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Pubblicato il 08/09/2017

RASSEGNA STAMPA: ARTICOLO DEDICATO AGLI ARDITI

 

L'Arena
data: 08/09/2017 – pag: 44

STORIA. Cent’anni fa nascevano i primi reparti speciali dell’esercito

SOLDATI
DI FEGATO

Gli Arditi, protagonisti sui fronti dell’Isonzo e del Piave confluirono poi nel nascente fascismo; il loro mito
è lo specchio della crisi italiana del primo dopoguerra

La costituzione di reparti speciali, che con audaci incursioni riuscissero a infrangere la staticità imposta dalla guerra di trincea, è un tratto comune a molti degli eserciti impegnati nel primo conflitto mondiale. Nella versione italiana si chiameranno Arditi, nati nell’estate di un secolo fa e affermatisi come la più celebre e celebrata di queste unità per sviluppo e capacità operative, ma anche e soprattutto per l’aura di mito che circonfuse le imprese delle fiamme nere, penetrando con forza nell’immaginario collettivo e generando un fascinoso complesso di simboli e riti fondamentale per comprendere la crisi del dopoguerra.Ispirato alle Sturmtruppen austriache e abbozzato ai primi di giugno nell’ambito della II Armata, il I Reparto d’assalto, agli ordini del tenente colonnello Giuseppe Bassi, riceveva il battesimo ufficiale il 29 luglio a Sdricca di Manzano dove era accasermato e dove svolgeva un addestramento teso a creare combattenti particolarmente agguerriti e in possesso di un’autonomia tattica che di fatto li poneva all’antitesi del soldato ottusamente passivo delineato da padre Gemelli come modello di obbedienza. Preparazione nuova dunque, con esercitazioni a fuoco in cui si sparavano migliaia di proiettili, ma anche nuovi soldati, con una propensione al combattimento e al rischio più pronunciata rispetto alla massa; uomini che alla vita di trincea, con la sua alternanza di snervanti stasi e sanguinose offensive, preferivano il rischio di imprese disperate nelle quali però si aveva più forte la sensazione di essere padroni del proprio destino. Quella che li voleva tagliagole e criminali sfuggiti alla giustizia con l’arruolamento era una leggenda nata per terrorizzare il nemico e alimentatasi poi nel cono d’ombra retrospettivamente proiettato sugli Arditi dai loro legami con lo squadrismo. I documenti dimostrano che così non era, ma appare comunque evidente che l’Ardito, sotto un profilo antropologico, fosse un soggetto fuori dalla norma, nel bene e nel male.Gli italiani «conoscono solo fegato alla veneziana con cipolla», osservava sprezzante l’ufficiale austriaco, in una memorabile scena de «La Grande Guerra»; il loro «fegato» gli Arditi avrebbero avuto modo di mostrarlo subito, insieme a uno straordinario spirito di corpo, durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo, in una serie di azioni coronate dalla temporanea conquista del San Gabriele, il 4 settembre 1917. Nei mesi successivi, con la riorganizzazione seguita a Caporetto, reparti di Arditi o reparti d’assalto di altre specialità come Alpini o Bersaglieri, vennero costituti in tutte le grandi unità fino a raggiungere nel novembre 1918 il numero di quaranta, dodici dei quali inquadrati in due speciali divisioni. In quei quindici mesi gli antesignani delle moderne forze speciali inanellarono una serie di memorabili imprese a prezzo di perdite pesantissime che superavano spesso la metà degli effettivi: dall’Isonzo a Monte Piana, dalla difesa di Udine, del ponte di Vidor e del Monfenera al Monte Valbella e a Capo Sile, dal Corno di Vallarsa fino al Grappa (Col Moschin, Asolone, Fagheron, Pertica, Fenilon), al Piave e al Montello.Se pensare che i reduci potessero tornare come niente fosse alla vita di prima era utopia, lo era all’ennesima potenza per gli Arditi che incarnavano alla perfezione il prototipo di un uomo nuovo, assuefatto alla violenza e deciso ad abbattere il vecchio ordine aprendo la via a un mondo in cui un’élite di guerrieri temprati nelle vampe della battaglia, la nobiltà della trincea, si conquistasse il posto che le spettava. Da qui al mutarsi nel braccio armato di un progetto rivoluzionario – anche per questo rischio i reparti d’assalto erano stati rapidamente disciolti alla fine del conflitto – il passo era brevissimo; un progetto non ancora definito ma che certo individuava i suoi nemici nelle forze che si erano opposte alla guerra vittoriosa e in primis nel blocco neutralista.Ed è appunto nelle convulse fasi del dopoguerra, all’ombra della «Vittoria mutilata», che si colloca l’azione più eclatante compiuta dagli ex Arditi, a Milano, il 15 aprile 1919, in sinergia con i futuristi e con gli interventisti di sinistra legati a Mussolini: l’incursione per disperdere una manifestazione socialista e l’assalto alla sede dell’«Avanti» culminato nel suo incendio, il tutto tollerato dalle autorità di pubblica sicurezza con un’inerte indulgenza che non lasciava intravedere niente di buono per il futuro della democrazia.Dopo aver dato quell’inquietante «la», gli Arditi come entità autonoma sparirono dalla scena confluendo prima nell’impresa fiumana e poi nel fascismo nascente che si approprieranno abilmente, trasmettendoselo, di tutto il patrimonio ideale e simbolico dell’arditismo: l’«A noi!», l’appello dei caduti con il grido «Presente!», le fiamme e il fez neri, l’armamentario di teschi, pugnali e bombe a mano e, più in generale, la mistica della violenza. Salvo la fugace eccezione rappresentata dagli Arditi del popolo, scaturiti nel 1921 da una scissione e distintisi nella resistenza allo squadrismo, il destino degli Arditi nel dopoguerra era segnato e per molti versi ineludibile. Nate lo stesso giorno di Mussolini per una coincidenza che la propaganda di regime non mancherà di sottolineare, le fiamme nere avevano tutte le carte in regola per dare corpo al progetto fascista incarnandone a meraviglia il genotipo e così fu. «Gli “arditi” non furono una “specialità” dell’esercito, ma una categoria ideale del popolo italiano, che in loro espresse certe sue doti nuove, rivelate dal combattimento e dal combattimento trasfuse nel suo modo di essere». Nelle parole di Giuseppe Bottai, gerarca ed ex ufficiale degli Arditi, c’è tutto l’indelebile stigma di questa discendenza. Un nesso di parentela che non deve però oscurare l’eccezionale valore dimostrato da quei soldati quando il fascismo, giova ricordarlo, non apparteneva neanche al mondo delle idee.