OPINIONI

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Pubblicato il 12/07/2018

IL FALLIMENTO DELLA GLOBALIZZAZIONE . DOPO? NULLA!

Il fallimento della globalizzazione alimenta le rivolte dei popoli e la caccia alle streghe.
Esce in Italia l’ultimo saggio di Ian Bremmer Noi contro di Loro.
Articolo di Giambattista Pepi – Finanza Alternativa

L’autore sostiene che quando gli essere umani si sentono minacciati, identificano il pericolo e cercano alleati in una lotta per la sopravvivenza che oppone varie versioni di “Noi” contro differenti forme di “Loro”
—L’autore sostiene che quando gli essere umani si sentono minacciati, identificano il pericolo e cercano alleati in una lotta per la sopravvivenza che oppone varie versioni di “Noi” contro differenti forme di “Loro”


Intifada è una parola araba che significa “rivolta” o “sollevazione”. Il termine è stato utilizzato per definire le rivolte arabe dirette a porre fine alla presenza israeliana in Palestina. La prima intifada scoppiò nel dicembre del 1987. Le violenze e le proteste si caratterizzarono con il classico lancio di pietre alle truppe israeliane, soprattutto da parte di palestinesi minorenni. Gli Accordi di Oslo (agosto 1993) e la nascita dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) posero fine alla prima intifada palestinese. Ne sarebbero seguite altre negli anni successivi e con modalità differenti passando dal lancio delle pietre all’uso dei coltelli. Il primo nemico, è noto, erano gli ebrei, ma, a ben vedere, in quelle manifestazioni di protesta c’era tutta la rabbia della popolazione palestinese contro il loro presente ma soprattutto il futuro negato da tutti. Cacciata dal territorio dove viveva prima del 1948, costretta a vivere o ammassata nella Striscia di Gaza, oppure in piccole colonie all’interno della Cisgiordania e nella parte Est di Gerusalemme, separata dal resto del territorio dalla barriera di Betlemme, repressa dalle forze armate israeliane e sfruttata dalla sua stessa classe dirigente (ANP, OLP, Al Fatah) incapaci – per un pregiudizio antisemita – a negoziare con Israele un accordo per un pace vera e duratura in Medio oriente.


L’intifada dei palestinesi, citata da Ian Bremmer, nel libro Noi contro di loro. Il fallimento del globalismo (Egea, 216 pagine, 13,90 euro), rappresenta la metafora di tutti coloro che nel mondo hanno paura di qualcosa che li sovrasta, si sentono minacciati da qualcuno, e si sollevano, si rivoltano, alzano la voce, lanciano le pietre “per farsi notare, per far ascoltare le proprie ragioni, o semplicemente per far sapere che esistono”. Poi, d’improvviso, sulla scena irrompe una figura che risponde a questa “invocazione disperata”. Oggi si chiama Donald Trump (che, avendo ascoltato le loro grida e le loro suppliche, “promette loro che saprà riportarli indietro alla terra promessa”), domani si chiamano Elisabeth Warren e Bernie Sanders (“che mettono in guardia i loro fan che le grandi imprese e le banche di Wall Street li stanno derubando”), dopodomani sono i fautori della Brexit che incitano i loro elettori a riprendere il controllo delle proprie frontiere e respingere leggi e regolamenti imposti dall’Europa, mentre tutti i giorni i populisti europei “raccontano ai loro seguaci come guideranno la carica dei patrioti contro gli immigrati stranieri e agenti della globalizzazione”.


Venuti dal nulla, spesso senza arte, né parte, questi capipopolo contestano il diritto delle “élite” di decidere le regole che governano la nostra vita. Questi aspiranti leader hanno un talento speciale per tracciare confini tra le persone. Offrono la visione suggestiva di una contrapposizione di fondo, “Noi contro di Loro”, il cittadino onesto che si batte per i propri diritti contro i soliti privilegiati e i ladri insaziabili. E chi sono “Loro”? “A seconda del paese e del momento, “Loro” può significare i ricchi oppure i poveri, gli stranieri o piuttosto minoranze interne, religiose o etniche.

Ma perché è nata questa contrapposizione? Da dove scaturisce? Che cosa l’ha provocata?

In realtà il “nemico” contro cui i palestinesi scagliano le pietre, per riprendere la metafora da cui abbiamo preso le mosse nel nostro articolo, ha un solo nome: globalizzazione.

E’ lo stesso autore, disincantato e disilluso, a spiegarcelo. “Non c’era traccia di ricchezza dove ero cresciuto, a Chelsea, nel Massachusetts – dice Bremmer, presidente e fondatore di Eurasia Group, società di consulenza e ricerca sul rischio politico, editorialista di Time, collaboratore del Corriere della Sera, nove libri all’attivo, tra i quali i best sellers La fine del libero mercato. Chi vince la guerra tra Stati e grandi imprese? e Every Nations for itself: Winners and Losers in a G-Zero World – ma dalla strada della mia infanzia la si poteva indovinare nella skyline verde e oro di Boston. Non avevo idea di ciò che succedeva laggiù e tuttavia quelle torri avevano catturato la mia immaginazione”. Grazie al programma “Teach a Kid How America Works” (Insegna a un ragazzo come funziona l’America) l’autore ottiene una borsa di studio per un college, consegue un PhD, lancia una società, va in TV, scrive libri e fa “soldi”.


Un sogno americano che si realizza circonfuso di “globalismo” (“una fede nell’interdipendenza universale e negli scambi internazionali che sembrava garantire percorsi di prosperità sia per il ragazzo povero che ero stato, sia per l’uomo di successo che speravo di diventare”.

Il globalismo sembrava una scelta “generosa”; un gioco dove ognuno può vincere. Ma non era così. E oggi il nostro autore – e ahimè non solo lui – ne è pienamente consapevole.


Purtroppo, la globalizzazione – ovvero il flusso transfrontaliero di idee, informazioni, persone, capitali, beni e servizi – si è tradotta in un mondo interconnesso dove i governi nazionali hanno una capacità sempre più limitata di proteggere le vite e il livello di benessere dei cittadini. Nell’era digitale i confini non hanno più il significato che a essi attribuiscono i cittadini. Per molti versi non esistono quasi più.

Dal 1999 (protesta a Seattle negli Stati Uniti in occasione della riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio), al 2008 (quando scoppia la Grande Crisi finanziaria con il tracollo delle grandi banche coinvolte nello scandalo dei mutui subprime nasce il movimento Occupy Wall Street) dalle rivoluzioni abortite del mondo arabo, al referendum sulla Brexit (giugno 2017) è tutto un susseguirsi di rivolte popolari cariche di rabbia, rancore e risentimento contro le èlite che hanno manifestato la loro fede nella globalizzazione come la panacea ai mali della terra: dalla povertà alla disuguaglianza.

Bisogna riconoscere – come fa Bremmer – che “negli ultimi decenni più di un miliardo di persone sono uscite dalla povertà e, più recentemente, le economie e i mercati si sono ripresi dalla crisi finanziaria. Ma, purtroppo, con le nuove opportunità si sono manifestate gravi vulnerabilità e il rifiuto di ammettere i lati negativi della nuova interdipendenza da parte dell’èlite globale conferma in coloro che hanno perso il loro senso di sicurezza e hanno visto peggiorare il loro livello di vita il sospetto che le èlite di New York e Parigi abbiano più cose in comune con le èlite di Roma e San Francisco che con i loro meno fortunati connazionali di Tulsa, Torino, Tuscaloosa e Tolone”.

“L’ondata di nazionalismo populista – scrive Bremmer – che infuria negli Stati Uniti e in Europa è un sintomo di tale gravità che basterebbe ampiamente a decretare il fallimento del globalismo”.


Il globalismo, insomma, ha creato vincitori e perdenti. I vincitori non temono niente, ma i perdenti hanno paura. Da qui la contrapposizione tra “Noi” e “Loro”. In alcuni casi si tradurrà in “cittadini contro lo Stato”. In altri paesi, la divisione sarà tra i ricchi e i poveri. In alcuni casi i cittadini scontenti incolperanno gli immigrati dei loro problemi, “punendoli”.

Questo pericoloso messaggio “Noi” contro “Loro” sarà adottato sia dalla sinistra, sia dalla destra. Cambierà il “nemico”: di volta in volta saranno le grandi imprese, le banche, le èlite, ma anche le minoranze, gli immigrati, e qualsiasi altro gruppo che riceve un’esplicita (o supposta) protezione in base alla legge, a spese del cittadino comune (gli ex parlamentari a causa dei vitalizi, i titolari di pensioni cosiddette d’oro e così via).

E gli Stati? Come reagiranno gli Stati? “I più deboli – scrive Bremmer – crolleranno andando ad aumentare il numero degli Stati falliti come la Siria o la Somalia. Quelli che sperano ancora di costruire società aperte si adatteranno a sopravvivere, tentando di riscrivere i contratti sociali per creare nuovi modi di soddisfare le esigenze dei cittadini in un mondo che cambia”. Molti governi più attaccati al potere costruiranno muri – sia fisici sia virtuali – per separare le persone l’una dall’altra e lo Stato dai cittadini”.

Purtroppo, è la conclusione amara e inquietante dell’autore, “non possiamo evitare queste scelte più di quanto il mondo possa evitare il cambiamento climatico. Questa è la crisi ventura. Questo è il conflitto che lacererà molte società dall’interno”. E’ la fine di un’epoca. E ora cosa ci aspetta?

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