OPINIONI

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Pubblicato il 19/02/2009

LA RISPOSTA ALLA LETTERA “ESSERE PARACADUTISTA”

ESSERE PARACADUTISTA

UDINE- Mi chiamo Pietro Liva e sono iscritto all’ANPd’I ininterrottamente dal 1962, con la tessera n. 50 della sezione di Udine che è stata fondata nel 1948.
Giovane esuberante, mi sono avvicinato al paracadutismo nella primavera del 1962 e vi garantisco che il corso civile è stato molto più duro che quello fatto durante il servizio militare. Nel primo ho conosciuto delle persone splendide che mi hanno trasmesso la disciplina, l’autocontrollo e il rispetto. Durante il servizio militare il Comandante Giuseppe Palumbo, vero padre di tanti paracadutisti, e dei «signori istruttori» come Vanna, Iubini e Pilleri, mi hanno insegnato e fatto apprezzare il significato di appartenenza, onore, rispetto della parola data e il valore dell’onestà. Tutte virtù che ho cercato di applicare anche nella vita civile e quei grandi e mai abbastanza ringraziati personaggi, che con altri hanno fatto la storia del paracadutismo italiano, mi hanno spiegato il significato di essere «Paracadutista» anche nel quotidiano.
Pensate che, con alcuni commilitoni, all’epoca abbiamo arrangiata, sulla musica dell’inno degli Alpini Paracadutisti a me particolarmente cari, la canzone: «Baschi verdi e fregi d’oro, sguardo limpido e sereno», che forse alcuni di voi hanno cantato marciando. Ripeto: «sguardo limpido e sereno», sinonimo di purezza d’animo e d’onestà anche nei momenti difficili, sempre e comunque responsabili delle proprie azioni.
Oggi, purtroppo, non mi ci ritrovo più; sono di moda le lettere anonime, le dietrologie, il business a ogni costo alla faccia dei veri valori e un senso esasperato della così detta «democrazia», con le conseguenti azioni legali (e gli avvocati godono e ringraziano).
Dove siamo arrivati, dove sono i valori, dov’è lo «sguardo limpido e sereno»?
Probabilmente io sono fuori del tempo, anche se la mia attività lancistica, il mio ultimo lancio TCL risale al 2000, oppure è cambiato il significato dello stile di «ESSERE PARACADUTISTA» senza che me ne sia accorto?
Mi trovo costretto a vergognarmi, quando affermo di essere appartenuto all’élite dell’Esercito italiano.
Fatemi capire: è sbagliato quello che mi hanno insegnato, oppure i tempi, le persone e i principi sono cambiati, tanto da far prevalere solamente il proprio egoismo, la propria grettezza il proprio apparire? Sono proprio fuori del tempo?
Indipendentemente dai vostri pensieri, preferisco considerarmi fuori del tempo, ma vi garantisco che manterrò sempre il mio comportamento «limpido e sereno» in virtù degli insegnamenti ricevuti, dei valori e del cameratismo che mi è stato trasmesso; ovviamente in silenzio per non disturbare la «democrazia».
Intimamente sempre PARACADUTISTA Piero Liva

LA RISPOSTA DI TORRE

Caro Presidente Liva,
la tua lettera mi ha molto rattristato e nel contempo ha acceso in me la speranza che, nonostante le apparenze, ci possa essere una qualche prospettiva di ripresa.
In merito a quello che hai scritto, mi permetto di esprimerti alcune mie personali considerazioni.
Il significato di «essere paracadutista» non è mai cambiato né sono fuori del tempo quelli che, come te, coltivano certi valori e ancora hanno «lo sguardo limpido e sereno». Le tue amarezze, che io condivido, nascono tutte da ciò che succede nell’ambito ristretto dell’Associazione che dovrebbe raccogliere i paracadutisti.
Ma perché l’ANPd’I non riesce a raggiungere i suoi scopi istituzionali? Perché i soci ordinari diventano sempre di meno?
Molti, ritengo erroneamente, attribuiscono tutti i mali alla difficile convivenza tra quello che viene definito paracadutismo militare e quello di natura sportiva. Ma così non è. Il paracadutismo è uno e uno solo e non viene differenziato dalla forma della calotta (l’ala, fra l’altro, prende sempre più piede anche nell’ambito militare). Il vero problema nasce dall’ardua convivenza fra chi si sente paracadutista per una carica ideale, e credendo di alimentarla si iscrive all’associazione, e chi, invece, nell’associazione vede solo un terreno fertile per quello che tu definisci «il business a ogni costo». La legittima ricerca del profitto viene mascherata, purtroppo in molti casi, da spirito di servizio e troppo spesso si «premia» la «democrazia associativa» con posti nella dirigenza anche nazionale. Si crea così un vero e proprio conflitto d’interessi fra il «fornitore» e gli «utenti». Solo se l’Associazione avrà la forza di considerare, anche sul piano normativo, quei mercanti solo e unicamente dei fornitori di servizi, scacciandoli dal tempio dei valori e degli ideali dei quali si ammantano per cinica convenienza, si potrà risalire la china e veder rinascere in tutti i soci «lo sguardo limpido e sereno» esaltato nella tua canzone.
Non sei tu, dunque, a doverti vergognare, ma chi, con il proprio comportamento, ti ha suscitato tanta amarezza, ossia quella razza di profittatori che con Palumbo, Vanna, Iubini e Pilleri e tanti altri valorosi non ha nulla da spartire se non il colore del basco.
Coraggio, quindi, e… non demordere dalla lotta!
Folgore! Sempre e comunque!

Antonino Torre