IL SOLE 24 ORE del 27 Agosto 2010
Roberto Bongiorni
BALA MORGHAB. Dal nostro inviato
In alto, dal portellone aperto dell'elicottero, lavalle appare come una lingua verde che si distende in mezzo a una catena di montagne brulle e gialle. Gli alpini la chiamano la Bolla, quasi fosse un'invisibile campana di vetro. Perché all'interno del suo perimetro, orlato di capisaldi e trincee, gli insorti sono stati espulsi, i villaggi si sono ripopolati e il commercio è rifiorito.
Perché tutto ciò che sta al di là, invece, è terra del nemico. Cellule di talebani molto aggressive, che con cadenza quotidiana attaccano gli avamposti del contingente Nato ( Isaf). Bala Morghab è l'ultimo avamposto dove i 350 alpini del secondo reggimento di Cuneo portano avanti l'operazione Buongiorno.
Con due obiettivi: ripulire l'area da presenze ostili e consentire alla popolazione di tornare alla normalità. La Bolla è l'esempio più efficace di counter-insurgency, la strategia militare di attacco alla guerriglia talebana, perseguita con forza dal comandante delle truppe americane e dell'Isaf,il generale David Petraeus . "Win hearts and minds", vale a dire vincere la diffidenza della popolazione e portarla dalla propria parte, anche con progetti che migliorino la vita nei piccoli centri rurali, sottraendoli così alla sfera di influenza della guerriglia.
In questa valle della turbolenta provincia nord occidentale di Baghdis, dove il tempo sembra essersi fermato alcuni secoli fa e le leggi tribali sostituiscono l'autorità dello Stato, sta accadendo qualcosa di significativo. Il generale Petraeus ha voluto recarsi a Bala Morghab il due agosto; ha visitato le trincee, si è seduto con gli anziani esprimendo «soddisfazione per il clima di collaborazione raggiunto tra le comunità locali e le forze di sicurezza». A bordo di due black hawk con le mitragliatrici spianate, il viaggio da Herat dura un'ora e mezzo.
Una volta atterrati il primo segno di benvenuto è una vampata di ca-lore che stordisce: 45 gradi. La base italiana è un vecchio cotonificio al cui interno sono montate le tende,la clinica e la mensa.Accanto c'è la base del battaglione americano (circa 100 uomini), poco più in là quella dell'esercito afghano ( Ana).
«In ognuno dei 12 capisaldi di difesa intorno alla valle – ci spiega il colonnello Massimo Biagini, 43 anni, originario di Empoli, comandante della Task Force North - cooperiamo insieme all'esercito afghano. Mese dopo mese siamo riusciti ad avanzare ed ora la bolla ha una lunghezza di 20 chilometri».
Visitare la valle significa avere un'idea dell'Afghanistan rurale, così diverso da quello dei grandi centri. I bambini, curiosi, salutano i soldati mentre si tuffano nelle acque verdi del fiume Morghab.
Gli uomini, nelle tradizionali vesti pashtun, si limitano a un cenno. Di donne se ne vedono poche, sono macchie blu che si stagliano sui muri di fango. Appaiono e subito dopo scompaiono. Bala Morghab è il paradigma del perché la guerra in Afghanistan sia così difficile da vincere.
«Quando Petraeus - racconta un militare - ha parlato di Karzai gli anziani si sono guardati intorno sconcertati. Quasi tutti non avevano mai sentito il nome del presidente dell'Afghanistan».
Anche il concetto di nazione, qui, è un'eco lontana.La geografia si ferma alle alture vicine. La valle di là, è già una terra lontana. Herat, a 170 km, una città che pochi fortunati hanno visitato e descrivono come il centro del mondo. Solo i capi villaggio possiedono il cellulare, un generatore per la luce elettrica, la Tv. In attesa che arrivino le Ong, l'Isaf assiste con i suoi medici la popolazione e porta avanti piccoli progetti di ricostruzione.
«Abbiamo esortato gli anziani dei sette villaggi – ci spiega il capitano Matteo Mineo, 35 anni, genovese, addetto alla cooperazione civile militare- a esporci i loro bisogni e a indicare l'ordine delle loro priorità. Hanno risposto: per prima cosa vogliamo acqua e moschee. Ora stiamo ricostruendo anche una scuola e diversi pozzi». Progetti che, per quanto piccoli, hanno avuto un impatto positivo. «Qualcosa di profondo è cambiato. Se qualche insorto riesce a penetrare dentro la Bolla e a piazzare un ordigno sulla strada la gente riferisce il fatto agli anziani che a loro volta contattano l'Isaf».
A Bala la gente ha compreso i vantaggi che derivano dalla stabilità. La voce è corsa di villaggio in villaggio. Ed ora, dalle vicine valli, alcuni anziani sono accorsi a chiedere agli italiani di allargare la Bolla e includere anche i loro villaggi.
Altri hanno preferito trasferire parte delle comunità al suo interno, vivendo come rifugiati. Il supporto dei capi villaggio è fondamentale. Rais Abdel, 54 anni, è il capo di Quibcab, l'unico villaggio tajiko nella valle di Bala, liberato solo in aprile dopo violenti combattimenti.
«I talebani – racconta - ci imponevano con la forza tasse religiose, punivano i reati con metodi brutali e se qualcuno era sospettato di avere relazioni con il governo era arrestato. Non potevamo celebrare le feste di matrimonio, radio e musica erano banditi. Quando ci hanno liberati eravamo così felici ».
Oggi dentro la Bolla vivono almeno 10mila persone. Difendere il suo perimetro non è facile. Dai 12 capisaldi costruiti sulla sommità dei colli, gli alpini combattono la loro guerra come la combattevano nella Grande guerra.
Alla postazione Sigma, di fronte alle linee nemiche, le condizioni sono molto dure; turni di cinque, sette giorni, con il fucile di precisione e il binocolo puntato verso il villaggio vicino. Di giorno e di notte, tra sacchi di sabbia e trincee, mangiando razioni in scatola e conservando l'acqua in buche sabbiose. Durante la nostra visita, Barracuda, l'avamposto di fronte a Sigma, controllato da americani e afghani, è attaccato. Gli insorti fanno sul serio. Alla base arriva la richiesta di aiuto. Partono i tiri di mortaio, un colpo dietro l'altro, squarciano il cielo. Il nemico si ritira. Ma sarà pronto a dare battaglia già domani. «Dovete capire – conclude Rais Abdelche i talebani sono ancora forti. Capiscono solo il linguaggio della forza. Solo quando saranno messi in ginocchio accetteranno la riconciliazione. Se l'Isaf intende smantellare i capisaldi è meglio che ci informi, così abbandoneremo l'area. I talebani tornerebbero a vendicarsi ».
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