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Pubblicato il 19/12/2017

UN RE SENZA CORONA di Emanuele Torreggiani -( TICINO NOTIZIE )

Un re senza corona, di Emanuele Torreggiani | Ticino Notizie 

“Chi non ricorda, non vive”. Scrive così Giorgio Pasquali, insigne filologo del Novecento, dimenticato, eppure il suo ‘Storia dello spirito tedesco nelle memorie d’un contemporaneo’, permane magistrale nell’affrescare il baratro tra le due guerre: le nostre. Torino, Moncalieri. Anno Domini 1939. Ricevuta la cartolina precetto un giovane varca l’ingresso della caserma: artiglieria. Allievo ufficiale di complemento. Ventenne. Il comandante del reggimento di artiglieria è il figlio del re, il principe Umberto II. Anni dopo. Lunghi e profondi, solidi e fragili, quali sono quelli trascorsi ai fronti, rientrando dall’Africa, massacrati in terra ed in mare, l’8 settembre 1943, si trova nei pressi di Terracina. Una caserma. Dopo il sibillino annuncio di Pietro Badoglio: “la guerra è finita ma la guerra continua”, il comandante di quella postazione, un maggiore richiamato alle armi, riunisce il corpo ufficiali per convenire quali decisioni prendere. Ordini non ne arrivano. Arriva, però, un blindato tedesco e due camion da trasporto truppe. Entrano nella piazza d’armi. Posizionano un paio di mitraglie pesanti in linea agli ingressi, ed un tenente delle Waffen SS, le insegne della campagna d’Africa al petto ed il fregio d’argento per una ferita appuntato al braccio, apre semplicemente la porta dell’ufficio comando. Lo segue un sergente anziano, il volto segnato da una stanchezza infinita. Il maggiore, un ingegnere richiamato alle armi, gli dice che avrebbe dovuto bussare prima di entrare. Il tedesco chiede ai presenti se qualcuno parli la sua lingua. Il giovane, non più giovane per nulla, entrato anni addietro a Moncalieri, risponde. Il tedesco gli chiede di tradurre, esattamente, le parole del comandante. Si traduce. Le parole si chiudono nel silenzio minerale dell’ufficio comando. Il tenente tedesco dichiara di assumere il comando della caserma. Il maggiore gli risponde che non ha alcuna autorità. L’ufficiale germanico annuisce con un lieve sorriso, estrae l’automatica e spara un colpo in faccia al comandante della base italiana che stramazza nel suo sangue. Ripone l’arma nel fodero mentre rimbomba ancora lo sparo ed il sangue fluttua dall’osso fumante. Ordina, il suo tono monocorde, agli ufficiali di uscire. Vengono tutti disposti spalle al muro della palazzina comando, tutti salvo il traduttore che gli deve stare un metro al fianco. Dinanzi loro una dozzina di uomini in mitragliatrice spianata.

Dice che sono liberi di decidere, chi sta con il Reich faccia un passo avanti, chi al contrario ha un ripensamento rimanga pure fermo al suo posto. Tutti gli ufficiali fanno un passo avanti. Il tenente tedesco annuisce ed in un perfetto italiano, per quanto meccanico nella pronuncia, dà loro istruzioni. Prelevare il corpo del maggiore e seppellirlo subito. Al traduttore viene ordinato di salire sul blindato. Finirà i suoi giorni come ufficiale di collegamento aggregato al comando tedesco che sta risalendo il fronte interno. La linea gotica, Cassino, il Po. Sulla via Salaria verranno sorpassati dalla camionetta scoperta del feldmaresciallo Albert Kesselring. Il capo di stato maggiore tedesco viaggia in piedi, reggendosi con la sinistra al montante del parabrezza e nella destra impugna il bastone di comando. Avanti. Dal cielo il sibilo ossessivo dei caccia a volo radente che iniziano a mitragliare la colonna. Albert Kesselring impassibile tiene la rotta. Nessuno può tentare di pensare di raggiungere un rifugio. Un ragazzo, al fianco del traduttore, viene segato in due da una scarica. Il corpo viene evacuato dal mezzo in movimento. Mentre il traduttore prosegue la sua marcia dentro l’inferno, e non suoni iperbole, i reali d’Italia, tra i quali il suo comandante, sua altezza reale principe Umberto II, sono al riparo al Sud.

La corona non suoni un manufatto d’oro. L’onore corona. Anni dopo, al referendum, il traduttore, sopravvissuto, altrimenti non avrei potuto scrivere questa nota, sbarrerà repubblica. Era semplicemente mio padre.

Emanuele Torreggiani