ADDESTRAMENTO

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Pubblicato il 05/10/2006

ETICA DELL’ADDESTRAMENTO MILITARE

PARMA- Pubblichiamo un articolo scritto da Omar Vecchio, Paracadutista della sezione di Milano, morto il 31 luglio 2000 travolto da una valanga durante una spedizione alpinistica sul Diran Peak 7300mt in Pakistan. Per una fortuita coincidenza,i paracadutisti ed istruttori Fabrizio Cocchi ed Alberta Chiappa, suoi amici e compagni di avventura, non sono rimasti travolti, ed hanno partecipato al doloroso recupero della salma dell’amico.


La tragedia è riportata nel sito
http://www.planetmountain.com


Aspetti etici dell’addestramento militare

All’interno dell’ANPdI esiste un gruppo di persone che si dedica specificatamente alla partecipazione ed alla preparazione in vista di gare di pattuglia in Italia ed all’estero.

Ciò che qui vorremmo tentare rapidamente di approfondire sono le motivazioni che spingono ragazzi e uomini non più giovani, che hanno già effettuato il servizio di leva e che sono civili a tutti gli effetti, a mantenere i contatti con l’esercizio militare o a riprenderlo dopo anni.

Il tema non tocca solo chi a queste gare si dedica, ma può rappresentare un contributo a chiarire, dentro e fuori dall’Associazione, il significato autentico di quella che qualcuno con preoccupazione considera la svolta “militaristica” della sezione di Milano.

Si è detto giustamente: all’interno della Associazione non ci sono gradi militari, ogni membro ha giuridicamente stesso diritto di voto e stessi doveri associativi.

Certo, ma le differenze non giuridiche, non statutarie esistono: innanzitutto fra soci ordinari e soci aggregati, poi fra anziani e giovani, quindi fra chi ha vissuto reali esperienze di guerra(ieri nell’ultimo conflitto mondiale ed oggi nelle varie operazioni ONU ancora in svolgimento) e chi no; da ultimo, non meno importante, fra chi, anche senza incarichi e ruoli ufficiali, collabora attivamente alla vita associativa (partecipando e distinguendosi per capacità sui campi di lancio, nei servizi d’ordine, nelle competizioni di rai commando, nelle cerimonie, in palestra, ma anche nel lavoro di segreteria o del magazzino) e chi no .


E qui torniamo al nostro tema: nelle gare di cui parliamo non si bara, perché ognuno essenzialmente si confronta solo con se stesso, coi propri limiti, con le proprie possibilità.

E’ in base alla capacità di affrontare (ed eventualmente superare) gli ostacoli con responsabilità che ognuno riceve, all’interno del gruppo, il ruolo che gli spetta, sempre in armonia gerarchica con le distinzioni di cui parlavo prima: il semplice paracadutista porterà sempre rispetto a chi porta i gradi dell’ufficiale in congedo, ma in qualche caso, sa la sua esperienza è maggiore, sarà lui il responsabile della condotta tattica di una squadra e lo stesso dicasi fra i soci aggregati ed ordinari.

Certo distinguere le priorità e le competenze non è facile, ma, come ripeto, sul campo non si bara. “Chi sa fa, chi non sa parla” dice un bel motto che campeggia nella nostra sede: molte persone che parlano molto sedute al tavolo dello spaccio, sono poi in imbarazzo se devono lanciarsi da un aereo o se, sotto la neve e di notte, devono decidere con la bussola che strada prendere.

Per chi scrive dunque, l’essenza di un addestramento militare è tutta interiore: inizialmente, è vero ,si può essere attratti dal fascino (esteriore) di tornare a mettere una divisa mimetica o di dover comportarsi tatticamente (atteggiamento tattico in cui molti corpi d’élite, raramente hanno avuto occasione di addestrarsi durante la leva…); ma quando infine ci si ritrova abbandonati , di notte in una strada innevata o persi in un bosco, sotto la pioggia e si deve camminare per decine di chilometri con gli anfibi che fanno male, ecco che allora, per continuare, bisogna trovare dei valori più profondi che motivino il proprio esser lì, piuttosto che a letto con la fidanzata o davanti alla televisione.

Ed è in questa alternativa tra quiete familiare e frequentazione di condizioni faticose e talora estreme sta la contrapposizione fra una morale borghese ed una morale militare: il militare di cui parliamo non è certo il mercenario che rischia quotidianamente la pelle nella jungla, bensì un uomo comune, un civile che ha una famiglia ed un lavoro ed una casa, senza però esser tutto compreso nella quieta esistenza borghese; quando può, quando è libero da impegni sociali, nelle vacanze, nei fine settimana, quest’uomo si prova e torna a conoscere la fatica ed il pericolo( che pur senza un nemico che ti spara addosso, può essere addirittura mortale, come nella pratica del paracadutismo o dell’alpinismo).

Anche lo sportivo puro, che pratica particolari tipi di sport, ne sa qualcosa: il paracadutista da Aero Club oppure il free climber o il maratoneta; essi, come tutti coloro che praticano sport autentici, sono già sopra alla mediocrità etica borghese,
che è la morale di chi è circondato di sicurezze, di chi incontra il mondo da dietro il finestrino dell’automobile climatizzata e non ha mai imparato a conoscere il proprio corpo ed il proprio spirito nel confronto e nel conflitto con gli altri.

Ma ecco che, sulla questione del conflitto, della guerra( ne senso filosofico di contrasto essenziale di tutte le cose) arriviamo alla distinzione fra ciò che è semplicemente sportivo e ciò che definiamo militare: partecipare ad un’attività militare (anche solo come riservisti, anche solo come membri di un’Associazione d’Arma) significa esteriormente partecipare di certe forme e di una certa formalità, ma fondamentalmente, dal nostro punto di vista, significa accettare di farsi carico del conflitto perenne che è insito nelle cose e che, nel consorzio umano, si esprime naturalmente contrasto bellico.

Non bisogna confondere quest’ottica come quella del guerrafondaio che vuole guerra, distruzione e dolore: i morti e le sofferenze di una guerra non sono mai auspicabili, semplicemente esistono; esiste la violenza, il conflitto fra uomo e uomo e fra uomo e modo, il dolore, la sofferenza e la morte.

La civiltà moderna occidentale (la civiltà borghese) di tutto questo non vuole saperne e chiude gli occhi: nega la morte, nega il dolore, nega il conflitto e sogna manipolazioni genetiche per prolungare la vita all’infinito, medicine per tutti i mali, sia fisici che psichici, ed infine popoli perennemente pacifici e pacificati, Ma tutto questo e disumano e innaturale, anche se la natura continuamente torna a farsi conoscere per la matrigna che è e continuamente rinnova, sotto gli occhi di tutti, le sofferenze, i conflitti ed il morire.

Se le cose stanno così, non è allora meglio “farsi carico”, come dicevo prima, di questo naturale contrasto essenziale, di questo conflitto perenne che è il mondo? L’ottica militare è appunto un modo di incontrare il mondo a questo livello; non certo per aumentare dolore, sofferenza odio ed eccidi, ma per essere in grado di affrontarli e sopportarli individualmente e collettivamente.

Un tempo le civiltà tradizionali (ed ancora oggi dove esistono) tutto questo lo sapevano bene e riuscivano a convivere armonicamente col conflitto, creando collettività normali che ci hanno lasciato insegnamenti morali enormi (l’etica cavalleresca, le dottrine-arto marziali, i vertici letterari e religiosi di testi bellici cole l’Iliade, l’Antico Testamento o la Bhagavad Gita); oggi il “progresso” ci lascia ammutoliti di fronte all’evidente incapacità occidentale di gestire i conflitti laddove nascono, conflitti che improbabili organismi sopranazionali (ma in effetti facenti l’interesse di una parte sola…) dovrebbero controllare in nome di presunti valori superiori: la vera pace però è quella che segue un duello (duellum=bellum) in cui le parti hanno potuto mettere in gioco la propria potenza, vincendo l’una e perdendo l’altra, dentro a regole e codici bellici che ogni società normale conosceva ed applicava.

Il discorso si è fatto un po’ troppo vasto, ma era forse l’unico modo di far comprendere ciò che viene spregiudicamene qualificato come “militarismo”, ammesso che si condividano le premesse di questo testo.

Tornando però alla vita quotidiana, bisognerà aggiungere che il trovarsi in situazioni di pericolo e di fatica estrema non insegna solo eticamente ad accettare e a convivere con la propria finitezza;
può anche insegnare praticamente a comportarsi in situazioni comuni della vita civile, della vita borghese: se si è imparato a prendere decisioni rapide in condizioni difficoltose, a restare calmi in mezzo al pericolo, a concentrasi in mezzo al frastuono, tutto questo è sempre utile, ma soprattutto fa guardare a ciò che accade da una posizione privilegiata di serenità e di lucidità di cui pochi sanno.

Speriamo di avere parzialmente chiarito con che spirito qualcuno partecipa (o dovrebbe partecipare) a certe competizioni militari, laddove non semplicemente, come si dice nello sport, “l’importante non è vincere ma partecipare”, piuttosto invece si tratta di voler combattere e vincere sul nemico più grande e pericoloso: se stessi.

Omar Vecchio