantire una costante superiorità di fuoco (che costringeva il nemico a tenersi riparato nell'impossibilità di impiegare i propri mezzi di offesa); lo scaglionamento in profondità della mitragliatrice, che accompagnava ininterrottamente le truppe assalitrici fino alla meta, ed il tiro di sbarramento, che proteggeva il possesso della posizione conquistata, furono gli obiettivi che Bassi perseguì attraverso i criteri organizzativi utilizzati dai reparti arditi a Sdricca.

 

 

 

1.6 Successi ed insuccessi

I successi e gli insuccessi dei reparti arditi durante la prima guerra mondiale risultano di difficile ricostruzione, a causa delle informazioni insufficienti e della difficoltà di isolare le loro azioni nelle battaglie in cui s'inserirono.
Solo per quanto riguarda i reparti d'assalto della Seconda Armata abbiamo dati certi; cercheremo quindi di descrivere a grandi linee quelli che furono i loro successi maggiori e le sconfitte che incrinarono il mito della loro invincibilità .
La prima azione bellica cui presero parte gli arditi di Sdricca fu la battaglia della Bainsizza, quando, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1917, la 1. e la 2. compagnia del I reparto d'assalto aprirono la via alla 22. divisione del XXVII corpo d'armata, forzando l'Isonzo a Loga ed Auzza e conquistando il sovrastante Monte Fratta.
Fu un successo pieno, furono catturati cinquecento prigionieri e otto mitragliatrici, tuttavia la rapidità di questa prima avanzata non fu sfruttata dai battaglioni di fanteria, che solo il 20 mattina rilevarono gli arditi sul monte conquistato.
Nella stessa notte tra il 18 e il 19 agosto la 3. compagnia del I reparto, lanciò un attacco a sorpresa a Belpoggio, propaggine del Monte San Marco, subito ad est di Gorizia. Gli assaltatori espugnarono all'arma bianca due ordini di trincee e le difesero dai contrattacchi fino alla sera del 19, poichè i rincalzi della fanteria erano bloccati dal fuoco dell'artiglieria austriaca. Si trattò di un'azione ad obiettivi limitati condotta con successo in cui le perdite furono dovute soprattutto al mancato arrivo dei rincalzi.
Qualche settimana dopo, il I reparto d'assalto tornò in azione sulla Bainsizza; le brigate di fanteria della Seconda Armata si logoravano nel tentativo di espugnare i monti San Gabriele e San Daniele, un complesso difensivo potentemente fortificato che aveva il compito di impedire l'aggiramento da nord del Carso all'esercito italiano. Per sbloccare la situazione di stallo, Capello decise di utilizzare gli arditi e ordinò a Bassi di preparare un attacco al San Gabriele.
Furono utilizzate la 2., 3. e la 4. compagnia, 475 uomini in tutto, alla testa di tre colonne di fanteria che dovevano sferrare l'attacco vero e proprio.
All'alba del 4 settembre l'assalto degli arditi ebbe inizio, ma la 4. compagnia, a destra, dovette arrestarsi dinanzi al caposaldo di Santa Caterina; la 3. compagnia, a sinistra, riuscì a prendere di slancio il fortino di Dol, aggirando poi da nord il San Gabriele, mentre la 2. compagnia, al centro, riuscì in tre quarti d'ora a conquistare tutte le trincee austriache, giungere in cima al monte ripulendo il sistema di fortificazioni, gallerie, caverne e ricongiungendosi poi con la 3. compagnia sulla sella tra il San Gabriele e il San Daniele.
A questo punto gli arditi si trovarono soli, perchè il fuoco d'interdizione austriaco riuscì a distruggere i battaglioni di fanteria che dovevano agire da rincalzo; nonostante le forti perdite e l'armamento inadeguato alla difensiva, gli arditi riuscirono a resistere ai contrattacchi, conservando la vetta del San Gabriele e il fortino di Dol fino a sera, quando finalmente la fanteria riuscì a rilevarli.
Complessivamente le tre compagnie del I reparto d'assalto catturarono 3100 prigionieri (tra cui un generale e due colonnelli), 55 mitragliatrici e 26 cannoncini da trincea; avevano avuto 61 morti in combattimento ed un numero di feriti pari alla metà circa della loro forza.
Il 29 settembre gli arditi tornarono nuovamente sulla Bainsizza, a Madoni, con la 1. compagnia del II reparto. Dopo un'azione breve ma intensa dell'artiglieria, la 1. compagnia, rinforzata da mezza compagnia di arditi reggimentali della brigata Venezia, scattò in avanti sfruttando il fattore sorpresa e conquistò tre ordini di trincee, difendendole dai successivi contrattacchi. Le perdite furono pesanti (non disponiamo però di dati precisi) ma il successo pieno; furono catturati 2400 prigionieri e 25 mitragliatrici.
Queste furono le più importanti azioni degli arditi della Seconda Armata prima di Caporetto, coinvolsero un numero limitato di uomini, in sostanza qualche centinaio di assaltatori, meno di cinquecento sul San Gabriele, loro massimo successo.
E' opinione condivisa come, gli arditi della Seconda Armata, dimostrarono di saper condurre assalti con un'efficacia nuova rispetto alle precedenti esperienze nell'esercito italiano.
Di fronte a questi successi era difficile non credere che fosse stato messo a punto lo strumento per dominare e risolvere la guerra di trincea. Qui però si evidenziò il limite di questi primi successi: la difficoltà di coordinare l'azione degli arditi con le normali unità di fanteria di rincalzo.
Fu questa la nota negativa della decisione di fare degli arditi una specialità a sè, anzichè integrarli nella fanteria; non era, infatti, stata presa alcuna misura per assicurare la collaborazione tra le truppe d'assalto, che dovevano conquistare celermente gli obiettivi preposti, ed i pesanti battaglioni che li seguivano (di cui non condividevano nè l'addestramento, nè l'armamento).
Bisogna però anche ricordare un problema di fondo: lo sfruttamento del fattore sorpresa da parte degli arditi imponeva la rinuncia ad una massiccia preparazione d'artiglieria; tale strategia veniva però a ritorcersi contro la fanteria di rincalzo, che doveva attraversare una zona battuta dal fuoco di interdizione dell'artiglieria nemica per riuscire a rilevare gli assaltatori e consolidarne le conquiste.
Come abbiamo visto, quindi, il mito degli arditi ebbe inizio con i successi dei reparti della Seconda Armata che, a meno di un mese dalla sua costituzione ufficiale, presero parte alla XI battaglia dell'Isonzo e venne ancor più alimentato dopo la conquista del monte San Gabriele del 4 settembre.
Ancor prima dei loro successi, però, il I reparto d'assalto divenne il modello per lo sviluppo della specialità , tanto che il 10 agosto il comando supremo ordinò alle armate Prima, Terza e Quarta di inviare per quindici giorni un ufficiale superiore al campo di Sdricca, che avrebbe poi dovuto costituire i reparti d'assalto della propria armata.
Abbiamo precedentemente evidenziato come, alla vigilia di Caporetto, vi erano venti reparti d'assalto o poco più, di forza ed efficienza assai variabili e che solo i reparti della Seconda Armata potevano considerarsi completamente addestrati.
In questo primo periodo, inoltre, il comando supremo lasciò l'iniziativa della formazione e della preparazione degli arditi alle singole armate, comportando così una notevole disomogeneità di organizzazione e preparazione tra i diversi reparti d'assalto.
Il 24 ottobre 1917, le truppe austriache, sostenute da rinforzi tedeschi, inflissero una grave sconfitta all'esercito italiano, scompaginandone le linee a Caporetto. Ne seguì una precipitosa e disordinata ritirata che spostò la linea del fronte fino al fiume Piave, lasciando quindi in mano al nemico l'intero Friuli, la Carnia, il Cadore ed una parte del Veneto.
Alla ritirata di Caporetto seguirono violente critiche sull'andamento impresso alle operazioni belliche da parte dei Comandi Supremi; tali critiche investirono anche il comportamento degli arditi ed a seguito di queste fu istituita una Commissione d'inchiesta.
Le accuse mosse agli arditi riguardavano il loro comportamento durante la ritirata ed in particolare ad episodi di disgregamento dei reparti, violenza, saccheggi ed indisciplina. Le polemiche più dure investirono i reparti d'assalto della Seconda Armata che, dopo i primi giorni della battaglia in cui furono fatti muovere tra la Bainsizza e Udine, vennero posti agli ordini del XXVII corpo d'armata di Badoglio.
Il 28 ottobre il I reparto d'assalto fu incaricato della difesa di Udine; privo di mitragliatrici e con il solo munizionamento individuale, il reparto resistè mezza giornata, poi fu travolto, lasciando sul terreno 390 tra morti e feriti e 70 prigionieri, mentre un centinaio di uomini riuscì a sfuggire all'accerchiamento.
Gli altri reparti costituirono la retroguardia del XXVII corpo d'armata, prodigandosi in piccole azioni di contenimento, combatterono sul Tagliamento a difesa di Pinzano, poi ripiegarono sul Piave. Il 3 novembre i reparti della Seconda Armata, concentrati a Pieve di Soligo, poterono riordinarsi e riarmarsi; combatterono quindi in difesa della testa di ponte di Vidor fino al 10 novembre, poi furono ritirati nelle retrovie, ma non avevano perso la loro efficienza ed, infatti, poterono essere utilizzati sul Monfenera poco dopo.
Da questi resoconti appare subito chiaro che gli alti comandi, nel tentativo di tamponare le falle, a seguito del crollo del fronte, impiegarono i reparti arditi come normali truppe di fanteria, senza considerare che, a livello di addestramento e di armamento, non erano idonei alla difensiva; Nonostante ciò i reparti d'assalto conservarono un solido nucleo combattivo e riacquistarono efficienza e compattezza non appena la ritirata si fece più lenta e ordinata.
Quanto agli atti di violenza è noto a tutti che, quando centinaia di soldati rimasero senza rifornimenti, non mancarono furti e rapine ai danni della popolazione ad opera di sbandati e di unità regolari, ma il tentativo di attribuire agli arditi una responsabilità maggiore rispetto alle altre truppe non sembra avere fondamento.
In definitiva concordiamo con Rochat quando sostiene che, il comportamento dei reparti d'assalto della Seconda Armata nella ritirata, fu adeguato alla loro fama di truppe di alto morale, colpite ma non travolte dalla crisi dell'esercito, capaci quindi di ripiegare in relativo ordine e con una disciplina non molto diversa dalle altre unità . Nessun reparto d'assalto si sfasciò, ed anzi gli arditi poterono tornare in linea già nella battaglia del Grappa.
Nel novembre 1917, a seguito del disastro di Caporetto, il generale Cadorna fu sostituito a capo dell'esercito italiano dal generale Armando Diaz.
Il comando supremo di Diaz elaborò un piano per il riordinamento dell'esercito che prevedeva, tra l'altro, la riorganizzazione dei reparti d'assalto; la precedenza era ovviamente attribuita al rafforzamento delle normali unità di fanteria, da cui in ultima analisi dipendevano le sorti della battaglia.
I battaglioni ebbero perciò un armamento più potente e vario, un addestramento più curato e condizioni generali di vita meno massacranti; fu inoltre deciso il consolidamento della divisione, che diventava di norma inscindibile, con lo scopo di garantire un migliore affiatamento tra le varie armi.
I reparti d'assalto si erano dimostrati molto efficaci, quindi dovevano essere conservati con le loro caratteristiche, ma dovevano perdere quell'autonomia e quel ruolo particolarissimo che Capello aveva loro richiesto, e inserirsi senza scosse nelle ordinate strutture del nuovo esercito come regolari truppe suppletive di corpo d'armata.
Il colonnello Bassi fu allontanato dal comando dei sei reparti d'assalto della Seconda Armata e destinato ad un reggimento di fanteria; fu quindi deciso di non ricostituire i campi d'addestramento d'armata, perchè il concentramento a Sdricca di tanti arditi alle dipendenze dirette di Capello pareva aver dato loro troppa indipendenza, ed i reparti d'assalto passarono agli ordini dei comandi di corpo d'armata, in ragione di un reparto ogni corpo d'armata.
In tal modo divenne possibile un'organizzazione uniforme dei reparti arditi per tutto l'esercito, senza le grandi differenze che avevano caratterizzato i reparti d'assalto delle varie armate nel 1917.
Con un gesto molto significativo in tal senso, fu decisa, l'8 gennaio 1918, dal comando supremo, una numerazione unica per i ventuno reparti d'assalto esistenti o programmati, al posto della vecchia numerazione per armata che li aveva fino ad allora contraddistinti. Dopo una serie di scioglimenti, ricostituzioni e cambiamenti di numero, i ventuno reparti d'assalto dovevano avere i numeri da I a XIII, XVI e XVII, da XIX a XXIV.
Tutti i reparti d'assalto furono inoltre organizzati secondo uno schema uniforme: tre compagnie di 150 arditi armati di moschetto, pugnale e bombe thèvenot, tre sezioni mitragliatrici, sei sezioni di pistole mitragliatrici e sei sezioni di lanciafiamme; in totale circa 600 uomini. In pratica, gli arditi mantenevano la ricca dotazione di armi automatiche, riunite però in apposite sezioni anzichè integrate nelle compagnie e nei plotoni d'assaltatori come avveniva a Sdricca.
Immutata era la divisa, che nel 1918 fu completata con il fez nero e poi forzatamente modificata con l'introduzione di camicia grigioverde e cravatta nera invece del maglione grigioverde, non disponibile nelle quantità necessarie. Furono mantenuti anche gli altri privilegi, dal soprassoldo all'abolizione dello zaino.
Nel gennaio 1918, il I ed il II reparto d'assalto (composti da arditi già addestrati, provenienti tutti dal campo di Sdricca) furono inviati nell'altopiano di Asiago, dove parteciparono alla cosiddetta battaglia dei tre monti: Valbella, Col del Rosso, Col d'Echele.
All'azione parteciparono, oltre agli arditi, tre brigate di fanteria, tre reggimenti di bersaglieri, cinque battaglioni alpini ed un notevole schieramento di artiglieria.
Il 28 e il 29 gennaio, dopo durissimi combattimenti, i tre monti furono conquistati; oltre 2500 furono i prigionieri catturati; cento mitragliatrici, 15 bombarde ed alcuni cannoni furono, invece, il materiale bellico conquistato.
Vediamo ora le vicende del VI reparto d'assalto della Quarta Armata che, a seguito della riorganizzazione, fu assegnato al IX corpo d'armata, sul Grappa, di cui assunse il numero, secondo le nuove disposizioni del comando supremo. Nel febbraio il comando del IX reparto venne assunto dal maggiore Giovanni Messe, ufficiale energico e provato, che rilanciò l'addestramento secondo le esperienze di Sdricca: molta ginnastica, molto poligono, realistiche esercitazioni a fuoco, avanzata sotto l'arco della traiettoria dell'artiglieria e assalto alla "collina tipo"; in questo modo il reparto divenne un eccellente strumento bellico, come dimostrarono le sue imprese sul Grappa nel giugno 1918.
L'offensiva austriaca sul Grappa riuscì a sfondare il IX corpo d'armata e, a mezzogiorno del 15 giugno 1918, le truppe austriache riuscirono ad occupare le posizioni avanzate di Col del Miglio, Col Moschin, Col Fenilon e Col Fagheron, i capisaldi della linea di resistenza. L'esercito italiano iniziò quindi un intenso fuoco di sbarramento sulle posizioni perdute, bloccando l'afflusso di rincalzi e rifornimenti; il IX reparto d'assalto potè quindi sferrare l'assalto al Col Fagheron in condizioni favorevoli, riconquistando di slancio la posizione nel primo pomeriggio.
Procedè quindi contro il Col Fenilon, che fu raggiunto e conquistato con un centinaio di prigionieri; all'alba del 16 il IX reparto d'assalto attaccò e occupò anche il Col Moschin, prendendo 300 prigionieri e 25 mitragliatrici. Nel giro di ventiquattrore, la vitale linea di resistenza sul versante occidentale del Grappa era stata perduta dal IX corpo d'armata e riconquistata dal IX reparto d'assalto, comandato dal maggiore Messe.
Il 24 giugno il IX reparto fu lanciato all'assalto dell'Asolone, contro posizioni ben presidiate e protette da un intenso fuoco d'artiglieria, a prezzo di forti perdite il reparto di Messe riuscì ad arrivare sulla vetta dell'Asolone cacciando gli austriaci, ma non riuscì a resistere al fuoco di artiglieria ed ai contrattacchi e dovette cedere il terreno conquistato; nel combattimento morirono 19 ufficiali e 305 arditi, circa la metà della sua forza, dimostrando ancora una volta agli alti comandi che il valore degli arditi non bastava a sfondare il fronte nemico senza il fattore sorpresa ed una preparazione accurata degli assalti.
Il 10 giugno, intanto, fu costituita, con nove reparti d'assalto, la 1. divisione d'assalto, agli ordini del generale Ottavio Zoppi; ad essa fece seguito, il 27 giugno, la 2. divisione d'assalto agli ordini del generale Ernesto de Marchi.
Le due divisioni furono riunite nel corpo d'armata d'assalto, agli ordini del generale Francesco Saverio Grazioli (che abbiamo già incontrato nella fase della nascita dei reparti d'assalto), ed ebbero uguale composizione: tre gruppi d'assalto, ognuno composto di due reparti d'assalto e un battaglione bersaglieri, un gruppo di artiglieria da montagna e un battaglione genio, un battaglione bersaglieri ciclisti ed uno squadrone di cavalleria. La mancanza di artiglieria dimostrava che alle divisioni d'assalto si continuava a chiedere soltanto assalti rapidi, senza preparazione diretta d'artiglieria nè preparazione in profondità .
La creazione di una divisione e di un corpo d'armata d'assalto rappresentava un cambiamento nella linea di condotta del comando supremo decisa dopo Caporetto; un mese prima aveva, infatti, ordinato che ogni reparto d'assalto assumesse il numero del corpo d'armata cui era assegnato per sottolineare proprio la stabilità di questo legame e l'importanza dell'affiatamento tra arditi e fanteria, ed ora invece toglieva a nove (e poi dodici) corpi d'armata i loro reparti d'assalto per impiegarli in massa sul campo di battaglia. L'intenzione del comando supremo era di formare una massa di arditi capaci di attuare un'ampia rottura del fronte.
La convinzione però che sarebbe bastato ampliare le dimensioni dell'assalto per assicurare la ripetizione su grande scala dei successi degli arditi risultò errata, poichè le divisioni d'assalto non presentavano progressi rispetto ai reparti d'assalto della Seconda Armata di Capello, ma semmai diminuivano l'efficacia dei loro reparti ammassandoli in formazioni ricche di uomini e povere di mezzi.
Tale conclusione ci sembra confermata dal fatto che, le azioni delle due divisioni d'assalto impiegate nella battaglia di Vittorio Veneto (che portò all'armistizio con gli austriaci firmato a Villa Giusti), non ebbero il risultato sperato; le circostanze (in primo luogo la piena del Piave) fecero fallire la manovra a tenaglia del corpo d'armata d'assalto, negando a quest'ultimo un ruolo nella battaglia.
Il 29 ottobre 1918 l'intero fronte austriaco sul Piave fu travolto ed anche le due divisioni d'assalto varcarono il fiume ed avanzarono nella pianura, mentre l'esercito austriaco entrava in una profonda crisi. I successi dei giorni seguenti non meritano quindi rilievo, perchè ottenuti contro un nemico che non si batteva più.
In questi ultimi giorni di combattimenti, vi furono situazioni caotiche, come ad esempio a Sernaglia, in cui si trovarono ad agire fianco a fianco 8.000 tra arditi e bersaglieri e l'organizzazione di comando saltò. L'esperienza delle due divisioni d'assalto a Vittorio Veneto sembra confermare la difficoltà di passare da un'unità elementare di combattimento come il reparto d'assalto, collaudato ed efficace su obiettivi limitati, ad una grande unità complessa, con compiti più ambiziosi e mezzi tecnici inferiori alle necessità .

CAPITOLO 2

I REPARTI ARDITI NEL PRIMO DOPOGUERRA

2.1 Armistizio e scioglimento dei reparti d'assalto

La vittoria italiana di Vittorio Veneto del 3 novembre 1918 pose fine alla guerra con l'Austria ed il giorno seguente, a Villa Giusti, presso Padova, fu firmato l'armistizio. L'11 novembre, con la definitiva resa della Germania, si celebrò la fine della prima guerra mondiale.
La fine degli arditi come specialità dell'esercito fu praticamente decisa dagli alti comandi all'indomani stesso dell'armistizio. Nel novembre 1918 il generale Francesco Saverio Grazioli, che nel 1917 era stato uno dei padri degli arditi e nel 1918 aveva impostato e comandato il corpo d'armata d'assalto, propose senza mezzi termini l'abolizione dei reparti d'assalto.
La posizione di Grazioli è chiaramente espressa in un "promemoria sulla sorte possibile delle truppe d'assalto" diretto al comando dell'Ottava Armata, datato 18 novembre 1918, in cui sostiene che:
"Cessata la guerra, cessata l'occasione di menar le mani, di dar prova della loro audacia, di far bottino, di farsi belli delle loro imprese, la loro natura scapigliata ed esuberante o si perderà , ed allora diventeranno ordinaria fanteria che non giustificherebbe le forme esterne e l'appellativo ufficiale loro proprio, ovvero persisterà , ed allora sarà estremamente difficile a chicchessia di contenerla, di evitare deplorevoli infrazioni disciplinari e forse reati, che offuscherebbero la loro stessa gloriosa fama andatasi formando con la guerra."
Gli arditi erano stati creati per far fronte ad esigenze particolari della guerra di trincea ed erano caratterizzati da un addestramento curato ed efficace ma, come abbiamo visto, anche da una serie di privilegi che li distinguevano dalle altre truppe di fanteria. Gli strappi alla disciplina, il soprassoldo, l'esenzione dai massacranti turni di trincea, migliori condizioni di vitto e alloggio e la concessione di una divisa particolare ebbero il duplice scopo di dare agli arditi uno spirito di corpo elevatissimo ed un'aggressività eccezionale, come contropartita dei rischi che correvano, ma furono anche elementi costitutivi del mito, espressione della volontà degli alti comandi di fornire all'opinione pubblica ed alla massa di combattenti un mito positivo di soldato vittorioso.
Queste motivazioni vennero, ovviamente, a cadere alla fine della guerra, in un momento in cui l'interesse degli alti comandi era indirizzato alla smobilitazione dell'esercito ed alla sua riorganizzazione.
Come giustamente fa notare Rochat, l'ardito fu sempre un simbolo ambiguo: "non l'eroe senza macchia nè senza paura, nè il soldatino tutto patria e famiglia della tradizione oleografica, ma l'eroe terribile, ricco di qualità così spiccate da diventare anche vizi. Si pensi alla sua fama di accoltellatore: il pugnale dell'ardito incuteva fiducia a lui e timore agli austriaci, ma dava qualche brivido e pensiero anche all'opinione pubblica che pure gli si affidava."
Continuando la lettura del promemoria di Grazioli si può constatare come, l'unico impiego che il generale prospettava per gli arditi era l'invio in Africa come "truppa coloniale metropolitana".
Le conclusioni di Grazioli furono pienamente approvate dal generale Caviglia, comandante dell'Ottava Armata, e subito accettate e tradotte in pratica dal comando supremo, che destinò in Libia la 1. divisione d'assalto, sciolse in novembre il corpo d'armata d'assalto, tra gennaio e febbraio 1919 tutti i reparti d'assalto non indivisionati ed il 26 febbraio la 2. divisione d'assalto.
Salvo ritardi nelle operazioni burocratiche, nel marzo 1919 gli unici reparti d'assalto ancora esistenti erano i sei della 1. divisione d'assalto destinati in Africa.
Bisogna tener presente che il 1919 diede inizio a quello che viene comunemente chiamato "biennio rosso", un periodo dominato dalle grandi lotte di massa e da aspri scontri all'interno della classe dirigente; il primo e più acceso terreno di scontro fu la valutazione politica della guerra appena conclusa.
La protesta di massa contro la guerra esplose violentemente nell'estate 1919; la stampa socialista, e in particolar modo l'Avanti!, offre una testimonianza del rapidissimo sviluppo e della grande asprezza della campagna contro quella che venne definita la guerra "infame". La prospettiva patriottica veniva brutalmente rovesciata: non più eroismi coscienti e operazioni abilmente preparate, ma comandi incapaci per stupidità e cieco autoritarismo, soldati logorati dalla vita abbrutente di trincea e massacrati in attacchi fallimentari.
Parallelamente alla campagna antimilitarista socialista si sviluppò, all'interno dei reparti arditi, la convinzione, alimentata in modo notevole da due anni di guerra, di essere una aristocrazia militare, cui la nazione intera doveva essere debitrice della vittoria che aveva lavato l'onta di Caporetto.
Queste rivendicazioni segnarono l'ingresso degli arditi nella lotta politica del dopoguerra ed avvenne attraverso la mediazione di due gruppi diversi, ma vicini e presto alleati: i futuristi e il Popolo d'Italia di Mussolini. Tra le varie componenti dell'interventismo patriottico i futuristi furono i primi a rivolgersi agli arditi come ad una forza politica autonoma e rinnovatrice, che nelle contese del dopoguerra poteva e doveva continuare l'opera intrapresa in guerra.
Considerando che nei primi mesi del 1919 la smobilitazione dell'esercito e lo scioglimento di reparti e grandi unità erano appena agli inizi, il drastico ridimensionamento delle truppe d'assalto esprimeva chiaramente l'avversione degli alti comandi verso gli arditi, maturata quando la loro politicizzazione era ancora nella fase iniziale.

 

2.2 Motivazioni dello scioglimento

La motivazione principale che indusse gli alti comandi a decretare lo scioglimento dei reparti arditi, nei primi mesi del 1919, fu la preoccupazione suscitata dalla loro politicizzazione.
Il 20 settembre 1918, il tenente (e poi capitano) degli arditi Mario Carli, lanciò un Primo appello alle fiamme sul settimanale Roma futurista per lamentarsi delle prime voci relative allo scioglimento dei reparti d'assalto e, sempre sullo stesso giornale, il 10 dicembre 1918 lanciò un Secondo appello alle fiamme per la fondazione di un'Associazione arditi.
La "Associazione fra gli arditi d'Italia" fu, in effetti, fondata a Roma da Mario Carli l'1 gennaio 1919; qualche giorno dopo, il 19 gennaio, Ferruccio Vecchi (capitano degli arditi e futurista) costituì la sezione milanese dell'Associazione arditi, che aveva come recapito l'abitazione di Filippo Tommaso Marinetti, ideatore e leader dei futuristi.
L'Associazione era stata costituita con lo scopo prevalente di prestare aiuto agli arditi smobilitati attraverso rivendicazioni di tipo corporativo ed, infatti, il suo statuto enunciava all'articolo 2 che: "L'Associazione non ha scopo politico". Malgrado ciò infrangeva i regolamenti dell'esercito perchè si rivolgeva, senza autorizzazione, anche ai militari in servizio ma le autorità intervennero così blandamente da fornire, di fatto, un avallo.
Gli arditi furono, anzitutto, antisocialisti in modo deciso. Il Partito Socialista si era mantenuto, durante la guerra, rigidamente neutralista; il suo atteggiamento era stato compendiato nella formula di Costantino Lazzari : "Nè aderire, nè sabotare". Furono antigiolittiani, poichè nel 1915 si erano pronunciati contro la guerra, insistendo sulla possibilità di ottenere le rivendicazioni italiane attraverso trattative diplomatiche.
Furono anche contro il Partito Popolare che, sebbene fosse stato fondato nel gennaio 1919, rappresentava per gli arditi la continuazione di quel clericalismo che, con Benedetto XV, aveva definito la guerra una "inutile strage".
I primi mesi del 1919 furono quindi dedicati ad organizzare l'Associazione; in quest'opera gli arditi furono affiancati dai futuristi, con i quali condividevano una forte matrice interventista.
I futuristi esercitarono un ascendente notevole sull'Associazione arditi e concorsero in modo determinante a fissarne le linee del programma e d'azione. Futuristi ed arditi, cioè, o Arditi-Futuristi, come fu anche sinteticamente detto, costituirono per qualche tempo un binomio indissolubile.
Nella Milano tesa e preoccupata dei primi mesi di smobilitazione l'Associazione arditi raggiunse rapidamente una certa consistenza e notorietà , in stretto contatto, oltre che con i futuristi, con Mussolini e con le forze più irrequiete del fronte patriottico.
In cambio di un appoggio politico, propagandistico ed economico (fu Mussolini a procurare loro i finanziamenti di industriali che permisero all'Associazione di vivere e in marzo di aprire una piccola sede in via Cerva) gli arditi milanesi accettarono di qualificarsi come braccio armato del nascente fascismo. Squadre di arditi armati presidiarono regolarmente la redazione del Popolo d'Italia in via Paolo da Cannobbio e poi la sede della loro associazione in via Cerva, con la connivenza della polizia; e il 23 marzo 1919 due manifestazioni pubbliche riunirono praticamente lo stesso nucleo di militanti, la celebrazione dell'arditismo tenuta da Mario Carli e la fondazione dei fasci di combattimento presieduta da Ferruccio Vecchi.
A marzo l'Associazione arditi contava sezioni a Torino, Napoli, Ancona, Firenze, Palermo, Genova, Mondovì oltre che a Roma e Milano; non sappiamo però molto sull'attività di queste sezioni, anche perchè soltanto a Milano gli arditi riuscirono ad avere un certo ruolo politico.
Il legame tra il nascente fascismo e gli arditi fu consacrato il 15 aprile 1919. Per quel giorno i socialisti milanesi avevano proclamato lo sciopero generale in segno di protesta contro l'uccisione di un loro militante per mano della polizia, con un grande comizio di protesta all'Arena ed un corteo nel centro della città . Gli arditi, capeggiati da Ferruccio Vecchi, si incaricarono di organizzare una risposta con una contromanifestazione patriottica che non superò i trecento aderenti, tra cui però una quarantina di arditi armati ed una ventina di ufficiali di complemento. Quando il corteo socialista si affacciò all'ingresso di piazza Duomo, gli arditi lo attaccarono lanciando bombe a mano e lo volsero rapidamente in fuga, poi si diressero verso la sede dell'Avanti! in via San Damiano. Il cordone di soldati che presidiavano l'edificio fu travolto facilmente (un soldato restò ucciso), la resistenza dei redattori socialisti fu sopraffatta dal fuoco degli assalitori e la sede del quotidiano operaio fu conquistata, devastata e poi data alle fiamme. Mussolini, che pure, durante l'azione, era rimasto alla sede del suo giornale, accolse gli arditi che si erano recati a omaggiarlo subito dopo l'attacco e glorificò l'episodio su il Popolo d'Italia. Nei giorni seguenti Vecchi e Marinetti, che avevano diretto le operazioni, dovettero scomparire dalla circolazione. Furono presi alcuni provvedimenti disciplinari, ma piuttosto blandi ed in forma tale da dimostrare che le autorità politiche e militari, in sostanza, coprirono i responsabili dell'aggressione e dell'incendio contro la protesta di massa promossa dai socialisti.
Gli arditi, se volevano evitare di essere assorbiti del tutto nel movimento mussoliniano, in cui pure militavano, e conservare un'identità di gruppo, dovevano cercare di assumere l'iniziativa nell'unico campo in cui erano maestri, lo scontro armato: e fu appunto ciò che avvenne con l'aggressione al corteo socialista e l'incendio della sede dell'Avanti! il 15 aprile. Questa scelta degli arditi rappresentò un salto di livello nella lotta politica italiana: per la prima volta pistole e bombe a mano erano state impiegate su così larga scala da permettere a pochi uomini bene addestrati e militarmente organizzati di avere ragione di molte migliaia di scioperanti, con l'aperta connivenza delle forze dell'ordine. Fu l'esordio clamoroso dello squadrismo, che gli arditi sfruttarono per rafforzarsi.
La novità rappresentata dagli arditi nella scena politica italiana è chiaramente espressa da Renzo De Felice, il più noto storico del fascismo, che scrive: "La lotta politica italiana era stata una lotta in famiglia, di oratori, di manifesti, di giornali, di manifestazioni e di comizi rumorosi ma pacifici. Ora gli arditi misero la lotta politica su un piano nuovo, organizzandola con criteri militari."
Possiamo inoltre notare come, nel 1919, i reduci di tutte le armi si andavano organizzando unitariamente nella Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra (Anmig) e nella Associazione nazionale combattenti (Anc), entrambe di orientamento patriottico e liberal-democratico. In questo quadro il fatto che la più giovane specialità dell'esercito ritenesse di dover creare una propria organizzazione sottintendeva una scelta isolazionista ed elitaria che continuava l'atteggiamento di distacco e di superiorità sempre tenuto dai reparti d'assalto verso gli altri corpi dell'esercito.
Come abbiamo già evidenziato, nel marzo 1919 gli unici reparti d'assalto ancora esistenti erano i sei della 1. divisione inviati in Libia, ma, paradossalmente, fu proprio l'affermazione dell'Associazione arditi nelle lotte civili a convincere le autorità militari a rilanciare la specialità . In aprile, Caviglia, divenuto ministro della guerra, decise la ricostituzione di un certo numero di reparti d'assalto (di cui cinque mesi prima aveva chiesto lo scioglimento) e, in una circolare diretta ai comandi dipendenti si riferì agli episodi di violenza degli arditi sostenendo: "E' invece mio intendimento di non addivenire allo scioglimento di un Corpo che ha dato tanto glorioso contributo alla nostra vittoriosa guerra. E in tale proposito mi conferma sempre più l'atteggiamento ormai palese dei partiti sovversivi di attirare dalla loro parte gli arditi, cercano di allarmare il Paese esagerando ogni più piccolo incidente in cui i medesimi abbiano preso parte ed indurre il Governo a sopprimere un Corpo in cui ormai ravvisano il più pericoloso ostacolo all'attuazione dei loro iniqui piani."
Questa dichiarazione del ministro della guerra Caviglia rappresentò, di fatto, una specie di salvacondotto per la lotta ai sovversivi condotta dagli arditi, sia in congedo sia in servizio e dava l'indice del mutato atteggiamento degli alti comandi verso la politicizzazione dei reparti d'assalto.

2.3 Invio in Libia di alcuni reparti arditi

Dalla lettura del "promemoria sulla sorte possibile delle truppe d'assalto", stilato dal generale Grazioli nemmeno quindici giorni dopo la fine delle ostilità , si può constatare come venga presa in esame la possibilità che un impiego bellico delle truppe d'assalto potesse essere destinato a continuare.
Dopo una premessa, nella quale si richiamava l'attenzione sul fatto che la peculiarità delle truppe d'assalto non era stato uno speciale armamento bensì uno speciale addestramento che ormai doveva essere pianificato come estensibile a tutta la fanteria, il generale Grazioli suggeriva che:
" si affaccia qui l'ipotesi di un loro impiego come truppa coloniale metropolitana, impiego che io ritengo (anche per l'esperienza che ho delle colonie) possibilissimo e utilissimo purchè a base di reclutamento volontario, compresi gli ufficiali. L'idea merita di essere presa in considerazione d'accordo col ministero delle colonie, badando però che sono truppe che per rendere molto esigono trattamenti speciali larghi e remunerativi."
Questo suggerimento fu accolto dal comando supremo che, alle due divisioni chieste dal ministro delle colonie per la ripresa delle operazioni in Tripolitania aggiunse la 1. divisione d'assalto che tuttavia, per motivi connessi alla scarsa disponibilità di navi mercantili, fu costretta a ritardare la partenza dal porto di Venezia fino al 18 marzo 1919. Fra gennaio e febbraio tutti i reparti d'assalto non indivisionati furono sciolti ed i militari che ad essi appartenevano utilizzati come complementi per la divisione che si accingeva a partire per l'Africa. Al momento dello scioglimento della 2. divisione d'assalto gli arditi che ne facevano parte furono invece tutti rinviati all'arma o specialità d'origine.
L'occupazione italiana in Libia si era ridotta dopo il 1914 ad una stretta striscia di territorio lungo il Mediterraneo, con diverse discontinuità . Il presidio dei centri costieri maggiori era mantenuto, ma gli insorti arabi controllavano tutto il retroterra e si spingevano a breve distanza dalle città .
In vista delle prossime trattative di pace, era importante che l'Italia potesse riaffermare saldamente il proprio dominio sulla colonia; perciò, subito dopo la fine delle ostilità , il ministero delle colonie, che era allora responsabile anche della difesa dei territori oltremare, chiese al comando supremo le truppe necessarie alla riconquista.
In realtà Tripolitania e Cirenaica erano già presidiate da notevoli aliquote di truppe, ammontanti nell'ottobre 1918 a circa 80.000 uomini; ma evidentemente mancavano sia gli armamenti adeguati, sia i mezzi per assicurare l'opportuna mobilità . Con pronta adesione alla richiesta il comando supremo dispose verso la fine di novembre la costituzione di un piccolo ma robusto corpo di spedizione.
Il concetto direttivo era basato sulla costituzione, facendo largo affidamento sulle truppe già sul posto, di un corpo di operazioni su tre divisioni, due del tipo normale ed una d'assalto. Quest'ultima, leggera e largamente dotata di mezzi meccanici, era in eccedenza rispetto alle richieste del governo della Tripolitania. In vista del suo impiego in Africa, infatti, la 1. divisione d'assalto fu privata della cavalleria e del battaglione ciclisti e rinforzata con la 15. squadriglia autoblindomitragliatrici.
Alla base dell'invio in Africa della 1. divisione d'assalto vi era perciò la convinzione che, in particolar modo la Libia, sarebbe andata incontro negli anni a venire, a grosse operazioni di riconquista, comportanti difficili problemi di controguerriglia per i quali la grande unità d'assalto, per la sua articolazione, per le proprie caratteristiche e per quelle del teatro operativo poteva risultare particolarmente utile.
Oltre alle motivazioni di carattere militare che suggerirono l'invio degli arditi in Libia vi furono anche considerazioni di natura politica, in particolare la preoccupazione espressa dai comandi che le stesse ottime qualità belliche e personali dimostrate in guerra sarebbero state fonte di preoccupazione e che il loro impiego in servizio di ordine pubblico avrebbe potuto costituire un pericolo grave, anche per certi tentativi dei futuristi di annetterseli.
Come abbiamo già visto, però, in aprile Caviglia, divenuto nel frattempo ministro della guerra, riteneva di dover recedere dalla posizione assunta nel novembre precedente sulla scia della proposta Grazioli e disponeva per la ricostituzione di un certo numero di reparti d'assalto, con personale variamente recuperato, presso i Corpi d'Armata e le divisioni territoriali. Molti anni dopo, terminata anche la seconda guerra mondiale, Caviglia giustificava l'inversione di tendenza con queste parole:
"ma quale Ministro della Guerra vidi la necessità di conservarle. Nei momenti politici torbidi che stava attraversando l'Italia, essi costituivano una forza utile nelle mani del governo, perchè erano assai temuti per la loro tendenza all'azione rapida e violenta. Sciogliendoli, sarebbero passati a rinforzare i partiti rivoluzionari. Conveniva mantenerli anche perchè per mezzo dei battaglioni organizzati si poteva controllare parte degli arditi già congedati, i quali si mantenevano sempre in relazione con i rispettivi reparti."
In conseguenza di ciò, l'1 maggio 1919 il generale Pirzio Biroli era nominato ispettore dei reparti arditi del territorio. Nel giugno 1919 la 1. divisione d'assalto rientrava dalla Libia e, dopo un breve periodo di permanenza alle dipendenze della Prima Armata fra Cremona, Guastalla e Reggio Emilia, veniva inviata da Alberico Albricci, subentrato a Caviglia quale ministro della guerra a seguito della crisi del governo Orlando, nella zona fra Aidùssina e Postumia, nei pressi della linea d'armistizio. Era un'ulteriore inversione di tendenza in negativo nei confronti delle truppe d'assalto, perchè il trasferimento della 1. divisione d'assalto al confine orientale coincideva con il contemporaneo, accelerato rientro dalla zona di guerra in territorio nazionale delle altre unità dell'esercito.
La decisione di Albricci, di stanziare nei pressi della linea armistiziale i reparti d'assalto ancora in vita, rispondeva alla necessità politica di evitare in tutti i modi la possibilità di scontri armati tra gli arditi ed i socialisti in rapida crescita. Anche il nuovo presidente del consiglio, Nitti, non tardò a chiedere lo scioglimento dei reparti d'assalto, sulla base di rapporti di polizia che accusavano l'Associazione arditi di provocare incidenti e soprattutto di orientarsi "in senso di ostilità alle istituzioni".
Dal punto di vista militare, il rientro dalla Libia della 1. divisione d'assalto fu deciso dopo che il 14 aprile 1919 fu stipulato un accordo, destinato peraltro ad una breve durata, con i principali esponenti della popolazione tripolina che fece ritenere la presenza di una divisione d'assalto superflua per i compiti da svolgere.
Inviata il 18 marzo 1919 in Libia per i motivi precedentemente esposti, la 1. divisione d'assalto venne fatta rientrare in Italia dopo appena tre mesi; in pratica gli alti comandi dell'esercito, dopo aver guardato con diffidenza ed ostilità la nascente politicizzazione dei reparti d'assalto nel 1918, ne avevano riscoperto gli aspetti positivi nel 1919: quand'ecco che la sedizione dannunziana (alla quale parteciparono una parte degli arditi) veniva ad evidenziare i pericoli per l'unità e la forza dell'esercito.

 

2.4 Gli arditi e l'impresa fiumana

I sentimenti nazionalistici che animavano il dopoguerra assegnavano alla vittoria il fine preminente di ottenere acquisti territoriali. Questi erano già previsti da quel documento diplomatico segreto, il Patto di Londra, in base al quale l'Italia era entrata in guerra, ma intorno a quegli accordi le cose si complicarono.
Concluso il 26 aprile 1915, quando non erano presunte nè la dissoluzione dell'impero asburgico, nè la rivoluzione russa, il Patto di Londra prevedeva l'acquisizione da parte dell'Italia di una larga parte della Dalmazia, un territorio lungo la costa orientale dell'Adriatico, popolato in gran parte da slavi. La concessione all'Italia di questo territorio, era stata dettata da due considerazioni: l'opportunità che, mediante il controllo di un tratto della costa orientale dell'Adriatico, l'Italia potesse meglio garantirsi da possibili attacchi militari provenienti da est, in una zona priva di difese naturali; la volontà di impedire che la Russia, attraverso l'acquisizione di quel territorio da parte di uno stato slavo da lei dipendente, giungesse a stabilire proprie basi navali sulla costa adriatica. Ma alla fine della guerra queste considerazioni erano ormai prive di valore.
Al tempo stesso era emersa però una nuova rivendicazione italiana non prevista dal Patto di Londra, quella di Fiume, una città sul Golfo del Carnaro, poco oltre la costa dell'Istria, la cui popolazione, nella grande maggioranza italiana, desiderava ora di congiungersi all'Italia. Si aggiunga che la richiesta dell'applicazione del Patto di Londra, in una situazione radicalmente mutata, era complicata dal fatto che quel patto non era stato sottoscritto dagli Stati Uniti ed era un documento di quella diplomazia segreta che il presidente americano Woodrow Wilson apertamente avversava.
A sostegno della rivendicazione fiumana, si scatenò in Italia una campagna di stampa, incitata dalle parole del poeta Gabriele D'Annunzio il quale, dopo aver partecipato attivamente alla guerra, dichiarò che se le più estreme richieste di acquisizioni territoriali non fossero state soddisfatte la vittoria italiana sarebbe stata "mutilata". In tal modo egli dava vita al mito della "vittoria mutilata".
La questione fiumana era però destinata a creare ulteriori problemi dal momento che la costa orientale adriatica si trovava in due diverse situazioni rispetto agli accordi internazionali. Se, infatti, tutta l'area compresa entro la linea d'armistizio era sotto l'assoluto controllo delle forze italiane, i segmenti costieri compresi fra Volosca e Lisarica, a nord, e fra Punta Planka e gli incerti confini albanesi a sud, potevano, in base a quanto previsto dalle clausole armistiziali, essere controllati dalle potenze alleate ed associate. Ne conseguiva come l'occupazione di importanti centri come Fiume, Spalato, Cattaro dovesse avere carattere interalleato.
La città di Fiume si trovava pochi chilometri ad est della linea di armistizio e la popolazione, italiana per circa due terzi, aveva costituito un proprio Consiglio Nazionale che già dal 30 ottobre 1918 aveva chiesto l'annessione all'Italia.
Il grado di tensione andava così progressivamente crescendo tanto in Italia quanto a Fiume, certamente alimentato, in quest'ultima località , dal fatto di essere nel frattempo divenuta base di una forza navale interalleata entrata in porto il 4 novembre 1918 al comando dell'ammiraglio americano Rainer e dall'arrivo il 14 novembre di un reggimento serbo che, d'intesa con la minoranza slava, aveva occupato gli edifici nevralgici lasciando alla parte italiana il solo comune ed aveva armato gruppi di prigionieri serbi liberati e di volontari croati del luogo. Permanevano inoltre in città anche due battaglioni austriaci. Tale era la situazione alla metà di novembre, e la valutazione dei pericolosi sviluppi che ne sarebbero potuti conseguire, tenendo conto che erano già in atto disordini crescenti, inducevano il nostro governo a procedere all'occupazione della città con la motivazione della doverosa salvaguardia dell'ordine pubblico, il che era del resto contemplato nelle condizioni di armistizio che consentivano, in caso di necessità , l'occupazione di territori anche oltre la linea armistiziale stabilita. Il 15 novembre 1918, pertanto, Diaz, in accordo con gli alleati che avevano aderito a partecipare all'occupazione, emanava gli ordini necessari ed il 17 novembre la brigata "Granatieri" entrava in città , raggiunta il 20 da un battaglione di fanteria americano che, se pur alle dipendenze del comando supremo italiano, conferiva alla spedizione il doveroso carattere interalleato. Il 28 novembre 1918 il generale Grazioli fu nominato comandante delle truppe italiane ed alleate occupanti Fiume.
Grazioli giungeva a Fiume il giorno stesso in cui cominciarono gli incidenti fra la popolazione e le truppe francesi, primi di una lunga serie. Nei giorni successivi il presidio di Fiume si rafforzò e giunse ai primi di dicembre a comprendere, oltre alla brigata "Granatieri", il 202° reggimento fanteria della brigata "Sesia", l'VIII battaglione bersaglieri ciclisti, il 6° reggimento artiglieria da campagna, il XXVIII reparto d'assalto, minori reparti italiani, un battaglione americano e uno britannico. Il battaglione francese dipendeva dall'Armèe d'Orient ed il suo comandante, generale Traniè, si poneva in posizione non di subordinato a Grazioli, ma di interlocutore e spesso di antagonista in funzione pro-jugoslavia.
Intanto, alla conferenza di pace di Parigi la richiesta del rispetto del Patto di Londra più Fiume non fu presa in considerazione e nel giugno 1919, dopo tale insuccesso diplomatico, il governo Orlando fu costretto alle dimissioni; il nuovo governo fu presieduto da Francesco Saverio Nitti.
Nell'estate 1919 la situazione dell'ordine pubblico a Fiume era continuamente peggiorata; dopo mesi e mesi di tensione, ad una certa stanchezza della popolazione italiana di Fiume faceva riscontro il formarsi, spesso sotto l'influenza degli ambienti estremisti di Trieste, di gruppi nazionalisti decisi a ricorrere anche ad azioni violente pur di assicurare l'annessione di Fiume all'Italia. Nella città , la presenza di contingenti alleati, dopo la partenza in febbraio del reparto americano, si era ridotta ad un battaglione britannico, uno indocinese dell'esercito francese e un distaccamento serbo-croato-sloveno. Francesi e serbi non dipendevano dal comando di Grazioli, ma dall'Armèe d'Orient. La supposizione, non del tutto errata, che britannici e francesi, questi in particolare, favorissero la causa jugoslava portava gli elementi più oltranzisti della maggioranza italiana della città a frequenti tafferugli con militari isolati, nei quali talvolta furono coinvolti anche ufficiali e soldati italiani, presenti a Fiume in forte numero, circa 13.000 uomini in luglio.
L'incidente più grave avvenne il 6 luglio 1919 quando furono uccisi nove soldati francesi.
Intanto, la posizione di Grazioli a Fiume era divenuta difficile per gli stretti legami stabiliti con gli ambienti cittadini più oltranzisti e per la contrarietà che gli dimostravano i comandanti alleati. Il 30 agosto, infatti, fu richiamato a Roma e sostituito dal generale Vittorio Emanuele Pittalunga, il quale aveva ricevuto da Nitti direttive precise. Gli erano stati raccomandati riserbo e imparzialità nei confronti della popolazione e cordialità nei rapporti con gli alleati, cercando di evitare qualsiasi manifestazione che potesse esaltare i fiumani, dato che l'Italia era costretta rinunciare a Fiume per la grave situazione all'interno del paese.
Il 9 settembre il comando supremo ordinava che il presidio della zona di Fiume fosse d'urgenza ridotto alla sola brigata "Regina", con un battaglione in città e gli altri lungo la linea armistiziale; questi provvedimenti corrispondevano esattamente alle decisioni della conferenza di pace, che aveva integralmente accettato le proposte della commissione interalleata d'inchiesta sugli incidenti avvenuti a Fiume.
In quegli stessi giorni lo scioglimento di unità era particolarmente intenso, con frequenti mutamenti di sede e di dipendenza gerarchica che avevano scosso la compattezza di tutte le truppe in zona di guerra. Non era inoltre pensabile che la propaganda nazionalista, favorita dall'alto per un lungo periodo, non avesse lasciato tracce nelle menti di militari di ogni grado.
In una situazione così fluida fu facile il successo della congiura nata in un gruppo di ufficiali della brigata "Granatieri", poi estesa a Gabriele D'Annunzio ed ai capi del battaglione volontari fiumani (comandati dal capitano degli arditi Giovanni Host-Venturi). Furono centocinquanta di quest'ultimi a muoversi per primi nella notte del 12 settembre uscendo da Fiume verso ovest dove si incontrarono con una ventina di ufficiali e circa duecento uomini di truppa appartenenti al I e al II battaglione del 2° granatieri, partiti da Ronchi e da Monfalcone agli ordini del maggiore Reina. Alla testa della colonna si pose D'Annunzio. Al passaggio della colonna dannunziana per Castelnuovo si unirono ad essa cinque ufficiali e trenta militari di truppa della 4. squadriglia autoblidomitragliatrici con cinque mezzi, a Castua raggiunse gli insorti il tenente colonnello Repetto, comandante del 3° gruppo d'assalto. Il suo esempio fu subito seguito da quasi tutto l'VIII reparto d'assalto, con alla testa il maggiore Nunziante, con otto ufficiali e 250 arditi, e dalla 2. compagnia del XXII reparto d'assalto, schierata allo sbarramento di Cantrida. Il 3° gruppo d'assalto era giunto nella zona da pochi giorni, ma qualche contatto con Fiume era già stato stabilito dall'VIII reparto d'assalto, che fu il più compatto nella secessione.
Nella giornata del 12 settembre 1919 giunsero a Fiume in totale circa sessanta ufficiali e mille fra sottufficiali, graduati e soldati; si presentarono inoltre al comando di D'Annunzio diversi ufficiali di altri reparti, in gran parte già congedati.
Il 13 settembre fu dato dal Presidente del Consiglio Nitti l'ordine di bloccare completamente la città , predisponendo anche interruzioni stradali e ferroviarie. Nei giorni seguenti la situazione restò stazionaria; alle defezioni in gruppo o isolate di militari dei reparti dislocati lungo la linea di blocco si accompagnano frequenti rientri, come quello di parte dei ciclisti dell'VIII battaglione bersaglieri. Tuttavia, la forza a disposizione dei secessionisti andava aumentando ed era valutata a fine mese dal comando dell'Ottava Armata in circa 5.000 uomini di cui 285 ufficiali.
In ottobre l'episodio di maggior rilievo fu lo sbarco a Grado di una quarantina di arditi con lo scopo di impadronirsi di una batteria pesante campale; la pronta difesa delle truppe locali portò al fallimento dell'operazione e alla cattura degli incursori.
Agli inizi del 1920 la situazione intorno a Fiume era abbastanza tranquilla, proseguiva il passaggio a Fiume di singoli militari o di piccoli gruppi, ma erano ormai abbastanza numerosi anche i rientri dovuti a stanchezza e contrasti interni ai dannunziani.
Un lieve aumento di forza per l'esercito italiano derivò dallo scioglimento di alcuni reparti arditi territoriali dai quali vennero tratti complementi per il reggimento d'assalto, nuova denominazione del 1° gruppo d'assalto. I complementi vennero riuniti in un nuovo battaglione che prese il numero distintivo di IX. In giugno giungeva dal ministero della guerra l'ordine di trasferire a Valona, dalla Venezia Giulia, il reggimento d'assalto; al momento dell'imbarco per l'Albania da Trieste si verificarono però gravi incidenti, provocati da una sessantina di arditi contrari alla partenza.
La svolta nella vicenda fiumana avvenne il 12 novembre 1920 quando Giolitti firmò con la Jugoslavia il trattato di Rapallo, con esso l'Italia ottenne alcune isole dalmate, la sovranità su Zara e una frontiera strategica che correva lungo la linea di displuvio alpina, attraverso il Monte Nevoso; rinunciò, in cambio, alla Dalmazia ed accettò che Fiume fosse eretta a stato libero.
Le esigenze più volte manifestate dai vertici militari per la sicurezza di Trieste e dell'Istria trovarono così pieno riconoscimento. Il comando di Fiume reagì alla notizia dell'accordo ordinando l'occupazione delle isole di Veglia e di Arbe e, contemporaneamente, della zona del monte Luban, incluso nel territorio del Corpus separatum di Fiume; nonostante le intimazioni del comando supremo, i fiumani non recedettero dall'occupazione, anzi riaffermarono la loro volontà di resistenza e intensificarono la campagna di proselitismo verso le truppe dislocate lungo la linea di blocco, ottenendo ancora qualche successo.
La necessità di porre termine, in concomitanza con la ratifica del trattato di Rapallo, alla anomala situazione di Fiume era sempre più sentita e caddero così le ultime illusioni sulla possibilità di una soluzione spontanea. Si iniziarono, quindi, i preparativi per un'azione di forza che, in una prima fase, doveva consistere in un blocco effettivo e totale per mare e per terra della città di Fiume.
Visto che il blocco non provocava la soluzione sperata e giunto il 16 dicembre l'ordine del Governo di risolvere definitivamente la questione di Fiume, si cominciò a pensare alle operazioni per l'occupazione della città ; tuttavia le truppe regolari non avevano ancora raggiunto la prevalenza numerica su quelle dannunziane.
Alle ore 14.00 del 24 dicembre 1920 giunse l'ordine per tutte le truppe in linea di avanzare verso Fiume sopraffacendo chiunque avesse cercato di ostacolare la loro azione. Si trattava di un attacco frontale di massa. Verso le ore venti i progressi fatti dalle truppe regolari non apparivano, però, notevoli, le difficoltà derivavano anche dal non essere riusciti a stabilire fin dall'inizio delle operazioni una superiorità numerica rispetto ai 4.400 uomini agli ordini di D'Annunzio. Si valuta, infatti, a circa tremila uomini la forza delle truppe intorno a Fiume il 24 dicembre.
La giornata del 25 fu punteggiata da tiri di artiglieria e di armi automatiche da parte dei fiumani, l'ordine di attacco venne rinnovato per le ore 6.00 del giorno successivo. Nella prima parte della mattinata del 26 dicembre le truppe regolari, tenacemente contrastate dai dannunziani, compirono progressi notevoli, combattendo casa per casa. Verso le ore undici un battaglione di truppe regolari cadde però in un agguato e molti suoi uomini furono catturati. L'artiglieria pesante campale, allora, aprì il fuoco sul porto e nel pomeriggio i combattimenti continuarono con asprezza. L'artiglieria ricevette l'ordine di dirigere il fuoco sul centro della città : alle 15.30 i pezzi da 152 millimetri della corazzata "Andrea Doria" aprirono il fuoco sul palazzo del comando di D'Annunzio. Nella tarda serata l'attacco non aveva però ancora ottenuto risultati decisivi.
La giornata del 27 fu caratterizzata dal riordinamento delle forze regolari e da tiri di artiglieria sul palazzo del comando e sulle caserme fiumane; a questo punto veniva constatato il raggiungimento della superiorità numerica e di una notevole disponibilità di artiglierie da parte delle truppe regolari.
L'azione decisiva, prevista per le ore 12.00 del 31 dicembre fu fortunatamente evitata dalla notizia delle dimissioni di D'Annunzio. Le successive trattative assicurarono ai fiumani la possibilità di lasciare liberamente la città entro cinque giorni; fu inoltre autorizzata la costituzione di due battaglioni di milizia formati esclusivamente con cittadini di Fiume.
Nei primi giorni del 1921 le navi e i militari dannunziani uscirono gradualmente dalla città . La più grave crisi che avesse colpito l'esercito italiano era così terminata, i combattimenti necessari per giungere alla sua conclusione costarono ai reparti regolari 25 morti e 139 feriti, appena inferiori furono invece le perdite dei dannunziani.
Il fatto che alcuni reparti d'assalto, disattendendo gli ordini legittimi del governo, parteciparono all'occupazione di Fiume non poteva non decretare la fine degli arditi; ne derivò la rinuncia a tutti i tentativi di rilanciare i reparti d'assalto.

2.5 1920: Ordine definitivo di scioglimento

Nonostante tutte le fonti disponibili concordino nel sostenere che l'apporto dei reparti arditi alla sedizione fiumana fosse minore di quanto si crede, la diserzione di alcuni reparti d'assalto non poteva non decretarne il definitivo scioglimento.
All'incirca un sesto degli arditi della 1. divisione d'assalto seguì D'Annunzio a Fiume: il tenente colonnello Repetto, comandante del 3° gruppo d'assalto, il maggiore Nunziante con otto ufficiali e 250 arditi del suo VIII reparto d'assalto e la 2. compagnia del XXII reparto d'assalto.
Come si può notare gli arditi presenti a Fiume non furono poi molti, ma D'Annunzio attinse a piene mani nei miti e riti dell'arditismo, si vestì lui stesso quasi sempre da ardito e volle gli arditi intorno a sè come guardia personale, chiamò "arditi" i suoi seguaci, lanciò le loro grida e ne cantò le canzoni di guerra, fino a confondere l'opinione pubblica, che finì con l'attribuire agli arditi nell'impresa fiumana un ruolo maggiore del vero.
La sedizione dannunziana rese evidente i pericoli per l'unità e la forza dell'esercito che derivava dalla politicizzazione dei reparti arditi. Una parte notevole degli ufficiali, forse la maggioranza, simpatizzava con gli obiettivi di D'Annunzio ed avrebbe accolto con piacere il suo colpo di mano, se non avesse coinvolto truppe regolari; invece intorno a Fiume l'esercito era sembrato sfasciarsi: battaglioni in rivolta contro i loro ufficiali, generali arrestati e derisi, comandanti che confessavano di non sapere se i loro uomini avrebbero obbedito agli ordini, soldati che sparavano a freddo su altri soldati; e la responsabilità di tutto ciò era della politicizzazione patriottica che i comandi stessi avevano tollerato, se non incoraggiato.
Possiamo anche constatare come, alla vigilia delle elezioni politiche del novembre 1919, quando gli alti comandi proposero di includere la 1. divisione d'assalto (ridotta ad appena 4.000 effettivi) nel novero delle grandi unità che rientravano in paese dalla zona di confine, fu proprio il ministro della guerra Albricci, a nome del presidente del consiglio Nitti, a porre il veto, chiedendo di "trattenere zona armistizio Divisione assalto perchè attuale movimento (sic) politico esige che truppa ottima come impiego sia tenuta lontana ardenti contese ora esistenti".
L'ordinamento provvisorio dell'esercito, che va sotto il nome del ministro proponente, Albricci, fu varato il 21 novembre 1919 e non faceva cenno di reparti d'assalto nè di arditi. Lo scopo dell'ordinamento Albricci era quello di creare un esercito che potesse riprendere la sua tradizionale funzione di tutore dell'ordine pubblico; nell'atmosfera di tensione del 1919 si volevano reparti esigui, senza il complesso armamento della guerra di trincea.
A seguito delle dimissioni di Albricci, in occasione della crisi del primo ministero Nitti, il 14 marzo 1920 era nominato ministro della guerra Ivanoe Bonomi. Il 20 aprile veniva varato il nuovo ordinamento provvisorio dell'esercito, conosciuto come ordinamento Bonomi, che era la riproduzione perfetta quasi in ogni particolare, ma in dimensioni ridotte, dell'ordinamento Albricci.
Entrambi gli ordinamenti non consideravano l'ipotesi di un riordinamento dei reparti arditi, la 1. divisione d'assalto veniva sciolta nel gennaio 1920, nel frattempo alcuni reparti arditi continuarono a vivere, come il reggimento d'assalto dislocato in Friuli, che nella primavera 1920 era costituito dai reparti IX, XX e XXII, mentre altri reparti d'assalto erano distribuiti tra i corpi d'armata delle regioni venete.
In giugno il ministro Bonomi decise di inviare il reggimento d'assalto in Albania ma, come abbiamo precedentemente evidenziato, si verificarono gravi incidenti al momento della loro partenza dal porto di Trieste, quando un gruppo di arditi si rivoltò.
Il reggimento d'assalto giunse a Valona a metà giugno 1920 con 1.700 uomini, sostenne alcune scaramucce e un sanguinoso combattimento a fine luglio e fu reimbarcato a metà agosto, nel quadro del ritiro di tutte le truppe italiane dall'Albania. Nell'autunno i reparti d'assalto ancora esistenti erano concentrati verso il confine jugoslavo agli ordini del colonnello Bassi, quando vennero raggiunti alla fine dell'anno dall'ordine definitivo di scioglimento.
Come abbiamo potuto evidenziare il motivo che portò, alla fine del 1920, alla soppressione dei reparti arditi, fu la constatazione da parte degli alti comandi che la politicizzazione dei reparti d'assalto avrebbe minato l'unità dell'esercito. La riprova dei loro timori venne proprio dalla "questione fiumana" nella quale interi reparti disertarono, disattendendo gli ordini del governo legittimo e schierandosi al fianco di D'Annunzio, per rivendicare le pretese territoriali che avevano lo scopo di risarcirli della "vittoria mutilata". Una vittoria di cui gli arditi si consideravano gli artefici principali e per la quale l'intera nazione doveva essergli debitrice.
Una considerazione ulteriore è la constatazione che, in una situazione così radicalmente diversa dal periodo bellico, l'obiettivo alla base di tutti i provvedimenti relativi al riordinamento dell'esercito nel periodo post-bellico (con gli ordinamenti provvisori Albricci prima e Bonomi poi), fosse quello di riportare urgentemente l'esercito alla sua funzione di tutore dell'ordine pubblico e non certo di creare un esercito per la guerra.
In una situazione del genere era inevitabile che non vi fosse futuro per questi reparti privilegiati, dotati di un alto morale e di un addestramento curatissimo, con uno spirito di corpo esasperato e caratterizzati da un atteggiamento di distacco e di superiorità rispetto agli altri corpi dell'esercito; furono creati per far fronte ad esigenze belliche, in particolare per dare una svolta alla guerra di trincea con i loro assalti; esigenze belliche che sul finire del 1920 non erano, ovviamente, più presenti.

CAPITOLO 3

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

 

 

3.1 Un nuovo tipo di guerra

Salvo riconoscimenti propagandistici sempre più retorici, nessun rilievo fu concesso nell'Italia liberale e poi fascista all'esperienza dei reparti d'assalto, come alla maggior parte degli insegnamenti della prima guerra mondiale.
La nota caratterizzante della politica militare fascista fu la piena alleanza tra le alte gerarchie militari ed il regime. I militari avevano favorito il sorgere delle squadre fasciste e decisamente appoggiato l'ascesa al potere di Mussolini ed il consolidamento della sua dittatura. Abbiamo evidenziato nel capitolo precedente, infatti, come lo squadrismo fascista abbia avuto inizio con l'incendio, ad opera degli arditi, delle sede dell'Avanti! e che squadre di arditi armati presidiarono regolarmente la redazione del Popolo d'Italia con la connivenza della polizia e delle gerarchie militari.
L'alleanza delle forze armate col fascismo fu mantenuta sino alle sconfitte del 1942-1943; si manifestò anche nell'avallo sempre concesso dai militari alle esagerazioni propagandistiche sulla potenza militare italiana, utili solamente per la politica interna del regime piuttosto che per la serietà della preparazione bellica.
In cambio di questo appoggio, le gerarchie militari ottennero dal governo una piena autonomia nella gestione delle singole forze armate. Abolito ogni controllo parlamentare ed ogni possibilità di dissenso anche su questioni puramente tecniche, generali e ammiragli furono liberi di gonfiare gli organici e scegliere una politica di prestigio tradizionale, anzichè seguire i progressi tecnici e preparare realmente un nuovo conflitto. Ad esempio, fu vanificato ogni tentativo di coordinamento tra le forze armate; ogni forza armata fu così libera di svilupparsi nella direzione preferita, ignorando completamente le altre, così come le modificazioni della situazione internazionale.
L'impreparazione delle forze armate dell'Italia fascista, dinanzi alla seconda guerra mondiale, sono quindi riconducibili a responsabilità sia di Mussolini che dei comandi supremi delle forze armate.
Il ritardo della preparazione militare italiana divenne realmente grave e preoccupante solo a partire dal 1935-1936, cioè dal momento in cui il riarmo tedesco si profilò in tutta la sua pericolosità , determinando in Gran Bretagna e in Francia l'approvazione di programmi di spese militari di eccezionale portata, mentre in Italia le risorse disponibili erano assorbite da una politica di potenza di breve respiro, che ebbe nell'aggressione all'Etiopia e nell'intervento in Spagna le manifestazioni più rilevanti.
I comandi italiani, inoltre, si dimostrarono in tutti questi anni incapaci di comprendere appieno le esigenze della guerra moderna e di orientare in questa direzione lo sviluppo delle forze armate e del loro impiego sul campo. La seconda guerra mondiale registrerà , infatti, una gara continua per migliorare gli armamenti, renderli più offensivi e meno vulnerabili alle armi degli avversari. Questa gara, che impose la mobilitazione permanente della tecnologia, riguardò tutti i campi, da quello dei trasporti e delle armi leggere a quello dei più potenti mezzi di distruzione, e fu particolarmente appariscente nel settore degli aerei, dei carri armati, delle artiglierie. Complessivamente la guerra veniva così a dipendere dal grado di sviluppo di un sistema industriale, dalla sua efficienza e dalla sua capacità di assecondare la continua evoluzione tecnologica.
Tutte le fonti disponibili, infatti, concordano nella valutazione secondo cui la seconda guerra mondiale segnò il trionfo della componente tecnologica dello strumento bellico rispetto alle masse di uomini della prima.
Per comprendere appieno le contraddizioni che caratterizzarono la politica militare italiana durante il fascismo bisogna ricordare che, dopo l'occupazione italiana dell'Etiopia del 5 maggio 1936, i rapporti internazionali cambiarono; l'Italia, infatti, malgrado la presenza della dittatura fascista, nella prima metà degli anni trenta, partecipava a pieno titolo a quel sistema di alleanza, garante del trattato di Versailles, formato tra le potenze europee vincitrici della prima guerra mondiale (Inghilterra, Francia e Italia), e al qual