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Pubblicato il 18/04/2016

IL LEONE ARTIGLIERE PARACADUTISTA DI EL ALAMEIN GIUSEPPE DEGRADA COMPIE I PRIMI 95 ANNI

PAVIA- Giuseppe De Grada è un Leone della Folgore di quelli cui noi tutti vorremmo assomigliare: lucido, forte, schiena dritta, selettivo. Un esempio da seguire. Ieri, domenica 17, in un agriturismo nelle colline pavesi, di proprietà di familiari, oltre quaranta amici si sono riuniti per festeggiarlo. Provenivano da Napoli, Parma, Modena, Cesena, Cremona, Brescia, Milano, Pavia. Tra loro anche il colonnello Uberto Incisa di Camerana, comandante del Reggimento allievi della Accademia di Modena, socio ordinario di Anpdi Cremona e grande amico di DeGrada.
Tanti amici per incontrare un vero Leone della Folgore, artigliere paracadutista della cui amicizia andare fieri.
Come fa ogni volta, Giuseppe ha voluto iniziare con un minuto di silenzio in ricordo dei suoi camerati caduti a El Alamein.

Il nostro giornale gli ha regalato, dopo la spilla d’oro del 2014, un fermacarte in alabastro con lo scudetto della Folgore, distribuendo a suo nome a tutti i presenti della spilla dell’El Alamein Project coniata per il raduno dell’8 Aprile. La sua sezione lo ha coccolato e festeggiato fino alle 5 del pomeriggio. Grazie Giuseppe di esserci. Grazie dell’esempio che ci dai.
Ogni volta che incontriamo Uomini come Voi, ci rendiamo conto di quanto sia difficile emularVi.

IL SUO RACCONTO
“A 18 anni, per l’epoca, ero minorenne . Facevo il militare sul fronte francese e a Cuneo vidi dei libretti che pubblicizzavano l’attività di paracadutista: i miei genitori mi fecero scrivere dal parroco che non avrebbero firmato alcun permesso. Un anno e mezzo dopo ero a Tarquinia. Gianni Brera, all’ufficio propaganda, scopre che sono pavese come lui e mi fa: “Rinuncia ai lanci e stai qui con me, ho bisogno di un bravo attendente”. Senza dirci nulla che non ci saremmo mai lanciai su Malta, ci portarono a Tobruc trasformandoci in fanti senza mezzi motorizzati. “Ad El Alamein costruivamo trincee e ci preparavamo a combattere. Il 23 ottobre, alle 20 e 30 circa , i 70 chilometri di fronte si incendiano: vedo un orizzonte di fuoco”.

“Ero capo pezzo del 47/32 il cannone che avevamo in dotazione allora, il mio compito era sparare ai cingoli dei carri armati, per fermarne l’avanzata. Il 4 novembre, dopo che eravamo riusciti a fermare trecento blindati, ci diedero l’ordine di ripiegare. Dovetti seppellire il mio 47/32 , troppo pesante, e ci difendevamo con assalti all’arma bianca e sparando i pochi colpi di fucile rimasti. In uno di questi contrassalti io stavo sparando quando una scheggia di mezzo chilo mi sfiorò, spezzando in due il calcio del mio fucile”.

“Alla cattura ero praticamente in pantaloncini corti : il resto erano brandelli della divisa”.
“Ci ritrovammo da soli in mezzo al deserto un soldato sardo e io: ricordo benissimo che gli ultimi due colpi della mia Beretta li sparai contro due fusti d’acqua abbandonati, per poterli aprire. Poco dopo scorgemmo un autoblindo in arrivo: erano gli inglesi”.

Un australiano, di quelli che ce l’aveva a morte con noi italiani, mi punta la pistola contro. Un tenente inglese fa appena in tempo ad abbassargli la mira: il colpo esplode a terra. E’ stata l’ultima volta che ho rischiato la vita”. Tre anni di prigionia, con due mesi passati a El Alamein a recuperare residuati di guerra.

“Sbarcammo a Bari con la Garibaldi: il 30 luglio 1946 tornavo a casa, a Spessa Po, tra Stradella e Belgioioso.
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