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Pubblicato il 14/03/2019

PISTOIA – ESPOSTE LE LETTERE DI UN BERSAGLIERE DI EL ALAMEIN

IL TIRRENO
sezione: PISTOIA-MONTECATINI-PRATO-EMPOLI data: 14/3/2019 – pag: 33
Brunetto, il bersagliere che combatté ad El Alamein
Un centinaio di lettere scritte tra dicembre 1941 e maggio 1943 raccontano le paure e le speranze dei soldati italiani durante la guerra in Africa


Brunetto Cantini (l’ultimo sdraiato a destra) all’epoca della guerra



Alessandro Spinelli

CASTELFIORENTINO. Sono rimaste sepolte per più di settant’anni. E raccontano la storia di un bersagliere di Castelfiorentino inviato in Africa a inseguire i sogni di conquista dell’Egitto: da Tunisi a Tobruch, fino alla battaglia decisiva di El Alamein, a fianco dell’Afrika Korps di Rommel. Sono le lettere di Brunetto Cantini (un centinaio, scritte tra il dicembre 1941 e il maggio 1943) che documentano in modo straordinario le paure e le speranze dei soldati italiani durante la seconda guerra mondiale. Una corrispondenza con i genitori e il fratello Rolando che dopo la scomparsa di Brunetto (avvenuta due anni fa) è stato possibile consultare grazie alla disponibilità del figlio, Franco. L’avventura militare in Africa di Brunetto Cantini, bersagliere del 12° Reggimento, inizia nei primi mesi del 1942. Durante il trasferimento dall’Italia, i militari italiani corrono rischi enormi. Cantini riesce ad arrivare incolume, ma meno fortunati sono due suoi amici, Montagnani e Chiarugi («Hanno lasciato nelle nostre file e nel nostro cuore un vuoto incolmabile», scrive il 14 marzo). Nei mesi successivi, Cantini partecipa a tutte le tappe che scandiscono l’avanzata delle forze dell’Asse, fino alla riconquista di Tobruch e Marsa Matruh. «La terra egiziana manda un aroma nunzio di grandi vittorie», scrive il 23 luglio 1942. Ben presto, però, le cose cambiano. La permanenza nel deserto, «un mare infuocato, con le sue sabbie che rodono la carne, il sole che inaridisce la gola», si trasforma in un calvario. Cantini vive in una buca, quasi sottoterra, senza perdere di vista casco e borraccia, perché «perdere una di queste due cose significa perdere la vita», ma non basta. L’igiene è ridotta a zero («Ciò la polvere alta un dito sulla faccia»), i pidocchi lo tormentano. Cantini si ammala, viene ricoverato all’ospedale nel settembre 1942. Dimesso il 24 ottobre, raggiunge il suo Reggimento nei giorni in cui infuria la battaglia di El Alamein. È un momento drammatico. La corrispondenza si interrompe. Fino al 19 novembre, quando scrive al fratello: «Spero di passare a un altro reparto, perché la mia squadra non esiste più». Il 12° Reggimento bersaglieri è stato annientato, morti e prigionieri non si contano. Inizia la ritirata, che in poche settimane porta Brunetto Cantini in Tunisia, inquadrato nell’8° Reggimento. Qui, viene prima mandato a combattere gli americani, sbarcati nel frattempo in Marocco e Algeria (operazione “Torch”), e poi gli inglesi, all’interno della linea fortificata del Mareth. Al fratello Rolando scrive nell’aprile 1943: «Tutto il mondo lo sa cosa abbiamo fatto noi bersaglieri a Maret. In una notte sotto 35000 granate e in pieno giorno tre assalti con bombe a mano, poi rimasti accerchiati e senza più munizioni. Baionetta in canna e fuori, rompendo il cerchio per rimpiazzarsi su nuove posizioni».
È l’ultima fase, che anticipa di pochi giorni la fine della guerra in Africa. La corrispondenza con la famiglia termina il 26 aprile 1943. Arriva la resa (12 maggio) e Brunetto Cantini viene fatto prigioniero. Lo portano a Tripoli e poi vicino ad Alessandria d’Egitto, dove conoscerà la principessa Elisabetta d’Inghilterra, crocerossina. Rientrerà in Italia a guerra finita, nel 1945; solo in quel momento avrebbe appreso della morte del fratello Rolando, morto nel campo di concentramento di Fullen. —