OPINIONI

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Pubblicato il 05/02/2007

RAPPORTO SUL TIBET OPPRESSO DAI COMUNISTI


Il Dalai Lama con il sten par Giulio Savina
a cura del par. Giulio Savina

TIBET- Lo scorso anno sono stato l’assistente alla regia di Claudio CARDELLI(con me nella foto) nella realizzazione di un documentario televisivo sulla Georgia Caucasica che, nei prossimi mesi, andrà in onda su RAI 3 durante la trasmissione Geo&Geo.

Claudio, accanto all’attività di giornalista e documentarista, affianca un’ intensa attività umanitaria e di sostegno alla causa tibetana. Egli cura ed organizza in Italia svariate mostre ed eventi a favore dei rifugiati tibetani e promuove, inoltre, centinaia di adozioni a distanza per i bambini tibetani profughi in India.

Claudio ha inoltre organizzato ed ha collaborato a numerose visite in Italia del Dalai Lama, capo politico e spirituale del popolo tibetano, in particolare nel ’91, ’94 e 2005” e l’ultima a Roma nell’Ottobre del 2006 in occasione della quale ho avuto l’onore di stringere la mano di sua Santità il Dalai Lama(nella foto il Dalai Lama riceve e ridona una sciarpa ad un suo concittadino) in visita ai suoi connazionali in Roma e di ricevere da lui la sciarpa tibetana.

Il nostro primo ministro Prodi non si è degnato di incontrare il Dalai Lama ed anche i suoi vice hanno fatto lo stesso. Ho capito il perché documentandomi meglio sulla storia del Tibet(ora regione autonoma della Cina Comunista) e dei suoi abitanti. I tibetani formano la maggioranza della popolazione, in buona parte nomade o seminomade, mentre i cinesi rappresentano una cospicua minoranza, in costante aumento a seguito della politica di popolamento della regione adottata dal governo cinese.

Il Tibet è per tradizione la roccaforte del lamaismo, la religione praticata dalla maggioranza della popolazione, oltre che da un considerevole numero di seguaci in Nepal e Mongolia. Il lamaismo adottò elementi della religione nativa, il Bon, una forma di sciamanesimo antecedente l’introduzione del buddhismo in Tibet, che ancora sopravvive. La cultura tradizionale tibetana ha la sua origine nel lamaismo e vanta un notevole patrimonio artistico di immagini esoteriche, “mandala” e xilografie.

Nell’XI secolo alcuni missionari indiani aprirono nuovi centri monastici e fu introdotta allora la tradizione in base alla quale un lama defunto, a capo di un monastero, veniva sostituito da un bambino o da un giovane, giudicato una sua reincarnazione. Nel 1240 un esercito mongolo attaccò numerosi monasteri e nel 1247 Kublai Khan nominò un eminente lama suo temporaneo viceré in Tibet, acquisendo così il controllo della regione.

Nel secolo XV il buddhismo tibetano, dopo un periodo di decadenza, rifiorì grazie al severo riformatore Tsong-kha-pa, che fondò la setta dei Dge-lugs-pa o Berretti Gialli (nel 1578 il terzo capo della setta ricevette il titolo di Dalai Lama da Altan Khan, il capo dei mongoli). Dal 1642 l’alleanza fra i mongoli e la setta dei Dge-lugs-pa inaugurò in Tibet il potere temporale del Dalai Lama. Quella tibetana è un’economia di sussistenza prevalentemente agricola e nell’Altopiano Settentrionale la principale occupazione è l’allevamento del bestiame.

Oltre a pecore, bovini e capre si allevano cammelli, yak, cavalli e altri animali da soma. I terreni coltivabili hanno un’estensione limitata e sono concentrati nelle valli fluviali. I principali prodotti agricoli sono orzo, frumento, grano saraceno, segale, patate, oltre a ortaggi e frutta.

Ma dal sottosuolo, ricco di risorse minerarie, si estrae carbone, oltre a oro e pietre preziose. Di queste ricchezze si accorsero i cinesi ma anche gli inglesi ed a quel punto la storia del Tibet assunse carattere internazionale. Dopo la deposizione del sesto Dalai Lama, all’inizio del XVIII secolo, sia i mongoli sia la nuova dinastia Manciù della Cina furono coinvolti nelle questioni tibetane. Nel 1792 truppe cinesi intervennero in Tibet per cacciare gli invasori gurkha provenienti dal Nepal ed appoggiati dagli Inglesi. Dopo il 1792 tutti gli stranieri, eccetto i cinesi, furono espulsi dal Tibet.

Nel 1904 il Tibet, virtualmente indipendente dall’autorità cinese, fu invaso dai britannici che temevano una possibile influenza russa nel paese e nel 1906 venne siglato un accordo bilaterale anglo-cinese in base al quale l’impero cinese veniva riconosciuto quale potere sovrano in Tibet e i britannici ritiravano le loro truppe, in cambio del pagamento di un cospicuo risarcimento. Nel 1907 i governi britannico e russo conclusero un accordo che garantiva la non interferenza negli affari tibetani.

I Manciù cinesi invasero così la regione nel 1910 ma, in seguito alla decadenza della dinastia, nel 1912 il Tibet conseguì presto l’indipendenza dalla Cina. Tutti i funzionari e le truppe cinesi furono espulsi dal paese nel 1913. Nel 1914, durante una conferenza tenutasi a Simla fra i rappresentanti dei governi britannico, cinese e tibetano, si giunse a un accordo provvisorio circa una convenzione che regolasse le relazioni reciproche e, in particolare, i confini. La convenzione prevedeva inoltre una forma di autonomia per il Tibet e la sovranità cinese nella regione chiamata Tibet Interno, contiguo alla Cina vera e propria.

Il governo cinese sconfessò in seguito la convenzione. Nel 1918 le tensioni nelle relazioni fra Tibet e Cina culminarono in un conflitto armato, risolto grazie all’intervento britannico. I successivi tentativi di conciliazione non ebbero successo e il conflitto divampò ancora una volta nel 1931. Il tredicesimo Dalai Lama continuò a governare il Tibet come uno stato indipendente, cercando il sostegno della Gran Bretagna.

Nell’ottobre del 1950, truppe della Repubblica popolare cinese invasero il Tibet che, senza alcun appoggio da Gran Bretagna e India, capitolò nel maggio del 1951 e firmò un trattato che prevedeva il mantenimento del potere del Dalai Lama per quanto riguardava gli affari interni e il controllo cinese sulla politica estera e militare della regione. Unità militari comuniste raggiunsero Lhasa in ottobre e nell’aprile del 1952 il Panchen Lama, leader spirituale lamaista sostenuto dai cinesi, tornò in Tibet. Fin dalla rioccupazione cinese sono state imposte dure restrizioni alla pratica della religione: si ritiene che siano stati distrutti tremila monasteri ed uccisi due terzi dei monaci e delle monache tibetane. Sembra che un’epurazione di elementi anticomunisti sia stata attuata, in base alle testimonianze, nei primi mesi del 1953(il film “Sette anni in Tibet” ha efficacemente narrato la storia di questo periodo sanguinoso).

L’anno seguente l’India riconobbe il Tibet quale parte della Cina e ritirò le sue guarnigioni di frontiera. Il Dalai Lama fu in seguito eletto vicepresidente del Congresso nazionale del popolo, l’assemblea legislativa cinese. Nel 1956 fonti indiane e nepalesi riferirono di sollevazioni e attività di guerriglia tibetane contro il regime cinese. Pochi mesi dopo il dittatore Mao Zedong dichiarava che il Tibet era ancora impreparato all’instaurazione di un regime comunista. Nella seconda metà del 1958 si ebbe notizia di una diffusa attività di guerriglia nel Tibet orientale, probabilmente come risposta ai tentativi di costituire delle comuni popolari simili a quelle fondate in altre parti della Cina.

La ribellione non fu domata e culminò nel marzo del 1959 in una rivolta a Lhasa. L’intervento dei cinesi pose il Panchen Lama a capo dello stato; in base alle stime furono uccisi 87.000 tibetani. Il 21 ottobre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava una risoluzione in favore del rispetto dei diritti umani in Tibet. L’invasione cinese indusse migliaia di tibetani a trovare rifugio in India, dove il Dalai Lama costituì un governo tibetano in esilio. Nel 1965 il Tibet divenne formalmente una regione autonoma della Repubblica popolare cinese e le autorità di Pechino annunciarono pesanti repressioni.

Nel corso della rivoluzione culturale, le guardie rosse maoiste intensificarono la persecuzione antireligiosa, distruggendo centinaia di monasteri e monumenti buddhisti. Alla fine degli anni Settanta la politica cinese in Tibet si fece più tollerante. Il Panchen Lama, che era stato rimosso dalla sua carica ed incarcerato nel 1964 per aver criticato il governo cinese, fu riammesso al governo nel 1978. Nel 1988 durante le negoziazioni tra autorità cinesi e rappresentanti del Dalai Lama, questi rifiutò di rinunciare all’indipendenza del Tibet e la Cina rifiutò di concedere una più ampia autonomia al Tibet. Nel 1993 si sono svolte violente dimostrazioni dei Tibetani oltre a diversi attacchi armati contro i Cinesi. Nel 1995 è emerso un nuovo conflitto circa la selezione del futuro Panchen Lama.

Il comitato tibetano dedito alla ricerca identificò 28 possibili candidati e fece pervenire l’informazione al Dalai Lama in India. Questi selezionò come prossimo Panchen Lama un bambino di sei anni di età di nome Gedhun Choekyi Nyima. Il governo cinese si irritò perché il processo di selezione era stato usurpato dal Dalai Lama, e citò il ruolo storico delle autorità cinesi nella selezione dei precedenti Panchen e Dalai Lamas.

Sicchè i Cinesi selezionarono un proprio candidato di sei anni e di nome Gyaincain Norbu e trattennero in detenzione Gedhun Choekyi Nyima e la sua famiglia rinnovando una nuova campagna di discredito nei confronti del Dalai Lama e causando così nuove proteste del movimento di indipendenza tibetano. Nel Maggio 1996 i Cinesi diedero il via ad un giro di vite nei monasteri tibetani che portarono al ferimento e alla morte di alcuni monaci ed all’imprigionamento del gruppo di ricerca del Panchen Lama.

L’occupazione cinese-comunista ancora oggi miete vittime innocenti tra i Tibetani ma anche tra i segaci della setta Falun Gong e tra i cattolici cinesi che devono vedersi imposti dal governo i propri prelati. La violazione dei diritti umani in Cina è la ragione per cui plaudo ed appoggio l’iniziativa dei gruppi della destra italiana di non comprare i prodotti cinesi. Mi auguro che questa iniziativa venga seguita da noi tutti visto che l’attuale governo Prodi intrattiene ottimi rapporti col governo cinese (come con quello russo) che rischierebbero di incrinarsi anche col solo ricevere la visita del Dalai lama.