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Pubblicato il 28/10/2018

L’ASTRONAUTA PAOLO NESPOLI VA IN PENSIONE.420 DOLLARI DI TRASFERTA PER LO SPAZIO

CORRIERE DELLA SERA DEL 28 OTTOBRE 2018

L’ASTRONAUTA

Nespoli si ferma:Luna addio,vado in pensione
di Elvira Serra

Paolo Nespoli, 61 anni, astronauta, fra tre giorni andrà in pensione. «Ora farò l’ingegnere — confida al Corriere — voglio lavorare a un progetto sui satelliti». Le missioni nello Spazio, Dio, le donne, l’esercito, una vita con il fiato sospeso. L’amore e le liti con Oriana Fallaci. «Andai in orbita con le sue poesie».

Tra la Luna e Marte dove andrebbe?

«Ormai è tardi».

Perché?

«Vado in pensione il 31 ottobre».

E cosa farà adesso?

«Prima avevo molte restrizioni: come funzionario dell’Esa e astronauta professionista non puoi fare cose commerciali, non puoi fare il testimonial, non puoi fare consulenze. Adesso mi piacerebbe lavorare come ingegnere, seguire un progetto tecnico, magari con i satelliti. E poi mi piace parlare alla gente».

Con quale liquidazione andrà via?

«Zero. La liquidazione è una invenzione italiana che serve a farti avere un gruzzoletto quando smetti di lavorare».

Quale sarà la sua pensione?

«Tra i tre e i quattromila euro al mese».

Avrà messo da parte almeno l’indennità di trasferta delle sue tre missioni sulla Stazione spaziale internazionale: 313 giorni, due ore e 36 minuti nello Spazio.

«Lo stipendio di astronauta non ha niente a che fare con l’esperienza di astronauta: prendi esattamente lo stesso di un ingegnere che lavora negli uffici di Parigi dalle 9 alle 18».

Ma lei era in orbita!

«Per le risorse umane tu puoi rientrare in quattro categorie: sei al lavoro, in malattia, in vacanza o in missione. Quando sei in missione hai una indennità per dormire e per mangiare. Però sulla Stazione spaziale io avevo il vitto e l’alloggio. Quindi alla fine dell’ultima, dopo cinque mesi, ho preso 420 dollari: tre al giorno».

La spaventa non essere più l’Astronauta Paolo Nespoli?

«Io non sono mai stato l’Astronauta con la a maiuscola. Ho fatto una grandissima fatica a farmi selezionare. Non so neanche perché abbiano scelto me e non un altro. Quando mi chiedono l’autografo resto sempre interdetto. Però non sono contento di andare via così. Ho 372 giorni di ferie arretrate e per l’Esa è un problema mio se non le ho smaltite prima. Avrei potuto concludere il ciclo di lavoro facendole, in modo da riorganizzare la mia vita e quella di mia moglie Sasha e dei nostri figli Sofia e Max con più tranquillità».

Come è possibile?

«Gli astronauti italiani erano troppi: io, Samantha Cristoforetti, Luca Parmitano e Roberto Vittori. Uno doveva saltare per forza e hanno scelto me».

Il più anziano.

«Di fatto l’unico non dell’aeronautica. Diciamo che ho sempre avuto qualche problema con il potere. Questa cosa credo abbia a che fare con il rapporto con mia madre».

Paolo Nespoli, 61 anni, ariete, nato alla Mangiagalli di Milano e cresciuto a Verano Brianza, due sorelle e un fratello più piccoli tra i quali è lui il marziano, parla con sconcertante sincerità durante un pranzo senza carboidrati né alcol, caffè amaro e acqua naturale. È prolisso, simpatico e non ha mai paura di commettere errori: sbaglia, impara e ricomincia. Racconta: «L’errore da non fare è di distruggere l’equipaggio. Ma gli altri, li facciamo tutti. Durante la prima missione lo Spazio mi chiesero di fare un’attività complessa con una certa tuta, io feci tutto per bene, ma avevo usato la tuta sbagliata. Da Houston mi dicono: stand by. Lo rifaccio: sbaglio ancora. Stand by. Mi chiedono di rifarlo for the third time. A quel punto chiamo un collega e gli dico di stare vicino a me per dieci minuti. Non sbaglio più. Ma era normale. Loro sanno che il tuo Q.I. in navicella si divide per tre. Nelle prime quattro settimane a bordo sono scemo, ma poi sono uno dei pochi che riesce a dirgli come fare le cose. E sono l’unico che dopo dieci anni ha cambiato l’arredamento nella Stazione spaziale».

Dicevamo di sua mamma e del potere. Perché c’entrano?

«Aveva fatto di tutto per mandarmi a lavorare come elettricista. Non aveva dimestichezza con il positive renforcement, cosa su cui mia moglie mi sta addosso. Era un continuo “tu non farai niente di buono, sei svogliato a scuola”. Non mi ha mai detto una volta: “Sei bravo”».

Neppure quando è partito per lo Spazio?

«Ai giornalisti che le chiedevano se era orgogliosa rispondeva: “Sì, sono contenta. Ma è sempre stato un mascalzone, me ne ha combinate di tutti i colori, tornava a casa con i pantaloni rotti…».

Prese la maturità allo scientifico.

«Litigai con il direttore della commissione. I miei professori patteggiarono un 38 pur di non farmi perdere l’anno. A quel punto ero veramente sbandato: la famiglia mi faceva sentire in catene, la scuola pure. Cominciati ingegneria senza convinzione. Dovetti fare la leva e scelsi di fare il paracadutista, il posto più repressivo dell’Esercito. Eppure lì mi trovai benissimo, c’erano tantissime sfide».

Andò in Libano e lì incontrò Oriana Fallaci. Cos’è stata per lei?

«Era una cosa complessa. Avevamo un rapporto poliedrico, multiforme, sentimentale. Era camaleontico, cambiano a seconda del momento: a volte diventava una relazione madre figlio, altre il contrario. Per lei sono stato compagno, marito, figlio».

Non era una donna facile.

«Non le ho mai dato ragione perché era Oriana Fallaci, come facevano gli altri. Però litigavamo, eccome. Era intrigante, stimolante, vulcanica, impossibile da gestire, a volte volevo buttarla dalla finestra».

A un certo punto lei non ha più voluto vederla.

«Avevamo un obiettivo comune e andavamo verso la realizzazione di quello: per lei il libro Inshallah, per me gli studi a New York. Quando ho vinto il concorso per Colonia dovevo andare via da New York. Mi ha detto: se esci da quella porta non ti conoscevo più. Non pensavo che fosse seria. Non mi ha più voluto sentire».

Cosa ha provato quando è scomparsa, nel 2006?

«Era la morte che desiderava per sé: a suo modo gloriosa, con un male nella parte più preziosa di se stessa, la testa. Quando sono andato in missione spaziale la prima volta ho portato a bordo due poesie che mi aveva dedicato, le ho fotografate con la Terra sullo sfondo».

Durante la seconda missione è mancata sua madre.

«Durante l’ultima videoconferenza mi disse: “NOn so se ce la faccio ad aspettarti…”. Quando tua madre muore e tu sei così lontano e non puoi fare niente, ridimensioni tutto…».

Cosa le manca di più dello stare nello Spazio?

«L’unicità e la bellezza dell’assenza di gravità. Noi sulla Terra abbiamo sempre la percezione del nostri corpo. In orbita il corpo prende questa leggerezza incredibile: sei coscienza pura, sei l’anima che guarda, è la tua mente, il tuo cervello. Questo ti dà una sensazione di pienezza e di potere. Quando torni sulla Terra ti manca subito, senti te stesso incatenato, in prigione».

Si è sentito più vicino a Dio?

«Ho un’educazione cattolica, riesco a malapena a dire che Dio non esiste, mi sembra un obbrobrio. Ma sono un ingegnere. E ancora non riesco a conciliare la dicotomia tra razionalità e spiritualità».

Torniamo a cose terrestri. La prima doccia dopo il rientro se l’è goduta?

«Appena rientrato stare in piedi è un problema. Solo in quel momento capisci perché nell’appartamento dove gli astronauti stanno in quarantena al rientro ci sono i corrimano…».

Ha viaggiato sia a bordo dello Shuttle che del Soyuz. Quale è meglio?

«Lo Shuttle è a misura d’uomo, il Soyuz di missile. Gli americani lo avevan progettato per viaggi con equipaggio e cargo. È la Ferrari dello Spazio, ma di fatto era un veicolo così complesso, costoso e pericoloso che poi l’hanno dovuto mandare in pensione. I russi volevano usare il Soyuz per lanciare le bombe atomiche e poi si sono detti: ma perché non lanciamo anche un uomo. Peccato che Yuri Gagarin avesse le dimensioni un fantino. Gli americani hanno pagato i russi per riadattare i posti. Io sono molto alto, la mia imbottitura mi esponeva a un pericolo maggiore di rompermi la spina dorsale».

Dove si dorme meglio? Sulla Terra o nello Spazio?

«Nello Spazio, anche se sono uno dei pochi, perché hai sempre la sensazione di cadere per effetto della velocità: la Stazione viaggia a 8 chilometri al secondo. La maggior parte degli astronauti prende sonniferi per sei mesi di fila. Io dopo dieci secondi mi addormentavo».

Durante la seconda missione ha chiesto una videoconferenza con i Pooh!

«Volevo Lady Gaga, ma non era disponibile. La mia collega Cady Coleman, che è una discreta flautista, si era portata a bordo quattro flauti, compreso quello di Jan Anderson dei Jetro Tall. Al rientro, mentre eravamo in Italia, li abbiamo raggiunti durante un concerto e loro due hanno suonato insieme sul palco, io suonavo il tamburo buttandoli fuori tempo».

Non è riuscito a fare la passeggiata spaziale.

«Sono ancora incavolato come una iena, l’ho vissuta come una cattiveria del sistema. La scusa è che sarebbe stato troppo costoso: sistemare la tuta avrebbe richiesto dieci ore di lavoro e un costo di due milioni di dollari, mentre gli altri die astronauti erano già usciti e non c’era bisogno di rimettere mano alle loro. La manodopera dell’astronauta è preziosissima, costa 100 mila dollari l’ora. Ogni due settimane ne parlavo con la psicologa, ero disposto a lavorare due ore in più dopo cena per tutta la missione. Mi ha salvato guardare Game of Thrones».

Film di fantascienza preferito?

«Alien e 2001 Odissea nello spazio».

Torniamo da dove siamo partiti. Se qualcuno le proponesse di partire per Marte o per la Luna, cosa sceglierebbe?

«È come chiedere a un bambini di tre anni in spiaggia se vuole il gelato. Scelgo Marte».