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Pubblicato il 09/11/2019

“L’HO PRESO IN BRACCIO IL MIO FRATELLO FERITO”- E’ UN PARACADUTISTA DEL 183mo REGGIMENTO NEMBO IL TESTIMONIAL DEL CALEDARIO ESERCITO 2020

Il significato dell’essere Soldato è l’obiettivo del Calendario Eserciro 2020 e lo Stato Maggiore Esercito ne mostra il significato con un testimone della Folgore , il caporalmaggiore Francesco Barzacca, che si è reso protagonista di un comportamento che ne riassume l’essenza.

Lasciamo parlare il giornalista de LA NAZIONE di Pistoia:


PRIMO PIANO pag. 8
Rischiò la vita per salvare un soldato ferito

Un paracadutista in servizio al 183° Reggimento Nembo scelto come testimonial per il calendario 2020 dell’Esercito Italiano
PISTOIA E’ il 25 luglio del 2011 a Khame Moullawi, nella valle del Morghab, in Afghanistan. E’ la missione Isaf XVI, i paracadutisti del Nembo vengono attaccati perchè la loro presenza, in quel settore, non è gradita. Un soldato viene gravemente ferito e resta a terra, immobile, coperto di sangue. Ma il primo caporal maggiore Francesco Barzacca non lo lascia e rischiando la vita lo prende sulle spalle sotto le raffiche e lo porta in salvo. Poi torna a alla sua postazione e “mantiene il settore” per altre due ore fino a che la furia di proiettili e di razzi contro i soldati italiani si placa. “Splendida figura militare” c’è scritto nella motivazione con cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli ha conferito, su proposta del Ministero della Difesa, la Medaglia d’argento al Valore dell’Esercito.

Quel paracadutista era a quell’epoca ed è tuttora in servizio nella caserma Marini di viale Italia, a Pistoia, che ospita il 183° Reggimento Nembo, Brigata Folgore. E’ uno dei quattro testimonial scelti per il calendario dell’Esercito italiano la cui presentazione si conclude oggi, a Roma, a cura dello Stato Maggiore. Il caporal maggiore capo Barzacca, nato il 18 febbraio del 1984 a Spoleto, è stato scelto come portavoce. Perchè si è arruolato? «Il mondo militare mi ha sempre affascinato. Ho partecipato al bando, a Spoleto, nel 2004, dove ho avuto la prima assegnazione e poi tutto è stato rapido. Sono stato due anni a Roma, poi ho potuto scegliere. Una scelta che è caduta sui paracadutisti e quindi sono stato al centro di addestramento a Pisa, dove ho frequentato il corso, al Capar, per arrivare all’aviolancio. Dopo il brevetto sono stato assegnato al reparto e ho avuto la fortuna di essere qui a Pistoia». Perchè è una fortuna? E’ una fortuna perché è una città bellissima, a misura d’uomo e mi ricorda molto Spoleto, anche per i paesaggi. Qui ho trovato delle persone impagabili, è un bell’ambiente, e questo è fondamentale. Ho preso parte a tutte le missioni del Nembo. In Sudan in Afghanistan, in Kosovo, in Libano e in Iraq. Perchè noi siamo sempre pronti a partire. Ci parli dell’Afghanistan.

.. «Oltre ai corsi che abbiamo frequentato prima di partire, ho letto qualche libro per documentarmi. L’Afghanistan ha una storia affascinante e ogni etnia ha una forte impronta con usanze particolari, sulle quali è impossibile non soffermarsi, alcuni ceppi nomadi, per esempio, si colorano la barba e il palmo della mano, si truccano, secondo la gerarchia. Sono rimasto colpito dalla loro perseveranza, dalla loro capacità di saper vivere con nulla, in quelle regioni impervie, e noi ci siamo adattati ai loro ritmi di vita. Il lavoro dell’esercito, nelle nostre missioni di peacekeeping è quello di interagire con la popolazione. Il soldato italiano arriva e cerca di capire. La nostra è un’operazione di supporto alla popolazione ed è importante sapere cosa fare per non offendere e imparare qualche parola della loro lingua. C’è tanto da fare». Ci racconti quel giorno «Abbiamo operato in zone molto critiche. Al confine Nord-Est del paese dovevamo garantire la sicurezza e la vivibilità della gente, ma non tutti ci volevano bene…Il nostro quel giorno era un controllo di routine. Siamo stati attaccati da fazioni armate. Fucili d’assalto e razzi controccarri. Ma del resto tutti lì sono armati. Anche i pastori hanno il kalashnikov. Io ero impiegato dentro il villaggio. Il grosso dell’offesa l’ha subito il nucleo che doveva garantire la nostra sicurezza, con il supporto dell’esercito afghano. Alcuni ragazzi furono feriti e al mio nucleo fu chiesto di recuperare uno di loro. Era rimasto gravemente ferito e lo dovevamo portare via dalla zona più pericolosa, sotto il fuoco. Ma chi sta sul terreno deve prendere delle decisioni. Dovevamo dargli una chance. Non sono più colleghi in quel momento, siamo una comunità dove il senso di fratellanza è amplificato dal pericolo e dalla lontananza. Ma questo è un sacrificio che abbiamo scelto di fare e che ci contraddistingue. L’ho preso in braccio, il mio fratello ferito, e l’ho portato in zona elicottero, perchè ogni minuto era prezioso». lucia agati