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Pubblicato il 08/09/2015

L’8 SETTEMBRE DEI LEONI DELLA FOLGORE PRIGIONIERI DEGLI INGLESI


sopra: lo schizzo delle baracche del campo dove furono prigionieri i Ragazzi della Folgore, tra i quali Vittorio Bertolini , padre del Generale c.a. Marco , già comandante della Brigata Paracadutisti ed ora a capo del COI.Emilio Camozzi l’ha ricevuta da un suo Camerata , Giuseppe Rebaudengo. E’ stato creato nel 1960.


PARMA- Il Nostro Direttore Onorario e co-fondatore del giornale, il par ( El Alamein) Emilio Camozzi, scomparso nel 2012, ci ha raccontato il Suo 8 settembre nel POW 305 ( prisoner of war 305) , nelle mani degli inglesi, che lo consideravano, insieme ai suoi Camerati, un “Criminale non cooperatore”. I campi erano anche chamati “Fascist Criminal Camp”. Nel POW 305 era rinchiuso anche il sergente maggiore paracadutista Vittorio Bertolini, padre del generale c.a. Marco, atuale comandante del COI.

Curzio Malaparte ha raccontato ne «La pelle» che tutti, ufficiali e soldati, facevano a gara «a chi buttava più “eroicamente” le armi e le bandiere nel fango» e ha commentato con amarezza: «È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra sono tutti buoni, non tutti sono capaci de perderla».

IL MIO 8 SETTEMBRE

di Emilio Camozzi

Ho sempre usato cancellare dalla mia mente i momenti brutti.
Penso sia il segreto della mia longevità . Quando una volta ho sentito che si stava commemorando in televisione l’otto settembre 1943,sono trasecolato.

Non credevo si potesse commemorare una giornata di lutto.

E’ luttuoso perdere la guerra, ma perderla come abbiamo fatto noi, tradendo l’alleato, lasciando allo sbando un milione e mezzo di soldati e cinquanta milioni di italiani che non sapevano nemmeno più chi applaudire o chi fischiare, è mostruoso.

Il pensiero ritorna alla prigionia in Egitto, dopo El Alamein.

Premetto che noi prigionieri, alla sconfitta ci eravamo un pò allenati. Risaliva al giorno che ci avevano catturati e rinchiusi nei campi di concentramento.

Avevamo avuto anche l’opportunità di commentare gli avvenimenti, che ci avevano toccati in prima persona, e quindi ne parlavamo con cognizione di causa.

Già la caduta del fascismo ci aveva fatto subodorare che qualcosa di losco era in atto.

Quando, un mese dopo,la medaglia d’oro Ettore Muti fu assassinato dai carabinieri, ne avemmo la conferma.

Già alla fine di luglio gli inglesi avevano posto la condizione della collaborazione.

Consisteva nel firmare un documento che imponeva di non arrecare danni al materiale bellico inglese, di essere inquadrati in reparti comandati da ufficiali inglesi e di vestire un’uniforme fornita dagli inglesi.

Tutto ciò non era permesso dal regolamento militare italiano, e le pene andavano dalla perdita dei diritti civili alla pena di morte.

Lavoravo e scontavo la prigionia, in un campo d’aviazione gestito dai neozelandesi.

Facevo il cuoco alla mensa sottufficiali. Giocavo nella squadra di calcio rappresentativa dell’Italia nel Medio Oriente. Insomma, me la passava benino, anzi, molto bene.

Eravamo un quarantina di prigionieri.

Fui l’unico a non firmare la cooperazione. Ormai gli altri mi guardavano con sospetto.

Gli unici a congratularsi con me furono i neozelandesi.

Dicevano che ero stato l’unico a comportarsi con onore.

Fui subito trasferito al campo 321 e rinchiuso in un gabbia isolata assieme ad altri otto.

Gabbia sta per camerata comune, ovvero un rettangolo di terreno di cento metri per cinquanta.

Avevamo un tenda , delle brandine decenti, ed eravamo trattati bene anche sotto il profilo alimentare da un comandante di campo sudafricano che cercava di non farci mancare nulla, e che si divertiva a passare di sera qualche ora con noi, ed a mangiare gli spaghetti che lui ci portava in omaggio e che noi cucinavamo.

Ai quattro angoli di tutte le gabbie erano stati piazzati altoparlanti che ci trasmettevano gli ordini del giorno ed un sommario delle notizie, un pochino manipolate dagli inglesi.

Dopo le otto di sera erano silenziosi, perchè verso quell’ora molti andavano a dormire.

La sera dell’otto settembre era per noi come una di tante altre sere. Stavamo preparando il sugo per gli immancabili spaghetti che sarebbero arrivati assieme al comandante di campo.

Arrivò alle nove. Come al solito, un pò per celia ed un pò per rispetto, ci schierammo ai lati dell’ingresso della tenda per salutarlo stando sull’attenti.

Generalmente accettava l’omaggio sorridendo come ad uno scherzo e rispondeva militarmente. Quella sera era buio in volto , si fermò prima di passare fra noi , con il volto scuro, quasi iroso.

Pensammo di aver combinato qualcosa di grave, soprattutto perchè non aveva con se i soliti spaghetti. Ci raccogliemmo attorno a lui. Ci disse, con quel poco di italiano che aveva appreso stando con noi: “Per voi la guerra è finita. l’ Italia ha chiesto l’armistizio. Per noi continua”.

Si sentiva che aveva un groppo alla gola. Il gruppo si sciolse in silenzio. Ognuno si allontanò per piangere per conto suo. Un soldato si vergogna delle proprie lacrime. Dopo un pò il capitano De Pangher, triestino e nostro capo gabbia, ci chiamò uno per uno.

Ci disse:” Cantiamo per piangere il nostro dolore”. Il comandante del campo si avviò verso l’uscita. De Pangher lo chiamò e lo pregò di rimanere con noi.

Accettò. Cantammo quasi sottovoce l’inno a Roma. L’emozione riempiva la melodia di stonature. Terminata, la ricominciammo, a voce più alta. Alla fine, il capo campo sudafricano ci pregò di ripeterla, per far capire agli altri chi noi eravamo. Questa volta, più che cantarla la gridammo. Il capo campo aveva gli occhi bagnati di lacrime come tutti noi e tentava di cantare con noi la nostra rabbia. Dalle gabbie che ci circondavano i prigionieri cooperatori ci guardavano, ancora ignari di quanto era successo.

Alla fine si allontanarono in silenzio, forse un tantino vergognosi. Questo è quanto mi resta di quella triste giornata. Emilio Camozzi