OPINIONI

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Pubblicato il 30/01/2019

AFGANISTAN: TUTTI A CASA PER UN LIKE DI PIU’? di Corrado Corradi

Nota della Redazione: usiamo come introduzione al pezzo di Corrado Corradi, alcune righe di un editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 30 gennaio 2019:

C’è poi un’ultima lezione afghana che si può apprendere dall’Italia. Quando c’è da annunciare il ritiro da una guerra che ha prodotto decine di morti — tra i quali è giusto qui ricordare i parà del sanguinoso attentato a Kabul del 17 settembre 2009 (senza però lasciare all’oblio nessuno degli altri militari e i civili del luogo che hanno perso la vita in quei frangenti) — sarebbe meglio che i ministri si mostrassero all’altezza della circostanza o quantomeno fingessero di aver concordato tempi e modi dell’annuncio. E sarebbe altresì sconsigliabile, nei giorni successivi a tale dichiarazione d’intenti, ricondurre tale iniziativa ad occasione per così dire «di confronto tra le diverse componenti del governo». Dal momento che talvolta le modalità del ritiro possono rivelarsi più disonorevoli del ritiro stesso.

AFGANISTAN: TUTTI A CASA di Corrado Corradi
Concordo con il Gen. Bertolini, l’iniziativa puzza di fregola dell’esordiente mescolata con la volontà di fare incetta di like, due caratteristiche che é bene stiano lontane mille miglia da chi esercita il servizio politico.

Se poi ci aggiungi che manco il ministro degli esteri sembra fosse stato messo al corrente di tale iniziativa, il quadro é completo… mi sarebbe piaciuto vedere la faccia dell’Ambasciatore d’Italia in Afghanistan, il Dott. Cantone (al quale mi lega un sentimento di stima dai tempi dell’Algeria), appena messo al corrente di una simile novità… Non oso immaginare quella del Ministro Moavero e nemmeno quella del Presidente afghano Ashraf Ghani.

Il nostro ministro della difesa probabilmente non si é nemmeno reso conto che i reparti in armi schierati in territorio straniero costituiscono un importante strumento di politica estera che, giocoforza, comporta una serie di relazioni non solo interforze ma anche internazionali, e un simile rientro suona più come un «tutti a casa» che non come un progressivo sganciamento a fronte di un concertato ragionamento sul livello della minaccia che si é contrastata fino ad oggi… proprio quello che ci vuole per far fare al nostro paese l’ennesima figuretta da peracottari.

Forse il tutto era già intuibile da quel demenziale spot del 4 novembre ove i soldati erano tutti rigorosamente, disarmati, sorridenti come ebeti e come ebeti ripetevano lo stesso ritornello. Altro che strumento di politica estera, una insulsa e invertita pubblicità di quello che dovrebbe essere il soldato.