CRONACA AGGIORNATA OGNI ORA

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Pubblicato il 19/10/2017

I. Era terribilmente caldo, a Mogadiscio, quel pomeriggio del 23 Giugno 1993.

Il “load master” aveva aperto la porta laterale del C 130 in preda ad un evidente stato di agitazione che non cercava assolutamente di dissimulare. Quando gli passai accanto (con la mia uniforme desertica nuova di trinca, il cinturone e la pistola al fianco, tutta l’attrezzatura stipata a fatica in un enorme zaino e col fucile in spalla), mi sfiorò con una rapida occhiata che solo molto più tardi interpretai per quello che realmente significava. In quel momento mi parve di leggere su quel viso solo una gran dose di invidia per me che iniziavo una missione in cui tutti credevamo e per la cui partecipazione, in Patria, erano in tanti che avrebbero scannato il migliore amico. Io scendevo e lui, molto presto, avrebbe ripreso il volo verso la lontana Italia, verso la consuetudine del servizio. Ebbi quasi un moto di compassione per quell’uomo. Io arrivavo per difendere la popolazione Somala dai predoni, per ristabilire la pace in un paese devastato dalle razzie e dalla guerra civile. Mi sentivo come un cavaliere di altri tempi e di questa sensazione ero felice e orgoglioso e il fatto di essere della partita mi sembrava un privilegio inestimabile di cui forse, in fondo, non ero neanche degno.

Ma c’ero e questo era tutto ciò che contava. E sentivo che mi sarei fatto onore.

L’aria calda entrò turbinando nella carlinga lasciandoci per un attimo a boccheggiare come pesci fuor d’acqua mentre la fronte si imperlava rapidamente di sudore.

La luce esterna, a paragone di quella a bordo, era abbacinante. Scesi la scaletta a occhi socchiusi, con passo incerto, un po’ per il peso di quanto portavo e un po’ per l’impatto con la realtà ambientale per la quale avevo cercato di prepararmi studiando le svariate librette che il comando ci aveva dato.

Posai i piedi sulla pista dell’aeroporto di Mogadiscio mentre il vento, che in seguito avrei scoperto essere perennemente presente, spazzava a folate calde e umidissime l’aria; vidi l’impronta degli stivaletti svanire nel sottile velo di sabbia che si spostava sull’asfalto, come un tappeto vivo. Per un istante mi sentii come quell’astronauta il cui famosissimo piede aveva, per primo nella storia dell’umanità, calcato il suolo lunare.

Tirai un respiro profondo e prolungato. Sorrisi.

Era cominciata.

II. Non passò qualche minuto che il sorriso mi si spense in viso. Nella confusione che regnava intorno all’aereo causata da noi che eravamo scesi, da quelli che scaricavano montagne di bagagli e attrezzature e da coloro che attendevano di ripartire, non c’era nessuno che aspettava me. Dopo una vana ricerca trovai un passaggio per il “porto nuovo” , che sapevo essere la mia destinazione, nel cassone di un ACM 80 che trasportava una decina di carabinieri (che in Somalia svolgevano funzione di MP). Prima di uscire dai confini dell’aeroporto il “capo cassone” del mezzo, colui che in quella circostanza coordinava gli eventuali interventi a fuoco da bordo del veicolo, mi disse qual era la condizione di allarme in vigore e quindi di indossare l’elmetto, di inserire il caricatore nel SCP 70/90 che avevo con me e di stare attento a fronteggiare eventuali attacchi di guerriglieri, attenendomi alle sue istruzioni.

– Si comincia bene- mi dissi.

Feci come mi aveva detto e poco dopo uscimmo in Mogadiscio varcando il posto di blocco, gestito dai pakistani, posto all’ingresso.

Per la prima volta in vita mia mi trovavo in una situazione reale, in una zona di guerra. Credevo che la cosa non mi avrebbe scosso più di tanto, che avrei risposto alla tensione con fermezza e indifferenza e invece ero fradicio di sudore, stringevo l’impugnatura del mitra con una forza non necessaria e i miei occhi saettavano da tutte le parti come impazziti in cerca di qualche possibile pericolo. Ma vidi subito che avrei dovuto averne a centinaia, di occhi, per poter effettivamente controllare tutto l’intorno. Lungo i margini della strada c’erano ovunque, in capannelli grandi e piccoli, decine e decine di Somali intenti ad osservarci, con le schiene appoggiate a muri decrepiti, seduti all’ombra di asfittici alberelli. Quei muri erano le pareti di tuguri che un tempo erano state case non troppo diverse dalle nostre ma che, dopo la “cura” della guerra, erano in tutto simili ai ruderi martoriati che i terremoti lasciano dietro di loro. Dalle molte finestre scure e irregolari facevano capolino teste di ragazzini e di adulti; alcuni ci additavano in silenzio con facce imperscrutabili, altri ci gridavano qualcosa che era impossibile capire ed altri ancora ci chiedevano acqua in uno stentato italiano. Da altre aperture, spesso solo brecce, biancheggiavano ovunque grandi occhi spalancati.

Ricordavano i fiochi lumini di un cimitero. Occhi di bambini e di adulti nella cui terribile vacuità era pronunciata la domanda che troppo spesso capita di porsi in questa vita: PERCHE’ ?

E ben presto, mentre continuava lo sconnesso viaggio su quella strada zeppa di buche e relitti di ogni genere mi accorsi di quell’altro elemento che caratterizzava inconfondibilmente quel posto.

Isaac Asimov scriveva nei suoi romanzi che ogni pianeta possiede un proprio odore caratteristico. Così è anche per il “pianeta Somalia”.

Non me n’ero accorto fino a quel momento perché il mio olfatto era stato ridotto a mal partito dalle esalazioni penetranti dei lubrificanti e del Kerosene che avevo respirato per ventitré ore durante il volo, ma l’aria, pur essendo in continuo movimento, era satura di un odore particolare che mai avevo sentito prima. Difficile descriverlo. Era l’odore di quel luogo, l’odore che avrebbe impregnato i nostri vestiti, che ci avrebbe accompagnato per tutta la missione come una scimmia sulla spalla. Posso solo dire che era il prodotto di una inestricabile miscela di ingredienti tra i quali spiccava, a seconda della località, ora una cosa ora un’altra. Anche se, come una sorta di retrogusto, c’era ovunque un particolare olezzo di legno bruciato.

Comunque, non dispiaceva. Era esotico, misterioso eppure confortante perché, seppure molto alla lontana, mi ricordava l’odore che aleggiava nel piccolo paese di campagna dove passai gli anni dell’adolescenza quando, d’inverno, i caminetti erano accesi e il fumo di legna scendeva per le viuzze di pietra.

In seguito avremmo annusato ben altri odori. Ma questa è una storia che deve ancora venire.

Il viaggio stava per finire. Il capo cassone mi indicò con la canna dell’arma l’approssimarsi dell’ultima curva prima del porto. Calcolai che dall’aeroporto al porto non c’erano più di dieci minuti di strada, a patto che la via non fosse ingombrata dai somali che, con i loro scassatissimi mezzi, procedevano a passo d’uomo, causando paurosi ingorghi. Erano incredibili quei camion, quei furgoncini fumiganti che sembravano ammassi di lamiere tenute insieme dal fil di ferro e da una buona dose di intervento divino; e ancora più assurdi erano quegli “pseudo autobus”, di solito pick-up Toyota, che saltellavano ovunque scoppiettando enormi nuvole di fumo azzurrognolo, trasportando un numero impossibile di passeggeri stipati all’interno e appesi all’esterno.
In realtà sembravano “pagliai umani” che si spostavano come per magia dato che spesso non si vedeva il mezzo su cui quella gente si abbarbicava. Ricordo che fu quello il primo momento in cui ebbi a stupirmi della singolare abilità di quella gente con la meccanica in genere.

In seguito avremmo visto degli autentici miracoli viaggianti, dei veicoli impossibili frutto delle capaci mani e, forse più, della disperata volontà di continuare a vivere, dei somali.

Così arrivammo all’ingresso del porto nuovo, dove in pratica si sarebbe svolta la mia missione. Percorremmo la gimcana, predisposta utilizzando enormi longherine d’acciaio per far rallentare i veicoli in modo da poterli controllare agevolmente, e varcammo il check- point controllato dagli americani.

Gli americani.
Era la prima volta che ci avevo a che fare in operazione. Su di loro ne avevo sentite di tutti i colori, ma quello che più veniva detto da chi li aveva conosciuti sul campo era che fossero dei militari piuttosto scarsi, presuntuosi oltre misura e bisognosi della pappa scodellata.
Certo quasi del tutto privi di quello spirito d’iniziativa che invece è la nostra maggiore peculiarità. Ricordo, passando per il posto di controllo, lo sguardo che le due guardie di zio Sam, perfettamente equipaggiate ed impeccabili, ci posarono addosso, dalla penombra della visiera dei “fritz”. C’era senza dubbio tanta sufficienza e forse qualcosa di più.

Girandomi vidi che ridevano e si scambiavano qualche parola additandoci. Che rabbia mi fecero. Promisi a me stesso che si sarebbero rimangiate quelle espressioni. Comunque il camion si arrestò davanti ad un immenso capannone portuale e mi fu detto che ero arrivato.
Scesi con tutto l’armamentario e salutai i carabinieri. Entrai da un enorme portone e subito, in alto sulla destra, vidi la scritta “RE.LO.CO ITALIA” dipinta un po’ approssimativamente su una tavola di legno inchiodata a due pali a mo’ di insegna. Mi ricordò immediatamente quei pannelli dipinti dai nostri di El Alamein, quelli così mirabilmente illustrati nei disegni del Grandissimo Dominioni.

Sotto c’era una scrivania ingombra di mucchi di carte dietro i quali emergeva, luccicando di sudore, una pelata abbronzata il cui proprietario era intento in una vivace conversazione telefonica. Attesi che finisse e, non appena riattaccò e lo udii abbandonarsi con un sospiro contro lo schienale della sedia (in un penoso scricchiolio di legno), mi feci avanti scostando le scartoffie.

Feci così la conoscenza di Michele, un maresciallo operatore di computer che aveva l’incarico di tenere sotto controllo la situazione di tutti i mezzi e i materiali del contingente italiano, passanti per il porto. Era un uomo di carnagione scura, non alto e con una circonferenza alla cintura di tutto rispetto.

Sopra un enorme paio di baffi neri ( sormontati da un naso altrettanto abbondante ), brillavano due occhi vivaci e attenti. Queste sue caratteristiche, unite ad una parlata sciolta e piacevolmente “romanesca”, me lo fecero subito valutare come un tipo simpatico; in seguito avrei scoperto che a quella simpatia spontanea si univano doti umane e professionali non comuni che ne avrebbero fatto, oltre che un prezioso collaboratore, un buon amico.

***

Ma ora, fermiamoci un attimo.

Quanto hai letto fino ad ora, te ne sarai accorto se sei un tipo accorto, difetta in modo sospetto di quell’immediatezza di esposizione che dovrebbe essere propria di un diario. E’ tutta colpa di quella volontà assai forte in me di cercare di rendere a tutti i costi “letterario” uno scritto.

In effetti inizialmente, dal diario che scrissi durante la campagna in Somalia ero intenzionato, assai presuntuosamente, a tirar fuori un libro; quindi un qualcosa di ben più articolato e complesso del semplice resoconto scarno e poco approfondito che era originariamente. E così cominciai. Ma dopo poco mi accorsi che non andava. Il racconto perdeva di spontaneità e inoltre, non essendo certamente io uno scrittore, diventava farraginoso, pesante e infarcito di prolissità che alla fine mi allontanavano dallo scopo prefisso.

E’ questa una buccia di banana su cui scivolo spesso nei miei lavori (a volte, o quasi sempre, del tutto volontariamente), preso come sono a cercare di usare le costruzioni più particolari e arzigogolate di cui sono capace, per il divertimento che provo ad avventurarmi in periodi tanto lunghi da obbligare chi legge ad andare avanti perdendo man mano il fiato alla disperata ricerca di quel punto che dovrebbe chiudere la frase, e che non arriva, suscitando in me, che possiedo una discreta fantasia figurativa, quella sottile ilarità tipica di chi sente di aver giocato un tiro da furbetto, potendo vedere benissimo con gli occhi dalla mente il malcapitato, costretto magari a tornare indietro e ricominciare la lettura perché ha perso il filo tra i meandri delle righe.

Ecco. Ci sono cascato ancora.

Ma non temere, paziente lettore. Ho voluto solo giocare un po’, forse per alleggerirmi lo spirito e il braccio prima di accingermi a ripercorrere il diario riscrivendo “in bella” quanto in esso contenuto e che, come potrai appurare, difetta semmai del male opposto. Infatti, dopo una ponderosa elucubrazione, ho deciso di non alterare praticamente niente dello scritto originale, proprio per non spegnere o attenuare “l’effetto alone” che spero si sprigioni ancora da esso, così che tu possa leggere “tra le righe” e comprendere appieno cosa volevo esprimere e quale era lo stato d’animo, spesso altalenante, che mi animava quando impugnavo la penna; è poi questo, alla fin fine, il motivo per cui mi sono deciso a rispolverare quell’agenda che da allora non avevo mai più sfogliato.

Se avessi fatto altrimenti il risultato sarebbe stato probabilmente migliore nella forma, ma è certo che avrei perso di vista l’obiettivo principale; e, alla fine, l’onere di riaprire quella specie di vaso di Pandora sarebbe stato un’incombenza senza troppo senso.

Non trovi?

L’unica concessione che mi sono fatta, ma solo al nobile scopo di permetterti una migliore comprensione, è stata quella di inserire ove l’ho ritenuto necessario, delle note chiarificatrici chiuse tra parentesi e precedute dalla sigla abbreviata “nota a posteriori”

(NP: …) in modo che siano ben separabili dal contesto di allora.

Ma, bando alle ciance! Ritorniamo all’inizio, al 22 giugno1993, sfogliando il diario originale.

22 giugno 1993 ( ITALIA Pisa A.F.B )

Ore 18.55, take- off per la Somalia in C-130. Sembriamo un carro bestiame. Mucchi di materiali e di uomini dovunque. Dopo due ore e trenta di volo il velivolo va in avaria. Grande agitazione a bordo e decisione di rientrare a Pisa. Dopo cinque ore di volo totali, alle 23.55, atterriamo al Galilei. Ci fanno abbandonare l’aereo in fretta e furia. Pare ci sia un forte pericolo d’incendio e in effetti il puzzo del kerosene porta via il naso. Ci conducono al cinema dell’aeroporto militare, dove, verso le 02.30 del mattino ci dicono che possiamo ripartire. Ci alziamo dal pavimento completamente rincoglioniti e ci avviamo al velivolo. Decolliamo alle 03.05 e dopo sei ore esatte atterriamo a Luxor. Tocchiamo il suolo egizio alle 09.05 ora italiana. Dopo un veloce disarmarsi scendiamo a terra

( NP: In territorio egiziano non era consentito sbarcare armi e perciò dovemmo lasciarle a bordo, fino al più piccolo tric trac ).

Luce accecante, un caldo bestiale ma secco, non opprimente. Veniamo raccolti su un pullman e condotti alla sala d’attesa del terminal civile. Mentre andiamo, parcheggiati molto lontano e tremolanti come un miraggio, mi sembra di intravedere alcuni aerei da caccia. Penso Mig- 21. Qui sostiamo per circa un’ora, guardati a vista da sentinelle armate. Due palle. Decolliamo da Luxor alle 10.00 e dopo sei ore ancora di tormento aeronautico atterriamo finalmente a Mogadiscio.

***

(NP: da questo momento inizia l’esperienza più difficile che abbia fatto da quando vesto la divisa. Tutto ciò che seguirà potrà sembrare a volte crudo, a volte banale, altre volte noioso e certamente sgrammaticato ma rimarranno, queste pagine, ricordo e monito per me e la mia coscienza da cui spesso mi è capitato di dissociarmi per poi pentirmene a danno fatto. Che io possa perdonarmi perché non c’è giudice più severo di me stesso).

23 giugno 1993 ( SOMALIA Mogadiscio)

Ma siamo già al ventitré, il tempo vola. In aeroporto un gran caos di mezzi e materiali; uomini vestiti in uniformi desertiche formicolano di qua e di là armati fino ai denti. Si aggirano su mezzi scoperti e osservano la zona fiancheggiante la pista con sguardi acuti, le mani strette sui fucili. Raggiungiamo il porto sotto un monsone ritardatario, scortati da due VM

(NP: i VM sono “gipponi” turbo diesel della IVECO che molto onore si sono fatti durante la campagna somala) zeppi di soldati. Sembrano porcospini tante sono le canne degli SCP 70 che ne fuoriescono dalla sagoma

(NP: l’ SCP 70 era l’arma individuale in dotazione alle nostre truppe; in pratica era al suo battesimo del fuoco, risultato poi abbastanza soddisfacente).

E tutto intorno miseria e distruzione. Ruderi come si possono vedere solo nei film catastrofici, scheletri vivi a tendere lunghe braccia scure verso di noi mentre grandi occhi luccicano da orbite nere come la miseria che qui e l’unica, vera, vincitrice della guerra. Già, perché questa è guerra, a tutti gli effetti. Lo si respira nell’aria, lo si vede ad ogni metro che percorriamo.

Il monsone offusca l’aria rendendo tutto più surreale di quanto già non sia. Eppure è realtà. Case decrepite e bucherellate, mangiucchiate da tutti i lati come formaggio aggredito dai topi. Dappertutto fango, voragini, mucchi di gente come spazzatura sui margini della strada e della vita stessa.

In porto faccio la conoscenza con una parte degli uomini che avrò al mio comando. Una bella varietà di personaggi, non c’è che dire. Li conoscerò meglio in questi mesi che passeremo insieme. Qualche idea me la sono fatta, ma non mi fido della prima impressione. Gli altri sono fuori impegnati in un trasporto materiali. Li vedrò al loro rientro, tra un paio di giorni. Purtroppo non potrò avere nessun tipo di affiancamento. Il mio predecessore è già tornato in Italia. Per fortuna c’è Michele, un maresciallo addetto ai computer. Sembra un tipo in gamba e si prodiga nello spiegarmi il compito. In effetti, questa era una delle cose che più mi preoccupavano ancora prima di partire. Sino a questo momento non avevo ricevuto nessuna spiegazione o inquadramento su ciò che sarei andato a fare. Le solite cose all’italiana.
***

La sera arriva fresca e ventosa. Passeggio nel porto lungo sterminate banchine ingombre di containers, di mezzi militari di tutti i generi. Le nuvole corrono veloci verso l’entroterra. Nascondono continuamente le stelle che brillano come gemme su uno sfondo di ossidiana. L’oceano è agitato. Che senta anche lui il malessere che mina questa terra su cui si appoggia?

Vado in branda, protetto da una zanzariera sorretta da un catafalco di fortuna. Sono stanchissimo, ma nonostante questo ci metto molto ad addormentarmi. Tempeste di pensieri si infrangono sulla volontà di spegnere i circuiti e, unite al chiasso che fanno gli stormi di pipistrelli che volteggiano ininterrottamente nel cielo del capannone, mi tengono desto. I pipistrelli…nessuno si sognerebbe di cercare di scacciarli. Sono utilissimi, mangiano le zanzare.

Finalmente scivolo nel sonno, accompagnato dai versi dei topi volanti, dal ronzio dei generatori, dal frastuono degli elicotteri che passano continuamente sopra di noi, dalla musica rap dei portatili dei soldati americani accampati a pochi metri da noi.

24 giugno 1993

E’ stato un giorno duro. Non so quanti viaggi abbiamo fatto con i camion e le gru avanti e indietro tra aeroporto, porto vecchio e porto nuovo

(NP: noi eravamo basati nel capannone al porto nuovo. Al porto vecchio c’era il raggruppamento “ALFA” e all’aeroporto la COMPAGNIA AVIORIFORNIMENTI, il nostro “alter ego”, con il compito di caricare e scaricare gli aerei).

E ogni volta elmetto, giubbotto antiproiettile, fucile, bombe a mano appese addosso, colpi di riserva ecc. ecc. Le strade sono piene di possibili punti di imboscata. Sono così tanti gli anfratti, gli squarci, le finestre da cui possono aggredirci che si attorcigliano gli occhi per cercare di guardare tutto mentre avanziamo rallentati dai grossi container che trasportiamo. Per non parlare delle mine… anche se devo dire che, a preoccuparmi di più visto l’attuale stato delle cose, sono i miei stessi militari. Speriamo che non succedano casini con tutte queste armi cariche in giro.

Anche oggi il tempo è incerto. Rovesci di pioggia da infradiciarsi subito seguiti da un sole micidiale che si appiccica sulla pelle come stagnola rovente. Il sole dell’Africa. Un sole diverso.

Le mani mi tremano sudate mentre stringo l’impugnatura del fucile. Gli occhi cercano come esploratori impazziti; e la gente continua ad allungare verso di noi lunghe dita come stecchi bruciati, chiedendo acqua, pane, in un italiano stentato simile a quello degli sciagurati “vu cumprà” di casa nostra.

Dobbiamo sembrare dei marziani ai loro occhi, e invece siamo solo italiani. Nei loro occhi l’invidia per la nostra condizione, lontana anni luce dalla loro.

Tutto è relativo: quello che per noi è tormento cioè tasse, politica, disoccupazione, per questa gente potrebbe essere paradiso.

Arriva la sera. Ogni tanto si odono raffiche, spari isolati, esplosioni lontane. La radio gracchia di scaramucce in corso verso il “Km 4”. Si fa presto l’abitudine agli spari, come ai generatori e ai pipistrelli. Forse ci metterò di più ad abituarmi alla vista dei somali, al pensiero del loro presente, del futuro che li aspetta in un paese che forse, mai come ora, si può definire, come fu per la nostra Italia in neanche troppo lontana memoria, “un’espressione geografica”.

In serata arriva una notizia che ribalta lo stato delle cose. Siamo in “allarme 1” il che significa guerra. O giù di lì. Che schifo.

25 giugno 1993

Anche oggi un giorno pesante. Spostamenti di containers e tanta confusione. Ho conosciuto il resto della mia gente. Sono una quarantina in tutto. Una bella accozzaglia di individui tra i quali si nascondono sicuramente mele marce. Qualcuna credo di averla già individuata. Vedrò. Per fortuna tra quelli “buoni” ci sono Nico e Manuele, due amici e colleghi della Smipar. Il primo, sottotenente, è il mio vice. Giovane e in gamba. L’altro, maresciallo, operatore di mezzi speciali, è uno degli uomini più generosi che abbia mai conosciuto. Un ragazzo eccezionale, che mi sarà senza dubbio di grande aiuto. Purtroppo ho conosciuto anche il mio comandante diretto. Una persona che, da quello che mi ha mostrato al primo impatto (spero di essere pessimista, che oggi avesse la luna per traverso) potrei definire, in un impeto di bontà, un “tantino esaurita”. Ma temo proprio che sia realmente così. Apprensivo, freddo e contorto nel dare le disposizioni, come se desse per scontato che quanto sta per uscirgli di bocca sia già compreso da chi l’ascolta e che tutti possano seguire la sua “linea” di pensiero. Sicuramente un conoscitore della materia, ma certamente stanco o con un carattere tale da non sapere neanche dove stia di casa il governo del personale. Raccolgo pareri dai miei amici, so di potermi fidare. Sono concordi con me. Sarà dura andare avanti con quest’uomo.

Sono le sette di sera e stiamo per andare a fare la doccia quando Aidid viene a farci visita. Due forti esplosioni rimbombano nel capannone. Subito vengono spente le luci e scatta il dispositivo d’allarme. Hanno colpito nel porto, ai moli. Qualcuno dice d’aver visto le vampe. La sicurezza si disloca nei punti di fuoco e usciamo, Roberto ed io

(NP: Roberto è un tenente della Smipar, un amico. Era ufficiale di collegamento presso gli arabi, basati anch’essi nell’area del porto nuovo), a vedere dove sono caduti i colpi e se c’è bisogno d’aiuto. Hanno beccato la fiancata di una nave cisterna statunitense. Si vede un foro quasi circolare di circa un pugno di diametro da cui fuoriesce a pressione uno zampillo di liquido. Sono i bersagli preferiti degli uomini di Aidid, le cose che battono le stelle e le strisce. Quella roba che spruzza dalla nave è acqua. Il proiettile ha colpito un tank di stabilizzazione. Una fortuna incredibile. La nave è piena di combustibile per elicotteri e mezzi terrestri, una vera bomba ad alto potenziale. La fanno salpare e uscire dal porto. Meglio così, potremo dormire più tranquilli. L’allarme cessa alle 22.30. Le esplosioni erano avvenute alle 19.27.

Io e Manuele usciamo a fare un giro sulla banchina. Passiamo accanto ad un rimorchiatore ormeggiato, il “Bison 1”, e ci sentiamo chiamare in perfetto italiano. E’ un sardo, paffuto tarchiato e con una barba da capitan trinchetto, comandante in seconda dell’unità. Ci invita a bordo; saliamo circospetti, con le armi pronte, non si sa mai. Ma la prudenza si rivela inutile. Beviamo un paio di birre in allegria e ce ne andiamo in branda verso mezzanotte e dieci. Sto scrivendo e mi fa male la schiena. Porco mondo.

25 giugno 1993

Un giorno ricco di confusione. Il mattino passa lento e pesante con i trailers (NP: sono i camion che usavamo per trasportare i containers su e giù per la Somalia; dei mezzi fatti per circolare su strade normali, non certo per le accidentate vie che dovevamo percorrere. A posteriori posso dire che ci hanno dato un’enormità di problemi e che se avessimo avuto mezzi più idonei avremmo corso tanti rischi in meno stancandoci la metà ) zeppi di magagne meccaniche ed il colonnello X (NP: così definirò d’ora in poi il comandante del RELOCO) sempre più esaurito.

Inoltre mi riferiscono di alcuni commenti poco lusinghieri sulle mie origini “sottufficiali”. La cosa mi rattrista e passo delle ore in uno stato di quasi depressione. Poi sbarca una torma di bersaglieri, con piume e tutto, e la mente mi è distolta. Meno male.

Oggi sono arrivati dall’Italia altri uomini per la nostra unità. Alberto, un maresciallo della Smipar che conosco da anni e so essere un tipo in gamba oltre che simpatico, e alcuni ragazzi di leva: V., un caporalmaggiore che mi ha tampinato come una lampreda per poter venire quaggiù e Vu., un ragazzino tranquillo che mi pare assai in gamba più altri due di cui ora non ricordo il nome.

Finalmente arriva la sera e poi la notte, senza bombe ed altro. C’è burrasca, il mare continua ad essere agitato. Dal cielo l’ennesimo monsone si rovescia sul tetto del capannone con un frastuono incredibile. Speriamo che Aidid tema l’umidità e ci lasci in pace.

27 giugno 1993

Una domenica tranquilla finalmente. Senza scossoni o fastidi rilevanti. La nave che attendevamo è arrivata in rada. Domattina dovremo scaricarla e non sarà uno scherzo. Ma non mi preoccupo, tutto si può fare. E poi, noi fatalisti, non ci poniamo mai troppi problemi. Il col X è sempre più scoppiato e mi domando quando farà BUM. Spero per lui e per noi che avvenga presto, così potrà andarsene e rimettersi. Abbiamo cenato sul Bison, da Marco, il nostro amico. Un King fish meraviglioso, dal sapore very nice e tanto vino e birra. Rutto libero, poi giro turistico del rimorchiatore. Ci siamo divertiti assai. Ci voleva.

28 giugno 1993

Nella notte hanno ferito gravemente un soldato americano e meno pesantemente un pakistano. Sembra sia stato un cecchino. E oggi ci sono stati nuovi scontri e un altro indigeno ci ha lasciato la pelle. Qui la morte si diverte e noi continuiamo a scaricare containers. Ma cosa sono pochi morti in fondo? Dopotutto si muore, e molto di più, in tante altre parti del mondo. Qui va ancora bene.

Chissà se tornerò con le mie gambe dall’Africa. A volte ci penso, ma poi cambio idea e non ci penso più. Forse è naturale che sia così.

Ma che fatica questa nave! Non passa più.

3 luglio 1993

Ieri sono morti tre dei nostri. Ora sono le otto del mattino. Attendiamo notizie sulle condizioni degli altri feriti che rischiavano di non passare la notte. Speriamo ce l’abbiano fatta.

Siamo inebetiti. E tuttavia ci vorrà del tempo per realizzare fino in fondo quanto è successo.

Sono morti, per mano di gente che si nascondeva dietro donne e bambini usandoli come schermo. Quanti tra i nostri sono stati colpiti per avere esitato a sparare? Come si fa?come si fa?

Ieri sera ci siamo raccolti tutti al porto vecchio: per aiutare, consolare, cercare di riparare i danni subiti dai mezzi… per i danni subiti dai corpi e dalle menti di che si è trovato sotto il fuoco sarà molto più difficile.

Ho visto alcuni dei colleghi coinvolti nell’agguato… si aggirano nel buio del grande piazzale sterrato, illuminato a cerchi netti dalle fotoelettriche. Apparentemente senza una meta, barcollando; sembrano gli Zombie di un film di Romero. Occhi spalancati e fissi a mezz’aria, facce inespressive, voci meccaniche. Qualcuno piange consolato sottovoce da altri. Raccontano di spari, di esplosioni, di urla, di sangue, di polvere. Qualcuno ha ucciso. Un sergente dice di averne beccati tre. Parla lentamente, a tratti, come un automa mal programmato. Solo penombra nel suo sguardo. Mi avvicino, gli osservo gli occhi, attentamente. E sembra di poterci passare attraverso e cadere chissà dove.

I mezzi colpiti: parabrezza infranti, metallo crivellato, pneumatici esplosi. Il VCC (NP: veicolo da combattimento corazzato; un mezzo cingolato in dotazione alle nostre truppe ) in cui hanno ucciso B. è parcheggiato distante dagli altri. Nessuno gli si avvicina. Quasi fosse appestato. Su una fiancata, appena sotto la corazzatura, c’è un piccolo foro sfrangiato, più o meno del diametro di una moneta da cento lire. Da lì si è intrufolata la morte come un tarlo assassino. Dentro, il veicolo è pieno di sangue rappreso; ristagna un nauseante odore di mattatoio. Dicono che B. ha avuto quasi staccata la gamba sinistra, subito sotto la coscia. Dicono che è morto dissanguato in pochi minuti.

Hanno usato di tutto i somali. I nostri sono stati presi in un’imboscata vera e propria.

E ora eccoci qui: il “fior fiore” di un esercito che, dopo cinquant’anni di pace, si trova a piangere i primi morti di guerra, inaspettati, assurdi come tutti i caduti in combattimento, ma terribili in particolare modo perché sono nostri. Sembra cinico, ma è esattamente quello che si pensa, che fa male. Erano italiani, erano come noi, nostri fratelli. Soffriamo in un modo del tutto speciale e non ci sentiamo dei mostri per questo.

6 luglio 1993

“Tempus irreparabile fugit”. Mi sembrava di non aver saltato giorni sul diario ed invece scopro di averne persi diversi. Forse non percepisco più il normale trascorrere del tempo; lunedì, martedì, mercoledì non hanno più un significato preciso. Riconosciamo solo il martedì e il giovedì perché sono i giorni in cui c’è la linea per telefonare in Italia. Ma più probabilmente sono stati gli eventi del due a scombussolare del tutto la percezione del tempo come tale.

La calma sembra tornata a Mogadiscio. Una strana calma, direi. La radio non trasmette quasi più niente. Il linguaggio delle poche comunicazioni non è più in chiaro. Frasi, nomi in codice che neanche noi comprendiamo. ITALFOR ( NP: il nostro comando ) sta preparando qualcosa? Credo di sì, ma non oso pensare a cosa. Si vocifera di un attacco definitivo ad Aidid, portato con l’aiuto dei tanto bistrattati americani ai quali comunque chiediamo sempre aiuto. Se così sarà ne vedremo delle belle. Speriamo non si debba piangere ancora. Certo l’agguato brucia forte. Nel profondo di noi allo sgomento e l’incredulità si è sostituito un crescente desiderio di vendetta, sempre più impetuoso e difficile da controllarsi. Non è bello, non fa onore, non fa “eroe”, ma mai come ora sono certo che non c’è niente di nobile nelle cose di guerra. Violenza chiama violenza. Persino in me gonfiano come gas malefici, cattivi propositi. Ma non posso condannarmi per questo. So che è umano e so anche, in cuor mio, che riuscirò a controllarli. In fondo è proprio la capacità di controllare certi istinti, che ci fa essere “umani”, non il non provarne. E questo mi convince definitivamente di una cosa alla quale ho sempre creduto. Non si può giudicare il comportamento di una persona stando in un ambiente diverso da quello in cui questa si trova ad agire. Non si può comprendere stando seduti in poltrona o a tavola col boccone in bocca, mille miglia lontano mentre si guarda il telegiornale. Io non mi sento cambiato dentro, mi sento sempre me stesso, eppure penso che potrei uccidere; come se fosse una cosa normale. E’ spaventoso. In effetti lo è normale. QUI, in questa situazione, lo è.

E non posso per questo giudicarmi o essere giudicato un mostro.

Ogni gioco impone delle regole. L’istinto di sopravvivenza aiuta a superare i freni etici, l’educazione, la pietà, insomma spinge ad adeguarsi alle condizioni del momento, imposte da fattori esterni, senza scomodi rimorsi a posteriori.

E so che col ritorno a casa, se non avverranno cose da far uscire di senno, tutto tornerà come prima.

Per ora non intendo essere la spiga per la signora con la falce.

7 luglio 1993

Siamo in preavviso di allarme. Hanno chiamato da “UNOSOM” ( NP: UNOSOM era il comando delle forze ONU in Somalia; si trovava in un campo recintato presso il Km 4, uno dei punti più caldi in Mogadiscio) avvisandoci di un possibile attacco con i mortai. Sono le 19.50, è buio già da un’ora. La luna è piena, ma fa appena capolino da dietro il carcere sulla collina. Ho fatto un rapporto ai ragazzi, assegnando compiti e responsabilità. Ora attendiamo gli eventi cercando di fare le cose di tutte le sere. Chi fa la doccia, chi gioca a carte, chi lava i panni, chi parla, chi legge, chi scrive come me. E chi prega.

La radio dice di colpi di mortaio da qualche parte. Da dove siamo noi non si sente niente. Boh.

Gli elicotteri volteggiano ininterrottamente nel cielo della capitale, sorvolando a bassa quota il capannone. Il rumore nell’interno è assordante, ma abbiamo fatto l’abitudine anche a quello.

E’ strana questa calma apparente. Ognuno di noi sembra tranquillo, quasi indifferente, ma è un bluff tacitamente recitato ed accettato da tutti. Può darsi che, magari inconsciamente, oltre che a cercare di controllare sé stessi, si cerchi così di infondere negli altri una calma che non si prova, come se tutti avessimo capito il bisogno di questa forma di solidarietà reciproca e ci prodigassimo per diffonderla. E poi, noi del quadro permanente, sentiamo molto il dovere di mantenere il controllo. Soprattutto per i ragazzi di leva, non possiamo lasciarci andare in nessun modo. E’ faticoso, duro, perché spesso e volentieri si ha paura, ma dobbiamo riuscirci. Per ora va bene, e la cosa, per quanto mi riguarda, mi sorprende. Sarà che pensando molto ai ragazzi non mi soffermo a pensare a me stesso, e questo mi aiuta.

In un certo senso, ho meno tempo per aver paura.

Credo che le cose vadano bene con loro. Ho instaurato un sistema più “responsabile- collaboratori”, che non “superiore- inferiori”, e dopo un disorientamento iniziale stanno cominciando a capirlo. La cosa mi fa un piacere delizioso. Ho sempre sostenuto che in genere non serva creare un clima “da caserma”, in caserma.

Una piccola consolazione che mi aiuta a tirare avanti.

8 luglio 1993

Ieri notte non è successo niente. Meglio così.

Questo è stato un giorno strano, interlocutorio. Il col X si è comportato in modo curioso, direi stranamente distratto, come se la sua mente fosse altrove mentre mi parlava dei soliti containers. Cosa avrà in mente? Una vocina mi sussurra in un orecchio qualcosa di non molto simpatico. Niente niente non starà pensando a qualche viaggio per Balad ( NP: questo era un campo fortificato basato ad una ventina di chilometri fuori Mogadiscio, verso il nord del paese, in cui era stanziato il battaglione logistico che noi alimentavamo con i containers )? Per quello che sappiamo sarebbe qualcosa di più di una follia. Alcuni amici americani ci dicono che la via è ancora molto pericolosa, pattugliata dai somali e sbarrata da ostacoli e barricate di tutti i tipi. Spero di sbagliarmi o che si sbaglino i nostri informatori perché il rischio di ficcarsi in qualche casino è grandissimo.

10 luglio 1993

Il convoglio è effettivamente partito come paventavo, ma scortato da un vero e proprio

esercito. Blindo “Centauro”, carri armati M 60, carri apripista che hanno spazzato quanto eretto dai somali per impedire il transito sulla via Imperiale, l’unica strada degna di questo nome in tutto il paese e che lo percorre per tutta la lunghezza da sud a nord. Insomma, una scorta con i controfiocchi, niente a che vedere con quelle con cui gironzolavamo prima del due luglio. So che tutto è andato bene anche se ad “obelisco” e “banca” ( NP: questi erano i nomi in codice di due località caratteristiche della città in cui transitavamo spesso; dando dei nomi appropriati a monumenti, case o altre strutture particolari, era più immediato capire la posizione dei nostri veicoli durante i controlli radio obbligatori in ogni movimento) hanno sparato a lungo nella notte ed abbiamo dovuto trascorrerla in aeroporto presso il plotone dell’avio. Il col X non ha voluto che io andassi con i ragazzi. Ha preferito tenermi con sé a Mogadiscio. La cosa mi ha fatto penare da matti. Dovevo andare con loro. Assolutamente.

***

Quanto è bella la notte africana. Fa specie pensare che non si possa ammirarla senza timore di prendersi qualche colpo.

Dalla collinetta su cui è abbarbicato l’accampamento dell’Avio si vede tutta Mogadiscio:è buia, pochissimi puntini luminosi rompono la monotona oscurità adimensionale in cui sono avvolti gli scheletri lattiginosi delle case che una volta (?) costituivano una bella città. Sembra quasi di poter stringere tutto in un pugno; mi piacerebbe poter usare un setaccio per separare i buoni dai cattivi. Non è giusto che tanta gente viva peggio delle bestie per colpa dei soliti pochi che, qui come altrove, determinano il destino di molti.

***

Bisogna vederla questa gente, quando sfrecciamo con i mezzi per le vie della città (NP: eravamo obbligati a correre veloci per diminuire i rischi di essere colpiti dai cecchini); sembrano non sentirci arrivare, nonostante che suoniamo all’impazzata con i clacson, e rischiamo sempre di tirarne sotto qualcuno. Sembrano animali (in senso buono): hanno lo stesso comportamento dei gatti e dei cani nostrani che attraversano le strade. Non guardano né a destra né a sinistra, si buttano nel mezzo con quell’andatura claudicante che sembra propria dei somali e, solo all’ultimo momento, sembrano accorgersi del pericolo e piuttosto goffamente si tirano da parte. E’ come se non si rendessero conto che le strade sono fatte per le macchine e che queste, da un po’ di tempo, hanno preso a correre a velocità folle.

E quanto sono magri. Non c’è un somalo che non dia l’impressione “di servirsi” da un sarto incapace. Le camicie, i pantaloni, sventolano come bandiere su corpi che più che vedersi si intuiscono al di sotto della stoffa. Tanta miseria, tanta miseria come non si può immaginare. Non basta vedere la tele, guardare le foto sui giornali. Bisogna respirarla, bisogna annusare cosa c’è nell’aria, gli odori che si sprigionano da tutto, percepire senza filtri. Tutti i problemi di casa nostra, luogo comune ma da meditare ugualmente, assumono un’altra prospettiva dopo aver vissuto questo. E, se penso alla Bosnia e a tutti i posti dove si muore di umana follia, muoio di vergogna per essermi considerato a volte uno sfigato.

Somalia, Balcani… luoghi dove la vita è in discussione in senso assoluto.

In Italia c’è sempre la speranza nel domani a sorreggere.

Qui, è morente anche quella.

11 luglio 1993

Abbiamo fatto quattro scorte tra la capitale e il campo di Balad passando dai punti di “pasta”, “ferro”, “triangolo”, “demonio”( NP: questi erano i nomi in codice di alcuni dei “check point” tenuti dai nostri. Qualsiasi mezzo somalo vi transitasse veniva perquisito alla ricerca di armi e munizioni. A pasta, il maledetto due luglio, sono morti i nostri amici ). La situazione è sempre molto tesa; lo si legge benissimo sui volti delle masse di neri ai lati della strada, lo si avverte nell’aria stessa, come se avessimo maturato un sesto senso del

tutto animalesco. L’istinto del pericolo. Qualcosa sta montando come lava in un vulcano.

Oggi gli americani hanno bombardato di brutto verso il Km 4; pare abbiano fatto qualche decina di morti. Aidid si incazzerà molto e magari saremo noi a rimetterci, come è già accaduto. Domani ci aspettano altri viaggi. In questi camion siamo dei bersagli facilissimi. Oggi abbiamo preso una bella sassata sulla porta della cabina, nel bel mezzo del mercato della carne, un altro punto a forte rischio. Il Mar. I., accanto a me, è diventato verde. Chissà di che colore ero io? Se fosse stato un RPG o un colpo d’arma da fuoco forse ora non sarei qui a scrivere. Che buffo. La vita è appesa a dei fili proprio come col paracadute. Sarà anche per quest’abitudine che non ci si preoccupa poi così tanto?

13 luglio 1993

Giornataccia faticosa e stressante. Altro viaggio a Balad con cospicuo contorno di imprevisti, problemi, lungaggini ecc. ecc. Per questi motivi lo scarico dei container si è protratto troppo e si è fatto tardi. Per fortuna un capitano (un tipo bislacco, direi) si è prodigato per trovarci velocemente una scorta, altrimenti toccava passare la notte a Balad!

15 luglio 1993

Il viaggio all’ospedale di Johar (NP: l’ospedale di Johar era l’unico del nostro contingente; era stato allestito nel villaggio omonimo a più di cento chilometri da Mogadiscio, ben più a nord di Balad. L’unica via per raggiungerlo da terra era l’imperiale, interrotta in moltissimi punti e quasi impraticabile in altri) è stato una via crucis. Allucinante la strada; migliaia di buche, voragini, pezzi completamente sterrati e altro. Quattro ore di viaggio per fare centoventi chilometri scarsi.

Ma che paesaggio! La Somalia è una terra fertile, piena d’acqua e di verde. Sui lati della strada acquitrini, fiumi, miriadi d’uccelli di ogni grandezza e colore, animali che saltano via al nostro passaggio sparendo tra i cespugli bassi. Quanti ibis, così eleganti quando volano e così brutti visti da vicino (a proposito: cosa ci avranno mai trovato gli egizi in questi uccelli, per farli sacri?), quante ninfee in fiore si specchiano nell’acqua limpidissima. Ma quanta polvere. Il sole asciuga la pista in un attimo dopo gli acquazzoni e dal fango si passa al borotalco in un niente. I villaggi di capanne fatte di paglia e sterco, così piccole da far pensare a cucce per cani. E quei tipici alberi ad ombrello che così facilmente si associano agli scenari della savana. Intorno al tronco, usato come supporto centrale, vengono erette capanne più grandi, forse magazzini.

La gente è molto diversa rispetto a quella di Mogadiscio. Questi hanno luce negli occhi, come se la guerra e la fame manco li sfiorassero. Ed in effetti la città fantasma sembra un incubo lontano, camminando a piedi, senza correre, senza troppe preoccupazioni, per le vie di Johar. Qui sono solo sorrisi e cordialità, niente sassi o peggio. E quando andrò a Bulo Burti (NP: il nostro campo più a nord), mi dicono, sarà ancora più bello sia come paesaggio che come rapporto con la popolazione.

Ieri ho raccolto delle notizie molto confortanti. Sembra che sia stato ottenuto un accordo di non belligeranza con i somali; dopo i fatti del due luglio è la prima volta che si sente parlare di concreta volontà di pacificazione. L’ottimismo era prorompente dai volti di chi parlava. Speriamo bene.

20 luglio 1993

Ed in effetti Bulo Burti non è stato affatto male. Certo il viaggio, sia in andata che in ritorno, è stato a dir poco spaventoso. Quattordici ore per andare, rallentati da un interminabile convoglio di mezzi americani e da un guasto ad un nostro trailer (quello del Serg. Magg. C.) che ci ha costretti a fermarci per qualche ora nel bel mezzo della savana. Il giorno dopo scaricamento, riparazione dei vari problemi meccanici e non (tre gomme squarciate dal Serg. Magg. C.) e giretto serale a Gialalassi, al deserto rosso.

Incendiato dal tramonto appare di una bellezza soffocante. Un mare di onde scarlatte, tremolanti per il calore che stanno restituendo all’aria, a perdita d’occhio. Sa di millenario, di assoluto. Come essere dentro un’immensa clessidra.

E’ stato meraviglioso soffermarsi sulla cima di quella duna, semi sprofondato in una sabbia finissima, assieme ai ragazzi.

21 luglio 1993

Alle sei siamo partiti di gran carriera per rientrare alla capitale. Dopo un inizio travolgente arriva il primo stop. Un trailer ha perso per i sobbalzi il coperchio e l’annesso filtro dell’olio (naturalmente Serg. Magg. C.) e deve fermarsi. Tutta la nostra colonna si arresta per circa un ora e mezzo che passiamo alla ricerca del maledetto aggeggio che non si trova. Alla fine soluzione campale con una maglietta verde tesa sul cilindro del serbatoio e ripartenza. Ma dopo poco un altro arresto. Un trailer perde definitivamente il parabrezza, già incrinato pesantemente dalle sassate dei somali (Serg. Magg. C., come ovvio). Altro arresto e rappezzo di fortuna con cinghie e nastro adesivo. Finalmente superiamo Johar e arriviamo a Balad, l’ultima sosta prima di ritornare alla città morta. Da qui ripartiamo e quando in lontananza appaiono le prime costruzioni sento subito posarsi su di me un velo di depressione. Stiamo tornando nel calderone. La pace è finita.

Il tempo vola, ma la stanchezza si accumula come polvere pesante sui nostri corpi, tendendo i nervi millimetro dopo millimetro, giorno dopo giorno. E’ soprattutto il difficile rapporto col col X a rendere la vita così dura. La mancanza di un adeguato recupero dopo il lavoro (che non si ferma mai), la totale mancanza di un briciolo di privacy, la quasi completa assenza di un orario di servizio neppure di massima, come invece hanno tutti gli altri, beati loro, sono tutte conseguenze della sua linea di comando. Non sono i somali a logorarci, non sono le bombe. Il vero nemico, come troppo spesso è avvenuto nel nostro esercito, è in casa, al comando. E’ già dura partire incontro all’ignoto ad ogni viaggio, ma tornare indietro e trovare freddezza e incomprensione, dove dovrebbe esserci invece la confortante pace della guarnigione, è veramente troppo. Credo proprio che sarà difficile non dare di fuori di matto. Alle volte penso proprio che mi succederà.

Da una parte i ragazzi, che non chiedono molto e non capiscono perché non possono averlo. Dall’altra il col X, a negare tutto o quasi, ed io nel mezzo a fare da intermediario, da cuscinetto. E’ dura, veramente dura. Come se non bastasse siamo l’unico reparto italiano che la mattina non riceve niente per la colazione e che, per prendersi da mangiare, deve ogni volta, mattino e sera (!) uscire coi mezzi e con la propria scorta, tutt’altro che imponente. Speriamo che non ci capiti mai niente. Da parte nostra cerchiamo sempre di variare orari e percorsi, ma più di tanto non si può fare. Per fortuna ci siamo fatti amico il sergente maggiore americano che gestisce la loro mensa. Ci regala un bel po’ di cose tra latte, biscotti ecc. ecc. e in qualche modo si riesce a fare una parvenza di colazione. Almeno per questo, beati americani. A loro non manca proprio niente.

Ah, ripensando a Bulo Burti, devo dire che la Somalia che vivono là è veramente tutta un’altra cosa rispetto alla nostra. Una pace, una tranquillità. La base è stata fatta in un vecchio fortino di Siad Barre, almeno così mi hanno detto. Il paese è un mucchio di capanne e pochissime costruzioni in muratura. La gente è pacifica e florida. La guerra uno spauracchio lontana. Non si ode uno sparo da mesi. Insomma, nessun problema. “Ci annoiamo”, dicono i miei colleghi. Beati voi, dico io.

22 luglio 1993

Un mese fa partivo per questo posto di merda. VIVA! Ma per cosa?

27 luglio 1993

E’ già il ventisette. Anche luglio sta per andarsene nel dimenticatoio. I giorni saltano oltre e corrono veloci senza che io possa consumarli completamente. Tanti pasti interrotti in momenti diversi, ora al primo, ora al dolce o al caffè. Sento la pancia vuota, aldilà di quanto lo sia nella realtà, il palato insoddisfatto e la bocca amara. Sono tante le cose che non riesco a godere quanto e come vorrei, troppe quelle che non mi piacciono molto e insopportabilmente numerose quelle che non mi piacciono per niente. Alla sera vorrei andare in branda soddisfatto, certo di aver fatto qualcosa di utile e di importante, ed invece non accade. Quasi mai. Quasi sempre sto sdraiato a fissare le zanzare che cercano di penetrare la zanzariera con rabbiosa perseveranza, a pensare alle cose che mi mancano, a come si potrebbe operare avendo la possibilità di farlo, ai ragazzi che da me si aspettano aiuto e a come tutto sia così assurdo, a come sarebbe bello uscire dal porto e camminare spensierati per la città, senza che niente di brutto accada, mano nella mano con la gente, e ridere e giocare. Porco mondo.

31 luglio 1993

Luglio se n’è andato, portandosi via giorni difficili e pesanti. Quanti alti e bassi in queste trenta fatiche, lunghe e brevi allo stesso tempo. Ieri ho toccato profondità mai sfiorate di rabbia repressa e frustrazione, di senso di impotenza e sconforto. Non per la guerra, ripeto (a proposito, due giorni fa c’è stato un carnevale notturno di quelli tosti), ma per colpa del col X. E’ un uomo impossibile: nevrotico, ansioso ed altro ancora che, non essendo uno psichiatra, non riesco a nomare. Farebbe la gioia di un redivivo Freud averlo tra le mani. Ed invece è qui, su di noi, a gravare.

1 agosto 1993

Il primo mese di Somalia è già lontano. Partivo il ventidue giugno e siamo al primo di agosto. Tra non molto andrò a casa per la licenza (almeno, spero). Oggi abbiamo scaricato tanti di quei containers che non so più neanch’io quanti erano e se ne abbiamo perso qualcuno per strada. Boh!. Abbiamo usato dei camion di una ditta somala (l’unica) per il trasporto, ma credo proprio che non lo faremo più. Ci hanno fatto più danni delle cavallette quei disgraziati. Siamo arrivati a Balad alle quindici o giù di lì e abbiamo finito alle venti e trenta, dopo cinque ore di bestemmie per estrarre i dannati camion dalla sabbia in cui si piantavano continuamente. E vai a far del bene, facendoli lavorare. Chiedono un sacco di soldi e offrono un servizio da fare schifo. Puah!

Per di più abbiamo rischiato di schiacciare uno dei nostri sotto le ruote della gru. C’è mancato veramente poco. E’ proprio vero. Un attimo di stanchezza, di distrazione, e la tragedia è subito su di te. Povero marescialletto. Era coperto di sabbia come una talpa appena sbucata. Ma se l’è cavata senza un graffio.

6 agosto 1993

Oggi è partito il col X. ALLEGRIA!!!

E’ stato questo il grido unanime che si è levato dalle bocche di tutti noi quando abbiamo visto le ruote del Airbus staccarsi dalla pista di Mogadiscio. Se n’è andato per ben una decina di giorni. FANTASTICO!

Potrò finalmente rilassarmi e far riposare la gente. La mia licenza è ancora lontana. Più o meno una ventina di giorni a partire da ora; ma di questi, dodici o tredici (spero di più), li
passerò senza quel nevrotico intorno e questo è più che consolante. Il tempo passerà veloce e arriverà il mio turno. Il folle vorrebbe trattenermi più a lungo di quanto previsto dal mio mandato, ma non ho nessuna intenzione di assecondarlo.

La Somalia non è come ci hanno fatto credere. Non è questa una missione di pace, non è una missione umanitaria.
Non fa per me, come per la maggioranza di noi, delusi e stanchi, stressati e insoddisfatti. Altro che aiutare un popolo in crisi. Altro che dare da mangiare e bere ai bisognosi. Siamo ad un punto in cui dobbiamo difenderci da loro!

Pazzesco. E poi, sono quarantacinque giorni che non metto un paio di Blue Jeans.

7 agosto 1993

Non sto bene. Mi sento debole e stanco. Preoccupante, dato che siamo all’inizio di un altro day somalo. Mi auguro che le cose migliorino nel prosieguo della giornata. Forse mi sono beccato una malattia del menga. Che so, magari mi ha morso una Tze Tze oppure ho contratto la malaria o un’infezione gastroenterica, o l’epatite “alfabetica”.

Macché. So benissimo cos’ho. Sono un tantinello depresso nonostante la graditissima assenza del col X. Sarà perché mi ha lasciato una lista di cose da fare che non sta in due pagine di foglio protocollo, e che una gran parte di queste richiederebbero la sua presenza per motivi di grado. Il mio è un po’ poco per poter andare a contrattare ad armi pari con altri colonnelli. Pazienza. Tanto non ho nulla da perdere.

Ma soprattutto sto male perché sono deluso. Profondamente. Sono venuto qui spinto da tante motivazioni, la più forte delle quali era la voglia di fare qualcosa di utile per la gente, e non solamente restare a casa a ben pensare. Anche aiutare un solo somalo mi avrebbe ripagato dei sacrifici. Invece è tutto diverso. Trasportiamo containers, scarichiamo e carichiamo navi piene di roba per il nostro esercito, come se fossimo in una guerra coloniale, senza poter avere un contatto vero con la popolazione, senza poter far nulla di più del semplice, pietoso, lancio di bottiglie d’acqua durante i viaggi.

Razzi, bombe, corazzature esplosive, proiettili di tutti i calibri. Ecco che cosa trasportiamo.

Ma cosa stiamo facendo qui?

Mi sento sottosopra, scombussolato. Comincio a pensare più ai soldi che guadagno che al motivo più vero per il quale sono partito. Non mi piace. E non mi piaccio per niente. Ma non so cosa fare per sottrarmi a questa trappola. E’ brutto dirmi a metà del mandato che non vedo l’ora che tutto finisca. E’ brutto.

8 agosto 1993

Comincio a rattristarmi anche per altri motivi. Sto diventando fragile, vulnerabile. Da una parte è interessante cercare i propri limiti in condizioni dure; serve a crescere, a migliorarsi. Ma la mia posizione mi impone di essere lucido a tutti i costi, e non posso permettermi di spingermi troppo in questa ricerca. Se dovessi essere sconfitto da me stesso, quelli che da me dipendono potrebbero subire dei danni. Devo resistere. Non posso perdere.

E’ la posta, un’altra delle mie croci. Fin ora ho ricevuto una sola lettera. E’ triste vedere arrivare le sacche, cercare il proprio nome sulle buste e non trovarlo. Forse la penna è veramente troppo pesante là in patria. Ma dispiace, senza con questo pretendere chissà cosa, che non capiscano quanto è importante ricevere anche solo due righe da casa. Boh. Io scriverei ad un amico che si trova in un posto così. Ma forse pretendo troppo. Mi chiedo se la mia capacità di giudizio e con essa il mio equilibrio non stiano vacillando senza che me ne renda conto. Mah!

Forse il mondo non è fatto per gente come me. Forse il mondo è fatto per gente con i denti più aguzzi e il pelo più ispido. Ma non devo esagerare. Per capire, come ho scritto da qualche parte in questo diario, bisogna trovarsi nelle stesse condizioni. E poi in Italia
siamo in pieno periodo di ferie. Magari col prossimo aereo arriverà qualcosa…

Mi sono interrotto perché dalla parte dell’aeroporto c’è stata un po’ di festa. Un bello spettacolino di traccianti ed illuminanti. Sono persino carini questi ultimi. Scendono piano
piano appesi a dei piccoli paracadute ed illuminano a giorno la zona sottostante, lasciandosi dietro una densa scia di fumo di magnesio. Sembrano i fuochi artificiali delle sagre paesane. Chissà quando li rivedrò i fuochi artificiali, quelli veri.

13 agosto 1993

Nei giorni precedenti non ho avuto voglia di scrivere e comunque non ci sono stati episodi di rilievo. Il lavoro è andato avanti bene, senza affanni e proficuamente come immaginavo, alla faccia dei metodi del col X.

Il morale della gente è molto migliorato; ora possono organizzarsi meglio la giornata, ritagliarsi degli spazi personali, fondamentali per l’equilibrio. I sorrisi sono sempre più aperti, nonostante che la fatica non sia affatto diminuita. E’ solo meglio distribuita e valorizzata. Basta così poco. Un po’ di buon senso, una pacca sulla spalla, un bravo al momento giusto. Siamo sempre bambini in fondo, e questo posto risveglia quei sentimenti semplici che a casa non si sa dove vanno a finire.

O meglio, dove li nascondiamo.

E’ notte, sono nello shelter computer, e mentre scrivo ascolto David Sylvian dallo stereo di Michele. La musica riempie il piccolo ambiente di sonorità arcane. Mi piace Sylvian, fa viaggiare senza muoversi.

Da fuori l’oscurità cerca di entrare attraverso il portello socchiuso. Sembra respinta a fatica dalla piccola luce che illumina questo diario. Come se il buio fosse una belva intimorita dal fuoco di bivacco.

E’ una notte scurissima e sembra viva. Sembra nascondere brutti pensieri e brutte azioni dando loro tana. Le stelle non si vedono, nascoste da una opaca tavola di nuvole. Mi è venuto mal di testa. Sono stanco, lo siamo tutti.

< 19 agosto 1993 Il col X è tornato dalla licenza. Gli ho mostrato quanto fatto in sua assenza e, incredibile a dirsi, è rimasto molto soddisfatto del lavoro svolto. Non ha urlato, non si è macchiato di rosso il viso, anzi, per la prima volta mi ha stretto la mano. Ma non durerà. Ne sono sicuro. La mia speranza di non vederlo più non si è avverata. Torneranno i tempi duri. Qui al capannone le cose stanno precipitando. Gli americani ci vogliono buttare fuori e il nostro comando, molto intelligentemente come suo solito, ci vuole trasferire all'ex ambasciata, nell'interno della città e ben lontano dal porto. Quando me l'hanno prospettato ho fatto presenti le difficoltà logistiche di una simile soluzione, ma non mi hanno dato retta. Visto che è tornato il col X, spero che a lui, che una volta tanto concorda pienamente con me, prestino ascolto. Tra parentesi, grazie a Roberto, abbiamo trovato un posto niente male in cui rifare il campo. C'è un area con delle strutture in muratura ( ex raffineria Agip ) presso il campo degli arabi che fa proprio al caso nostro. L'ho fatta vedere al col X ed è piaciuta anche a lui. Perorerà la causa. Per fortuna che ci sono Manuele, Alberto, Roberto. Con loro la vita qui è più sopportabile. 22 agosto 1993 Rimaniamo al porto. Il col X ce l'ha fatta a convincere i soloni a non muoverci da qui. E' consolante, ma nel contempo c'è il fatto che lui non sembra affatto intenzionato a mandarmi in licenza. Sono cavoli amari. Con oggi sono due mesi esatti che calpesto suolo somalo, e sono sempre più stanco. Quando non c'era ho fatto in modo di inviare più gente possibile a casa, tanto sapevo che lui non l'avrebbe permesso una volta presente, a causa della sua strana (ma non troppo) paura di rimanere senza uomini. In effetti, in passato, molti non sono più tornati dalle licenze e la cosa l'ha messo in allarme. Ma, guarda caso, da quando sono arrivato io questo fenomeno è drasticamente diminuito, e quelli che sono andati sono tornati al completo. Chissà se questo lo farà riflettere. Non credo. Per me deve essere lui a decidere la data di partenza. Spero nel frattempo di riuscire a non fare bum! Tra parentesi il col è tornato ad essere il solito nevrotico scassapalle e la gente a svalvolare come prima. Ma c'è una grande notizia che ci consola non poco. Sta passando le consegne al suo successore, un tale dei bersaglieri. Questo vuol dire che tra non molto se ne andrà per sempre. Basta questo a farci sorridere e a vedere più rosa. Ma dovreste vederlo il futuro comandante del RELOCO, ad ascoltare e cercare di capire ciò che X gli spiega riempiendo fogli di scarabocchi e rimandi, di grafici e parole illeggibili per la fretta che ha di scriverle. Sempre più mogio, più abbattuto. Ci fa quasi sorridere. Io, Manuele, Alberto, cerchiamo di esprimergli la nostra solidarietà con sguardi di comprensione e lui sembra esserci grato. Gli leggo negli occhi la speranza che nutre di poter contare su di noi in futuro, perché non sta capendoci niente. Poverino. Lui non è abituato a certe torture intellettuali come lo siamo noi. Ma sembra una brava persona. Speriamo di non sbagliare. Se non altro pare un tipo normale, calmo al punto giusto e sensibile nei confronti del personale. Ma ora voglio tornare al mio piccolo mondo. Sono rimasto il solo a non essere ancora partito. E' giusto, prima gli altri e poi io. Ma arriverà quel momento? Sperem. 24 agosto 1993 Siamo in attesa della nave. E' attraccata fuori del porto e prima di entrare deve aspettare che altre escano. Siamo nella ben nota situazione di prologo al casino infernale delle operazioni portuali. Certo abbiamo imparato un mestiere. Ora siamo in grado di scaricare e caricare una nave, per quanto grande sia, a puntino, distribuendo i pesi, la qualità del carico, la posizione dei mezzi. Siamo dei camalli coi fiocchi. 25/26/27 agosto 1993 In questi giorni abbiamo fatto il trasferimento dal vecchio capannone al nuovo accampamento. Addio frastuono e dannate radio a tutto volume con quella odiosa musica rap. Abbiamo montato le tende. Due per dormire, una come ufficio. Abbiamo piazzato il container computer e quello armeria, più i due container magazzini. Con l'aiuto di quei cani morti degli arabi abbiamo spianato una bella superficie per fare il parcheggio e, con tanta fantasia, realizzato una zona servizi con doccia di fortuna e lavabo. Il mar. M., un altro della Smipar, si è persino fatto la stanza privata in un vecchio magazzinetto della raffineria. A lavoro ultimato, l'accampamento non si presenta neanche male. S., un maresciallo del genio che presto passerà con noi, ha promesso persino di fare un locale mensa a ridosso della struttura in muratura della palazzina. Sembra fantastico. 28 agosto 1993 Non ho scritto niente perché il lavoro è andato via liscio. Salvo il rischio corso da uno dei ragazzi che, troppo insonnolito a causa del lavoro continuato tutta la notte, non si è accorto del gancio della gru di bordo (un aggeggio da diversi quintali) che stava oscillando pericolosamente per il beccheggio della nave; l'oceano era mosso, come al solito. La scala di alluminio su cui stava arrampicato è stata presa in pieno dal gancio e si è accartocciata come una lattina strizzata. Se un altro ragazzo non l'avesse tirato giù un istante prima dell'impatto avremmo avuto un morto o uno storpio. Ma secondo il col X il lavoro deve durare ininterrotto, giorno e notte, come si conviene a dei militari con le palle. Il ragazzo è rimasto sotto shock per un bel po'. Bel guadagno, caro colonnello. 17 settembre 1993 Un gran salto e siamo a settembre. Dopo la nave di cui sopra ne è arrivata un'altra e ci siamo puppata anche quella lavorando come forsennati per svuotarla dai containers che sembravano non finire mai, come se si moltiplicassero come microbi vigliacchi. Ma poi anche la "Svendborg Gallant" se n'è andata e dopo poco, con la febbre a trentotto, me ne sono andato anch'io per la sospirata licenza. Quando il C130 ha staccato dalla pista ho provato una ridda di sensazioni, di emozioni velocissime. Ho rivisto accelerate tante delle situazioni vissute durante i settantatré giorni di impiego, ho riudito tante voci, ma tutto curiosamente alterato. E' stato come se il mio cervello avesse estratto il “nastro” Somalia per riporlo da qualche parte in attesa di reinserirlo al ritorno. E, contemporaneamente, è ripartito quello della mia vita di tutti i giorni, ricominciando da dove l'avevo lasciata. Una cosa strana, ma evidentemente normale. Ho passato i giorni della licenza in uno stato d'animo alterno. Probabilmente il pensiero di dover tornare qui me li ha inquinati. Ma ora sono tornato al porto, e due dei “miei” ragazzi non ci sono più. La notizia della morte di R. e G. mi ha ferito profondamente, più di quanto avrei mai pensato. E so perché. Io non ero qui quando è successo, ero a casa a mangiare le crepes e a gironzolare per il mercatino americano a Livorno. Se fossi rientrato prima, forse, non sarebbero morti. E' il pensiero che mi assilla e che non riesco a togliermi dalla testa in nessun modo. Erano due ragazzi in gamba, splendidi per volontà e spirito. Perché sono morti così? Perché? Chissà quanto ci vorrà per dimenticare, ammesso che sia possibile. E' successo il quindici settembre. Stavano correndo all'interno del porto, lungo le banchine, di sera. Quante volte gli avevo impedito di farlo e quante volte si erano risentiti per questo; ma non potevo permettere che uscissero dal campo col buio. Il porto è sempre pieno di somali, notte e giorno e, per quanto siano controllati, non mi fidavo. Inoltre, dalla collina del carcere sorvegliata dagli inaffidabili arabi, si poteva appostarsi e sparare, al di sopra del recinto in muratura, nel porto. E infatti è stato dalla collina che i cecchini li hanno colpiti. Alle spalle, mentre facevano allenamento, in pantaloncini e maglietta e del tutto disarmati. A Pisa, alla Smipar, la sera della partenza ho incontrato i loro genitori. Sono stati momenti terribili per me (figurarsi per loro), con quel senso di colpa dentro a crescere e moltiplicarsi come un cancro. Poveracci, erano increduli, distrutti dal dolore. Spero almeno di aver alleviato la loro pena anche se solo per qualche secondo, dicendo di come erano stati i loro figli. Ragazzi in gamba. Perché si deve morire così? In un modo così inutile? Ammesso che ci sia un modo utile. E ora Dio ci aiuti a tornare da questa terra troppo intrisa di sangue assurdo. 18 settembre 1993 Oggi ho mandato a casa uno dei ragazzi. Era molto amico dei due caduti, non l'ha presa bene. Soffre anche lui per un terribile senso di colpa. Sembra che avesse soffiato il posto a R. per un viaggio a Bulo Burti proprio in quei giorni a cavallo del quindici. Lui avrebbe dovuto essere al porto e R. a chilometri e chilometri nell'entroterra, lontano dai cecchini. Dura spiegargli che non ha senso farsi una colpa per una cosa del genere. Dura perché anch'io faccio silenziosamente la stessa cosa per altri motivi. Spero che si riprenda bene. E' anche lui un ragazzino in gamba e non vorrei che rimanesse segnato. In ogni modo gli ho detto in un orecchio che se non se la sentiva di tornare, per il suo bene e per quello degli altri, poteva restare a casa, con tutta la comprensione e immutata stima. Mi ha guardato in faccia e ha detto: tornerò. Gente in gamba, appunto. Certo, saltando su argomenti meno tristi, la vita con il nuovo col è tutta un altra cosa. Avevamo visto giusto. E' un individuo calmo, rispettoso, senza dubbio non altrettanto competente ma infinitamente più "giusto" del col X. Quello che c'è di buono, soprattutto, è che ci fa lavorare in pace. Si fida, dà fiducia. E la gente lo ripaga con doppio impegno. Era così semplice, caro col X. Gli ultimi giorni di Somalia dovrebbero essere, Aidid permettendo, finalmente sereni. Fa caldo ora. La temperatura è salita molto in queste ultime settimane. Persino il vento è calato d'intensità. Si suda ininterrottamente, anche all'ombra, e la dannata sabbia si appiccica addosso come microscopici parassiti. Ieri sera c'è stato un ennesimo preavviso d'allarme. Da ben tre fonti diverse. Abbiamo passato tre ore negli appostamenti, a scrutare verso il buio, verso il muro che recinta il porto, verso i punti da dove avrebbero potuto attaccare. Lanciamissili, fucili, mitragliatrici. Tutto il nostro magro arsenale puntato contro un nemico che all'inizio doveva essere l'oggetto della nostra pietà. Quanta calma nei ragazzi. Non hanno lo sguardo di tanto tempo fa, quando negli occhi si leggeva la paura nascosta a fatica. Anche nei miei non ce n'è più. Solo freddezza. Ma non accade nulla. Rientriamo nel campo e ci corichiamo. Molto meglio così. 19 settembre 1993 Domani dovrebbe tornare il col X dall'Italia. Forse rimarrà una decina di giorni e infine si leverà definitivamente di torno. L'atmosfera si è un po’ distesa ora. Al mio rientro, ho trovato un clima pessimo, non solo per i terribili accadimenti, ma anche perché alcuni polli lasciati senza gallo avevano alzato la cresta più del dovuto. Alludo ad alcuni sottufficiali, non ai ragazzi. Litigano tra loro, si fanno dispetti. Pietoso che dei "professionisti", si comportino così. Veramente pietoso. *** E' sorprendente quanto poco ci voglia a superare certi momenti. Probabilmente è quel famoso meccanismo di cui ho già parlato. Forse, in casi come questo, esso interviene ponendo in un ripostiglio le cose che non si vogliono continuare a vedere. Già i due ragazzi che non ci sono più, appartengono al passato, già sono sbiaditi nella mente e nel cuore. Dopo soli quattro giorni! Ma non ce ne vogliano. E' solo per poter tirare avanti senza impazzire che l'inconscio misericordioso agisce così. Quando tutto finirà, solo allora, sarà il tempo di ricordare e piangere ancora. Sono sicuro che loro, dovunque siano, capiranno e ci perdoneranno. Lo so. 21 settembre 1993 Le cose stanno andando meglio ora. Mi pare che la sete di vendetta si stia spegnendo rapidamente nei ragazzi. Stiamo facendo di tutto per farli stare calmi, e sta funzionando. Manuele, Alberto, Michele, Dario e qualcun altro; tutti insieme ci stiamo riuscendo. Certo, saltando ad altro argomento, ora che alla nostra brigata è subentrata la "LEGNANO", una brigata di fanti , le cose non vanno più tanto bene da un punto di vista logistico funzionale. Tanto per fare un esempio attualmente abbiamo solo un'ora alla settimana per telefonare, un'ora che deve bastare per quasi cinquanta persone. A volte si perde il turno a cercare di prendere la linea. Ma a parte tutto si lavora meglio, più sereni, e i giorni passano. 22 settembre 1993 E anche il terzo mese è passato. Come vola il tempo. Sembra una vita che sono arrivato qui e invece sono "solo" novanta giorni. Certo, ripensando agli inizi, mi sembra incredibile tutto quello che è successo. Un'esperienza poliedrica, a volte comica, a volte tragica, a volte grottesca, a volte assurda. Forse non la rifarei, ma visto che l'ho fatta sono contento ugualmente. Certo che le cose stanno cambiando qui a Mogadiscio. Da un po’ di tempo sembra che l'aria si stia surriscaldando di nuovo. Non passa giorno in cui non ci siano sparatorie e niente può escludere che, purtroppo, qualcosa di brutto possa ricapitare a qualcuno di noi. Spero di essere cattivo profeta, per noi e per tutti i militari dell'ONU. Oggi un maresciallo mi ha chiesto di essere rimpatriato dopo neanche un mese di permanenza. Non mi stupisco neanche un po'. Non mi era piaciuto dall'inizio: ottuso, maleducato e troppo, troppo incapace di controllare la paura. Non sappiamo che farcene di gente così in un posto come questo. L'ho accontentato senza battere ciglio. Il sole è veramente micidiale. Dardeggia implacabile su di noi, bruciando la pelle incautamente esposta. Ne sa qualcosa uno dei ragazzi che si ritrova metà pancia arrostita per essersi assopito sotto i suoi raggi. Sono un po’ triste. L'estate africana avanza mentre quella italiana fugge. 23 settembre 1993 Che notte di merda quella di ieri. Spari in continuazione, boati di mortai, fragore di elicotteri armati. Non ho quasi chiuso occhio per seguire gli eventi. Confesso di aver invidiato i ragazzi che potevano dormire o almeno restare in branda, al riparo dalle zanzare. Che notte! 24 settembre 1993 Sono stato rimbambito tutto il giorno. Avevo un sonno che mi sarei addormentato ogni minuto che passava. Spero di poter riposare questa notte. Ho la spiacevole sensazione che la data della mia partenza non sia affatto vicina. Sulle liste degli arrivi non c'è niente per noi, e dall'Italia non mi dicono niente. I miei tre mesi sono passati, ogni momento potrebbe essere quello buono, ma non ci credo molto. La situazione nella capitale si è fatta rapidamente rovente, più esplosiva che mai. Sembrano tornati i tempi del due luglio, e non si può prevedere cosa potrà accadere. 25 settembre 1993 E ti pareva. Alle quattro è cominciata la musica. Mi sono alzato di soprassalto, non avevo ancora udito quel particolare "strumento" suonare la sua sinfonia. Non capivo cosa fosse, se cannone o razzo, se i colpi partivano dal porto o arrivavano su di noi. Di notte è un casino capirci qualcosa quando il cielo si riempie di traccianti e vampe, quando i bengala scendono dappertutto, mentre l'aria si riempie del frastuono degli elicotteri. Poi ho capito. Erano i "Cobra" ( NP: i cobra sono elicotteri d'assalto americani, armati con cannoncino e razziere multiple. Operavano in coppia con un elicottero "scout" che illuminava loro i bersagli con un tracciatore laser ). Dalle quattro fino alle sette circa hanno martellato le zone di obelisco e banca con lunghe raffiche di cannoncino (quel suono nuovo ) e lanci di razzi. Questi ultimi fanno un casino infernale quando partono. Simile all'RPG ma molto più lacerante e forte. Gli americani ci hanno detto che quel suono è stato studiato apposta per incutere timore nei nemici. Un po’ come era per gli "STUKAS" tedeschi della seconda guerra mondiale. Credo proprio che ci siano riusciti. Sono le sette e cinquanta, la calma sembra essere tornata ma non possiamo uscire dal porto. L'area bombardata è uno dei nostri punti di passaggio per raggiungere il porto vecchio, dove prendiamo i viveri. Speriamo di poterci muovere altrimenti resteremo presto senza niente da mangiare. Abbiamo saputo che un elicottero americano è stato abbattuto verso le due del mattino. I tre uomini a bordo sono morti. Altre tre vittime di una missione che doveva essere di pace, tra colombe bianche e sorrisi. Ecco il perché del bombardamento di stamattina. I somali cercavano di impedire il recupero delle salme e gli americani li martellavano per metterli in fuga. Poveracci... ma chi, a questo punto? Sembra che i guerriglieri abbiano usato un missile terra aria, qualcosa di simile allo "STINGER" ma con tutta probabilità di costruzione sovietica. Se i somali hanno di questi sistemi d'arma gli americani dovranno fare molta attenzione d'ora in poi. Stiamo bonificando una palazzina in cemento nella quale dovremo trasferire le brande. Il generale non vuole che si dorma sotto le tende. Ha paura che ci becchino con i mortai. Non posso dargli torto, ma che palle dover ricambiare di nuovo posto. Hanno recuperato le tre salme. Meglio così. Riposino in pace. Il lavoro di pulizia della palazzina è un vero schifo, ma alla fine l'edificio diventerà un posticino mica male. Ho saputo or ora (sono le 15.45) che gli americani stanno per fare un rastrellamento di quelli tosti. Paolo ha chiamato da Unosom raccomandandosi che nessuno di noi metta il naso fuori dall'accampamento. Comunque non ne avevamo la minima intenzione. Pazienza per lo stomaco. L'ennesimo digiuno non ci preoccupa. Senza dubbio gli Yankee hanno un gran desiderio di vendetta e le loro dita pruderanno sui pulsanti. Questo potrebbe portare altri lutti e conseguenze imprevedibili per il futuro. Il clima si è improvvisamente teso nella little Italy; di nuovo il domani sembra una meta da dover raggiungere con fatica... e con l'aiuto di Dio. Ancora, la Dama con la falce sembra tornata a scivolare furtiva tra le pieghe dei minuti e le onde di sabbia, ombra tra le ombre. Speriamo non accada nulla. Speriamo. 26 settembre 1993 Il rastrellamento di ieri si è concluso senza grossi problemi. Meno male. I timori erano infondati. Anche la notte è trascorsa tutto sommato liscia. Solo gli abituali colpi isolati e qualche bengala. Sono le 17.15 e dalla mattina non si è ancora udito uno sparo. Incredibile. Sembra impossibile dopo le ultime giornate. Sarà la quiete prima della...? E intanto i giorni passano e il mio cambio non arriva. Almeno me lo dicessero che dovrò rimanere. Così mi rassegnerei e non mi tormenterei. E' molto peggio non sapere. Il mio stato d'animo è comunque migliorato. Ora non sento più di tanto il peso di tutto, nonostante che la situazione sia tutt'altro che semplice e tranquilla. Senza dubbio a questo ha contribuito il nuovo col che si è rivelato come speravamo, e forse anche il fatto che fondamentalmente ho fatto l'abitudine a vivere in questo modo. Ormai sono uno dei più anziani qui, e le cose che all'inizio della missione mi facevano consumare un sacco di energie fisiche e mentali ora mi impegnano assai meno. Ho imparato tante cose, mi sono adattato. Probabilmente ho fatto il callo a convivere con la simpatica e proverbiale spada di Damocle sempre sulla testa. La sera si avvicina a grandi passi e presto sarà notte. Mi auguro che passi senza scossoni. Questa notte vorrei vedere le stelle, solo quelle. Domani è il mio compleanno. Boh, che razza di roba farlo qui in Somalia. Speravo di essere rientrato e invece... chissà quanto ci vorrà ancora. “Sursum cordae” (si scriverà così? Non ricordo bene…). 27 settembre 1993 E oggi compio trentadue anni. Evviva. Fa un caldo bestia. Persino le mosche sembrano apatiche; svolazzano poco convinte di qua e di là, si fanno schiacciare senza opporre troppa resistenza. La fine del mese si avvicina. L'estate è volata via senza sdraie ed ombrelloni, mare e pace. E' il secondo giorno consecutivo che la calma regna sovrana; stanotte non c'è stato casino e persino gli elicotteri non hanno rotto come al solito. Quasi irreale tutto ciò. Puzza. La CNN ha trasmesso di un summit tra gli americani e Aidid; forse questa calma è frutto di quello. Auguriamoci sia la volta buona che tutto questo abbia una fine. E' la prima volta dalla strage dei pakistani che gli yankee accettano di intavolare un vero dialogo. Vorrei fosse un bel segno. Ma dubito. Sono le 12.22. Sentiamo sparacchiare dall'interno del porto. Non si capisce chi tira e a chi. Magari è qualche imbecille che si allena sparando agli squali. Attendiamo la pappa. Finalmente la via per il porto vecchio è di nuovo sicura e la squadra è uscita con i VM. *** Sono le 15.26. Pochi minuti fa c'è stato un gran casino verso Roma, appena fuori del porto. I cobra hanno tirato con razzi e cannoncino. E poi ancora detonazioni e fumo nero. Altro che tregua. Le danze sono di nuovo aperte. Mi sbagliassi una volta. Sono le 17.40. Dopo la sparatoria di cui sopra non c'è stato altro. Abbiamo saputo che i cobra hanno tirato su una " tecnica" ( NP: le tecnica erano dei veicoli, solitamente pick- up Toyota, che i guerriglieri di Aidid usavano per le loro azioni di guerriglia. Li avevano armati pesantemente con lanciarazzi RPG o più comunemente mitragliatrici 12.7 montate su un supporto nel cassone. Il tiratore stava in piedi, impugnando le maniglie di sparo ) che aveva lanciato un RPG contro un carro pakistano. Sembra che i colleghi siano gravi. Non mi stupisco affatto. Baccaro morì colpito da un arma simile, quel maledetto due luglio. Cosa vorrei come regalo di compleanno? LA PACE. 28 settembre 1993 Stanotte regime di calma. Solo spari isolati, forse sentinelle apprensive che hanno sparato alle ombre o ai cani randagi, tanto per fare qualcosa nella lunga notte di guardia. Alla radio si sente che un tentativo di pacificazione è di nuovo in atto. Ci spero poco. Lo sento dentro. Forse quel sesto senso, figlio delle circostanze, giorno dopo giorno sempre più sviluppato e preciso, mi sussurra che non finirà? Forse il mio cambio arriverà nella prima quindicina di ottobre. Vorrei crederci. Se così fosse mancherebbero solo diciassette giorni. Non ci credo. Almeno spero di poter uscire ancora con i ragazzi e tornare verso Gialalassi, Bulo Burti, così da poter ripercorrere quella strada infernale con animo più pacato, per ricordare quando alle mie spalle, nel cassone del mezzo, c'erano anche Giorgio e Rossano. Ma il col è restio a lasciarmi uscire. Mi vuole sempre qui, con sé. L'unico pregio del col X era che mi faceva uscire senza tanti problemi. Quasi quasi lo rimpiango. Col ca... Come temevo il Col si è opposto. Spero di riuscire a convincerlo. Comunque la giornata sta scivolando via su binari lisci. Non uno sparo, non un elicottero. Incredibile! Sono le 14.40 di un giorno tranquillo e sogno il ritorno a casa. So di essere patetico, ma non posso farci niente. I miei amici sono quasi tutti partiti. Della squadra originale siamo rimasti in pochi. Mi sento un po’ anacronistico in mezzo a tanta gente nuova. Forse il mio tempo è davvero finito. Faccio fatica a pensare al lavoro. Solo la sicurezza per i ragazzi rimane una lampada brillante nel buio. Solo quella mi preme e mi fa restare attento. Ieri sera ho offerto spumante a tutti. L'ho rimediato in un "PX" francese (NP: una sorta di spaccio militare aperto ai soldati ONU ). Era buono e tutti sembravano felici. Specialmente noi "vecchi". A un certo punto è accaduto qualcosa di particolare, che non potrò dimenticare. Senza che nessuno dicesse niente, senza un preavviso, ci siamo raccolti in un capannello da cui i nuovi si sono esclusi naturalmente, allontanandosi come se sentissero che quanto stavamo per fare non poteva riguardarli. Silenziosamente, senza dire una parola, abbiamo salutato con un brindisi G. e R.. E' stato un momento incredibile. Le menti di una decina di persone, per qualche secondo, sono state collegate da un filo di comprensione che mai si era steso così limpido e naturale. Non potrò mai scordarlo. Sono le 18.03. Ci hanno comunicato che per stanotte è previsto un attacco al porto. La fonte è australiana. Sarà la decima volta in questo mese che ci informano di una cosa simile, e riandando indietro nel tempo credo di aver già sentito almeno una cinquantina di preavvisi simili, mai fondati. Ma come sempre ci prepariamo, augurandoci che anche stavolta tutto finisca nel nulla. 29 settembre 1993 Così è stato. Niente botti. Solo i soliti elicotteri. Alle 06.00 mi ha svegliato un rompipalle di colonnello che doveva telefonare da qualche parte. Poi, un po’ più tardi, mi ha chiamato Paolo. Se ne va. Torna in Italia. Sono contento per lui ma lo invidio. Mi lascia un altro pezzetto di Smipar, e resto sempre più solo. Pietro, Manuele, Diego, Vincenzo, Angelo ed altri. Tutti andati. La vecchia RELOCO “muore” e la nuova non mi riesce a piacere. Sono triste. 30 settembre 1993 Ultimo giorno del mese. Ieri sera è tornato il col X per sbrigare le ultime faccende. Domani se ne andrà definitivamente. Ora che sta per lasciare è una persona quasi normale. Troppo comodo. Il mio giudizio su di lui non cambia. Le persone si valutano nella difficoltà, dove lui ha fallito. Comunque è Incredibile ma la sua partenza, per un verso, mi dispiace un po': bene o male, anche lui, fa parte della vecchia RELOCO. Questa notte non c'è stata musica ma è comunque successo qualcosa. Ci hanno rotto i deflettori di tre camion e ci hanno rubato le dotazioni di bordo. Sono stati i somali del porto. La sentinella li ha intravisti scappare, purtroppo dopo il furto, illuminati dai lampioni. Altro che aiutarli. Quando fanno così bisognerebbe appioppargli un sacco di legnate sul groppone. Il caldo aumenta ancora. Sembra inarrestabile la salita del mercurio. Sono stanco, e tra poco dovrebbe arrivare una nave. Poi, dovrebbe arrivare il mio cambio, e con lui un'altra bagnarola che dovrò senza dubbio scaricare affiancatogli per spiegargli le menate (anche burocratiche) che un lavoro del genere comporta. Certo che abbiamo veramente imparato un mestiere. Potremmo fare i direttori di stiva senza tanti problemi. Alcuni marittimi ci hanno detto che ce ne sono pochi e che guadagnano molto. Chissà... quasi quasi. Ma che palle quei containers. Non ne voglio più vedere. La palazzina è completata. Domani ci trasferiremo sotto la muratura. Il capo di stato maggiore si è detto contento del lavoro fatto. Meglio così. Quando i papaveri sono contenti anche noi lo siamo. Domani il col X se ne andrà. Incredibile ma continua a dispiacermi un po'. 01 ottobre 1993 E anche settembre è andato. Mi sento sempre più in discesa verso il traguardo, con alle spalle le difficoltà più grandi. Sono così cinque i mesi che abbracceranno la mia missione, dal lontano giugno a ottobre. Ho una smania di andarmene che sto male. Una volta tanto l'arrivo della nave non mi è di fastidio. Almeno non avrò molto tempo per pensare e i giorni passeranno più veloci. Oggi arriva l'Airbus. Incrocio le dita senza illudermi troppo. Vedremo. Con l'aereo se ne andrà anche uno degli ultimi "vecchi". Michele, il maresciallo che mi accolse al mio arrivo. E' stato un amico e un collega prezioso. Mi mancherà molto. E dopo di lui, tra non molto, partirà anche il caro Alberto, soprannominato "Topo Gigio" o “calzini”. Alberto, uno degli ultimi della Smipar. Rimarranno solo Dario, Sante e Beppe. Comunque anche stanotte niente botti. Sono quattro consecutive senza Bum. E' praticamente un record e potrebbe essere il sintomo evidente di quella ventilata volontà di trovare un accordo e la definitiva pace. Oppure... la classica calma prima dei fulmini. Incrociamo le dita e speriamo. Il col X mi ha parlato in privato, spiegandomi alcune cose del suo operato che mi erano sempre state misteriose. Poteva pensarci prima questo deficiente. Mi ha anche proposto per un elogio. Può anche risparmiarselo, per quanto un simile riconoscimento faccia piacere. Non potrò mai cambiare opinione su di lui. E' stato il principale problema per tutti noi. Non voglio nulla. Oggi il caldo uccide. Leggo che in Italia il maltempo fa altrettanto. Mi dispiace molto per tutti quegli alluvionati. Ma ugualmente arrivo a sognare di potermi buttare sotto una pioggia autunnale, correndo su un prato, inzaccherandomi d'acqua e di fango. Non vedo l'ora di rivedere le nuvole, la pioggia, le colline, il mar Tirreno, così familiare rispetto all'oceano Indiano, tanto profondo e misterioso. E' tornato il ragazzo che mandai a casa dopo la morte dei due amici. Si è ripreso bene, sono contento di rivederlo. L'ho spostato di branda e messo accanto a me. Anche Marco e S. sono tornati dalla licenza. Marco è della Smipar, una forza della natura, iperattivo e instancabile. Sono contento che venga con noi. Rimpingua le sparute schiere della vecchia Scuola. Con loro è sbarcato anche un maresciallo maggiore aiutante, sardo. Una sagoma: piccolo, rotondo, simpatico. Ma sembra "di fuori" come un terrazzo. Voleva prendere una bicicletta ed andarsene in giro per Mogadiscio, senza disturbare scorte o altro, tanto per fare un giro. Al briefing che ho tenuto per accogliere lui ed i nuovi arrivati, mentre manifestava pubblicamente questa intenzione, tutti si sbudellavano dal ridere seduti dietro alle sue spalle ed io, che li vedevo scompisciarsi, facevo una fatica tremenda per non scoppiare a mia volta. Forse non gli hanno spiegato bene che aria tira da queste parti. Toccherà a noi farlo. Poveretto. Michele, mi mancherai molto. Con te parte il più anziano del RELOCO, e qui non sarà più come prima. La tristezza mi inzuppa la mente di lacrime amare. In più di posta neanche a parlarne. Non l'hanno portata perché pesava troppo e l'aereo era sovraccarico. Ci credo. Hanno appena scaricato alcuni quintali di corazzature attive per carri armati. Figuriamoci se non sono più importanti quelle. Così fino al sette, quando arriverà il C 130, non avremo neanche l'illusione di ricevere qualcosa. 2 ottobre 1993 Mi fa un certo effetto scrivere quel "ottobre" nella data. Quando partii lì c'era un "giugno". Come passa il tempo. Purtroppo ultimamente ha rallentato la sua corsa. Non mi ritrovo più alla fine delle settimane senza aver capito come. Ora si trascina stanco, ed io con lui. Da quando non esco quasi più è sempre meno tollerabile restare qui. Mi annoio, mi sento inutile, e il Col non vuole mollarmi. Non vuole restare solo. Per giunta, ieri, hanno sparato al molo dove dovremo far attraccare la nostra nave. Nessun ferito ma l'episodio fa pensare perché ripetitivo e perché proprio là, a quel molo, hanno ucciso i nostri ragazzi. Comunque anche stanotte non c'è stato niente di nuovo. Mi hanno riferito di aver visto grandi bagliori verso nord ovest, ma di non aver udito niente, neanche alla radio. Un temporale, forse. Ma può darsi che gli americani ne abbiano fatta qualcuna delle loro. Lo sapremo presto. Qui le notizie e gli eventi corrono veloci. Domani dovrebbe arrivare la nave. Non vedo l'ora, così da farmene assorbire. Qualche giorno fa due dei ragazzi hanno vissuto un episodio emblematico di come vanno le cose da queste parti. Stavano rientrando alla capitale, percorrendo una via sterrata alternativa all'imperiale, quando il loro camion si è insabbiato. Il resto della colonna, che li precedeva, non si è accorto dello stop e ha continuato, lasciandoli isolati. I due sono scesi per cercare di ripartire ma, mentre armeggiavano tra le ruote, la zona si è riempita come per incanto di somali, sbucati da chissà dove. I ragazzi erano armati, potevano vendere cara la pelle, ma sarebbero caduti di certo. Quelli avevano mitra, bombe a mano, e un aspetto bellicoso. Quando la tensione era ormai al culmine, a pochi millimetri dal fuoco, si è fatto avanti un anziano, probabilmente un capo. In buon italiano ha detto: -- “fortunati. Se americani sareste morti” - Emilio lo ha guardato negli occhi e gli ha risposto: “anche i miei due amici al porto erano italiani, ma a loro avete sparato”. Quello è rimasto un po’ interdetto e poi ha chiuso la conversazione: “quello è stato un errore!” Dopo un attimo il vecchio ha radunato un manipolo di uomini e con l'aiuto di questi il mezzo è stato tirato fuori. Questo episodio dimostrerebbe che in effetti, in generale, il popolo somalo non ce l'abbia con noi. Ma come si può essere sicuri? Meglio aver paura che toccarne, e continuare a girare ben armati. Morire sarebbe già una noia, per un errore poi... 3 ottobre 1993 Non so cosa scrivere oggi. Sono le nove e mezza del mattino e il dannato tempo scorre piano. L'aereo del sette è lontano, col suo carico di speranze. La nave dovrebbe arrivare stanotte. L'aspetto in gloria. Anche la notte passata niente rumori. Meno male. Speriamo continui così. Siamo già a sei consecutive di sonno quasi normale. Sembra quasi di non essere più in guerra. Non mi illudo, però. Il Col è volato a Balad dal generale comandante. Probabilmente si beccherà un rimprovero per aver perso sei containers nel marasma di uno scarico. In effetti è un po’ imbranato, ma è bravo e merita tutto l'aiuto... Proprio in questo momento c'è stata una forte esplosione subito fuori del porto, sulla destra dell'entrata principale. Probabilmente una mina pesante. Una colonna di fumo nero si è alzata turbinando e subito sono piombati i cobra. Tra poco sapremo che cosa è successo. Per ora ci prepariamo al peggio. Si trattava proprio di una mina, a comando elettronico o a filo. Sono saltati in aria un interprete somalo e tre americani, con il loro Hummer ( NP: una jeep americana ). I cobra hanno sparato alcune raffiche a protezione dei barellieri che hanno recuperato i colpiti. L'azione di fuoco è durata una buona mezz'ora e poi è tornata la calma. Forse dovrei tacere. Tutte le volte che dico che la pace si avvicina, zac, arriva la musica. Forse porto sfiga. Avevo gente fuori, proprio dalla parte dove è esploso l'ordigno. Finché non mi hanno risposto alla radio sono stato in preda ad una paura terribile. Dio ti ringrazio. Come al solito, mentre i cobra tiravano, anche i nostri ineffabili arabi si sono fatti sentire. Tiravano a casaccio con le armi leggere, tanto per far rumore. Sono veramente pericolosi. Gli eventi sono precipitati coma mai prima d'ora. S. è stato colpito gravemente ad una coscia mentre sganciava un mezzo dalla gru all'interno del porto, alle due del pomeriggio. Neanche qui siamo più sicuri. Era in piedi sul cassone. Stavamo scherzando, ridevamo, ed un attimo dopo lui urlava sull'asfalto mentre un lago di sangue si espandeva sotto la gamba destra. Qualsiasi cosa l'abbia colpito gli ha squarciato la coscia; si vede l'osso scheggiato tra i vasi recisi che buttano fuori un sacco di sangue. Per fortuna sembra che la femorale sia intatta. Velocemente lo portiamo all'infermeria degli americani, prima che svenga per lo shock e perda troppo sangue. Deve essere percorso un lungo tratto di piazzale allo scoperto, in pieno giorno e sentiamo sparare dappertutto. Cosa diavolo sta succedendo? Non si vede chi tira, non si capisce niente. I medici americani prendono S. e gli prestano le prime cure, mentre i rangers corrono tra le grida e le sirene. Forse ci stanno attaccando. Spero che al campo si stia organizzando la difesa mentre sono qui. Subito atterra un elicottero americano, con due grandi croci rosse sui fianchi. Speriamo che le rispettino. S. viene caricato mentre gli spari si fanno sempre più insistenti e vicini. Con la coda dell'occhio vedo gente che corre, che si nasconde, che spara. Ma a chi sparano? E chi ha colpito S.? L'elicottero decolla incolume, corriamo velocemente a ripararci, io, Marco e un ragazzo. Dopo un po' non spara più nessuno. Come un temporale velocemente arrivato ed andato. Pian piano torniamo verso il nostro piazzale, verso il luogo del ferimento. Ancora frastornati cerchiamo di capire cosa possa avergli fatto una ferita del genere e, proprio in quel momento, ricominciano a sparare. Ci buttiamo tra le gomme dei mezzi mentre l'aria viene lacerata da alcune pallottole molto vicine. Marco mi porge l'SCP che incautamente avevo lasciato sulla Jeep. Ci guardiamo intorno frenetici, col cuore a mille, ma anche stavolta non si sa a chi rispondere, non si capisce da dove arrivano i colpi, chi spara e a chi. Restiamo così a lungo, finché le cose non si quietano. Poi, con la massima attenzione riusciamo a rientrare al campo recintato senza subire danni. 4 ottobre 1993 Dopo poco si è scatenato l'inferno e tuttora che scrivo, sono le otto e trenta locali, i combattimenti infuriano verso villa somalia, l'ex residenza di Barre. Per tutta la notte gli elicotteri hanno volato e sparato, martellando ininterrottamente le posizioni somale. Due di essi sono stati abbattuti, per fortuna sembra senza che gli equipaggi abbiano riportato gravi danni. La notte era continuamente rotta da bagliori, da vampe che illuminavano le nuvole basse in modo fantasmagorico. Lunghe raffiche di traccianti si arrampicavano in cielo alla ricerca di lamiere in cui affondarsi, scoppi di contraerea a mezz'aria come scialbi fuochi d'artificio. Fino a l'una e mezzo sono stato di vedetta con Nico, un ragazzo italo - brasiliano molto in gamba. Poi è cominciato il rastrellamento all'interno del porto. Camion e camion carichi di rangers sono passati dal recinto e sono spariti nel buio. Speriamo che tornino tutti. Noi non dobbiamo assolutamente muoverci. Abbiamo ricevuto ordini tassativi. Nessuna azione è autorizzata. Sono lieto di questo ma, nel profondo, fa male restare con le mani in mano mentre altri vanno a fare quello che dovresti fare anche tu. Le ore sono scivolate via lente e pesanti, tra frastuono di elicotteri, mezzi, raffiche di mitra, esplosioni. Questa mattina, verso le sette, i cobra hanno martellato duro appena fuori del porto. Una pioggia di grossi bossoli ha investito il tetto della nostra mensa e del dormitorio. Gli elicotteri passavano bassissimi proprio su di noi. Potevamo vedere il viso dei piloti dietro le cupole corazzate. Hanno lanciato anche numerosi razzi. Il fuoco è cessato verso le otto. Ora sono quasi le nove e il silenzio è assoluto. La radio è intasata dai messaggi. Le prime notizie parlano di oltre mille morti tra i somali contro un ottantina di colpiti dalla parte dell'ONU. Mi sembrano cifre esagerate. In ogni modo, come mi ero illuso. Altro che pace. Mai come ora la guerra è così totale. Quel che è peggio è che ora siamo completamente isolati dagli altri nostri reparti. Il RELOCO è l'unica isoletta italiana in Mogadiscio, circondata da arabi, pakistani, indiani, americani, in un contesto di totale indeterminatezza. Soprattutto non possiamo contare praticamente che su noi stessi; solo gli americani sono affidabili, tutti gli altri non valgono niente. Eserciti di burattini senza burattinai. E le banchine sono di nuovo percorse da somali che camminano come se niente fosse accaduto. Tutto lascia pensare che S. sia stato colpito dall'interno del porto, come si fa a fidarsi di quei neri? Buone notizie ci giungono dall'ospedale dove hanno operato il nostro amico. La ferita non è così grave come pareva e l'osso e i tendini non sono stati danneggiati più di tanto. Meno male. Un piccolo raggio di sole nello sconforto. Ma cosa è diventata questa missione? 5 ottobre 1993 La notte è trascorsa tranquilla come prima dei fatti del quattro. Il Col ci ha raggiunti in elicottero e si è stabilito qui al campo. Ha lasciato il suo alloggio all'ambasciata. Mi fa piacere. Ha capito che il suo posto è con noi. Forse ora mi lascerà uscire un po' di più. A proposito. Quest'ultima cosa è un po’ contraddittoria. Da una parte stare sempre qui dentro mi ammazza di noia e andar fuori romperebbe il tran tran e il tempo passerebbe più veloce. Dall'altra i rischi dei movimenti esterni sono alti, e l'istinto di conservazione, non mi vergogno a dirlo, bussa forte. Ma, tutto sommato, preferirei uscire, come ho sempre fatto e cercato di fare. Ieri il porto è rimasto pressoché deserto per tutto il giorno. Pochissime guardie armate e nessun altro. Un black hawk, colpito negli scontri del quattro, giace semi distrutto presso il molo centrale. E' atterrato di fortuna durante quella notte terribile. Ha il fianco destro squarciato. Un buco di almeno un metro e mezzo di diametro. Dentro c’è un sacco di sangue rappreso a dimostrazione della fragilità umana. Ricorda l’interno del VCC del povero B. Sono stati fortunati a poter arrivare a terra in queste condizioni. E intanto la nostra nave non è entrata. Non posso certo biasimarne il comandante. Meglio così. Le acque devono calmarsi ancora un po’. 6 ottobre 1993 Sono le nove e un quarto del mattino. La nave è ancora nella rada. Dovrebbe entrare in tarda mattinata. Abbiamo predisposto un servizio di guardia con i fiocchi. I bastardi cecchini possono essere in agguato, e le parole di quel vecchio durante l'episodio del nostro camion insabbiato, non mi rassicurano certo. Accanto alla nostra postazione ce n'è una americana. Non ci dispiace affatto. Dio voglia che il lavoro scivoli via senza nessun fatto triste. La notte è trascorsa liscia. Solo un colpo isolato partito alla sentinella araba sulla garitta accanto alla stanza del Col. Avrà fatto un looping sulla branda, il poveretto. E' un fifacchione niente male, ma è un brav'uomo. Fa molto caldo. L'estate africana si afferma sempre più, e il sudore gronda da bestia. Domani rimpatria il buon S. Sono felice che nel male sia andata così bene. Buon ritorno a casa vecchio. E anche il famoso Serg. Magg. C., quello di tutti quei guai durante il viaggio a Bulo Burti, vuol andarsene. Non ce la fa più a resistere. Ha paura, dopo gli ultimi avvenimenti. Lo capisco e non lo biasimo. Tutti abbiamo paura. Solo che la nostra misura non è ancora colma quanto la sua. Cercherò di farlo tornare col primo aereo utile, quello del dodici. Anche stanotte dei somali ci hanno fottuto qualcosa dai mezzi. Non c'è proprio verso di impedire questi furti. E domani dovrebbe arrivare la posta. Speriamo... 8 ottobre 1993 Ieri non ho scritto niente. Non ne ho avuto il tempo. Sono tornate le giornate piene. Meglio così. La calma regna in Mogadiscio, ma sappiamo che gli americani stanno preparando un attacco definitivo ad Aidid. Speriamo che non ci siano altri lutti innocenti. Sono le cinque e quarantacinque ora locale. In Italia starete dormendo. Buon riposo a tutti. Oggi dovrebbe arrivare la posta, perché nell'aereo di ieri non c'era niente. Tutti aspettiamo qualcosa. E' molto tempo che non arriva più niente. Spero ci sia qualcosa anche per me. Che giornata. Sono le diciotto e poco più e sto scrivendo nella tenda ufficio. Abbiamo lavorato tutto il giorno sulla nave. Sono stanco ma il lavoro è quasi finito. Meno male. Tra pochi minuti arriverà la pappa da ITALELY ( NP: era il nome dell'unico reparto dell'AVES inviato in Somalia; era basato in aeroporto e, dalla chiusura di "porto vecchio", era dalla loro mensa che prendevamo il rancio ) e spero anche qualche notizia cartacea dall'Italia. Oggi c'è stata una grande attività di elicotteri usa e tra questi ho riconosciuto gli "Apache" nuovi arrivati. Ieri due "Galaxy" hanno sbarcato carri "M1" e un centinaio buono di rangers. Nella notte gli "Spectre" hanno pattugliato ininterrottamente il cielo della capitale ( NP: C130 armati per la controguerriglia. Delle vere fortezze volanti colorate di nero opaco per essere invisibili di notte e zeppe di armi pesanti e lanciarazzi, il tutto puntato verso il suolo e guidato da tracciatori laser e infrarossi ). Il loro rombo lontano e sinistro è tornato a farsi sentire dopo mesi di silenzio. Non è un buon segno. I somali li considerano demoni invincibili e non è difficile immaginare il perché. Quando, per ore, dal cielo nero come l'inchiostro piovono torrenti di fuoco distruttore, e non si può far niente per difendersi, l'accostamento è facile. Ed in effetti la propaganda somala dipinge così gli americani: come demoni. Poveri soldati USA. Costretti a stare qui e ad affrontare dei rischi del genere, vittime anche loro di arzigogoli politici. 10 ottobre 1993 Niente posta. Tristezza infame. Spero almeno oggi di ricevere qualcosa. Abbiamo lavorato tutto il giorno alla nave, dall'alba fino alle nove di sera. E non abbiamo ancora finito. Ci è giunta voce di un ferito italiano a Belet Ueine, pare durante un sequestro di armi. Speriamo non sia niente di grave. E abbiamo saputo che Aidid ha offerto il cessate il fuoco agli americani. Fosse vero che funzionassero una volta tanto i cervelli al posto delle armi. E ancora niente posta. MA CHE FATE IN ITALIA? E prendetela ‘sta penna una volta tanto no? Vabbé, forse chiedo troppo. Comunque il tempo passa. Viva. Ieri sera, proprio mentre stavamo lasciando il molo, ci hanno sparato addosso. Un colpo isolato di buon calibro che si è stampato sul "vallo" di containers che abbiamo disposto a protezione dal tiro dalla collina. Un gran rumore e nessun danno alle persone; ma lavorare col buio è sempre un brutto affare. Non si può assolutamente abbassare la guardia. 11 ottobre 1993 La nave è partita. Ci siamo fatti un culo incredibile ma alla fine siamo riusciti a caricarla e mandarla via. Siamo stanchi morti. Non posso scrivere niente tranne: buona notte a todos. 12 ottobre 1993 Finalmente un risveglio decente. Dopo quattro giorni di levatacce antelucane la sveglia stamani ha suonato alle care, vecchie, sei e trenta. Ahh! Lo so. Ci si accontenta di poco, ultimamente. Comunque alzarsi con la mente sgombra dal pensiero di dover lavorare a quindici metri d'altezza sul mare, tra ganci di gru oscillanti come falcioni in perenne ricerca di crani da sfondare, funi ansiose di annodarsi alle caviglie, ai colli, alle braccia degli improvvisati camalli che siamo, col patema continuo di essere bersagliati dagli scogli maledetti da cui uccisero i ragazzi, non è male per niente. Che pacchia per qualche giorno. Va bene che tra pochissimo arriverà un'altra nave, ma si preannuncia più semplice e rapida. Oggi parte definitivamente il famoso C. di quel viaggio jellato a Bulo Burti. Sono contento che parta. Non tiene più coi nervi, ma non c'è da biasimarlo. Sono tanti i mesi che si è fatto in questo posto. Anche il Col parte, ma in licenza, e così per una decina di giorni rimarrò solo a condurre il carro del reloco. Purtroppo domani se ne va Alberto, ed il suo è un addio definitivo alla Somalia. Mi spiace tantissimo. Un altro frammento di casa che si stacca e vola via. Mi mancherà "calzini". Mi mancheranno molto il suo ottimismo, la sua disponibilità, la sua simpatia. Una persona splendida. Spero di seguirlo presto. Ho saputo ora che non sono partiti. Qualche problema con l'aereo. Tra poco saranno qui e il Col mi chiederà: "che minghia accadde ah?" L'Airbus di ieri arriverà oggi pomeriggio. E gli amici se ne andranno. Ma almeno ho goduto della loro presenza per una serata in più. Non me ne vogliano. Stamani atterrerà un 130 dall'Italia. Chissà se ci sarà della posta. Mi hanno detto che al rientro dovrei prendere una compagnia. Vedremo. Non so se preferirei restare all'addestramento o cambiare incarico. E c'è anche il CSE. Spero che non si allontani troppo da me. 14 ottobre 1993 Ho parlato con Renée. Poverina, l'ho svegliata ed era assonnatissima. Non mi ha dato buone notizie per il mio futuro somalo. Sembra che il cambio preannunciato non ci sarà e che non c'è nessuno pronto a venire. Un bell'inizio di giornata, non c'è che dire. A questo punto non so cosa fare. E la posta? Qui non arriva niente. Sono le 18.00. Ho parlato col Col. F. Mi ha detto che è in corso un braccio di ferro tra italfor e la smipar. Da casa ci rivogliono indietro ma da qui non ci vogliono mollare. Boh. Se non altro sono molti giorni che a Mogadiscio non si spara più. Speriamo che sia la volta buona. Sui giornali si leggono notizie confortanti. Dio voglia sia così. 15 ottobre 1993 In rada c'è ”Altair”, un altro bastimento carico di... Boh. Abbiamo cominciato alle 14.30. 16 ottobre 1993 La nave è salpata alle 12.00. Abbiamo fatto tutto a tempo di record. Sono soddisfatto del lavoro e di come si sono comportati i ragazzi. Un ulteriore dimostrazione che le cose potevano essere fatte diversamente anche ai tempi del col X. Gli amici americani ci dicono che Aidid ha fatto pace con loro. Speriamo sia vero, e non sia una delle tante illusioni già provate. Qui già troppo dolore a troppa gente. Speriamo ci sia posta sull'aereo di oggi. Ci vorrebbe proprio qualche rigo da casa. Ormai è quasi un mese che sono rientrato dalla licenza. Il tempo (nonostante le mie vergognose lamentele) continua a passare. Chissà come va il mio acquario. E Renèe mi manca molto. Non so bene cosa sento per lei, ma sicuramente mi manca tanto. Da due o tre giorni siamo sorvolati dai Tomcat e dagli Intruder della Lincoln, in avvicinamento alle coste. Sono proprio esibizionisti questi americani. I caccia fanno continue evoluzioni, passaggi bassi, tonneaux, looping sulle zone calde della città, forse per impressionare i somali. Sono belli da vedere, ma fanno un po' ridere questi atteggiamenti da mister muscolo. Comunque sono più di dodici i giorni dall'ultima sparatoria, ed è veramente un grosso record. Non si spara più. La notte il porto è di nuovo tutto illuminato e gli elicotteri hanno cominciato a volare con le luci di posizione accese. Mai successo prima, quando erano solo fantasmi invisibili nel cielo d'inchiostro. Che la pace sia veramente fatta? 17 ottobre 1993 Anche ieri nessuna nuova da casa. Ormai è una storia infinita e solo la rabbia mi spinge a scriverne. Mi consola che su di me è scesa come per magia una cappa di tranquillità, una sorta di pacatezza artificiosa che mi permette di continuare con sufficiente calma e lucidità. Ieri notte, insonne, cercavo qualcosa tra le stelle. E, improvvisamente, ne è caduta una, tagliando in due la lavagna dell'infinito. Ma non ho espresso desideri. Sarebbe troppo doloroso, qui, realizzare che non si avverano mai. La tristezza costante è lo stato d'animo risultante da quegli accorgimenti che il mio cervello ha messo in atto. Una scoria pesante. Almeno non è disperazione. 18 ottobre 1993 Ieri, dall'inizio della mia missione, è stato il primo giorno in cui ho potuto dare riposo completo ai ragazzi. Quasi non ci credevo neanch'io di poter avere un intero giorno solo per me. La sera ho chiamato mio padre perché mi hanno informato di una sua telefonata. Non c'era a casa. Chissà se aveva buone notizie. Lo saprò presto. Mi rendo conto di essere una lagna e che quando leggerò queste righe, una volta che tutto sarà finito, mi vergognerò di me. Ma non posso evitarlo. E' questo quello che provo. 19 ottobre 1993 L'aereo è venuto e andato senza lasciare niente. Un altro giorno grigio che si preannuncia maligno. Ieri mi ha telefonato il Col F. Mi ha fatto una domanda che mi ha fatto cadere le palle: << ma quanto pensa di restare ancora?>> Questo mi ha domandato, come se non sapesse che non dipende da me. Mi sta prendendo per i fondelli. Di brutto.

20 ottobre 1993

Caldo, malinconia, mosche. Splendidi ingredienti di questa giornata. Il tempo passa, il portafoglio gonfia, le palle pure e non so come fare a sopportarmi. Il pensiero dei soldi sta diventando dominante e tra non molto sarà l’unico motivo per sopportare la permanenza qui. Non mi piace essere così, ma non so cosa farci. Non è colpa mia se mi tengono qui contro la mia volontà e ben oltre il tempo prestabilito. Sono già oltre un mese dal previsto. Forse dovrò spararmi su un piede (come, si suppone, abbia fatto qualcuno tanto tempo fa) o mettermi a ballare nudo sotto un acquazzone. Per fortuna non sono così scoppiato. Per fortuna ci sono i ragazzi a stimolarmi. Devo essere forte per loro.

21 ottobre 1993

Dovrebbe essere un tenente del btg. Log. a sostituirmi. Non lo conosco. Verrà alla fine del mese. Tra affiancamento e palle varie dovrei poter partire entro la prima settimana di novembre. Il che significa una quindicina di giorni da ora. Non oso cullarmi in una tale speranza. Meglio restare nel cupo pessimismo.

Oggi gli ineffabili arabi hanno sterminato un branco di cani randagi. A detta loro rosicavano la pipe line dell’acqua potabilizzata. Sarà vero ma la loro azione è stata esagerata e crudele. Hanno sparato come forsennati per qualche minuto, e tra le raffiche si udivano i guaiti dei poveri animali. Ecco cosa sono buoni a fare questi soldati da operetta. Sparare ai cani. Puah!!

Intanto noi abbiamo un altro gattino. E’ piccolissimo, direi microbico, ma miagola come una sirena. Cerchiamo di accattivarci la sua fiducia sfamandolo con il latte condensato delle razioni K. E’ un gattolino strano. Lo fotograferò come feci per il suo predecessore.

22 ottobre 1993

Sto per andare alla solita riunione logistica a Balad. Che palle!! Un giretto in elicottero va più che bene, ma sorbirsi due o tre ore di chiacchiere perlopiù inutili no. Stasera dovrei sentire Renée. Potrò darle la notizia del mio probabile ritorno e magari farla un po’ felice. Sì, ma se poi non se ne fa di nulla? Va a finire che la illudo per niente…

e chi lo dice poi che lei vuole che io ritorni presto? Boh.

Siamo decollati da meno di un minuto. Sotto di noi vedo scorrere il mare incendiato dal sole abbagliante. Il mitragliere ha provato l’MG 42 sparando qualche raffica sull’acqua. Ho sobbalzato perché non me l’aspettavo. Figuriamoci. Soprappensiero guardavo il mare.

Voliamo bassissimi sulle onde, a qualche centinaio di metri dalla linea della costa. E’ uno spettacolo veramente bello.

23 ottobre 1993

Oggi ho mal di testa e, dato che ho la testa grossa, c’è posto per molto dolore. Infatti ho molto mal di testa.

Sarà per i due voli di ieri sul CH. Quell’elicottero fa un casino infernale; e per di più mi è venuta una crisi di raffreddore allergico. Va a finire che con tutti i contraccolpi degli starnuti mi salta qualche venuzza da qualche parte dentro il cranio e tiro il calzino.

Non ci sono novità per il rientro. Oggi dovrebbe chiamare il Col. F per delucidarmi. Mi auguro che possa darmi notizie confortanti. Domani torna il Col. Meno male.

E dopodomani dovrebbe venire a trovarci il Gen. F per la consegna degli encomi.

E intanto la fine del mese si avvicina. Mi sembra incredibile di essere già al 37° giorno dal rientro dalla licenza. Nonostante tutto il tempo passa davvero.

24 ottobre 1993

Ho sentito casa e fidanzata. Tutto bene. Meno male. Le notizie sul mio rientro non hanno subito variazioni negative rimanendo buone. Pochi giorni ancora e me ne andrò da questo posto. Mi sembra incredibile.

Il Col è tornato e si è detto soddisfatto del lavoro che abbiamo fatto in sua assenza. Finalmente abbiamo dei servizi igienici degni di tale nome. Pare impossibile, dopo mesi di container cesso, avere dei servizi normali. Quasi un sogno ad occhi aperti.

Un vero piacere vedere il sorriso a 2000 denti del Col nel chiudersi la linda porta del WC alle spalle brandendo il classico rotolo di carta.

Ormai l’ambiente sta degenerando. Da qualche parte sono saltati fuori un VTR e una televisione ma, soprattutto, alcuni video porno alquanto interessanti. E’ una vera tortura guardare e… non fare.

Abbiamo assunto delle lavoranti somale per le pulizie. Entrambe molto belle in viso ed una anche nel corpo. Almeno ci rifaremo un po’ gli occhi. Per il resto, nonostante la “fame”, non si fida nessuno (almeno pare). E comunque continua l’effetto combinato di clorochina e paludrine, e l’uccelletto resta nel nido. Un vero letargo. Ma ci sarà ancora? Non si sarà atrofizzato?

Una cosa viene a turbare la serata. Il Col F non ha chiamato mancando all’impegno preso. Non mi piace, ma che posso farci?

25 ottobre 1993

Fa molto caldo. Il lavoro prosegue a rilento. Oggi è giorno di grande agitazione tra i somali. C’è una manifestazione in corso e non è sicuro uscire dal porto. Infatti tutte le uscite sono state sbarrate e niente può passare. Così la scorta che doveva venire a prendersi i camion somali che abbiamo appena caricato non potrà arrivare e a noi toccherà calmare quei rompi corbelli. Ieri e oggi elicotteri USA hanno “bombardato” la capitale di volantini inneggianti alla pace, invitando le fazioni nere al dialogo pacifico.

Infatti i somali stanno ricominciando a menarsi tra loro; una volta che il “nemico comune” ha cessato di belligerare la loro artificiosa volontà di restare uniti si è dissolta e la rumba è ricominciata come prima del nostro arrivo. Che gente. A tuttora abbiamo udito solo un lontano sparacchiare e niente più. Speriamo che tutto vada bene.

26 ottobre 1993

Pare che negli scontri di ieri ci siano stati diversi morti. Forse quegli spari che avevamo udito erano proprio i combattimenti. Comunque il porto è stato riaperto in mattinata.

Oggi è venuto il generale F a consegnare gli encomi ai protagonisti di quella tragica serata del 15 settembre. Una cerimonia semplice e commovente, che ci ha toccato il cuore.

E il fine mese è sempre più vicino. Dio voglia che arrivi il mio cambio. Potrei durare al massimo fino al 31. Ma se anche allora non ci fossero novità, ebbene, sappiate che impazzirò.

27 ottobre 1993

La nave ci è data in imminente arrivo. Ne sono contento per i già citati motivi. Mi occuperà la mente e non mi accorgerò del tempo. Sono davvero stanco di testa. Persino non me la prendo più per i mille problemi giornalieri, di cui comunque ho accennato in minima parte in questo diario perché li ho sempre considerati come le mosche: rompicoglioni ma ineluttabili; né per il prolungamento della missione. Sante difese mie. Offuscano il pensiero della casa con tutto ciò che esso comporta. E così vado avanti. E come me tutti.

La serata si è conclusa come speravo. Sull’aereo del 29 c’è il mio cambio.

“Yuppi!!!” Questa è la più bella notizia dopo quella che Woody Allen e Song Li stanno insieme. La nave è arrivata in porto. Domani mattina inizieremo a scaricarla ed io sono finalmente al settimo cielo. Dentro di me una vocina continua a dirmi di non illudermi. Che finché non lo vedrò, quell’uomo che già amo senza conoscerlo, non dovrò crederci troppo. Ma è così difficile.

29 ottobre 1993

E’ arrivato. E’ vivo, qui davanti a me. E’ un sottotenente. Mi viene voglia di toccarlo, di palparlo per sentire se è in carne ed ossa o se si tratta della mia prima, vera, allucinazione. Lui mi guarda un po’ interdetto; senza dubbio non capisce niente di quello stolido sorriso che vede stampato sulla mia faccia. Forse mi sta giudicando un po’ suonato. Ma a me va bene così. Va benissimo.

Il suo grado è poco per questo incarico. Ricordo le mie difficoltà iniziali pur col grado di tenente. Dovrà darsi da fare se vorrà essere rispettato. Dal canto mio cercherò di dargli quell’aiuto che non ricevetti per niente quando arrivai (mi sembra mille anni fa).

Finalmente posso crederci veramente. Tra poco me ne andrò.

La nave è partita verso mezzogiorno. La 7° della mia carriera di camallo, e l’ultima. Spero. Comunque da quando il col X se n’è andato, scaricare a caricare le navi è diventato un vero divertimento. Con il Col si sta bene e il lavoro procede senza stress eccessivi. L’avevamo detto io, Alberto, Michele, Manuele che non era necessario far diventare pazza la gente per ottenere un buon lavoro. Ma qualcun altro la pensava diversamente…

Ma ora mi sento beeene. Leggero come una piuma.

30 ottobre 1993

Ottobre è ormai andato. E nel frattempo il caldo è aumentato sensibilmente. La temperatura media è sui 39°; il sole dardeggia implacabile lasciando brutte ustione sugli incauti. Tedeschi, inglesi, neozelandesi sono i più colpiti, ma anche qualche italico somaro si fa
arrostire ben bene. Per ciò che mi riguarda durante lo scarico della “Elsa” ho ulteriormente intensificato la mia già notevole abbronzatura.

In vita mia non sono mai stato così nero. Quando sarò a casa, data la stagione in corso, mi prenderanno per i fondelli con la storia delle “Lampados”. Ma chi se ne…

Il nuovo è davvero un po’ troppo ragazzino. Aldilà del grado, dell’età e della poca esperienza mi pare un tantino infantile e penso anche che si sia fin troppo rimpinzato di film di guerra. Credo che abbiano commesso un errore a mandare questo tipo qui. Anche il Col non è molto soddisfatto.

31 ottobre 1993

Oggi è partito Marco e con lui cinque dei ragazzi più anziani. I migliori. Sono felice per loro ma anche terribilmente triste per me. Il nostro Reloco (quello che per me sarà sempre il “vero”), quello che come dei maniaci abbiamo vissuto fino al midollo, è ormai sparito, frammento dopo frammento. E anche io dovrei sparire, volando via con quelli con cui ho condiviso giorni e giorni e giorni di alterne fortune. E invece sembra proprio che dovrò chiudere la porta, come si dice.

Qui sono già anacronistico, fuori posto. Intorno a me c’è tanta gente nuova, tante facce che non mi dicono molto. Prima, ovunque mi voltassi, trovavo un riferimento, una solidità. Ora mi sento perso.

In realtà, semplicemente, sulle ceneri del vecchio, sta nascendo il nuovo Reloco ed io, mio malgrado, non sento di farne parte. Sono come l’Olandese Volante?

1 novembre 1993

Solito caldo micidiale. E solito tran tran. Sto tirando i remi in barca lasciando al successore il timone della barcaccia. Sospiro di sollievo e sento allentarsi dolcemente la tensione. Il mio ritorno è confermato per il 7 novembre, con l’Airbus (meno male!!! non col 130).

Ieri ho spedito una lettera alla famiglia di V. Spero che possa far loro un po’ di bene. Le sue sorelle hanno intrecciato una fitta corrispondenza con noi. Si sono molto attaccate a quelli con cui R. ha passato gli ultimi mesi della sua vita. Sono affamate di tutto ciò che può ricordare loro fratello. E’ una cosa un po’ penosa e delicata. Cerchiamo di accontentarle senza fare peggio.

Il tempo, ora che mancano pochissimi giorni, ha preso malignamente a scorrere piano. Lo sapevo che sarebbe successo.

Non ci sono navi in arrivo. Non accadono cose strane. C’è solo da attendere.

2 novembre 1993 ( 4° anniversario della strage)

Oggi ho ricevuto una lieta novella. Farò almeno due lanci di manifestazione a Balad per la cerimonia del 4 novembre. Sarò istruttore in volo ed organizzatore. Benissimo, così il tempo riprenderà a correre come piace a me. Speriamo che sia bello; soprattutto che non tiri troppo vento. Il fiume, con i suoi allegri e dentuti abitanti, è sempre fin troppo vicino alla ZL.

Anche oggi il caldo è mostruoso. Non c’è un alito d’aria, superiamo i 43° e siamo perennemente fradici di sudore. Persino le mosche sembrano inebetite anche se continuano a posarcisi addosso con meccanica pervicacia. Queste dannate sono come l’aria. Dappertutto. Fanno uscire di sentimento, fanno sentire sporchi anche se si è appena usciti dalla doccia. Africa… puah!!! Neanche i repellenti sembrano servire a qualcosa. E la sera arrivano le zanzare a dargli il cambio. Cattivissime che sembra abbiano un trapano come pungiglione; e chissà, magari col plasmodio dentro. Uno di noi (non del reloco) è morto due giorni fa per una forma malarica particolarmente maligna. Che sfiga. Ma abbiamo saputo che anche questo non prendeva le pasticche… e allora… meglio non dire altro.

3 novembre 1993

Oggi abbiamo fatto il lancio di prova per la manifestazione di domani. In mezzo alle nuvole, da 700 metri scarsi e solo in quattro. Io , V. e altri due. Troppo basso per far saltare anche il 9° rgt. E’ stato solo un esci e tira ma abbiamo fatto vedere a quei cammelli della Legnano di cosa sono capaci i paracadutisti.

5 novembre 1993

Ieri abbiamo fatto la manifestazione per la festa delle Forze Armate. E’ andato tutto bene. Abbiamo ricevuto i complimenti degli spettatori che erano in massima parte stranieri. Solo noi italiani siamo stati capaci di organizzare un lancio così tecnico in Somalia. Altro che americani. Ma sì. Una volta tanto gasiamoci.

Tra due giorni partirò. Si chiuderanno così quattro lunghi mesi di gioie e dolori entrambi indimenticabili. Proprio ora mi ha telefonato un Magg., una persona gentile che ho conosciuto durante uno dei tanti viaggi per l’interno del paese. Mi ha fatto i complimenti per il lancio e ci siamo salutati cordialmente. Chissà perché gli sono piaciuto subito. Penso che possa esserci qualcosa di gay sotto, ma va bene così.

Manco a dirlo anche oggi il caldo è spaventoso. Persino le mosche sono sparite del tutto. E’ misterioso. Chissà che freddo c’è in Italia.

6 novembre 1993

Domani mattina decollerò da qui. Almeno lo spero. Alleluia.

7 novembre 1993

Sono schiacciato al sedile dell’airbus. La spinta del decollo sta esaurendosi e dal finestrino alla mia sinistra vedo scorrere rapida e obliqua la sabbia del deserto. Poi scintillare una lingua di mare. Poi l’oceano si apre a perdita d’occhio.

L’aereo sale veloce. La Somalia è sempre più in basso, sempre più indietro e sempre più astratta, come se di colpo fosse solo una fotografia in un album di ricordi. Appaiono le nubi. Ci passiamo attraverso e siamo sopra. Un colpo di spugna…

L’Africa svanisce e, secondo dopo secondo, miglio dopo miglio, si avvicina casa.

E la storia finisce qui.