EL ALAMEIN

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Pubblicato il 01/07/2008

LILI MARLENE : IL CANTO DEI SOLDATI

PARMA- Emilio Camozzi ci racconta uno struggente episodio avvenuto durante la sua prigionia sotto gli inglesi.

Una famosa canzone -Lili Marlene- è stata l’occasionE per riaffermare che loro erano spezzati, ma non piegati. Battuti ma non vinti. Con la schiena dritta.

Ci dice Emilio che, subito dopo, gli italiani risposero con l’ INNO A ROMA.


SOLDATI IN GUERRA
sotto le stelle


Tutte le sere sotto quel fanal presso la caserma ti stavo ad aspettar. Anche stasera aspetterò, e tutto il mondo scorderò con te Lili Marleen, con te Lili Marleen

Ormai la canzoncina sarà finita nel cassettone dei ricordi inutili, fra le cose che l’orrore della guerra ha sfiorato ma non contaminato.

Io l’ho sistemata fra i più assillanti interrogativi che incombono nel mio passato ponendomi il quesito: “Si può amare il nemico?” Come ne esce l’etica militare se la risposta è SI?.

La scocciatura è che purtroppo io pencolo ancora tra il “si” e il “no”.

Tutta colpa di una canzoncina forse un pò sciocca, che per una ragione che nessuno è mai riuscito a spiegare, pare che durante la guerra abbia avuto un ascolto oltre i nove miliardi.

Cifra enorme, se si pensa alla scarsità dei mezzi di comunicazione di allora. Era cantata, con voce roca ed intrisa di lacrime, da Lale Andersen , ogni sera alle 23,55, da radio Belgrado.


Unsere beide Schatten Sah’n wie einer aus Daß wir so lieb uns hatten Das sah man gleich daraus Und alle Leute soll’n es seh’n Wenn wir bei der Lanterne steh’n Wie einst Lili Marleen, Wie einst Lili Marleen.

E a quell’ora la guerra in tutto il mondo finiva. I fanti posavano i loro mitra, gli artiglieri incappucciavano i loro pezzi, i carristi spegnevano i motori, i marconisti giravano i condensatori variabili per sintonizzarsi su radio Belgrado, sistemavano le radio in modo
di offrire un ascolto il più esteso possibile. E le mamme e le fidanzatine si agrappavano a quel tenue filo di musica nell’illusione di poter far arrivare una carezza al loro amato.


Orders came for sailing, Somewhere over there All confined to barracks was more than I could bear I knew you were waiting in the street I heard your feet, But could not meet, My Lilly of the Lamplight, my own Lilly Marlene

LA STORIA DI UNA CANZONE CHE DIVENTA SIMBOLO DI LIBERTA’ DELLO SPIRITO
Ero da un paio di mesi al 305 Fascist Criminal Camp in Egitto. Il campo aveva una lunga storia di sofferenza e di morte. Pare fosse stato costruito dagli egiziani come lebbrosario. Gli inglesi fecero girare la voce che i microbi della lebbra hanno effetto fino a dieci anni dopo che l’ultimo ammalato è stato dimesso, naturalmente senza renderci edotti della data. All’inizio della guerra divenne dimora dei nostri ascari catturati durante le prime scaramuccie
in Africa. Distrutti questi, forse per rendersi conto della validità della vitalità dei microbi, ci misero i tedeschi. Chi più cattivi di loro? Li trovarono! I non collaboratori. Li etichettarono come criminali fascisti giusto per mettersi a posto con la coscienza e riempirono il campo.

Si en el frente me hallo, lejos, ay! de ti oigo que tus pasos se acercan junto a mi. Y se que allá me esperas tu, junto al farol, plena de luz Lili mi dulce bien eres tu Lili Marleen

La notte aveva steso il suo prezioso manto di stelle e già nelle tende fiorivano i primi sogni e le prime speranze, quando dalla gabbia dei tedeschi improvvisamente provenne una marea di urla, di “caman”, di colpi di fischietto.

Il solito pandemonio che facevano gli inglesi quando qualcuno mancava all’appello. L’usuale punizione: cambio di gabbia, trascinandosi dietro tutta, ma proprio tutta la propria chincaglieria, mentre gli inglesi, o chi per loro, si davano da fare con una scavatrice, a distruggere la gabbia, compresa una stupenda acquila stilizzata alta circa quattro metri fatta con sabbia e terra creta.

I cinquecento prigionieri furono trasferiti nelle nostra avangabbia per passare la notte.

Mentre si preparavano per la notte e tutti ritornavano alla propria cuccia, era quasi mezzanotte.

Da un angolo della avangabbia si levò, sottovoce un coro muto. Gli inglesi erano ancora lì, ed era proibito cantare. Era la melodia di “Lilì Marleen”.

Un gruppo di italiani si unì al coro cantando sottovoce la canzone in italiano. Gli inglesi, che si erano già allontanati verso le loro baracche, ritornarono di corsa per imporre il silenzio, ma giunti là si unirono al coro . C’erano australiani, francesi, greci, maori e cinquemila italiani, e tutti cantavamo la stessa melodia .

Cette tendre histoire De nos chers vingt ans Chante en ma mémoire Malgré les jours, les ans. Il me semble entendre ton pas Et je te serre entre mes bras Tous deux, Lily Marlène, Tous deux, Lily Marlène.

Come fosse un immensa preghiera ad un Dio comune a tutti noi che ci innumidiva gli occhi quel tanto da da non farci scordare il nostro stato di soldati.