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Pubblicato il 14/04/2015

IL 183mo REGGIMENTO CELEBRA I FATTI D’ARME DI CASE GRIZZANO CON UN LANCIO AD ALTOPASCIO

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FOTO PAR. GIANMARCO PAGLIARI
La Bandiera di Guerra DEL 183mo Reggimento paracadutisti Nembo è Medaglia d’Argento, di Bronzo e Croce di Guerra al Valor Militare, di Medaglia d’Argento e di Bronzo al Valore dell’Esercito e di Medaglia d’Argento al Valor Civile (Vajont).
La festa del reggimento cade il 19 aprile, anniversario della battaglia di Grizzano (1945).

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ALTOPASCIO-E’ avvenuto Lunedì mattina 13 Aprile il lancio su Altopascio del 183mo Reggimento Nembo, primo alla porta il Comandante Colonnello Cardea e alla presenza del Comandante di Brigata Iannucci. Si sono ricordati i fatti d’arme di Case Grizzano del 19 Aprile 1945, dove il 183mo Nembo ha combattuto contro i paracadutisti tedeschi in ritirata. Con la presenza del nuovo cappellano della Folgore Don Marco Minin e della Banda Musicale della Folgore, i reparti schierati hanno ascoltato il ricordo che il Generale Iannucci ed il Colonnello Cardea hanno fatto degli Uomini del Nembo di ieri e di oggi,entrambi servitori dello Stato, nella giornata della Festa del Reggimento.
Il Generale ha ricordato la figura del Colonnello IZZO, di ritorno da El Alamein dove avave onorevolmente combattuto a Naqb Rala, al comando del V Battaglione. Poi ferito nei giorni della battaglia iniziata il 23 Ottobre, fu rimpatriato.

Altro lancio sarà effettuato Venerdì 17 Aprile a Cà Bruciata Poggio Rusco), in concomitanza del Raduno e della Assemblea dell’ANPD’I. I Paracadutisti del Nembo si lanceranno con il 185mo RRAO, portatore della bandiera del 184mo Reggimento di Fanteria Paracadutisti e un plotone dell’Ottavo Guastatori

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Ricordiamo i fatti con lo scritto del paracadutista Lanfranco ZUCALLI, M.B.V.M,combattente di quella battaglia:

In quella battaglia( Case Grizzano, ndr) , si è combattuto tra reparti del Gruppo di Combattimento Folgore e paracadutisti tedeschi per il possesso di due case (Case Grizzano) su una delle ultime alture a monte Castel San Pietro sulla Via Emilia ad una decina di chilometri da Bologna. Sulla Via Emilia si andava svolgendo l’avanzata della VIII° Armata ed i tedeschi si ritiravano alla ricerca di superare il Po e raggiungere i confini del loro Paese.

Ormai la guerra appariva decisa, eppure a Case Grizzano si combatté con tenace valore da una parte e dall’altra. Ci furono per gli uni e per gli altri perdite altissime in rapporto al numero degli uomini impegnati nel combattimento.

Quale significato per gli italiani e per i tedeschi rappresentava l’esito di questo scontro? Sul piano militare poco o niente. Infatti, la notte successiva, i tedeschi abbandonarono la posizione per raggiungere i loro reparti in ritirata e i comandi della VIII° Armata non ritennero, “cadute Case Grizzano”, di dare l’ordine al Folgore di avanzare per contrastare la ritirata tedesca ormai in pieno svolgimento al di là di Castel San Pietro.

Eppure una ventina di giovani italiani che morirono a Case Grizzano e probabilmente altrettanti giovani tra i paracadutisti tedeschi, non morirono invano.

Per i tedeschi (e questa è stata l’esplicita dichiarazione di uno dei pochi prigionieri che in quell’occasione caddero in mani italiane) valeva la volontà di essere fedeli al giuramento fatto d’essere essi, i paracadutisti della lA Divisione Grùnenteufel (Diavoli Verdi) che avevano combattuto a Narwik, a Creta, in Russia, in Africa, a Montecassino, l’ultimo reparto del Reich a deporre le armi.

E che questo fosse lo spirito che li animava è confermato dalla fuga di un loro medico che, fatto prigioniero, era rimasto con noi alcune ore, trattato come un amico con il quale si era scherzato e con il quale avevamo diviso i pochi viveri di conforto che avevamo con noi, e che pure, mentre veniva accompagnato al Comando di Battaglione, ritenne di approfittare di un bombardamento di fumogeni per salutare il nostro militare di scorta con un amichevole Auf wiedersen e andare a raggiungere i suoi compagni per affrontare con loro una rischiosa ritirata.

Per noi rischiare e per molti perdere la vita, credo, fosse una questione d’orgoglio. Eravamo i fratelli dei paracadutisti di El Alamein. Eravamo uno dei pochi e ci ritenevamo “il migliore” dei reparti dell’esercito italiano che ancora era schierato in combattimento. Avevamo, sia pure confusamente, la coscienza che il nostro Paese, la nostra gente sarebbe stata giudicata anche da come sapeva combattere e morire.
Solo così si può spiegare il fatto che uno dei miei paracadutisti (il Cap.le Magg. Zaccagna) mandato a proteggere con altri il fianco del plotone all’attacco, sentendo il rumore del combattimento intorno alle case, mi raggiunse e, scusandosi, mi chiese di poter restare là dove si combatteva e moriva (dopo alcune ore la morte lo ghermiva, infatti, durante il contrattacco tedesco). Solo così si capisce perché alcuni dei nostri”si sono buttati avanti, senza neppure attendere l’ordine di entrare nelle case e sono stati falciati dai mitra tedeschi. Solo queste motivazioni possono spiegare perché si combatté di stanza in stanza, per ogni metro dei corridoi ed alcuni (il S.Ten. Benelli e il Serg. Redi) sono caduti avvinghiati al corpo di un nemico reciprocamente uccisi a colpi di pugnale e raffiche di mitra. Ed era un nemico che non consideravamo tale. Si è combattuto a Case Grizzano senza odio, anzi animati da reciproca stima e rispetto.

Paracadutisti noi, paracadutisti loro. In Africa si era combattuto fianco a fianco. Il 19 Aprile gli uni contro gli altri,facendo quello che si riteneva fosse il proprio dovere.”


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