EL ALAMEIN

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Pubblicato il 28/03/2008

GRAZIE PER QUESTO RACCONTO, EMILIO!

Un racconto che ci fa vivere qualche giorno nel deserto con lui
e ci fa apprezzare il “fattore El Alamein”

Grazie Emilio, per come sai scrivere!

COME RIUSCII A CARPIRE LA
II° PROMOZINE

Spesso, per raccontare le proprie peripezie, ti trovi di fronte ad un muro di interrogativi e non sai se la sincerità che speri di riuscire a evidenziare sia, da parte di chi legge, ritenuta tale. Bisognerebbe essere sinceri senza ritegno, spiattellare anche quelle verità che sai che generalmente non piacciono, non nascondere quelle cosucce che ti degradano, ma che sono le uniche che danno vita e sostanza ad un racconto. Se in un precedente racconto ho parlato di bucce di patate accontentando chi ha avuto il coraggio di leggermi, posso anche tentare di parlare di affari miei senza il pericolo di indurre al sonno il malcapitato lettore. Mi piace pensare che qualcuno che mi consideri almeno alla stessa stregua di una buccia di patata a questo mondo debba pur esserci. Il tutto cominciò a S.Maria Capua Vetere. Ho già Raccontato tempo fa di una degradazione subita da tutta la Compagnia Collegamenti per un cenone
pantagruelico ed inaffiatissimo consumato e non pagato in un grazioso ristorante dove il maggiore (grado) responsabile delle nostra nutrizione faceva giornalmente scaricare parte dei viveri di nostra pertinenza.Lo Stato Maggiore mandò due ufficiali
superiori per cercare di appianare la faccenda senza sollevare tanto scandalo.Il maggiore sparì. Io non ne seppi più nulla. I sottufficiali,fruitori di una mensa particolare, non avevano subìto la degradazione non avendo partecipato al cenone. Poiché il fatto era avvenuto, era giusto che i graduati fossero puniti.
Fu deciso di tenere i gradi in tasca e di riattaccarli alla prima occasione, soluzione dettata dai due ufficiali. Ci assicurarono che il foglio notizie non ne
avrebbe tenuto conto. Il Comandate la Compagnia, capitano Luigi De Lorenzo,aveva bisogno dei suoi graduati per poter costruire un organico credibile. I sottufficiali provenivano da altre specialità che nulla avevano a che fare con le stazioni radio. Gli altri gradi
li avevo praticamente proposti io, nella mia veste di istruttore, indicando quegli elementi che ritenevo idonei a gestire un apparato radio. Ma la mia responsabilità era giustificata solo se io avessi avuto un grado tale da poterla giustificare. Pare, ma non ci
giurerei su, che l’unico modo fosse quello della promozione per meriti di guerra. Per potere sfruttare questa possibilità, bisogna però avere a disposizione un campo di battaglia. Un mese dopo il mio arrivo in Africa il Comandante richiese a Roma la mia
promozione, con una motivazione un po’ fantasiosa ma possibile, e mi ordinò di fregiarmi dei gradi. Ordine non eseguito, per mancanza di negozi dove poterli acquistare.Questa fu la mia prima promozione.
Poiché sul mio foglio notizie né la prima né la seconda promozione compaiono, così come non compare nemmeno la degradazione, penso che, a seguito di tutto quel trambusto, la mia pratica sia andata persa.
Io faccio finta di non tenerci ma è uno sporco bluff. Quando voglio far colpo, non dico né come ,nè perché.
”Meriti di guerra” aprono le porte a mille supposizioniuna più valida dell’altra. Se poi le promozioni sono due puoi farti autorizzare a marciare per il centro cittadino gobbo per il peso delle medaglie che puoi appuntarti sul petto. Non ho mai capito il perché, per mandarci in Africa, dovessero farci fare quello
scomodo giro di passare dalla Grecia. Devo
comunque ringraziare chi ha avuto quella brillante idea che mi ha donato i quindici giorni più belli della mia vita. Arrivato in Africa, le mie condizioni di salute cominciarono a deteriorarsi e dopo un mese di lotte col mio intestino, l’intercolite mi aveva ridotto in uno straccetto. A parte il fatto che all’incirca ogni mezzora , bombardamento o no, dovevo correre a scaricarmi, un pezzetto di budello era fuoriuscito e mi rendeva difficile la deambulazione. Consideravo proprio questo in fila con altri folgorini davanti alla tenda dell’ospedaletto da campo a El Taqa , a ridosso della linea di combattimento. La Grecia oltre a meravigliosi
ricordi, ci aveva lasciato uno strascico di malattie veneree. Due medici si davano da fare all’interno della tenda, ed era evidente che la loro attenzione era indirizzata verso quel genere di malattie. Oltre tutto i pazienti, su ordine degli infermieri addetti all’ospedaletto, per accelerare i tempi, se soffrivano in quel reparto dovevano presentarsi con il responsabile in mano. Le cose stavano così, ed io non saprei come altro dirle se voglio spiattellare le cose come erano veramente. Mi trovavo lì per delle fastidiose piaghe che ornavano il mio prepuzio. Il tenente Damiani mi aveva ordinato di farmi visitare per l’intercolite ma ionicchiavo perché sapevo che, nelle mie condizioni rischiavo il rimpatrio. Quiè doverosa una piccola spiegazione poiché si tratta di cose successequattro o cinque generazioni fa. Cose che mi hanno procurato la patente di “cretino incallito e senza speranze”. A ragion vedutaho detto “rischiavo il rimpatrio” perché per noi, malgrado tutte le magagne che ci capitavano addosso, ritenevamo una insopportabile punizione essere mandati a casa. Cosa che al giornod’oggi giustifica la suaccennata patente. Il tenente Damianisi offrì di sostituirmi alla radio pur non sapendo dove mettere le mani.
Io ero all’ospedale, secondo Lui per l’intercolite secondo me per sapere cosa era successo al mio apparato genitale. I saccenti mi avevano pronosticato che, se le piaghette erano dispari, poteva trattarsi di sifilide,allora incurabile, se erano pari, di ulcere penetranti, nel qual caso me la cavavo con il distacco del prepuzio. Perdonateli, eravamo fatti così, senza speranza di redenzione. Toccò finalmente a me ed a quello con cuiavevo fino allora colloquiato. Il medico diede una rapida occhiata a quanto gli facevo vedere prese un modulo e scrisse “ alterazione scavo talamo prepurziale”. Pur
non avendo la minima idea di cosa si trattasse, era
stata tanta la paura che ancora me lo ricordo. Mentre mi rivestivo, vidi quello che era entrato con me che parlottava col medico. Stavo andandomene ma il medico mi si avvicinò con farequasi bellicoso. Mi
ordinò di spogliarmi e di mettermi sul lettino a pancia in giù. Diede un’occhiata là dove non batte il sole e vide il codino. Mi diede il permesso di rivestirmi, mentre io litigavo con il tizio che aveva fatto la spia.Ordinò ad un infermiere di accompagnarmi all’ambulanza diretta verso la nave ospedale. Significava il rimpatrio. Ero disperato. Mi sentivo un vigliacco disertore, ma mi rendevo soprattutto conto che tutta la rete R.T. della Divisione, senza la mia presenza era destinata ad entrare in stato
confusionale. Ero l’unico del mestiere. Ero stato addestrato ed avevo addestrato come paracadutisti e non come fanteria d’arresto. La mia lunga pratica mi permetteva, qualche volta con difficoltà, di adattarmi a qualsiasi tipo di situazione. I miei allievi avevano svolto solo una parte del programma che li abilitava all’uso di una stazione R.T. in battaglia. Sto cercando un sistema per sfuggire al solito ”cretino” di prammatica quando dico che in quei momenti la mia testa era occupata solo alla spasmodica ricerca di come riuscire a scappare. L’impellente bisogno di qualche minuto di intimità per soddisfare l’intercolite mi giunse in aiuto. Chiesi all’infermiere il permesso di appartarmi. Conosceva la mia malattia e sapeva che non baravo, anche se quasi tutti cercavano di svignarsela. Qualche giorno prima avevano portato un ferito a cui uno scheggione aveva amputato la mano destra. Si lasciò medicare senza emettere un solo lamento. Alla fine della medicazione si fece aiutare ad infilarsi la giacca, ringraziò il medico e si avviò in direzione della linea. Il medico ordinò all’infermiere di fermarlo. Lo rincorse, lo fermò e lo riportò davanti al medico. “Dove cavolo te ne vuoi andare? Devi essere ricoverato in un ospedale in Italia”. Dottore io mi sento bene. Devo tornare in linea. Hanno bisogno di me. Posso combattere bene. Non ricordavo di essere mancino.” Non conosco con esattezza la fine di questa vicenda. Pare che il dottore sia riuscito ad indurlo a montare sulla crocerossa che portava a Barce i rimpatriandi, ma che da là sia riuscito a scappare ed a tornare in linea. Io speravo di avere un futuro più facile. Appena mi accorsi che l’infermiere non poteva vedermi, mi avviai verso la linea approfittando anche di un paio di dune che facevano proprio al caso mio
nascondendomi alla sua vista. Arrivai alla mia buca dove già il tenente Damiani stava tirando moccoli per il mio ritardo. Speravo proprio di avercela fatta. Invece alle cinque, ora destinata a risolvere i problemi della stazione R.T.il tenente colonnello Ruspoli, mio comandante, dopo aver sbrigate tutte le faccende della
stazione, mentre in pace sorbivamo il solito tè da Lui
offerto :” Ehi tu, ma chi credi di avere fatto fesso!? So tutto.” Caddi dalle nuvole. Non sapevo a cosa si riferisse. Avevo la massima stima dei miei superiori e non mi ero mai permesso alcunché di poco
rispettoso. Continuò:” Il medico che ti ha visitato è venuto da me. Hai bisogno di cure urgenti. Devi rimpatriare.” “ Colonnello non posso, non ho nessuno che mi sostituisca, nemmeno a questa stazione.” “ Faremo venire qualcuno dall’Italia.” “Bene, quando arriverà gli passerò le consegne e me ne andrò”. “Sergente”. “Comandi”. “ Da quanto sei sergente?”. “Da un mese.” Solo! Non sei di carriera?”. “Signornò.” “ Da subito sei promosso sergente maggiore. Domani voglio vederti con i gradi nuovi.”. “Grazie, ma non sarà possibile. Non ci sono negozi per comprarli”. “ Ah, ecco perché girate tutti senza gradi, malgrado le promozioni che ho distribuito.”Così era Marescotti Ruspoli.E così eravamo anche noi. E ognuno di noi ha la sua piccola storia da raccontare, ma non lo fa, perché farlo è difficile erché dire oggi quello che è successo allora fa parte di un mondo bello solo per noi che lo abbiamo vissuto e sofferto.
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Par Emilio Camozzi
El Alamein