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Pubblicato il 24/04/2017

“SIAMO CIVILI CON LE STELLETTE SOTTO LA PELLE”: L’INTERVENTO DEL GENERALE BERTOLINI ALLA ASSEMBLEA NAZIONALE ANPDI

LA FORTUNA DI AVERE UN COMANDANTE COME BERTOLINI ALLA GUIDA DELL’ANPDI
Pubblichiamo l’intervento del Comandante Bertolini alla assembea nazionale dell’ANPDI.
Nessun commento: sarebbero tutti insufficienti, visto il “peso specifico” di ciò che ha detto ai Presidenti di sezione.
Un ringraziamento  va da queste pagine al generale Fantini, che ha individuato per la associazione un “capo” come Bertolini

Leggendo la traccia del suo discorso, si ha ancora una volta – se mai ce ne fosse stato bisogno- la conferma che l’ANPDI è in “buone mani”.

(foto Antonio Serra)
 

bertolini-cecinaInnanzitutto vorrei osservare che con la sua relazione il Gen.Fantini ha dimostrato quanto l’Esercito abbia perso nel non avere in lui un Comandante della Folgore, negli anni del suo servizio attivo. Il Gen.Fantini, peraltro, ha comandato una specie di “Brigata al quadrato” rappresentata dall’ANPD’I che ha retto per ben 8 anni. Si tratta di una “Brigata” particolare, nella quale le compagnie e i plotoni sono rappresentati dalle sezioni e i reggimenti dai Gruppi Regionali, con la complicazione aggiuntiva, però, di essere sparsa su tutto il territorio del nostro Paese.

Detto questo, poco meno di un anno fa, all’atto del mio collocamento in quiescenza, il Presidente Nazionale mi chiese di accettare l’incarico (non la carica che è elettiva) di suo Vice, cosa che feci con orgoglio e con gioia. I miei sentimenti erano dovuti ai fortissimi legami che da sempre mi legano all’Associazione, nella quale entrai come socio aggregato nel 1971, quando feci i miei primi lanci, buona parte dei quali da un Cessna che non a caso si chiamava I-ANPD, a Reggio Emilia. Allora acquisii le prime capacità tecniche presso la Scuola Nazionale ANPD’I di Pavullo dell’indimenticabile Ariodante Mazzacurati, animatore e in un certo senso inventore del paracadutismo sportivo del dopoguerra.

Era un’Associazione sana, energica, che manteneva contatti fortissimi con la realtà militare – che contribuiva incisivamente alla stessa attività aviolancistica del sodalizio – e le cui redini erano ancora nelle salde mani di reduci di El Alamein e di tutti i fatti d’arme che in Italia, durante una tristissima guerra civile, vide i paracadutisti impegnati su entrambi i fronti fino all’ultimo giorno, con onore.

Pochi mesi fa, il Gen.Fantini mi ha chiesto, infine, di candidarmi quale suo successore per completare il suo terzo mandato ad un anno dalla sua scadenza naturale, essendo lui impossibilitato a concluderlo per esigenze personali inderogabili.

E’ stato un momento difficile, per me, perché a questo punto sono intervenute per forza di cose altre considerazioni sulle quali mi soffermerò velocemente. Ho accettato comunque, per puro spirito di servizio, ma assolutamente non a cuor leggero. Ho accettato infatti un impegno che molti mi hanno consigliato di evitare per le difficoltà che vi troverei, ma ho anche ricevuto molti incoraggiamenti ad andare avanti, per il bene della nostra associazione e dell’idea di paracadutismo che interpreta. Così, ho rotto gli indugi.

Come dicevo non ho accettato a cuor leggero, prima di tutto perché è un onere notevole subentrare a un Presidente di lunghissimo corso come il Gen.Fantini, capo carismatico ed energico che ha segnato in positivo un periodo molto difficile dell’ANPDI, impegnata nel passaggio da associazione che riunisce per lo più personale di leva congedato a qualcosa di diverso.

Del Generale Fantini non ho, in particolare, la profonda conoscenza dell’Associazione, una realtà complessa che, inoltre, si basa su principi di funzionamento assolutamente diversi da quelli ai quali sono stato abituato in 44 anni di mestiere delle armi. Non dispone, in particolare, di una disciplina formale come quella militare, ma si fonda sul consenso, come in una qualsiasi organizzazione democratica nella quale la maggioranza vince. E’ banale, ma capirete che dovrò quindi cambiare completamente registro nell’affrontare i problemi che, già so, si presenteranno da subito dopo la mia elezione.

Tornando a noi, ho comunque accettato anche sulla scorta di quanto avevo provato personalmente nei molti anni trascorsi al comando di corpi della Folgore (il 9° e il CAPAR), nonché della Brigata stessa. Avevo, infatti, sperimentato l’importanza che può avere l’associazione per la realtà militare, soprattutto in occasioni tristi nelle quali la canaglia si sentiva libera addirittura di chiedere lo scioglimento della Grande Unità, prendendo a pretesto scandali giornalistici o incidenti sfruttati sapientemente per mettere i paracadutisti alla gogna.

In quegli stessi periodi avevo verificato direttamente l’efficacia e la generosità dimostrate da singoli paracadutisti dell’ANPD’I che si erano resi promotori di azioni importanti, come la riapertura del nostro Museo a Pisa o l’organizzazione della trasferta di molti reduci a El Alamein in occasione del 60° anniversario della battaglia. E senza tentare elencazioni che certamente mi costringerebbero a dimenticare qualcuno, lasciatemi ricordare per tutti il Generale Merlino, col quale strinsi rapporti di stima e di amicizia forti e sinceri.

Avevo anche notato l’opera di molti dirigenti e tecnici, alcuni dei quali so essere da tempo in regime di contenzioso con l’Associazione, dei quali comunque apprezzai la grande energia che aveva contribuito all’affermazione del paracadutismo in Italia.

Fatta questa premessa con la quale ho voluto soprattutto far capire lo stato d’animo col quale mi accingo ad affrontare l’incarico di Presidente Nazionale, dovrei ora accennare al mio programma. Ma un programma, proprio per quello che ho detto prima, non ce l’ho, a meno che per esso non si voglia intendere la volontà di proseguire sulla strada tracciata dal Generale Fantini, perché ne condivido profondamente gli obiettivi di trasparenza e rigore e per coerenza col mio proposito, per ora, di completare il suo mandato triennale.

Una cosa è comunque certa: io non sono lui e quindi non potrò che cercare di ottenere gli stessi obiettivi, mantenendo la barra dritta che mi vuole lasciare, interpretando però il mio nuovo ruolo col mio carattere: sono troppo avanti negli anni per inventarmene uno diverso.

So che anche questo sarà un compito duro essendo consapevole, al di là di ogni infingimento, che c’è chi si aspetta la più rigorosa conferma della linea finora tracciata mentre altri, per lo più dall’esterno dell’Associazione, sperano in un’inversione di rotta che non ci sarà.

Per questo, un vincolo che pongo per la mia elezione è rappresentato dalla conferma del Segretario Generale (par.Gavina Ledda), del Segretario Tecnico (par.Alberto Benatti) e del Segretario Amministrativo (par.Mario Margara), nonché del Gen.Enrico Pollini quale Vice Presidente. Per completezza, e per rispettare la loro volontà, devo dire che i Segretari hanno dichiarato di essere pronti ad un passo indietro in caso di altre candidature che siano da me accettate. Ma non è certamente questo il momento.

Esaurita così, sbrigativamente, la questione “programma” voglio invece chiarire cosa intendo io per Associazione.

L’ANPD’I al quale penso e che ho sempre desiderato non è semplicemente “stare bene insieme”, come tanti giovani che si sposano e poi si lasciano quando dai furori dell’innamoramento si passa alle difficoltà e alle differenze della vita in comune.

“Ma come schiaccia il tubetto del dentifricio?”, “Non immaginavo russasse così forte” e così via. Ci sono altri modi per vivere bene con gli altri, al circolo della caccia, alla bocciofila o all’Aero Club, coltivando le proprie passioni. Anche all’osteria non si sta male!

L’ANPD’I deve invece essere un luogo dove si trovano persone che sanno di avere qualcosa di più in comune di qualche mese passato insieme venti o trent’anni fa. E questo qualcosa in più non può essere solo il divertimento.

L’ANPD’I non è neppure il luogo dove soddisfare le proprie nostalgie.
I nostri vent’anni non torneranno e renderemmo un pessimo servizio alla memoria degli scavezzacollo che eravamo se ci limitassimo a travestirci ogni tanto col basco o qualche ammennicolo di allora (ma con una panza e una pelata che quelli non avevano): non è infatti un luogo di travestimenti.

E’ il luogo invece nel quale ci si ritrova tra “civili” che continuano a sentirsi le stellette inserite sotto-pelle, e le ali sul bavero: un gruppo coeso di persone mature che hanno ben chiaro quello che sono, oltre a quello che sono stati, e che sono consapevoli che l’impegno che presero allora è per tutta la vita. E non è neppure il luogo dove sfogare le proprie frustrazioni, quella del grado non ottenuto o quella del brevetto non conseguito, in una società di pari che tanto lascia passare tutto ed annuisce compiaciuta alle fesserie che raccontiamo e ai cammuffamenti dei quali ci rendiamo protagonisti.

L’ANPD’I non è una realtà autoreferenziale, ma rappresenta il contraltare obbligatorio, necessario, del paracadutismo militare del quale la Folgore resta il centro assoluto, nonostante le nuove realtà che le sono cresciute attorno.
Per noi essere il principale interlocutore della Brigata, ma anche del COMFOSE in ambito Esercito e dei reparti paracadutisti delle altre Forze Armate (come non ricordare i Carabinieri?) è motivo di grande orgoglio e ci obbliga a grande rispetto nei loro confronti. Noi siamo a loro disposizione, per quel che può essere nelle nostre possibilità e per quanto possa essere necessario, perché abbiamo chiara la gerarchia che mette i nostri soldati al vertice della piramide della quale noi vogliamo essere uno dei fondamenti. Certo, vorremmo poter tornare ai vecchi tempi, quando era normale per l’ANPD’I effettuare molti lanci dagli aerei

militari, col controllo della Folgore, ma conosciamo le grandi difficoltà economiche che stanno affrontando oggi, a causa di una carenza di risorse della quale loro sono le prime vittime; per questo, non possiamo che apprezzare ancor più gli sforzi che fanno per assicurarci il pochissimo che è ancora nelle loro disponibilità, soprattutto in termini di supporto alla nostra attività aviolancistica. Sarebbe un sogno per me poter addirittura ribaltare il problema e mettere l’ANPD’I in condizioni di supportare l’attività aviolancistica militare.

L’ANPD’I non è un’associazione sportiva, ma un’Associazione d’Arma che, come tutte le consorelle, attraversa una crisi profonda dovuta alla sospensione della coscrizione obbligatoria che ha interrotto quel flusso continuo di militari di leva che, collocati in congedo, desideravano mantenere in vita l’esperienza vissuta, ritrovandosi con i commilitoni della loro giovinezza.

Da questo punto di vista ho molto apprezzato quanto promosso dal Gen.Fantini per favorire l’iscrizione gratuita dei paracadutisti militari in servizio che ne fanno domanda, in quanto sono certo che sia un ottimo sistema per rinforzare i legami con la struttura militare. Credo che dovremo insistere e devo dire che ho percepito sempre maggiore interesse in merito da parte dei Comandanti delle unità e se ne vedono i segni; non ultima la convenzione appena firmata tra Presidente Nazionale e Comandante del CAPAR per l’uso delle strutture addestrative dell’unità.

Quanto ai paracadutisti militari di oggi, permettetemi un commento: sono diversi sotto molti aspetti dai paracadutisti di leva ai quali molti di voi vanno automaticamente col pensiero, ma sono professionali, determinati, generosi e coraggiosi e soprattutto rendono onore alla nostra Italia ed anche a noi con un impegno che non sarà mai abbastanza riconosciuto dalla nostra gente. A volte neanche da noi stessi.

In ogni caso, dobbiamo essere consapevoli che la leva non tornerà, ed è inutile sperare di suscitare in essi lo stesso desiderio di frequentare le nostre sezioni che animavano voi dopo che vi siete congedati: loro mangiano pane e paracadutismo militare tutti i giorni, in caserma o in operazioni, e l’orgoglio di indossare i nostri simboli e di trattare delle nostre passioni lo alimentano in un servizio che dura nel tempo, per molti anni.

Per questo, non c’è dubbio che l’ANPD’I come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi sarebbe destinata a scomparire con la fine della generazione dei più giovani tra i presenti e questo sarebbe un vero peccato perché con essa si spegnerebbe una fiamma, ora fiammella, accesa dai combattenti dell’ultima guerra che invece dobbiamo continuare ad alimentare.

L’ANPD’I è quindi obbligata ad essere una realtà inclusiva, non un ozioso “circolo dei bianchi” nel quale ci si ritrova per celebrare una propria supposta superiorità. Per questo deve avere le porte aperte nei confronti dei giovani e meno giovani che, per quanto non gratificati dal servizio nelle aviotruppe, scelgono noi per i nostri valori e non qualche associazione di sport estremi per le emozioni che possono garantire, a buon mercato.

Da noi non c’è bisogno, infatti, di gettarsi da un dirupo in bicicletta o con gli sci dal Cervino, o di fare il pelo a qualche roccia con una tuta alare per sentirsi uomini. Basta la prova del paracadutismo classico, anche quello semplicemente vincolato, nel quale comunque l’allievo come il paracadutista più navigato si trovano da soli, soli, ad affrontare una dimensione non sempre amica, la terza.

L’ANPD’I non è un semplice contenitore di umanità varia, nel quale il divisore per antonomasia, quello che si chiama diabolus, è riuscito come nel resto della società a creare categorie umane ridicole e artificiose, per innestare negli interstizi i semi della sua velenosa contraddizione: donne contro uomini, laici contro chierici, genitori contro figli, mariti contro mogli, civili contro militari, ladri contro guardie, omo contro etero, vincolati contro comandati, baschi verdi contro baschi amaranto, interisti contro milanisti, forze speciali contro forze normali, acquisitori contro “ranger” e tutti questi contro incursori.

Invece, deve essere una realtà coesa, della quale si fa parte non per soddisfare il proprio capriccio o il proprio piccolissimo particulare, ma per affermare una testimonianza. Deve essere il luogo di gente che non ha niente da ripudiare del suo passato e delle passioni che ne animarono un breve ma intenso periodo alla Vannucci, alla Gamerra o nelle altre caserme, non solo della Folgore, nelle quali essere paracadutisti era un impegno virile, diuturno ed esaltante.

E con questo vengo alla considerazione finale. L’ANPD’I non è un’associazione partitica, come giustamente specifica il nostro Statuto, e ogni associato (scusatemi, ma il termine socio non riesco proprio a pronunciarlo, mi sa troppo di bottega) è libero di riconoscersi in qualsiasi partito del panorama nazionale.

Ma è un’associazione che testimonia principi solidi, inalienabili, primi tra tutti la sovranità della nostra Patria – che non c’è politico o amministratore abbastanza autorevole che si possa permettere di incrinare come fosse cosa sua da fare e disfare a piacimento – e il rispetto per chi per essa è caduto, indipendentemente dall’epoca e dallo schieramento nel quale la storia e il dovere lo ha la costretto a collocarsi.

E come non pensare, a questo punto, allo sfregio delle smutandate, l’otto marzo scorso, all’Altare della Patria, passato sotto silenzio come se si trattasse di una simpatica ragazzata, nei cui confronti solo l’ANPD’I, mi risulta, ha preso una posizione forte con alcune delle autorità aventi causa.

L’ANPD’I, insomma, vuole testimoniare, con la sua stessa esistenza, l’esistenza e la buona salute di una porzione di popolazione nazionale che crede ancora nella differenza tra Patria ed Europa, tra Italiani e cittadini italiani, tra Nazione e Stato, tra interesse nazionale ed interessi di una comunità internazionale che fino ad ora, soprattutto negli ultimi lustri, ha perseguito l’opposto di ciò di cui avevamo bisogno. A nulla varrebbero i nostri labari, il nostro Medagliere, le tradizioni e i sacrifici dei nostri vecchi, a nulla varrebbero le nostre sezioni, i nostri discorsi, i nostri lanci e le nostre discussioni se l’Italia dovesse perdere la centralità che ha per tutti noi.

Insomma, vogliamo che si sappia che noi siamo di questa patria, non di altre, e rifiutiamo gli esperimenti degli apprendisti stregoni che credono di poter cambiare la nostra gente, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra visione religiosa della vita con un meltin pot razziale e valoriale assolutamente indigesto.

Quindi, massimo rispetto per i Paesi europei, ma noi siamo l’Italia. Massimo rispetto per la NATO, l’ONU e l’UE, ma noi siamo l’Italia. E non abbiamo nulla da rimproverarci del nostro essere italiani, non coltiviamo nessun complesso di inferiorità nei confronti di nessuno, non crediamo ai bugiardi che teorizzano di nostre genetiche propensioni alla cialtroneria ed al malaffare per giustificare le proprie manovre. Siamo orgogliosi di essere figli dei nostri padri e di appartenere a questa terra, immersa nel Mediterraneo da sempre e per sempre.
Se questa è politica, ci dispiace: secondo noi è semplicemente umanità.

Immagino che qualcuno di voi dirà “si, va bene. Ma…. i lanci, le scuole, gli aerei, i tesseramenti, i processi? Che c’entra tutta questa tirata con noi?” Rispondo che questo c’entra con me e con quest’anno di Presidenza che mi sono dato disponibile ad affrontare. E voglio essere certo che, se anche non vi ho detto per cosa votare, abbiate ben chiaro per chi voterete, se decideste per il sottoscritto.