CRONACA AGGIORNATA OGNI ORA

Condividi:

Pubblicato il 01/11/2014

RASSEGNA STAMPA: I GIORNALI LIVORNESI E IL TEMPO DI ROMA PARLANO DELLA CERIMONIA PER IL 72mo DI EL ALAMEIN


Il Tirreno ed. NAZIONALE
sezione: LIVORNO data: 1/11/2014 – pag: 23
In duemila in città per El Alamein
Alla Vannucci la cerimonia in ricordo dei parà caduti in guerra
Contestazione degli anarchici: basta parate e spese militari

di Giulio Corsi
LIVORNO Scrive Antonio Porchia che il ricordo è un poco di eternità. Dev’essere anche per questo che la memoria di quei 3500 uomini che Winston Churchill battezzò “i leoni della Folgore” e che caddero sulla sabbia di El Alamein battendosi contro 50mila soldati nemici, ancora 72 anni dopo riesce ad attirare migliaia di persone e ad emozionare e a riaccendere valori che mai potranno essere esclusivo patrimonio di una parte, qualunque essa sia: altruismo, coraggio, solidarietà. Il generale Claudio Graziano, capo di stato maggiore dell’Esercito, ripete più volte quelle tre parole e le lega all’Italia di oggi: «Dai paracadutisti, dal loro spirito, dal loro passato riceviamo un messaggio di ottimismo per il Paese, un messaggio di forza e di coesione». Alla caserma Vannucci, sede del 187° reggimento, le tribune sono gremite. Baschi amaranto su abiti civili, giovani in mimetica e ragazze in jeans, capelli bianchi e volti scavati dalle rughe, gente proveniente da tutta Italia. E’ la storia e il presente che stanno insieme, i reduci di El Alamein Luigi Gino Compagnoni e Santo Pelliccia con la divisa bianca del regio esercito, e i reduci dell’Afghanistan come Simone Careddu, il caporalmaggiore dell’8° genio paracadutisti che un attentato ha costretto in carrozzina. Sono gli uomini che la Folgore l’hanno conosciuta negli anni della naja e i professionisti che nell’ultimo ventennio hanno partecipato a tutte le operazioni fuori area che hanno visto impegnata l’Italia, e sono stati decine di volte chiamati ad operare con i propri nuclei di specialisti, grazie alla capacità “dual-use”, anche nel soccorso della popolazione colpita da calamità naturali, non ultima l’emergenza maltempo di metà ottobre. E’ la storia che studiamo sui libri che illumina e fa da guida al presente, come sottolinea il capo di stato maggiore della difesa, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli: «El Alamein è una battaglia persa con grande onore, facendo fronte ad armi soverchianti con i mezzi più poveri, ma con grande spirito e capacità di resistere e di tenere alto l’onore dell’Italia. Questo è il valore che noi militari tramandiamo alle nuove generazioni». Prima che da un elicottero si lancino nell’azzurro cinque paracadutisti e disegnino nel cielo traiettorie perfette, atterrando con la precisione di un chirurgo davanti al tricolore e ai reparti schierati, è il generale Lorenzo D’Addario, il comandante della brigata, ad accendere ancora la luce sul messaggio che la forza armata può dare all’Italia: «Uno dei leoni della Folgore mi ha detto recentemente una frase che ho sentito più volte da uomini del suo pari: “Non abbiamo fatto niente di speciale, solo il nostro dovere” – dice D’Addario -. Ma come fanno a pensare di non aver fatto niente di speciale questi eroi, che nel dilagare dei carri nemici tra le postazioni distrutte non vedevano altro che l’occasione di un’ulteriore contrattacco?». «Al di la di una grande umiltà, in quelle parole sta il lascito d’onore dei leoni della Folgore, degli eroi della Nembo, della Carica d’Isbushensky, sino alle più recenti operazioni – continua il capo dei paracadutisti -. Semplici soldati, distrutti dalla fatica, sporchi, affamati. Si sono comportati da eroi perché erano talmente coerenti con la scelta che avevano fatto, quella dell’onore, del seguire la loro bandiera, nelle piccole e nelle grandi cose, da non vedere scorciatoie». Dopo la cerimonia la giornata è proseguita alla Rotonda d’Ardenza dove è stata allestita un’esposizione di mezzi e materiali in dotazione ai parà. Che però ha acceso la contestazione del Collettivo anarachico libertario e della Federazione anarchica, che in piazza Cavour hanno esposto uno striscione con su scritto: “Solidarietà ai lavoratori contro guerra e spese militari, basta parate fasciste”. Durante il presidio è stato distribuito un volantino per contestare “una parata nostalgica, con l’esposizione di armi e strumenti di morte

Ritaglio

LA NAZIONE
CRONACA LIVORNO pag. 8
Settantadue anni fa la battaglia di El Alamein: tanta commozione
LA RICORRENZA ALLA CASERMA VANNUCCI

CASERMA VANNUCCI Tanta emozione in ricordo della battaglia di El Alamein

LIVORNO SANTO PELLICCIA ha 91 anni, lo spirito ancora ardente dei «Leoni» della Folgore che settantadue anni fa combatterono ad El Alamein scrivendo una delle pagine più gloriose della storia. Ieri Santo Pelliccia era in prima fila alla caserma Paolo Vannucci dove è stata organizzata la cerimonia di ricordo della storica battaglia del 23 ottobre del 1942. Santo Pelliccia era in prima fila come quando da ragazzo ha vissuto uno dei momenti più gloriosi delle forze armate. Nel piazzale della caserma Vannucci ci sono i militari schierati, le famiglie, i rappresetanti delle istituzioni, e il capo di stato maggiore della difesa ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il capo di stato maggiore dell’esercito generale di corpo d’armata Claudio Graziano. A prendere la parola per primo è stato il comandate della Folgore, il generale Lorenzo D’Addario che ha sottolineato i valori di cui sono ancora oggi testimoni e custodi i leoni della Folgore, valori a cui ancora oggi i soldati e quindi i paracadutisti devono ispirarsi per affrontare gli impegni. «LA FOLGORE ha detto il generale D’Addario è tornata una grande unità con tutte le componenti interarma che agisce in simbiosi con gli altri repaeti delle aviotruppe e nel Comfose. Il centro addestramento, fiore all’occhiello, è il punto riferimento per i paracadutisti di tutta la Difesa ed ha incrementato l’addestramento. E’aumentata la sinergia con la nostra consorella 46ma Brigata Aerea». Emozioni forti alla cerimonia che testimonia i valori quali l’onore, il sacrificio e la fedeltà che caratterizzanp il soldato italiano. Valori che contribuiscono a rendere grande il Paese. Una cerimonia ricca di partecipazione e di emozione quando dagli spalti si è alzato il grido «Gli uomini della Folgore al Governo». Poi gli aviolanci, il saluto dell’elicottero e degli ultraleggeri, l’Inno di Mameli, il ricordo dei caduti: tutto questo è il patrimonio della Brigata Paracadutisti Folgore. Nella zona pedonale della Rotonda d’Ardenza è stata allestita un’esposizione di mezzi e materiali in dotazione ai reparti Paracadutisti dell’Esercito e alle 15 è stato fatto un lancio di precisione dal personale del reparto attività sportive del Centro di Addestramento di Paracadutismo di Pisa.
M.N.

Ritaglio

IL TEMPO DEL 31.1014
Il deserto degli eroi

Tattici, storici e strateghi raccontano i perché della sconfitta. 72 anni dopo, riecco El Alamein. Come non l’avete mai conosciuta.

Fu una delle ultime battaglie epiche e cavalleresche dell’era contemporanea. Un esercito di fronte all’altro, senza coinvolgere la popolazione civile. E fu una delle forme più primitive di scontro che la guerra conosca, anche se lance e spade erano sostituite da mitra e carriarmati. Obiettivo: la distruzione totale del nemico e la vittoria nel Nordafrica. Quella battaglia, di cui in questi giorni ricorre il 72° anniversario e che verrà ricordata oggi a Livorno nella sede del 187° Reggimento Paracadutisti Folgore alla presenza del Capo di Stato Maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli e di quello dell’Esercito Claudio Graziano, avvenne a El Alamein il 23 ottobre 1942. E le forze dell’Asse la persero in maniera netta e cruenta. Perché? Quali furono le ragioni della sconfitta? Che cosa si poteva fare per evitarla? Che cosa sarebbe cambiato se fosse stata combattuta oggi, con mezzi e tecnologie moderni?
Intanto le battaglie furono tre e quella del 23 ottobre fu solo l’ultima e più devastante, che consentì ai britannici di fermare la controffensiva italo-tedesca. In quell’occasione 3500 paracadutisti italiani male equipaggiati e non preparati a una battaglia da fanti si batterono strenuamente contro 50.000 soldati avversari. Ad avvantaggiare lo schieramento del Commonwealth furono la disponibilità di rifornimenti, negata invece all’Asse, l’intelligence avanzata che consentiva di prevenire i piani nemici, la superiorità tecnologica garantita dalla potenza industriale Usa e la decisiva supremazia aerea. A spiegarcelo sono due esperti, lo storico Aldo Falciglia, consigliere nazionale dell’Associazione nazionale Parà e direttore della rivista «Folgore» e il tenente colonnello Federico Bernacca, comandante del V Battaglione paracadutisti «El Alamein» di stanza a Siena. «Il nostro slancio offensivo sul fronte nordafricano venne frenato dalla carenza di rifornimenti a causa del blocco navale alleato del Canale di Sicilia – spiegano i due – E poi gli inglesi conoscevano benissimo i nostri piani d’attacco perché avevano Enigma, che decriptava le informazioni in codice che Rommel inviava all’alto comando tedesco. Inoltre, nel caso specifico di El Alamein, i britannici disponevano di quattro divisioni di fanteria e corazzate con i nuovi carri armati americani Sherman e avevano il supporto dei nuovi arei Liberator, sempre statunitensi. In tutto il fronte – proseguono i due esperti – gli alleati contavano su 200 mila uomini, le forze dell’Asse su 70.000 italiani e 30 mila tedeschi».
Nella terza e ultima battaglia, appunto, divampata alle 20,40 del 23 ottobre, in una notte di plenilunio, gli inglesi attaccano e sconfiggono il nemico, fatta eccezione per la Folgore, che ripiega in base agli ordini ricevuti per evitare l’accerchiamento. «L’attacco venne preceduto da due ore di bersagliamento delle nostre truppe da parte di mille bocche di fuoco britanniche – precisano Falciglia e Bernacca – Quindi venne sferrato con sette divisioni corazzate seguite dalla fanteria. In quell’occasione, 3440 parà dovettero affrontare 50.000 nemici e 300 carri armati. Non solo. I proiettili dei nostri cannoni calibro 47 rimbalzavano sulla corazza degli Sherman e noi dovemmo accontentarci di fucili, mitra, bombe molotov e, soprattutto, tanto coraggio».
I paracadutisti, malgrado l’inferiorità numerica e tecnologica, riuscirono a distruggere metà dei carriarmati inglesi. «La nostra forza è stata la determinazione morale e la capacità tattica – dicono Bernacca e Falciglia – anche perché una delle caratteristiche del paracadutista è la duttilità e la capacità di adattamento». I gesti eoici dei nostri parà sono passati alla storia, gli uomini affrontavano i mezzi corazzati inglesi impugnando mine strappate al terreno (nelle sabbie desertiche ne erano state sepolte 6 milioni) o semplici bottiglie rimepite con la benzina. L’epilogo, tragico, fu la quasi completa distruzione della Folgore, che ebbe mille caduti e 1200 prigionieri. Ma l’onore va riconosciuto a tutti i reparti italiani sul fronte, comprese le divisioni Bologna, Pavia e Trento, che trascorsero due anni nel deserto senza mezzi e senza mai avere il cambio, alla Marina e all’Aeronautica. «Ma la guerra era già persa prima dello scontro terrestre perché non avevamo assicurate le linee di rifornimento – commenta il colonnello Bernacca – Potevamo anche arrivare ad Alessandria, ma poi non avremmo avuto la possibilità di sostenere lo sforzo in profondità. Inoltre, subito dopo la battaglia ci fu lo sbarco Usa in Marocco e, a novembre, in Algeria. Questo avrebbe consentito agli alleati di prenderci alle spalle e costretto noi a combattere su due fronti».
Ma con i mezzi e le strategie odierne sarebbe cambiato il risultato? «Oggi ci sarebbe stata la possibilità di ottenere più informazioni e di avere una situazione operativa molto più chiara – osservano i due esperti – E, per ingaggiare un combattimento del genere, basterebbe una sola divisione, com’è avvenuto in Iraq nel 2003, quando gli americani utilizzarono con successo un’unica divisione meccanizzata contro l’intero esercito di Saddam. Attualmente i sistemi a disposizione dell’Esercito Italiano possono “ingaggiare” il nemico a distanze enormemente maggiori e con maggiore precisione di allora. Da sottolineare, ancora, che ad El Alamein venne combattuta una battaglia della seconda guerra mondiale, che era guerra di movimento, con i mezzi della prima. Fu, insomma, uno scontro fra due falangi oplitiche, che tendeva a sfondare le linee e non ad aggirare il nemico per occupare i punti chiave del terreno – concludono Falciglia e Bernacca – Ma i britannici, oltre che dai numeri di mezzi e uomini in campo, erano favoriti anche dalla possibilità di rifornirsi, dal controllo dei cieli e dalla guerra di spie, che consentiva loro di anticipare i piani dell’Asse».
Di fronte a tutto ciò, poco poteva il coraggio dei parà della Folgore e degli altri soldati italiani e germanici. «Mancò la fortuna, non il valore», recita la scritta su un cippo in ricordo delle battaglie di El Alamein. E il generale Montgomery, non certo generoso di complimenti verso il nemico, sottolineò: «Se gli italiani avessero avuto i nostri mezzi, avrebbero vinto».

Maurizio Gallo