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IL SORPASSO
Martedì, 15 Luglio 2008




di Walter Amatobene



PARMA- I militari francesi, soprattutto i Paracadutisti, hanno mugugnato nel vedere il presidente siriano ASSAD seduto sul palco d'onore agli Champs Elysees durante la parata del 14 Luglio.Tutti sanno,infatti,che la Siria è ritenuta l'ispiratrice della strage di 58 parà a Beirut nel 1983. Non meno perplessità, tuttavia, ha suscitato tra i militari italiani che hanno prestato servizio in Libano dal 2006 sino ad oggi, il ruolo defilato che l'Italia ha assunto nella gestione dei rapporti internazionali per la soluzione della crisi libanese.

Il giorno della parata il Primo Ministro italiano era all'estremità della seconda fila, in compagnia di altri leaders europei che vantano assai meno impegno negli scenari internazionali, sia di truppe che economico,

Come sapete, l'Italia ha schierato in Libano il contingente più numeroso, detiene il Comando con il Generale Graziano, ha stanziato massicciamente fondi di ricostruzione e gode del gradimento di tutte le parti coinvolte, compresa la popolazione.

Nonostante questo, il Presidente Sarkozy ha saputo -abilmente- sfruttare l'ottimo lavoro fatto dai nostri militari, per riunire sullo stesso palco francese i protagonisti della politica di quel martoriato pezzo di Medio Oriente e attribuirsi il ruolo di mediatore-pacificatore.

Un vero e proprio sorpasso, che ribalta quello di Vittorio Gasmann che primeggiava su Jean Louis Trintignant nel famoso film di Dino Risi.

Le foto di ieri della parata mostrano i leaders siriano, palestinese, israeliano e libanese in prima fila di fianco al Presidente Francese, che ostenta grande familiarità e confidenza, nonostante il suo impegno su quei teatri sia di secondo piano.

Nei giorni parigini del Premier italiano, ci siamo "accontentati" di caldeggiare l'ennesimo incontro tra Israele e Palestina - una specie di tormentone mondiale,giunto al cinquantesimo tentativo-, esponendoci al rischio dell'ennesimo insuccesso, ben sapendo che la nostra credibilità è assai maggiore su scenari ben più complessi e "caldi".

Al Presidente Sarkozy vada il nostro "chapeau!" per averci impartito una lezione di capacità mediatica e politica di cui, per la verità, non sentivamo il bisogno.



 
 
 
 
 
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GRAZIE ESPRESSO. GRAZIE PAGINE DI DIFESA
Giovedì, 31 Gennaio 2008



UN COMMENTO ALL'ARTICOLO DE L'ESPRESSO E AL COMPORTAMENTO DI PAGINE DI DIFESA

di Walter Amatobene

PARMA- Avevamo letto l'argomento del settimanale di sinistra,e viste le immagini, anche noi sul sito Pagine di Difesa, molto apprezzato e gradito dall'Espresso, al punto di citarlo come fonte.
C'è simpatia reciproca. Buon per loro.

Una fotografia di un blindato mostra una palma dipinta sulla portiera, con qualche commento ipocrita.

La palma assomiglia al simbolo dell'Afrika Korps di Rommel, ma senza la svastica.

Questo è bastato a L'ESPRESSO, in edicola oggi, per tentare di montare un caso: i corpi speciali sono nazisti! Orrrrore, orrrrore!

Le palme, si sa, sono notoriamente naziste. I datteri no.

La Giordania, che le ha adottate come simbolo, è nazista, notoriamente.

Le cartoline che ricevo dalle piramidi egiziane sono naziste.

L'albergo di El Alamein, che ci accoglie con il simbolo di una palma identica a quella della foto, è nazista.

Lo dice un esperto: Di Feo, che lo ha letto su Pagine di Difesa.

La "mina" contro contro i reparti speciali (strano che non abbia citato la Folgore, che fa sempre notizia),anche stavolta arriva alle spalle: dalla stampa italiana di sinistra, che accetta malvolentieri le missioni all'estero, purchè si occupino di soccorso civile, con armi ben nascoste e senza sangue o spari, e non perde occasione per ricordarci che un popolo guerriero in Italia non deve esistere.Anche se a volte gli fa comodo, come in Serbia.

Un lungo discorso andrebbe fatto sul sito Pagine di difesa, il cui direttore è un generale dell'Esercito,che ha pubblicato senza approfondire le fonti, fungendo da miccia, e magari fornendo il copioso materiale fotografico a Repubblica.

Da conversazioni e qualche scaramuccia avuta con il direttore Bernardi, devo dire che mi sta pregiudizialmente e cordialmente e cavallerescamente antipatico.

Il giornalista De Feo de L'ESPRESSO ci ha prontamente ricamato sopra,usando quella fonte -il Forum di quel sito- che chiama "il più puntuale di argomento militare" . Mah!

Lui, un inviato di guerra che ha viaggiato attraverso tutti i fronti più caldi del mondo, e avrà visto mille palme, mille simboli guerrieri, mille frasi contro il nemico scritte sugli elmetti, e ha potuto contare mille volte sulla protezione (che forse non sapeva nemmeno di avere) dei nostri Reparti Speciali, ha avuto bisogno di leggere le cose che arrivano in un forum, nascoste da un nick name....!!! Si è svegliato da un lungo sonno, evidentemente. Oppure ha fatto l'inviato dai balconi degli albergi a 6 stelle.


Entrambi, Di Feo e Bernardi, renderanno un bel servizio ai nostri Ragazzi che operano in Afghanistan. Garantito.Una bella mina tutta italiana. Il loro lavoro, pericoloso e coraggioso verrà bruciato pe r una palma, che dovrebbe diventare lo "zibaldone" dei Reparti Speciali!

Aspettiamoci a breve i commenti dei noglobal e dei comunisti italiani: "sciogliete l'esercito" e "tutti a casa", "fascisti" "nazisti" , come minimo. Forse salterà qualche testa. Perchè in Italia si fa così: se la stampa di sinistra si incazza, volano le teste.

Per una palma disegnata sulla portiera....

Da quando una palma è simbolo nazista?
Dov'è il copyright?

Che fosse priva di svastica non conta.

Il riferimento a Rommel, se quella era l'intenzione, è verso uno dei più leali, capaci e intelligenti guerrieri della Storia. Le sue truppe hanno giocato "pulito", combattendo onorevolmente per la loro bandiera. Rommel ha sempre apprezzato e ammirato i Paracadutisti,così come i suoi uomini, che erano sul fronte insieme ai nostri.

E' stata tramandata questa cavalleresca reciproca stima.Orrrrrore!!!!

Rommel era un soldato, innanzitutto. Uno dei migliori.


Di Feo è diventato anche semiologo ed esperto di psicologia. Lui intuisce le cose che i militari pensano anche se stanno zitti, lavorando in silenzio. Telepatia. Volevano richiamarsi a Rommel,forse, ma Lui va oltre: No! volevano inneggiare al nazismo, altrochè. Lui legge oltre la portiera, come superman. Oltre la palma. Giucas Casella gli fa un baffo.

Lui è un giornalista di sinistra, quindi sa ciò che dice. Come quelli descritti da Giorgio Gaber.

Per qualche copia in più, per qualche visitatore in più, non esitano a sparare alle spalle dei nostri uomioni migliori.

Simboli di guerra, croci per gli aerei abbattuti, ruggiti di tigre sulle carlinghe, ingiurie a Saddam sulle bombe, fanno parte della vita di chi sta a fare la guardia al muro(come diceva Nicholson in Codice Rosso).

Noi non ci scandalizziamo, perchè i nostri Ragazzi rischiano la pelle davvero e hanno il diritto a un pò di "fuori ordinanza" goliardico.


Non ci lasciamo prendere dalla fregola di un mini-successo fugace, che dura lo spazio di un paio di interventi e di un pò di popolarità, commentando cose che non conosciamo a fondo.

Abbiamo capito che fare il giornalista che si occupa di cose militari, anche se di provincia, è una cosa seria che comporta responsabilità e, talvolta, rinunce. Bisogna rinunciare al narcisismo e bisogna approndire gli argomenti scottanti, per evitare di non capire e non far capire. Bisognava spiegare com'è la vita di un Incursore, che rischia la pelle sul serio e da quale tradizione arrivano simboli e atteggiamenti di quel tipo.

Non c'è nulla di male a disegnare una palma su una portiera di un mezzo che opera nel deserto. Sia esso italiano o tedesco o norvegese. Nè una bocca di tigre sulle carlinghe degli aerei, nè un teschio su un elmetto. Punto e basta. Non rompeteci i coglioni.


PISTOLOTTO FINALE

Avremmo avuto più volte, in passato, l'opportunità di pubblicare notizie e foto esclusive, provenienti dai teatri caldi, inviateci da amici. Non lo abbiamo fatto perchè alla Folgore e alle nostra Forze Armate vogliamo bene, e quando capivamo che la pubblicazione avrebbe danneggiato il loro lavoro, ci siamo fermati.O meglio: quando capivamo che la gente in malafede non avrebbe capito.
Chiamatela autocensura.

Per noi è RISPETTO.
Chi fa il quel lavoro va lasciato stare.






 
 
 
 
 
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SALUTI E SCUSE ALLA PARACADUTISTA KATY
Mercoledì, 16 Gennaio 2008


16 Gennaio 2008

PARMA- Dobbiamo riparare ad un torto che involontariamente abbiamo fatto a una Paracadutista che segue il nostro sito e il Forum.


Per una serie di problemi elettronici lunghi da spiegare, il suo nominativo è stato cancellato, insieme ad un simpatico messaggio che ci aveva inviato per salutarci.


Per rimediare a questa scortesia, pubblichiamo il suo intervento in questa rubrica:




Ho iniziato il paracadutismo nel 2000, anche se sinceramente non ne ero molto convinta, mille erano i dubbi, le paure, le incertezze di entrare in quella scuola (io volevo pilotare gli elicotteri)……e il pensiero di “buttarmi” da un aereo non mi convinceva per niente, il mio unico pensiero era “se non si apre…riuscirò ad aprire quello di emergenza??”

L’amore per il cielo l’ho sempre avuto…fin da piccola passavo ore ed ore a guardare con il naso all’insù se passava qualche aereo di linea e quando ne passava qualcuno più basso e lo vedevo enorme correvo in casa a chiamare mamma….volevo che condividesse con me quella gioia.

Io e mia mamma siamo state sempre molto unite, mi ha accompagnato lei per due settimane al corso di paracadutismo, e addirittura mi interrogava sulla lezione appena fatta.

Arrivò così il giorno del mio primo lancio, l’aereo un Cesna 206 con una porta di tela e quel giorno l’11 di marzo del 2000 era molto freddo, ma quando mi venne dato il segnale di posizionarmi sulla porta…..sembrava che avessi fatto quella procedura da una vita… al “Vai” saltai fuori, la fune di vincolo mi aprì il paracadute e nei miei occhi e nel mio cuore una gioia mai provata…ma così immensa.
Ogni lancio è diverso dagli altri, nessuno è uguale a quello precedente…..ogni lancio è in grado di donarti una sensazione nuova da aggiungere nel libro della vita.

La domanda di molti alla mi risposta “pratico il paracadutismo” è “ma non hai paura a lanciarti nel vuoto??” io li guardo e pensando a quando mi trovo in porta e mi danno l’exit rispondo “oh ma non ti lanci nel vuoto” …mi scambiano per pazza… “il cielo non è il vuoto rispondo, il cielo è serenità, è gioia, e vita. Il vuoto è chi non ma la vita, chi è cattivo con il prossimo, chi tradisce i sentimenti altrui.

Ogni lancio per me è un momento di tranquillità, il mio corpo, il mio cuore e la mia anima diventano un tutt’uno con il cielo, sento che gli appartengo..sento che sono sua… il cielo così immenso capace di raccogliere le emozioni di ognuno di noi……

Questo pensiero lo voglio dedicare a una mia cara amica, Paola.

“Cara Paola le parole di tuo padre mi sono state di grande sollievo, mi è stato vicino in un momento molto difficile della mia vita, una scelta molto importante. Ho capito inoltre una cosa:”perché aprire il paracadute di emergenza se il principale seppur non aperto correttamente mi da la possibilità di arrivare comunque a terra?, Paola la tua ricchezza che mi ha trasmesso tuo padre per e-mail mi ha dato un input in più per andare avanti. Mi raccomando amica mia ti aspetto nei miei prossimi lanci, apriremo insieme quella vela ed insieme arriveremo a terra e supereremo ogni ostacolo”.

Grazie nonno Tino cieli sempre più blu

Katy B.

 
 
 
 
 
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IL POST COLONIALISMO DELLE NAZIONI AFRO ASIATICHE: UN INCUBO DI MISERIE E GUERRE
Giovedì, 22 Novembre 2007



Il Film 2 La battaglia di Algeri", in onda ieri su "LA 7", induce a fare un pò di sano revisionismo sulle "guerre di liberazione dall'oppressore colonialista".

Le nazioni che affermano di essersi "liberate" , sono precipitate tutte, nessuna esclusa, in un baratro di guerre, miseria, corruzione.

Giornalisti, registi e politici "correct" che hanno sposato la causa degli "oppressi", si sono defilati, quando nei luoghi della "rivoluzione" è iniziata la guerra senza fine.


Un articolo illuminante ce lo propone Romano Bracalini:




L’autore della “Battaglia di Algeri”
E Gillo Pontecorvo scelse la “libertà”

di Romano Bracalini


La televisione La7 ha dedicato una serata celebrativa al regista Gillo Pontecorvo “per il suo compleanno” (sic) e per l’occasione ha trasmesso “La battaglia di Algeri”, film del 1966 commissionato dal governo algerino per esaltare la lotta di indipendenza contro “l’oppressore” francese, responsabile, diceva il bollettino n.1 del Fronte di Liberazione Nazionale (FNL), adombrando il linguaggio brigatista ”della grande miseria del popolo algerino”.

Film in cui, purtroppo, la perizia del cineasta è sminuita dall’intento agiografico, cionondimeno stimato un “capolavoro” dai testi di riferimento della critica militante.

In realtà, come tutte le opere di commissione, si tratta di un’opera di esercizio retorico in cui fatalmente i “buoni” (gli algerini) finivano per trionfare sui “cattivi” (i francesi) nell’eterno conflitto bigotto tra il bene e il male semplificato dall’ideologia e dalla ipocrisia corrente d’oratorio.

Il film girato con la tecnica del documentario descrive con ritmo incalzante la battaglia combattuta tra francesi e “patrioti” nella casbah di Algeri, con tutti i cedimenti dovuti alla “nobile causa” e con la parallela biblica condanna dei metodi repressivi, “barbari”, dei parà francesi equiparati senza una esitazione e un dubbio alla brutalità delle orde naziste.

Le scene in bianco e nero, per accentuare la cupa crudezza del dramma, non lasciavano dubbi sui sentimenti e gli stati d’animo che si volevano evocare: camere di tortura come nell’antro pauroso e crudele di Torquemada e della Gestapo, tra le urla laceranti dei “patrioti” algerini ripresi in primo piano con le bocche spalancate, sdentate (che è sempre un avviso di miseria programmata), a rievocare il supplizio della croce.

Una messincena sapientemente esasperata, torbida, falsa per ottenere l’effetto propagandistico che il nuovo governo algerino si attendeva. Ma fu lo stesso film a rendere un cattivo servizio alla causa che si voleva nobilitare e della quale si cominciavano a vedere i primi frutti perversi. Perfino la gauche francese rimase inorridita da quella ricostruzione losca e mendace che offendeva la Francia dei “diritti dell’uomo” e tutta una tradizione umanitaria espressa dal trittico “Liberté, égalité, fraternité”, non sempre onorato ma sempre tenuto in onore.

Così il film di Pontecorvo, immancabilmente premiato con il Leone d’oro al Festival di Venezia, più per i contenuti dogmatici del “politicamente corretto” che per i pregi artistici in sé, venne vietato in Francia; e fu un errore perché la menzogna finisce sempre per trasformarsi in boomerang per coloro che l’hanno ordita. A quell’epoca-or sono quarant’anni fa-si poteva anche credere che i popoli afro-asiatici in lotta per la loro indipendenza dalle vestigia del colonialismo europeo avrebbero fatto un uso migliore della libertà agognata.

Non è andata così.

Il postcolonialismo s’è trasformato in un incubo di miseria e di oppressione per milioni di afro-asiatici “redenti”. La vantata indipendenza algerina ha compiuto 45 anni, essendo stata riconosciuta con trattativa bilaterale il 3 luglio 1962. E in Francia la stessa “gauche”, che aveva parteggiato per la nobile causa - senza apprezzare la falsificazione “ideologica” di Pontecorvo - ha avuto modo in questi anni di riflettere sulle conseguenze di quell’evento anche in rapporto con l’immigrazione dal Maghreb che ha scardinato gli equilibri di una “pacifica” e armonica convivenza.

Pontecorvo girò “La battaglia di Algeri” quattro anni dopo la dichiarazione di indipendenza algerina, e già si profilavano ad Algeri lotte e regolamenti di conti in cui i vecchi capi del FLN, come Ahmed Ben Bella, sarebbero spariti dalla circolazione con i metodi della peggiore GEPEU. Emergeva anche di peggio. Si scopriva che il FLN algerino annoverava ex militanti della famigerata legione “Arabia Libera” che durante la guerra combatteva a fianco dei nazisti contro le potenze occidentali e gli ebrei.

Strano che Gillo Pontecorvo, regista militante nel PCI, ebreo, non se ne fosse accorto e, ignaro dei trascorsi “filonazisti” di parecchi militanti algerini, avesse inconsciamente sciolto un inno anche all’antisemitismo implicito nel sogno di indipendenza musulmano del Nordafrica.

Suo fratello Bruno aveva preso il medesimo abbaglio. Scienziato atomico del gruppo di Enrico Fermi, aveva lasciato l’Italia al tempo delle leggi razziali, e in Canada e in Inghilterra era diventato agente dello spionaggio sovietico.

Scoperto, nel 1950 aveva “scelto la libertà” scappando un URSS, ”culla di democrazia”. Entrambi erano destinati a cocente delusione. A distanza di nove lustri la “rivoluzione” algerina s’è risolta nel capolavoro di tolleranza e civiltà che è l’Algeria d’oggi, un mattatoio sempre fresco di sangue, un inferno di ferocia religiosa e tribale (altro che Massu!), che ha indotto milioni di algerini, ex dominati, a trovare scampo nelle terre degli ex dominatori, tanto la colonizzazione doveva essere insopportabile.

Pensierino della sera.

Ma la rivoluzione non doveva portare il benessere negato dall’”oppressore” francese? E non basta. Ottenuta la cittadinanza dagli ex dominatori, gli ex dominati, con passaporto francese, allo stadio fischiano la Marsigliese (esempio mirabile di integrazione e di rispetto dei simboli altrui), popolano le banlieue con i loro montoni sgozzati (e zitti se no ti danno del razzista) e lamentano di sentirsi cittadini di seconda classe. Una domanda per Gillo che compie gli anni. Ne valeva la pena?

 
 
 
 
 
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LA RESA DEI CONTI - ULTIMO CAPITOLO
Giovedì, 25 Ottobre 2007



Il Ministro della Difesa ammette che le Forze armate sono sull'orlo della bancarotta: mezzi obsoleti e sovrautilizzati, debiti e missioni troppo costose fuori patria.


Lo leggo in "NOVITA", in un articolo che riporta una drammatica dichiarazione che Parisi ha fatto al Parlamento. Onesto e corretto, il Ministro. Non nasconde nulla. Finalmente.


Da queste pagine avevo denunciato che è in atto su scala internazionale la migliore strategia suggerita nei testi militari,per fiaccare il nemico, ovvero l'Occidente, e quindi anche L'Italia, ventre molle del Mondo. Ovvero:

- impegnarlo in terre lontane per indebolirne la resistenza logistica ed aumentare i costi in maniera abnorme, con un consumo accellerato di tutte le strutture e i mezzi. Usa e Italia ne sanno qualcosa.

- invaderne il territorio in Patria con inoculazioni giornaliere di "commandos" ( zattere e barconi e immigrazione ai confini terrestri, ormai senza alcun controllo), con precise missioni di disturbo regionale.

- impegnarne le costose risorse militari residue per scopi non militari, in Patria: basta guardare la televisione una sera, per verificare il gran numero di Corpi ed enti che impiegano mezzi e strutture sovradimensionate ( fregate, cacciatorpediniere, assistenze pubbliche, uomini della guardia di finanza, vigili del fuoco,carabinieri etc etc) per soli scopi di assistenza umanitaria e trasporto in Italia dei barconi, che contengono (lo dicono studi del Ministero dell'Interno), almeno uno o due cellule terroristiche dormienti.

Una ulteriore intelligentissima azione di lobby controllate dai nemici della legalità e dell'occidente, ha contribuito a diffondere l'equazione FORZE ARMATE = AIUTI UMANITARI.ù

Nessuno si azzarderebbe più a chiedergli di intervenire in Patria, sulle coste e nelle città, per un contrasto severo alla criminalità ormai prima industria del paese. L'opinione publica è conquistata attraverso immagini e servizi televisivi strappalacrime.

Il controllo del territorio sarebbe l'unica strada percorribile, come lo è stata in tutte le Nazioni che hanno scelto la sicurezza dei cittadini ITALIANI e non di quelli stranieri.

Guai a "militarizzare" il territorio, dicono alcuni sindaci di paesi costieri.

Riassumo: situazione ingestibile. Pieno successo della strategia che avevo denunciato nel 2005.



La resa dei conti.Ultimo atto.


Il Dente Avvelenato

 
 
 
 
 
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IO STO DALLA PARTE DEL POLIZIOTTO CHE HA SPARATO
Giovedì, 11 Ottobre 2007


Il Dente Avvelenato

PREMESSA

PRENDO POSIZIONE IN DIFESA DELL'AGENTE CHE HA SPARATO A BADIA AL PINO: LO HA FATTO PER NERVOSISMO, FRUSTRAZIONE E SENSO DI IMPOTENZA TRASMESSO ALLE FORZE DELL'ORDINE DA LEGGI CHE PROTEGGONO SOLO I DELINQUENTI. CONCAUSE: MANCANZA DI ADDESTRAMENTO E CHISSÀ COS'ALTRO.NON MI INTERESSA. IN QUESTO MOMENTO E' UN TUTORE DELL'ORDINE DATO IN PASTO AGLI HOOLLIGANS CHE PICCHETTANO CASA SUA, E AI MEDIA


Il ragazzo morto a Badia al Pino, santificato dalla folla, dai tifosi e dalla stampa, non stava dormendo. Non era un angelo colpito da una polizia fascista, come ho letto su uno striscione nella mia città. Non era una stella nel firmamento.

Non combatteva nessuna battaglia per un mondo migliore. Si faceva i cazzi suoi in discoteca, fino alle quattro del mattino, e come "hobby" andava negli stadi con i suoi compagni di banda, "Hooligan" di casa nostra. A suo carico anche qualche traccia informatica di polizia, per detenzione di cacciaviti allo stadio.

Dai suoi indumenti, nell'obitorio di Arezzo, sono saltati fuori due sassi caricati alla partenza da Roma. Il resto dell'armamentario da combattimento lo avevano abbandonato alla stazione di servizio. Le impronte digitali rilevate sugli oggetti a terra, parlano chiaro. Erano "armati" e aggressivi. Pericolosi per chi non era della stessa banda.

Con il resto del branco, il morto aveva appena pestato alcuni romani, tifosi della Juventus, diretti a Parma. Li hanno circondati e aggrediti con coltelli, fibbie, biglie, sassi, ombrelli.

Ripartiti subito dopo, sulle tracce delle loro vittime, avrebbero continuato il loro valoroso gesto sportivo. Forse i sassi servivano per colpirli in corsa.

Nella stazione di servizio li avevano bersagliati fin nell'abitacolo della Mercedes nera classe A con cui gli juventini erano arrivati, seguendo lo stesso tratto di autostrada delle due macchine di laziali. Una Renault Scenic (su cui viaggiava il teppista ucciso) e una Renault Clio.

La macchina dei "tranquilli ragazzi tifosi di calcio", tutto lavoro, discoteca e casa, aveva quindi a bordo coltelli a serramanico, sassi, biglie, cinture non indossate con fibbie grandi e spigolose. Utili per il corpo a corpo, non per andare al Rosario.

Fuori dall'autogrill, capito che avevano a che fare con tifosi della Juventus, i nove laziali si sono coperti il volto, come veri delinquenti, e si sono preparati all' "agguato". La banda entra in azione quando dal bar escono i primi tre dei cinque juventini. Nove contro tre.

Nove armati, contro tre disarmati. La colluttazione dura pochi istanti. I tre fuggono verso la Mercedes, raggiunti dagli altri due che abbandonano precipitosamente il bar. La furia dei laziali si abbatte sulla Mercedes. Quando la polizia fermerà la macchina aggredita, ne trova i segni. Il lunotto anteriore è sfondato, come quello posteriore destro. La carrozzeria rientrata in più punti.


Il resto lo conoscete.

Cosa dovremmo rimproverare all'Agente? Di essere stato impulsivo e non avere, eventualmente, saputo frenare la voglia, che ogni poliziotto deve avere, di fermare delinquenti in fuga?

Erano nove sprangatori in fuga, sottoprodotto di quella cultura fatta di furbetti miliardari in calzoncini, giornalisti parolai pennivendoli corrotti, un sistema economico malato e drogato, che ha bisogno di questa teppaglia per non essere chiuso.

È un esercito di delinquenti di cui lo stato (minuscolo) ha paura, come dei romeni, degli albanesi,dei musulmani, degli slavi, degli zingari, immigrati illegalmente , che assediano la nostra gente.

Gli "sportivi con il coltello" fanno ciò che vogliono, distruggono le città, fanno spendere milioni di euro di forza pubblica, e, soprattutto, consentono a società sportive decotte e bancarottiere, fabbriche di debiti, di non venire chiuse. Se lo stato lo facesse, scoppierebbe la rivolta.

Le caserme dei Carabinieri e della polizia assaltate lo dimostrano.



Un morto è sempre un morto. Pietà cristiana per l'anima. Nessuna per il teppista.

Del poliziotto, che dire? È un rappresentante delle Forze dell'Ordine. Non può essere gettato in pasto ai media, come qualcuno vorrebbe fare.

Io avrei sparato, per errore e per impulsività come ha fatto lui. Non per uccidere, perchè sarebbe sproporzionato e illegale,ma per inesperienza, quindi sto con lui.






 
 
 
 
 
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ITALIA A COSCE LARGHE
Domenica, 23 Settembre 2007



Dopo diversi mesi torna il Dente Avvelenato. Per motivi di opportunità non può scrivere tutto ciò che pensa, su questo sito. ABBIAMO TROPPO INTERESSI ITALIANI ALL'ESTERO e non siamo letti solo da amici.

Il Dente Avvelenato continua a pubblicare i suoi pezzi di costume su alcuni settimanali di città del nord, ottenendo un discreto successo. Questo articolo in particolare, ha ricevuto una cinquantina di messagi di approvazione.



PARMA A COSCE LARGHE
Il Dente Avvelenato


Una riflessione su uno studio pubblicato qualche settimana fa dalla Stampa sui cambiamenti demografici generati dall’immigrazione.

Aumentano fino al 17% i neonati non italiani.

Da tempo è in atto un fortissimo incremento di Phone center, moschee e convertiti alla religione islamica.

L’ immigrazione illegale è dichiaratamente senza controllo. Nessuna iniziativa per obbligare gli stranieri a studiare la cultura nazionale e locale. Centri storici con i cittadini italiani in ritirata. Popolazione locale invecchiata e assistita da donne straniere.


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Chi ha letto LA PELLE di Curzio Malaparte ricorderà il libro e il film con lo stesso nome, di Liliana Cavani, con attori famosissimi, compreso Mastroianni. L’Autore del romanzo che scelse quel nome d’arte era di Prato, di Padre tedesco e madre italiana: Kurt Erich Suckert. Ve ne parlo perché libro e film sono attualissimi, come capirete.

Durante il Fascismo, a cui aderì marciando su Roma e successivamente combattendo come ufficiale alpino, Malaparte scrisse articoli sul Corriere della sera con lo pseudonimo di Candido. Una Sua celebre frase è stata: “meglio un giorno da leone che cento da Agnelli”. Si riferiva a “quelli” di Torino, imprenditori-parassiti, già da allora.

Libro e film parlavano di una Napoli “liberata” nel 1945 dagli “alleati” e della sua umanità cialtrona, decadente e putrescente, come lo erano anche i politici-servi del tempo; le donne, con i mariti ruffiani, si erano concesse a gambe larghe agli “alleati” di ogni colore e razza, per un pezzo di pane, per un lavoro anche sordido, per un pacchetto di sigarette o un paio di calze.

Quella feccia umana rappresentata nel film e nel libro, che sono la metafora dell’Italia, si fa stuprare, sodomizzare, colonizzare, annullare, battere, stravincere, umiliare, adattandosi. Alcuni reagiscono controllando la prostituzione di madri e sorelle, gli incesti e il malaffare. Che Napoli, e che italiani, potevano nascere da quei luridi presupposti?

Gaglioffi, deboli e corrotti, come sono oggi. Gente che apre le cosce, che accoglie tutti, anche i peggiori, e si fa comandare da tutti. Gente arresa allo straniero, per intenderci. Come l'intera italia ai giorni nostri, con l’invasione “pacifica” in atto, di cui la stampa, inspiegabilmente, non evidenza i pericoli. Anche oggi sono chiamati “alleati”, anzi "regolari".

Parlo di quegli stranieri così indispensabili perchè dovrebbero fare “ i lavori che noi non vogliamo fare”, dice il tormentone.

Vengono attirati in Italia da un buonismo becero ed interessato (il business del volontariato a pagamento, che prolifica grazie a decine di finte associazioni-fotocopia e finte cooperative), per poi mandarli a dormire sotto i ponti, vendere borse griffate o droga, oppure a fare gli schiavi sotto i ponti.

Gli imprenditorucoli locali, tutto rolex e villa a Forte, li fanno lavorare per 700 euro al mese.

Sarà questo il motivo per cui non trovano italiani?

Ecco da dove nasce il falso bisogno di “operai”.

Che, alla fine, sono trattati da schiavi.

Quelli nostrani trovano concorrenti a basso costoi e gli stipendi non aumentano.

Per tranquillizzare i cittadini, viene persino sbandierata una finta integrazione, dicendo che quasi tutti i “registrati”, quelli con il "regolare permesso di soggiorno", hanno un contratto di lavoro, quindi producono contribuzioni INPS che pagano anche le pensioni degli italiani. Balle.

Andiamoli a verificare, stì contratti: ce ne sono centinaia falsi, venduti a tremila euro l’uno per far prendere il soggiorno a chi non lo può avere.

Così come ci sono migliaia di false assunzioni, simulando uscite di denaro “pulito”, che l’imprenditore si tiene in tasca, dàndo allo schiavo pochi euro di compenso..

Questo è il vero motivo dell’incremento PATOLOGICO degli stranieri , e che ci hanno fatto diventare il buco del culo europeo del lavoro nero, soprattutto in edilizia e agricoltura, e primi in per incremento di popolazione straniera.

Quindi: gli immigrati vengono in italia perché il lavoro nero abbonda più che altrove, così come scarseggiano i controlli, più che altrove.

Riepilogo i numeri, sperando di essere smentito: dicono le statistiche che 2 cittadini su dieci non sono italiani. Di questi, due sono illegali. (riassumo con le percentuali: 9% regolari, 11% irregolari. Totale 20%) Altro dato, solo apparentemente scollegato: il 36% della popolazione carceraria, dicono sempre le statistiche, è straniera. Dovrei dedurre che dei tre milioni di immigrati, almeno 1 milione è, come dire, a rischio?

Sfugge a questo conteggio la invasione rom, iniziata dopo l'ingresso nella cee, che ha ingrossato di almeno un altro milione di sbandati le periferie e le città.

Fate Voi i conti.

La popolazione, frastornata da sindaci ed assessori-glamour, tutto notti bianche e frasi alla a veltroni, è diventata stupida, vecchia e narcotizzata dai media e non appare turbata da queste cifre, complice anche chiesa e caritas, che spacciano per cristiano l'aiuto illegale a questa massa d'urto.


Un parlamento di delinquenti non approverà mai leggi contro la delinquenza o contro questo futuro serbatoio di voti. Lo dice Grillo, ma lo diciamo anche noi da anni.

Loro, gli immigrati, hanno un potere altissimo nei servizi sociali. Pensate agli ambulatori preferenziali negli ospedali dove sono curati tutti, non solo i bisognosi che hanno "cristianamente" diritto, senza ticket e senza documenti, caso unico tutto italiano.

Sono ASL-serve, con la complicità di finte coopeerative sociali, anch’esse in numero patologico , pagate un tanto ad immigrato.

Dice la stampa nazionale che molti di loro hanno alle spalle organizzazioni di riciclaggio -piccole città come Lodi, Parma, Vigevano, Modena Reggio Emilia, Treviso avevano una decina di basi- o per la lotta all’occidente e al nostro modo di vivere.

Tranquilli: non prenderanno il potere con la forza. Non ce n'è bisogno.

Glielo stiamo regalando noi, come fecero i napoletani con gli “alleati”, neri, marocchini, sudanesi e colorati, nel 1945.

Fra un paio d’anni voteranno e vinceranno. E noi, come le puttane e i papponi di cui scrive Curzio Malaparte, ce li sposeremo, ci convertiremo alla loro religione, ci venderemo sessualmente mogli, sorelle e zie, così come gli abbiamo regalato il centro storico, città, stalle, e interi settori dell’economia cittadina, anziché esigere che diventino italiani per davvero ( ah!ah!ah!ah! che ridere!! , ma c'è ancora l'italia???).

Ci offriremo, al contrario, a cosce larghe e culo alto per tenerceli buoni. Già visto. Già scritto.


 
 
 
 
 
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IL "MURATORE" RISPONDE ALLE OSSERVAZIONI DI FRAMER DI LUGLIO 2007
Sabato, 22 Settembre 2007




PARMA- Nel mese di Luglio, Framer, nella sua rubrica stimolava l'ANPDI a prendere più iniziative come quelle che alcuni Paracadutisti Calabresi e bresciani stavano prendendo per commemorare i Caduti. LEGGETE UNO DEGLI ARTICOLI NEI QUALI SI RIVOLGEVA ALLA PRESIDENZA ANPDI

Abbiamo ricevuto numerosissime lamentele che ci rimproveravano di dedicare troppo spazio alle "diatribe" dell'ANPDI, che possono svolgersi in sedi più adeguate ( rivista Folgore e sito www.assopar.it).


Una di queste, giunta in ritardo, proviene dal "Muratore", il consigliere Nazionale Mario Tedesco. La pubblichiamo in rappresentanza di tutte le altre:



LE OPINIONI DEL MURATORE"

PER RAGGUNGERE GLI OBBIETTIVI NON BISOGNA CASTRARSI MA FARE QUELLO CHE SI RITIENE PIU' OPPORTUNO



RIASSUMO GLI OBBIETTIVI DEL NOSTRO STATUTO:

L'AMORE PER LA PATRIA ( tutti hanno il senso del dovere e dell'amore per la patria)

LA GLORIFICAZIONE DEI PARACADUTISTI ( in ogni lancio che viene effettuato presso qualsiasi struttura paracadutistica, vengono glorificati e ricordati i paracadutisti caduti per la patria)

L'ESALTAZIONE DELLE GLORIE DELLA SPECIALITA' E LA CELEBRAZIONE DELLA SUA FESTA (sempre fatto con umiltà e con il cuore di paracadutisti)

IL RAFFORZAMENTO DEI VINCOLI DI FRATELLANZA E DI SOLIDARIETA' (sempre in prima linea con umiltà e con dedizione per tutti coloro che hanno bisogno, senza litigare e senza condizioni di parte)

IL MANTENIMENTO DEI NECESSARI COLLEGAMENTI CON LE FORZE ARMATE ITALIANE E CON TUTTI DICO TUTTI GLI ENTI INTERESSATI ALL'ATTIVITA' PARACADUTISTICA ( sempre in prima linea per il bene del paracadutismo sia militare che civile, cosa che tutti ci riconoscono)

L'EFFETTUAZIONE DI CORSI DI PARACADUTISMO PER LA DIFFUSIONE DEL PARACADUTISMO (bene e quello che facciamo cercando di risparmiare sui costi VEDI COSTI CARBURANTE)

L'EFFETTUAZIONE DI ESERCITAZIONI E MANIFESTAZIONI PARACADUTISTICHE PER MANTENERE IN ALLENAMENTO LA SPECIALITA' (non certo possiamo giocare a scopone, cosa in usuale per un PARACADUTISTA)

PER GLI ULTIMI DUE PUNTI VI INVITIAMO PRESSO LA NOSTRA SCUOLA PER TOCCARE CON MANO LA QUANTITA' E LA QUALITA' DI CIO' CHE FACCIAMO.

ECCO ALLA FINE LA MIA OPINIONE PERSONALE, CHE RISPONDE ANCHE A FRAMER :

BEN VENGA QUALSIASI BENEFICIO POSSA TRARNE IL PARACADUTISMO, CON RISPARMI SUI CARBURANTI E SUI MATERIALI, SIA PER LA SICUREZZA CHE PER IL BENE DEL PARACADUTISMO ITALIANO E NON PER QUELLI CHE ............GIOCANO A SCOPONE.
IL MURATORE



 
 
 
 
 
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LA COMUNITA' ECONOMICA ALLARGATA
Giovedì, 20 Settembre 2007






IMMAGINI DALLA ROMANIA



 
 
 
 
 
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QUALCHE RIFLESSIONE SULL'ORDIGNO RITROVATO IL 6 LUGLIO 2007 A LUCCA
Lunedì, 9 Luglio 2007


Il ritrovamento di un ordigno della seconda guerra a Lucca, ha dato lo spunto all'alpino paracadutista Filippo Marchini, per parlare della Folgore che da Lucca si è trasferita.


Il magg par.Biondi,esperto artificiere, in servizio al Capar, inviato dalla Prefettura per esaminare la pericolosità dell'ordigno rinvenuto venerdì scorso a Lucca




Le Terre della Linea Gotica e la nostalgia della Compagnia Genio Guastatori Paracadutisti.


Il recente ritrovamento di Mologno riporta verso considerazioni espresse più volte in sedi diverse.

Il territorio della Provincia di Lucca, con le sue peculiarità orografiche ed idrogeologiche, con i rilievi appenninici disseminati di piccole comunità a rischio isolamento in caso di calamità naturali, con le eredità del II conflitto mondiale pronte a riemergere dal terreno, sente la mancanza di un reparto che negli anni ha saputo dare e fare moltissimo per la comunità.

Senza nulla togliere alle forze in campo oggi, la presenza di un reparto scelto ed addestrato di genio guastatori paracadutisti, con uomini e mezzi disponibili in tempi brevissimi, sarebbe dovuto restare a Lucca.

Senza entrare nel merito del globale assetto della Brigata Folgore e dei reparti dell’Esercito in Toscana e nelle altre regioni, si può senza dubbio affermare che la dipartita dalla Compagnia è stata per Lucca una grave perdita, che forse si poteva evitare.

La Folgore, dimenticata nelle celebrazioni dell’anniversario dell’alluvione di Cardoso lo scorso anno, ha garantito per tanti anni un presidio di sicurezza e di soccorso per i cittadini di tutta la provincia ed anche una presenza militare di cui si sente la mancanza nei momenti formali delle Feste Nazionali.

Le formazioni miste degli ultimi anni, non ci hanno entusiasmato.
Ci mancano i ragazzi col basco amaranto.

Si dice che non è possibile tornare indietro. Ma se la nuova amministrazione comunale riflettesse sugli errori del passato, chissà..

Ci sarebbe anche un ritorno economico per la città, con la presenza di tanti uomini e famiglie nuovamente nell’arborato cerchio.
L’impossibile, per i paracadutisti, è solo questione di volontà.

Filippo Marchini
Presidente Assoarma
Lucca

 
 
 
 
 
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OBIEZIONE DI COSCIENZA: COLPO DI SPUGN A
Giovedì, 5 Luglio 2007



COLPO DI SPUGNA ALL'OBIEZIONE DI COSCIENZA




Di Paolo Comastri




E' in corso di discussione in Parlamento un provvedimento che mira a consentire a quanti hanno rifiutato di svolgere il servizio militare, di revocare la dichiarazione di obiezione di coscienza.

Una sorta di “colpo di spugna” o, se preferite di “condono” , a dir poco sconcertante per tutti quegli obbiettori di “comodo” che hanno spudoratamente mentito per evitare il servizio militare e che oggi mal sopportano le limitazioni che sono loro imposte (sostanzialmente il divieto di ottenere il porto d’armi) proprio da quella loro “scelta” .

Di ciò si sta discutendo senza alcuna pubblicità, nel segreto delle stanze parlamentari. Nessun dibattito pubblico, articolo o commento sulla singolare (sic!) iniziativa sono apparsi sugli organi di stampa.

Unica eccezione questa lettera dell’On. Carlo Giovanardi, che, giova ricordarlo, non ha mai mancato le ultime cinque Adunate Nazionali degli Alpini presenziandole dall'inizio alla fine, con tanto di sfilata a scorta del Labaro Nazionale. Una lettera questa dai toni particolarmente pacati, che riportiamo integralmente.
Difficile davvero dissentire dal pensiero dell'On.Giovanardi





Milioni di giovani in questo Paese hanno prestato Servizio militare obbligatorio ed ottocentomila non hanno accettato l’arruolamento nelle forze armate e nei corpi armati dello Stato richiamandosi alla libertà di pensiero, coscienza e religione che imponeva loro di opporsi all’uso delle armi.

Questi obiettori di coscienza, prima della sospensione della leva obbligatoria dal 1° gennaio 2005, hanno prestato servizio civile sostitutivo, ed in base alla L. 230 del 1998 non possono successivamente detenere e usare armi nonché assumere ruoli imprenditoriali o direttivi nella fabbricazione e commercializzazione di armi e non possono partecipare ai concorsi per l’arruolamento nelle forze armate e negli altri corpi armati dello Stato o per qualsiasi altro impiego che comporti l’uso delle armi.

Nel mio ruolo di ministro con delega al Servizio Civile Nazionale nella scorsa legislatura ho imparato ad apprezzare la serietà sia degli obiettori di coscienza sia quella dei giovani che hanno servito la Patria in armi, ma a queste due categorie di giovani un disegno di legge approdato lunedì nell’aula di Montecitorio si appresta ad aggiungerne una terza: quella dei furbi, che si sono dichiarati a suo tempo obiettori di coscienza solo per evitare di prestare servizio militare.

Questa proposta infatti, nata dalla pressione di alcune associazioni di ex obiettori, prevede che possa essere revocata la dichiarazione di obiezione di coscienza permettendo agli ex obiettori di andare a caccia, di fabbricare e commercializzare armi, di partecipare ai concorsi per diventate carabiniere, poliziotto, finanziere ecc.
Sono in totale e incondizionato dissenso con questo provvedimento.
Non è serio anzi è offensivo per tutti che la storia dell’obiezione di coscienza e del servizio militare obbligatorio finisca in una specie di pulcinellata generale, gettando ombre sulla genuinità e sincerità di chi in coscienza non voleva e poteva maneggiare armi, e dando credito alle malignità di chi sosteneva che si trattava soltanto di scelte di comodo magari solo per poter continuare a coltivare vicino a casa i propri interessi di lavoro o di studio.
Molti colleghi parlamentari mi eccepiscono che nella vita si può anche cambiare idea.
Ma nel caso specifico l’obiettivo di evitare il servizio miliare con la dichiarazione di obiezione è già stato raggiunto e chi non prestava il servizio militare sapeva benissimo che coerentemente ai suoi principi non avrebbe potuto poi maneggiare armi.
Come accade a decine di milioni di italiani, che pur non essendosi dichiarati a suo tempo obiettori di coscienza, svolgono attività che con le armi nulla hanno a che fare.


 
 
 
 
 
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QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL CASO VISCO-SPECIALE
Venerdì, 15 Giugno 2007


PARMA- Ci è stato segnalato un articolo "riassuntivo" del caso Visco-Speciale.

LEGGETE L'OPINIONE DI AFFARI ITALIANI

 
 
 
 
 
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L'ORRORE DEL NULLA
Sabato, 9 Giugno 2007


PARMA- Pubblichiamo un articolo di Massimo Fini apparso alcuni giorni orsono sui quotidiani nazionali.

Ve lo sottoponiamo. Chi vuole , potrà lasciare le sue OPINIONI sul forum.



L'orrore del Nulla
Sull'Aristocrazia e sulla mediocrità quotidiana




Vorrei essere un talebano, avere valori fortissimi che santificano il sacrificio della vita, propria e altrui. Vorrei essere, per lo stesso motivo, un kamikaze islamico.

Vorrei essere un afgano, un iracheno, un ceceno che si batte per la libertà del proprio Paese dall’occupante, arrogante e stupido. Avrei voluto essere un bolscevico, un fascista, un nazista che credeva in quello che faceva. O un ebreo che, nel lager, lottava con tutte le sue forze interiori per rimanere un uomo. Vorrei far parte dei “boat people” che vengono ad approdare e spesso a morire sulle nostre coste. Perché sono spinti almeno da una speranza.

Vorrei essere e vorrei essere stato tutto, tranne quello che sono e sono stato per 60 anni e passa: un uomo che ha vissuto nella democrazia italiana.

Senza la possibilità di emozioni collettive, di valori forti. Di un vero atto di coraggio, trascinando l’esistenza in mezzo alle viltà, agli opportunismi, ai trasformismi, alle meschinerie, ai cinismi, ai sofismi, in una società che ha perso ogni dignità, ogni codice di lealtà e onore, spietata e feroce senza essere virile, con gli occhi sempre pronti a riempirsi di lacrime ma che ha dimenticato la misericordia.

Si parla molto, di questi tempi, di «crisi della politica». Ma non è questo. Non è questo. È la disperazione di vivere in una società senza grandezza, dove gli obiettivi sono cambiare l’automobile, comprare l’ultimo cellulare, tenere lucida la casa, trovare la «propria regolarità» con “Activia” e dove le donne hanno perso il loro fiore più falso e più bello che un tempo si chiamava pudore.

Una mediocrità quotidiana fatta di pin, di cin, di carte di credito, di bancomat, in cui domina la figura dell’imprenditore, cioè del mercante, che in tutte le culture e in tutti in tempi, prima dell’avvento della Modernità e della Democrazia, era posto all’ultimo gradino della scala sociale, sotto quello degli schiavi, perché gli uomini, finché son rimasti tali, hanno sempre considerato il massimo del disonore scambiare per guadagno.

Il tutto scandito dal rumore di fondo, incessante, inesorabile, della tv e delle sue voci: dei Bongiorno, dei Baudo, dei Bonolis, delle Ventura, dei Chiambretti, dei Costanzo, dei Vespa, dei Santoro, dei Ferrara, dei Mentana, dei Gabibbo, dei buffoni, dei paraculi e delle troie. Una società del fracasso che non conosce più i valori del silenzio e del controllo di sé e applaude anche ai suoi morti.

Quando avverto in me e fuori di me, in un mondo ormai più virtuale che reale, questi vuoti abissali, sono colto da vertigine. E vorrei essere un talebano, un kamikaze, un afgano, un “boat people”, un affamato del Darfur, un ebreo torturato dai suoi aguzzini, un bolscevico, un fascista, un nazista. Perché più dell’orrore mi fa orrore il nulla.

Massimo Fini


 
 
 
 
 
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SOLIDARIETA' AL GENERALE SPECIALE, COMANDANTE DELLA GDF
Sabato, 2 Giugno 2007


CAPUA

Solidarietà al generale Speciale, cittadino onorario di Capua

di Nunzio De Pinto

CAPUA – Negli ultimi dieci giorni, intorno alla figura del Comandante Generale della Guardia di Finanza, Generale di Corpo d'Armata Roberto SPECIALE, si è sollevato un polverone circa le pressione che il vice Ministro Visco avrebbe fatto per fare trasferire alcuni alti ufficiali di Milano che stavano indagando sullo scandalo UNIPOL. Al Generale Speciale, cittadino onorario di Capua sin dal 2003, sincero amico della città capuana, l’allora sindaco Alessandro Pasca concesse l’alta onorificenza di “cittadino onorario”. Nella vicenda è sceso in campo anche un esponente del COCER dell’Esercito (organismo di rappresentanza della Forza Armata), Maresciallo Capo Pasquale Fico. “Al Generale Lorenzo Speciale, Comandante della Guardia di Finanza, esprimo piena sincera e leale solidarietà. La Guardia di Finanza e l’Esercito Italiano devono moltissimo al Generale Speciale, sia per aver contribuito a creare la Forza Armata Esercito più efficiente e competitiva in ambito internazionale, sia per aver conseguito con la GdF risultati brillanti nella lotta alla criminalità organizzata ed all’evasione fiscale. Al Generale Speciale và riconosciuto il carisma e l’ascendente che ha sempre avuto nei confronti dei propri dipendenti ed in particolare della Rappresentanza Militare. Al Generale Speciale” – conclude il delegato Cocer – “rinnovo la mia stima con il rammarico che altri hanno beneficiato di un autentico COMANDANTE”. Il Generale Roberto Speciale, già Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, è stato fra i protagonisti del passaggio dall'Esercito di leva a quello professionale, grazie all’esperienza acquisita nei delicati incarichi di comando e di Stato Maggiore. Il Generale Speciale è considerato il massimo esperto militare di problemi di ordinamento e di gestione delle Risorse umane dell’Esercito Italiano. Nel corso della sua lunga carriera nell’E.I. è stato molto legato alla città di Capua, di cui è cittadino onorario dal 2003. Con la concessione della cittadinanza onoraria, il Sindaco Alessandro Pasca ha voluto sottolineare il forte legame che lega l’Alto Ufficiale alla città di Capua. In più occasioni, infatti, il Generale Speciale ha mostrato il suo amore per la città, facendosi promotore del progetto “Caserma Aperta” per il comprensorio militare. Progetto che prevedeva la possibilità da parte dei capuani di utilizzare le strutture sportive e multimediali di cui dispone la Caserma “Salomone” in via Brezza. L’utilizzo dei campi di calcio, tennis e basket, oltre alle strutture avveniristiche e tecnologicamente all’avanguardia delle sale multimediali, ha creato i presupposti di una sempre maggiore integrazione fra società civile e militare.

 
 
 
 
 
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IN DIFESA DEL GENERALE LOPS, DOPO l'INCRIMINAZIONE A SEGUITO DEI FATTI DI NASSIRYA
Giovedì, 24 Maggio 2007

CASERTA

Lops, una vita spesa al servizio del Paese e dei bersaglieri

di Nunzio De Pinto

CASERTA – Chi avuto il piacere e l’onore di conoscere il Generale Lops, ed io sono tra questi pochi fortunati, conosce molto bene la sua altissima preparazione militare – che rasenta la pignoleria, tanto è preciso – e sa che non sarebbe stato così superficiale sapendo che i suoi uomini potevano correre dei rischi.

Già, perché il suo primo pensiero era sempre rivolto ai suoi uomini, alla loro sicurezza. Pretendeva il massimo da ciascuno, ma è sempre stato il primo a dare il buon esempio. Per questo motivo, sono sicuro che le accuse rivoltegli dal procuratore militare non verranno accolte.

Il Generale Lops ha speso tutta la sua vita al servizio del Paese e dell’Esercito, ma soprattutto, fra i suoi bersaglieri. Vincenzo LOPS è nato a Corato (BA) il 22 agosto 1952. Ha frequentato i Corsi regolari dell'Accademia Militare di MODENA (1971 -1973) e della Scuola di Applicazione di Torino (1973 - 1975). Successivamente ha frequentato il Corso di Stato Maggiore (1985-1986), il Corso Superiore di Stato Maggiore (1988 - 1989), oltre a vari Corsi nazionali. Ha svolto incarichi di Comando presso l’8° Reggimento Bersaglieri (1975 - 1979) e presso il 2° btg. b. "Governolo " (1979 - 1985). Ha ricoperto l'incarico di Comandante del 3° Battaglione Bersaglieri "Cernia" dal 1991 al 1993, quello di Comandante del 18° Reggimento Bersaglieri, dal 1995 al 1997, quello di Vice Comandante della Brigata Bersaglieri "Garibaldi", dal 04 settembre 2000 al 05 aprile 2001 e dal 6 aprile 2001 al 14 ottobre 2003 quello di Comandante della Brigata Bersaglieri “Garibaldi”.

Attualmente ricopre l’incarico di Comandante della Divisione “Acqui” a San Giorgio a Cremano, nell’ambito del 2° FOD. Ha prestato servizio presso lo Stato Maggiore dell'Esercito (1986 - 1988) quale addetto alla 1 ^ Sezione dell'Ufficio AA. GG., dal 1989 al 1991 quale Ufficiale Addetto della 1^ Sezione dell'Ufficio RESTAV, dal 1993 al 1995 quale Capo della II^ Sezione dell'Ufficio Addestramento e dal 1997 al 2000 quale Capo Ufficio Dottrina, Addestramento e Regolamenti.

E' stato impiegato all'estero con la forza di Pace in LIBANO (16.08.82 - 24.02.83 ),con il Contingente `KFOR" in BOSNIA-HERZEGOVINA, nell'Operazione "Alba" in ALBANIA, nell’operazione ANTICA BABILONIA in Iraq. Ha partecipato alle operazioni di soccorso alle popolazioni del Friuli colpito dal sisma del 1976 e alle operazioni di soccorso per le zone terremotate della Campania e Basilicata.
NUNZIO DE PINTO

 
 
 
 
 
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SALE l'EXPORT DI ARMI ITALIANE ,INSIEME ALLE POLEMICHE
Giovedì, 17 Maggio 2007



LUCCA -Più 61,12% rispetto al 2005 significa un risultato notevole, forse senza precedenti, per la nostra industria degli armamenti e per l’indotto che fornisce tecnologie e materiali, che spesso sono prodotti anche per il mercato civile.

La notizia non è nuova, ma diversi quotidiani l’hanno ripresa dopo le proteste di alcune associazioni pacifiste come Amnesty e dei missionari comboniani. Dopo la notizia “economica” è venuto il momento della relazione politica sul dato.

Finmeccanica traina le industrie italiane mentre il Governo, che nel suo programma si era impegnato ad un controllo più stringente sull'esportazione di armi, si trova in difficoltà.

Superano i 2,1 miliardi di euro le autorizzazioni all'esportazioni di armamenti nel 2006 con un'impennata del 61% rispetto all'anno precedente. E sfiorano il miliardo di euro anche le consegne (970,4 milioni) effettuate sempre nel 2006.

Sulle cifre non c’è unanimità. Innanzi tutto una pluralità di fonti fanno circolare sul web dati non sempre verificati, con dettagli di discutibile affidabilità in relazione al tipo di armamento.

Notata la soddisfazione di Palazzo Chigi per i successi dell’industria italiana, mentre il Ministero degli Esteri rassicura sulle esportazioni verso la Cina, un milione e 738mila euro di materiali, che sarebbero stati forniti nel rispetto delle norme ancora in vigore per l’Embargo UE verso il paese asiatico.

Nella politica mondiale, dove contano i rapporti di forza e dove la dipendenza energetica dei paesi europei non rassicura sul futuro, la tecnologia e lo sviluppo si dimostrano essenziali per mantenere in alcuni settori un vantaggio spendibile sul piano internazionale.


Si dovrebbe dunque considerare la potenzialità sul piano geopolitico che l’export del nostro know how e del prodotto nazionale è capace di generare.

Pensiamo ad esempio quanto una fornitura di sistemi d’arma implichi la necessità di un’assistenza prolungata nel tempo da parte del produttore: pezzi di ricambio, addestramento del personale, manutenzione.

Settori in cui gran parte dei paesi “clienti” non sarebbero in grado di fare da soli, eccettuata l’ipotesi di “cambiare fornitore”. Ipotesi non sempre conveniente, quando si sono investiti alcuni milioni di euro in un programma o in una fornitura.

Si ricorda la polemica scatenata alcuni anni fa per la vendita di elicotteri alla Turchia, paese accusato di non rispettare i diritti umani.

In quel caso i Turchi scelsero di servirsi, anzichè in Italia, negli USA. Adesso che l’industria italiana ha conquistato il mercato e la produzione americana nel campo degli elicotteri, come si pone la questione?

La dipendenza di paesi, spesso economicamente e militarmente considerevoli, dal nostro settore armamenti non può non essere considerata una grande opportunità di “leverage” politico.

Con i controlli e le limitazioni cui un Paese come l’Italia non può sottrarsi, pensando però anche ai lavoratori del settore, cui non si può prospettare la cassa integrazione in attesa di “riconversione”, per accontentare un disarmo “senza se e senza ma”.

Prioritaria, semmai, la predisposizione di un sistema di tutela contro il “reverse engeneering”, pratica “copiativa” assai diffusa nei paesi asiatici, prìncipi dello spionaggio industriale, cui le aziende nazionali sapranno certamente fare fronte per mantenere l’indispensabile vantaggio tecnologico.

Filippo Marchini



 
 
 
 
 
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LIBANO : LA FOLGORE RITORNA AL LAVORO
Mercoledì, 9 Maggio 2007



LUCCA- Qualche giorno fa Panorama ha dato la notizia di un’attività di spionaggio ai danni del contingente Italiano di parte di piccoli “agenti” di Hezbollah, al quale non è certo ignota la predilezione dei nostri militari per l’aiuto alle popolazioni civili.

Sul punto anche le dichiarazioni dell’onorevole Bertinotti hanno da una parte onorato e dall’altra sminuito la figura del paracadutista.

Un piccolo terremoto a sinistra mentre i “quiet professionals” della Folgore si scrollano dall’uniforme gli isotopi del politichese e ritornano al lavoro.

Dato preoccupante resta lo scopo di questa attività di informazione dell’ “ex”belligerante islamico, ossia il mantenimento dell’afflusso di rifornimenti di armi ed equipaggiamenti dai paesi amici.

Su questo ci siamo soffermati in precedenza parlando delle ipotesi sul traffico di armi per l’Irak e sul ruolo di Iran e Siria in questo ampio contesto di “pace calda” in Libano.

Il senso di vittoria di Hezbollah e il duro dibattito in seno alle FFAA ed al Parlamento Israeliano sembrano incoraggiare una spavalda politica dei muscoli che certo non rassicura gli osservatori internazionali.
Filippo Marchini


(Da: YnetNews, 6-7.05.07)-www.israele.net


“Tutte le politiche e le attività di Hezbollah sono coordinate con la dirigenza dell’Iran, compresi i lanci di missili sulla popolazione israeliana per i quali è necessaria la diretta approvazione iraniana”. Lo ha detto Naim Kassem, vice capo di Hezbollah, in un’intervista televisiva in arabo. “Anche quando si tratta di lanciare razzi sui civili israeliani – ha aggiunto – quella decisione richiede un permesso di principio da parte del al-wali al-faqih (giureconsulto in carica)”. Secondo l’Information and Terrorism Center del Centro Israeliano di Studi Speciali, che domenica ha diffuso il testo dell’intervista, giureconsulto in carica è il titolo del Supremo Ayatollah iraniano Ali Khamenei.
Nell’intervista, concessa il mese scorso ad Al-Kawthar, il canale in lingua araba della tv iraniana, Kassem dice che l’autorità di Khamenei è cruciale per tutte le operazioni di Hezbollah. “Hezbollah – ha spiegato – ha fatto e continua a fare affidamento sui pronunciamenti di (Khamenei) per la nostra posizione religiosa, che ha a che fare con le nostre attività in generale e con le attività di jihad in particolare. Il giureconsulto in carica è quello che permette e che proibisce”.
Il capo Hezbollah ha detto che Khamenei approva anche gli attacchi terroristici suicidi. “Noi chiediamo, riceviamo le risposte e poi le applichiamo. Questo vale anche per gli atti di suicidio in nome di Allah: nessuno può uccidere se stesso senza un pronunciamento giurisprudenziale (di Khamenei)”.
Durante la guerra di Israele in Libano, la scorsa estate, Hezbollah lanciò più di tremila razzi sui centri abitati dalla popolazione civile israeliana, uccidendo 43 civili e ferendone migliaia. All’epoca circolarono molte notizie, tutte smentite da Hezbollah, circa la presenza di ufficiali iraniani operativi in Libano per aiutare I terroristi jihadisti.
Le dichiarazioni di Kassem giungono nel momento in cui le fonti della difesa israeliana affermano che Hezbollah è più forte oggi di quanto fosse prima della guerra della scorsa estate. Secondo queste fonti Hezbollah, aiutato dall’Iran, sta attrezzandosi per un nuovo conflitto con Israele. In un’intervista sabato scorso alla tv al-Jazeera, lo stesso Kassem aveva detto che il suo gruppo ha ricostruito le milizie ed è di nuovo pronto a combattere. “Abbiamo nuovi piani – ha detto – E abbiamo completato il nostro lavoro si base per preparare i nostri uomini e il nostro territorio in modo da essere pronti ad affrontare Israele”.
Secondo un alto funzionario libanese, Hezbollah si sta riarmando a ritmo accelerato. “Tutto ciò che Hezbollah aveva ottenuto in sei anni, dopo il ritiro israeliano dal Libano sud, oggi è riuscito a ottenerlo in soli sei mesi”, ha detto il funzionario alla radio israeliana Galei Tzahal. E ha aggiunto: “Hezbollah ha rinnovato il suo arsenale missilistico e ha costruito nuovi bunker di cemento a nord del fiume Litani e sul confine orientale del Libano”.
La risoluzione Onu 1701, approvata alla fine dei combattimenti lo scorso agosto, prevedeva che Hezbollah cessasse completamente di riarmarsi. Prevedeva anche il rilascio incondizionato dei due soldati israeliani Eldad Regev e Ehud Goldwasser, sequestrati da Hezbollah su suolo israeliano il 12 luglio e tutt’ora ostaggi nelle mani dei terroristi jihadisti.



 
 
 
 
 
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CASE DEL DEMANIO: SCONTRO COCER-GOVERNO E MILITARI LOCATARI
Martedì, 6 Marzo 2007






Case demaniali, l’unico colpevole è il Governo

di Nunzio De Pinto


CASERTA – Nelle ultime settimane abbiano dato voce ai rappresentanti del Cocer Interforze che ponevano l’accento sulle case demaniali occupate, secondo il loro punto di vista, dai cosiddetti “sine titulo”. Ora vogliamo, invece, sottolineare il punto di vista di tutti quei militari, in servizio ed in congedo, che di due Leggi dello Stato – la nr. 537 del 93 e la successiva nr. 724 del 1994 – consentono loro di restare nelle case, anche oltre il periodo di assegnazione, il tutto con il pagamento di “equo canone” che raggiunge i livelli delle abitazioni “civili”. Sembra di assistere ad una guerra “fra poveri cristi”, ma nelle pieghe della corposa documentazione, che il coordinatore provinciale di Caserta di Casadiritto (l’associazione che tutela gli interessi di tutti quel personale militare che si trova negli alloggi demaniali che il Cocer vorrebbe per così dire “sfrattare”, Francesco Silvestri ci ha fatto recapitare si evince con chiarezza che l’unico colpevole di questa insostenibile vicenda che, ripetiamo, mettiamo l’uno contro gli altri fedeli servitori dello Stato, è, invece, proprio il Governo, quello attuale e quelli precedenti senza alcuna distinzione di colore politico. La legge nr. 724 del 1994 conferma il locatario nella conduzione dell’alloggio (anche se in regime di prorogatio) ed applica un canone pari a quello già operante ma maggiorato per reddito. Molti locatari, per mancanza di mercato d’affitti, hanno ritenuto mantenere l’alloggio accettando anche il fitto così maggiorato. La predetta legge, è qui la colpa dei Governi succedutesi sinora, prevedeva che sul ricavato dei canoni di locazione l’aliquota del 5 per cento era destinata al ripristino degli immobili non rassegnati; una ulteriore aliquota del 10 per cento era destinata alla manutenzione straordinaria, una quota del 15 per cento doveva costituire il cosiddetto “fondo casa”, mentre una aliquota del 20 per cento sarebbe dovuta servire per la realizzazione ed il reperimento da parte del Ministero della Difesa di altri alloggi. Di questa enorme cifra, che ammonta a migliaia di milioni di euro 8dal 1994 ad oggi) non sono stati ripristinati gli alloggi vuoti (che assommano a circa 4.500), non si è costituito il fondo-casa, non sono stati realizzati e7o acquistati nuovi alloggi. Che fine hanno fatto i milioni di euro che il ministero ha introitato dal 1994 ad oggi ? E’ questa la domanda che, insieme, Cocer e Casadiritto debbono chiedere al Governo di rendere conto. Se la legge dello Stato fosse stata effettivamente applicata, ora non saremmo qui a spiegare ai cittadini perché gli stessi lavoratori e leali servitori dello Stato sono “in lotta” fra loro. Non si tratta di influenzare scelte politiche da parte di uno dei due, ma semplicemente di giustizia sociale, equità ed economia verso chi, d’età avanzata (in quiescenza) percepisce pensioni mai rivalutate, appena sufficienti per vivere dignitosamente e costretti a fare a spese proprie i lavori che altrimenti dovrebbe fare lo Stato.
NUNZIO DE PINTO

 
 
 
 
 
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LA RISPOSTA ALLE BRIGATE ROSSE: I GIOVANI VOLONTARI DELL'ESERCITO
Domenica, 18 Febbraio 2007


CASERTA

A Capua la migliore risposta alle Brigate Rosse

di Nunzio De Pinto

CASERTA – L’arresto di una trentina di presunti appartenenti alle nuove leve dei brigatisti rossi, sta scuotendo tutto il Paese.

Insospettabili giovani, molto bene inseriti nel mondo del lavoro e del sindacalismo italiano, stanno facendo tornare alla mente gli anni di piombo e, più recentemente, i delitti dei brigatisti di Nadia Desdemone Lioce e compagni. Addirittura gli inquirenti hanno accertato che nelle marce di proteste, come ad esempio quelle contro la base Usa di Vicenza, c’erano anche alcuni di questi presunti brigatisti.

Tutto ciò non fa dormire sonni tranquilli a nessuno. Ma ieri, a Capua, c’è stata la migliore risposta possibile a questi rigurgiti brigatisti. Per uno strano scherzo del destino, ieri mattina(venerdì 16 febbraio per chi legge, ndr) nel piazzale d’armi della Caserma “Oreste Salomone di Via Brezza, era in programma da tempo il giuramento dei 800 volontari dell’Esercito degli Italiani.

C’era tutta “la meglio gioventù italiana”, giovani che hanno deciso di rimboccarsi le maniche e di servire si in armi il Paese, ma in pace.

Ragazzi che servono in armi il Paese ma che amano la pace, tanto da esportarla anche all’estero, nelle numerose missioni di “peacekeeping”.

Gli “altri”, quelli altrettanto giovani che sono sull’altra sponda e che credono di poter imporre il proprio punto di vista con le spranghe, con la violenza. Quelli che “odiano” la Polizia ed i Carabinieri, ed in generale chiunque vesta una divisa e che vogliono vedere morti. Questa è invece la “peggio gioventù”, quella che fanno dire ai propri genitori “non mi ero mai accorto di nulla.

Mio figlio è un pacifista”, ma, invece, tiene sotterrato a poche decine di metri da casa sua un vero e proprio arsenale. Ieri è stata la più bella cerimonia di giuramento degli ultimi anni, Vuoi per l’eccezionale parterre che ha visto la presenza delle più alte cariche dello Stato con il prefetto Elena Stasi, delle più alte gerarchie militari della Campania (non è possibile ricordare i nomi di tutti perché occorrerebbe un’intera pagina di giornale, venti sindaci con i rispettivi Gonfaloni, le autorità religiose, le associazioni combattentistiche e d’arme. Ma il più bel colpo d’occhio lo hanno dato gli oltre cinquemila familiari, amici e fidanzate dei giurandi.

Uno spettacolo nello spettacolo. E che dire delle decine e decine di bandiere italiane che sventolavano belle ed orgogliose di rappresentare tutti gli italiani, anche quelli che oggi pomeriggio saranno a Vicenza per contestare la politica estera del Governo. È stato il comandante del 17° Reggimento Addestramento Volontari “Aqui”, Colonnello Giorgio Cuzzelli che ha dato lettura della formula con la quale gli 800 volontari a ferma prefissata di un anno (VFP1) hanno prestato solenne giuramento di fedeltà alla Patria ed alle sue Istituzioni.

È stato un momento esaltante non solo per gli 800 giovani provenienti da ogni parte del Paese, ma in gran parte, come del resto avviene da sempre, dal meridione d’Italia, ma anche per tutti i presenti.

Alla presenza del Generale Antonio DE VITA, comandante del R.U.A. (Raggruppamento Unità Addestrative) e delle massime autorità civili, religiose e militari dell’intera provincia, i militari si sono ritrovati nel piazzale della caserma Salomone ed hanno gridato all’unisono, come un sol uomo, “Lo Giuro”. Toccante, come sempre, è stata l’esecuzione dell’inno nazionale, che ha visto unirsi nel cantarlo orgogliosamente sia i militari schierati sul piazzale che il pubblico sulle tribune, segno inequivocabile del grande Amore che gli italiani nutrono nei confronti del loro Paese e della vicinanza con l’Esercito degli Italiani.
Nunzio De Pinto

 
 
 
 
 
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RAPPORTO SUL TIBET OPPRESSO DAI COMUNISTI
Lunedì, 5 Febbraio 2007



Il Dalai Lama con il sten par Giulio Savina
a cura del par. Giulio Savina


TIBET- Lo scorso anno sono stato l’assistente alla regia di Claudio CARDELLI(con me nella foto) nella realizzazione di un documentario televisivo sulla Georgia Caucasica che, nei prossimi mesi, andrà in onda su RAI 3 durante la trasmissione Geo&Geo.


Claudio, accanto all’attività di giornalista e documentarista, affianca un’ intensa attività umanitaria e di sostegno alla causa tibetana. Egli cura ed organizza in Italia svariate mostre ed eventi a favore dei rifugiati tibetani e promuove, inoltre, centinaia di adozioni a distanza per i bambini tibetani profughi in India.

Claudio ha inoltre organizzato ed ha collaborato a numerose visite in Italia del Dalai Lama, capo politico e spirituale del popolo tibetano, in particolare nel ’91, ’94 e 2005” e l’ultima a Roma nell’Ottobre del 2006 in occasione della quale ho avuto l’onore di stringere la mano di sua Santità il Dalai Lama(nella foto il Dalai Lama riceve e ridona una sciarpa ad un suo concittadino) in visita ai suoi connazionali in Roma e di ricevere da lui la sciarpa tibetana.

Il nostro primo ministro Prodi non si è degnato di incontrare il Dalai Lama ed anche i suoi vice hanno fatto lo stesso. Ho capito il perché documentandomi meglio sulla storia del Tibet(ora regione autonoma della Cina Comunista) e dei suoi abitanti. I tibetani formano la maggioranza della popolazione, in buona parte nomade o seminomade, mentre i cinesi rappresentano una cospicua minoranza, in costante aumento a seguito della politica di popolamento della regione adottata dal governo cinese.

Il Tibet è per tradizione la roccaforte del lamaismo, la religione praticata dalla maggioranza della popolazione, oltre che da un considerevole numero di seguaci in Nepal e Mongolia. Il lamaismo adottò elementi della religione nativa, il Bon, una forma di sciamanesimo antecedente l’introduzione del buddhismo in Tibet, che ancora sopravvive. La cultura tradizionale tibetana ha la sua origine nel lamaismo e vanta un notevole patrimonio artistico di immagini esoteriche, “mandala” e xilografie.


Nell’XI secolo alcuni missionari indiani aprirono nuovi centri monastici e fu introdotta allora la tradizione in base alla quale un lama defunto, a capo di un monastero, veniva sostituito da un bambino o da un giovane, giudicato una sua reincarnazione. Nel 1240 un esercito mongolo attaccò numerosi monasteri e nel 1247 Kublai Khan nominò un eminente lama suo temporaneo viceré in Tibet, acquisendo così il controllo della regione.

Nel secolo XV il buddhismo tibetano, dopo un periodo di decadenza, rifiorì grazie al severo riformatore Tsong-kha-pa, che fondò la setta dei Dge-lugs-pa o Berretti Gialli (nel 1578 il terzo capo della setta ricevette il titolo di Dalai Lama da Altan Khan, il capo dei mongoli). Dal 1642 l’alleanza fra i mongoli e la setta dei Dge-lugs-pa inaugurò in Tibet il potere temporale del Dalai Lama. Quella tibetana è un’economia di sussistenza prevalentemente agricola e nell’Altopiano Settentrionale la principale occupazione è l’allevamento del bestiame.

Oltre a pecore, bovini e capre si allevano cammelli, yak, cavalli e altri animali da soma. I terreni coltivabili hanno un’estensione limitata e sono concentrati nelle valli fluviali. I principali prodotti agricoli sono orzo, frumento, grano saraceno, segale, patate, oltre a ortaggi e frutta.

Ma dal sottosuolo, ricco di risorse minerarie, si estrae carbone, oltre a oro e pietre preziose. Di queste ricchezze si accorsero i cinesi ma anche gli inglesi ed a quel punto la storia del Tibet assunse carattere internazionale. Dopo la deposizione del sesto Dalai Lama, all’inizio del XVIII secolo, sia i mongoli sia la nuova dinastia Manciù della Cina furono coinvolti nelle questioni tibetane. Nel 1792 truppe cinesi intervennero in Tibet per cacciare gli invasori gurkha provenienti dal Nepal ed appoggiati dagli Inglesi. Dopo il 1792 tutti gli stranieri, eccetto i cinesi, furono espulsi dal Tibet.

Nel 1904 il Tibet, virtualmente indipendente dall’autorità cinese, fu invaso dai britannici che temevano una possibile influenza russa nel paese e nel 1906 venne siglato un accordo bilaterale anglo-cinese in base al quale l’impero cinese veniva riconosciuto quale potere sovrano in Tibet e i britannici ritiravano le loro truppe, in cambio del pagamento di un cospicuo risarcimento. Nel 1907 i governi britannico e russo conclusero un accordo che garantiva la non interferenza negli affari tibetani.


I Manciù cinesi invasero così la regione nel 1910 ma, in seguito alla decadenza della dinastia, nel 1912 il Tibet conseguì presto l’indipendenza dalla Cina. Tutti i funzionari e le truppe cinesi furono espulsi dal paese nel 1913. Nel 1914, durante una conferenza tenutasi a Simla fra i rappresentanti dei governi britannico, cinese e tibetano, si giunse a un accordo provvisorio circa una convenzione che regolasse le relazioni reciproche e, in particolare, i confini. La convenzione prevedeva inoltre una forma di autonomia per il Tibet e la sovranità cinese nella regione chiamata Tibet Interno, contiguo alla Cina vera e propria.

Il governo cinese sconfessò in seguito la convenzione. Nel 1918 le tensioni nelle relazioni fra Tibet e Cina culminarono in un conflitto armato, risolto grazie all’intervento britannico. I successivi tentativi di conciliazione non ebbero successo e il conflitto divampò ancora una volta nel 1931. Il tredicesimo Dalai Lama continuò a governare il Tibet come uno stato indipendente, cercando il sostegno della Gran Bretagna.

Nell’ottobre del 1950, truppe della Repubblica popolare cinese invasero il Tibet che, senza alcun appoggio da Gran Bretagna e India, capitolò nel maggio del 1951 e firmò un trattato che prevedeva il mantenimento del potere del Dalai Lama per quanto riguardava gli affari interni e il controllo cinese sulla politica estera e militare della regione. Unità militari comuniste raggiunsero Lhasa in ottobre e nell’aprile del 1952 il Panchen Lama, leader spirituale lamaista sostenuto dai cinesi, tornò in Tibet. Fin dalla rioccupazione cinese sono state imposte dure restrizioni alla pratica della religione: si ritiene che siano stati distrutti tremila monasteri ed uccisi due terzi dei monaci e delle monache tibetane. Sembra che un’epurazione di elementi anticomunisti sia stata attuata, in base alle testimonianze, nei primi mesi del 1953(il film “Sette anni in Tibet” ha efficacemente narrato la storia di questo periodo sanguinoso).

L’anno seguente l’India riconobbe il Tibet quale parte della Cina e ritirò le sue guarnigioni di frontiera. Il Dalai Lama fu in seguito eletto vicepresidente del Congresso nazionale del popolo, l’assemblea legislativa cinese. Nel 1956 fonti indiane e nepalesi riferirono di sollevazioni e attività di guerriglia tibetane contro il regime cinese. Pochi mesi dopo il dittatore Mao Zedong dichiarava che il Tibet era ancora impreparato all’instaurazione di un regime comunista. Nella seconda metà del 1958 si ebbe notizia di una diffusa attività di guerriglia nel Tibet orientale, probabilmente come risposta ai tentativi di costituire delle comuni popolari simili a quelle fondate in altre parti della Cina.

La ribellione non fu domata e culminò nel marzo del 1959 in una rivolta a Lhasa. L’intervento dei cinesi pose il Panchen Lama a capo dello stato; in base alle stime furono uccisi 87.000 tibetani. Il 21 ottobre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava una risoluzione in favore del rispetto dei diritti umani in Tibet. L’invasione cinese indusse migliaia di tibetani a trovare rifugio in India, dove il Dalai Lama costituì un governo tibetano in esilio. Nel 1965 il Tibet divenne formalmente una regione autonoma della Repubblica popolare cinese e le autorità di Pechino annunciarono pesanti repressioni.

Nel corso della rivoluzione culturale, le guardie rosse maoiste intensificarono la persecuzione antireligiosa, distruggendo centinaia di monasteri e monumenti buddhisti. Alla fine degli anni Settanta la politica cinese in Tibet si fece più tollerante. Il Panchen Lama, che era stato rimosso dalla sua carica ed incarcerato nel 1964 per aver criticato il governo cinese, fu riammesso al governo nel 1978. Nel 1988 durante le negoziazioni tra autorità cinesi e rappresentanti del Dalai Lama, questi rifiutò di rinunciare all’indipendenza del Tibet e la Cina rifiutò di concedere una più ampia autonomia al Tibet. Nel 1993 si sono svolte violente dimostrazioni dei Tibetani oltre a diversi attacchi armati contro i Cinesi. Nel 1995 è emerso un nuovo conflitto circa la selezione del futuro Panchen Lama.

Il comitato tibetano dedito alla ricerca identificò 28 possibili candidati e fece pervenire l’informazione al Dalai Lama in India. Questi selezionò come prossimo Panchen Lama un bambino di sei anni di età di nome Gedhun Choekyi Nyima. Il governo cinese si irritò perché il processo di selezione era stato usurpato dal Dalai Lama, e citò il ruolo storico delle autorità cinesi nella selezione dei precedenti Panchen e Dalai Lamas.

Sicchè i Cinesi selezionarono un proprio candidato di sei anni e di nome Gyaincain Norbu e trattennero in detenzione Gedhun Choekyi Nyima e la sua famiglia rinnovando una nuova campagna di discredito nei confronti del Dalai Lama e causando così nuove proteste del movimento di indipendenza tibetano. Nel Maggio 1996 i Cinesi diedero il via ad un giro di vite nei monasteri tibetani che portarono al ferimento e alla morte di alcuni monaci ed all’imprigionamento del gruppo di ricerca del Panchen Lama.

L’occupazione cinese-comunista ancora oggi miete vittime innocenti tra i Tibetani ma anche tra i segaci della setta Falun Gong e tra i cattolici cinesi che devono vedersi imposti dal governo i propri prelati. La violazione dei diritti umani in Cina è la ragione per cui plaudo ed appoggio l’iniziativa dei gruppi della destra italiana di non comprare i prodotti cinesi. Mi auguro che questa iniziativa venga seguita da noi tutti visto che l’attuale governo Prodi intrattiene ottimi rapporti col governo cinese (come con quello russo) che rischierebbero di incrinarsi anche col solo ricevere la visita del Dalai lama.


 
 
 
 
 
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I COMPLIMENTI ALL'ANPDI DEL "MURATORE" DI PONTECAGNANO
Lunedì, 29 Gennaio 2007


BRAVO PRESIDENTE PARACADUTISTA MEARINI,

I LANCIFICI HANNO FATTO IL LORO DOVERE E HANNO PERMESSO ALL'ANPDI NEL 2006, DI RAGGIUNGERE IMPORTANTI RISULTATI:

SCUOLE ANPDI IN SICUREZZA TOTALE CON INVESTIMENTI MIRATI;

ATTIVITA' FV PARACADUTE EMISFERICO :MIGLIOR RISULTATO NUMERICO DEGLI ULTIMI ANNI;

ABILITAZIONE AI LANCI QUASI RADDOPPIATI: 1670;

LANCI TOTALI FV CON PARACADUTE EMISFERICO N° 6305;


UN BRAVO A TUTTI: ISTRUTTORI/DIRETTORI DI LANCIO/RIPIEGATORI.

UN RINGRAZIAMENTO A TUTTI VOI E BRAVO MACCHI.

BRAVO ANCHE AL PRESIDENTE PARACADUTISTA MEARINI ED AI I COMPONENTI LA GEN., BRAVO IL CONSIGLIO NAZIONALE E BRAVI I PRESIDENTI DI SEZIONE.

L'ANPDI GODE OTTIMA SALUTE.

"IL MURATORE"

 
 
 
 
 
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LA MAGGIORANZA DI GOVERNO SI RIUNISCE A CASERTA : VIA I RIFIUTI E POLIZIA NELLA STRADE
Venerdì, 12 Gennaio 2007

Il giornalista Nunzio De Pinto




SAN NICOLA LA STRADA

Lettera dei cittadini di quattro comuni all’On. Romano Prodi


di Nunzio De Pinto

SAN NICOLA LA STRADA – “Grazie On. Prodi”, è questo il grido di ringraziamento che sale forte al cielo da parte degli abitanti di San Nicola La Strada, San Marco Evangelista, Maddaloni e Marcianise.

“Grazie On. Prodi per aver scelto Caserta quale sede della due giorni di convention della sua squadra, ma noi non la ringraziamo perché, come hanno scritto i giornali ed hanno esternato i suoi Ministri, sottosegretari e portaborse vari, perché a Caserta si decideranno le sorti dei Pacs, delle pensioni, del trattamento di fine rapporto, dell’ambiente (in senso lato), della sicurezza, degli immigrati, del ristoro agli industriali del Nord del danaro che invece servirebbe a noi “terroni” meridionali, perché ha eliminato ben 18.000 mila posti nelle tre FF.AA. (si tratta dei cosiddetti V.F.P. 1, che costavano 850 euro al mese per dodici mesi, vede che bel risparmio, chissà perché non ha risparmiato anche sui giovani del servizio civile, si trattava di altri 430 euro al mese in meno).

Non la ringraziamo nemmeno perché grazie a Lei la Finanziaria del 2007 sarà solo lacrime e sangue e nemmeno per le oltre 52 nuove tasse che ha voluto regalarci (tipo aumento della tassa automobilistica, o degli estimi catastali oppure dell’aumento dell’addizionale IRPEF).


No, noi cittadini di San Nicola La Strada, San Marco Evangelista, Maddaloni e Marcianise la vogliamo ringraziare di vero cuore perché grazie alla Sua venuta è stato possibile sversate la bellezza di ben 400 tonnellate in più di spazzatura, perché grazie alla Suo arrivo abbiamo visto le strade pulite come non accadeva dall’anno scorso, perché il violone è finalmente pulito, perché abbiamo visto pattuglie delle Forze dell’Ordine in abbondanza, perché abbiamo potuto avere 48 ore di libertà, libertà dalla “monnezza”, libertà di passeggiare tranquillamente.

Peccato che da domani tutto ritornerà allo stato ante quo. I cumuli di spazzatura incominceranno a crescere a dismisura, la microcriminalità tornerà al lavoro, dopo essersi presi una pausa di riposo giusto il tempo necessario perché Lei tornasse a Roma. On. Prodi, i cittadini di San Nicola La Strada, San Marco Evangelista, Maddaloni e Marcianise, vogliono farLe una proposta: perché non trasferisce per sempre il Parlamento e la sede del Governo a Caserta ? Comunque, vada è stato bello, anche se come tutte le cose belle, finiscono presto. Cordiali saluti, i cittadini di San Nicola La Strada, San Marco Evangelista, Maddaloni e Marcianise”.
NUNZIO DE PINTO


 
 
 
 
 
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IL NATALE DI CHI INDOSSA UNA DIVISA
Venerdì, 29 Dicembre 2006


a cura del
Magg. Stefano Sbaccanti
Capo Sezione Stampa
Ufficio Pubblica Informazione
Stato Maggiore Esercito



IL NATALE DI CHI INDOSSA UNA DIVISA


Viviamo oggi un momento storico in cui l’incertezza sembra essere l’elemento dominante. Il superamento del sistema bipolare Nato/Patto di Varsavia era apparso come l’inizio di un’era di grandi aperture verso la solidarietà internazionale nel senso più ampio, ma le speranze, nate negli anni dei grandi cambiamenti, stentano ancora ad affermarsi.

A tal proposito, Giancarlo Gasperini nel 1993 scriveva:
“I compiti tradizionalmente affidati agli strumenti militari si vanno adeguando alle nuove situazioni di fatto. Un tempo essi sottendevano, sostanzialmente, impegni operativi a difesa del territorio nazionale. La situazione di oggi ha invece evidenziato come la sicurezza non possa più essere confinata entro limiti geografici. Occorre essere pronti a proiettarsi anche “a lungo raggio”, ovunque si palesino i rischi, operando possibilmente nel quadro di organizzazioni internazionali permanenti o create di volta in volta per scopi ben precisi (coalition of willings), in difesa dei cosiddetti interessi vitali”.

In questo contesto cambiano le caratteristiche del militare professionista, che non è più l'uomo di guerra ma, pur rimanendo sempre combat ready, si configura come individuo capace di interpretare realtà differenti a seconda del contesto nel quale opera; in grado di decidere se e quando impiegare la forza e fino a quale livello.

Diversamente dal militare della deterrenza, pronto a colpire a distanza in base a disposizioni programmate, il professionista di oggi deve essere preparato a decidere sul campo, ad agire autonomamente non per uccidere, ma per salvare vite umane.
A differenza del militare di ieri, egli opera ora "in mezzo" e non "di fronte", "a favore" e non "contro" gli altri.

Tutto ciò implica un mutamento sostanziale del ruolo delle Forze armate, che assumono compiti più vasti e differenziati rispetto al passato, come è avvenuto, ad esempio, in occasione dei recenti interventi esterni in Iraq, Afghanistan e Libano.

In un recente messaggio ai contingenti militari all’estero, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sottolineato che l’impegno dei militari italiani nelle missioni internazionali a sostegno della pace “ci dà il senso dell’orgoglio nazionale”.

Le parole del Capo dello Stato avranno di certo scaldato il cuore dei circa 6mila uomini e donne dell’Esercito Italiano che hanno trascorso il Natale, e festeggeranno il nuovo anno, lontano dai confini nazionali.

Il loro compito non è di quelli semplici. Essi operano in un contesto di elevata conflittualità in cui all’iniziale impiego di unità con capacità combat, deve necessariamente seguire una fase di stabilizzazione e ricostruzione dell'intero tessuto sociale.

Ciò si ottiene mediante il ripristino ed il mantenimento della viabilità, il pattugliamento di importanti snodi stradali, la ricostruzione di ponti, ospedali, scuole ed altre infrastrutture di primaria necessità. Ma soprattutto, parlando alla gente con il linguaggio della solidarietà.

I tecnici definiscono questi impieghi, operazioni di stabilizzazione e ricostruzione post-conflict. A noi piace pensare che quei militari con il tricolore sul braccio si trovino in posti quali la Bosnia, Albania, Kosovo, Afghanistan, Libano, Western Sahara, Etiopia e Eritrea ed altri per ristabilire le condizioni minime di sicurezza per interagire con le popolazioni e le autorità locali al fine di creare i presupposti per il ritorno di una situazione di normalità.

Al momento, l’Esercito fornisce circa il 70% della forza dei contingenti italiani e considerando la turnazione dei reparti ogni 4 mesi, l’impegno che la Forza Armata pone a disposizione delle missioni internazionali di osservazione sotto l’egida dell’ONU o dell’Unione Europea è di circa 20mila soldati l’anno.


I principali impegni sono in Libano con 2300 militari, nell’ambito della missione Unifil 2 (United Nations Interim Forces in Lebanon) ed in Afghanistan con circa 2mila soldati, impegnati per le operazioni Isaf (International Security Assistance Force) e Prt (Provincial Reconstruction Team).

Non vanno dimenticati, infine, gli uomini e le donne che, lontano dagli onori della cronaca, svolgono quotidianamente un prezioso ed insostituibile lavoro a favore della popolazione italiana nei campi della sicurezza e salvaguardia delle libere Istituzioni, dal soccorso in occasione di pubbliche calamità, all’esecuzione di bonifiche occasionali di ordigni esplosivi e, non ultima, in favore di Trenitalia per assicurare il servizio di mobilità su rotaie.

Per il soccorso alla vita umana l’Esercito ha un’aliquota di elicotteri in costante stato di “pronto intervento” sulle rispettive basi di volo. I velivoli dell’Esercito possono essere usati per il trasporto sanitario d’urgenza, nonché di organi per trapianti, che viene chiesto dalle prefetture per casi di imminente pericolo di vita, quando siano insufficienti l’assistenza e le attrezzature mediche locali ed il trasferimento non sia effettuabile con i normali mezzi.

L’Esercito può essere chiamato ad intervenire con le Autorità di Pubblica Sicurezza in attività connesse con la salvaguardia delle libere Istituzioni, per la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, con un impiego generalmente limitato nel tempo in relazione agli obiettivi da perseguire. La decisione di ricorrere ai reparti dell’Esercito scaturisce sempre da una decisione governativa.

A partire dagli anni ’90 l’Esercito ha partecipato alle seguenti operazioni contro la criminalità organizzata e per il controllo dell’immigrazione clandestina:
Vespri Siciliani (Sicilia), Riace e Pitagora (Calabria), Partenope (Napoli), Salento (coste pugliesi), Testuggine (confine con la Slovenia).

Per il presidio dei punti sensibili, l’operazione “Domino” (diretta a vigilare strutture sul territorio nazionale considerate particolarmente a rischio come aeroporti, ferrovie, porti, sedi di Comandi militari Nato, ecc. dopo l’11 settembre 2001), nel corso del 2006 ha visto impiegati circa 2.500 militari/giorno per il presidio di 94 obiettivi sensibili in 60 province.

Negli ultimi anni l’Esercito è stato chiamato a fornire concorso alle Autorità di Pubblica Sicurezza in occasione di “grandi eventi” come nel 2001 a Genova per il vertice G8 (Operazione “Giotto”), nel 2002 in occasione del Vertice Nato – Federazione Russa (Operazione “Kremlin”) a Pratica di Mare, nell’ottobre 2003 in occasione della 6^ Conferenza Intergovernativa per la firma della Costituzione Europea, il 29 ottobre 2004 in occasione della cerimonia svoltasi nella capitale per la firma della Costituzione Europea , nell’aprile 2005 in occasione della cerimonia connessa con i funerali di Papa Giovanni Paolo II e la nomina di Papa benedetto XVI, nel febbraio 2006 in concomitanza con lo svolgimento dei Giochi Olimpici invernali “Torino 2006”.

In tali circostanze, al fine di concorrere ad assicurare adeguata cornice di sicurezza agli eventi, oltre al personale per attività di vigilanza sono stati impiegati anche particolari assetti specialistici quali nuclei per il rilevamento NBC, di intervento per la bonifica di ordigni esplosivi.

In caso di pubbliche calamità l’Esercito, avvalendosi dell’organizzazione già presente sul territorio, è in grado di garantire a seconda della situazione interventi a livello crescente di specializzazione: soccorso immediato per il salvataggio di vite umane, ricerca di superstiti, sgombero di feriti, prima assistenza delle popolazioni sinistrate con il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Esempi di interventi in caso di calamità sono l’impiego in occasione dei terremoti in Friuli nel 1976 e in Irpinia nel 1980, la frana del 1998 che ha colpito i Comuni di Sarno e Quindici in Campania.

Dal 2003 l’Esercito è intervenuto per l’emergenza eruzione vulcano “Stromboli” (gennaio 2003), emergenza maltempo in Sicilia (settembre 2003), emergenza maltempo in Sardegna (dicembre 2004), emergenza maltempo nelle province di Salerno, Potenza e regione Marche (gennaio e febbraio 2005), emergenza maltempo in Campania (marzo 2005).

Gli interventi in caso di pubbliche utilità sono relativi ad esigenze non sempre configurabili quali:
interventi sostitutivi nei servizi pubblici (nell’ambito della convenzione con Trenitalia, ad oggi l’Esercito ha fornito 255 Capi Stazione, 358 Primo/Secondo Agente, 130 operatori per la manutenzione, 222 manovratori deviatori; interventi di Ufficiali Veterinari per il servizio ai macelli comunali).

Gittamento di ponti Bailey per il miglioramento della viabilità: ad oggi su tutto il territorio nazionale sono in esercizio circa 30 strutture Bailey realizzate dai reparti del genio militare dell’Esercito gittati su richiesta delle Prefetture per esigenze di pubblica utilità e/o per calamità naturali.

Bonifica ordigni esplosivi e/o residuati bellici: fino al 30 novembre 2006 sono stati effettuati 2.450 interventi di bonifica pari a oltre 7 interventi al giorno. Co0ncorso per la campagna antincendi boschivi: nel corso delle campagne antincendio 2006, gli elicotteri dell’Esercito hanno svolto complessivamente 77,5 ore/volo con il trasporto di circa 789.500 litri d’acqua.


In conclusione, ci uniamo alle parole del Ministro della Difesa, Arturo Parisi, in visita al contingente italiano ad Herat, Afghanistan.

“Sono qua per rappresentarvi l'orgoglio del Paese per il contributo che date assieme ai Contingenti degli altri Paesi a sostegno della crescita del nuovo Afghanistan per la pace nel mondo.
Natale è un giorno che da sempre dedichiamo a celebrare la speranza assieme alla vita che nasce. E da sempre amiamo ricordarlo uniti alle nostre famiglie nelle nostre case.

Oggi voi non potete raggiungere le vostre famiglie. Né le vostre famiglie possono raggiungervi come farebbe piacere a me e a tutti voi. Per questo ho sentito il bisogno di essere con voi che, tra tutti, siete i più lontani, perchè sentiate attraverso la mia presenza il segno della vicinanza dell'Italia e di tutti gli italiani, il segno della unità con la grande famiglia della Difesa e delle Forze Armate.”

In fondo, il Natale di chi indossa una divisa può essere davvero molto diverso.


 
 
 
 
 
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GLI AUGURI ED ALCUNE RIFLESSIONI DEL GENERALE MERLINO
Mercoledì, 27 Dicembre 2006


Bracciano, 23 Dicembre 2006

Caro webmaster,

carissimo Walter,

anch’io desidero, approssimandosi le festività natalizie, essere presente nella prima pagina del “nostro” sito per fare gli auguri, con rispetto, gratitudine e con affetto, a te ed a tutti i visitatori.

Mio malgrado non ho tuttavia la possibilità di comparire con spettacolari richiami fotografici a supporto e sono costretto a chiederti una eccezione: quella di pubblicare, in quella stessa prima pagina di auguri, queste mie modeste, ma spero costruttive, riflessioni che, lungi dal volere essere diversificanti rispetto al clima di serenità e di bontà, talora fasullo, che percepiamo intorno a noi in questi giorni, vogliono appunto invitare a non “ spegnere il cervello “nemmeno in questo periodo così ovattato dai buoni propositi di tutti.

Poche righe dunque che voglio dedicare alla sacralità della vita, quella che ha come riferimento la nascita del bambinello di Nazareth di duemila anni fa e la morte di Piergiorgio Welby in questi giorni appunto.

Forse i miei sentimenti risentono della mia età avanzata che, normalmente, si vuole saggia, dell’ambito familiare nel quale sono cresciuto, dei valori che mi sono stati inculcati, che conseguentemente condizionano il mio pensare, della mia passata attività professionale – quella di militare Comandante di uomini – del mio essere padre responsabile doverosamente impegnato nella formazione dei figli ma non mi sento assolutamente di condividere il comportamento di chi ha portato alla morte prematura un essere umano che tuttavia, se vogliamo credere a quanto ci è stato detto, quella morte auspicava.

Io non so di legge, non so di sottile giurisprudenza, non so di sensibilità nei confronti della sofferenza, non so del diritto altrui di decidere della volontà di altri, non so di eutanasia, non so di accanimento terapeutico, non so…………….di qualunque altro riferimento o motivazione!

Io so soltanto che la vita è sacra e che nessuno - nemmeno io per la mia stessa vita - ha il diritto di intervenire su di essa modificando il destino che Iddio ha riservato.

Comprendo, ma non giustifico, il comportamento convinto di chi con atto fortemente coraggioso perché sicuramente consapevole delle conseguenze per la sua persona, ha agevolato la fine di un uomo che nemmeno conosceva. Mi si lasci tuttavia anche il cattivo sentimento di pensare che non sia stata assente nemmeno la mania di protagonismo mediatico che oggi troppo spesso pervade ogni comportamento.

Comprendo, ma condanno, il comportamento di chi si sente impegnato per sostenere tesi che portano alla sospensione dell’accanimento terapeutico come primo passo per avallare l’eutanasia. Mi si lasci, tuttavia, il diritto che si affacci nella mia mente il sospetto che si sia utilizzata la tragica situazione di un uomo per aberranti strumentalizzazioni a fini politici.

Comprendo, e finalmente concordo, chi, politicamente impegnato, prescinde dai dictat ideologici preconcetti dei partiti di appartenenza e, guidato dai sentimenti di formazione religiosa ed anche laica, alza trasversalmente la voce per condannare l’accaduto e chiede interventi drastici della magistratura ( ho avuto il dubbio se usare la M minuscola oppure maiuscola ! ). Mi si lasci tuttavia il diritto di avanzare le mie perplessità nel momento in cui sento dichiarare che occorre colmare il vuoto legislativo su un problema di tale natura. No, cari signori, questo non è un problema legislativo, è sicuramente un problema di vita che non necessita di interventi esterni.

La sacralità della vita è un dogma! Mi si lasci essere blasfemo, dogma almeno quanto quello della verginità della Madonna. Nessuno - nemmeno io per la mia vita - ha il diritto di modificare per essa il destino che Iddio ha fissato. Su questa linea vorrei che il bambinello di Nazareth ispirasse i nostri legislatori che, sollecitati dal Presidente della Repubblica, nei prossimi mesi dibatteranno, per legiferarlo, questo problema.

Ecco carissimo Walter, i miei auguri, con rispetto, gratitudine e con affetto.

Con rispetto e gratitudine per te che hai costruito con impegnativo lavoro ed esborso finanziario un sito che ci dà la possibilità di incontrarci tra amici del paracadutismo militare e non.

Con affetto perché nel sito ci ritroviamo tra amici, spesso battaglieri ma non guasta, che condividono gli ideali ed i valori degli uomini forti e degni per comportamenti dell’appellativo di “uomo” ai quali vogliono uniformarsi ancora una volta nell’anno 2007.



PARACADUTISTICI AUGURISSIMI per tutti!



FraMer

( Francesco MERLINO )




 
 
 
 
 
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INVESTIRE NELLA SICUREZZA
Martedì, 19 Dicembre 2006




PARMA- Pubblichiamo un articolo apparso sulla rivista Fiamme D'Argento, organo ufficiale della associazione nazionale Carabinieri in congedo. Con le sue 210mila copie rappresenta un formidabile strumento di divulgazione.ù




INVESTIRE NELLA SICUREZZA

Francesco MERLINO



Quello delle risorse - dice l'Ammiraglio Di Paola - è un "problema chiave”, che non può essere risolto tirando a campare. La questione sollevata dal Capo

di Stato Maggiore della Difesa é la stessa che ormai da diverso tempo tutti i vertici militari citano: non si può pensare di tagliare i fondi a disposizione, pena la impossibilità di tenere fede a tutti gli impieghi in corso. Per fare tutto servono i soldi. La saggezza popolare dice: non si possono fare le nozze con i fichi secchi! C'é la necessità che la politica dica con chiarezza quali sono gli obiettivi delle Forze Armate e quante risorse vuole ad esse destinare. E' una questione di coerenza strutturale, dalla quale non si può prescindere. Molto importante perché sull’assolvimento dei compiti sono proprio le risorse che incidono pesantemente, in particolare,sulla sicurezza del Personale perché è proprio su questa che, volendo ridurre le spese è, più apparentemente, facile intervenire. Risponde Severino Galante, ca