OPINIONI

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Pubblicato il 19/09/2006

SOMALIA 193: I PARACADUTISTI VISIOLI E RIGHETTI UCCISI DA FUOCO AMICO??


Somalia 1993: fuoco “amico” sui parà?
La morte di Giorgio Righetti e Rossano Visioli

di Filippo Marchini

La sera del 15 settembre 1993 due paracadutisti italiani vengono uccisi da colpi di arma da fuoco nei pressi del porto di Mogadiscio. A quel tempo la colpa ricade sulle milizie somale, che cercavano di trascinare il contingente italiano nell’abisso dello scontro frontale.

A molti anni di distanza l’ex direttore del SISMI Cesare Pucci, ascoltato dalla commissione d’inchiesta sul Caso Alpi fornisce un’altra versione dei fatti, che ipotizza il “fuoco amico” come causa della morte dei due giovani.

Il filone del “fuoco amico”

Vogliamo in proposito sottolineare alcuni segnali preoccupanti, almeno per chi è interessato ad un’informazione serena ed aliena da pregiudizi.

La notizia ha avuto attenzione da molte testate grazie al “filone” aperto dalla sfortunata vicenda di Nicola Calipari.

Ed è evidente la volontà di usare questi episodi come corollario di teoremi ideologici per dimostrare che i nostri alleati sono i veri assassini, mentre le nostre FFAA lavorerebbero al servizio di un’altra potenza, per conto della quale vengono insabbiate le inchieste e nascoste le verità.

Si tratta di un trito rimestare su presunti “armadi della vergogna” raramente supportato da elementi di analisi oggettivi. L’etica imporrebbe la ricerca della verità, non di una verità.

L’altro fatto, deprecabile ma prevedibile, è che anche con questo presunto episodio di “fuoco amico” si vorrebbe, da parte di alcuni, suggellare il fallimento dell’operazione Ibis.

In realtà quanto cercheremo di dire in seguito dimostra proprio il contrario. Se di fuoco amico, nemmeno involontario, si trattò, questo si può certamente imputare a tensioni e risentimenti nei confronti degli italiani.

Quanto al fallimento della missione la responsabilità non si può attribuire all’operato dei nostri militari, come hanno dimostrato i lavori delle commissioni parlamentari nel periodo successivo alla missione. Come testimoniano più di 10 anni di impiego delle forze armate situazioni analoghe, forti soprattutto di quella drammatica esperienza somala.

Certo le polemiche e le accuse continueranno, così come i processi ai nostri servizi di informazione.

Dal tono di alcuni membri della citata commissione pare proprio che alcuni ritengano lecita una sola attività per chi riveste certi ruoli: morire.

Li Causi e Calipari insegnano.[ Lo stesso si può dire dei paracadutisti della Folgore. Quelli morti sono vittime di un torbido sistema di cui sono complici le forze armate, quelli vivi sono assassini e torturatori].

Pucci formula un’ ipotesi verosimile, conoscendo il quadro in cui l’intera missione si svolse, che è, purtroppo, ancora poco noto ai più.

L’ipotesi del “fuoco amico” che uccide i due parà, se confermata, è in sè gravissima ma non aggiunge molto a quanto già scritto da chi quella missione la conosce molto bene: il Generale Bruno Loi, comandante del contingente italiano nella prima lunga fase della missione.

A noi non sarà possibile ricostruire un quadro “tecnico” dell’agguato, così come a distanza di tanti anni eventuali inquirenti dovranno basarsi su quanto già si sa dalle testimonianze e dagli accertamenti svolti, in fretta ed in condizioni tutt’altro che tranquille, a causa di molteplici fattori.

Per questo ci concentreremo sul clima di quella missione e sui segnali che avrebbero potuto far verificare l’ipotesi di un delitto volontario.

Un dato importante che emerge anche dal libro scritto dal generale Loi è quanto segue:

– I somali non hanno mai gradito i contingenti pakistano e nigeriano, il primo probabile imputato per la morte dei due parà assieme al contingente degli Emiratri Arabi. Gli americani non godevano di miglior stima.

– I pakistani erano percepiti come “il nemico dell’est”, segnale di una radicata xenofobia che riguarda gli arabi e gli orientali in genere presso le popolazioni del Corno d’Africa.

– I nigeriani erano anch’essi mal visti per un diffuso razzismo verso i provenienti dall’Africa nera. Senza dimenticare che proprio a Lagos aveva trovato asilo l’odiato dittatore, Siad Barre.

I signori della guerra erano ben consci che proprio il vero intervento umanitario avrebbe sottratto loro legittimazione nei confronti di un popolo affamato, disperato e rabbioso.

L’atteggiamento “duro” di altri contingenti avrebbe permesso loro un gioco più facile, per mantenere l’iniziativa armata e accaparrarsi gli aiuti. Non è un caso che il New York Times abbia in seguito criticato anche l’atteggiamento americano difendendo invece l’operato e lo “stile” degli italiani.

Non ci interessa qui descrivere l’intera missione, ma cogliere quegli spunti e quelle situazioni che potrebbero essere concausa nella morte di diversi militari italiani, non solo dei due uccisi al porto.

Non abbiamo tentato, come altri, di estorcere altre “verità” al Generale Pucci, che conosciamo personalmente e cui va il nostro rispetto e la nostra stima: siamo convinti che se Cesare Pucci avesse avuto altro da dire lo avrebbe fatto nella sede istituzionale in cui è già stato sentito.

A suo tempo- dicembre 2005- la rivista “Nigrizia” cercò di intervistare il generale sull’argomento.

Il rifiuto è stato interpretato come reticenza, nell’articolo di Gianni Ballarini, il quale sembra essersi guardato bene dall’esame di altre deposizioni oltre a quella di Pucci, che ha espresso comunque una convinzione personale.

Nessuno sembra essersi accorto di quanto esamineremo in seguito. Il magazine in questione ha sempre sostenuto la tesi che Ilaria Alpi fu uccisa perchè aveva scoperto verità scomode, tesi negata invece dalla conclusione, non unanime, dei lavori della commissione.

Nella pagina successiva il testo dell’audizione presso la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ed altri documenti:

– Audizione del generale Cesare Pucci, ex capo del Sismi, il Servizio informativo sicurezza militare, davanti alla commissione parlamentare sul caso Alpi. La commissaria Elettra Deiana interroga l’ufficiale sulla morte di Righetti e Visioli.

ELETTRA DEIANA: «Poco tempo prima che Ilaria (Alpi) morisse due soldati italiani che facevano jogging nel porto furono uccisi».

CESARE PUCCI: «Ne ho parlato prima».

DEIANA: «Sì, ma c’è un’altra versione: lei ha detto che sono stati ammazzati dai somali».

PUCCI: «Non è detto che fossero somali».

DEIANA: «No, ma c’è un’informativa di Tedesco (Alfredo Tedesco, l’uomo del Sismi a Mogadiscio – ndr) che dice che furono uccisi da fuoco amico. A lei risulta?».

PUCCI: «E’ un’ipotesi che è stata fatta. Sono tutte supposizioni».

DEIANA: «Ma non è stata fatta un’inchiesta per capire come fossero morti i due militari?».

PUCCI: «Sì, ma non è arrivata a niente».

DEIANA: «Anche qui i servizi coprono?».

PUCCI: «Pare che ci fossero delle truppe malesi schierate – c’erano anche quelle nell’Unosom – pronte per la partenza. Si pensa che siano stati loro ad uccidere questi due. Questa è una delle ipotesi».

DEIANA: «Per un incidente?».

PUCCI: «No».

DEIANA: «Apposta?».

PUCCI: «Sì».

DEIANA: «E non è stata svolta nessuna inchiesta?».

PUCCI: «Sì, è stata fatta su una nave che stava in mezzo all’oceano».

DEIANA: «L’informativa di Tedesco parla di fuoco amico, ma in maniera generica. Lei, invece, parla di delitto volontario?».

PUCCI: «Per me è un delitto volontario».

DEIANA: «Sì, ma è una sua idea oppure ha qualche base?».

PUCCI. «E’ una mia idea».

Nessuna prova. I motivi? «E’ difficile dirlo – risponde Pucci -. A volte, in un ambiente del genere, scatta una psicosi, una psicologia particolare nei confronti della violenza».

Attorno alle 19.25, mentre non sono ancora giunti sul posto altri quattro parà e Righetti e Visioli attendono di essere soccorsi, transita un automezzo con a bordo soldati pakistani che partecipano alla missione Unosom. I pakistani scorgono i due corpi, guardano gli italiani sopravvissuti ma non si fermano.

Non viene eseguita l’autopsia. Il primo referto medico (17 settembre) parla per Rossano di un solo colpo all’emitorace destro; il 13 dicembre l’istituto di medicina legale dell’ospedale militare di Livorno aggiunge un colpo al cranio.

Rossano Visioli e Giorgio Righetti muoiono di mercoledì. Il giorno dopo le salme sono già a Pisa dove venerdì si svolgono i funerali.

Stupefacente la passività degli altri caschi blu (indiani, pakistani, degli Emirati Arabi) e dei poliziotti somali presenti nelle vicinanze.

Il 9 luglio, su quella stessa banchina, è stato ferito un carabiniere italiano. Stessa sorte per tre francesi. Una nave americana all’attracco è stata attaccata.


LA VERSIONE DI UN GIORNALISTA DEL CORRIERE DELLA SERA CHE SOSTIENE DI AVER INTERCETTATO LE COMUNICAZIONI RADIO.

Mentre tutti si battono la storia dei cecchini somali, c’è chi batte altre vie. Altre spiegazioni. Massimo Alberizzi, inviato del Corriere della Sera, è uno di questi. Da subito dubita della versione ufficiale. Per lui Righetti e Visioli sono vittime del fuoco amico.

Tesi sostenuta in un dibattito televisivo anche contro Fiore. Dieci anni dopo l’agguato, l’inviato del Corsera racconterà il perché di quella convinzione. «Il 15 settembre 1993 ero, come sempre, al Sahafi, l’albergo dei giornalisti a Mogadiscio.

Nella mia stanza avevo organizzato un piccolo ufficio con computer, stampante, telefono satellitare e un archivio di documenti. Sul tetto c’era un’antenna cui collegare la radio ricetrasmittente per monitorare tutte le trasmissioni Unosom.

Ad un certo punto, erano le 19.25, dalla radio arriva una voce disperata: “Aiuto, aiuto! Ci stanno sparando addosso… Due dei nostri sono qui in una pozza di sangue”. Dopo mezzo minuto, la prima voce: “Quei figli di puttana ci sparano contro”; la seconda voce: “Chi vi spara contro?”; la prima voce: “I nostri, i nostri. Gli americani o gli arabi. Chiamate un’ambulanza”.

Quale scenario per la morte dei due paracadutisti?

In realtà le ipotesi esposte dal generale, a suo tempo direttore del SISMI, si basano, oltre che su un’analisi dei tragici fatti di quel periodo, anche sulla percezione della situazione del contingente ONU in quel momento.

Sospetti e fumus, vero, che prendono corpo in maniera decisa leggendo le parole di Loi. Se a sparare fossero stati i somali la morte dei due parà resterebbe inquadrata in quel clima di “incantesimo rotto” (come lo definì il Generale, che vide i nostri militari coinvolti in una serie di scontri sanguinosi a partire dall’agguato del Check Point “Pasta” nel luglio 1993).
Ma dentro quell’incantesimo c’erano fino a quel momento solo gli italiani.

L’operazione “Ibis” era riuscita stabilire un rapporto privilegiato con la comunità somala, riuscendo dove altri contingenti stavano sperimentando, giorno dopo giorno, frustrazioni e fallimenti. In un momento storico difficile, quando in patria tutta la classe politica era sotto processo, i militari italiani stavano riscattando l’immagine del Paese con uno stile improntato al dialogo ed alla fermezza. Non senza fatica.

Situazione che, in maniera neanche tanto velata, qualcuno cercava di far collegare ad un presunto “pasticciaccio” con i signori della guerra.(A carico di Loi saranno aperti anche fascicoli per peculato con l’accusa di aver ceduto viveri e materiali alla fazione di Aidid per poter rioccupare “Pasta”, per cui verrà poi disposta l’archiviazione, alcuni giornali hanno formulato pesanti accuse al riguardo).

Gli italiani erano gli unici in grado di “togliere le castagne dal fuoco” ad altri contingenti in difficoltà. Accadde per i pakistani, per i nigeriani e per gli stessi statunitensi, salvati dall’accerchiamento in più di un’occasione.

La situazione irritava in maniera evidente chi, per una condotta meno “dialogante” aveva fino a quel punto lasciato morti e feriti per le strade di Mogadiscio o nel bush somalo.

Voci, pettegolezzi, incomprensioni alimentano quella che, a distanza, assomiglierà sempre di più ad una ben orchestrata campagna di disinformazione. Tant’è che ancora, anche tra i militari italiani si sente qualche disinvolto “analista” parlare di valigette piene di soldi con cui il nostro contingente avrebbe comprato l’incolumità dai somali.

Teorie “da spaccio” solitamente riportate da chi ha ben poche missioni all’attivo, ma che sono il segnale di qualcosa che non per caso sembra essere penetrato nell’opinione comune, italiana e non. Che trattative ci furono non è un mistero..Del resto come si potrebbe tenere una condotta dialogante senza trattare? Pare strano che certe accuse di “trattare con i banditi” vengano magari da coloro che hanno sempre lottato contro il “partito del blitz” al tempo dei rapimenti di connazionali in Iraq.

[Il mio ricordo dell’epoca dei fatti si ferma sulle colonne di Repubblica, dove qualcuno elargiva una compassione molto snob per quei due ragazzi “fissati” con il fisico (uno era un appassionato culturista) sicuramente ritenuti poco istruiti e consapevoli, avendo scelto la “famigerata” Folgore, che ancora doveva passare i suoi giorni peggiori, quelli dell’infamia e del pregiudizio.

Loi aveva da poco ceduto il Comando al Gen. Carmine Fiore, il grosso della Brigata paracadutisti era in fase di rientro. Ilaria Alpi commentò l’avvicendamento come l’eliminazione del “generale scomodo” che non piaceva agli americani ( anche nel film una frase del genere esce dalle labbra della bella Giovanna Mezzogiorno).]

Nel libro “Peace Keeping: Pace o Guerra?” il generale Loi affronta l’argomento da più punti di vista, ed è indubbio che la lettura di questo documento fornisca strumenti di valutazione non indifferenti.
Quello che a noi interessa adesso è porre una domanda: è possibile stabilire una connessione tra il “dissenso” degli alleati verso la linea italiana e atti di ostilità nei confronti del nostro contingente?

Possibile che qualcuno abbia favorito il verificarsi di eventi allo scopo di portare gli italiani sulla “linea dura” che prevalse da parte ONU dopo il massacro dei pakistani? (Che gli italiani ebbero modo di soccorrere per l’evacuazione dei feriti, era il 5 giugno ‘93).

Lasciamo dunque volutamente la “pista somala” per approfondire l’argomento.

Le parole di Loi non fugano certo i sospetti. Alludendo alla crescita della tensione nel mese di giugno ‘93, in cui ci fu la rappresaglia contro Aidid e nuovi scontri tra somali e pakistani :

“..In quei giorni, nonostante la precarietà della situazione a Mogadiscio, con i vertici di UNOSOM 2 si discuteva anche dell’even¬tualità di estendere la zona di intervento Onu alla regione cen¬trale. Per le forze italiane si ipotizzava il ruolo della “punta di lancia” che avrebbe aperto la strada a una brigata indiana, di cui era previsto l’afflusso in luglio. Mogadiscio era in stato d’assedio; la fazione di Aidid aveva ripreso le armi e le altre fazioni dava¬no segni di irrequietezza (gli scontri tra somali erano divenuti sempre più frequenti); non passava notte senza che si registras¬sero attacchi alle basi della coalizione, specie americane e paki¬stane, all’aeroporto e al porto.

Erano azioni puntuali (tiri di disturbo e di cecchinaggio), per logorare più che per uccidere, che aumentavano di giorno in giorno di frequenza, intensità ed efficacia. Il contingente italiano, invece, continuava a essere lasciato in pace. Nei briefing quoti¬diani con i miei collaboratori ricorreva, non senza ironia ma in fondo credendoci, la parola “incantesimo”, a indicare quel pote¬re sorprendente che permetteva al nostro contingente di conti¬nuare a operare senza essere attaccato.

Del nostro rapporto pri¬vilegiato con i somali si era reso conto anche UNOSOM 2 che, pur avvalendosene appieno per assolvere tutti i compiti divenuti proibitivi per gli altri contingenti (fornivamo perfino scorte a co¬lonne americane), continuava a mantenerci a distanza e a consi¬derarci con sospetto. Tutte le forze della coalizione avevano su¬bito perdite, più o meno gravi, tranne gli italiani. Inoltre, gli ita¬liani erano stati e rimanevano contrari alle scelte di UNOSOM 2 an¬che se, nei fatti, si dimostravano alleati affidabili e disponibili.

La polemica esplose quando, il 22 giugno, UNOSOM 2 effettuò un’operazione nella nostra area di responsabilità senza coordi¬narsi con noi e senza nemmeno preavvisarci. Nel pomeriggio, intorno alle 15.00, un reparto americano, elisbarcato nei pressi del mercato della carne, iniziava un rastrellamento della zona circostante con metodi piuttosto sbrigativi. L’azione, in capo a meno di un’ora, provocò le proteste di una folla sempre più mi¬nacciosa che passò, successivamente, alle vie di fatto levando barricate e lanciando sassi.

Gli americani, riguadagnati gli elicot¬teri, abbandonarono il campo, mentre una folla in tumulto, che accusava i soldati americani di aver provocato delle vittime tra la popolazione civile, si riversava sul nostro check-point del pasti¬ficio, che si trovava nelle vicinanze, sommergendolo letteral¬mente di sassi…”

Si tratta della situazione che porterà in seguito agli scontri del Check Point Pasta, dove morirono alcuni soldati italiani e diversi resteranno feriti.

Il 19 Luglio il settimanale americano Newsweek accuserà gli italiani di fornire “soffiate”agli uomini di Aidid.
Difficile non percepire le sensazioni di un generale che sente attorno a se ed ai suoi uomini un vento malaugurate, come se qualcuno manovrasse per costringere gli italiani ad adottare gli stessi mezzi sbrigativi di cui si parla nel testo citato.

Eventualità che avrebbe permesso ad Aidid ed ai suoi seguaci di restare protetti nell’ondata di tumulti che sarebbero seguiti ad ogni spargimento di sangue somalo. Niente aiuti consegnati fino nell’interno con convogli scortati dagli italiani, ma scarichi frettolosi di container che le bande si sarebbero facilmente accaparrati.

Niente sequestri di armi, se non come risultato di decise e rischiose operazioni e non di collaborazione con la popolazione somala. In una parola il contingente italiano si presentava come un’ostacolo al fallimento della missione, un esito su cui molte forze puntavano.

L’estremo limite della diffidenza arriva quando il comando di UNOSOM accusa gli italiani di nascondere Aidid.

Racconta Bruno Loi:
I motivi di screzio erano ormai all’ordine del giorno. Il 25 giu¬gno, dopo un rapporto ai comandanti, venivo invitato dal gene¬rale Bir* a visionare, in separata sede, un filmato che mostrava un’auto civile scortata da due veicoli del nostro contingente. Il piccolo convoglio partiva dai pressi di una moschea, dove si era appena conclusa un’azione degli incursori ordinata da UNOSOM 2 e volta a catturare Aidid, e si dirigeva verso il comando italiano. Le riprese erano state effettuate da un elicottero americano che aveva seguito l’operazione.

Al termine della proiezione venivo invitato a fornire spiegazioni su quel “misterioso” trasferimento e a rivelare chi avevamo scortato. Credeva che avessimo cattu¬rato Aidid e gli stessimo dando asilo nel nostro comando! Si era trattato, invece, di alcuni giornalisti che avevano seguito l’azio¬ne degli incursori e che, per tornare al loro albergo, che si tro¬vava nelle vicinanze del comando di ITALFOR, avevano approfit¬tato della scorta dei nostri due veicoli.
*Cevik Bir, generale turco, prese il comando militare dopo che gli americani abbandonarono il comando di UNOSOM. La direzione politica era passata all’ammiraglio americano in pensione Howe.

Italiani sorvegliati speciali, dunque, segnale di un clima in cui poteva succedere di tutto. Ritenuti da più parti responsabili di situazioni che erano invece da imputarsi soprattutto all’inefficenza e alla scorrettezza di contingenti del terzo mondo che dimostrarono di non essere all’altezza del compito.

L’attacco al Pastificio del 2 luglio 1993 fu sicuramente provocato dai somali della fazione di Aidid.

Obiettivo era arrestare l’operazione Canguro 11, un rastrellamento finalizzato al sequestro di armi da parte dei paracadutisti della Folgore. L’intelligence italiana aveva indicato fin dall’inizio questa pista, infatti si è poi saputo che nel quartiere di Haliwa si nascondeva proprio Aidid. I disordini furono probabilmente un diversivo per garantirsi la fuga. L’ipotesi di una provocazione “non solo somala” trapela dalle pagine di Loi. Oltre alla figura di un misterioso “avvocato” (uomo di Aidid n.d.r.) che cerca di dissuadere il comando italiano dall’operazione, il sospetto fu alimentato da “libelli accusatori contro la politica italiana, scritti in un inglese perfetto e firmati da improbabili ‘intellettuali’ somali, che avevano cominciato a circolare nei corridoi di UNOSOM 2”.
Il 14 Luglio il comando della missione chiede di allontanare il contingente Italiano dalla Somalia.

Fin qui la disinformazione, che Loi descrive dettagliatamente. Continua e capillare dall’inizio di Ibis.

Così efficace da spingere soldati “alleati” ad aprire deliberatamente il fuoco contro i nostri?

Ipotizzando che sia stata la situazione a far succedere l’incidente. Sempre che non sia stato un ordine preciso.

L’ipotesi è verosimile, come lo stesso Gen. Pucci sembra suggerire: “A volte, in un ambiente del genere, scatta una psicosi, una psicologia particolare nei confronti della violenza”.
Specie se il bersaglio sono militari che, per le vicende sopra descritte, sono stati assimilati a traditori e doppiogiochisti (niente di meno, niente di più, nonostante le formalità di facciata).
La risposta alla nostra domanda è dunque affermativa: in quella situazione non doveva stupire un atto volontario di ostilità nei confronti dei militari italiani da parte di “alleati”. La conferma pare venire anche da quanto segue.

Emirati Arabi Uniti: parte islamica nel conflitto?

Dall’audizione in commissione di un ufficiale della cellula G2 ( l’intelligence italiano in Somalia) emergono pesanti responsabilità delle truppe degli EAU nella catastrofica escalation di violenza in Somalia. Il periodo è quello in cui al comando delle truppe italiane era già il Gen. Fiore.

Carmelo Ventaglio, colonnello, viene sentito come testimone dalla commissione. Le dichiarazioni sul comportamento dei militari degli Emirati Arabi mettono in evidenza un inquietante scenario, di cui non ci si dovrebbe stupire però, conoscendo già i legami “storici” tra le “charities” islamiche ed il terrorismo. Anche in riferimento ai trascorsi militari di alcuni famosi terroristi, non deve sorprendere il coinvolgimento delle forze armate dei paesi del Golfo in questo tipo di trame. In quel periodo inoltre si verificano attentati di natura “globale”, esempio il primo al WTC.

Esame testimoniale di Carmelo Ventaglio.

Taormina interroga il col. Ventaglio

PRESIDENTE. Proseguiamo i nostri lavori con l’esame testimoniale del colonnello Carmelo Ventaglio, al quale facciamo presente che sarà ascoltato con le forme della testimonianza e che conseguentemente (ovviamente non potrà che dire la verità) dovrà rispondere alle nostre domande. Ci dica intanto le sue generalità.

CARMELO VENTAGLIO. Sono il colonnello Carmelo Ventaglio, nato a Siracusa il 25 giugno 1940 e residente a Bergamo, in via San Giovanni numero 6.

PRESIDENTE. Colonnello, mi sembra che lei sia stato responsabile del servizio G2 in Somalia, Mogadiscio, nel periodo in cui comandante del contingente era il generale Fiore. Fu successore del colonnello Passafiume che abbiamo appena finito di ascoltare.
Sappiamo – in quanto ce lo ha detto il generale Fiore – che lei gestiva molte fonti informative, naturalmente di carattere confidenziale. Le chiediamo se, attraverso la rete di informazioni di cui lei poteva fruire, vi sono consapevolezze che lei possa trasmettere alla Commissione, utili all’accertamento dei fatti dei quali discutiamo.

CARMELO VENTAGLIO. Le fonti informative che avevo erano del personale somalo. Avevo riscontri attraverso il capitano Caruso, che era comandante di distaccamenti operativi del Col Moschin, che era in Mogadiscio, oppure con personale del Sismi che operava nell’istituto di cooperazione, insieme all’ambasciatore Scialoja.
Successivamente – anche se non eravamo più i responsabili di settore all’interno di Mogadiscio ed eravamo invece a Balad -, ho tenuto ancora questi informatori, perché tutto quello che succedeva a Mogadiscio si riversava in tutti gli altri settori, compreso il nostro.
Normalmente, tutte le notizie che mi hanno dato quegli informatori hanno trovato riscontro in avvenimenti che sono successi giorni dopo. Le prime avvisaglie si sono avute tra metà e fine dicembre, quando hanno cominciato a parlare di fondamentalisti islamici per la prima volta. Ho chiesto conferme all’operatore del Sismi (si chiamava Mario), il quale ha confermato; in più, ho dato mandato al capitano Caruso di svolgere alcune indagini, per vedere se fosse vero quanto mi riferivano.
Le notizie riguardavano più che altro attentati progettati contro chiese cattoliche. Infatti, dopo due o tre giorni, hanno fatto il primo attentato contro la cattedrale di Mogadiscio, anzi contro quello che rimaneva della cattedrale di Mogadiscio,facendo crollare primo una torre e poi un’altra, di quelle che erano rimaste. Hanno fatto poi un altro attentato contro un’altra chiesa, quella del Sacro Cuore, sempre a Mogadiscio…
PRESIDENTE. In che periodo?

CARMELO VENTAGLIO. Nel periodo tra metà dicembre e metà gennaio; tra la fine del 1993 e l’inizio 1994. Sempre nello stesso periodo, da notizie che ci erano arrivate sempre dai nostri somali a Mogadiscio, abbiamo scoperto che c’erano anche alcuni contingenti, che pur facendo parte di Unosom, foraggiavano questi fondamentalisti islamici. Uno in particolare: quello degli Emirati Arabi.
Il personale degli Emirati Arabi è venuto anche nel nostro settore per portare del cibo che veniva considerato primario per i somali, consistente in tè e zucchero: lo portavano nelle scuole coraniche che si trovavano nel nostro settore. Poiché in base agli ordini di Unosom nessuno poteva andare nel settore di un altro contingente se prima non aveva chiesto l’autorizzazione (in quanto il responsabile del settore era anche responsabile della sicurezza del contingente), appena saputo ciò, il generale Fiore ha chiamato l’ufficiale di collegamento che era presso l’Unosom, vietandogli tassativamente di venire nel nostro settore per dare dei viveri.

Un’altra cosa che ci avevano detto, e che poi è puntualmente successa, è la seguente: tra i viveri somministrati ai somali, veniva messa una specie di gas, di cui adesso non ricordo il nome, che determinava malori tra i somali. E loro dicevano: «Guardate che il cibo che vi porta il contingente italiano è quello che vi fa male; non accettate più cibo da loro».

A metà del mese di gennaio, ci venne fatta un’altra comunicazione: i fondamentalisti islamici avevano intenzione di fare un attentato eclatante contro il contingente, ma non contro ufficiali e sottufficiali, bensì contro militari di truppa, o contro giornalisti, in quanto avrebbe avuto una eco maggiore, piuttosto che se avessero ucciso un ufficiale o un sottufficiale.

(nota: queste rivelazioni non hanno avuto la stessa eco delle ipotesi di Pucci. Eccezionale “distrazione” o abituale “ manipolazione”? Molte testate sembrano aver mollato le inchieste quando iniziava ad emergere che l’ipotetico fuoco amico non fu probabilmente americano.)

La commissione d’inchiesta farà poi i dovuti collegamenti con il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (protagonisti dell’indagine) ed anche con la vicenda di Li Causi e Maria Cristina Luinetti.
Nonostante la sconcertante ostilità di certi contingenti nei confronti degli italiani, sia Ventaglio che il generale Fiore, anch’egli sentito dalla commissione, sostengono che Righetti e Visioli non sarebbero stati uccisi perchè italiani (non tutti i documenti sono pubblici, parte delle sedute si sono svolte in seduta segreta-n.d.r.). Per il Gen. Fiore chi ha sparato ha voluto colpire l’UNOSOM uccidendo i primi che capitavano a tiro. Per Ventaglio sono stati scambiati per americani, obiettivo ritenuto più remunerativo.

Ma se avessero sparato proprio soldati dell’UNOSOM?

Questo al momento non è dato sapere, anche se la comunicazione “intercettata” dal giornalista Alberizzi indicherebbe questa pista, se corrispondente al vero.

PRESIDENTE. Sa qualcosa riguardo l’uccisione dei soldati Righetti e Visioli?

CARMELO VENTAGLIO. Sono stati uccisi al porto nuovo, mentre stavano facendo ginnastica, mi pare. Stavano correndo e, da quello che mi risulta, da quello che abbiamo capito, indossavano delle magliette americane.

PRESIDENTE. Avete fatto un’inchiesta?

CARMELO VENTAGLIO. Sì, in quanto abbiamo dovuto fare una relazione.
PRESIDENTE. E quindi?

CARMELO VENTAGLIO. Responsabile della sicurezza di porto vecchio era il contingente americano. E in effetti andavano in giro con le magliette kaki, come le nostre. Da quel che abbiamo chiesto in giro, siamo arrivati alla convinzione (che potrebbe naturalmente essere sbagliata) che siano stati presi per americani e che non siano stati uccisi, quindi, perché erano italiani.

Il Gen. Fiore formula un’ipotesi simile in ordine alla casualità dell’evento. Bersaglio scelto a caso, dunque, casualità od errore sulla natura dell’obiettivo?

Il presidente Taormina chiede se fossero stati scambiati per pakistani, a causa della maglietta verde. Anche i nostri avevano magliette verdi, anzi, dalle foto della missione ci risulta che quasi tutti la indossassero sotto l’uniforme da climi caldi.

Le maglie erano verdi o kaki? [Quali calzoncini indossavano Righetti e Visioli? Quelli azzurri con scritto “Folgore” in giallo o amaranto? Si sa niente del tipo di arma che li ha uccisi? Da che distanza? La poca luce e la distanza sono una certezza della casualità del tiro?)]—Nonostante la ricognizione effettuata sull’altura da cui sembravano provenire i colpi non si riuscì a trovare nessun elemento utile. In una situazione del genere, come ha rilevato lo stesso Pucci, “la scena del crimine” non è certo facile da controllare.

Un fatto spesso trascurato da molti addetti all’informazione (specie se abituati alla cronaca dove attorno ai fatti di sangue è più facile “crististallizzare” la situazione). Mancano alla nostra analisi le testimonianze dei parà, quattro, che sopraggiunsero in soccorso dei due colpiti, i cui elementi sono stati comunque vagliati dagli organi competenti con risultati non difformi da quelli qui presentati.

La distanza e la poca luce non escludono a parere nostro la volontà di colpire proprio quei soldati. Si parte forse dal presupposto che chi ha sparato non avesse un binocolo, escludendo che qualcuno abbia potuto vedere un po’ meglio, magari attraverso l’ottica di un Dragunov? (pochi ingrandimenti potevano essere sufficienti per avere ragione della luce crepuscolare, per non parlare di un visore notturno).

Dall’audizione del generale Fiore.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
Muoviamo dal racconto delle vicende relative ai due soldati uccisi, Righetti e Visioli: lei aveva dato conto degli accertamenti svolti. La mia domanda è la seguente: che lei sappia, vi è stata un’inchiesta di carattere amministrativo o di carattere penale oppure le sue conoscenze rimangono ferme agli atti ai quali ha fatto riferimento e che ha consegnato alla Commissione?

CARMINE FIORE. Le mie conoscenze rimangono ferme a tali atti.

PRESIDENTE. Quindi non sa dell’inchiesta amministrativa. Ad esempio, il generale Buscemi ha fatto presente che l’accertamento si sarebbe concluso con la decisione di parlare, al riguardo, di casualità. Infatti, si riteneva che non fossero italiani, ma che fossero dei pakistani, a cagione della maglietta verde con la quale stavano facendo jogging. La casualità avrebbe dunque governato, rispetto all’uccisione dei militari italiani, questa vicenda. Le risulta tutto questo?

CARMINE FIORE. Questo è vero, perché, come si potrà evincere dalla documentazione che ho presentato, questi ragazzi erano in abbigliamento estremamente sportivo. In genere, tutte le divise
militari si somigliano [per chi le conosce poco, non per chi è addestrato a riconoscerle bene, come uno sniper, militare o guerrigliero che sia!n.d.r.] Questi ragazzi avevano magliette verdi e pantaloncini colorati. Erano in abbigliamento «sciolto» e sportivo.
Tenga inoltre presente che l’evento è accaduto di sera. Se vi era dunque la volontà di colpire qualcuno in particolare, la possibilità era altamente improbabile. Si è trattato dunque di un evento assolutamente casuale: hanno voluto produrre danni all’Unosom ed hanno preso i primi che capitavano nel porto.

PRESIDENTE. Per quale ragione si volevano produrre danni nei riguardi di Unosom?

CARMINE FIORE. Vi erano parecchie cose che non andavano nei riguardi del comando Unosom. Da questo punto di vista, il porto nuovo era una sorta di coagulo di diversi contingenti: vi erano un mare di persone. Ogni contingente aveva presso il porto nuovo una sua cellula. Noi, ad esempio, avevamo i nostri ragazzi per caricare e scaricare le navi. Allo stesso modo, tutti i contingenti erano presenti. Abbiamo dunque escluso l’intenzionalità di colpire gli italiani.

Molti interrogativi, innumerevoli connessioni con altre vicende del periodo e, inevitabilmente con l’attualità. Certo la conclusione del gen. Fiore potrebbe essere diversa se si riuscisse a provare che non furono i somali a sparare.

Si sono versati sangue, fango, bugie ed infamie sull’operato dei nostri militari. A distanza di anni quello che rimane, a mio avviso, vede crescere le responsabilità di chi fin dall’inizio ha nuotato nelle contraddizioni della prima sfortunata missione di pace del dopo guerra fredda. Da quanto possiamo capire non furono gli italiani a tenere questo atteggiamento.

Abbiamo profondo rispetto per Ilaria Alpi, che dimostrò un tatto ed una professionalità non indifferenti, attendendo di dare la notizia della morte dei due parà, per evitare che i familiari lo apprendessero dalla televisione (cosa che purtroppo è avvenuta per Fabrizio Quattrocchi). Dispiace però che la morte dei due militari, come di altri, tra cui Li Causi e la Luinetti, debba rimanere una nota a margine in un’inchiesta come questa.

Dispiace anche leggere la diffidenza dei commissari nell’audizione dell’ex capo del SISMI. Cosa che puntualmente avviene anche con gli “esegeti” di alcuni organi di informazione. Se un personaggio che ha avuto certe responsabilità afferma di non sapere o non ricordare in ordine ad un certo evento tutti sono portati a pensare che menta o nasconda qualcosa. Stranamente una convinzione personale espressa come tale sul caso in questione è stata subito presa per verità, confezionata in un titolo ad effetto e brillantemente manipolata (i generali sono “mendaci” solo quando fa comodo).

Quanto riportato meriterebbe un’analisi molto più approfondita, non solo sulla vicenda di Righetti e Visioli ma anche sul quadro dei rapporti che si sviluppano in ambito ONU per missioni come questa. Soprattutto con riguardo alle forze inviate da paesi non democratici che utilizzano le strutture internazionali per fomentare l’odio religioso e finanziare gruppi eversivi. Lo dobbiamo a tutti coloro che in Somalia hanno pagato un prezzo altissimo, credendo in una via italiana alla pace senza nemmeno pensare alle torbide acque in cui si navigava. Quanti invocano un ruolo più incisivo delle Nazioni Unite, nei contesti di crisi che conosciamo bene, dovrebbero considerare se certi stati meritino di essere legittimati a svolgere compiti di peacekeeping.

Chi denuncia la funzione americana di “gendarme del mondo” non può nascondere che proprio l’inefficienza delle organizzazioni internazionali ed il basso profilo dell’ Europa rendono inevitabile un elevato livello di ingerenza da parte della maggiore potenza del globo.
L’alternativa non può essere il disinteresse o l’acquiescienza. Per riprendere un editoriale del nostro direttore, disinteressarsi sarebbe come delinquere. Come scrisse Tucidide “il male non è solo di chi lo fa..”