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Pubblicato il 13/08/2019

RASSEGNA STAMPA – AFGANISTAN: SICUREZZA E RITIRO DEGLI ITALIANI DOPO LE TRATTATIVE CON I TALEBANI

Corriere della Sera
sezione: Esteri data: Martedì 13 Agosto 2019 – pag: 12

L’analisi sull’Afghanistan

Trattative Usa coi talebani, ritiro italiano da pianificare
di Franco Venturini

Tra i molti impegni e i molti rischi che l’Italia tende a dimenticare mentre si dilania tra voto subito e voto più in là, c’è la sicurezza di ottocento nostri militari tuttora dislocati in Afghanistan. Sono, questi addestratori, gli ultimi rappresentanti di un contingente italiano che in sedici anni di guerra (diciotto per gli americani) ha saputo farsi onore e ha avuto 52 morti. Anche se il nostro Parlamento, per coerenza costituzionale, definisce «di pace» le nostre missioni all’estero.


Desideroso di sottrarsi a un conflitto che non può essere vinto e sicuro di avere l’approvazione del suo elettorato, Donald Trump ha avviato da tempo una trattativa con i «nemici» talebani. Secondo indiscrezioni credibili le intese sin qui raggiunte riguarderebbero uno scambio fondamentale tra le due parti: ritiro di tutte le forze americane e alleate entro la fine del 2020, contro la promessa talebana di impedire che il territorio afghano venga di nuovo usato per preparare un attacco agli Usa (come avvenne nel 2001 con la distruzione delle Torri Gemelle). I colloqui di Doha sono stati sospesi ieri per riferire a Washington e anche perché Trump vorrebbe ottenere la garanzia formale di un cessate il fuoco, ma il limite di fine 2020 per il ritiro pare definitivo. Pare. In verità il contributo dato dagli alleati della Nato (e noi del Corriere non possiamo dimenticare il sacrificio della collega Maria Grazia Cutuli trucidata nel novembre del 2001 sulla via di Kabul) avrebbe forse meritato da parte degli Usa maggiori consultazioni e più puntuali informazioni sul negoziato. Ma ora la sfida è diversa: ottenere il più possibile visto che questa dell’Afghanistan non sarà una guerra vinta, e poi tornare a casa in sicurezza. Fece bene la ministra Trenta, nel gennaio scorso, a far preparare piani di disimpegno per i nostri soldati, e incomprensibili furono le polemiche di allora. Ora il problema si ripropone, e nel momento peggiore: in una Italia dove paiono secondari gli appuntamenti urgenti fissati con Bruxelles, figuriamoci quelli che si prospettano a Kabul.

Invece i disimpegni militari sono operazioni complesse e pericolose, che richiedono adeguate coperture e che vanno pianificate per tempo in coordinamento con gli alleati. Vogliamo sperare che non ci sarà un italico «calendario sovranista» per il ritiro, perché il risultato sarebbe soltanto di aumentare i rischi per i nostri uomini. Piuttosto potremmo e dovremmo chiedere a Trump di informarci meglio, anche se lui la data delle sue elezioni la conosce e la tiene ben presente .