OPINIONI

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Pubblicato il 03/05/2013

DOVE SI COMBATTE IL TERRORISMO

di Walter Amatobene

PARMA- A ottomila chilometri da casa i nostri soldati combattono nei luoghi dove -dicono gli analisti internazionali- nascono e si addestrano i guerriglieri del terrorismo islamico mondiale.
Gli stessi esperti ci dicono che si tratta di una rete che assomiglia ad una specie di “franchising” destrutturato e senza gerarchie precise, che viene attivato a comando, tramite le migliaia di cellule dormienti sparse per il mondo.
Anche la maratona di Boston ne poterebbe essere una prova. Possono colpire dove e quando vogliono, in barba alle migliaia di uomini sparsi nel mondo a cercarli dove si addestrano. Anche se per l’attentato di Boston non è certa la matrice,c’è spazio per alcune riflessioni più generali.

DOVE SONO I TERRORISTI ?

Di sicuro in Afganistan, dicono, anche se i quadeisti stanno lentamente sgusciando in Pakistan, incalzati da ISAF. L’iniziativa, purtroppo, la prendono sempre loro: dove hanno deciso di farsi inseguire, noi gli andiamo dietro , ma sembra di essere pescatori che cercano di prendere le anguille con le mani.

Da pochi mesi si sono state attivate anche le cellule dormienti in Mali, che hanno ripetuto la stessa tattica, fuggendo in Niger ed inquinando anche quel confine, impegnando oltre tremila uomini francesi. Una spesa economica formidabile per inseguire una banda di qualche centinaia, forse mille, “ribelli”. Un problema che si potrebbe risolvere in un giorno, ma che motivi umanitari impediscono di affrontare pragmaticamente.
Di Algeria, Tunisia, Marocco, Libia e, forse, Egitto sappiamo che sono pentole in ebollizione: in mezzo alle folle della primavera araba ci sono centinaia, o migliaia, di quadeisti.

In Siria l’Onu ha valutato che il 70% dei ribelli non siano siriani , ed il cui obbiettivo non è di portare democrazia nel paese.
Sembrano,piuttosto, diverse strategie di destabilizzazione non solo del medio oriente, che esplodono a macchia di leopardo e contemporaneamente e che seguono lo stesso fine dichiarato: creare un grande stato islamico, cacciando quello occidentale ed indebolendolo in patria.

Le armi che usano le conosciamo : ,terrorismo, generazione di conflitti che aggravano la nostra crisi economica per le guerre che andiamo a fare lontano da casa, immigrazione a telecomando. L’Iran svolge un ruolo non chiaro, ma è certamente pedina importante .
POCHI RISULTATI LONTANO DA CASA
Un esempio ce lo dà L’Iraq, che non è per nulla pacificato: ancora centinaia di persone muoiono ogni mese di autobomba. Dieci giorni orsono tre ordigni a Baghad hanno fatto settanta morti. Le fazioni si sparano per le strade. La corruzione è alle stelle . Solo qualche società petrolifera occidentale fa affari. Una volta tanto anche l’Italia si è seduta al tavolo “dei negoziati di pace”, ottenendo commesse da centinaia di milioni di euro.

IMPEGNO DI ENORMI RISORSE UMANE E FINANZIARIE PER COMBATTERE POCHE MIGLIAIA DI UNITA’ TERRORISTICHE

Sottotitolo: Serve un confine di stato? Quanti soldati servirebbero per schierarli in Italia?

Siamo diventati bravi a controllare i varchi-colabrodo italiani, ad intercettare i sospetti e rinchiuderli nei CIE, ma , dopo l’arresto, sono messi tutti fuori per legge. I centri si svuotano e si riempiono a telecomando. Anzi: a telefono satellitare. Le associazioni di volontariato a pagamento ringraziano: la assistenza ai graditi ospiti non paganti è una fabbrica che dà lavoro a migliaia di persone, al sud.
I rimpatrii sono considerati contrari ai diritti umani di coloro che vogliono entrare illegamente, trascurando il diritto dei cittadini italiani allapace sociale e alla sicurezza.
Non c’è quindi possibilità di tutelare la integrità nazionale?
Quali interessi impediscono di proteggere strade, case, confini, scuole, stazioni, aereoporti con le nostre forze armate?
I servizi segreti italiani confermano che i barconi che arrivano in Italia contengono di sicuro pericolose cellule dormienti. Ce ne sono centinaia, se non di più, in Italia. Lo sappiamo per certo.

Di sicuro sappiamo che la centrale internazionale islamica ottiene -all’estero, nel nostro mare e sulle nostre coste coste- un grande risultato, degno di accademia militare: lampante è l’esempio in mare; per intercettare anche un solo barcone l’impegno è mastodontico: corvette, elicotteri, motoscafi, guardia di finanza, guardia costiera, polizia, pulman, residences e volontari a pagamento. Una industria da rovina finanziaria.
400 profughi impegnano almeno 2000 o più soccorritori, di cui molti militari. Senza contare il logorio dei mezzi , i costi degli uomini e quelli della assistenza.
Poi, dopo sessanta giorni tutti fuori , con tanto di invito a lasciare il territorio nazionale in 5 giorni, scheda telefonica e pacco viveri in mano.

In Afganistan, i nostri Ragazzi si espongono nelle strade e diventano bersagli. Dalla lotta al terrorismo siamo passati alla missione di ordine sociale che porta protezione alla popolazione dalle bande che infestano quel paese.
Dentro quei gruppi c’è di tutto: tagliagole, rapinatori, assassini, quadeisti, islamisti, trafficanti di armi e droga. Bombe che prima non c’erano, ora vengono piazzate solo perché siamo lì. Non è possibile fare “vera” guerra al terrorismo, perlomeno nell’area controllata dall’Italia: rispondiamo con metodi civili a modalità spietate. Non potremo mai vincere.

In più, le bande talebane sono sfuggenti come anguille: le intercetti in Afganistan e scappano in Pakistan. Se le insegui, ritornano sulle loro montagne. Appena restituisci una base alle forze locali, se la riprendono.

Dove combattere il terrorismo, allora?
Scusate per la banalità della risposta, poco globalista, nè europeista: a casa nostra, perché è qui che un attacco ci farebbe più male ed è qui che potremmo fermare il flusso diretto in Europa. Siamo o non siamo il “ventre” molle del vecchio continente?

Le forze che schiera l’Italia nel mondo e nel mediterraneo,da sole, se usate in Patria consentirebbero una blindatura perfetta delle coste e delle città a rischio, così come dei confini a nord.

Mi aiuta la matematica: quattromila chilometri di coste, presidiate da cinquemila soldati ( tanti sono quelli impiegati all’estero) farebbe un soldato ogni ottocento metri. Aggiungeteci Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia, corpo forestale, polizia provinciale, polizia municipale e capirete che il motivo della mancata adozione di queste misure nazionali va cercato nell’interesse di qualche lobby e in un malinteso senso della avversione alla “militarizzazione” del territorio, tanto cara a certa politica.

Tra queste, forse, c’è quella delle grandi società finanziarie islamiche che stanno prendendo il controllo finanziario ( quindi politico) del nostro paese?