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Pubblicato il 20/03/2020

RASSEGNA STAMPA- DUE MEDICI MILITARI – TUTTI E DUE PARACADUTISTI – IN PRIMA LINEA IN LOMBARDIA CON L’ESERCITO

CORRIERE DELLA SERA
20 marzo 2020 – 07:12
I fratelli medici militari sul fronte del Covid-19: «È una guerra ai civili»

Nadir Rachedi, 40 anni, e Karim, 29, hanno lavorato in Afghanistan, Libia, Libano e a Wuhan per aiutare Niccolò. Adesso uno è a Bergamo e l’altro a Lodi: «Negli ospedali è l’inferno. Voi non avete idea. State a casa e spargete la voce»

di Andrea Galli

c’è l’inferno. Subito oltre gli ingressi degli ospedali. Alzano Lombardo, Bergamo, Lodi. Karim: «Come ho sentito Nadir al telefono il primo giorno, non l’avevo mai sentito. Mai. Nemmeno quand’era in Afghanistan». Nadir: «Poche ore dopo il mio arrivo in ospedale, ho chiamato tutti quelli che conosco. Ho detto e ripetuto: “State a casa, non uscite se proprio non dovete. Voi non avete idea. State a casa e spargete la voce”».

Nadir Rachedi, 40 anni, l’Afghanistan l’ha fatto cinque volte. E ha fatto la Libia. E ha fatto Wuhan: c’era anche lui al fianco del 17enne Niccolò, nelle operazioni di rimpatrio dalla Cina. «Un giovane tosto, forte. E paziente. Ha tenuto duro, gli abbiamo fatto i complimenti. Siamo andati a Wuhan con una squadra basata sul mio infermiere e su di me, e sul team che ha trasferito la barella a bordo, ha proceduto alla decontaminazione e sanificato chiunque fosse venuto in contatto. Un lungo viaggio senza scalo, ogni tanto Niccolò si svegliava, carico di ansia. Gli ripetevo: “Sta per finire, ragazzo, ormai ci siamo, chiudi gli occhi e pensa a una cosa bella”».

Afghanistan anche per Karim, 29 anni. E il Libano. Brothers in arms. I fratelli Karim e Nadir, mamma di Viareggio e papà algerino, sono medici chirurghi militari. Il primo è nella Folgore, il secondo ci è stato. La medicina è una passione di casa, un’eredità: il nonno era dottore. E nelle favole da bambini c’erano i misteri del corpo umano. Nadir, il primogenito, ha conservato quei misteri fin quando è diventato grande, ha frequentato, come poi Karim, l’accademia a Modena, e come poi Karim ha iniziato a studiare medicina. Anche l’unica sorella è un dottore. Lavora in Toscana. Il quarto fratello ha scelto altro, vive all’estero («Be’, non era il caso di esagerare, dai…»).

A volte, nella narrazione della pandemia, ci domandiamo se per caso non stiamo esagerando con la terminologia bellica. Che spesso appare più sbrigativa, più sintetica, dunque più comoda. Karim: «All’estero, la maggior parte degli scenari riguardava dei professionisti. Qui, contro il nemico, contro questo nemico devastante, ci sono unicamente dei civili. I malati. E i medici, gli infermieri».

Civili senza tregua. Di nuovo Karim: «Sono insieme a dottori stanchi, direi stanchi perfino oltre la sopportabile stanchezza fisica e mentale di un essere umano. Stanno resistendo con una forza infinita… Il nostro obiettivo, il mio, di mio fratello, dei miei colleghi, l’obiettivo della missione della Difesa è di portare un aiuto materiale, entrando nella turnazione, immettendo forze fresche. E anche dare supporto morale: “Non molliamo, siamo con voi”. Non soltanto parole, ma la presenza concreta. “Ci siamo, non vi abbandoneremo mai, ne usciremo insieme”. Allo stesso tempo, abituati a operare secondo criteri di massima sicurezza, abbiamo per esempio suggerito di rimodulare gli spazi interni delle strutture, per consentire all’intero personale percorsi con minori rischi di contaminazioni: nei momenti di emergenza e di caos, la logistica è fondamentale per lavorare meglio».

Adesso Karim è a Bergamo, e Nadir a Lodi. L’ex zona rossa, la prima d’Italia, paesi e cittadine dove sì, i contagi sono calati, ma senza eliminare miracolosamente i danni. Nadir: «Lodi? Giornate e nottate ancora dure. Non c’è sosta, a Lodi. Malati che si aggravano, decessi… Ma fuori c’è una comunità ammirevole. Non pensi che voglia essere retorico, sono un anestetista rianimatore, sono abituato a star dentro la realtà dei fatti, per quelli che sono i miei limiti… Ed ecco, a Lodi sto rivedendo le stesse scene di Alzano Lombardo… Ogni sera i cittadini ci facevano arrivare le pizze ancora belle calde, alcuni di loro hanno comprato una Tac dall’Olanda e ce l’hanno consegnata come se fosse la cosa più normale del mondo… Io dico che no, non lo è per niente… Soprattutto in un periodo in cui ancora tante, troppe persone rimangono in giro, non capiscono oppure fingono di non capire, mancando di rispetto a chi sta soffrendo, ai figli che non possono salutare per l’ultima volta i propri genitori perché sono in quarantena e non hanno accesso negli ospedali».

Quanto durerà, quanto durerete? Nadir: «Non ci poniamo queste domande. Sarebbe una mancanza di rispetto ai medici che hanno lavorato dieci, quindici, diciotto giorni di fila senza mai uscire dall’ospedale, dormendo poco e dove capitava… Hanno detto a me e a mio fratello di preparare lo zaino e di partire. Punto. Siamo in prima linea, orgogliosi di esserci. Nessun rimpianto. Quest’anno, avevo fatto richiesta di non viaggiare, due mesi fa è nato mio figlio, e non volevo stare lontano da mia moglie… Invece, sono ripartito».

La compagna di Karim lavora al San Raffaele, vive a Milano. «Siamo vicini ma evitiamo di vederci. Una potrebbe essere un pericolo per l’altro». La moglie di Nadir è a casa. «I figli, in totale, sono tre. Il primogenito ha tre anni, il secondo ventidue mesi, e appunto c’è il più piccolo. Lo sforzo più grande, tra noi due, lo sta facendo lei. Da sola con loro. Glielo ripeto ogni sera che ci sentiamo, dopo aver tolto la tuta, che più passano i minuti e più pesa quintali, quasi imprigionandoti, e dopo aver tolto gli occhialini, la mascherina, il triplo strato di guanti, e dopo aver concluso l’ultima telefonata con un familiare… Telefonate che ti lacerano… Le ricordo tutte, le ricorderò per sempre. Una è stata quella alla moglie di un uomo che aveva cinquant’anni. Padre, anche lui, di tre figli. Ero ad Alzano. Un dottore mi ha detto: “Non riesco più, non riesco, sono troppi… Ti prego, fallo tu, e mi ha dettato il numero”».