OPINIONI

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Pubblicato il 29/12/2011

IL SORPASSO CINESE IN AFGANISTAN

di Walter Amatobene

KABUL- Mentre i soldati occidentali si fanno ammazzare per garantire stabilità all’Afghanistan, la Cina sorpassa la coda, investe e fa affari redditizi nel settore estrattivo petrolifero e del gas.

Le esitazioni occidentali si sono rivelate un vantaggio per i cinesi, pronti ad assumersi i rischi di essere attaccati dai talebani, a causa della loro sete di energia, ma anche per l’India che ha aumentato la propria presenza sul territorio afghano. L’abbondanza di denaro contante nelle mani di Pechino e New Delhi consente di pagare gli onerosi costi di produzione e trasporto, vista la necessità di forniture affidabili per alimentare le loro economie in forte espansione

I cinesi,nonostante non abbiano un solo militare sul campo, si sono assunti il rischio di costruire hub e pipeline, con la logistica a lunga distanza -ed attaccabile- che ne consegue, mentre gli occidentali che hanno 130mila unità ISAF schierate, scontano la intermittente irritazione di Karzai contro gli occidentali -americani in testa- che deve strizzare un occhio alla opposizione interna.

L’ultimo business cinese in ordine di tempo di cui Vi abbiamo dato conto, è la firma dell’accordo tra Kabul e Pechino per l’estrazione degli idrocarburi. Alla faccia dell’ENI, che da tempo aveva preso contatti, il governo Karzai ha così dato via libera alla Cina per la prospezione ed estrazione di petrolio nella regione del fiume Amu, comprendente le province settentrionali di Sar-e-Pul e Faryab. Le riserve di petrolio sono stimate in 1.596 milioni di barili,quelle di gas naturale assommano a 15.687 trilioni di piedi cubi.

La Cina , insomma, si è posta un obiettivo ben preciso: ricostruire, o altrimenti ristabilire, una nuova Via della Seta, impostando rotte commerciali con i vicini Stati centro-asiatici, così da espandere la propria influenza regionale e poter controllare meglio la sicurezza delle forniture energetiche. Oggi la Cina importa metà del suo fabbisogno petrolifero dal Turkmenistan, Paese con cui vanta importanti investimenti in alcune delle più grandi aree di rifornimento mondiale di gas naturale. Pechino, inoltre, è impegnata nella costruzione di una vasta rete di condutture con il Kazakhstan, un altro Paese vicino ricco di risorse minerarie.

INARRESTABILE CINA PIGLIATUTTO
In un comunicato, il palazzo presidenziale precisa che il ministro delle Miniere, Wahidullah Shahrani ha ricevuto l’incarico di procedere alla firma del contratto fra la compagnia China National Petroleum Corporation (CNPC) e l’afghana Watan Group. Insieme, si precisa, le due entità svolgeranno una attività di ricerca ed estrazione del greggio in tre campi della regione – Kashkari, Bazarkhami e Zamarudsay – che hanno un potenziale di 87 milioni di barili. È la terza importante iniziativa che va a buon fine nel settore minerario ed energetico, dopo il contratto firmato con una compagnia cinese per la miniera di rame di Aynak e quello raggiunto con India e Canada per il giacimento di minerale di ferro di Hajigak.

Lo studio sulle ricchezze minerarie dell’Afghanistan realizzato dallo United States Geological Survey e reso pubblico lo scorso anno ha un precedente molto concreto e legato al contratto firmato nel novembre 2007 dalla Cina per lo sfruttamento di quello che è considerato forse il più grande giacimento di rame del mondo. Si tratta appunto della miniera di Aynak dove la Cina ha investito 3,5 miliardi di dollari a fronte di una potenzialità estrattiva 11,3 milioni di tonnellate di rame, valore commerciale di 88 miliardi di dollari.

FERROVIA: ALTRO AFFARE SFUMATO PER L’ITALIA
Nei mesi scorsi il presidente Hamid Karzai ha cercato di allargare l’orizzonte dei rapporti internazionali, staccandosi dagli Stati Uniti e dai Paesi Europei che fanno parte del «gruppo dei donatori», rivolgendosi a Pechino. In campo ci sono naturalmente questioni economiche e investimenti che la Cina ha prontamente preso al volo.

Tra questi anche la costruzione di tratti di ferrovia finanziati dall’Asian Development Bank. Nonostante l’Italia abbia delle eccellenze industriali nel settore delle grandi opere, l’azienda di Stato cinese ha battuto i concorrenti garantendo al governo di Karzai di costruire oltre mille chilometri di ferrovia, da Mazar-i-Sharif, a Nord, fino a Jalalabad nella regione orientale, passando per Kabul. In cambio Pechino offre una tariffa privilegiata per l’accesso di molti prodotti afghani sul mercato cinese.

BRICIOLE A PAGAMENTO NEL SETTORE WEST
L’ex Ministro Romani ha tentato di incassare anche alcuni giorni orsono -in Afganistan- le cambiali che l’Italia ha in mano, dopo dieci anni ininterrotti di aiuti e una costante e impegnativa presenza militare con decine di Caduti. Ci interessa la loro democrazia, non diventare fornitori di ciò che sappiamo fare bene: costruzioni, strade, ferrovie, estrazione di gas, petrolio e metalli.

Non sbagliava l’Italia,nella prima fase, quando voleva dimostrare di essere venuta in pace, anche se non ha tenuto conto della levantina attitudine di quel popolo ed ha tardato a chiedere contropartite. Ora la China si è accaparrata la fetta più importante. Se è vero che l’Afganistan deve essere completamente riscostruito, dalle strade agli aereoporti alle città, in questo momento nel settore WEST a noi affidato da ISAF, le uniche realtà economiche a fare affari sono le ONG ITALIANE che ricevono fondi ITALIANI che spendono in quel paese pe ri progetti più bizzarri, compresa la diffusione della cultura contro la violenza sulle donne ( 715mila euro di fondi erogati dalla “cooperazione italiana” (Farnesina), ndr) .
Nessun contratto di rilievo, invece, di matrice afgana, a parte la costruzione di un pezzo di aereoporto di Herat, che vale poche centinaia di migliaia di euro e che sarà anch’esso finanziato da fondi nazionali.

Un motivo in più per andarsene?

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