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Pubblicato il 04/09/2018

GUARESCHI COME LONGANESI PREZZOLINI E MONTANELLI.CAPACE DI ROVINARE UNA AMICIZIA CON UNA BATTUTA

«Sono un giornalista che adopera trecento parole (…), monarchico in una repubblica; di destra in un Paese che cammina verso sinistra; sostenitore dell’iniziativa privata e della unità in tempi di statalismo e di regionalismo; assertore di italianità in tempi di antinazionalismo; cattolico intransigente in tempi di democristianismo. Non sono un indipendente, bensì un anarchico, un uomo libero, ma sovversivo».


Mattino di Padova
sezione: CULTURA-SPETTACOLI data: 4/9/2018 – pag: 14

La lezione di Guareschi e la sapienza che il Paese ha perduto

Il primo maggio di quest’anno avrebbe compiuto cento dieci anni (Fontanelle di Rocca Bianca 1908). Ne visse solo sessanta (morì a Cervia il 22 luglio 1968). Dico di Giovannino Guareschi. «Un vero giornalista, come Prezzolini, Longanesi e Montanelli, capace di rovinare un’amicizia con una battuta. Eccessivo, ma leale; strampalato e contraddittorio, ma non servile» disse si lui il giornalista Enzo Biagi.Chi non è stato ? «Non sono un intellettuale di sinistra, anzi non sono neppure un intellettuale, cioè un uomo che dimentica di possedere, oltre a un cervello, un cuore e una coscienza». Chi sono?:

«Sono un giornalista che adopera trecento parole (…), monarchico in una repubblica; di destra in un Paese che cammina verso sinistra; sostenitore dell’iniziativa privata e della unità in tempi di statalismo e di regionalismo; assertore di italianità in tempi di antinazionalismo; cattolico intransigente in tempi di democristianismo. Non sono un indipendente, bensì un anarchico, un uomo libero, ma sovversivo».Così scriveva l’inventore di Peppone e Don Camillo, lo scrittore più letto, certamente, in Italia, forse anche in Europa, nella seconda metà del 1900. Dicono gli storici che «non c’è una nazione nel mondo che non abbia tradotto le sue opere, vendute a milioni e milioni di copie».
Quasi in tutto il mondo si proiettano film di successo tratti dal protagonismo satirico di un comunista (Peppone) e un parroco di campagna (Don Camillo). Quanti adulti della Bassa Padana si sono esilarati per le vicende di un popolo contadino, diviso dal partito, ma unito dal bene comune.Giovannino Guareschi rappresenta i più semplici da cui ho attinto molto. Subì i lager del nazismo, rifiutò la Repubblica sociale. Sopravvissuto alla guerra, trovò un’Italia meschina, povera di idee, senza patria, istupidita dal miraggio del benessere e spogliata delle tradizioni popolari, religiose e della volontà di analizzare la sconfitta.


Più tardi scriverà: «Viviamo nell’epoca dei falliti (…); Strabilianti macchine hanno arricchito la vita materiale degli uomini e impoverito, sino a distruggerla, la loro vita spirituale».Non tollerava i cattocomunisti, fossero pure preti. «Trovatemi in Italia qualcosa da conservare e sarò conservatore anch’io. Ma nell’era del cattocomunismo che cosa c’è da conservare? Assolutamente più niente».Ironizzò sul presidente Luigi Einaudi, accusò Alcide De Gasperi di aver chiesto agli americani di bombardare Roma. Falso. Pena un anno abbondante di galera. Peppone e Don Camillo non erano un ridicolo personificato, ma sapienza contadina, qualunque fosse la parte rappresentata. Mandava al diavolo i giovani: «Ne ho le tasche piene dei loro problemi. Un tempo avevano come ideali la religione, la famiglia, il lavoro. Hanno detto loro che erano droghe e ci hanno creduto, ma subito dopo hanno cercato altri tipi di droghe». «La tv forma dei tonti». «Il più bel monumento di Milano sono i milanesi». «Anche se la mia macchina sarà targata Pr (Parma), il mio cuore sarà sempre targato Mi (Milano). Giovannino Guareschi è morto in solitudine. Non so se il suo Don Camillo, “prete tridentino”, è arrivato in tempo a raccomandargli l’anima.Luigi Francesco Ruffatofrate del Santo