OPINIONI

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Pubblicato il 11/08/2018

SERVIZIO DI LEVA- IL GIUDIZIO DI CORRADO CORRADI

Ripristino del servizio di leva ?
Ben probabilmente é tardi per pensare di riattivare il servizio di leva e la guerra «moderna» sembra proprio richiedere un impiego di truppe specializzate in grado di operare in situazioni «trasversali» dove la fanno da padrona le truppe di elite (le forze speciali d’assalto) e gli incursori.
Pero’, non si puo’ prescindere da alcuni pero’ che ci vengono ispirati da un passato non troppo lontano e che molti di noi hanno vissuto in prima persona.
• E’ vero che per molti, la naja ha rappresentato solo un noioso periodo di 12 mesi in cui tra corvés, servizi di piantone, PAO, guardie in caserma e in polveriera, servizi vari e MOM (la famigerata Mano d’Opera Militare), e che sono stati fortunati quei marmittoni che sono riusciti a sparare più di 10 colpi di FAL e a farsi 15 giorni di «campo»;
• E’ vero, e parlo per esperienza personale avendo iniziato la mia carriera da A.P., che c’era una oggettiva carenza di professionalità da parte dei quadri U. e S.U. i quali avevano ben poco da «offrire» in termini di preparazione ed esperienza a chi, come me, aveva risposto alla chiamata con entusiasmo ed erano riusciti a digerire lo squallore delle visite presso i distretti.
• Ma é anche vero che a un certo punto (ritengo dopo il Libano), l’Esercito si era scrollato di dosso quella patina d’inefficienza ben rappresentata dal detto «si é sempre fatto cosi’, le chiavi ce le ha il maresciallo e il maresciallo non c’é» e, proprio come la Chiesa cattolica la quale sempre ha guarito in proprio le sue ferite grazie a persone come San Bernardo, San Domenico, San Francesco e San Carlo, risorgendo più forte ed efficace di prima, cosi’ l’Esercito ha saputo rinnovarsi e si é presentato ai vari appuntamenti internazionali con dei ragazzotti di leva, addestrati e comandati da U. e SU i quali, non più frustrati da una propaganda costantemente contraria ben rappresentata da film «il colonnello Buttiglione e la dottoressa del distretto» e da episodi settantottardi e tardo sessantottardi che per anni hanno sputato sulle FF.AA., hanno saputo rinnovarsi, aggiornarsi e hanno portato dei marmittoni, ormai «combat ready», agli appuntamenti del Kurdistan iracheno e della Somalia (91-93).
• Ed é altrettanto vero che la maggior parte di coloro i quali hanno fatto la naja non ne portano un cattivo ricordo, anzi, un po’ perché «si era giovani», un po’ perché in quei 12 mesi spesso noiosi si erano fatti degli incontri piacevoli (che hanno mescolato una gioventù altrimenti isolata intorno al «muretto» del quartiere), un po’ perché un minimo di disciplina, orari, confronti con parigrado, subalterni e superiori, cazziatoni e «ti sbatto in tabella» ma anche e soprattutto la condivisione, la sana goliardia, e la solidarietà tra commilitoni sotto la stessa tenda, insegnano al ventenne che lui non é l’ombelico del mondo, ed ecco che il fenomeno dell’obbedienza ritardata fa il suo effetto e fa capire all’adulto, magari adesso sposato e padre che quei 12 noiosi mesi non erano poi tanto noiosi e sicuramente non sono stati inutili.

Fino ad ora, ho descritto il passato ma: é ipotizzabile adesso ritornare alla naja?

Ritengo di si se si vuole :
• Costituire una riserva «territoriale»;
• Dare alla nostra gioventù una impronta di disciplina suscettibile di innescare quell’autodisciplina che sarà il tesoro dell’adulto «svezzato» in grado di inserirsi nella società una volta svaniti gli anni della giovinezza;
• Amalgamare una società in cui i rapporti umani sono sempre più labili.

Ritengo invece di no se per naja s’intende quello che qualche politico si illude di fare (almeno per quanto ho letto su alcune dichiarazioni).
• Innanzitutto, nessuno si illuda che 6 mesi siano sufficienti; il minimo accettabile per formare un «territoriale» e per aver la certezza di aver formato anche un cittadino integrato con gli altri, sono appena sufficienti 12 mesi;
• E poi é necessario che il giovane chiamato alle armi per fare il soldato (anche se territoriale) faccia effettivamente il soldato, ossia, pochi servizi e molto addestramento (il che presuppone programmi efficaci e istruttori professionalmente preparati ).

Riporto un brano di un libro che sto scrivendo sulla mia esperienza maturata presso il Nono e che ben si attaglia all’argomento.
Si tratta di una esercitazione di presa di contatto e condotta della guerriglia, e i guerriglieri che dovevamo addestrare e condurre erano dei ragazzotti ventenni che facevano la naia nei paracadutisti inquadrati in una compagnia dell’allora 2° Btg «Tarquinia»

«In quella settimana di addestramento con il Nono, quei paracadutisti avevano dimostrato che, se ben addestrati e motivati, i ragazzotti di leva non erano quegli smidollati descritti in quei film dementi, ma spernacchiavano tutte le vulgate antimilitariste e pacifiste.
Tale valutazione diventerà una certezza poco tempo dopo, quando, promosso Ufficiale, verrò distaccato per un periodo di sei mesi al comando di un Plotone di Fucilieri Paracadutisti e toccherò con mano il generoso senso di amor patrio di quei ragazzi che stavo addestrando, i quali, in procinto di congedarsi, ventuno di loro hanno addiritttura richiesto di posticipare il congedo di 15 giorni, per poter partecipare ad un’importante esercitazione combinata, che vedeva in campo le truppe Paracadutiste della NATO. E la conferma (se ce n’era ancora bisogno) che «…l’antico valor nelli italici cuor non è ancor morto» avverrà alcuni anni dopo in Somalia, nei combattimenti del “Check-Point Pasta”, quando i giovani coscritti italiani, comportandosi da soldati coi controcazzi, hanno fronteggiato torme di guerriglieri che si riparavano dietro donne e bambini, contenendo al massimo i “collateral damage” (in italiano: il massacro di civili che con la battaglia non c’entrano).»