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Pubblicato il 02/03/2015

CEMSIS : IMMIGRAZIONE ISLAMICA IN ITALIA SOTTO LA LENTE

Cemiss, il Centro militare di studi strategici del ministero della Difesa ha presentato la propria analisi della situazione del terrirismo islamico in Italia. I dati sono a dir poso preoccupanti:

1,6 MILIONI DI MUSULMANI DICHIARATI IN ITALIA
– Il dossier si focalizza sul grado di radicalizzazione della comunità islamica italiana, composta da 1,6 milioni di persone, un terzo degli stranieri presenti, cui si aggiungono 60-70mila convertiti. La metà dei musulmani viene dal Nord Africa, in particolare da Egitto, Tunisia e Marocco. Risiedono principalmente al Nord. Le province di Milano, Roma, Brescia, Bergamo e Torino contano il maggior numero di residenti provenienti da paesi musulmani.

UNA VENTINA GLI IMAM RADICALI – Sono una ventina le organizzazioni principali, più di 100 le moschee, 159 i centri islamici, decine le scuole coraniche, tanti i siti internet. Secondo il dossier, «la radicalizzazione della comunità islamica rappresenta una potenziale seria minaccia». Viene infatti evidenziato che visioni radicali hanno penetrato varie moschee ed organizzazioni sociali. In certi casi, l’estremismo si limita alla retorica, ma in altri, invece, sostiene attivamente o passivamente il terrorismo. Alcuni leader sociali e religiosi predicano versioni wahabite e salafite dell’Islam, odio razziale, intolleranza religiosa e promozione della jihad attraverso il reclutamento di martiri, fondi e armi. Complessivamente, le organizzazioni radicali sono quasi una decina, gli imam radicali una ventina e le moschee che hanno mostrato idee radicali 108, sparse in tutto il Paese, a Milano, Roma, Torino, Firenze, Napoli, Venezia e Genova.

DAL 2001 20 PROGETTI DI ATTENTATI – Undici moschee sono state direttamente o indirettamente coinvolte in inchieste sul terrorismo: a Milano, Cremona, Firenze, Bergamo, Varese, Brescia, Napoli, Vicenza e Roma.

Dal 2001 in Italia vi sono stati 13 tentativi e piani d’attacco, 6 attacchi effettuati ma non riusciti (cioè con nessuna vittima o danni) e un solo attentato effettuato ma solo parzialmente riuscito (quello del libico Mohammed Game a Milano, nel quale non vi furono vittime ma lo stesso attentatore e una guardia rimasero feriti).
L’ITALIA ESPORTA COMBATTENTI
– Per anni, prosegue lo studio, l’Italia ha inoltre esportato kamikaze in teatri stranieri di guerra, come Afghanistan, Cecenia e i Balcani. Lo scoppio della guerra in Iraq nel 2003 trasformò l’Italia in uno dei maggiori fornitori di martiri. Moschee e centri islamici furono i principali catalizzatori nel reclutamento. Dal 2001 ad oggi, circa 200 persone sono state arrestate con l’accusa di terrorismo: le realtà più numerose a Milano, Napoli e Bologna. Milano è l’epicentro del radicalismo islamico in Italia. La città è sede di moschee radicali come quella di Via Quaranta e quella di Gallarate e dell’Istituto Culturale Islamico di Viale Jenner già passato agli onori della cronaca in più occasioni.

 

LA PROPAGANDA  E’ ARRIVATA IN ITALIA  FATTA DA ITALIANI

Ora l’Is parla italiano. Con un testo di 64 pagine pubblicato on line sui forum jihadisti si rivolge agli aspiranti terroristi nostrani con l’obiettivo di «fare chiarezza» su natura e obiettivi del sedicente Stato islamico e chiamare alle armi in vista della futura «conquista» di Roma. La particolarità del documento – scrive il sito Wikilao, che lo ha scovato – è che si tratta del primo «di una certa importanza (per elaborazione e contenuti) diffuso in italiano, da parte dell’autoproclamato Califfato». Un italiano perfetto.

Intitolato Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare e firmato «Il vostro fratello in Allah, Mehdi», il documento – che è al vaglio dell’intelligence – potrebbe essere stato elaborato con la collaborazione di persone legate all’Italia, se non proprio di italiani arruolatisi nell’Is. È ricco di foto e di grafici e ripropone tutti i temi della propaganda jihadista. «Propagare la conoscenza Islamica, correggere la comprensione della gente sulla religione, chiarire la verità»: sono questi, si legge, «i più importanti obiettivi da raggiungere fissati dalla politica dello Stato Islamico».

Il testo contiene cronache propagandistiche della vita nei territori conquistati e amministrati dall’Is, nei quali, si afferma, «grazie all’applicazione della Sharia e delle punizioni regolate dal Libro di Allah si è instaurata» una «reale sicurezza». I crimini sarebbero calati «in poco tempo» del 90 per cento. Vengono illustrate le campagne anti-alcol e anti-fumo, ci sono interviste al «capo della polizia» islamica, al responsabile della produzione del pane e a quello di un ufficio per la protezione dei consumatori.

Il testo non contiene minacce esplicite all’Italia, ma vi è una chiara chiamata alle armi e si evoca la «conquista di Roma»: «Accorri al supporto del Califfato Islamico» che «ha allargato i propri territori… Per grazia di Allah i soldati sotto diretto controllo dello Stato Islamico sono in Algeria, Nigeria, Ciad, Libia, Egitto, Arabia Saudita, Yemen e altri Paesi ancora». E, sotto una mappa, questa didascalia: «Accorrete Musulmani, questo con il permesso di Allah è il Califfato Islamico che conquisterà Costantinopoli e Roma come Muhammad profetizzò».

Alla fine del documento, come quasi sempre negli scritti più strutturati riconducibili all’Is, compare una lista di consigli concernente materiale da consultare. Tra l’altro anche un video, con traduzione in italiano, relativo alla «distruzione del confine Sykes-Picot», quando «la barriera colonialista dividente Iraq e Siria è stata abbattuta. Un giorno di felicità per i Musulmani in tutto il mondo», si legge nel testo. Il documento non ha colto di sorpresa gli analisti dell’antiterrorismo e quelli dell’intelligence.

Proprio nella Relazione dei servizi al Parlamento, si sottolineava la centralità del web come luogo di «reclutamento per aspiranti jihadisti», pronti a passare dalla tastiera di un computer ai teatri di guerra siriani e iracheni. Secondo gli 007 italiani, e non solo, è ormai acclarato come l’Isis abbia una «sofisticata strategia di comunicazione e propaganda» che vede nella Rete lo strumento principale. E proprio nel monitorare il web, sottolineano i Servizi, «si è registrata la tendenza», soprattutto da parte dei più giovani, «a privilegiare i social network, attraverso i quali, tra l’altro, i foreign fighters europei, per spronare i connazionali correligionari, alimentano un’informazione parallela ai comunicati ufficiali dei gruppi armati – peraltro sempre più spesso sottotitolati o tradotti in italiano – diffondendo immagini di guerra», ricordi di martiri e il racconto della loro esperienza «accanto ai fratelli provenienti da tutto il mondo».

 

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