EL ALAMEIN

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Pubblicato il 09/02/2015

CON QUALE SPIRITO INDOSSARE IL BASCO AMARANTO : SCRIVE IL FIGLIO DI UN LEONE DELLA FOLGORE

di Salvatore Onano

Leggo su facebook alcune considerazioni sull’uso di simboli appartenenti ai paracadutisti militari da parte di chi paracadutista militare, inteso come brevettato presso l’attuale C.A.Par. (preferivo S.MI.PAR.) o appartenente ai reparti paracadutisti, non è. Ovviamente ci si riferisce ai soci “aggregati” A.N.P.d’I., cioè civili che hanno seguito il corso di abilitazione al lancio e conseguito l’abilitazione sotto controllo militare. Io sono tra questi. Il problema è semplice, sempre se di problema si tratta. Infatti l’appartenenza ad un’associazione d’Arma anche se non si è svolto in essa il servizio militare, è prevista in molte associazioni, chiamandosi questi soci in alcuni casi aggregati o simpatizzanti. L’A.N.P.d’I, alla quale appartengo fin dal lontano 1965, prevede il titolo di “aggregato” solo dopo aver conseguito l’’abilitazione al lancio. Ora è indubbio che nessuno di noi, anche per statuto, può utilizzare i simboli tipici del paracadutista militare, basco amaranto con stemma militare o brevetto con stella, ma a mio modestissimo parere è necessario fare alcune considerazioni.
Per tradizione familiare, essendo figlio di un Leone della Folgore e cugino di un paracadutista combattente della Nembo, ho sempre mangiato pane e paracadutismo, ho iniziato fin da bambino a leggere e studiare di paracadutismo e, senza falsa modestia, penso di poter sostenere molte discussioni sull’argomento. Non feci il paracadutista militare solo perché mia madre mi fece giurare di non farle passare i dolori che passò a causa della guerra e della successiva lunga prigionia di mio padre che, per malattia contratta in servizio, morì ancora giovane. Sbagliai ma sbagliai soprattutto perché non mi consideravo capace e in un certo senso degno di fare il paracadutista, perché per me loro erano esseri speciali e non credevo di poterli emulare. Poi da grande, quando oramai era tardi, almeno “aggregato” dovevo diventare e così fu.

Io porto il basco amaranto, lo porto col “186” sul gladio in onore del Reggimento nel quale mio padre ha dato gli anni migliori della sua vita, e mi sento di appartenere a quel reggimento, è un errore ma credo che nessuno me lo debba impedire.
Purtroppo vedo anche io cose che non mi sono mai piaciute e non mi piacciono. Non mi piaceva, molti anni fa, quando si iscrivevano all’A.N.P.d’I. estremisti che così si sentivano “migliori” e indossavano il basco in manifestazioni che portavano solo discredito all’associazione e ai reparti in armi, quelli che durante le esercitazioni lancistiche volevano apparire più militari dei militari e sorvolo su abbigliamento e armi ostentate senza un briciolo di cervello. Ma non mi piace nemmeno ciò che è successo in seguito, e cioè l’accettare chiunque sia disposto a pagare per iscriversi ai nostri corsi solo per acquisire punteggio nei concorsi o per altri motivi che non sto qui ad indagare, ma che della storia e tradizioni del paracadutismo non gliene può fregare di meno.
Però devo spendere una parola per tutti i nostri soci aggregati che magari indossano il basco “militare” ma che si ammazzano di lavoro per portare avanti le nostre sezioni, con serietà e dedizione, come ho fatto io per dieci anni nel consiglio direttivo.

E’ risaputo che in molte sezioni sono di più i non militari dei militari ed è anche difficile eleggere un consiglio direttivo per mancanza di soci “ordinari”, sono questi i casi in cui gli aggregati ne garantiscono l’esistenza. Certo ancora oggi io provo imbarazzo, e non potrebbe essere altrimenti, quando qualcuno mi chiede, magari dopo avere visto il mio distintivo all’occhiello o il basco: in che reparto ha servito? Allora viene il momento di essere umili e di spiegare la realtà delle cose.

Io mi avvicino ai militari con molto rispetto ed umiltà, intrattengo rapporti anche epistolari con comandanti di Brigata e Reggimento ma come è mia abitudine sto in disparte, riconoscendo a loro l’esclusività dei loro simboli e spero che perdonino chi, come me, in buona fede ne fa qualche volta uso. Io continuerò a portare il mio basco ma se questo a molti da fastidio, chi può proceda come meglio crede perché ciò non accada, può senz’altro essere giusto sotto l’aspetto formale ma attenzione a non colpire chi lo fa in buona fede e con sentimento sincero.
CIPPO.ONANO