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Pubblicato il 07/04/2018

LIBANO: LA NAZIONE PARLA DELLA FOLGORE

LA NAZIONE
GROSSETO

PRIMO PIANO GROSSETO pag. 4

Savoia in Libano tra compiti militari

Pattugliamenti e controlli, ma anche sostegno alla popolazione e solidarietà.
di LUCA MANTIGLIONI

SE SI DOVESSE riassumere in poche parole il pensiero di quanti, in Libano, convivono con la presenza del contingente militare italiano, potrebbero essere ascoltate quelle di Bahij El Husseini: «Il contingente italiano è il polmone che ci permette di respirare aria di libertà e la bocca che ci consente di dire al mondo che noi vogliamo una cosa sola: la pace». El Husseini è il sindaco della municipalità di Al Bazuryah, paese che sta nel territorio che ricade sotto il controllo di Italbatt e che, come quasi tutte le municipalità della zona, ha stretto un legame forte con i nostri militari. «E guarda – dice poco dopo aver pronunciato l’altra frase -, non sto parlando da politico, sto parlando da cittadino. Io ti dico ciò che ho nel cuore. E poi, se non ci credi, prova a scendere in strada e chiedi alla gente che incontri cosa pensa degli italiani. Provaci». Il contingente di Italbatt è guidato dal colonnello Cristian Margheriti, comandante del Reggimento Savoia Cavalleria e, qui nel Paese dei cedri, a capo anche del Reggimento Paracadutisti Nembo. La base e a Shama, a sud del fiume Litani, la missione è quella Unifil e i compiti sono quelli fissati dalla Risoluzione 1701 dell’Onu: monitorare la cessazione delle ostilità tra Libano e Israele, collaborare con le Forze armate libanesi e assistere la popolazione civile. Con il raggiungimento di un «cessate il fuoco» relativamente stabile (ma tutti sanno che è ancora impossibile permettersi il lusso di credere che l’accordo possa camminare con le proprie gambe), l’attività svolta nei confronti dei civili assume un’importanza altrettanto strategica. E quindi, il pensiero delle persone, il loro umore è sempre un termometro affidabile per «misurare» la bontà del lavoro svolto. Ad esempio, con il «Market walk», ovvero con pattuglie mandate a piedi all’interno dei mercatini nei vari paesi, attività che viene svolta dai militari con grande attenzione anche per la loro sicurezza ma che, al contempo, prevede una presenza molto «discreta» delle armi. Quasi sempre, nessuna delle persone che si fermano a parlare con loro si accorge che le hanno. «I militari italiani hanno sempre avuto un modo speciale di rapportarsi con noi – dice Mahmud Mehdi, sindaco uscente di Al Naqoura e candidato alle prossime elezioni -. La presenza di Unifil ha dato stabilità e tranquillità, per questo è importante che continui a restare qui. E soprattutto a restarci con i militari italiani». Ma la lingua? La lingua non è un problema? «Mai stato un problema – dice Bahij El Husseini -. Le parole sono diverse, con gli italiani basta guardarsi negli occhi per capirsi». E che gli occhi siano in grado sul serio di sostituire le parole e «raccontare» ciò che si prova lo ha dimostrato un bambino di sei anni al quale i militari hanno consegnato una sedia a rotelle che gli consentirà di muoversi con minore fatica, visto che il destino gli ha tolto la possibilità di camminare da solo. Tutto accade in una scuola di Al Qoulaylah dove alla consegna ha voluto essere presente anche il sindaco, Abdel Karim Hassan. “Questi sono gesti che raccontiamo ai nostri figli e che poi racconteremo ai nostri nipoti – dice rivolgendosi al colonnello Margheriti -. Perché le persone non le unisce né la religione né la politica, le unisce l’umanità». Il bambino non stava ascoltando, era distratto. Era intento a capire come funzionasse quella sedia con le ruote sulla quale si era appena seduto. Non riavrà le sue gambe, ma aveva una luce diversa negli occhi. Una luce che forse renderà meno buio il suo futuro.