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Pubblicato il 08/02/2020

GRAZIE MARCELLO VENEZIANI: SU SANREMO LA PENSIAMO COME LEI

(Marcello Veneziani – La Verità) – Non ho visto neanche una serata del Festival di Sanremo, non la vedo da anni, non ho intenzione di vederla, e so per certo che non mi perdo nulla, o se preferite, mi perdo il Nulla, in abito da sera. Però mi devo pur chiedere, al di là delle solite polemiche esantematiche, che come il morbillo e la varicella accompagnano e guarniscono da sempre Sanremo e servono a dare curiosità e finta animazione all’ evento, perché una fiera dei tromboni come quella ha una platea così larga e duratura.

Vero è che la metà degli spettatori vede Sanremo per disprezzarlo, e dunque l’ indice d’ ascolto è ben altra cosa dall’ indice di gradimento; ma per chi si occupa di populismo e si considera critico verso le oligarchie, un fenomeno pop, trash e pulp come il Festival non può essere ignorato. In Italia un fenomeno dicesi popolare quando i suoi numeri sono pari ai voti della Dc: ovvero quando sono a cavallo dei dieci milioni.

La Dc resta il paradigma del nostro «popolare»; e anche quella la votavano disprezzandola. Il Festival quei numeri ce li ha. Ma non è merito del modesto presentatore, del modesto direttore generale con le sue stupide menate sul festival inclusivo e nemmeno dei pur bravi Fiorello, incursori o portatrici di Messaggio. Ma Sanremo è una formula tautologica. Si va a vedere Sanremo perché la domenica si fa la passeggiata al corso e in piazza, si telefona alla mamma, insomma rientra nei riti domestici, civici e tribali.

Lo vedono tutti, dunque non posso non vederlo pure io, sennò di che parlo al bar, a cena, al telefonino. E con quel Sanremo parallelo che è sui social, c’ è la possibilità di rendere interattivo anche il festival: ciascuno fa il controcanto e il controsghignazzo in tempo reale.

Che Sanremo sia l’ autobiografia della nazione lo sostenevo decenni fa, ai tempi del Regno sa-Baudo; ora sarei tentato di dire che è piuttosto l’ autopsia della nazione, questo cadavere che ci ostiniamo a chiamare Italia. Ma non è questo il fatto peculiare, c’ è qualcosa di più, forse di più profondo, forse di più superficiale. Se proviamo l’ arduo esercizio dello psicofestival, cioè di capire le molle che spingono gli italiani a «guardare Sanremo» non basterà nemmeno dire che è la coazione a ripetere, il bisogno di far parte di un racconto collettivo, lo specchio fatuo del fatuo presente, e via dicendo.

Ma c’ è qualcosa in più: Sanremo è il surrogato estremo di un’ identità collettiva, di un’ antichità e di una tradizione.

Non andiamo più a messa, non abbiamo più vive tradizioni domestiche, civiche, patriottiche, religiose. E allora cerchiamo in Sanremo la rassicurazione delle cose durevoli. Tempeste finanziarie e malattie globali, incertezze sul futuro e collassi politici, tutto nella nostra vita muta vorticosamente: ma Sanremo è là che ci aspetta, vecchia mamma sdentata e tremante, con le sue flosce ma rassicuranti mammelle. Nell’ epoca dell’ oblio generale, della perdita del passato e della memoria storica, Sanremo è la rappresentazione canora del nostro passato, l’ eco sonora della nostra memoria storica.

Non c’ è programma dedicato al feticismo di Sanremo che non riporti alla memoria Nilla Pizzi e Mia Martini, Lucio Dalla e Gigliola Cinquetti, Modugno e Celentano. (Chissà perché è stato rimosso Claudio Villa che fu incoronato come reuccio della Canzone). Una specie di rosario.

Abbiamo perso i miti, gli eroi, i modelli antichi. E allora fungono da supplenti Albano e Romina, I Ricchi e Poveri, Rita Pavone e Massimo Ranieri. E se accanto a loro figurano o sfigurano anche i giovani cantanti, vuol dire che comunque, sul piano biologico e anagrafico, c’ è continuità, l’ Italia prosegue. È quello che vogliamo da Sanremo che è l’ unica festa patronale di questo gran paesone, trasmessa in diretta e per cinque giorni. In cui il santo patrono non è il presentatore, l’ animatore, il vincitore, ma è lui medesimo, San Remo.

Se un festival ha settant’ anni vuol dire che lo vedevano già i nostri nonni nella preistoria televisiva, nei bar e nelle tv condominiali. Lo videro i nostri genitori, nel passaggio dalla tv monocanale alla tv plurale e monomaniacale. Lo abbiamo visto noi, prima bambini, poi riluttanti da ragazzi, poi da adulti, da anziani. E lo sbirciano i nostri figli, i nostri nipoti. È la nostra continuità, la nostra piccola antichità.

Scambiamo l’ antico con l’ antiquato, il classico col vintage, la storia con l’ amarcord televisivo. Ignoranti di storia e archeologia, ripieghiamo sulla vecchiaia dei veterocantanti. Sanremo è la sagra del modernariato. Ripercorriamo la nostra storia in formato televisivo e canterino.

Vediamo il tempo di Mino Reitano e Nicola Di Bari come il nostro Risorgimento domestico, rivediamo il nostro Virgilio in Mike Bongiorno; Dante è una specie di Jimmy Fontana che canta la Divina Commedia del mondo, Leonardo è Sergio Endrigo, Foscolo coi suoi Sepolcri è Gino Paoli con le lenti nere e Leopardi è Luigi Tenco. Tutta la nostra storia, memoria, arte e letteratura si riduce in formato Festival. Una via di mezzo tra la festa della mamma e del mammuth.

Perciò vi dico: Sanremo è la tradizione di un paese che ha perso la tradizione, è la processione di un paese che ha perso la devozione, è la reliquia del santo di un paese che non ha più santi. Un pezzo di stoffa, un pezzo di lingua e di ugola, e il palcoscenico dell’ Ariston si fa tabernacolo e poi edicola votiva. E con questo non dico che sia ammirevole né spregevole.

Sanremo è quel che resta di San Pietro, l’ Altare della Patria e i Musei Vaticani dopo la bomba atomica a lento rilascio che ci ha colpiti da tempo.