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LA TERZA GUERRA MONDIALE E' INIZIATA CON LA VITTORIA JIDAHISTA
Venerdì, 29 Agosto 2014



LA TERZA GUERRA MONDIALE E' INIZIATA CON LA VITTORIA JIDAHISTA

di Andrea Carlini

PARMA- Jidahisti invincibili, Hamas vittorioso, Europa antisemita, Stati uniti confusi e pasticcioni. La terza guerra mondiale è in corso. L'islam vince. Ogni focolaio del mondo riguarda lotte tra islamici e occidente.

Roni Daniel, il maggiore analista militare, ha detto che “per due mesi una banda di terroristi ha tenuto testa al più forte esercito del medio oriente”. Israele non è mai stato in grado di fermare il lancio di missili, ha ignorato la minaccia dei tunnel e ha dovuto persino evacuare il sud del paese. La resistenza islamica palestinese, soprattutto, non ha mai alzato bandiera bianca. “La guerra doveva finire con Hamas che implorava”, ha scandito Roni Daniel. E’ così che doveva concludersi la guerra fra una banda di fanatici assetati di sangue ebraico e una grande democrazia. Con i primi con la coda fra le gambe. Questa tregua, invece, sarà il preludio a una guerra ancora più sanguinosa che Gerusalemme, prima o poi, sarà costretta a combattere. Israele non può accettare come status quo quello in cui un regime islamico alle sue porte decide di tenere in scacco il paese per cinquanta giorni.

La debolezza dell'occidente, esemplificata da quella di Israele, ha aperrto varchi in ogni confine, anche il più pacifico. Le decapitazioni di 4 Egiziani allargano il conflitto ai confini del paese più moderato di quel quadrante. In Libano i Jidahisti sono a 180 chilometri da Beirut. I nostri soldati sono pronti alla brutalità di combattenti come quelli? C'è chi chiede di impiegare armi di distruzioni di massa per fermarli.




 
 
 
 
 
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OPINIONI : I TORMENTONI CHE INGANNANO LA GENTE
Domenica, 24 Agosto 2014




La campagna anti-Sla che sta facendo il giro del mondo

UNA DOCCIA GELIDA PUÒ ESSERE «SOLIDALE»?

di Gigio Rancilio

Siamo sinceri: tirarsi addosso un secchio di acqua gelata, facendosi un «auto-gavettone», a prima vista non è propriamente un gesto epocale. E forse nemmeno tanto intelligente. Tanto più se lo fai davanti a una telecamera, pubblicando poi sui social network il video dell’«impresa». Il gioco, peraltro, non è nemmeno così nuovo. Gli adolescenti americani lo fanno da anni. Nuovo – e per certi versi rivoluzionario – è il fatto che gli «auto­gavettoni » siano diventati, nel giro di poche settimane, una catena di solidarietà di una potenza inimmaginabile. Lanciata dall’ex giocatore di baseball Pete Frates, l’Ice Bucket Challenge (letteralmente: la sfida del secchio di ghiaccio) ha già coinvolto centinaia di personaggi famosi. Dal mondo dello sport a quello dello spettacolo, su su fino ai super ricchi come Bill Gates e Mark Zuckerberg e persino al presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Il gioco – altra «rivoluzione» positiva – funziona al contrario del mortale 'Nek nomination', molto popolare sui social. Se in quest’ultimo i ragazzini devono stordirsi di alcol e poi filmare un’impresa folle e rischiosa, solo per vincere il diritto a nominare tre amici, qui il «nominato» – dopo avere fatto la doccia ghiacciata – oltre che a fare la sua nomination dona una cifra a un’associazione americana che combatte la Sla. In realtà, all’inizio, doveva donarla solo chi rifiutava di fare la doccia ghiacciata. Ma, da quando è diventata una moda tra le star, il gioco si è trasformato: i ricchi e famosi fanno sia la doccia sia la beneficenza. Oggi la farà anche il nostro premier Matteo Renzi.

Nominato dallo showman Fiorello. Che l’ha già fatta insieme a Jovanotti, Bocelli, Balotelli e altre decine di star italiane. Fin qui, c’è il gioco, la moda, il tormentone dell’estate. Ma come in tutti i giochi, anche stavolta esiste un lato maledettamente serio. Anzi, più «lati». Il primo è l’ennesima conferma della potenza del web e, dentro questo, dello strapotere americano. Senza la forza di internet, che rende tutto più veloce e più vicino, una moda del genere non sarebbe mai nata. O almeno ci avrebbe messo mesi, se non anni, a imporsi. Senza la Rete, ancora, l’Italia non avrebbe mai assorbito – fino a farla propria – quella tendenza tutta americana a considerare anche i potenti «gente comune». Da criticare e da prendere di mira nelle serie televisive, ma anche da coinvolgere in piccole, grandi iniziative. Per giocare insieme. Per costruire qualcosa insieme.

Un’altra questione, ancor più seria, che la doccia gelata porta con sé è l’idea che si possa fare del bene anche facendo leva su una cosa banale e stupida come una sfida da ragazzini. Se non ci credete, chiedetelo all’associazione americana alla quale vanno i proventi di questo «gioco». L’anno scorso ha raccolto un po’ meno di un milione e mezzo di dollari, solo quest’estate quasi 15 milioni. Il decuplo. Ci sembra di vederli tanti operatori delle tante, tantissime associazioni benefiche sparse nel mondo diventare matti per inventarsi nuovi giochi benefici altrettanto semplici e potenti. Chiunque faccia del bene, di questi tempi, ha un gran bisogno di fronteggiare il calo di donazioni e l’aumento delle richieste di interventi.

Difficile dire se ce la faranno. Se qualcun altro riuscirà a breve in un’impresa simile. Perché il web è strano, perché la gente è strana: quel «gioco» che un momento prima ci coinvolgeva tanto, un minuto dopo non ci fa più così effetto. E questo è un altro, forse il più importante rischio dell’Ice Bucket Challenge: farci fermare tutti alla superficie delle cose.

Farci vedere il dito (il gioco) e non luna (la beneficenza). Perché per donare basta poco. Per essere davvero solidali occorre di più. Molto di più.

 
 
 
 
 
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BANCAROTTA DELL'ITALIA: SOLO GLI IMMIGRATI COSTANO 20 MILIARDI ALL'ANNO
Domenica, 10 Agosto 2014



il Dente Avvelenato

PARMA La fondazione Leone Moressa, centro studi sull'economia della migrazione, ha avuto il coraggio di dire la verità: la spesa per gli immigrati è 12 miliardi l'anno.
I capitoli più costosi: la sanità (3,6 miliardi),
la scuola (3,4), assegni familiari, pensioni e sostegni al redditi 1,6 miliardi, la giustizi 1,75 miliardi.

Un detenuto su tre è straniero benché gli stranieri siano il 7,5 della popolazione. E l'Osapp (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) stima che un carcerato costi quanto un deputato, ovvero 12mila euro al mese.

Il Rapporto annuale della fondazione Moressa sono riferiti al 2011: mentgre oggi abbiamo lo scafismo di stato Mare Nostrum. Nei primi sei mesi del 2014, secondo il ministero dell'Interno,la centrale islamica internazionale ( così l'ha battezzata l'Atore e non la Findazione, ndr) ha sbarcato 72mila persone. Mentre scrivo potrebbero essere 95mila. In tutto il 2011, quando fu registrato il picco di sbarchi per l'emergenza in Nordafrica, furono 63mila.

Un immigrato che accetti di essere registrato nei centri di accoglienza costa alla collettività 2.400 euro, il doppio dello stipendio di un agente addetto ai controlli: acquisisce il diritto ad na «diaria» di 30 euro al giorno per le spese personali: 900 euro esentasse, più di molte pensioni e casse integrazioni. Altri 30 euro al giorno vanno come rimborso a chi li ospita (bed&breakfast, case private, ostelli).

Non può mancare un'assicurazione mensile di 600 euro e si arriva a 2.400 euro mensili spesi dallo Stato per ogni straniero sbarcato e assistito. Secondo l'Istat, il reddito medio di una famiglia meridionale di 5 persone è di 2mila euro. Il tutto va moltiplicato per sei mesi, cioè il periodo massimo di permanenza nei Cie per l'identificazione. E moltiplicato ancora per il numero di illegali che arriveranno.

Per rimpatriare ogni clandestino lo Stato spende 25mila euro.

Dal 2010 sono stati rimandati a casa 41mila extracomunitari,con n costo complessivo di circa 1 miliardo. Le fonti di spesa vanno dall'acquisto di tecnologie per l'identificazione ai voli aerei, dal personale di scorta all'assistenza. Tra il 2005 e il 2012 sono stati spesi 1,7 miliardi di risorse italiane e comunitarie per il programma di contrasto all'immigrazione irregolare. Il contributo dell'Ue è irrisorio: 300 milioni contro il miliardo e 400 milioni stanziato dallo Stato per il controllo delle frontiere.

L'operazione Mare Nostrum, cioè il traghettamento dei naufraghi che ha sostituito la politica dei respingimenti applicata da nazioni come Spagna, Malta e Grecia, è n moltiplicatore di problemi.

Un'inchiesta dell' Espresso stima in 600 milioni di euro le spese finora sostenute per lo scafismo buonista con tanto di foto del comandante da gierra cil bambino in braccio che lo fa sentire tanto tile.
Se gli sbarchi continueranno ai ritmi di questi primi sei mesi del 2014, il costo complessivo sfonderà il miliardo di euro: una somma insostenibile per gli italiani. La Marina militare stanzia ogni mese 9,3 milioni per il carburante delle navi e le indennità degli equipaggi. Ma il Pdm (Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia) stima una spesa molto maggiore: tra stipendi del personale, manutenzione e valore dei mezzi schierati, Mare Nostrum è costato finora 172 milioni che a fine anno sfioreranno i 240.

Ma l'emergenza significa anche strutture di accoglienza da allestire e appaltati in fretta e senza controlli antimafia, dormitori da recuperare in qualche modo, controlli sul mercato impazzito dei posti letto. L'ospitalità a spese dello Stato, spesso effettuata con pochi scrupoli, è un ottimo business in questo periodo di crisi del turismo.

 
 
 
 
 
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CRISTIANI PERSEGUITATI IN ORIENTE
Martedì, 29 Luglio 2014



di Franco Cardini - Europa

Cristiani d’Oriente, le colpe dell’Occidente

Nel Vicino e Medio Oriente comunità antichissime sono costrette a lasciare le proprie terre perché viste come nemiche e caricate di colpe non loro

Ci sono un dramma antico e una tragedia attuale nella storia dei “cristiani d’Oriente”: e più precisamente forse delle “Chiese cristiane arabe”, dal momento che nel mondo genericamente definibile come “orientale” (un aggettivo che copre in realtà una serie di oggetti molto diversi fra loro) noi siamo usi a comprendere non solo i fedeli locali asiatici e nordafricani della Chiesa cattolica e di quelle riformate, quanto più specificamente quelli di Chiese detentrici di una loro lunga tradizione.

E qui c’imbattiamo in comunità cristiane molto antiche, appartenenti a etnie che addirittura hanno abbracciato il cristianesimo prima dell’impero latino o che comunque sono state riconosciute dai potentati dei loro paesi in tempi precedenti rispetto alla cristianizzazione formale dell’impero romano, verificatasi alla fine del IV secolo.

Alludiamo qui alla Chiesa armena e a quella copta d’Etiopia e di Nubia, peraltro collegata a quella copta ma araba d’Egitto, e alla Chiesa nestoriana persiana diffusasi in Siria, Iraq e Kurdistan a occidente, in India e in Cina a oriente.

Un altro caso ancora sarebbe quello delle Chiese etniche dell’arco caucasico – la georgiana, l’osseta, l’“albana” azerbagiana –, a lungo contese tra disciplina greca e autocefalia locale.

Chiese cristiane arabe
Limitiamoci qui però ad alcune considerazioni riguardanti le Chiese cristiane etnicamente, linguisticamente, culturalmente e liturgicamente parlando “arabe” o appartenenti ad etnie a quella araba molto vicine (come l’aramaico-siriaca e la caldea) e oggi si può dire ad essa ormai assimilate.

Le genti arabe, riunite in tribù nomadi disseminate tra la “Fertile Mezzaluna” (vale a dire l’arco fertile delle rive dei fiumi Eufrate e Oronte, a nord del deserto detto appunto “arabico”, e quel deserto stesso), erano a lungo vissute ai margini degli imperi romano e persiano senza mai lasciarsi davvero inquadrare in alcuno di essi e dando talora luogo a “regni” che avevano come capitali città carovaniere (come Palmyra in Siria, o Petra capitale dei nabatei, nell’attuale Giordania, o Sanaa capitale dei sabei nell’antica Arabia felix, lo Yemen odierno).

Il cristianesimo dovette diffondersi abbastanza presto tra gli arabi, e fino a tempi recenti alcune tribù nomadi tra Giordania e Arabia saudita hanno mantenuto un loro “coroepiscopo”, vescovo appunto di una diocesi “nomade” che coincideva con l’area interessata dalla loro transumanza.

Il Concilio di Calcedonia
Una prima distinzione importante, tra le Chiese arabe come tra quelle orientali in genere, si stabilì con il Concilio di Calcedonia del 451, allorché da un lato si condannò l’eresia monofisita (il che allontanò dalla Chiesa protetta dall’impero i “copti” egizi, nubiani, etiopi nonché i “giacobiti” siriani e i monofisiti armeni), dall’altro si sancì la superiorità del patriarcato di Costantinopoli su quelli antiocheno e alessandrino, che nel precedente Concilio di Nicea del 325 si erano vista riconoscere pari dignità rispetto a quello.

Da allora, i fedeli siro-caldeo-arabi chiamarono “melkiti” (dal termine malik, che nelle loro lingue affini significa, con qualche variante, “re”: e allude evidentemente al balileus, all’imperatore regnante in Costantinopoli) gli appartenenti alle comunità ecclesiali che si erano dichiarate fedeli al dettato conciliare calcedoniense e che per questo si distinguevano tanto dalle comunità cristiane che erano rimaste invece fedeli alla dottrina nestoriano-eutichiana già condannata nel precedente concilio di Efeso del 431 (e che dal canto loro, in area persiana, erano ben liete di essere suddite del Gran Re sasanide) quanto da quelle monofisite.

Ma nel corso del VII secolo tutto il mondo arabo fu sommerso dall’ondata musulmana e, in massima parte, convertito all’Islam. Il nuovo potere non mostrò particolare preferenza per le diverse confessioni cristiane presenti nella sua compagine, salvo trattare occasionalmente i cristiani “melkiti” con maggior severità nella misura nella quale essi sembravano guardare ancora come al loro centro al patriarcato costantinopolitano, quindi all’impero romano d’Oriente al quale l’Islam aveva peraltro strappato Egitto, Siria, Armenia e parte dell’Anatolia.

Il potere islamico
Ma in linea generale i cristiani soggetti al potere islamico erano considerati come gli ebrei e gli zoroastriani ahl al Kitab (“popoli del Libro”, depositari di una Scrittura d’origine profetica) e quindi dhimmi, “sottomessi-protetti”, autorizzati a convivere in pace con i musulmani pur dovendo pagare certe tasse ed essendo soggetti ad alcune restrizioni.

I due califfi musulmani che allora si dividevano l’obbedienza dei fedeli, il sunnita abbaside di Baghdad e lo sciita fatimide del Cairo, si disinteressarono della faccenda anche allorché, con lo “scisma d’Oriente” del 1054, i cristiani “calcedoniani” si divisero in fedeli alla Chiesa romana – che, autodenominatisi “cattolici”, mantennero nel mondo arabo la denominazione di “melkiti” pur conservando tanto la liturgia greca diffusa in tutto l’Oriente quanto gli usi disciplinari greci ad esempio il matrimonio nel basso clero “secolare” – mentre da allora in poi le comunità rimaste fedeli al patriarcato di Costantinopoli furono dette “ortodosse”: entrambi, peraltro, mantennero il greco come loro lingua liturgica, alla quale accostarono anche l’altro. L’odierna Gaza, ad esempio, dispone di un vescovo arabo “ortodosso”, è quindi sede di diocesi, mentre i “melkiti” (vale a dire gli arabi cattolici di rito greco) hanno solo una parrocchia in quanto al sede vescovile è vacante dal 1964.

Vivere in terra musulmana
I cristiani d’Oriente viventi in terra musulmana, per quanto formalmente protetti dal diritto coranico che ne sancisce però al tempo stesso l’inferiorità giuridica, hanno vissuto – come accadde nella penisola iberica fra VIII e XV secolo – in modo di solito tranquillo, esercitando prevalentemente i mestieri del mercante, dell’artigiano, del contadino e negli ultimi secoli anche qualche professione “liberale” (molti erano medici: per quanto in quello specifico ramo i più esperti e reputati fossero senza dubbio gli ebrei).

Ciò non toglie che, per ricorrenti periodi, essi siano stati vittime occasionali di sommosse o pogrom: come nell’Egitto dell’inizio dell’XI secolo, quando furono perseguitati dal califfo al-Hakim (il fondatore della setta drusa) che distrusse anche la chiesa della Resurrezione a Gerusalemme), nella Spagna dei secoli XI e XII secolo sotto le dinastie rigoriste degli almoravidi prima, degli almohadi poi, o ancora in Libano e in Siria durante il secolo XIX secolo, nonostante la protezione loro accordata dai sultani ottomani. La loro condizione fu comunque senza dubbio migliore di quanto non fosse ad esempio quella degli ebrei nell’Europa medievale e moderna, fino al Sette-Ottocento, per non parlare della Russia zarista.

L’antica Ninive
Mosul, sull’alto Tigri, si trova a poca distanza dall’insediamento dell’antica Ninive, la splendida capitale dell’antico impero assiro, ed è insieme con Aleppo una delle due principali metropoli di quell’area che, corrispondendo appunto all’Assiria storica (dal nome della quale proviene quello moderno di “Siria”), fu organizzata dai califfi abbasidi come governatorato a capo del quale fu posto un funzionario turco (atabeg, cioè “padre dei beg”) a sua volta nel XII secolo fondatore di una dinastia, gli “zenqidi”, che ebbero al loro servizio un geniale ufficiale turco, Yusuf ibn-Ayyub, che noi conosciamo come “il Saladino” e che nella seconda metà del secolo avrebbe unificato Siria ed Egitto e cacciato i crociati da Gerusalemme.

I musulmani dell’area di Mosul erano e sono restati tradizionalmente sunniti, ma non tutti sono arabi: la città è difatti anche centro di un grande insediamento curdo e avrebbe dovuto far parte di un “Kurdistan” che peraltro alla fine della prima guerra mondiale non fu mai fondato in quanto gli inglesi, che sulla base di un accordo franco-britannico del ’16 occupavano quell’area, lo eressero con il nome di Iraq in regno assegnandolo a Feisal, uno dei figli dello “sceriffo” hashemita Hussein della Mecca, loro alleato.

Mosul, artificialmente staccata dal suo contesto siriaco, fu negata anche ai curdi, per i quali il sultanato ottomano aveva previsto un particolare vilayat (“governatorato”) ma che invece furono distribuiti arbitrariamente tra Siria, Turchia, Iraq e Iran. Quanto a Mosul, essa interessava in particolar modo agli inglesi in quanto capitale, con la vicina Kirkuk, di un importante distretto petrolifero.

La pesante e spregiudicata politica britannica cominciò a diffondere tra le popolazioni arabe un pregiudizio nuovo, per esse prima sconosciuto: l’astio per gli occidentali. E, dal momento che era (e resta) comune la confusione tra Occidente e Cristianità, l’odio antioccidentale si andò traducendo da allora anche in odio indiscriminatamente anticristiano.

Il regime di Saddam Hussein
Il regime “baathista” iracheno imposto da Saddam Hussein ispirato al “socialismo arabo” e quindi, come noi usiamo impropriamente dire, “laico”, aveva tenuto a bada l’anticristianesimo dei gruppi musulmani radicali: per l’ideologia nazionalista del “Baath”, contava anzitutto l’essere cittadini iracheni al di là di religioni e di confessioni.

Ma il rovesciamento di quel regime, nel 2003, ha ricondotto con violenza in primo piano tanto la rivalità arabo-curda, quanto quella sunnito-sciita all’interno dell’Islam e, infine, quella anticristiana dei gruppi che adesso si richiamano al radicalismo sunnita nell’àmbito della guerra civile che oppone il governo di Nuri al Maliki (gestito – con paradossale esito dell’aggressione e dell’occupazione statunitense – da sciiti che guardano con simpatia all’Iran e alla Russia, pur restando collegati alla tutela statunitense e sostenuti dai “consiglieri militari” inviati da Obama) ai ribelli sunniti – tanto jihadisti quanto saddamisti (un’alleanza a sua volta paradossale) – che tra Iraq settentrionale e orientale hanno proclamato lo “stato islamico” ed eletto califfo il loro leader al Baghdadi, sia della situazione determinatasi in alcuni paesi africani. Vediamo un po’ più da vicino questi due casi.

La restaurazione del califfato
La notizia della “restaurazione del califfato” (o meglio, dell’instaurazione di un nuovo califfo) da parte dei cosiddetti mujahidin – vale a dire “impegnati in uno sforzo gradito a Dio” – dell’area di confine fra Turchia, Siria e Iraq, è stata diffusa alla fine del giugno 2014.

I “jihadisti” che hanno la loro roccaforte nelle province sunnite dell’Iraq settentrionale (a diretto contatto con i curdi, sunniti anch’essi, ma non arabi) vi hanno fondato una Dawla Islamiya fi Iraq wa Shark, espressione grosso modo traducibile in inglese come Islamic State of Iraq and Levant e da allora conosciuto dai media occidentali con le incerte sigle di Isil o Isis (a seconda che vi si privilegi al parola inglese Levant o quella araba Shark).

Il “Levante” iracheno corrisponde, piuttosto, all’area nordorientale, con i centri di Mosul (occupata nei primi di giugno dai jihadisti), Erbil (in mano alle forze governative del governo di Bagdad) e Kirkuk (difesa dalle milizie curde peshmerga).

Mosul e Kirkuk sono importanti centri di estrazione petrolifera. I miliziani jihadisti, che nella prima metà di giugno avevano occupato anche Tikrit e che, presa Mosul la quale non è lontana né dal confine siriano né da quello turco, minacciano anche la Siria e la Turchia, hanno quindi unilateralmente fondato una vera e propria Dawla Islamiyya (cioè un Islamic State, IS, definito tout court tale), che nelle intenzioni dovrebbe raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l’umma, la comunità musulmana nel suo complesso: in altri termini, hanno fondato un califfato.

Il nuovo califfo porta il nome del primo califfo dell’Islam, Abu Bakr, suocero del Profeta in quanto padre della di lui prediletta moglie A’isha: si tratta difatti di Abu Bakr al Baghdadi, appunto leader dell’IS.

Il nuovo volto dell’Islam
Lo speaker dell’organizzazione, Abu Muhammad al Adnani, ha sottolineato l’importanza di questo evento, che conferirebbe un volto nuovo all’Islam, e ha esortato i buoni fedeli ad accoglierlo respingendo la “democrazia” e gli altri pseudovalori che l’Occidente proclama.

Alcuni “esperti” hanno commentato che siamo dinanzi al più importante sviluppo del jihad musulmano dopo l’11 settembre del 2001 e che il nuovo califfato potrebbe addirittura travolgere gli equilibri vicino e mediorientali e rappresentare un’effettiva minaccia per la leadership di al-Qaeda. Il che appare alquanto improbabile se non surreale, dal momento che quella galassia di organizzazioni radicali che convivono sotto la denominazione, appunto, di al Qaeda, e che se ne disputano accanitamente la gestione, trova appunto nell’IS a tutt’oggi una delle sue espressioni più coerenti e meno aleatorie.

I rapporti del governo al Maliki con Usa, Russia, Siria e Iran
Dal canto suo il governo ufficiale iracheno, guidato da Nuri al Maliki e a tutt’oggi in una posizione alquanto ambigua – resta nell’orbita degli Stati Uniti che ne hanno determinato la nascita con la loro aggressione del 2003 all’Iraq di Saddam Hussein, ma è espressione delle comunità irachene sciite che in quanto tali guardano con simpatia alla Siria di Assad e all’Iran – è impegnato in una controffensiva tesa a recuperare i territori che gli uomini dell’IS gli hanno strappato con l’offensiva del 9 giugno scorso e si sta per questo coordinando con trecento “consiglieri militari” statunitensi; intanto però ha accettato dalla Russia una fornitura di dodici cacciabombardieri Sukhoi che gli consentirebbero di contrastare concretamente i guerriglieri dell’IS, mentre l’aviazione siriana ha già avviato alcuni raid contro gli uomini del nuovo califfo e l’Iran ha provveduto o sta per provvedere il governo di al Maliki di alcuni droni.

È ovvio che lo sciita al Maliki non sia scontento di questo appoggio russo-siro-iraniano; e il quadro è chiaro e perfetto se si aggiunge che l’esercito dello IS è appoggiato da equipaggiamenti e da finanziamenti degli emirati del Golfo. La situazione, che allarma per motivi differenti i governi di Ankara, di Damasco e di Bagdad i quali d’altronde non sono affatto in buoni rapporti reciproci, è complicata dalla posizione di al Nusra, il più forte movimento jihadista siriano, che sta lottando nel suo paese contro il governo di Assad ma che ha creato faticosamente un sistema di alleanze locali che rischia di saltare a causa della strategia “globalista” del califfato iracheno il quale dal canto suo aspira a un peraltro improbabile riconoscimento più ampio.

La conquista di Mosul da parte delle milizie jihadiste dell’Iraq nordorientale ha rappresentato un evento molto grave: non solo in quanto quella città ha una determinante importanza sul piano dell’estrazione petrolifera, ma anche in quanto si tratta di un’antica, colta città di tradizione sunnita, abitata sia da arabi sia da curdi e sede di una fiorente comunità cristiana “caldea” (vale a dire cattolica, del tipo che altrove appunto si definirebbe “melkita”, ma che usa nella liturgia l’antico aramaico), che nel 2003 – all’atto cioè dell’aggressione statunitense contro l’Iraq di Saddam Hussein – contava ben 35.000 fedeli, mentre nel decennio successivo è scesa a 3.000 (diminuendo cioè di oltre il 90%).

Va detto che in Iraq, accanto alla Chiesa “caldea” che aderisce al cattolicesimo, esisteva ed esiste una Chiesa detta “assira”, di confessione monofisita.

A Mosul i cristiani hanno abbandonato le loro case
I cristiani locali hanno abbandonato tutti le loro case di Mosul, ma sono stati fatti oggetto da parte degli jihadisti di furti e di violenze e minacciati di morte in caso intendessero tornare nella loro terra, ormai dichiarata totalmente islamica.

Il 21 luglio 2014, a Bagdad, è stata celebrata una messa per chiedere a Dio di proteggere le comunità cristiane profughe e minacciate: vi hanno preso parte anche molti musulmani (sciiti in maggioranza; ma anche sunniti) che inalberavano cartelli e indossavano T-shirt recanti la scritta di solidarietà “Sono un iracheno, sono un cristiano”.

D’altronde, il fenomeno dell’esodo cristiano si sta producendo dappertutto nel Vicino e Medio Oriente.

A Gaza i cristiani palestinesi visti come traditori
A Gaza, dove esiste un’ottima scuola cristiana guidata da un sacerdote argentino, padre Jorge Fernández, i cristiani locali (tra cattolici e greco-ortodossi) erano 3000 nel 2009, ridotti nel 2014 a 1300. Hamas è ormai riuscita a fare della causa nazionale palestinese, alla quale i cristiani locali aderivano in quanto arabi ben consci della loro identità etnica, una causa musulmana: e non è quindi raro che i cristiani locali, che gli israeliani considerano pericolosi in quanto palestinesi, siano visti ormai come “traditori” e come “nemici” dai loro compatrioti musulmani.

È questo un aspetto particolarmente ingiusto e doloroso dell’intera questione riguardante i cristiani d’Oriente, ai quali troppo spesso viene fatto carico di colpe non loro, bensì originate dalle antiche e nuove violenze poste in atto dal mondo occidentale, che dal canto suo non è ormai nella sua maggioranza più, se non formalmente e “sociologicamente”, cristiano.

 
 
 
 
 
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A QUANTI DI NOI IMPORTA DEL GEOCIDIO DEI CRISTIANI NEL MONDO ARABO?
Lunedì, 28 Luglio 2014



l’editoriale odierno del Corriere della Sera, firmato da Ernesto Galli Della Loggia chiede: a quanti di noi importa il genocidio dei Cristiani? . E la risposta è scontata: «A nessuno».



PARMA- «A quanti qui in Europa e in Occidente importerà davvero qualcosa dell’ennesima uccisione di cristiani, saltati in aria ieri, a Kano, in Nigeria, per lo scoppio di una bomba in una chiesa? E del resto a quanti glien’è importato davvero qualcosa dei cristiani obbligati la settimana scorsa ad abbandonare Mosul nel giro di 24 ore, pena la vita o la conversione forzata all’Islam?».

Sono le domande con cui si apre l’editoriale odierno del Corriere della Sera, firmato da Ernesto Galli Della Loggia. E la risposta è scontata: «A nessuno».

NESSUNO. A nessuno – e lo scrive il Corriere, non Tempi – interessano «i cristiani fuggiti a centinaia di migliaia in tutti questi anni dall’Iraq, dalla Siria, da tutto il mondo arabo». Non se ne occupa l’Onu, non se ne occupa l’Europa, non se ne occupa nessuno in Occidente. «A decine e decine i cristiani vengono bruciati vivi o ammazzati nelle chiese dell’India, del Pakistan, dell’Egitto, della Nigeria. E sempre nel silenzio o comunque nell’inazione generali».

COSE DA PRIMITIVI. Galli Della Loggia prova a ipotizzare anche i «principali motivi di questa vasta indifferenza». E per quanto «ovvi», sono motivi che non dovrebbero lasciare tranquillo nessuno. «Il primo è che sempre di più stentiamo a sentirci, e ancor di più a dirci, cristiani», spiega l’editorialista del Corriere. Che però non vuole farne appena una questione di fede, perché si tratta di un deficit culturale e ideale che riguarda soprattutto la parte cosiddetta “laica” della nostra civiltà: «L’atmosfera culturale dominante nelle società occidentali giudica come qualcosa di primitivo, al massimo un “placebo” per spiriti deboli, come qualcosa intimamente predisposto all’intolleranza e alla violenza, la religione in genere. In special modo le religioni monoteistiche».

mosul-case-cristianiLA PAURA. Ma il motivo più forte dell’indifferenza verso il massacro dei cristiani in Medio Oriente è per Galli Della Loggia la paura. «L’Europa ha paura», prosegue l’editoriale. «Ha paura dell’Islam arabo, del suo potere di ricatto economico non più legato soltanto al petrolio ma ormai anche ad una straordinaria liquidità finanziaria». Ma non solo: «Ha paura del terrorismo spietato, delle tante guerriglie che all’Islam dicono di ispirarsi, della loro feroce barbarie, così come dei movimenti di rivolta che periodicamente agitano nel profondo le masse di quel mondo».

IMPOSSIBILE AVERE UN “NEMICO”. È una paura, quella descritta da Galli Della Loggia, che ha molto a che vedere con il tipo di mentalità che domina oggi in Occidente: «L’Islam ci fa paura – osserva l’intellettuale – anche perché la sua sola presenza (…) indirettamente ci obbliga a fare i conti con una grande mutazione in corso nella nostra cultura e dunque nella nostra civiltà: l’impossibilità psicologica di avere un “nemico”, di sostenere una situazione di conflittualità non componibile. Un’impossibilità che unita al rifiuto/rimozione della morte – morte che il tramonto della religione rende ormai impossibile accettare e dunque in qualche modo esorcizzare – sta a sua volta producendo in Occidente una gigantesca svolta storica: la virtuale impossibilità per noi di pensare e di fare la guerra (…), la guerra vera, quella in cui si muore».

L’ANTISEMITISMO. A questo punto «i cristiani delle antichissime comunità di Mosul o di Aleppo, tutti gli altri sparsi dall’Africa all’India», conclude Galli Della Loggia, avranno capito la tragica verità, «e cioè di avere ben poche speranze se sperano in un aiuto che venga da qui. Dei cristiani e della loro religione all’Europa attuale importa sempre di meno. Si può essere certi che ogni intervento a loro favore sarebbe subito giudicato inammissibile, indebitamente discriminatorio, colpevolmente lesivo di qualche diritto all’eguaglianza di tutti rispetto a tutto». Ma questa Europa secolarizzata e spiritualmente arida sbaglia se crede che le spaventose persecuzioni si consumeranno e si esauriranno in Medio Oriente, lontano da noi. Perché «non può che stabilirsi un rapporto fatalmente necessario tra l’indifferenza verso il Cristianesimo e l’antisemitismo», come la cronaca delle ultime settimane ha già di fatto confermat0. «È la medesima indifferenza per ciò che non può essere espresso dai numeri, per ciò che viene dalla profondità dei tempi e dei cuori e che si agita nel buio delle anime: osando guardare in alto, più in alto di dove arriva lo sguardo umano».

 
 
 
 
 
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LA CENTRALE ISLAMICA INTERNAZIONALE IN PIENA ATTIVITA'
Lunedì, 21 Luglio 2014


il Dente Avvelenato

PARMA- Continua inarrestabile e perfettamente organizzata, la silenziosa invasione dell'Italia per preparare anche da noi le rivolte sociali che serviranno a tentare di portare il califfato islamico all'ombra del Cupolone.

Prove generali di sommossa sono già avvenute a Castelvolturno e siamo certi che sono pronte altre cellule non più dormienti, ben finanziate e pronte a tutto anche in Italia.

Settantamila stranieri sono approdati in soli sei mesi nella nostra Patria grazie al servizio navetta della Marina Militare, che obbedisce agli ordini di politici tra i quali c'è un ministro dell'interno che surclassa la Boldrini definendo mare nostrun "un successo".

Si aggiungono -i nostri graditi ospiti non paganti- al milione di clandestini già a spasso per l'Italia (e sulle spiagge ) senza controlli e senza leggi che proteggano il cittadino italiano, cui si aggiunge talvolta la indolente negligenza di molte forze dell'ordine.

Nessuno sa e può controllarli. Tra loro ci sono delinquenti, terroristi, evasi, guerriglieri, capocellule e tanti bambini-scudo e donne incinte-scudo, per intenerire via tiggì l'italiano con sensi di colpa.
I profughi vengono smistati in tutta Italia senza documenti propri, nè controlli sulla loro provenienza e -men che meno- con accertamenti sanitari. A loro disposizione ci sono aerei, elicotteri, fregate, portaerei,ambulanze, ospedali, porti, isole, pulman,case alloggio, vecchi centri di espulsione ora diventati maxialberghi caotici, sporchi e pericolosi socialmente, ex caserme, ex seminari; che dire poi delle associazioni-cooperative no profit per dare lavoro ai disoccupati italiani? Ce ne sono centinaia che si spartiscono i 34 euro al giorno che ottengono per clandestino , per pagarsi uno stipendio da cameriere , inserviente di clandestini. Chi ha interesse a cessare questo flusso? Nessuno: "hanno àha camppà ppure loro"


I clandestini vengono successivamente spediti in tutta Italia con una effciente rete che farebbe invidia ad una agenzia di viaggi: arrivano dappertutto in Italia, con imposizione delle aliquote tramite le prefetture. Nemmeno la centrale islamica internazionale che li manda in Italia poteva fare di meglio: arrivano capillarmente in ogni cittadina, dove trovano a volte anche la moschea per pregare, allestita sottraendo spazio a qualche locale comunale. Lì cresceranno, figlieranno e iniziaranno a fare adepti.

Come nel periodo dei soggiorni obbligati, quando alcuni capoclan venivano spediti in ridenti cittadine anche turistiche -Salsomaggiore è una di queste- , l'Italia si trasformerà; come avvenne con i boss cutresi e siciliani che trasformarono alcune città in enclavi di delinquenza , malaffare e speculazione, anche gli islamici smistati così efficientemente in ogni comune "lavoreranno" silenziosamente.

Non hanno fretta.In ogni parte del mondo hanno dimostrato di essere capaci di rovesciare ogni regola sociale, dapprima con la accondiscendente sottomissione, recitando la parte dei profughi, poi con la crescita demografica e le richieste di visibilità e diritti religiosi, poi con azioni violente. Basta guiardare cosa è avvenuto e sta avvenendo nel mondo.

In venti anni sono decuplicati anche in Italia, grazie anche a regole religiose che impongono di figliare ogni anno. Nel 2034 un milione di italiani sarà sceso a ottocentomila unità, mentre un milione di islamici avrà superato la soglia dei dieci milioni.

Hanno vinto. Facciamo adesso quello che stano facendo i cristiani in Iraq: scappiamo, prima che chiedano di stampigliare una croce sulle nostre case: diranno che lo fanno per sapere dove abitano i buoni da ringraziare.

Noi assistiamo impotenti. Anzi: questo articolo potrebbe procurarmi seri guai, per avere espresso una opinione-.







 
 
 
 
 
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Tribunali pensati per rapinare gli Stati : poche multinazionali comandano il mondo
Martedì, 15 Luglio 2014


Multinazionali che trascinano in giudizio gli Stati per imporre la propria legge e far valere i propri «diritti», non è una supposizione: si contano già 500 casi nel mondo.



di BENOÎT BRÉVILLE e MARTINE BULARD


Sono bastati 31 euro per far partire lancia in resta il gruppo Veolia contro una delle poche vittorie riportate dagli egiziani nella «primavera» del 2011: l’aumento del salario minimo da 400 a 700 lire al mese (da 41 a 72 euro). Una somma giudicata inaccettabile dalla multinazionale, che ha fatto causa all’Egitto, il 25 giugno 2012, davanti al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (Cirdi), della Banca mondiale. Qual è stata la ragione invocata? La «nuova legge sul lavoro» contravverrebbe agli impegni presi nel quadro del partenariato pubblico-privato firmato con la città di Alessandria per lo smaltimento dei rifiuti (1). Il Partenariato transatlantico su commercio e investimenti (Ttip) che si sta negoziando potrebbe comprendere un dispositivo per permettere alle imprese di citare in giudizio dei paesi – in ogni caso, è quanto auspicano gli Stati uniti e le organizzazioni padronali. Tutti i governi firmatari potrebbero dunque trovarsi esposti alle disavventure egiziane. Il lucroso filone della risoluzione delle controversie fra investitori e Stati (Rdie) ha già assicurato la fortuna di diverse società private. Per esempio, nel 2004 il gruppo statunitense Cargill ha fatto pagare 90,7 milioni di dollari (66 milioni di euro) al Messico, riconosciuto colpevole di aver introdotto una tassa sulle bibite gassate. Nel 2010, la Tampa Electric ha ottenuto 25 milioni di dollari dal Guatemala sulla base di una legge che pone un tetto alle tariffe elettriche. Più di recente, nel 2012, lo Sri Lanka è stato condannato a versare 60 milioni di dollari alla Deutsche Bank, per via della modifica di un contratto petrolifero (2). La causa intentata da Veolia, ancora in corso, è stata avviata in nome del trattato sugli investimenti concluso fra la Francia e l’Egitto. Esistono a livello mondiale oltre 3.000 trattati di questo tipo, firmati fra due paesi o compresi negli accordi di libero scambio. Proteggono le società straniere contro ogni decisione pubblica (una legge, un regolamento, una norma) suscettibile di nuocere ai loro investimenti. Gli strumenti e i tribunali nazionali e locali non hanno più diritto di cittadinanza, il potere è trasferito a una corte sovranazionale che trae il proprio potere...dalla perdita di potere degli Stati. In nome della protezione degli investimenti, ai governi si impone di garantire tre grandi principi: l’eguaglianza di trattamento fra le società straniere e le società nazionali (rendendo impossibile, ad esempio, una preferenza per le imprese locali che difendono l’occupazione); la sicurezza degli investimenti (i poteri pubblici non possono cambiare le condizioni di sfruttamento, espropriare senza compensazione o procedere a una «espropriazione indiretta»); la libertà per l’impresa di trasferire il proprio capitale (una società può uscire dai confini, armi e bagagli, ma uno Stato non può chiederle di andarsene!). I ricorsi delle multinazionali sono trattati da una delle istanze specializzate: il Cirdi, che arbitra la maggior parte dei casi, la Commissione delle Nazioni unite per il diritto commerciale internazionale (Cnudci), la Corte permanente dell’Aya, alcune camere di commercio, ecc. Gli Stati e le imprese in genere non possono fare appello contro le decisioni prese da queste istanze: a differenza di una corte di giustizia, una corte di arbitraggio non è tenuta a offrire questo diritto. E una schiacciante maggioranza di paesi ha scelto di non inserire negli accordi la possibilità di far appello. Se il trattato transatlantico comprende un dispositivo di Rdie, in ogni caso questi tribunali non rimarranno disoccupati. Ci sono 24.000 filiali di società europee negli Stati uniti e 50.800 succursali statunitensi nel Vecchio continente; ciascuna avrebbe la possibilità di attaccare le misure giudicate pregiudizievoli per i propri interessi. Il paese della cuccagna per gli avvocati d’affari Da 60 anni le società private possono attaccare gli Stati. Ma questa possibilità è stata a lungo poco utilizzata. Sui circa 550 contenziosi di questo genere repertoriati nel mondo dagli anni ’50, l’80% si è verificato fra il 2003 e il 2012 (3). La tipologia abituale (il 57% dei casi) prevede imprese del Nord – i tre quarti dei reclami trattati dal Cirdi vengono da Stati uniti e Unione europea – contro paesi del Sud. Particolarmente presi di mira i governi che vogliono rompere con l’ortodossia economica, come Argentina e Venezuela (si veda la mappa). Le misure prese da Buenos Aires per far fronte alla crisi del 2001 (controllo dei prezzi, limiti all’uscita di capitali...) sono state sistematicamente denunciate davanti ai tribunali di arbitrato. Eppure, i presidenti Eduardo Duhalde e poi Néstor Kirchner, arrivati al potre dopo sommosse violente, non avevano alcuna mira rivoluzionaria; cercavano semplicemente di affrontare l’urgenza. Ma la multinazionale tedesca Siemens, sospettata di aver foraggiato politici poco scrupolosi, si è rivalsa sul nuovo governo – chiedendogli 200 milioni di dollari – quando quest’ultimo le ha contestato contratti conclusi con il governo precedente. Allo stesso modo, la Saur, filiale di Bouygues, ha protestato contro il blocco dei prezzi del servizio idrico sostenendo che questo «nuoce[va] al valore dell’investimento». Contro Buenos Aires, negli anni seguiti alla crisi finanziaria (1998-2002) sono stati presentati 40 ricorsi, una decina dei quali ha portato alla vittorie delle imprese, per un ammontare totale di 430 milioni di dollari. E la fonte non è prosciugata: nel febbraio 2011, l’Argentina affrontava ancora 22 cause, 15 delle quali legate alla crisi (4). Da tre anni, l’Egitto si trova sotto tiro da parte degli investitori. Secondo una rivista specializzata (5), nel 2013 il paese è anche diventato primo destinatario dei ricorsi delle multinazionali. In segno di protesta contro questo sistema, alcuni paesi, come Venezuela, Ecuador e Bolivia, hanno annullato I loro trattati. Il Sudafrica sta pensando di seguire l’esempio, scottata senza dubbio dal lungo processo che l’ha opposta alla compagnia italiana Piero Foresti, Laura De Carli e altri a proposito del Black Economic Empowerment Act. Questa legge, che accordava ai neri un accesso preferenziale alla proprietà delle miniere e delle terre, era ritenuta dal gruppo di italiani contraria all’«uguaglianza di trattamento fra imprese straniere e imprese nazionali (6) ». Strana «uguaglianza di trattamento» questa, rivendicata da proprietari d’impresa italiani mentre i neri sudafricani, che rappresentano l’80% della popolazione, non posseggono che il 18% delle terre e vivono per il 45% sotto la soglia di povertà. Così va il mondo degli investimenti e le sue leggi. Il processo non è arrivato alla conclusione: nel 2010, Pretoria ha accettato di aprire delle concessioni a imprenditori esteri. Il gioco sembra prevedere sempre gli stessi vincitori e gli stessi perdenti: le multinazionali o ricevono lucrose compensazioni, oppure costringono gli Stati a ridimensionare le loro normative nel quadro di un compromesso, per evitare il processo. Anche la Germania ne ha fatto amara esperienza. Nel 2009, il gruppo statale svedese Vattenfall fa causa a Berlino, chiedendo 1,4 miliardi di euro perché le nuove esigenze ambientali delle autorità di Amburgo hanno reso «antieconomico» (sic) il suo progetto di centrale a carbone. Il Cirdi accoglie l’esposto e, dopo una lunga battaglia, nel 2011 si firma un «accordo in sede giudiziaria», che produce un «ammorbidimento delle norme». Oggi, Vattenfall ricorre contro la decisione di Angela Merkel di uscire dal nucleare entro il 2022. Non è ancora fissata la cifra del risarcimento richiesto, ma Vattenfall, nel rapporto annuale del 2012, valuta in 1,18 miliardi di euro la perdita dovuta alla decisione tedesca. Può succedere, ovviamente, che le multinazionali siano sconfitte: sui 244 casi giudicati fino a fine 2012, il 42% ha visto la vittoria degli Stati, il 31% quella degli investitori e il 27% ha portato a un accordo (7). Se perdono, le multinazionali devono rinunciare ai milioni impegnati nel procedimento. Ma chi recupera il gruzzolo sono sempre i «profittatori dell’ingiustizia (8)», per riprendere il titolo di un rapporto dell’associazione Corporate Europe Observatory (Ceo). In questo sistema fatto su misura, gli arbitri dei tribunali internazionali e gli studi legali si arricchiscono, comunque vada il processo. Per ogni contenzioso, le due parti si circondano di uno stuolo di avvocati, scelti fra i gabinetti più importanti, con emolumenti oscillanti fra i 350 e 700 euro l’ora. Le questioni sono poi giudicate da tre «arbitri»: uno indicato dal governo sotto accusa, l’altro dalla multinazionale accusatrice e l’ultimo (il presidente) dalle due parti congiuntamente. Non c’è bisogno di essere qualificato, abilitato o nominato da una corte di giustizia per arbitrare questo tipo di casi. Una volta scelto, l’arbitro riceve fra i 275 e i 510 euro all’ora (a volte molto di più), per un lavoro spesso superiore a 500 ore; ce n’è di che suscitare diverse vocazioni... Gli arbitri (il 96% dei quali è maschio) provengono in genere da grandi gabinetti di avvocati europei o nordamericani, ma non lavorano per passione. Con 30 casi al suo attivo, il cileno Francisco Orrego Vicuña è fra i quindici arbitri più richiesti. Prima di lanciarsi nella giustizia commerciale, ha occupato importanti incarichi governativi durante la dittatura di Augusto Pinochet. Un altro membro della top 15, il giurista ed ex ministro canadese Marc Lalonde, è passato per i consigli di amministrazione di Citibank Canada e Air France. Il suo compatriota Yves Fortier è passato dalla presidenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu al gabinetto Ogilvy Renault, ai consigli di amministrazione di Nova Chemicals Corporation, Alcan o Rio Tinto. «Far parte del consiglio di amministrazione di una società quotata in Borsa – come mi è successo più volte – mi ha aiutato nella mia pratica di arbitrato internazionale, ha confidato in un’intervista (9).Mi ha dato una visione del mondo degli affari che non avrei avuto come semplice avvocato.» Proprio una prova di indipendenza. Una ventina di gabinetti, principalmente statunitensi, fornisce la gran parte degli avvocati e degli arbitri interpellati per la Rdie. Interessati a moltiplicare questo genere di affari, essi cercano di scovare la benché minima occasione di far causa a uno Stato. Durante la guerra civile libica, l’impresa britannica Freshfields Bruckhaus Deringer consigliò ad esempio ai suoi clienti di far causa al governo di Tripoli, con la motivazione che l’instabilità del paese provocava un’insicurezza pregiudizievole agli investimenti. Fra esperti, arbitri e avvocati, ogni contenzioso frutta in media circa 6 milioni di euro alla macchina giuridica. Impegnate in un lungo processo contro l’operatore aeroportuale tedesco Fraport, le Filippine hanno dovuto sborsare per difendersi la somma record di 58 milioni di dollari: l’equivalente del salario annuo di dodicimilacinquecento insegnanti (10). Si capisce come mai Stati dalle scarse risorse cerchino il più possibile di arrivare a compromessi, anche a costo di rinunciare agli obiettivi sociali o ambientali. Questo sistema non solo va a vantaggio dei più ricchi, ma fra giudizi e composizioni amichevoli, fa evolvere la giurisprudenza e dunque il sistema giudiziario internazionale fuori da ogni controllo democratico, in un universo retto dall’«industria dell’ingiustizia».

 
 
 
 
 
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LA CACCIA AL CRISTIANO STA PER COMINCIARE ANCHE IN EUROPA
Mercoledì, 18 Giugno 2014



PARMA- Sono assai preoccupate le nostre fonti che lavorano negli ambienti della sicurezza nazionale italiana, per la inoculazione incontrollata di immigrati sul territorio italiano, su cui è impossibile fare accertamenti.
Si pensa che ogni barcone possa trasportare almeno una decina di combattenti, addestrati in Afganistan, Pakistan, Siria o Somalia.

Il territorio italiano ospiterebbe già migliaia di cellule dormienti, secondo quanto ci hanno riferito. Si tratta di immigrati giunti in Italia anche sui barconi. Appena libere , dopo meno di sessanta giorni dalla intercettazione in mare, potrebbero entrare a far parte di gruppi "virtuali", dissimulati sul teritorio ma in grado di aggregarsi rapidamente per compiere azioni terroristiche : una modalità imprevedibile ed efficace che ha reso al quaeda invincibile in ogni paese dove sta sconfinando e che dimostra come siano in grado di colpire dove e come vogliono: le cronache che ci giungono da afganistan, nigeria, algeria, tunisia,somalia, niger,iraq, pakistan, inghilterra, svezia, parlano chiaro. E' di ieri la notizia di un ulteriore sconfinamento in Kenya, estendendo pericolosamente il raggio di azione, ormai incontrollabile.

E' di ieri pomeriggio l'ultima strage in un villaggio turistico kenyota. Eventi non più così lontani dall'italia, perchè potrebbero accadere in un qualsiasi villaggio italiano.

Il Daily Mail pubblica il racconto di una turista inglese: circa 30 miliziani sono arrivati a Mpeketoni domenica sera alle 20 su piccoli bus e hanno sparato ai non musulmani. «Sono venuti anche da noi ricorda con orrore e ci hanno chiesto in swahili se eravamo islamici. Mio marito ha risposto che siamo cristiani. Gli hanno sparato alla testa e al torace». Secondo un altro testimone oculare chiedevano agli sventurati finiti nelle loro mani di recitare la Shahada, la professione di fede musulmana. Chi esitava o taceva è stato passato per le armi. Nel mese di ottobre del 2011 il Kenya ha lanciato un'operazione militare contro gli shabaab e dal 2012 partecipa alla missione Amisom dell'Unione Africana che li combatte sul loro territorio

Nel frattempo le nostre Forze Armate, con la Marina in testa, seguendo il buonismo politico ai danni dei cittadini italiani, sono diventate scafiste di stato.


 
 
 
 
 
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FACCIAMO LAVORARE LE NOSTRE COMPAGNIE DA CROCIERA
Mercoledì, 14 Maggio 2014



La Redazione di www.Congedatifolgore.com ha ricevuto oggi la seguente lettera:

Egregio Direttore,
ho notato che non vi siete occupati dei "taxi" Marina Militare messi a disposizione dal Governo al largo delle coste libiche per trasbordare dai barconi coloro che vogliono entrare nel nostro paese senza documenti ( non scrivo più illegalmente perchè ora , in virtù della nuova legge varata dal Governo, non è più reato) . Conoscendo lo stile del Vs giornale, posso immaginare che abbiate ritenuto non scrivere nulla perchè sapete che NON è DIGNITOSO per la Marina svolgere questa funzione che sembra più idonea ad altre istituzioni non armate. Dopo i due naufragi dei giorni scorsi, proporrei di andare a prelevare i profughi direttamente alla partenza , sulle coste libiche, con navi da crociera. Questo perchè il costo che loro pagavano per il tragitto completo da Libia a Italia era di circa 4500 dollari, successivamente ridotto a 1500/2000 perchè gli scafisti, percorrendo tratte minori e guadagnando di più, li affidavano ai nostri Marinai che dispiegavano portaerei, ricognitori, pattugliatori, fregate, vedette di capitaneria, elicotteri, sommozzatori e un dispositivo di accoglienza a terra di circa 8 assistenti per ogni immigrato , tra infermieri, barellieri, volontari a pagamento , protezione civile, cooperative di assistenza, polizia, carabinieri, vigili urgani e -in alcuni casi- pure guardia forestale. Con assai meno di 2000 dollari la Costa Crociere o la MSC sarebbero in grado di offrire una crociera a cinque stelle, per 15 giorni nel mediterraneo. I nostri ospiti potrebbero quindi 1) avere tempo per ristorarsi 2) visitare vari porti di varie nazioni europee e decidere con calma dove stabilirsi 3) creare lavoro per le nostre navi civili senza attingere a quelle militari , che sono costose, complesse e a carico del cittadino. 4) ci sarebbe il tempo di espletare le pratiche di asilo, che diventerebbero territorialmente di competenza dello stato le cui acque si stanno attraversando, operando così una più equa distrubuzione degli arrivi . Non ho soluzione per le cellule dormienti terroristiche, che i servizi di molti paesi affermano esere a bordo di OGNI barcone, in almeno 3-5 unità. Lo trovate troppo cinico? Rispettosamente Daniele Canali - Roma vs affezionato lettore.



RISPONDE IL DIRETTORE
WALTER AMATOBENE


Egregio Signor Canali,
da molti anni ci siamo imposti di separare le opinioni dalle notizie, e la sua lettera ha seguito lo stesso percorso. Ci scuserà.
Quello che Lei scrive circa il nostro silenzio su mare nostrum è vero: riteniamo che il salvataggio in mare dei profughi, essendo non armati e non pericolosi, vada fatto da mezzi non armati ( e meno costosi).
So che i marinai - soprattutto i comandanti- apprezzano molto la loro missione di salvataggio e ripetono alla stampa di sentirsi orgogliosi di quello che fanno. Cosa dire? Passata l'ondata di emozioni, e -soprattutto- verificata la perniciosità di Mare Nostrum principalmente per coloro che vengono in Italia senza speranze e con la quasi certezza di finire schiavizzati dai caporali del lavoro nero, ne riparleremo. Come diceva il mio professore di Filosofia: "pur non sapendo cucinare una frittata , siamo in grado di capire se una frittata non è buona". Questa, che è una vera "frittata", non mi piace, ma non saprei come risolverla. Chissà che l'ingente mole di capitali impegnati per salvarli in mare, se usati nelle loro nazioni per costruire fabbrice, aziende agricole , scuole e opere pubbliche, non sia una delle possibili soluzioni.


 
 
 
 
 
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LANCIO IN ONORE DEI VINTI . RIFLESSIONI A MARGINE DELLA CERIMONIA
Sabato, 26 Aprile 2014


di Walter Amatobene

PARMA Molti dei Vinti della Folgore e del Nembo , per avere rifiutato di "cooperare" rimasero prigionieri più a lungo; pensiamo ai Leoni di El Alamein, oppure agli internati di Coltano.
Le persecuzioni, le epurazioni, gli assassinii di chi rientrò con il "marchio" di non cooperatore, continuarono sino al 1949 e forse anche dopo. Vinti due volte. Il "triangolo rosso" emiliano ( Reggio Modena Ferrara) è uno degli esempi più sanguinosi e brutali: si contano a centinaia coloro che furono prelevati a tradimento, magari in piena notte, a casa , torturati e freddati. I Militari che rientrarono dopo la prigionia allungata faticarono anche a trovare lavoro; ce lo hanno raccontatoi i nostri Leoni superstiti, che dovettero difendersi da angherie contro le loro famiglie e da tanti gesti disonorevoli ( per chi li compiva). Persino il Governo mise in atto le "epurazioni" negli uffici pubblici, privandoli del posto di lavoro.

Questi Uomini sono sempre nei nostri pensieri.

Così è stato anche ieri: un drappello di paracadutisti si è lanciato sulle montagne parmensi, in concomitanza di un allenamento del Team Folgore asd . Lo scopo era quello di dedicare una preghiera a coloro che scelsero di continuare a combattere in uniforme raggiungendo i comandi che si erano stabiliti a Nord dopo l'armistizio.
Come è stile del nostro giornale, tutto è avvenuto senza fanatismo e senza interferenze politiche. Ci interessano SOLO gli Uomini. Gli stessi che decisero, secondo coscienza e non per tornaconto, di continuare ad essere Militari, su entrambi i fronti. Onore a coloro che non barattarono l'uniforme per una pagnotta, che non la gettarono nei fossi, che non la mescolarono, disonorandola, con altri simboli civili, a Nord come a Sud. Quando una scelta comporta un rischio mortale,assume un particolare valore, specialmente se compiuta da un Militare: non abbiamo alcun titolo per giudicarla. Si può solo ripettare e-nel nostro caso-ammirare.




 
 
 
 
 
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IL LANCIO IN ONORE DEI VINTI
Giovedì, 24 Aprile 2014



PARMA- Il giornale congedatifolgore.com organizza per il giorno 25 Aprile, alle 9 e 30, un "lancio in onore dei vinti" ,in occasione di un allenamento di corsa in montagna del Team Folgore Paracadutisti asd.
Due i probabili luoghi di atterraggio: Lagdei ( 1200 mslm) o il Monte Tavola ( 1450 m), a seconda del vento, che potrebbe consigliare di optare per l'area del Tavola, con minor numero di ostacoli alti, posta a soli 3 chilometri. Una volta a terra reciteranno la Preghiera del paracadutista e poi marceranno( o correranno) su quelle splendide montagne.

Sarà un gesto cavalleresco nei confronti di quei tanti che, ventenni,privi di ordini, lasciati in balia di se stessi e con il re e i generali in fuga verso Brindisi, decisero di non accettare il cambiamento di fronte, e continuarono a combattere contro forze soverchianti, "nec spe, nec metu", senza speranza e senza paura.

Ci sono documenti dello stesso "nemico" , che descrivono i comportamenti militarmente onorevoli dei Paracadutisti di Ardea e di Castel di Decima e di quelli del fronte occidentale; su quei monti difesero i confini italiani che i francesi tentavano di spostare dopo l'8 settembre e protessero le popolazioni locali dai saccheggi, tanto da meritare i loro fiori dalle finestre il giorno della cattura ad Aosta, quando agli uomini del comandante Sala fu concesso di sfilare, ancora armati, per le vie cittadine e raggiungere gli americani, dopo aver rifiutato di consegnarsi ai partigiani.

La storia la scrivono i vincitori e ognuno deve accettare questa regola, noi per primi, ma non possiamo e non vogliamo dimenticare le migliaia di Paracadutisti e di Militari Italiani che scelsero la via più difficile, mortale, senza speranza, per non associarsi alla vigliaccheria di chi scappò di notte, con i camion pieni di argenteria, verso un lido sicuro e lontano dal pericolo.

Allo stesso modo ripettiamo ed ammiriamo chi scelse di non buttare alle ortiche l'Uniforme, per scappare a casa o in montagna, e continuò il giuramento di fedeltà al re, come la coscienza gli suggerì di fare. Entrambi erano e sono rimasti Militari, con l'Uniforme e le stellette e non stracci sulle spalle.
Il tempo trascorso ci consente di guardare con obbiettività alla Storia e valutare con serenità i fatti.
Il 25 Aprile dedicheremo il nostro gesto a coloro che combatterono senza speranza nè paura, come recita il motto della Folgore di Ardea.

 
 
 
 
 
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SAREMO ALL'ALTEZZA DEI NOSTRI ALLIEVI?
Domenica, 6 Aprile 2014



UNA "BRIGATA" DI GIOVANI ASPIRANTI MILITARI TRANSITA OGNI ANNO DALLE SEZIONI ANPDI

di Walter Amatobene
Sono ormai numerosissimi- secondo i numeri della Presidenza nazionale Anpdi- i giovani(o giovanissimi) che si iscrivono per acquisire il brevetto ed il conseguente beneficio nei concorsi.
Mi risulta che solo la sezione di Pontecagnano ne registri qualche centinaio.

L'ANPDI sta vivendo, quindi, una rinnovata, delicata ed entusiasmante "missione educativa" che va ben oltre il semplice atto tecnico; i corsi sono diventati "un investimento a lungo termine".
Con questo articolo cercherò di spiegare perchè.

IL MILITARE E IL PARACADUTISTA CHE TRANSITANO DALL'ANPDI DOVRANNO DISTINGUERSI AI REPARTI
E' un privilegio, e contemporaneamente una grande responsabilità, poter trasmettere agli allievi un positivo "imprinting" educativo che riguarda prima i comportamenti personali, quali la cura dell'aspetto e la eliminazione di cattive abitudini (le devo elencare?), poi la divulgazione della nostra Storia (se ne parla ai corsi?), la efficienza fisica, la moralità, il cameratismo , la correttenza, la generosità,il coraggio, l'aspetto formale.
Sono certo che un corso "fatto bene" gli consentirà di distinguersi ai RAV e al reparto, così come sono sicuro che i Comandanti che avranno a che fare con loro si accorgeranno della differenza rispetto agli altri.

INVESTIRE SUI FUTURI SOCI ORDINARI
Molti dei giovanissimi soci, dopo il servizio VFP1 + VFP4 alla Folgore ( una percentuale sugli allievi di circa il 6-7% chiede di andare alla Folgore) , tra poco ridotto a VFP3, si congederanno. Non tutti entreranno in serizio permanente. Dal ricordo che avranno del loro primo contatto con il nostro mondo e dai benefici che avranno avuto in servizio grazie a quella prima iscrizione, dipenderà il loro ritorno come soci ordinari.


IL COMPITO DELICATISSIMO DEGLI ISTRUTTORI ANPDI
Gli Istruttori hanno un compito delicato, quindi, che non è solo tenico, ma anche "etico" e comportamentale, come lo furono i nostri. Lo stesso vale per le sezioni, che hanno il dovere di "accoglierli" bene; ognuno di loro, quando indosserà l'uniforme dovrà orgogliosamente riferire ai suoi superiori e commilitoni che proviene dalla sezione ANPDI di...., "la più severa". Si: la più severa. Gli allievi cercano la severità e non strizzatine d'occhio o peggio la sciatteria o "sbrighiamo la pratica": quella abitudine alla mediocrità la vivono e la imparano dovunque. Chi decide di gettarsi da un aereo, punteggio o non punteggio, ha una marcia in più. Usiamola. Moltiistruttori sono anagraficamente anche "padri" dei loro allievi, quindi hanno anch'essi uno strumento in più per dare ai questi ragazzi assai più di un brevetto.

L'ANPDI addestra l'equivalente di qualche reggimento .stavo per scrivere una brigata- di giovani: quale altra associazione ha lo stesso privilegio di poter "infarinare" di concetti fondamentali, così tanti futuri militari?

Mi viene in mente la frase che il Generale Castellano pronunciò prendendo il comando della Brigata in Afganistan nel 2009: "sarò all'altezza dei miei Uomini?".

 
 
 
 
 
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VITTORIA DELLA POLITICA ITALIANA IN INDIA : 20 ANNI DI GALERA SONO MEGLIO DELLA PENA DI MORTE
Martedì, 25 Febbraio 2014


di Walter Amatobene

PARMA- La vittoria della nostra diplomazia, scrivono oggi tutti i giornalisti con titoli ad effetto, è stata quella di evitare la pena di morte a Girone e La Torre. Il prossimo sarà, quindi: "Italia vittoriosa: i due marò condannati a venti anni: potevano prenderne trenta.Vince la linea dura della diplomazia italiana ". Dura con loro due, ovviamente.

E bravi gli indiani che sono riusciti a prenderci per il culo per 24 mesi. Bravi perchè continuano ad umiliarci senza che dall'Italia partano azioni che dovrebbero andare dal blitz delle forze speciali all'espatrio con passaporto diplomatico, passando dalle ritorsioni contro i loro interessi (ed immigrati) in Italia.

Chissà se Beretta sarebbe d'accordo, con i suoi trecento milioni di euro da fatturare per 66mila ARX160. Chissà se Monti e Squinzi della confindustria delocalizzata, approverebbero, preoccupati, come erano, dei "corposi interessi economici italiani in India".

Monti, ricorderete, aveva chiesto ed ottenuto li basso profilo perchè nei primi giorni del sequestro c'era in India una delegazione di "imprenditori", dalla Piaggio alla Finmeccanica. Non dovevamo alzare la voce perchè gli affari sul tavolo erano grossi. Non erano nemmeno in bozza, eppure avevamo già il capello in mano.

Il sequestro illegale di due Sottufficiali della Marina ( marò ci sarà vostra sorella, ndr) è tutt'ora senza accuse. I nostri sornioni e odorosi amici col turbante, nel frattempo, hanno bizantinamente sfiancato, umiliato, sbeffeggiato e oltraggiato l'Italia con 27 rinvii. Un giudice ha già fatto sapere come la pensa: "volete la medaglia per due assassini?" , ha detto ai nostri avvocati. Le autorità locali hanno riso a crepapelle sbattendo la porta in faccia ai nostri politicanti capitanati da Casini, che insieme ad un gruppo di sfigati hanno fatto una marchetta mediatica, trasformata in una gita al ristorante italiano, nel giorno della festa nazionale indiana. Non c'era nemmeno il custode, n Parlamento. Scelta azzeccata. Bravi.

Del resto,lo dico fra noi, bastava sentir parlare De Mistura, che alle nazioni unite è stato definito, dice UKMAR, un cretino, per capire chi siamo.

I giornali italiani, da ieri, sono diventati improvvisamente generosi, parlando di un successo che non c'è, visto che i nostri due Fucilieri sono ancora in India, che c'è stato un nuovo rinvio e che gli indiani continuano le procedure per processarli e -quindi- condannarli ad una pena detentiva che, sembra, sarà almeno di 10 anni.

Unica mossa intelligente è stata quella di ratificare il patto bilaterale per fargli scontare la -sicura- pena in Italia; era lì che sin dall'inizio i nostri deboli politici volevano parare: ottenere il minore dei mali. In Italia , poi, li attende a braccia aperte un procuratore militare perchè dovranno subire un altro processo. Il tormentone difensivo della "grande vittoria italiana" è : "vogliamo processarli in Italia". Conoscendo come funzionano i tribunali italiani e come la pensano molti giudici, anche se militari, chissà che a Girone e La Torre non convenga davvero farsi dare 10 anni di "guest house" in India oppure scappare da soli e chiedere asilo politico alla Svizzera come perseguitati , ma non dagli indiani.
Un consiglio per tutti i militari italiani che hanno sparato in Afganistan, magari uccidendo un talebano:vista la scarsa capacità di difesa del nostro Stato nei confronti dei propri servitori in Uniforme, cercatevi un buon avvocato. Prima o poi qualche gola profonda , per soldi o per mitomania cialtrona all'italiana, si inventerà qualche storia e di certo qualcuno li vorrà rispedire nella nazione che li reclama.

Comico vero?






 
 
 
 
 
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COME TI BANALIZZO E TI SVILISCO IL PARACADUTISMO? COSI' :
Mercoledì, 12 Febbraio 2014


di Walter Amatobene

PARMA- Pubblichiamo uno dei tanti articoli , corredato da foto eloquenti, che vengono pubblicati per diffondere un tipo di paracadutismo chiamato "giostra" anche dal giornalista sardo che ha scritto l'articolo che ci ha dato lo spunto per alcune brevi riflessioni.

Quello che solo pochi anni fa era considerata "disciplina" della mente, esercizio di autocontrollo, stile di vita sportivo che suggeriva ai praticanti una buona preparazione fisica per godere al massimo del volo libero,sono stati affiancati da un altro modo di intendere il lancio col paracadute. Ops, scusate: il "salto".

Da quello che si scrive sulla specialità , da quello che si vede nella aviosuperfici e -in alcuni casi, ancora pochissimi per fortuna- da quello che si "fuma" anche prima di salire a bordo, il paracadutismo è diventato qualcos'altro. I giornalisti parlano ormai di circo, dove il "pericolo" ( parlare di pericolo rovinerebbe la festa al "cliente") viene talvolta sottovalutato, generando una sensazione di onnipotenza facile. Un solo lancio in tandem viene chiamato paracadutismo ed inserito tra gli hobby di chi mi invia il curriculum per essere assunto, oppure sbandierato sui network sociali, con tanto di video , quasi sempre uguali. Si: la diffusione di microcamere da casco ha generato anche una sorta di automatismo: lancio, atterraggio, scaricamento del video (uguale al precedente e a tutti gli altri) pubblicazione su facebook con commenti e pollice-mignolo aperti e basculanti e poi ancora lancio, atterraggio etc etc.... per tutto il weekend. Una della tante abitudini pericolose che si vedono nelle aviosuperfici è quella di usare paracadute sempre più piccoli, sottraendo sicurezza al volo dopo l'apertura.
Paracadute velocissimi hanno aperto un nuovo modo di sfrecciare in aria ed atterrare, sfiorando per millimetri il suolo ad altissima velocità. Morti e fratture sono ormai quasi sempre generati da quel modo di atterrare. Un paracadutista con 150 lanci ( un esempio per tutti: Taricone) viene definito "esperto". Solo dieci anni fa sarebbe stato definito poco più di un principiante.
Le ortopedie smentiscono.





UNIONE SARDA - Cagliari - del 12 Febbraio 2014


Il paracadutismo è una disciplina tutt'altroche proibitiva dal punto di vista economico. Se si vince la paura per il vuoto, infatti, i costi non rappresentano un grande problema. Per cominciare, con mezz'ora di preparazione teorica e una spesa di 200 euro, si può fare un giro in giostra e lanciarsi da quattromila metri legati all'istruttore, mentre un paracadutista esperto filma la scena in volo. Cosicché, se la voglia di volare passa, è sempre possibile rivedere la cassetta-video.
Se, invece, ci si prende gusto, cosa che in realtà accade a quasi tutti quelli che provano, allora si può partecipare a un corso che la Skydive Sardegna organizza per 1.350 euro. Si tratta di acquisire brevi nozioni teoriche sugli strumenti, la meteorologia e la dinamica (capire, per esempio, quale posizione occorre assumere sull'aereo al momento del lancio, oppure come mantenere in volo la corretta posizione del corpo per evitare gli avvitamenti). Dopo sette lanci con gli istruttori, che corrispondono a sette livelli (e quindi a sette esami), si può conseguire il brevetto che dà la possibilità di lanciarsi da soli.
Arrivati a quel punto, a Serdiana ogni fine settimana ci si può tuffare nel vuoto con 15 euro, se si possiede tutta l'attrezzatura (paracadute, tuta, occhiali, etc), oppure con 26 euro, se si ricorre al noleggio di tutto il materiale. A questa seconda soluzione fa ricorso la stragrande maggioranza degli appassionati. Per l'acquisto del paracadute occorre spendere non meno di 6000 euro. ( ma.mad. )

 
 
 
 
 
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FOIBE: NESSUNO HA PAGATO. PER L'ECCIDIO
Lunedì, 10 Febbraio 2014

di Paolo Comastri

REGGIO EMILIA- Con la legge n.92 del 30 marzo 2004 è stato istituito il Giorno del Ricordo, assunto a solennità civile nazionale italiana, per commemorare le vittime dei massacri delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata.
Un’immane tragedia consumatasi nel confine orientale dell’Italia dalla fine del 1946 a tutto il 1948 ed i cui responsabili, occorre sottolinealo, non furono solo i partigiani jugoslavi di Tito; un dramma reso ancora più atroce da quel "silenzio dei vivi" che ha soffocato, per oltre 50 anni, il ricordo degli orrori e delle tragedie del nostro confine orientale.

Oltre 20.000 scomparsi, dei quali quasi 5.000 secondo i dati del Governo Militare Alleato, finiti nelle foibe, voragini di origine carsica, riempite dei corpi di uomini e donne colpevoli solo di essere italiani, vittime di un progetto di pulizia etnica unito al disegno del comunismo internazionalista di Stalin peraltro condiviso e assecondato dai "compagni" comunisti italiani.

Un disegno che oggi si è in grado di provare nei suoi passaggi fondamentali: gli accordi segreti, i cedimenti inconsapevoli del CLNAI, l'eliminazione dei nemici, i partigiani dell'Osoppo, alla malga Porzus, il 7 febbraio 1945, o dei difensori dei confini della Patria, i militi del Reggimento "Tagliamento" o i Bersaglieri del "Mussolini" o i marò della X MAS .

Un disegno perseguito con tenacia ed ambiguità dal PCI e da Palmiro Togliatti attraverso la complicità con i così detti Padri della Patria, che vendettero la sovranità nazionale e condannarono ad un esodo senza ritorno oltre 350.000 uomini e donne.

Già nell'Ottobre 1942, come riferito dal Prof. Tone Ferenc, professore universitario sloveno, nella sua pubblicazione "La capitolazione dell'Italia- Maror 1967”, eminenti personaggi friulani trattavano con gli sloveni per la creazione di formazioni militari unificate; poi nell'ottobre del 1943, convocato dai partigiani veneti, Urban Vratusa, futuro Ministro della Repubblica Federativa di Jugoslavia, formò a Vicenza la Missione Slovena, con il compito di stipulare accordi militari trai partigiani comunisti del nord est ed il IX Corpus Sloveno del Maresciallo Tito.

E come provato dal documento prot.2269/77, lo stesso Urban Vratusa incontrò Luigi Longo, Ferruccio Parri, Leo Valiani, Mario Lizzero, e riuscì, dopo un lungo colloquio diplomatico, a fare dare l'approvazione a questo progetto dal CLNAI, come da documento, peraltro tenuto riservato per decenni, e riportato alla luce dopo lunghe ricerche proprio in quegli archivi preclusi ai ricercatori per decenni, datato 17.7,1944.

Nel documento il CLNAI "prende atto con soddisfazione degli accordi stipulati tra il Comando Generale delle Brigate Garibaldi ed il Comitato del IX Corpo d'Armata dell'Esercito di Liberazione Nazionale Jugoslavo (NOVJ)”.

Questo accordo determinerà poi il passaggio delle Divisioni Garibaldine Comuniste Natisone e Triestina nel IX Corpus e la creazione di un Comando paritetico, costituito da due Comandanti militari, di cui uno italiano, "Sasso" Mario Fantin e di due Commissari Politici, di cui uno italiano, "Vanni" Giovanni Padoan, coinvolto nel processo di Porzus, e darà in qualche modo il via libera ai gappisti di "Giacca" Mario Toffanin, della Federazione del PCI di Udine di compiere la strage dei partigiani osovani, a Porzus e a Bosco Romagno, accusati di essere riluttanti all'annessione non solo della Venezia Giulia ma anche del Friuli, sino al Tagliamento.

Una serie di passaggi formali, per riconoscere i diritti degli jugoslavi sulle nostre terre, tra i quali l'ordine del giorno del 18 APRILE 1945 della Divisione Garibaldi Natisone che recita: “….Trieste ed il Litorale appartengono per diritto naturale e per decisione del popolo alla nuova Jugoslavia democratica e popolare e chiunque osasse tentare di spezzare questa unione sorta dalla lotta comune, sappia che noi garibaldini del glorioso IX Corpo dell'Armata Jugoslava, la difenderemo sino alla completa distruzione di ogni forza ostile." (Lubiana IZDG.b.251,fasc.I/4)

Il resto è purtroppo storia ben nota: migliaia di uomini e donne italiani, percossi, seviziati, infoibati, fatti sparire, trascinati nei campi di sterminio di Borovnica, Lepoglava, Maribor, Skofia Loka, Aidussina, aperti e operativi sino al Febbraio del 1950 !!.
E poi 350.000 esuli, privati con la violenza dei loro beni e del loro futuro, costretti ad andarsene e a subire il ludibrio dei comunisti italiani a Bologna, a Venezia ad Ancona ed ovunque arrivarono con le loro poche cose, raccolte in voluminosi fazzoletti e fatiscenti valige.

Una storia vergognosa, sancita da un altrettanto vergognoso trattato di pace.
Una vicenda che non può appartenere solo agli istriani, ai fiumani, ai dalmati ed ai giuliani, ma che è divenuta patrimonio di tutti gli italiani, nonostante continui ad essere una orrenda pagina poco conosciuta per quel silenzio dei vivi, o dei vincitori, con cui si è sempre nascosta la verità.

 
 
 
 
 
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PRIMAVERA ARABA O INVERNO MUSULMANO?
Lunedì, 6 Gennaio 2014


PARMA-In Francia , più di 1000 vetture sono state date alle fiamme in tutto il paese alla vigilia di Capodanno . E 'diventata una tradizione. Come al solito, i media francesi hanno omesso di dire che la maggior parte dei danni è fatto da giovani musulmani scontenti e che questi roghi sono diventati una forma di protesta .

In Iraq , il governo ha perso il controllo della città di Fallujah in favore di "tato Islamico dell'Iraq" gruppo fondamentalista, dando agli integralisti il controllo aperto di una città per la prima volta dall'invasione guidata dagli Usa nel 2003. Il giorno di Natale autobombe sono esplose fuori di tre chiese , uccidendo 26 persone e mutilandone 38. Si tratta di una campagna per ridurre,uccidendola, la popolazione cristiano caldea dell'Iraq.

In Libano , un'autobomba è esplosa a Beirut Venerdì scorso , uccidendo 11 persone e ferendone dozzine. L'esplosione è attribuita a Hezbollah , il partito islamico coinvolto nella guerra civile in Siria e impegnato in guerra con Israele .

In Siria , la rivolta anti-governativa rimane dominata dai fondamentalisti sunniti . Contro di loro ci sono fondamentalisti sciiti di Hezbollah . La guerra civile è sfociata in uno scisma tra sunniti e sciiti.

In Afghanistan , la repressione islamica è in aumento mentre il governo centrale rimane corrotto e isolato. Quest'ultimo ha elaborato un progetto di codice penale in cui l'articolo 21 chiede di ancoraggio o la lapidazione a morte per adulterio e l'articolo 23 specifica la lapidazione deve essere in pubblico .

In Egitto , la violenza continua ad essere l' esercito stringe la soppressione dei Fratelli Musulmani. Bombardamenti di chiese copte da parte di estremisti islamici avvengono pratictimana ogni settimana.

In Libia , il vuoto di potere esistente nella capitale ha permesso a varie milizie armate di prendere il controllo del paese .

Nella Repubblica Centrafricana , quasi un milione di persone sono state sfollate da quando il governoè stato rovesciato da ribelli islamici impegnati nella violenza sistematica contro la maggioranza cristiana. La guerra civile è in corso.

In Somalia , il movimento fondamentalista al- Shabab compie giornalmente attacchi a fuoco contro edifici internazinali.La scorsa settimana ha bombardato un albergo della capitale con undici morti .

In Iran , il governo continua l'acquisizione di capacità nucleare e usa Hezbollah come "braccio" per la violenza . Hezbollah ha importato illegalmente missili terra aria terra dalla Siria in Libano per usarli contro Israele .
Questi eventi avvenuti recentemente ci dicono qualcosa che non vogliamo sentire .
Siamo entrati in una nuova era di caos. La primavera araba è protagonista di un vero e proprio inverno musulmano.


Mercoledì scorso, l'ambasciatore palestinese nella Repubblica Ceca è stato ucciso da una bomba esplosa in una cassetta di sicurezza presso l'ambasciata e la Polizia ceca ha confermato di avere trovato "molte armi da fuoco pesanti illegali" nella loro sede diplomatica.

Quello che ho scritto sopra non è farina del mio sacco, ma di Naftali Bennett, ministro israelinao dell'economia durante una recente visita a Sydney . Il mondo arabo non è mai stato più instabile . L'inverno musulmano è destinato a durare nel tempo .






 
 
 
 
 
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SERVIZIO MILITARE AGLI IMMIGRATI: PAOLA CASOLI BLOG SEMBRA NON ESSERE D'ACCORDO
Sabato, 28 Dicembre 2013



La politica italiana è sempre fonte d’inesauribile e involontaria comicità, non puoi leggere in pace il giornale che vieni colto da moti d’irrefrenabile simpatia.

Oggi è di turno il ministro Mauro, che ha indicato qual’è il problema principale dell’Italia dei giorni nostri, l’integrazione, e ha anche indicato la soluzione: far fare il servizio militare agli immigrati. Se i francesi hanno la legione straniera, il cui motto “Legio, Patria nostra” è famoso in tutto il mondo, anche noi potremmo fare lo stesso.

Che meraviglia! Potremo ricostruire tanti corpi militari di tradizione italiana che c’erano nelle nostre ex colonie. Per esempio l’operazione Strade sicure potrebbe essere affidata ai “basci buzuk”, la polizia eritrea che fu il primo reparto coloniale italiano.

Qualcuno di voi si ricorderà il vecchio e solitario ascaro di guardia al comando italiano a Mogadiscio nel ’93, presto potrebbe diventare il padre nobile di interi reparti con il turbante o con la kefiah, che per molto tempo andava di moda tra i ragazzi di buona famiglia cattocomunista. Gli immigrati con il più elevato profilo fisico potrebbero essere arruolati addirittura negli “ascari del cielo”, i primi paracadutisti dell’Esercito Italiano.

I Carabinieri attualmente impiegati nelle missioni internazionali potrebbero essere sostituiti dagli “Zaptiè”, il personale coloniale dei “reali carabinieri”, che saranno sicuramente in grado di spiegare il rispetto di qualsiasi legge nei teatri di crisi, foss’anche la Sharia, la legge coranica.

Nelle missioni che vengono eufemisticamente definite “ad elevato attrito”, potremmo impiegare i “dubat”, la fanteria irregolare somala, truppe appiedate, ma che avevano anche una specialità montata su dromedari.

In quanto a truppe montate su quadrupedi avremmo un’ampia scelta, che va dai “meharisti”, truppe cammellate eritree e libiche, ai “savari”, reparti di cavalleria libica, fino agli “spahis” cavalieri scelti di tradizione ottomana.

Si potrebbe continuare all’infinito, dai “cacciatori d’Africa”, alla “milizia coloniale” passando attraverso le numerose formazioni di bersaglieri, alpini e reparti del genio costituiti durante la guerra d’Abissinia.

Finalmente si ritorna al concetto di Patria imparato sotto le armi: il prossimo ministro della Difesa, che sarà sicuramente Kalid Chaouki, ricorderà i fatti d’arme dell’Amba Alagi e dell’Amba Aradam. E’ ben probabile che la sconfitta di Adua diventi la nuova festa delle Forze Armate.

Certo bisogna che il ministro Mauro, finchè è in carica, si renda conto che ci sono anche tanti italiani che non hanno fatto il servizio militare e che dovrebbero essere “integrati” anche loro.

Per esempio, i giovani dei centri sociali, che già hanno la kefiah in dotazione, potrebbero fare la guardia agli ospedali da campo in giro per il mondo.

Gli obiettori di coscienza, soprattutto quelli che, successivamente, hanno ottenuto il porto d’armi, potrebbero fare la guardia ai punti sensibili.

Insomma, tra galoppini elettorali, faccendieri, veline, tronisti e fancazzisti d’ogni tipo.ci sono tanti italiani da rieducare al concetto di Patria, anzi, “Naja, Patria nostra!” il nuovo motto dell’Esercito che sostituirà il vecchio e incomprensibile “Salus Rei Publicae, suprema lex esto”…

Cybergeppetto

p.s.: Dall’Ansa riportiamo un’ ultimora dal Libano: “Conflitto a fuoco nel Libano del sud tra “Zaptiè” ed “Hezbollah”, i miliziani filo siriani hanno reagito sparando con armi pesanti ai nostri “carabinieri immigrati” che gli avevano contestato la mancanza del triangolo e il mancato funzionamento degli indicatori di direzione…


 
 
 
 
 
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I "SITI SOCIALI" LUOGO IDEALE PER TRUFFE, MITI FASULLI E FURBONI
Martedì, 17 Dicembre 2013


Carola Frediani

Era capitato a Mitt Romney, lo sfidante di Obama. E a giugno è stata la volta di Tony Abbott, attuale primo ministro australiano che la scorsa estate era il candidato del partito liberale. Nel giro di pochi giorni il politico del Paese dei canguri aveva visto schizzare i suoi followers su Twitter del 50 per cento. Merito del consenso poi confermato nelle urne? Non proprio.

logo twitterlogo twitter

Alcuni media hanno analizzato il suo balzo in avanti scoprendo che su un campione di seguaci ben il 99 per cento erano discutibili: o avevano twittato una volta sola, o scrivevano in tre lingue diverse, o pubblicavano frasi senza senso, o avevano un solo follower. Insomma, puzzavano di profili finti e automatizzati, i cosiddetti bot.
Chiunque stia su Twitter ne ha un'esperienza aneddotica, ma dietro a quei profili social di cartapesta c'è una scienza, nonché un mercato, del falso online.

Il cui obiettivo è di accrescere l'engagement, le interazioni degli utenti sul proprio account e, di conseguenza, la visibilità sui social. E pazienza se per farlo si ricorre a mezzi discutibili. Follower di Twitter, retweet, fan di Facebook, "mi piace": tutto è in vendita e monetizzabile.

Il fatto è che a cadere in tentazione sono anche degli insospettabili. Come il Dipartimento di Stato americano, e in particolare il suo ufficio per i programmi di informazione internazionali (Iip), il cui obiettivo è di costruire la reputazione degli Stati Uniti all'estero e che, ironia della sorte, fa da consulente al segretario di Stato proprio su questioni cyber e coinvolgimento degli utenti.

MITT ROMNEY ALLA POMPA DI BENZINA
Ebbene, ha speso 630 mila dollari per comprarsi likes su Facebook tra il 2011 e il 2013. In questo modo ha fatto impennare i "mi piace" sulla sua pagina, facendoli passare da 100 mila a 2 milioni, ma ha anche suscitato l'indignazione di alcuni suoi impiegati che due mesi fa ne hanno denunciato il comportamento agli organismi di controllo americani.

Nel vizietto sono cadute e continuano a cadere anche star del mondo dello spettacolo o brand famosi: Pepsi, Mercedes-Benz, ma pure i musicisti Puff Daddy e 50 Cents hanno mostrato comportamenti sospetti negli account Twitter, spiega uno studio di qualche tempo fa di due ricercatori di security italiani, Andrea Stroppa e Carlo De Micheli.

Il rapper Daddy per esempio ha guadagnato oltre 185 mila follower in un giorno, un incremento del 3 mila per cento rispetto alla sua media. Spesso poi a questi picchi seguono dei crolli improvvisi. In genere perché Twitter fa periodicamente un repulisti di bot, cancellando in blocco quelli che individua, o perché l'affitto degli stessi è scaduto.

Ma come nascono questi utenti fittizi? Ci sono dei software che li creano in automatico, combinando in modo casuale nomi, informazioni del profilo, link e foto. Il programma è anche in grado di variare gli indirizzi Ip degli account creati, in modo da non essere bloccato dalla piattaforma per spam. Una volta creato un bot, si può decidere di fargli seguire profili casuali o mirati, di farlo twittare e ritwittare pescando in giro attraverso un crawler, un software simile a quello che usa Google per indicizzare i siti, oppure di metterlo a rilanciare i tweet di un determinato utente. Stroppa e De Micheli stimano che siano 20 milioni i twittatori robotici: alcuni sono facilmente individuabili, altri invece possono essere scambiati per profili veri.

LOGO PEPSI
Le aziende che li vendono, alla luce del sole, sono numerose: Fiverr, FanMeNow, SocialPresence, SeoClerks, per citarne alcune. Sono commerciati in blocco: in media 18 dollari per mille follower, secondo uno studio di Barracuda Labs. L'offerta può essere anche molto dettagliata: InterTwitter.com ne smercia mille per 14 dollari, disponibilità entro tre giorni dall'acquisto e validità di almeno un anno. Ma offre anche fan su Facebook: 250 per 15 dollari e un anno di amicizia assicurata. Esistono poi pacchetti misti per l'engagement sul sito di Zuckerberg, che comprendono fan, likes, condivisioni.

L'azienda sostiene addirittura di avere a disposizione utenti "veri", in carne e ossa.
«Ci sono molti modi per mettere likes o creare fan su Facebook», commenta con "l'Espresso" De Micheli: «Il primo è quello di creare appositamente un bacino di utenti fake, controllati dagli spammer; ma ci possono essere anche utenti veri che consentono a un'azienda, in cambio di un ritorno economico, di usare i loro profili per mettere i "mi piace", per esempio.

Poi esistono le piattaforme di like sharing dove gli utenti reali si iscrivono e scambiano likes. Infine, ci sono i malware che sfruttano il profilo di qualcuno senza autorizzazione». Sono circa 76 milioni gli account falsi stimati su Facebook. Pur facendo la tara per i profili doppi, quelli dedicati agli animali domestici e simili, resta comunque un bel gruzzolo di entità fittizie che interagiscono online, fanno "amicizia", accedono ai dati personali di utenti legittimi.

LA MCLAREN DI KANYE WEST
Certo, creare un fake sul social di Zuckerberg è molto più difficile e costoso che sul sito dei cinguettii. Eppure c'è un settore del tutto differente rispetto alle citate aziende di marketing, che sta sviluppando strumenti sempre più sofisticati e di massa per penetrare le reti sociali online con utenze finte. È il mondo dell'intelligence, dei militari, degli apparati investigativi e delle agenzie collegate, che su questo fronte sono all'avanguardia. In gergo la chiamano Virtual Humint, cioè la tradizionale raccolta di informazioni attraverso personale sotto copertura (Human Intelligence), ma trasferita nel virtuale.

E quindi con le inedite possibilità che questo può offrire. Specializzata nel settore è l'azienda di Tel Aviv Terrogence, che vende una piattaforma e un servizio per creare e gestire centinaia di identità online. «I nostri non sono bot, ma entità virtuali credibili e affidabili», spiega a "l'Espresso" Daniel Forst, marketing manager della compagnia che ha stretti legami con l'esercito israeliano.

MERCEDES BENZ CLASSE E
«La piattaforma pensa a tutti i dettagli tecnici, così i nostri operatori sono più liberi di muoversi e possono controllare molti profili allo stesso tempo». Coltivare, si dice nel settore. Le loro entità fittizie possono scomparire da un giorno all'altro se bruciate e scoperte, altrimenti campano anni, «alcune sono vecchie di 6-7 anni e sono ormai membri riconosciuti di comunità online». I loro clienti? Governi, polizie, forze armate ma anche eventi sportivi. Come «un recente appuntamento di calcio tenutosi in Brasile», prosegue Forst, «in cui abbiamo usato il nostro servizio per allacciare rapporti online coi gruppi ultrà al punto da identificarne i membri e sapere cosa avrebbero messo negli zaini alle partite».

NOTORIOUS BIG E PUFF DADDY
Anche l'Italia fa la sua parte. Lo scorso maggio l'Afcea, un'associazione legata agli Stati Uniti, ha organizzato un convegno per le nostre forze armate, e precisamente per il comando C4 Difesa, proprio sulla Virtual Humint. «È una pratica molto usata negli Usa nel campo militare, ma anche per esigenze di sicurezza nell'ambito civile. Permette di creare figure credibili che siano accettate dai gruppi», ci spiega Aldo Giannatiempo, segretario di Afcea. Da noi l'azienda leader è Area spa, che non ci ha rilasciato dichiarazioni ma che ha descritto la sua piattaforma a un convegno di addetti ai lavori a cui eravamo presenti.

PUFF DADDY E CAMERON DIAZ
Il loro sistema, proprio come quello di Terrogence, consente di "coltivare" molteplici profili social con caratteristiche diverse, una storia, comportamenti realistici, che interagiscono fra loro e con utenti reali; in questo modo dieci operatori fisici possono controllare centinaia di identità. Gli stessi profili finti possono utilizzare diversi canali di comunicazione, da Skype ai social network, proprio per essere più veritieri.

E come per il marketing online, anche nel campo della sicurezza i fake hanno un discreto mercato. Già nel novembre 2012 un bando di gara del ministero dell'Interno prevedeva la realizzazione di un Sistema di analisi predittiva e di supporto all'attività investigativa con modalità sotto copertura per il contrasto del crimine informatico che includeva un corposo modulo di Virtual Humint. Valore stimato: 4,9 milioni di euro.


 
 
 
 
 
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L'ITALIA DEI CIALTRONI
Mercoledì, 27 Novembre 2013

PALERMO – Gli sprechi dei corsi di formazione in Italia, in particolare al Sud, e in particolare in Sicilia, toccano delle punte comiche, ma la vicenda per le casse dello Stato è tragica: solo nell’isola negli ultimi dieci anni così sono stati buttati 4 miliardi di euro (dati Isfol-Italia Lavoro citati da Francesco Giubileo su “lavoce.info”).

Scrivono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere del Mezzogiorno.

“«Ma cosa addestrano: astronauti?!» sbottò uno degli ispettori europei. Neanche l’addestramento di un astronauta, però, sarebbe costato quanto quello d’un apprendista «formato» dal Ciapi di Palermo. Costo del progetto «Consulenza, Orientamento e Apprendistato»: 15.191.274 euro. Apprendisti avviati al lavoro: 18. Complimenti: 843.959 euro ad apprendista.

[...] Si pensi che per la «promozione, sensibilizzazione, informazione, diffusione» del progetto furono distribuiti 3.794.856 euro a due o tre figuri nei dintorni del discusso uomo d’affari Faustino Giacchetto non solo «senza espletare alcuna gara a evidenza pubblica o indagini di mercato», ma persino senza ricevute, tanto che fu risposto ai commissari che «non potevano essere esibiti tali documenti, perché non esistenti». [...] La poltiglia politico-affaristica del Ciapi, che arrivò a dotarsi di una sede a Buenos Aires (azzardiamo: corsi di formazione al tango e alla milonga?), è però solo uno degli esempi del degrado della Formazione.

[...] Quanto sollievo ha dato «questa» formazione ai giovani meridionali disoccupati? Poco. Per contro, ha scritto Antonio Fraschilla, ha fatto sprecare centinaia di milioni in «corsi con uno o due allievi» o peggio in progetti per «formare più massaggiatori shiatsu che saldatori, più barman acrobatici che falegnami, più esperti in “regole del vivere civile” che elettricisti, più badanti che tornitori». Per non dire dei corsi di «internet e posta elettronica» (spericolata incursione avveniristica…) e poi di «body dream massage», di «problem solving», di «comunicazione e gestione dei conflitti», di «yacht designer» o «merletto macramè».

[...] «Al mio insediamento gli enti accreditati erano oltre 1.600 con 2.200 sedi operative», scrive in una lettera al neoeletto Rosario Crocetta, nell’ottobre 2012, Ludovico Albert, il dirigente piemontese chiamato l’anno prima a Palermo da Raffaele Lombardo, disperato per i conti. Era l’albero della cuccagna, quello della Formazione. [...]

[...] Ogni anno la Regione dava appuntamento a tutti con il Prof, il Piano regionale dell’offerta formativa. A quel punto accorrevano sciami di enti seri e cialtroni, e c’era chi proponeva corsi per registi di cortometraggi e chi corsi per housekeeper (domestiche: ma in inglese suona tutto più manageriale), chi per «operatori olistici del benessere e del massaggio» e chi per «tecnici del trucco e parrucco dello spettacolo e cinematografico», chi per «artisti polivalenti» e chi per «esperti in scrittura creativa per i multimedia», chi per «istruttori di Pilates», un metodo «che incoraggia l’uso della mente per controllare i muscoli» o ancora per addetti «alle torrette d’avvistamento e spegnimento incendi» del parco delle Isole Egadi… «Ma il parco esiste?» chiederete voi. No. Un giorno o l’altro, però…”


 
 
 
 
 
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LE MOND DIPLOMATIQUE del 11.11.13 Immagini pulite, conflitti sporchi La comunicazione militare in tempo di guerra
Lunedì, 11 Novembre 2013


LE MOND DIPLOMATIQUE del 11.11.13

Immagini pulite, conflitti sporchi
La comunicazione militare in tempo di guerra

Libia, Mali, Siria: la comunicazione dei militari in tempo di guerra si è professionalizzata. Anziché tacere, secondo gli antichi costumi, l'esercito preferisce tergiversare. La parola d'ordine è non mentire, per evitare le accuse di manipolazione e disinformazione. I militari vogliono stabilire le loro regole del gioco.…


un’inchiesta di PHILIPPE LEYMARIE *


«Guerra a porte chiuse… senza immagini… virtuale… senza nemici…senza vittime… senza prigionieri…»: le prime settimane del conflitto in Mali, nel gennaio 2013, sono state sconcertanti per i media e per l’opinione pubblica.
Si sarebbe detto che l’esercito, la Grande Muette (in passato era definito Grande muto perché non doveva esprimersi su questioni politiche, ndt) avesse costruito una comunicazione semi-ermetica la quale, contro i «jihadisti», attribuiva alla Francia un ruolo centrale: quello di «madre vincitrice», dai mezzi copiosi e rodati, dalla tattica perfetta, a cui niente può resistere.
Sarebbe anche riuscita a gestire la suscettibilità dell’esercito maliano, conferendo al presidente François Hollande l’occasione di una missione trionfale, simile a quella dell’imperator Nicolas Sarkozy nella sua avventura libica.
A metà gennaio 2013, nelle prime ore dell’intervento, un dispiegamento di 150 giornalisti si ritrovavano bloccati a Bamako, la capitale, o più a nord, nelle retrovie di un fronte in ritirata. In un primo momento, ci racconta il colonnello Thierry Burkhard, portavoce dello stato maggiore dell’esercito, cercarono «di girare immagini che non esistevano, vedere combattimenti che non avevano luogo».
Era impossibile farli ragionare: «Tutti volevano salire a bordo del primo Vab [Veicolo blindato di prima linea] della colonna». Ma non si poteva mostrare loro che rotazioni di aerei, o arrivi e partenze di soldati – come durante l’operazione «Tempesta del deserto» nel 1991 nel Golfo. (1) Due mesi dopo, nel marzo 2013, durante la prima settimana di combattimenti nelle montagne dell’Adrar degli Ifoghas, nell’estremo nord-est del paese, i giornalisti volevano vedere tutto anche lì: prigionieri, cadaveri di «jihadisti». Ancora una volta, «immagini che non esistevano», afferma il colonnello Burkhard.

Secondo lui, filmare la guerra non è semplice: «Non ne viene fuori né la battaglia di Stalingrado né Black Hawk abbattuto (2)», prorompe. Per tutto il conflitto, questo ufficiale abituato alle relazioni con i media ha dovuto gestire la concorrenza commerciale fra le grandi catene televisive, «a volte a detrimento dell’informazione», per esempio quando una di queste ha preferito chiedere la cancellazione di un’intera missione di giornalisti a bordo di un veicolo militare piuttosto che vedere la sua concorrente partire da sola. Ma, constata Jean-Marc Tanguy sul suo blog Le Mamouth, «la versione che predomina [tra i giornalisti a proposito del conflitto in Mali] è quella di un passo indietro rispetto alle pratiche d’apertura osservate fino a quel momento, per esempio in Afghanistan (3)».

La maggior parte degli inviati speciali in Mali erano giovani non avvezzi alle tecniche militari e alle realtà africane, rincara Pierre Bayle, direttore della Delegazione per l’informazione e la comunicazione della difesa (Dicod). Secondo lui, questi neofiti si aspettavano «battaglia, fiamme, esplosioni»: ma è stato possibile offrir loro solo la logistica. La guerra asimmetrica è una «guerra a distanza, poco visiva». Man mano che avanzavano i comandanti delle forze speciali, prima linea dell’offensiva francese, i «jihadisti» scappavano verso i confini del paese: non c’erano quindi combattimenti da mostrare.

E, anche se ci fossero stati, le forze speciali sono coperte dal segreto militare: l’esercito protegge i movimenti e i metodi d’azione dei soldati che «entrano per primi» su un terreno di combattimento. La legge proibisce in particolare di rivelare la loro identità. «È con i soldati chadiani che i giornalisti avrebbero potuto riprendere delle belle immagini, in seguito, nell’Adrar!», fa notare Bayle.

E così, le troupe di cameramen dell’esercito, «Famas (4) in spalla», erano le più produttive. Conquistare i cuori e le menti «I giornalisti credono che viaggiare su degli aerei militari sia un diritto», si lamenta il capo della cellula di comunicazione dello Stato maggiore, soprannominato dai suoi commilitoni «Air Burkhard», per via delle tante richieste di imbarco di giornalisti e tecnici sui Transall che riceve. Ma il colonnello è contento di aver potuto «imbucare» anche media meno importanti, come la catena France 24, che può essere ricevuta da una parte dei telespettatori maliani. In due mesi, ha ricevuto all’interno delle forze armate quattrocento giornalisti di 212 media. E soprattutto, l’esercito francese può fregiarsi di avere, grazie alle sue troupe di reporter, fornito le immagini che tanto mancavano agli inviati speciali: 120 video e 500 fotografie senza diritti d’autore, «a volte utilizzate senza menzionare la loro origine militare», si stupisce Burkhard.

«Comprendendo che i giornalisti non sono mai contenti di quello che gli si mostra», egli stima che la copertura mediatica fosse quindi più facile in Afghanistan, con un percorso molto organizzato, poiché l’opzione embedded (letteralmente: «nello stesso letto», cioè integrata nelle unità militari) era la sola possibile. Un vantaggio per i comunicatori, poiché gli è più facile sensibilizzare i giornalisti all’imperiosa «sec ops», sicurezza delle operazioni. Ma anche vincoli maggiori in termini di trasporto, procedure, protezione: la presenza di una troupe televisiva in un Vab richiede di rinunciare a tre soldati. «Se si va su questa china, non si fa più guerra, ma trasporto!», scherza Burkhard. Hervé Ghesquière, grande reporter di France 3, incarna coloro ai quali non basta imbarcarsi al fianco di uno dei belligeranti. Dopo un aver trascorso del tempo, negoziato con le autorità, in una base avanzata dei militari francesi e afghani alla fine del 2009, stanco di essere sempre accompagnato dai suoi «angeli custodi», aveva voluto raccogliere il punto di vista degli abitanti dei villaggi nella valle di Kapisa. Sperava così di fare il punto sull’impegno francese in Afghanistan per il programma «Pièces à conviction», un anno dopo l’imboscata sanguinosa d’Uzbin, a una cinquantina di chilometri a nord-est di Kabul, che il 18 e 19 agosto 2008 aveva causato dieci morti e ventuno feriti tra i soldati francesi.

Con il cameraman Stéphane Taponier, Ghesquière è stato rapito e tenuto in ostaggio per 547 giorni (5). Considerato dai dirigenti politici e militari dell’epoca come «indisciplinato», «imprudente», «indifferente agli avvertimenti», «trasgressore dei divieti», accusato di aver «cercato lo scoop ad ogni costo (6)», «fatto correre rischi ad alcuni militari» ed essere costato caro alla Repubblica (7), cerca una spiegazione di tipo strategico. La sua avventura diventa un danno collaterale, e lui il capro espiatorio: «Il nostro errore è stato di farci rapire dai talebani su una strada importante situata tra due basi francesi, Tagab e Tora. Queste basi avevano come missione, proprio di mettere in sicurezza quest’asse essenziale, detto “Vermont”, che collega l’est dell’Afghanistan al Pakistan». In seguito, il giornalista di France 3 parla di «un terribile insuccesso della missione francese», che spiegherebbe la polemica suscitata dal suo rapimento, mentre si avviava il dibattito che ha portato al ritiro delle truppe francesi di combattimento fuori dall’Afghanistan, due anni prima di quelle della coalizione. «La vostra imprudenza ha rovinato il lavoro nella regione», ha rimproverato in seguito a Ghesquière il generale Jean-Louis Georgelin, che era capo di stato-maggiore dell’esercito durante il rapimento dei due uomini. «Ci avete obbligati ad adottare una posizione aggressiva che ci ha complicato il compito nella nostra missione di “conquista dei cuori e delle menti”.» A capo di una ventina di ufficiali addetti stampa dell’esercito francese a Kabul tra il settembre 2009 e l’aprile 2010, il luogotenente colonnello Jacky Fouquereau ha visto passare circa 200 giornalisti, tra cui Ghesquière e Taponier.

Per tutti era stabilito, all’inizio del loro soggiorno, un briefing di sicurezza: zone proibite, zone dove la libertà di movimento è limitata, comportamento da adottare con gli impiegati e i soldati afghani, ecc. Si vedevano in seguito attribuire un ufficiale addetto stampa incaricato della loro sicurezza diretta, e della gestione dei rapporti con l’insieme delle truppe. Il luogotenente-colonnello ricorda in particolare di uno scontro con giornalisti statunitensi i quali volevano entrare in un mercato ritenuto poco sicuro, cosa che non poteva essere organizzata se non con un complesso dispositivo, sia per proteggerli sia per rassicurare la popolazione. In generale, la comunicazione operativa, che è per definizione una comunicazione di crisi, impone una serie di condizioni. «Non è un reality: il colonnello incaricato di un’unità, di un’operazione, non ha necessariamente voglia di avere il microfono sotto il naso mentre agisce…», osserva Fourquereau. Afferma di aver avvertito la troupe di France 3 che la sua avventura era una «missione impossibile» e di aver dichiarato il proprio stupore – anche presso la direzione del canale televisivo e presso i superiori gerarchici al ministero della difesa – per questo cambiamento di contesto in un’inchiesta che doveva concentrarsi sul clima nel contingente francese a un anno dal caso Uzbin. Passando ad altro, i giornalisti furono rapiti nella regione di Tagab il 29 dicembre 2009.

I giorni seguenti, il fronte della valle della Kapisa era stato neutralizzato, il piano della campagna francese nella Forza internazionale di assistenza e sicurezza (Fias) rivista al ribasso, i giornalisti in zona rimpatriati, e ogni comunicazione nell’area sospesa per qualche mese. Da allora, anche se i rapimenti nei teatri di operazioni resta un’ossessione, l’episodio Ghesquière non si è ripetuto. Quando gli spieghiamo che un’informazione è sensibile (il nome di un villaggio, una via seguita…), «i giornalisti accettano in generale questa preoccupazione per la discrezione», sottolinea il colonnello Burkhard. Capiscono di essere, per i loro collegamenti e resoconti in tempo reale, con i telefoni satellitari, i blog, i social network (si legga il riquadro), la migliore se non la sola fonte d’informazione di avversari che non dispongono di mezzi sofisticati. «Gli amici di fronte, nelle grotte, combattono anche su Internet. Captano delle indicazioni», ricorda Bayle. Ma per questo ex professionista (8), i diritti e i doveri del giornalista sono proprio andare a cercare delle notizie. Cita Yves Debay, «soldato dell’informazione morto in prima linea» nel gennaio 2013 in Siria, come l’esempio tipico di corrispondente di guerra wildcat («testa calda») Ftp (fotografo cecchino) (9).

Ed è contrariato dalla «svolta dell’11 settembre 2001», a partire dalla quale «il giornalista occidentale è apparso come il nemico». Da allora, è diventato più difficile coprire un conflitto da ambo i lati, che sia al tempo della prima guerra del Golfo, dei Balcani, Israele-Palestina o nelle grandi guerre civili del Corno d’Africa. Oltre ad accrescere i rischi di manipolazione, questo seguire la guerra «da una sola parte» è stato spesso accompagnato da un inasprimento dell’inquadramento del giornalista, appelli ripetuti all’autocensura e addirittura divieto d’accesso ad alcune fonti o ad alcuni luoghi. Questo non è stato tuttavia il caso del Mali: anche se i giornalisti non hanno ottenuto le immagini che desideravano, hanno goduto di un’ampia autonomia. Non sono stati portati fino a Bamako a spese della Repubblica, come in altri conflitti: le operazioni di comunicazione «viaggi inclusi» sono diventate l’eccezione in ragione delle restrizioni di bilancio. «Il nemico principale non si chiama talebano, ma Rgpp (10)!», ironizza il direttore della Dicod. L’imbarco dei media nelle forze francesi significa d’altronde, secondo Patricia Allémonière, capo redattore al servizio esteri-difesa di Tf1 e di Lci, avere in permanenza «una mano sulla spalla»: i professionisti sono accompagnati e inquadrati da un esercito che si cura prima di tutto di lanciare un messaggio positivo per suscitare l’appoggio dell’opinione pubblica in Francia. Allo stesso modo, questa habitué della copertura dei conflitti trova difficile da sopportare la sollecitudine dei militari francesi che, in nome di «nessun morto», vogliono a ogni costo evitare perdite tra i giornalisti, a rischio, secondo lei, di un eccesso di precauzioni (11). «È importante che la guerra sia mostrata o che sia vinta?», domanda il generale Vincent Desportes, ex comandante dell’insegnamento superiore militare. Insiste sulla dimensione psicologica del conflitto: l’avversario, per esempio, avrà interesse a insistere sull’estensione dei «danni collaterali», o a mettere l’accento su una manifestazione di locali a favore di un gruppo ribelle. Poiché la battaglia si svolgeva anche sul fronte della comunicazione, «bisognava poter mettere davanti i soldati maliani con la loro bandiera» durante l’avanzata dei soldati francesi verso Gao e Timbuctù, nel nord del Mali, anche se non avevano avuto nessun ruolo nell’offensiva-lampo, per proteggere l’opinione pubblica e l’esercito maliano. Prova, secondo l’ufficiale generale, che «le immagini del momento possono impedire la realizzazione finale di un’operazione». E che, «se tutto, in linea di principio, può essere visto e trasmesso, i nostri concittadini non hanno sempre la distanza necessaria per giudicarlo». Ritiene quindi normale mantenere un certo «controllo dell’immagine» (12). Il fatto di non divulgare le informazioni contraddice tuttavia uno degli obiettivi essenziali della comunicazione operativa: convincere l’opinione pubblica della legittimità dell’intervento, e spiegare come i soldati procedono sul terreno per ottenere gli obiettivi prefissati. «Oltre alla legittimità che un sostegno forte conferisce alle nostre operazioni, si tratta anche di un fattore determinante per il morale dei militari e delle loro famiglie», commenta Burkhard (13). Ma fino a che punto, per esempio, mostrare i morti? Il Consiglio superiore dell’audio-visivo (Csa), che, lo scorso gennaio, aveva raccomandato ai media di non diffondere immagini di cadaveri in Mali, si era attirato una replica immediata di Reporters sans frontières: «A nome della protezione dei giovani telespettatori, il Csa non protegge la comunicazione ufficiale di un’operazione militare? È aberrante mostrare della guerra nient’altro che dei tramonti su carri armati scintillanti. Il pubblico non può essere soddisfatto delle informazioni raccolte sotto il controllo militare o direttamente trasmesse dall’esercito». «In guerra, ci sono immagini pulite e immagini sporche», titolava il sito Arrêt sur images il 29 agosto 2008, qualche giorno dopo l’imboscata d’Uzbin. Pierre Babey, giornalista di France 3, vi aveva ricordato le consegne in vigore all’epoca sul terreno: niente foto o video di cadaveri, nessuna immagine dell’imboscata di Uzbin; nessuna immagine di bare rimpatriate in aereo. Tra l’altro, in Afghanistan, come durante la guerra d’Algeria o la guerra del Golfo, i reportage sul campo avversario erano rari, da qui la «percezione di una supremazia delle immagini occidentali». Tramonto su carri armati scintillanti Il fotografo tedesco Horst Faas ha coperto la guerra del Vietnam dal 1962 al 1974, diretto il servizio fotografico dell’agenzia Associated Press a Saigon e pubblicato delle foto di soldati morenti o di civili vietnamiti terrorizzati dai bombardamenti. Secondo lui, era possibile, all’epoca, pubblicare immagini di morti se la famiglia veniva avvertita. Da allora, la guerra è diventata «una burocrazia. Ci vogliono autorizzazioni per ogni cosa». Come riassume la giornalista Claire Guillot che aveva parlato con lui, «l’accesso al teatro delle operazioni è limitato e, di conseguenza, i fotografi mostrano soprattutto il prima e dopo dei combattimenti. Riguardo alla censura, l’amministrazione americana ha fissato “delle regole strane”, che proibiscono di fare foto a un ferito senza la sua autorizzazione». E Faas si domanda: «Si chiede forse a questa gente l’autorizzazione prima di bombardarli?» (14). I militari americani – come, in Europa, i loro colleghi tedeschi – sono diventati maestri in «psy ops»: tecniche d’influenza che hanno fatto adottare all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (Nato), in particolare in Afghanistan. All’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, il Pentagono ha creato in gran segreto l’Office of Strategic Influence (Osi), un’agenzia di propaganda incaricata di «modellare le opinioni pubbliche a livello planetario con un’intossicazione massiccia di media, circoli di riflessione influenti e gruppi di pressione (15)». L’Osi è stato sostituito nel 2002 dall’Office of Special Plans (Osp), diventato in seguito, nel 2003, Northern Gulf Affairs Office, ufficio d’analisi e di comunicazione sulla situazione in Medio oriente che aveva come obiettivo principale di «diffondere informazioni, vere o inventate, sulle armi di distruzione di massa, per preparare l’intervento americano in Iraq». Questo ufficio si era appoggiato sulla società privata di relazioni pubbliche Rendon Group, specializzata in dossier di informazioni, che preparava strategie di influenza e classificava i giornalisti su una scala di «gradi di fiducia». In passato molto schierati a destra, i militari francesi hanno allo stesso modo saputo condurre una guerra dell’informazione (16) al tempo dei grandi conflitti coloniali degli anni ’50, con il pretesto di lotta contro il comunismo. In Indocina, di fronte a nazionalisti che sapevano compensare il loro handicap militare con il ricorso all’arma ideologica, un Ufficio della guerra psicologica era incaricato di studiare e di dirigere ogni forma d’azione diversa dal combattimento suscettibile «di attaccare il morale del nemico e la sua volontà di combattere», con propaganda, censura, finti riallineamenti, ecc. Queste tecniche furono perfezionate e generalizzate in Algeria, in particolare con la creazione di un Centro d’istruzione, di pacificazione e di contro-guerriglia che spiegava i mezzi per demoralizzare, convincere e riallineare il nemico. Il Gruppo di indicazione e sfruttamento (Gre) orchestrava manovre di disinformazione destinate al Fronte di liberazione nazionale (Fln) e ai suoi sostenitori. Si ricordano anche imprese più recenti di manipolazione: la finta fossa comune di Timisoara, in Romania, prima della caduta di Nicolae Ceausescu nel 1989, o lo stretto controllo delle immagini e delle parole da parte degli stati maggiori alleati e di specialisti in comunicazione al tempo della guerra contro l’Iraq del 1990-1991; e infine, sempre in Iraq, l’invasione del 2003, con «fabbricazione del nemico (17)» alla fine. La menzogna del presidente George W. Bush sulla presenza di armi di distruzione di massa, per giustificare l’invasione del paese, così come lo snaturamento nel 2011 della risoluzione dell’Onu che autorizzava l’imposizione di una No-fly zone, contribuiscono a spiegare perché la Francia e gli Stati uniti hanno dovuto in definitiva rinunciare a lanciare la loro operazione punitiva contro il regime siriano.

note:
* Giornalista, autore del blog Defénse en ligne, http://blog.mondediplo.net
(1) Si legga «Mali, la victoire en chantat» e «Victime collatérale», Difesa in linea, rispettivamente del primo febbraio 2013 e del primo settembre 2011, http://blog.mondediplo.net
(2) Film americano di Ridley Scott (2001), ispirato all’intervento in Somalia dell’esercito degli Stati uniti nel 1993.
(3) Jean-Marc Tanguy, «Le com’ de Serval devant la mission d’information», 2 luglio 2013, http://lemamouth.blogspot.fr
(4) Fucile d’assalto in dotazione all’esercito francese.
(5) Hervé Ghesquière, 547 giorni, Albin Michel, Parigi, 2012.
(6) Claude Guéant, ministro dell’interno, 17 gennaio 2010.
(7) Il 21 febbraio 2010, il generale Jean-Louis Georgelin, capo di stato dell’esercito, valutava già pari a 10 milioni di euro in due mesi le spese causate da questo rapimento, con la smobilitazione di quattrocento soldati e di una cinquantina di agenti della Direzione generale della sicurezza esterna (Dgse).
(8) Ex giornalista, Bayle ha in particolare diretto la lettera Ttu, in seguito la comunicazione del gruppo European Aeronautic Defence and Space (Eads).
(9) O ancora «Fuck the pool», allusione ai fotografi che preferirono accedere liberamente alle zone di conflitto piuttosto che imbarcarsi nelle combat pools organizzate dai comunicatori militari.
(10) La revisione generale delle politiche pubbliche (Rgpp) è stata lanciata nel 2007 con lo scopo di ridurre l’indebitamento dello Stato, e perseguita secondo modalità che sono cambiate nel corso degli anni.
(11) Dibattito sul mestiere di reporter di guerra organizzato il 17 febbraio 2013 a Parigi da Libération, «La guerre d’un seul côté», 18 febbraio 2013, http://pierrebayle.typepad.com
(12) Incontro con membri dell’Associazione dei giornalisti di guerra, 12 febbraio 2013.
(13) Cfr. «Les impératifs de la communication opérationnelle», Armées d’aujourd’hui, n°379, Parigi, aprile 2013.
(14) Claire Guillot, Le Monde, 6 settembre 2008.
(15) Cfr. Michel Klen, Les Ravages de la désinformation d’hier à aujourd’hui, Favre, Lausanne, 2013.
(16) Cfr. Paul e Marie-Catherine Villatoux, La République et son armée face au «péril subversif». Guerre et action psychologiques, 1945-1960, les Indes savantes, Parigi, 2005.
(17) Cfr. Pierre Conesa, La Fabrication de l’ennemi, Robert Lafford, Pa

 
 
 
 
 
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Venerdì, 1 Novembre 2013








LA FESTA DEI MORTI


Il mese della nebbia (Novembre) è il mese dei morti.
L’anno volge a termine, tutto cade come le foglie
dagli alberi.
In questo periodo un’indicibile tristezza pervade il paese. Comprendiamo il cambiamento, come la resurrezione della luce ad Est fa parte della vita, così ne fa parte anche l’interruzione della luce
autunnale.
Il divenire e la morte appartengono alla vita. La nascita e la morte sono intoccabili, perché l’esistenza ci è sacra. Per questo motivo la festa dei morti fa parte delle feste annuali.
Tutti si recano in questo mese nei cimiteri per onorare i loro cari morti e portare loro una corona di fiore ed una fiammella che arde in nome dei morti in combattimento e dei morti della famiglia.
Molti membri della famiglia si ritrovano a casa dei parenti per non dimenticare.
Non ci sono però dei brindisi in loro onore, come spesso è usanza, le fotografie dei morti sono esposte
per evocare la loro vita e la loro morte coraggiosa………… terra sit vobis levis!


“Noi non ci prestiamo davanti alle fredde tombe.
Avanziamo e diciamo: era uno di quelli
che hanno rischiato, ciò che tutti abbiamo osato.
La sua bocca è chiusa. Avanziamo e proclamiamo:
l’amicizia è immutabile.
Molti cadono. Molti sono caduti.
Il mondo è vasto, chi si trattiene viene rinchiuso,
le parole passano ma i morti non dimenticano;
il potere, il dovere sono più grandi del mondo.
Ricordiamo, il dovere esisteva
prima di noi. E noi coltiveremo,
come i nostri predecessori, anche putrefati nella tomba,
il valore della vita.
Più forte del dolore e della pietra.” di Eberhard Wolfang Muller


 
 
 
 
 
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Venerdì, 1 Novembre 2013








LA FESTA DEI MORTI


Il mese della nebbia (Novembre) è il mese dei morti.
L’anno volge a termine, tutto cade come le foglie
dagli alberi.
In questo periodo un’indicibile tristezza pervade il paese. Comprendiamo il cambiamento, come la resurrezione della luce ad Est fa parte della vita, così ne fa parte anche l’interruzione della luce
autunnale.
Il divenire e la morte appartengono alla vita. La nascita e la morte sono intoccabili, perché l’esistenza ci è sacra. Per questo motivo la festa dei morti fa parte delle feste annuali.
Tutti si recano in questo mese nei cimiteri per onorare i loro cari morti e portare loro una corona di fiore ed una fiammella che arde in nome dei morti in combattimento e dei morti della famiglia.
Molti membri della famiglia si ritrovano a casa dei parenti per non dimenticare.
Non ci sono però dei brindisi in loro onore, come spesso è usanza, le fotografie dei morti sono esposte
per evocare la loro vita e la loro morte coraggiosa………… terra sit vobis levis!


“Noi non ci prestiamo davanti alle fredde tombe.
Avanziamo e diciamo: era uno di quelli
che hanno rischiato, ciò che tutti abbiamo osato.
La sua bocca è chiusa. Avanziamo e proclamiamo:
l’amicizia è immutabile.
Molti cadono. Molti sono caduti.
Il mondo è vasto, chi si trattiene viene rinchiuso,
le parole passano ma i morti non dimenticano;
il potere, il dovere sono più grandi del mondo.
Ricordiamo, il dovere esisteva
prima di noi. E noi coltiveremo,
come i nostri predecessori, anche putrefati nella tomba,
il valore della vita.
Più forte del dolore e della pietra.” di Eberhard Wolfang Muller


 
 
 
 
 
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IO NON MI VERGOGNO
Martedì, 15 Ottobre 2013


di Walter Amatobene

PARMA- E' in atto il potenziamento del già formidabile spiegamento di forze a Lampedusa e in altri porti italiani, dove operano costantemente aerei, navi da guerra, tutte e quattro le forze armate con centinaia di unità, vigili del fuoco , guardia costiera, forestale, polizia provinciale, polizia municipale, impiegati comunali,protezioni civili ( plurale), aziende di trasporto privato, volontari a pagamento, società di gestione di centri alberghieri ( quelli che vengono regolarmente incendiati dagli ospiti e ricostruiti,ndr), decine e decine di giornalisti ( devono campare pure loro.., ndr).
Ogni immigrato conta su almeno 25-30 addetti a sua disposizione.
Avevamo davvero bisogno di un "rafforzamento" del meccanismo di accoglienza?

In questa corsa a chi li aiuta di più - a spese del contribuente italiano- mi fanno pensare le dichiarazioni strappalacrime da parte di Comandanti di Navi da Guerra e palombari militari che pensano di essere arruolati nel servizio sanitario e che ai giornali dichiarano come -in fondo- il loro vero scopo sia quello di fare la crocerossina. Voi sapete che siamo in presenza di barche zeppe di stranieri senza visto , senza acqua, senza cibo -ma sempre col satellitare- che attraccano per la maggior parte regolarmente,ogni giorno,senza problemi. Le loro carrette entrano nei porti , tome tome, cacchie cacchie: nessuno gli acrea problemi. Anzi!
Da mesi, da anni, vengono avvistate più facilmente dai bagnanti a terra che dai sofisticati sistemi radar, infrarossi, elettronici e navali e dalle centinaie di addetti in straordinario notturno e festivo di cui GIA' disponiamo. Potremmo sapere i nomi dei reparti addetti all'avvistamento in mare? Qualcuno prenderà provvedimenti disciplinari contro chi non sa, non vuole, non può ( perchè altrove, ndr) usare i mezzi a disposzione e avvistare una nave a 2 miglia dai nostri porti, dopo che ha navigato in acque italiane per un giorno intero?

E' di ieri l'approvazione di un ulteriore rafforzamento del dispositivo, che moltiplicherà i già enormi costi che l'Italia sostiene e che sono ulteriormente aggravati dai volontari a pagamento, che sono una vera industria che dà lavoro a migliaia di persone.

Con cifre inferiori di un quinto si potrebbe dare ai visitatori senza visto, tutti assai giovani, un futuro nei paesi che abbandonano, lasciandoli in balia di minoranze criminali che in una sola notte potrebbero essere annientate dalla stessa popolazione angariata.

Sono incapaci di badare a se stessi, questi nostri Fratelli africani; meritano il nostro aiuto. Ovvio. Dobbiamo farlo perché questa è la Legge di Dio: aiuta il fratello debole. Il Signore sa quello che sarei disposto a fare per loro.
Loro che sono talmente incoscienti da appicare il fuoco alla barca su cui si trovano in cinquecento, oppure da levarsi tutti in piedi al solo passaggio di un aereo, provocando il suo rovesciamento e altre centinaia di morti.

Quei morti che il Papa , e altri politicanti che cercano la rielezione futura, dicono pesare sulla mia coscienza e per i quali mi dovrei vergognare.

Sono proprio quei morti a ispirare la cancellazione dell'unico imene che ci separa dalla vera invasione senza regole ( adesso lo è, ma al 75%): cancellare la legge chiamata bossi/fini e, sucessivamente, concedere a tutte le le nascite in Italia da genitori stranieri la cittadinanza. Abbiamo già previsto navi ospedale e navi albergo per accogliere le migliaia di Mamme incinte che si imbarcheranno per partorire dopo l'approdo. Da quel momento avranno diritto al ricongiungimento tutti i parenti fino al secondo grado.
Quel poco di misero INPS che versano, viene già restituito moltiplicato per sei. Altro che forza lavoro che paga le nostre pensioni.

Io mi vergogno di non avere quella pietà ipocrita, becera e meschina , sbandierata con lacrimucce e mento tremolante, da mezziuomini e mezzedone di destra, sinistra e chiesa. Mi vergogno di pensare: "perché scappano dal loro Paese con una cifra che, sul posto, gli farebbe aprire un negozio? Perchè non combattono e cacciano i quadeisti, i tagliagole? Perché conciano i centri di accoglienza italiani come pattumiere, senza nemmeno raccogliere le proprie bottigliette? Perché non dicono mai grazie? Perché dobbiamo chiedere noi scusa a loro?

Io non mi vergogno , ma spero che si vergognino coloro che non fanno progetti a casa loro, dove con un quinto del costo potremmo davvero dargli un futuro. Non mi vergogno di pensare che , pur essendo Fratelli, non abbiano dimostrato alcuna capacità di progresso.
Li voglio vedere felici e voglio aiutarli perché accada. A casa loro, però.









 
 
 
 
 
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8 SETTEMBRE : L'ANALISI DEL GIORNALISTA E STUDIOSO DELLA STORIA D'ITALIA IN QUEL PERIODO
Domenica, 8 Settembre 2013

di Paolo Comastri

L’8 settembre 1943

Quella sera dell’8 settembre, dopo che alle 19,45 fu reso noto l'armistizio di Cassibile dando luogo a convulse alternative di coscienza, l'Italia attraversò uno dei momenti più drammatici della sua storia recente.

A Porta San Paolo, a Cefalonia, a Corfù, a Spalato, nelle acque della Sardegna, in cento altri luoghi, la scelta da parte delle Forze Armate Italiane, là dove esisteva un embrione di possibilità di pratica resistenza, là dove si ebbe l'iniziativa di ufficiali che, in assenza di direttive coordinate, volevano salvare l'onore e la dignità della bandiera italiana, fu nei giorni e nelle settimane che seguirono, netta e corale.

Oltre 87mila caduti, fra l'autunno 1943 e la primavera 1945, 365 medaglie d'oro a ufficiali, sottufficiali e soldati, altre medaglie d'oro che fregiano le bandiere di tanti reparti dell'Esercito e i gonfaloni di tante città, danno una nuda, severa immagine di quello che rappresentò per l'Italia tale avvenimento.

Nella vicenda che segue l'8 settembre, la "pianta uomo", come la chiamava Carlo Cattaneo, risorge vigorosa in Italia.

Nei soldati italiani di ogni grado, dovunque si ritrovasse un minimo di condizioni operative, entro e fuori i confini nazionali, scattò immediato l'impegno della riscossa.

Si reagì anche lì dove non sussisteva ragionevole probabilità di successo, dove la certezza era nel senso dell'annientamento, o di crudeli rappresaglie. Intere unità si dissolsero, è vero, ma in molti casi non perché mancasse lo spirito combattivo, ma per assenza di direttive ai comandi periferici unita a inferiorità schiacciante di armamenti o per decisione di comandanti che preferirono con saggia umanità lasciar liberi i loro uomini, piuttosto che condannarli all'annientamento, ai plotoni di esecuzione, alla deportazione. Non pochi fra quei comandanti si offrirono poi con consapevolezza ai plotoni di esecuzione tedeschi.

Su questo sfondo risalta il semplice eroismo di quanti, singoli e reparti italiani, scelsero di obbedire al comunicato di armistizio che, mentre prevedeva la cessazione ovunque di atti d'ostilità contro le forze anglo-americane, imponeva però alle nostre Forze armate di "reagire a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

Non cedere le armi: questo era l'ultimo ridotto dell'onore italiano.

Ecco, fra le tante pagine ancora poco conosciute, la risposta del comandante della divisione "Acqui" all'intimazione di resa: "La divisione intende rimanere sulle sue posizioni fino a quando non ottiene assicurazioni, con garanzie che escludano ogni ambiguità, che essa possa mantenere le sue armi e le sue munizioni, e che solo al momento dell'imbarco essa possa consegnare le sue artiglierie [...] Se ciò non accadrà, la divisione preferirà combattere piuttosto che subire l'onta della cessione delle armi ed io, sia pure con rincrescimento, rinuncerò definitivamente a trattare con la parte tedesca, finché rimango a capo della mia divisione. Prego darmi risposta entro le ore 16".

Chi firma è il generale Antonio Gandin, passato dieci giorni dopo per le armi con tutti i suoi ufficiali superstiti: 186.

Dalle ceneri di un esercito distrutto, sorgono dopo l'8 settembre:

il raggruppamento motorizzato ( in pratica una brigata su quattro battaglioni di fanteria, quattro gruppi di artiglieria, una compagnia controcarri e la 39^ e 51^ sezione comando e servizi ), inviato in linea il 7 dicembre sul fronte di Cassino (Montelungo);

il "Corpo italiano di liberazione” (Cil) della forza di un corpo d'armata, che combatté con valore risalendo la penisola sino alla linea Gotica;

nell'ultima fase, i quattro gruppi di combattimento "Cremona", "Friuli", "Folgore" e "Legnano", oltre a due gruppi approntati "Mantova" con forza di divisioni.

Alla vigilia dell'8 settembre la difesa di Roma era così articolata.

A Roma città e nella cinta di sicurezza perimetrale a ridosso di essa, le forze del corpo d'armata di Roma (divisione "Sassari", elementi delle scuole, truppe ai depositi e polizia Africa italiana). Intorno alla città, il corpo d'armata motocorazzato con: le divisioni "Piave" e "Granatieri" in posizione idonea per lo sbarramento delle comunicazioni adducenti a Roma da nord, a sud e da occidente; la divisione "Ariete" schierata più avanti, unitamente a elementi della "Piave", in previsione di atti di forza di colonne motocorazzate tedesche della 3a divisione Panzergrenadieren, dislocata tra Orvieto e Montefiascone; la divisione "Centauro" in riserva nella zona di Tivoli.

La divisione "Piacenza" fu invece dislocata in posizione d'arresto a sud del Tevere fra Genzano e Velletri, con un gruppo tattico a Osteria Malafede, avanzata rispetto allo schieramento della "Granatieri ", contro possibili minacce provenienti da un raggruppamento corazzato tedesco dislocato a Frascati.

Era stato deciso inoltre, allo scopo di irrobustire ulteriormente la difesa, di creare una massa mobile di manovra, disponendo di concentrare a Roma le divisioni "Re", proveniente dalla Croazia, e "Lupi di Toscana", proveniente dalla Francia, e disposto che il 181° reggimento bersaglieri (Reco, reggimento esplorante corazzato), arrivato dalla Francia e giunto a Torino, fosse dirottato verso Roma.

Nessun concorso potevano dare alla difesa della capitale le forze costiere dislocate sul litorale tirrenico direttamente interessato, divisioni 220^ e 221^, frazionate in 150 postazioni e ancorate sulle loro posizioni. Violenti combattimenti si svolsero a partire dalla sera dell'8 settembre fino a tutto il 10, a cavaliere delle vie consolari e - nelle vicinanze della città - alla Cecchignola, alla Magliana, nella zona delle Tre Fontane e lungo l'allineamento Garbatella -San Paolo -Testaccio. I combattimenti attorno a Roma impedirono che accorressero a Salerno, proprio nel momento di maggiore crisi delle forze da sbarco americane, due divisioni tedesche: la 3a Panzergrenadieren e la 2a Paracadutisti, il cui intervento avrebbe potuto essere determinante.

Fonte: Stato Maggiore Esercito

Fin qui la “versione” dello SME, storicamente esatta e documentalmente inoppugnabile.
Ma quel giorno, tra i più tristi, lugubri e tragici della storia patria, segnato dal vigliacco ed abietto tradimento di casa Savoia e dei suoi lacchè, anzi triplo tradimento in quanto si riuscì nella fantasmagorica “impresa”, peraltro tutta italiana, di ingannare ben tre volte,

1 gli -fino a quel momento- alleati tedeschi,

2 gli anglo-americani e

3 soprattutto gli italiani,

rappresenta il punto in cui la Storia si è fermata, la linea oltre la quale si è dato inizio ad una informazione volutamente distorta che da 70 anni, in totale malafede, dimentica le migliaia di giovani e giovanissimi, innamorati della loro terra e fieri della loro italianità, esenti peraltro da qualsivoglia responsabilità, vera o presunta, sui guasti del regime fascista avutisi fino a quel momento, che raccolsero le armi abbandonate, in molti casi anche da molti loro maestri ed indottrinatori, per affermare un principio solo : l’ONORE.

A differenza dei tanti altri che passarono subito dalla parte del nemico, solo perché vincente, con l’obiettivo di rifarsi una verginità, versando con le loro stesse mani quel giovane sangue.

Quasi come gli antichi immolavano il vitello sacrificale per propiziarsi la divinità, questi novelli Maramaldo si ingraziarono i nuovi padroni del mondo, e quindi dell’Italia, ottenendo in cambio il privilegio di servirli e soprattutto la concessione di scrivere la storia.

Ma il tempo è galantuomo.

Quella generazione, unica nella storia dell’umanità, sta fortunatamente scomparendo.

 
 
 
 
 
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CITTADINANZA E COSTITUZIONE
Mercoledì, 21 Agosto 2013

Luciano Parolin

VICENZA La Nazionalità è l'insieme degli elementi caratteristici che distinguono un gruppo etnico e cioè: la storia, la lingua, la religione, le tradizioni, la cultura, la scuola, l'arte ecc.. In Italia, il termine è impropriamente usato come sinonimo di cittadinanza che è, invece una cosa diversa. La cittadinanza è la condizione della persona fisica alla quale l'ordinamento giuridico italiano riconosce la pienezza dei diritti civili e politici. La cittadinanza italiana è basata principalmente sullo ius sanguinis.

Il Ministro della Repubblica per l'Integrazione signora Kyenge Kashetu, nata in Congo, laureata in medicina in Italia, specializzata in oculistica; ha di recente sentenziato in solitudine che noi Italiani siamo tutti meticci e che il nostro Paese cioè l'Italia, deve passare dal principio dello ius sanguinis per cui chi è figlio di italiani è italiano; al principio dello ius soli chi nasce in Italia diventa italiano. Purtroppo la sinistra che è al governo, ha sposato la causa "progressista" delle porte aperte per tutti, anche se il paese è afflitto da un'alta disoccupazione giovanile e da una delinquenza straniera dilagante.
Sempre secondo la Ministra Kienge, il lavoro degli immigrati è fattore di crescita. Sarà, ma se apri un negozio da "Tutto 1 €" diventi un imprenditore? Se lavi i vetri agli incroci, sei un imprenditore? Quanto ci costano i malviventi stranieri che rendono le nostre strade e case pericolose per viverci? Io sono orgoglioso di essere di Nazionalità Italiana un merito, che come tanti, mi sono guadagnato, non solo per nascita, ma per conquista e partecipazione. Mio nonno (nella foto), bersagliere ciclista, classe 1896 a 20 anni fu spedito sul Piave poi al Montello, si portò per tutta la vita una scheggia nella spina dorsale; suo figlio, mio padre classe 1920, fu spedito a spezzare "le reni alla Grecia" fatto prigioniero, internato in Germania ritornò con la malaria, il tutto in nome del Tricolore per la difesa della Patria. Mai una volta si sono lamentati. Io entrando in ruolo nella P.I. ho prestato giuramento con la formula rituale "Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione".
Tanto basta!
Articolo 52 della Costituzione
«La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l'esercizio dei diritti politici. L'ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.

 
 
 
 
 
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ARRUOLAMENTO PER UN ANNO: MA QUANTO MI COSTI?
Venerdì, 12 Luglio 2013


di Alessandro Puzzilli



CORSI E CONCORSI
Dalla sospensione del servizio di leva (legge n. 226 del 23/8/2004), la difesa nazionale si basa sul modello professionale. Con lo sguardo di un presidente di sezione ANPd’I, che organizza corsi di paracadutismo, frequentati prevalentemente da aspiranti VFP 1, ma anche con quello di un padre di famiglia, intendo esaminare brevemente i lineamenti dei bandi di concorso per il loro reclutamento e le conseguenze che da essi derivano.
I requisiti dei/lle candidati/e sono riportati nella Tabella 1 (estratto dall’art. 2 del Decr. DGPM n. 228 del 29/11/12).
I/le candidati/e vengono inseriti/e in una prima graduatoria, basata essenzialmente sul voto del diploma di istruzione secondaria di primo grado (licenza media).
Coloro che risulteranno tra i primi 20.000 della graduatoria verranno ammessi alla valutazione dei titoli di merito, riportati nella Tabella 2 (estratto dall’art. 10 del Decr. DGPM n. 228 del 29/11/12).
Viene quindi redatta la seconda graduatoria, in base alla somma di punti ottenuti da ciascun/a candidato/a. I primi in graduatoria vengono chiamati/e per essere sottoposti agli accertamenti psico-fisici e attitudinali, che determineranno la graduatoria finale, in base alla quale i candidati/e saranno incorporati/e entro il numero fissato dal bando.

I dati di esperienza, di cui tutti i concorrenti sono a conoscenza, indicano in 10 il numero minimo di punti necessari per essere ammessi agli accertamenti psico-fisici e attitudinali e, quindi, giocarsela in base alla proprie capacità. Ciò determina l’attuale, diffusa pratica di iscriversi alla frequenza di corsi che garantiscono l’acquisizione di detti punti. Ovviamente, tali corsi non sono gratuiti. Sono molte le associazioni e le organizzazioni, pubbliche e private che offrono, a prezzi che variano anche in misura notevole, corsi di varia durata per l’acquisizione dei titoli relativi.

Quanto costa alle famiglie la preparazione al concorso VFP 1 dei figli/e?

L’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia organizza i corsi di paracadutismo (2 punti). I corsi ANPd’I, peraltro gli unici che si svolgono sotto controllo militare, hanno un costo che si attesta intorno ai € 1.000,00, comprendenti il certificato medico, l’assicurazione (variabile in base alla scelta del frequentatore), i tre lanci di brevetto, ecc..

Di seguito, una sintesi dei costi di massima degli altri corsi per l’acquisizione dei titoli più comuni, acquisibili in tempi contenuti:
Titoli previsti dall’articolo 8, comma 2, lettera a) del decreto del Ministro della Difesa 1° settembre 2004:

Porto d’Armi (1 punto): € 250,00 circa.
Patente di Guida (1 punto): € 500,00 circa.
Titoli previsti dal Decr. DGPM n. 228 del 29/11/12:
Brevetto di assistente bagnanti o di bagnino di salvataggio o di nuoto per salvamento (punti 1,5): € 350,00 circa.
Patente nautica (punti 1): € 700,00 circa.
Brevetto di equitazione per sport olimpici (punti 1): € 800,00 circa.
Corsi di abilitazione Basic Life Support (BLS) e Basic Life Support-Defibrillation (BLSD), organizzati dalla C.R.I. (punti 0,5): € 50,00 circa.

La somma di tutti i punti ottenibili dalla frequenza dei corsi fin qui esaminati è di: 8 punti. Quindi, a meno che non si sia in possesso di ulteriori qualifiche, previste dalla citata Tabella 2, spesso non facili da acquisire in tempi brevi, è necessario possedere un titolo di studio di quelli riportati nella stessa tabella.

In linea di massima, gli/le aspiranti VFP 1 sono in possesso di un diploma di istruzione secondaria di secondo grado, acquisito attraverso la regolare frequenza scolastica (quasi gratuiti presso le scuole pubbliche) ovvero acquisito attraverso la frequenza di corsi intensivi presso istituti privati, al costo di € 6.000,00 circa.


In totale, quindi, una famiglia che intenda far partecipare un/a proprio/a figlio/a al concorso VFP 1 può trovarsi a dover sborsare fino a € 3.600,00 circa (€ 9.600,00 circa per coloro che si trovino nella condizione di dovere acquisire il diploma di scuola superiore privatamente).

È da tenere presente che l’arruolamento quale VFP 1 nelle FFAA non garantisce il “posto fisso”, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Al momento anzi, poiché il reclutamento, lo stato e l’avanzamento dei militari sono soggetti a continue variazioni, in considerazione di fattori vari, principalmente economici, un VFP 1 ha davanti a sé un anno, dicesi un anno, di vita militare e poi? L’investimento richiesto, a fronte del ritorno che una famiglia si può legittimamente aspettare, appare certamente eccessivo.

Cambiando prospettiva, quale è il ritorno per le FFAA dell’impegno personale e finanziario richiesto agli/alle aspiranti VFP 1, tenuto conto che i VFP 1 svolgono un solo anno di servizio, non sono impiegabili nelle missioni fuori area e che il loro reale impiego è ridotto a pochi mesi.

Sembrerebbe che le FFAA intendano “alzare l’asticella” della selezione, al fine di poter reclutare personale già adeguatamente formato e ridurre così i tempi ed i costi della formazione.

Potrebbe essere un’ipotesi, ma appare azzardato affermare che sia così, dato che i requisiti obbligatori (Tabella 3 – estratto dell’Allegato B al Decr. DGPM n. 228 del 29/11/12) sono di un livello risibile: altezza m 1,65, 1,61 per le donne, effettuazione di 5 piegamenti sulle braccia e di 5 flessioni del tronco e diploma di istruzione secondaria di primo grado e che la formazione dei VFP 1 non ha subito modifiche o adeguamenti in funzione della selezione sempre più spinta prevista nei bandi e del conseguente reclutamento di personale più qualificato.

Non risulta, infatti, che le qualifiche acquisite trovino alcun utile impiego nell’espletamento del servizio da VFP 1.

Nè la patente di guida consentirà al/alla VFP 1 l’impiego quale conduttore, qualifica che richiede, comunque, la frequenza di apposito corso;

né il brevetto di paracadutista, infatti, per poter essere assegnati alle unità paracadutisti è necessario essere almeno VFP 4 – va rilevato, però, che in questo caso, il corso militare di paracadutismo avrà durata ridotta ed è richiesto un numero ridotto di lanci (3 anziché 5) per il conseguimento della qualifica;

né il corso BLS/BLSD organizzato dalla C.R.I., che, ove riconosciuto, eviterebbe alle FFAA l’onere di organizzarne di propri, oggi obbligatori prima dell’immissione in T.O.. Altrettanto vale per le qualifiche relative all’ambiente montano e per quelle equestri, per il porto d’armi, per non parlare, infine della laurea magistrale, ecc., ecc..

Sembrerebbe, quindi, che le qualifiche, i brevetti, i titoli di studio, che gli/le aspiranti VFP 1 sono “incoraggiati” ad acquisire per partecipare al concorso, siano prevalentemente destinati a rimanere un patrimonio personale, magari più utile a trovare un lavoro, una volta terminato l’anno di servizio, magari come bagnini/e o maestri/e di sci o, perché no, fisici nucleari.

Infine, c’è un terzo punto sul quale ritengo necessario soffermarmi: il limite d’età. Per arruolarsi bisogna aver compiuto i 18 anni e non aver superato i 25.

La legge italiana consente ai/alle cittadini/e di poter accedere al lavoro già al completamento degli obblighi scolastici, cioè al compimento dei 14 anni. La legge, altresì, garantisce il diritto allo studio fino al compimento dei 16 anni, diritto che può essere esercitato attraverso la frequenza di corsi di formazione professionale (1 punto ai fini del concorso), gratuiti presso la scuola pubblica.

ABBASSARE L'ETA' DO ARRUOLAMENTO E SCUOLE AD INDIRIZZO MILITARE?
Potrebbe essere interessante provare ad istituire presso la scuola pubblica dei corsi di formazione professionale “ad indirizzo militare”, inserendo, nei programmi di quei corsi suscettibili di avere un proficuo utilizzo in ambito militare, materie ed attività, concordate con la P.I., svolte da docenti/istruttori militari, per avvicinare alla vita militare giovani tra i 14 ed i 16 anni.

La frequenza di tali corsi costituirebbe titolo ai fini del reclutamento. Inoltre, si potrebbero reclutare i VFP 1 a 16 anni, poiché la legge consente il maneggio e l’uso delle armi già a questa età. Al termine dell’anno di sevizio da VFP 1, al compimento del 17mo anno d’età, acquisito, una volta e per sempre, il consenso dei genitori, si potrebbero reclutare i VFP 4, con la possibilità di impiegarli in operazioni.

Le FFAA avrebbero tutto l’interesse a reclutare ragazzi/e più giovani, così da poterli/e impiegare in compiti operativi e/o di elevato impegno fisico più a lungo.
In conclusione, credo che sia del tutto evidente che il reclutamento dei VFP 1 richieda una razionalizzazione che metta in sintonia selezione e formazione – se i requisiti per la elezione aumentano le esigenze di formazione si riducono e viceversa – evitando di attribuire valore a qualifiche che non trovino utile impiego in servizio e facendo scendere comunque e prioritariamente gli oneri finanziari a carico delle famiglie.

Sarebbe, inoltre, auspicabile che, fatto salvo quanto delineato al paragrafo precedente, analogamente a quanto avviene per i corsi di paracadutismo, anche per gli altri corsi, attualmente indicati nei bandi, si richieda il controllo militare e, possibilmente, che il loro svolgimento venga affidato ad organizzazioni senza fini di lucro, quali le Associazioni Combattentistiche e d’Arma, come l’ANPD’I, attraverso una più stretta collaborazione e compartecipazione con le FFAA e che i titoli acquisiti siano equipollenti a quelli militari e possano essere convertiti d’ufficio.


 
 
 
 
 
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CHE LAVORO FA LA DOTTORESSA DE ANNA
Lunedì, 27 Maggio 2013


di Walter Amatobene

La coraggiosa funzionaria dell’organizzazione internazionale per le migrazioni, Barbara De Anna, rimasta gravemente ferita dopo un attacco talebano nel quartiere Shar-e-Naw a Kabul che ha causato 4 morti e 14 feriti, è stata trasferita dall’ospedale militare americano di Bagram all’ospedale militare di Ramstein, in Germania, a causa della gravità delle sue ustioni.



Dichiaro subito la mia sincera ammirazione per il coraggio della Dottoressa De Anna e la vicinanza a Lei ed ai suoi familiari, per il calvario che stanno passando a causa delle gravissime ferite riportate a Kabul: ho appreso che la attività della dottoressa De Anna l'ha portata nei posti più difficili del mondo, compresa Kabul, concretizzando col lampo di una bomba quel pericolo che ha voluto correre coraggiosamente. Anche se qualche suo collega viaggia con gipponi e aria condizionata, di Lei mi risulta fosse una donna di prima linea, senza birignao.

La Dottoressa De Anna si trovava negli uffici OMI di Kabul come funzionaria della Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). L'ONU ha gli uffici poco più avanti,nella stessa strada, così come la UNHCR
Ammetto che da qualche tempo sono molto attento,guardingo direi, alla struttura delle "ong"(organizzazioni non goverative): la storia delle due Simone mi aveva profondamente deluso e da qui il mio proposito di conoscerle meglio.
Durante alcuni viaggi di lavoro ho avuto modo di verificare che molti dei loro conducono una vita con da diplomatici, inclusa la sicurezza. Non era il caso della dottoressa De Anna, che è stata facile bersaglio dei terroristi. Per correttezza ammetto che è sempre disagevole e pericoloso lavorare in quei paesi e non biasimo chi cerca di darsi condizioni di vita accettabili per fare un lavoro che io non farei.

La "organizzazione" OIM lavora per l 'ONU.

Dal loro sito apprendo che si occupa anche di assistere i migranti, i profughi, per farli rientrare nei loro paesi. Fanno anche campagne pubblicitarie per migliorare la immagine dei profughi nei paesi dove sono andati a vivere. I numeri pubblicati sul loro sito riguardano gli uffici nel mondo (460 in 100 paesi, con 6900 dipendenti). Non sono riuscito a sapere quanti migranti hanno assistito e rimpatriato, nè quanto spendono. Mi accorgo , per conoscenza diretta degli organismi ONU, che molti dei loro compiti dovrebbero o potrebbero essere assolti dalla UNHCR. Quest'ultima è la organizzazione dove ha fatto la propria carriera internazionale la nostra Presidente della Camera, dssa Boldrini.

La OMI fornisce in Italia anche l'assistenza per i ricongiungimenti familiari dei migranti, che sono il 25% del totale degli ingressi.

Meglio capiremo gli effetti del rincongiungimento quando andrà in vigore la legge sul diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia. Da quel momento mi attendo centinaia e centinaia di immigrate incinte imbarcate sulle barche per raggiungere l'Italia. Facendo nascere il bambino in Italia avranno diritto a rimanere sul suolo nazionale e chiamare anche il Padre, sperando che non sia quadeista dormiente, pronto all'uso. L'OMI dovrebbe aiutarli.

Come sapete, già ora l'arrivo con i barconi non è più "immigrazione clandestina", ovvero nascosta, perché ogni natante ha il suo costosissimo telefono satellitare e si premunisce di chiamare i soccorsi italiani, consentendogli di giungere sempre tempestivamente e massicciamente. In questo modo potranno godere di assistenza, formulare richiesta di asilo, ottenere alloggio e vitto per 180 giorni e successivamente -in moltissimi casi- ricevere la "liberazione" con foglio di via senza accompagnamento forzato a casa, per mancanza di uomini, fondi e mezzi, tutti impiegati per il soccorso.

C'è tutto un mondo intorno, dicevano i Matia Bazar, che "mangia" ogni giorno, aggiungo.

Peccato che a rimetterci talvolta siano giovani e coraggiose funzionarie come la dottoressa De Anna, che in buona fede svolgono missioni pericolose mettendo a rischio la propria vita.


 
 
 
 
 
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UN ATTUALISSIMO ARTICOLO SCRITTO NEL 2006 DAL DENTE AVVELENATO
Domenica, 26 Maggio 2013
LA RESA DEI CONTI

AVVISO DELLA REDAZIONE: IL GIORNALE WWW.CONGEDATIFOLGORE.COM ESPRIME LA PROPRIA LINEA ESCLUSIVAMENTE TRAMITE ARTICOLI FIRMATI DAL DIRETTORE WALTER AMATOBENE

 
 
 
 
 
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FUCILIERI TRATTENUTI ILLEGALMENTE IN INDIA: LUCIDE RIFLESSIONI DI UN AMBASCIATORE
Martedì, 7 Maggio 2013



ITALIANI ALL'ESTERO -FUCILIERI ITALIANI IN INDIA- - ARMELLINI(AMBASCIATORE.):"DUE SCENARI...MA NUMEROSE QUESTIONI IRRISOLTE"


"I marò sono tornati in India, nella relativa calma dell’ambasciata italiana a New Delhi; i toni della polemica si sono smorzati e il gioco delle reciproche incomprensioni ed accuse conosce una tregua. Le indagini sono riprese con un andamento ondivago determinato anche dalla complessità del sistema giuridico e amministrativo indiano, il che non è necessariamente foriero di sorprese negative. Può essere utile, a questo punto, dare uno sguardo d’insieme alla vicenda, cercando di trarne qualche lezione per il futuro." A fare la riflessione è Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO) in un articolo pubblicato sulla newsletter dell'Istituto in cui il diplomatico affronta il duplice scenario nel quale può essere inquadrata la vicenda .

Innanzitutto, Armellina sgombra la strada ad una questione capitale: "Si è parlato molto negli ultimi tempi, e si continua a parlare, della possibilità più o meno concreta di una sentenza di pena di morte per Latorre e Girone. Come argomento tattico, può essere anche spendibile, soprattutto a fini interni, sebbene personalmente mi chieda se non rischi di tradursi in un parziale autogol.

La legislazione indiana prevede, è vero, la pena di morte, ma solo in casi limitati, di estrema gravità e “in the rarest of the rare” (nel più estremo fra i casi estremi). Una formula volutamente ambigua che riflette in parte la discussione che, dai lavori preparatori della Costituzione in poi, ha caratterizzato in India la questione della pena di morte. In effetti, la pena di morte è stata irrogata in casi estremamente rari. L’ultima esecuzione capitale riguarda il terrorista pakistano unico sopravvissuto al massacro di Bombay del 2008, il che dà la misura dell’effettivo campo d’applicazione di questa norma.

Immaginare che militari appartenenti ad un paese amico possano essere condannati a morte per atti di qualsivoglia natura significa ignorare i meccanismi decisionali e le linee di influenza accettate dai governanti di qualsiasi colore a Delhi.

Ancor più quando si tratti di militari appartenenti ad un paese Nato: forse non tutti hanno prestato l’attenzione che meritava alle affermazioni del ministro degli Esteri Khurshid quando, nel pieno della polemica sul mancato rientro dei nostri dal permesso natalizio, aveva consigliato prudenza nelle reazioni, ricordando come l’Italia fosse, appunto, un paese Nato e nei confronti di questa alleanza fosse opportuno rimanere prudenti. A dimostrazione forse del fatto che, se nei confronti dell’Italia una confronto duro non preoccupava più di tanto , con la Nato era tutt’altra cosa.

Insistere sul tema della pena di morte, potrebbe rafforzare negli indiani la percezione dell’Italia come di un paese poco informato, pesantemente condizionato da contraddizioni interne che ne indeboliscono la capacità negoziale sino al punto da legittimare la sufficienza con cui Delhi ha affrontato sin qui questa crisi, derubricandola in buona sostanza a un fatto minore di cui anche la stampa si è occupata in maniera abbastanza distratta, nonostante quanto si è letto da qualche parte in Italia.

L’India è uno stato di diritto, ma dà molto peso ai rapporti di forza. L’ Italia il cui Pil è tuttora maggiore di quello indiano - anche se forse ancora per poco - ha dato l’impressione, in tutta questa vicenda, di oscillare fra una lettura dell’India come un paese del terzo mondo da imbonire magari con qualche regalia o progetto di cooperazione in più, e il timore reverenziale da parte di una potenza in declino nei confronti di uno dei giganti emergenti della politica mondiale.

Emergente ma ancora non emerso del tutto; l’India questo lo sa e silenziosamente si chiede come mai un paese come l’Italia, che dell’India è stato un partner importante e rispettato, abbia seguito una linea così - come dire - buonista e rinunciataria. L’India parla inglese, ha un’amministrazione di scuola britannica ed è una democrazia. Ma non è il regno Unito, la sua democrazia risponde a dinamiche diverse da quelle dell’occidente.

Per capire come venirne a capo, più che sul pericolo della pena di morte, concentrerei l’attenzione sulla questione dei tempi. La magistratura indiana non è nota per la sua celerità (e del resto chi siamo noi per impartire lezioni in questo campo?) e la burocrazia è notoriamente inefficiente e corrotta. Essere passati dalla giurisdizione di uno stato a quella del governo centrale dell’Unione, è un fatto positivo: il vantaggio in termini di credibilità ed efficacia è certo. Così come il passaggio dalla polizia del Kerala a quella centrale - anche se si tratta della tanto temuta National Investigation Agency (Nia) - fa sperare in una maggiore serietà nel lavoro di indagine.

Detto questo, la tenuta di un processo come quello ai due marò presenta implicazioni molto delicate per il governo del Congresso. È risaputo come Sonia Gandhi, pur essendo padrona incontrastata del suo partito e la persona forte della politica del paese, abbia nell’origine italiana un tallone d’Achille. Non so quanto tale aspetto sia sempre pienamente compreso: gli indiani conservano forte, nonostante tutto, il complesso del loro recente passato coloniale e hanno nei confronti di tutto ciò che nella politica e nelle istituzioni sa di “straniero” un riflesso pavloviano di rifiuto.

L’italianità di Sonia è un’arma efficace a disposizione dell’opposizione, e poco importa che si tratti di una italianità virtuale, visto che l’interessata è ben attenta a non dare alcun appiglio in questa direzione e si tiene lontanissima da tutto quanto riguardi cose italiane. Eppure, basta la firma di un contratto importante con una nostra impresa, perché fioriscano illazioni e accuse di una “Italian connection” che coinvolga Sonia e la sua famiglia.

La prossima primavera si terranno in India le elezioni per il rinnovo del Parlamento. Il governo del Congresso si appresta a questa scadenza con il fiato grosso. Si parla sottovoce di una malattia di Sonia che la metterebbe fuori gioco, indipendentemente dalla sua volontà di ritirarsi; la successione “dinastica” del figlio Rajiv suscita molti interrogativi: un po’ per la sua debolezza e molto per una certa stanchezza nei confronti della “famiglia” che con lui arriverebbe alla quinta generazione (una in più, tanto per fare un esempio bizzarro, di quelle di casa Savoia come Re d’ Italia).

Il partito del Congresso soffre del male tutto italiano della difficoltà di ricambio generazionale, accompagnata dall’usura crescente dei vecchi boiardi, e non ha altri candidati credibili da mettere in pista. In tutto questo, il partito nazionalista di opposizione Bjp lancerà con molta probabilità un candidato che, a suo modo, il ricambio lo incarna: quel Narendra Modi, primo ministro del Gujerat, cui si attribuiscono molte responsabilità per aver lasciato correre senza intervenire uno dei massacri più sanguinosi degli ultimi anni ai danni della minoranza musulmana.

Al contempo Modi si è mostrato un governante capace, in grado di attrarre investimenti nel suo stato e di promuoverne lo sviluppo economico. L’Ue aveva sino a poco fa mantenuto un divieto di ingresso per Modi nei paesi dell’Unione, proprio a causa dei fatti di Ayodha, ma lo ha revocato di recente e, da allora, la fila di ambasciatori e imprenditori europei alla sua porta ad Ahmedabad non ha fatto che allungarsi. È una campagna elettorale tutt’altro che facile, insomma, quella che si prospetta per Sonia Gandhi e la sua coalizione, e il processo ai due marò italiani è una complicazione in più, da gestire con la massima attenzione.

Gli scenari possibili sono a mio avviso due: una forte accelerazione dei tempi, in modo che tutto possa concludersi prima dell’estate e lasciare lo spazio di poco meno di un anno per calmare le acque della polemica. Oppure la scelta di puntare sulla complessità dell’indagine e su inefficienze sempre invocabili, per far slittare il tutto a dopo le elezioni del 2014, così da gestirne gli sviluppi con calma a vittoria - sperabilmente - ottenuta.

Nel primo scenario, una sentenza lieve potrebbe scatenare un’ondata di accuse contro una decisione vista come frutto di un inciucio favorito da Sonia Gandhi e dalla sua cerchia, ai danni degli interessi legittimi di cittadini indiani, privati della loro dignità, in nome di logiche politiche oscure, e così via.

Una sentenza severa potrebbe, per contro, riaprire la ferita dei rapporti con l’Italia, che Delhi credo sia sinceramente determinata, prima o poi, a chiudere. Una sentenza accompagnata dal trasferimento in Italia dei due marò per espiare da noi la pena, in forza della Convenzione bilaterale di assistenza giudiziaria, potrebbe dare a sua volta problemi: è probabile che, una volta da noi, a Latorre e Girone verrebbe riconosciuto un trattamento quanto più possibile di favore. Con il risultato di far ripartire le accuse di cui sopra, mentre la scadenza elettorale si farebbe più vicina.

Il secondo scenario farebbe tenere aperta ancora a lungo una questione su cui, prima o poi, qualche altro paese potrebbe chiedere chiarimenti e che in ogni caso rischierebbe di creare difficoltà: basti pensare che di incidenti simili nel mare intorno a Sri Lanka ne sono a quanto pare avvenuti numerosi, anche con il coinvolgimento di unità indiane in scontri a fuoco.

Per quanto sgradevole, il secondo scenario potrebbe tuttavia presentare sotto il profilo della prossima campagna elettorale rischi minori; e di questo il governo indiano terrà certamente conto. Non vorrei sembrare pessimista ma, viste anche le caute aperture del ministro Khurshid riportate dalla stampa italiana, un pressing da parte nostra per chiedere di accelerare i tempi si impone. Se non altro per capire se, al di là delle buone parole, la volontà sia davvero quella di fare presto. E attrezzarci di conseguenza.

Sullo sfondo rimangono numerose altre questioni, che attendono risposta. Non è stato chiaramente stabilito quale sia stato il ruolo del Comandante della Lexie e del suo armatore nella decisione di fare rotta verso il porto. Se le voci sussurrate qua e là, di forti interessi commerciali che si pensava di salvaguardare accondiscendendo alle richieste indiane senza indugiare troppo, abbiano una qualche validità.

Cosi come non si è mai veramente capito se nella stessa zona ci fosse, alla fonda, una nave greca vittima anch’essa di un attacco pirata e svanita poi nel nulla. Su questa coincidenza singolare sono fiorite leggende e voci di complotti, accordi sottobanco con polizie corrotte e quant’altro: tutte voci prive di ogni valore in assenza di uno straccio di prova, ma sapere cosa ne sia stato di quella nave greca, e cosa le sia realmente accaduto quella sera, potrebbe non essere inutile.

Assai più grave mi sembra il fatto che, a un anno dall’incidente, la normativa che regola l’impiego dei nostri militari con funzioni di scorta antipirateria su navi mercantili, non sia stata aggiornata. Quando questo lavoro lo fanno i contractor privati, le cose sono chiare, così come i rischi e le responsabilità degli interessati.

Quando si passa all’impiego di membri delle forze armate, le cose cambiano: lo stesso fatto che il loro lavoro venga pagato dagli armatori non agli interessati ma al ministero della difesa - con un parallelo indiretto con la situazione dei contractor - rischia di creare ambiguità che non possono essere più tollerate.

La catena di comando deve essere messa in chiaro una volta per tutte: ne ha scritto autorevolmente, fra gli altri, su queste pagine Natalino Ronzitti. Siamo fortunati che a tutt’oggi l’episodio della Lexie sia rimasto isolato. Ma è bene ricordare che altri simili potrebbero capitarne in ogni momento.

Un’ ultima considerazione sull’eventualità, che temo probabile, che Latorre e Girone vengano condannati. Non importa a che tipo di pena: resterebbe il fatto che due membri delle forze armate italiane, in servizio di Stato nell’ambito di una campagna voluta dall’Onu, subirebbero una condanna penale e che questa condanna l’Italia avrebbe di fatto accettato. C’è davvero da riflettere a fondo su cosa ciò significherebbe in termini di capacità del nostro paese di avere una proiezione internazionale all’altezza non so se delle sua ambizioni, ma di certo del suo ruolo e delle sue responsabilità. conclude Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia e commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO)

 
 
 
 
 
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DOVE SI COMBATTE IL TERRORISMO
Venerdì, 3 Maggio 2013




di Walter Amatobene

PARMA- A ottomila chilometri da casa i nostri soldati combattono nei luoghi dove -dicono gli analisti internazionali- nascono e si addestrano i guerriglieri del terrorismo islamico mondiale.
Gli stessi esperti ci dicono che si tratta di una rete che assomiglia ad una specie di “franchising” destrutturato e senza gerarchie precise, che viene attivato a comando, tramite le migliaia di cellule dormienti sparse per il mondo.
Anche la maratona di Boston ne poterebbe essere una prova. Possono colpire dove e quando vogliono, in barba alle migliaia di uomini sparsi nel mondo a cercarli dove si addestrano. Anche se per l'attentato di Boston non è certa la matrice,c’è spazio per alcune riflessioni più generali.

DOVE SONO I TERRORISTI ?

Di sicuro in Afganistan, dicono, anche se i quadeisti stanno lentamente sgusciando in Pakistan, incalzati da ISAF. L’iniziativa, purtroppo, la prendono sempre loro: dove hanno deciso di farsi inseguire, noi gli andiamo dietro , ma sembra di essere pescatori che cercano di prendere le anguille con le mani.

Da pochi mesi si sono state attivate anche le cellule dormienti in Mali, che hanno ripetuto la stessa tattica, fuggendo in Niger ed inquinando anche quel confine, impegnando oltre tremila uomini francesi. Una spesa economica formidabile per inseguire una banda di qualche centinaia, forse mille, "ribelli". Un problema che si potrebbe risolvere in un giorno, ma che motivi umanitari impediscono di affrontare pragmaticamente.
Di Algeria, Tunisia, Marocco, Libia e, forse, Egitto sappiamo che sono pentole in ebollizione: in mezzo alle folle della primavera araba ci sono centinaia, o migliaia, di quadeisti.

In Siria l’Onu ha valutato che il 70% dei ribelli non siano siriani , ed il cui obbiettivo non è di portare democrazia nel paese.
Sembrano,piuttosto, diverse strategie di destabilizzazione non solo del medio oriente, che esplodono a macchia di leopardo e contemporaneamente e che seguono lo stesso fine dichiarato: creare un grande stato islamico, cacciando quello occidentale ed indebolendolo in patria.

Le armi che usano le conosciamo : ,terrorismo, generazione di conflitti che aggravano la nostra crisi economica per le guerre che andiamo a fare lontano da casa, immigrazione a telecomando. L'Iran svolge un ruolo non chiaro, ma è certamente pedina importante .
POCHI RISULTATI LONTANO DA CASA
Un esempio ce lo dà L’Iraq, che non è per nulla pacificato: ancora centinaia di persone muoiono ogni mese di autobomba. Dieci giorni orsono tre ordigni a Baghad hanno fatto settanta morti. Le fazioni si sparano per le strade. La corruzione è alle stelle . Solo qualche società petrolifera occidentale fa affari. Una volta tanto anche l’Italia si è seduta al tavolo “dei negoziati di pace”, ottenendo commesse da centinaia di milioni di euro.

IMPEGNO DI ENORMI RISORSE UMANE E FINANZIARIE PER COMBATTERE POCHE MIGLIAIA DI UNITA’ TERRORISTICHE

Sottotitolo: Serve un confine di stato? Quanti soldati servirebbero per schierarli in Italia?

Siamo diventati bravi a controllare i varchi-colabrodo italiani, ad intercettare i sospetti e rinchiuderli nei CIE, ma , dopo l’arresto, sono messi tutti fuori per legge. I centri si svuotano e si riempiono a telecomando. Anzi: a telefono satellitare. Le associazioni di volontariato a pagamento ringraziano: la assistenza ai graditi ospiti non paganti è una fabbrica che dà lavoro a migliaia di persone, al sud.
I rimpatrii sono considerati contrari ai diritti umani di coloro che vogliono entrare illegamente, trascurando il diritto dei cittadini italiani allapace sociale e alla sicurezza.
Non c'è quindi possibilità di tutelare la integrità nazionale?
Quali interessi impediscono di proteggere strade, case, confini, scuole, stazioni, aereoporti con le nostre forze armate?
I servizi segreti italiani confermano che i barconi che arrivano in Italia contengono di sicuro pericolose cellule dormienti. Ce ne sono centinaia, se non di più, in Italia. Lo sappiamo per certo.

Di sicuro sappiamo che la centrale internazionale islamica ottiene -all'estero, nel nostro mare e sulle nostre coste coste- un grande risultato, degno di accademia militare: lampante è l'esempio in mare; per intercettare anche un solo barcone l'impegno è mastodontico: corvette, elicotteri, motoscafi, guardia di finanza, guardia costiera, polizia, pulman, residences e volontari a pagamento. Una industria da rovina finanziaria.
400 profughi impegnano almeno 2000 o più soccorritori, di cui molti militari. Senza contare il logorio dei mezzi , i costi degli uomini e quelli della assistenza.
Poi, dopo sessanta giorni tutti fuori , con tanto di invito a lasciare il territorio nazionale in 5 giorni, scheda telefonica e pacco viveri in mano.

In Afganistan, i nostri Ragazzi si espongono nelle strade e diventano bersagli. Dalla lotta al terrorismo siamo passati alla missione di ordine sociale che porta protezione alla popolazione dalle bande che infestano quel paese.
Dentro quei gruppi c’è di tutto: tagliagole, rapinatori, assassini, quadeisti, islamisti, trafficanti di armi e droga. Bombe che prima non c’erano, ora vengono piazzate solo perché siamo lì. Non è possibile fare "vera" guerra al terrorismo, perlomeno nell’area controllata dall’Italia: rispondiamo con metodi civili a modalità spietate. Non potremo mai vincere.

In più, le bande talebane sono sfuggenti come anguille: le intercetti in Afganistan e scappano in Pakistan. Se le insegui, ritornano sulle loro montagne. Appena restituisci una base alle forze locali, se la riprendono.

Dove combattere il terrorismo, allora?
Scusate per la banalità della risposta, poco globalista, nè europeista: a casa nostra, perché è qui che un attacco ci farebbe più male ed è qui che potremmo fermare il flusso diretto in Europa. Siamo o non siamo il "ventre" molle del vecchio continente?

Le forze che schiera l’Italia nel mondo e nel mediterraneo,da sole, se usate in Patria consentirebbero una blindatura perfetta delle coste e delle città a rischio, così come dei confini a nord.

Mi aiuta la matematica: quattromila chilometri di coste, presidiate da cinquemila soldati ( tanti sono quelli impiegati all’estero) farebbe un soldato ogni ottocento metri. Aggiungeteci Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia, corpo forestale, polizia provinciale, polizia municipale e capirete che il motivo della mancata adozione di queste misure nazionali va cercato nell’interesse di qualche lobby e in un malinteso senso della avversione alla "militarizzazione" del territorio, tanto cara a certa politica.

Tra queste, forse, c’è quella delle grandi società finanziarie islamiche che stanno prendendo il controllo finanziario ( quindi politico) del nostro paese?





 
 
 
 
 
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IL MOTIVO DI UN RITORNO ALL'ANPDI
Domenica, 17 Febbraio 2013

Lettera aperta a Congedati Folgore e.p.c.
Gruppo Baschi Verdi Folgore

Il motivo di un ritorno
Di Mario Bosi

Sono un veterano degli anni 60, ho iniziato a lanciarmi nel 1960 che avevo poco più di 16 anni come “civile” allora in quell'epoca eravamo veramente in pochi a saltare. Nel 1964 ho svolto il mio servizio militare presso la Scuola Militare di Paracadutismo di Pisa con la qualifica di Istruttore, prima al B.A.R.P. Poi in Palestra come A.I.P. Ho conosciuto e apprezzato Comandanti che rispondevano ai nomi di Palumbo, Goffis, Iubini, Pileri, Pistillo, i quali mi hanno forgiato nell'anima e nello spirito facendomi sentire “ Paracadutista dentro” oltre ovviamente ad altri Comandanti.
Congedato ho continuato a lanciarmi in seno all'ANPd'I. E per motivi personali, anche in seguito ad un brutto incidente di lancio, ho abbandonato l'Associazione.
Ho organizzato e seguito in prima persona il 1° e il 2° Raduno Nazionale dei Baschi Verdi, ho incontrato vecchi amici, commiltoni e fratelli con i quali ho ripreso ad interessarmi dei problemi relativi alla ns. Associazione, anche per assicurarmi se qualcosa era cambiato.
Ho saputo della pulizia interna che questa dirigenza sta operando e aggiungo: era ora!
I fatti di Vitorchiano, Parma, Milano, Isola D'Elba ed altri, con le successive polemiche su ogni mezzo d'informazione, mi hanno convinto della giustezza del comportamento del Presidente Nazionale Gen. Fantini con il quale ho scambiato alcune opinioni, trovando con lui un' intesa ideale.
Ecco il motivo del mio riavvicinamento e della mia re iscrizione.
Mi sono iscritto alla sezione di Udine guidata dal mio vecchio allievo che mi ha ulteriormente convinto dell'aria nuova che si respira nell'ANPd'I.
Benissimo, avanti cosi'.
Via i mercanti e gli intrallazzatori, ritorniamo Paracadutisti con la P maiuscola.
Restiamo fedeli testimoni dei nostri padri che hanno scritto pagine indelebili della nostra storia.
Confido che altri veterani, leggendomi, possano seguire il mio riavvicinamento, in maniera di ritrovare tutti assieme, quei valori, ideali, sentimenti che ci hanno sempre contraddistinto.


Un fraterno abbraccio, da un datato Folgorino!


I COMMENTI DEL PARACADUTISTA ANTONIO TRINGALE


Risposta alla lettera aperta del par. Mario Bosi pubblicata il 07 febbraio 2013 sul sito congedati Folgore alla voce “opinioni”


Il motivo di un “Brutto ritorno”

Tralascio tutto quello che può creare complicazioni fra lei par. Bosi (do del lei solo ai “parlacadutisti“ che tirano aria ai denti) e lo scrivente, facendo riferimento al nostro passato; “Il suo, durato un battito di ciglia, il mio tutta una vita.”

Apprezzo le sue iniziative di raduni e varie, concordo del suo giudizio dei personaggi che lei ha citato, PALUMBO, GOFFIS, JUBINI, PILERI, PISTILLO, dei quali lei può solamente aver visto passare nel cortile della caserma Gamerra ed averne un ricordo nominativo e visivo, mentre io penso di avere avuto con ognuno di loro momenti di vita vissuta intensamente, decine di anni di ricordi, addestrativi, sportivi, dimostrativi e di collaborazione.

Non sono assolutamente d’accordo con lei, quando enfaticamente afferma con molta disinformazione, anzi all’oscuro di tutto, che l’attuale dirigenza sta effettuando una “pulizia interna.”

Forse si riferisce al fatto di aver trovato una “Intesa ideale” con l’attuale presidenza scambiando con lo stesso (solo lui) alcune opinioni. Il contraddittorio con chi l’ha fatto ? Il suo giudizio a senso unico non ha nessun valore e lei non ha il diritto di dare sentenze o giudizi, ed il fatto che lei sia rientrato dopo molti anni con questa convinzione, era molto meglio che ne fosse rimasto ancora fuori. Madre Teresa di Calcutta soleva dire agli improvvisati cantastorie “Molti parlano dei poveri, ma nessuno di questi parla con i poveri.”

Il suo ritorno non ha niente di trionfale, non può assolutamente decantare “meriti di pulizia” a chi non ne ha. Si informi un po più accuratamente, forse si riferisce “all’immondizia” che lui ha portato dentro l’ANPDI senza aver fatto minimamente “una buona raccolta differenziata,” Si auguri che “i mercanti” gli intrallazzatori escano veramente via dall’Associazione che lei come buon “figliol prodigo” appena rientrato senza conoscere ciò che realmente è avvenuto quando non c’era si pone a “giudice di merito” o nemmeno che la sfiorasse l’idea di sentire anche altre campane, forse avrebbe espresso un giudizio più democratico, ma forse lei ha vissuto e continua a vivere di sudditanza.


Dica al suo vecchio allievo che nell’ANPDI non si respira “aria nuova” che si procuri dell’ossigeno perché fra non molto tutti i nodi verranno al pettine e potrebbe mancargli il respiro.

Si informi più accuratamente e con vero spirito paracadutistico di Vitorchiano, Milano, Montagnana, Ravenna e dulcis in fundo l’Isola d’Elba (io ero nelle mansioni di istruttore) cosa ne sa lei? Ha mai sentito parlare di prevaricazione ed abuso di autorità? “Credo che nessuno scopo sia così alto da giustificare metodi così indegni.“ Se non lo sa e bene che si aggiorni e dedichi il tempo del suo non gradito rientro ad aggiornarsi di cosa è stato capace di fare il suo “Eroe” pur di eliminare “chi non è con me è contro di me” fra i quali lo scrivente “espulso” per aver detto a tutto il mondo paracadutistico denunciando la vera realtà dell’ANPDI.

Si aggiorni, non si infiammi con le parole, quelle che ha scritto sono solo parole che riempiono la bocca e che non faranno mai breccia verso i paracadutisti che lei ha definito con la “P” maiuscola. Si. Bosi nel corso della mia vita ho incontrato spesso gente che vede, sente e parla purtroppo vede poco, sente male e soprattutto parla troppo. Si è mai chiesto perché abbiamo due orecchie ed una sola bocca? Proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà.

Il suo ritorno con queste idee non credo che sarà gradito a molti. Il suo riavvicinamento (è lei che lo ha definito tale). Vede sig. Bosi anche la più lunga camminata comincia con un passo è lei lo ha fatto con il piede sbagliato e soprattutto dimenticando di fare prima un bagno d’umiltà vista la sua così lunga latitanza dall’associazione. Io per carattere lascio sempre agli altri la convinzione di essere i migliori…… ritengo che nella vita si può sempre migliorare.

F O L G O R E ! ! !
Cav. Antonino Tringale

 
 
 
 
 
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ABBIAMO RUBATO LA GIOVENTU' AI NOSTRI RAGAZZI
Mercoledì, 6 Febbraio 2013


Questo non è un mondo per giovani


DI DAVID LE BRETON

Ad eccezione del passaggio legale alla maggiore età a 18 anni, le nostre società occidentali non riconoscono il cambiamento di statuto che apre all’età adulta. Nessun rito condiviso è in grado di rendere sicuro e di delimitare il percorso di coloro che attraversano questo passaggio colmo di turbolenze. I diplomi scolastici hanno perso il loro valore simbolico di superamento radicale di una soglia, i riti religiosi vengono spesso abbandonati o vissuti nell’indifferenza, il servizio militare è sparito, le relazioni d’amore si succedono l’una all’altra, il lavoro è provvisorio e mal rimunerato.

Nessun avvenimento socialmente identificato dà al giovane o alla giovane la sensazione di congedarsi dalla propria adolescenza e di essere oramai diventato un uomo o una donna.

Questa libertà nel costruirsi, anche se soddisfa una grande maggioranza che avanza al proprio ritmo in un’esistenza in cui si riconosce, impone ad altri delle prove personali per convincersi di essere all’altezza.

Delle società composte da individui non sono sufficientemente in grado di istituzionalizzare i ruoli, lasciano l’iniziativa ad ogni singolo attore consegnandolo al compito di differenziarsi e di forgiare la trama della sua esistenza. I riferimenti sociali e culturali si moltiplicano e si fanno concorrenza, si relativizzano reciprocamente, creando interferenze, confusione, particolarmente nei giovani i cui genitori sono frutto dell’immigrazione. Non ci sono più fondamenti sicuri e condivisi dell’esistenza. Occorre darsi una legittimazione per esistere, e talvolta farlo senza gli altri. Una società di individui sfocia nell’individualizzazione del senso, dunque nella necessità di costituire in primo luogo sé stessi. Ricerca di limiti di senso e della sensazione di esistere, di sentirsi vivi e reali nell’affrontare gli altri più vicini, che sono i genitori o ciò che appare a quest’età come l’adulto “sgradevole”. Sentirsi infine una «vera persona», come scriveva la giovane Norma Jean Mortenson quando non era ancora Marilyn Monroe.

U n lento processo di avvicinamento al “sé” che implica subito per alcuni adolescenti più difficoltà che per altri nell’evidenza di esistere. Le insidie dell’ingresso nella vita non si riducono a una “semplice” crisi adolescenziale, sono più profondamente uno smarrimento del senso della vita, dunque una crisi della giovinezza nel tentativo di accedere all’età adulta. Le statistiche oggi in Francia parlano di una percentuale tra il 15% e il 20% di giovani in pieno sconforto.

Le cifre per gli altri Stati occidentali sono equivalenti. Le condotte a rischio corrispondono soprattutto a dei tentativi dolorosi di ritualizzare il passaggio all’età adulta.

Ricerche di limiti mai fissati o insufficientemente stabiliti, rappresentano forme di resistenza alla violenza generata spesso in famiglia (mancanza di amore, rifiuto, indifferenza, mancanza di disponibilità, conflitti, maltrattamenti, abusi sessuali, violenze fisiche o, al contrario, iperprotezione, mancanza di differenziazione) ma raddoppiata dalla società (competizione generalizzata, precarietà, emarginazione, ecc.). Anche l’interrogativo doloroso sul senso dell’esistenza, costituisce un mezzo per forzare il passaggio abbattendo il muro dell’impotenza.

Simultaneamente, manifestano un tentativo di sottrarvisi, di guadagnare tempo per non morire, per continuare ancora a vivere. Il tempo, infatti, costituisce il primo rimedio alle sofferenze adolescenziali.

Nelle condotte a rischio dei giovani si incrociano numerose figure antropologiche che non si escludono a vicenda, ma si intersecano: ordalie, sacrificio, candore soprattutto.

L’

ordalia è un modo di giocarsi il tutto per tutto e abbandonarsi ad una prova personale per sperimentare una legittimazione a vivere che il giovane non prova ancora perché il legame sociale non è stato capace di dargliela. Egli interroga simbolicamente la morte per garantire la sua esistenza attraverso il fatto di sopravvivere. Tutte le condotte a rischio dei giovani hanno una connotazione ordalica.

Sfuggire alla morte può indurre il ritorno ad una vita più felice.

Sopravvivere ridefinisce radicalmente il senso dell’esistenza. Se il radicamento nell’esistenza non è sostenuto da un sufficiente gusto di vivere, non resta che andare a caccia del senso mettendosi in pericolo o in situazioni difficili per trovare infine i limiti che mancano e, soprattutto, sperimentare la propria legittimità personale.

Il sacrificio mette in gioco una parte per il tutto. Il giovane sacrifica una parte di sé per salvare l’essenziale. Questo vale, per esempio, per le scarnificazioni o le diverse forme di dipendenza, come la tossicodipendenza, l’anoressia. Si tratta di farsi del male per provare meno dolore, di pagare il prezzo della propria esistenza.

Il candore è la cancellazione di sé nell’annullamento dei vincoli d’identità, la volontà di non essere più se stessi, di non essere nessuno… Lo si incontra particolarmente nel vagabondaggio, nell’adesione a una setta o nella ricerca dello “sballo” attraverso l’alcol, la droga o altre sostanze. È ormai solo ricerca della totale incoscienza e non più solo di sensazioni.

Le condotte a rischio caratterizzano l’alterazione del gusto di vivere di una parte della gioventù contemporanea. La sensazione di trovarsi davanti a un muro invalicabile, a un presente che non finisce mai. In mancanza di limiti di senso per poter vivere, le condotte a rischio sono dei tentativi di divincolarsi dall’impotenza per tornare a essere protagonisti della propria esistenza, anche pagandone il prezzo (logica del sacrificio). Le condotte a rischio rappresentano la ricerca di una sponda, facendosi del male, scorticandosi, andando a sbattere contro le barriere del reale, sperimentando il contraccolpo della tossicodipendenza, dell’alcolismo, dell’anoressia, della bulimia… Si tratta di fabbricare un dolore che argini provvisoriamente la sofferenza. Un dolore deliberato, dunque controllabile, si oppone a una sofferenza che divora ogni cosa al suo passaggio. All’incertezza delle relazioni, il giovane che non sta bene con se stesso preferisce il rapporto regolare con un oggetto che orienta totalmente la sua esistenza, ma che ha la sensazione di dominare come vuole e per sempre.

D a cui le relazioni di attrazione verso alcuni oggetti: droga, alcol, cibo, ecc., grazie ai quali può decidere autonomamente sugli stati del proprio corpo, a costo di trasformare il suo ambiente in pura utilità e a non investire in nient’altro. All’inafferrabile di sé e del mondo oppone il concreto del corpo. Il giovane riproduce incessantemente una relazione particolare con un oggetto o la sensazione che gli procura, infine, fosse soltanto per un istante, l’impressione furtiva di appartenersi e di essere ancora ancorato al mondo.

Questi comportamenti permettono di resistere. Sono forme di adeguamento a una situazione personale dolorosa. Segnalare il carattere antropologico di queste condotte, insistendo sul loro carattere provvisorio, non significa assolutamente che bisogna permettere che l’adolescente si faccia del male fisicamente. Se le condotte a rischio sono appelli alla vita, sono anche richieste di aiuto.

Sollecitano un riconoscimento, un accompagnamento del giovane, una comprensione del fatto che questi comportamenti sono segno di una grande sofferenza che va ricercata a monte. Devono mobilitare le istituzioni della pubblica sanità, gli organismi di prevenzione e di sostegno all’adolescenza.

S i tratta di giovani nel disagio alla ricerca di adulti che gli possano ridonare la gioia e il gusto della vita. Da cui la necessità di farsene carico in termini di accompagnamento o di psicoterapia, di presenza, di consigli, o semplicemente di amicizia. Ma il primo compito di noi adulti sta nel convincere i giovani di quanto la loro esistenza sia preziosa, e di distoglierli dai loro giochi di morte per condurli all’entusiasmante gioco del vivere.


 
 
 
 
 
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RITORNO AL MONDO NUOVO DI ADOLF HUXLEY CI FA UN BAFFO
Domenica, 27 Gennaio 2013


PARMA- Un oligopolio finanziario formato da qualche decina di governanti senza cultura e una massa informe di persone assillate da problemi economici, noia e consumismo obbligatorio, delineano un quadro di sottomissione globale che Adolf Huxley aveva così bene descritto con i suoi libri-culto "IL GRANDE FRATELLO" e RITORNO AL MONDO NUOVO.Ecco le riflessioni di un giornalista della agenzia "CONTROPIANO". Pur non concordando con molti dei punti di vista, nelle righe chge seguono abbiamo colto diversi spunti di riflessione:



Dovete morire" e "governare con i droni" sembrano due facce della stessa medaglia. Dove si fondono tecnica, tecnologia, informazione, potere di classe "chiuso nel bunker".

Da un lato la "scoperta" economica che "siamo troppi" e non tutti possono lavorare sempre; dall'altra un modo di affrontare "ambienti ostili" senza preoccuparsi troppo di far danni e poi dover "scendere" a terra per governare le persone.
Un esempio minore lo abbiamo con l'uso dei call center, che interrompono strategicamente la comunicazione e il feedback tra azienda e clienti, interponendo un "terzo" soggetto che nulla sa né deve sapere delle strategie aziendali cui sta offrendo un servizio.

La filosofia è chiara e lineare: da voi vogliamo il pagamento, non intendiamo farci carico dei reclami.
A livello più generale, la filosofia "sociale" del capitalismo al tempo della crisi finanziaria (e quindi anche del debito pubblico) è che tutto ciò che non riguarda la "creazione di nuovo valore" (comunque inteso, sia tramite la produzione di merci che per mezzo della speculazione finanziaria) è un "costo" da eliminare. Il ministro delle finanze giapponese, il "liberale" conservatore Taro Aso, che affrontando il nodo della spesa sanitaria se esce bel bello con questa frase ("Perché dovrei pagare per persone che si limitano a mangiare e a bere e che non fanno alcuno sforzo?"; "Mi sveglierei sempre peggio sapendo che tutte le cure in corso sono a carico del governo. [...] Il problema non si risolverà fino a quando non lascerete che si sbrighino a morire") ha solo incautamente espresso pubblicamente quel che si dicono nella stanze di Davos o Jackson Hole.

Un primo timido esperimento italiano si è potuto apprezzare con la creazione dell'esercito degli "esodati", incerti persino nel numero oltre che nella definizione formale. Senza stipendio, senza pensione, senza prospettive di nuovo lavoro... che sorte ti può attendere?

Troppo crudele immaginarlo? Beh, c'è il precedente del passaggio della Russia dal "socialismo reale" al capitalismo trionfale. Nonostante il livello dei consumi non eccelso esistente nel regime precedente, il saldo della popolazione è stato passivo: 8 milioni di abitanti in meno in poco più di dieci anni. Senza lager e purghe, è bastato chiudere un po' di ospedali, tagliare un po' di medicine, ridurre il flusso di energia per i riscaldamenti domestici...
Un "programma di governo tecnico" così brutale pone dei problemi molto seri di gestione. Ma nulla che non si possa "risolvere tecnicamente".

I droni sono in questo senso un vero e proprio investimento sugli strumenti di governo futuri. Afghanistan, Gaza, Cisgiordania, Africa, sono i laboratori dove sperimentare le prime e ancora acerbe generazioni di "poliziotto volante". Un poliziotto un po' particolare, perché "liberato" dall'obbligo della cattura dei "nemici", "rivoltosi", ribelli", ecc, tutti più comodamente raccolti nella categoria dei "terroristi" (i quali esistono naturalmente, ma sono molti meno di quel che la definizione made in Usa o Israele o Ue comprende).

Un killer privo di coscienza, sensibilità, strutture di pensiero profonde, scale valoriali. Disumano come ogni "tecnica" applicabile agli umani considerati come insetti. L'esempio dei lager è stato un caso di "tecnica" di questo tipo, anche se ancora molto "primitiva". Ma, come direbbero a Washington, "si può sempre fare di meglio"...

Per capire le tendenze, e i problemi "morali" che si pongono, riportiamo qui due articoli apparsi su La Stampa oggi. Ma vi consigliamo di tenere presente la "chiave di lettura" che vi abbiamo fornito nelle righe che precedono. Buona lettura!!

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Onu contro gli Stati Uniti: “Quei droni uccidono i civili”
Maurizio Molinaricorrispondente da new york
Le Nazioni Unite iniziano un’inchiesta sull’uso dei droni da parte dell’Amministrazione Obama e al tempo stesso si dividono sulla scelta di adoperarli per sostenere la missione dei Caschi Blu nella Repubblica democratica del Congo.

Le contrapposte vicende aiutano a comprendere quanto l’intensificazione dell’utilizzo degli aerei senza pilota stia condizionando l’agenda del Palazzo di Vetro. L’indagine è guidata da Ben Emmerson, titolare delle inchieste Onu sui diritti umani, che assieme a Christof Heyns, «special rapporteur» sulle esecuzioni extragiudiziali, si avvia a esaminare gli attacchi dei droni della Cia e del Pentagono in Pakistan, Yemen e Somalia. La task force, che opererà dalla sede Onu a Ginevra, estenderà l’inchiesta agli attacchi con i droni lanciati dalle truppe britanniche in Afghanistan e da quelle israeliane a Gaza: in tutto si tratta di 25 episodi, selezionati in base al sospetto che abbiano causato vittime civili violando le leggi internazionali.

Poiché i droni sono l’arma centrale nella strategia Usa contro il terrorismo, la Casa Bianca si prepara al duello: un team legale sta confezionando il manuale sulle «regole dei droni» in base alle quali vengono lanciati gli attacchi. Il presidente Obama avrebbe identificato due criteri-cardine per autorizzare i droni a colpire i terroristi della «Kill List» dell’intelligence: la «certezza dell’identità dell’obiettivo da eliminare» e l’«immediato pericolo che pone per la sicurezza degli Usa». John Kerry, segretario di Stato in pectore, davanti al Senato mette comunque le mani avanti: «I droni non fanno una politica estera».

Il braccio di ferro giuridico che si annuncia fra il Consiglio Onu sui Diritti Umani e l’Amministrazione Obama si sovrappone alla crisi dei droni in atto al Consiglio di Sicurezza sull’ipotesi di inviarli a sostegno della missione Monusco in Congo. Sebbene in questo caso si tratti di droni disarmati, le fibrillazioni non sono da meno. Tutto è iniziato quando il Dipartimento del «Peacekeeping» dell’Onu ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di dotarsi di un numero limitato di droni - da 3 a 5 - per rendere più efficiente la sorveglianza sulla ricca regione mineraria del Nord Kivu infestata dai guerriglieri del M23. I 17.500 Caschi Blu vogliono giovarsi dell’intelligence dei droni per braccare i guerriglieri aumentando la protezione dei civili. Il Dipartimento di Stato Usa è favorevole, sostenuto da gran parte degli europei, ma i Paesi africani hanno sollevato vivaci obiezioni.

Il Congo ha espresso il timore di «intrusioni colonialiste», il Ruanda e l’Uganda - sospettate di avere inviato truppe nel Kivu - hanno aggiunto dubbi sulla gestione delle informazioni raccolte dai droni, in quanto solo pochi Paesi sono in grado di raccoglierle. Poiché il Ruanda siede in Consiglio di Sicurezza la vicenda ha paralizzato i lavori fino al passo indietro, compiuto lunedì dal presidente Paul Kagame che da Kigali ha detto: «Fateli usare». Uno dei compromessi di cui si discute al Palazzo di Vetro riguarda l’eventualità che i droni disarmati dei Caschi Blu vengano affittati non da singoli Stati ma da società private, al fine di rassicurare le capitali africane, inclusa Pretoria. Se l’accordo verrà trovato si tratterà della prima missione Onu dotata di veicoli senza pilota e ciò potrebbe portare a ripetere in tempi stretti l’esperimento anche su altri scenari: dal Darfur sudanese alla Somalia. Ma proprio tale prospettiva aumenta le resistenze africane.


Velivoli troppo intelligenti. E spietati
Francesco Grignetti

La fantascienza é gié tra noi. I droni, ad esempio, le macchine da guerra che operano senza bisogno di uomo a bordo: la tecnologia negli Stati Uniti é talmente avanti che Pindustria potrebbe presto sfornare una nuova generazione di droni guidati non da esseri umani, ma da intelligenza arti?ciale. Prospettive da far rabbrividire.

I nuovi droni, in linea teorica, potrebbero muoversi in completa autonomia e decidere da soli chi colpire e uccidere. Ma questa sola ipotesi contrasta con la prima legge della robotica di Isaac Asimov, ben nota a tutti gli appassionati di fantascienza. E cioé, come ha teorizzato il grande scrittore di fantascienza, che mai una macchina dovrà uccidere un essere umano. A ribadire quel principio ci ha pensato il Pentagono, due mesi fa: «I comandanti e gli operatori devono esercitare appropriati livelli di giudizio umano sul1’uso della forza».
Forza Asimov, dunque. La circolare del Pentagono ha meritato un articolo sulla fivista «Jane’s Defence Weekly» nel numero dello scorso novembre. E in Italia se ne occupa l’uf?cialissimo volume «Panorama 2013» edito dall’Institute for Global Studies in collaborazione con lo Stato maggiore della Difesa.
Anche le nostre forze armate s’interrogano sulle ricadute pratiche, politiche ed etiche che i droni si portano dietro. Si legge sul volume della Difesa, in un articolo a ?rma di Claudio Catalano: «Già si sperimentano sistemi capaci di attività autonome come la navigazione, il “sense and avoid” (controlla ed evita, ndr), il decollo e l’atterraggio. Sistemi in grado di svolgere la propria missione autonomamente, sia essa di ricognizione o d’attacco. In quest’ultimo caso i droni con intelligenza arti?ciale dovrebbero nel futuro poter scegliere i bersagli autonomamente da una lista di obiettivi».
Un sogno (incubo?) fantascienti?co, le macchine da guerra che sostituiscono l'uomo e combattono al suo posto. Non che Ia prospettiva dispiaccia del tutto ai teorici della nostra Difesa. Si prendano ad esempio gli aerei senza. pilota. «Non avere apparati legati alla presenza umana (seggiolino eiettabile, sistema di ossigeno etc.) permette in fase di progettazione un risparmio di peso e di spazio. La rimozione dei limiti ?siologici all’accelerazione di gravità permette potenzialmente prestazioni estreme».
La guerra al tempo dei droni, però, fa orrore ai paci?sti quanto se non più della guerra tradizionale. Ma che dire della prospettiva di lasciar decidere alle macchine stesse? «In ogni caso - conclude Catalano, tranquillizzante ma non troppo - molta strada deve essere fatta, prima che si deleghino i problemi morali sulla scelta degli obiettivi alle macchine e che queste sostituiscano gli uomini come decisori sul campo di battaglia».

 
 
 
 
 
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COSA CI PIECEREBBE LEGGERE E CI PIACEREBBE ESSERE: LO SCOIATTOLO DI PAVESE
Martedì, 20 Novembre 2012



di Cinzia Ligas e Fausto Crepaldi

Italo Calvino fu definito da Pavese "lo scoiattolo della penna" a causa delle sue doti di agilità, facilità e scioltezza di stile. Come è noto, Calvino aveva individuato le qualità del bravo scrittore nella Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità. La Leggerezza consiste nello scrivere con vivacità, costruendo un universo letterario diverso da quello reale, percepito come "lento e pesante"; la Rapidità, è tale per cui il racconto, attraverso il ritmo, deve diventare “un incantesimo”, che agisce sulla percezione del tempo, contraendolo o dilatandolo a piacere, in modo tale da suscitare nel destinatario il desiderio di ascoltare il seguito. L'Esattezza, che si ottiene attraverso il disegno ben definito dell’opera e l’uso di un lessico preciso e cristallino deve trasmettere chiaramente l'idea che lo scrittore vuole comunicare. La Visibilità è la capacità di rendere visivamente le proprie
emozioni, evocando tali immagini nella mente dell'interlocutore. Infine vi è la Molteplicità, ovvero la produzione di un artefatto comunicativo che nasce da una visione plurima del mondo, con la capacità di tessere insieme, in una trama ordinata, i diversi segni e codici. Ogni buon comunicatore deve agire proprio come lo scoiattolo che si arrampica rapido e leggero tra i rami del grande albero della comunicazione, saltando con esattezza da ramo a ramo, visualizzando nella sua mente le immagini delle nocciole/messaggi di cui la pianta è ricca e imparando dall'osservazione del bosco
a riconoscere i frutti/segni "commestibili" da quelli che non deve usare. Quindi qualunque forma espressiva e comunicativa, non può che migliorare prendendo spunto da tali indicazioni: un qualunque testo (linguistico, grafico, video) sarà più godibile se apparirà allo spettatore leggero e vivace, rapido e tale da non annoiarlo, esatto, quindi capace di comunicare efficacemente l'intenzionalità dell'Emittente; visibile, ovvero in grado di evocare i concetti con immagini nella mente del Destinatario e infine molteplice, cioè nato dalla conoscenza e dall'uso consapevole dei vari segni e codici più adatti e quindi comunicativamente efficace.

 
 
 
 
 
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2001: L'ESERCITO IN KOSOVO
Sabato, 3 Novembre 2012


PARMA- Abbiamo ripescato alcuni articoli de IL DENTE AVVELENATO che parlava delle missioni delle Forze Armate italiane in Kosovo, una missione che sottrae risorse e protegge una popolazione kosovara secessionista , violenta e anticristiana. Lungimirante. Era il 2001:


ROMA Dalle immagini sembra che il vitto dei nostri soldati sia buono. Facce rotonde,pance altrettanto..e tanta, tanta, tanta retorica ( a sette milioni al mese).
Inquadrati con i nostri Militari, un cospicuo e nutrito gruppo di Crocerossine e crocerossini, indistinguibili dagli altri.

Petto in fuori e pancia.....beh: dove si poteva imboscarla l'hanno imboscata."Non siamo qui a portare la guerra", disse Casini, e noi ci crediamo.Si vede.Guai a chi facesse sul serio.I pochi militari che lo hanno fatto sono stati ruspediti in Patria a dumilionialmese. La guerra la possono fare solo i guerriglieri USUCAPIONISTI musulmani albanesi.. e noi facciamo finta di non vedere, presi ,come siamo, da tutti questi culetti infiammati di bambini, e da tutte queste finte emergenze umanitarie (loro hanno sempre vissuto cosi', nello squallore e nella distruzione delle proprie cose,ma noi ancora spremiamo la lacrimuccia di fronte al trattore derelitto con venti persone a bordo ,moccolose e piangenti, come i Rom).
L'UCK intanto, commosso ringrazia. Dalla Mcedonia, dove ha iniziato un 'altra criminale razzia di territori non dovuti in nome di una ALBANIAche non è mai esistita lì, e dal Kosovo, dove sono ormai diventati "il posto di lavoro" per migliaia di soldati-croserossini italiani.
Alcune immagini hanno persino mostrato una catena umana fittissima ( la televisione fa miracoli) di un centinaio di casacche "da volontario (italiane) flouorescenti(ma anche AI VOLONTARI vengono dati SETTE MILIONI AL MESE????) che si davano da fare a scaricare un camion di pasta.Cento persone per fare il lavoro che un "muletto" avrebbe svolto in 3-4 minuti.Eh si!! Ripeto: potenza delle TELEVISIONE!!Come erano bellini davvedere!!!Come erano "umanitari"
Si,perchè il nostro Esercito e' in Albania per scopi umanitari.Capito??.Lo avrete sicuramente intuito dal look del Gen Mosca Moschini....Checchè ne dicano i Legionari Frencesi oppure i parà Inglesi..Esso ( l'esercito-crocerossina) reprime i Serbi che sparano e permette all'UCK di riorganizzarsi e di non badare alle proprie famiglie. Ci pensiamo noi, diamine!
l'On PIER FERDINANDO CASINI ha ben compreso questo ruolo che "non e' ne' di destra e ne' di sinistra".Se ne vuole impossessare per fregiarsene, anche la destra italiana.Sai quanti voti!!
Ma noi lo avevamo capito. Anzi: capitissimo.Caro pierferdinando. A proposito: anche Tu, come Violante ed un altissimo numero di politici in Parlamento, sei un obbiettore??
Questa gruerra ha creato un sacco di milionari, anche tra i nostri soldati( che se lo meritavano, vista la miseria di stipendio che prendono in Patria). Quattro mesi, trenta milioni. La ristrutturazione dell'appartamento e' fatta! Tesoro: ci possiamo sposare!
Intanto i problemi in kosovo sono ancora tutti lì. Appena ce ne andremo, se ce ne andremo, riesploderanno, perche' i terroristi ed i narcotrafficanti sono ancora lì.Armati e riorganizzati. Unica differenza: guidano le nostre jeep( rubate) , usano le nostre radio ( rubate) , usano i nostri computers ( rubati), e presto useranno i nostri accampamenti ( che di solito vengono "regalati, a fini televisivi, quando si smobilita, per andare su VERISSIMO). Dimenticavo: si spostano sulla NOSTRA ferrovia ( usucapita) e presto inizieranno a distruggerla, dopo averla usata per spostare le truppe.
Di tutti i contingenti,quello italiano e' il piu' apprezzato,gradito e ricercato, dicono i politici. Che successone!! Gli altri,invece, sono cattivi.Picchiano i delinquenti e li massacrano di colpi appena possono.Non scuciono nemmeno un pannolino, quei cattivoni dei Francesi...nemmeno ti fanno passare ad un posto di blocco con documenti falsi.Veri stronzi.Noi no. Li fermiamo, ci facciamo riprendere da una tivvùà per far vedere che i soldi di ARCOBALENO 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , ETC li sappiamo spendere bene...poi tutti all'asilo a fare la ripresa del bambino in braccio al militare. Sembra che , nonostante la prolificità kosovara ( non hanno altro da fare, visto che pensiamo a tutto noi), scarseggino i bambini da coccolare.I conti sono presto fatti: Cento televisioni, duecvento giornalisti necessitano di: TRECENTO CAPITANI.TRECENTO BAMBINI, ALMENO DIECI OSPEDALI. DUECENTO MENSE. CINQUECENTO INTERVISTE AL GIORNO. Insomma: un lavoro enorme. Interi battaglioni sono stati assegnati a questi compiti. Poi ci sono anche mille e passa Carabinieri... per garantire la legalità agli albanesi, quando li lasciano stare con interviste e riprese di "real tivvù" finta.Una "gioiosa" macchina televisiva!!Si dice che per sopperire alla mancanza di comparse, stiamo già usando nonnini di ottantatrè anni, piccoli e calvi,simil-Teresa, che potrebbero essere scambiati per bimbi...
Insomma: un successone.E ci siamo riusciti da soli! Non ci ha aiutato nessuno.In Italia, invece, ordine e legalità li facciamo rispettare usando ragazzi di venti anni mandati allo sbaraglio contro i centri sociali, con poca atrezzatura e senza ordini precisi. Nelle strade italiane ci mandiamo ( se ci vanno) i centosei poliziotti che lavorano( i dati ufficiali parlano di centonove, ma noi evitiamo trionfalismi) . Gli altri sono in ufficio con i Vigili Urbani a studiare un piano di leggi contro la criminalita\'. La nostra nazione democratica, antifascista di una cippa ci permette di poter inforcare una autovettura appena sbarcati a Otranto, e raggiungere in autostrada Trento, SENZA INCONTRARE NESSUN CONTROLLO (raccondo del signor albanse ALIMADHI JULIAN del 13 agosto 2001), DOPO AVERE ACQUISTATO UNA FIAT TIPO in un autosalone compiacente del posto ( alla luce del sole senza documenti, e con patente falsa).Dimenticavo: ricordatevi la storia delle tre patenti dell'albanese che uccise il bambino romano.In albania e' TUTTO falso.Anche la Guerra. Gli serve per campare a nostre spese......Ma non dovevamo vegliare sulla LEGALITA\'??? e come si fa?? Regalando miliardi e miliardi e miliardi e miliardi di strutture che non sano, non possono, non vogliono, usare.
Si, Si:un vero successo, questa operazione. Si, si: PER I GUERRIGLIERI MUSULMANI ALBANO-KOSSOVO-NAPOLETANI e per la mafia della prostituzione e del narcotraffico.Loro si, che hanno vinto e vinceranno. Anche in Italia.
Presentat-tricicl!!!!Pero', poi, andate a cagare!!
Il Dente Avvelenato

 
 
 
 
 
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TELEVISIONE E FALSI MITI
Mercoledì, 19 Settembre 2012


IL FATTO QUOTIDIANO del 19 Settembre 2012



Su Cielo (il canale Sky visibile anche sul digitale terrestre) parte la versione italiana di The Apprentice, una sorta di reality talent nel quale un signore ricco e potente insegnerà a un gruppo di ambiziosi ragazzotti, i segreti del business, del successo, della fama e del denaro. A capo del “board” (sic!) di esperti, nientepopodimeno che il geometra Flavio Briatore da Verzuolo (Cuneo), che avrà il doppio compito di maestro e giudice per i volenterosi partecipanti.

E alla vigilia del debutto televisivo, il Nostro cosa fa? Ammonisce sui rischi della speculazione nel mondo degli affari e, non contento, proclama: “A The Apprentice vincerà l’etica”. Belle parole, per carità. Ma dette da Briatore fanno un effetto un po’ strano.Sì, perché non trattasi solo di un tombeur de femmes, campione di gossip e feste milionarie, ma di un signore che di business ne ha tentati parecchi, con risultati non sempre lusinghieri.

La sua storia, che ormai è leggenda, inizia nella profonda provincia cuneese, dove il Nostro cresce e, dopo due bocciature in seconda e in terza superiore (lo ha raccontato lui stesso a Repubblica qualche anno fa), strappa un diploma da geometra da privatista.

La prima impresa è la creazione di un ristorante, “Tribula”, che chiude in poco tempo perché evidentemente non si mangiava poi così bene e la gente non ci andava. Il salto di qualità arriva quando diventa collaboratore di Attilio Dutto, proprietario della Paramatti Vernici, ma poi l’imprenditore viene ucciso e Briatore lascia la placida Cuneo per sbarcare a Milano. Achille Caproni della Caproni Aeroplani lo mette a capo della Compagnia Generale Industriale, ma dopo poco il gruppo crolla sotto i colpi del fallimento della stessa Paramatti, che nel frattempo Caproni aveva comprato su suo suggerimento.

Il giudice supremo di The Apprentice, allora lontano dai fasti di Malindi, tenta allora di riciclarsi come agente discografico ma qualcosa va storto. Come ha raccontato pochi anni fa Gianni Barbacetto in un articolo, Flavio Briatore viene travolto da un’inchiesta su bische clandestine e gioco d’azzardo, con una condanna in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione a Bergamo e tre a Milano. Roba da vecchia mala milanese, a quanto pare, visto che nel giro pare fossero coinvolti anche gli eredi malavitosi di Francis Turatello. Dettaglio non di poco conto: nella stessa inchiesta viene coinvolto anche Emilio Fede, che però è assolto per insufficienza di prove. Lui, Briatore, scappa a Saint Thomas per non essere arrestato, e torna in Italia sopo dopo un’amnistia.

Alle Isole Vergini si dedica al franchising Benetton e da allora comincia a farsi largo nel gruppo trevigiano, fino ad arrivare a capo della scuderia Benetton in Formula 1. Ecco, attenzione adesso, perché è l’unico periodo davvero fruttuoso e di successo nella carriera di Briatore, che riesce a vincere due mondiali piloti con Michael Schumacher (1994 e 1995) e anche un titolo costruttori (1995). Poi Schumi lo abbandona e trasloca a Maranello e visto che non si vinceva più, Briatore viene accompagnato alla porta. Nel 2001 la Renault compra la scuderia e Briatore torna come direttore esecutivo, costruendo un altro miracolo sportivo con la doppietta di Fernando Alonso (2005 e 2006). Nel frattempo, siamo nel 2003, il pm Woodcock chiede la custodia cautelare del manager per presunte pressioni indebite nei confronti di ambienti ministeriali, ma il gup si dichiara incompetente per territorio.

Briatore ormai è inarrestabile: si sente un Dio e vuole sfondare anche nel mondo del calcio. Compra, insieme al mammasantissima della F1 Bernie Ecclestone, la squadra inglese del Queen’s Park Rangers, che rivende dopo 3 anni e una vagonata di allenatori cambiati, senza nemmeno esser riuscito a riportarla in Premier League.

Crolla anche il sogno della Formula 1, visto che la Fia, dopo inchieste, insabbiature e magagne, è costretta a radiarlo per un incidente “pilotato” di Nelson Piquet Jr, mandato a sbattere contro un muretto dai box per avvantaggiare il compagno di squadra Alonso. Briatore lotta allo stremo delle forze contro questa ingiusta (secondo lui) sentenza, fino ad ottenere soddisfazione da una sentenza del Tribunal de grande instance di Parigi nel gennaio 2010: radiazione ingiusta e risarcimento di 15mila euro. Ma la Fia non ne vuole sapere e di reintegrarlo non se ne parla nemmeno.

Ultime avventure nel 2010, con il sequestro dello yacht Force Blue per frode fiscale (“Senza lo yacht il piccolo Nathan Falco non dorme più”, ammise candida Elisabetta Gregoraci in Briatore) e il successivo blocco di un milione e mezzo di euro e accusa di truffa ai danni dello Stato nel 2011. Il 13 giugno scorso, infine, Briatore annuncia la chiusura del Billionaire, il girone dantesco in Costa Smeralda che ha accolto nel corso degli anni nani e ballerine, olgettine e veline, bronzi lampadati e allegre comari.

Ecco, dunque, chi è stato chiamato a insegnare il business e a mostrare la via del successo a un manipolo di ragazzi italiani del 2012. Andiamo bene.

 
 
 
 
 
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CHI E' IL FENOMENO DA CIRCO?
Sabato, 15 Settembre 2012



PARMA- Che effetti hanno sulla gente e sulla cultura generale alcune trasmisisoni televisive? Questo sembra chiedersi la critica televisiva Mirella Poggialini, la cui analisi condividiamo:
lo SHOW DEI RECORD, di Canale 5 , presentato da Mammuccari tenendo in spalla una sfortunata ragazza rimasta più che nana, come attrazione, è il segno dei tempi.

Avevamo assistito preoccupati alla spettacolarizzazione dei bambini mostri -complici presentatori e presentatrici senza scrupoli- che scimmiottano gli adulti, con i genitori in platea, ebeti e sorridenti a vedere il loro "bambino" con vocione tenorile.
Piccoli "mostri" con evidenti segnali di adultismo mammone o di lolitismo, per giunta molto spesso sovrappeso. Ci sono programmi che hanno come protagonisti marionette nellle mani di un rospo semiuomono semilesbico che usa anziani in trasmissioni dove vengono invitati a imitare i giovani sia sessualmente che nell'abbigliamento e nei comportamenti, rapinando loro quella serietà e quella giusta "distanza morale" di cui avremmo bisogno. Non sono più esempio per nessuno. Sprecati anche loro!

Poi la televisione senza scrupoli ha fatto un altro passo avanti verso il degrado culturale e la mancanza di idee : da ieri è nuovamente in onda per il terzo anno la sfilata dei "fenomeni" da circo, che perseguono record INUTILI. E' un ulteriore spostamento in avanti di paletti etici di una società che sta mangiando se stessa: figli, nonni, sposi e giovani e ora anche mitomani esibisionisti con turbe.




Lo «Show dei record» senza perché

Si dice «fenomeno», si celebra «il pri­mato da Guinness», nella nuova edi­zione de Lo show dei record su Cana­le 5, quest’anno condotta da Teo Mammu­cari il giovedì sera: destinata al successo di pubblico, ma con un retrogusto amaro che fa riflettere sul fatto che questi 'atleti' da applauso sono gli eredi di quei 'mostri' da carrozzone da Luna Park in cui un tempo si offrivano in gabbia vitelli a due teste e don­ne cannone. Si vedono, in rapida successione, prove di abilità e personaggi segnati da anomalie fisiche, impegnati in esercizi rischiosi che fanno inorridire anche il pubblico plaudente dello studio, che alterna risate e applausi a smorfie. Che queste prove siano u­tili o significative, poi, è tutto da discutere: i tre ra­gazzotti che si slanciano dentro auto in movimento passando dai finestrini potranno al massimo invita­re all’imitazione sprovveduti coetanei, così come co­loro che sfondano vetrate con il capo, spostano pesi immani, affrontano rischi pericolosi come addome­sticati a inutile sacrificio. Non è facile quin­di giudicare un programma in cui chi si pro­pone vende al pubblico un rischio inutile privo di significato – o può bastare davve­ro il registro dei primati? – e al massimo at­trae per le immagini surreali di personaggi eccezionali per dimensione o statura (la donna più piccola del mondo, gli uomini più alti). Nuova versione del circo, insom­ma, in cui l’abilità sfuma nell’assurdo: né giova la durata dello spettacolo, che spegne via via l’interesse. Così che alla fine si apprezza la conduzio­ne insolitamente misurata di Mammucari, tenace nel proporre, commentare, azzardare battute di autoiro­nia inanellando elogi e commenti ripetitivi: mentre chi assiste prova spesso una sensazione confusa di disa­gio e di compassione per gli sforzi disperati cui si sot­topongono molti dei concorrenti, magari forti ma chiaramente indifesi. Tuttavia il pubblico a casa ha risposto con 4.881.000 spettatori e 21.50% di share.

 
 
 
 
 
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IL POPOLO DEI CELLULARI SCIVOLA VERSO IL FONDO
Giovedì, 9 Agosto 2012


PARMA- Riceviamo da un amico che lavora in un Call center un divertente spaccato di alcune delle telefonate che riceve durante le ore di lavoro.Perovvi motivi non possiamo rivelare nè il nome n'è l'operatore, ma garantiamo che la persona è realmente esistente e per nulla bugiarda:



Ciao Walter ho letto il tuo ( interessantissimo e purtroppo vero ) articolo sui telefoni al volante e non solo …
Ti giro alcune chiamate che mi sono trascritto negli anni
Queste sono quelle ‘’ carine ‘’ quelle brutte ( le altre 180.000 ) non le ho trascritte ….
Legenda: CLT= cliente
IO = operatore



CLT Buongiorno, ho un amica a Cuba, con una sim che le ho regalato io, che dice di pagare gli SMS che io le invio dall Italia, puo’ controllare ?


IO Gli SMS all estero non si pagano, comunque le controllo ugualmente la SIM….. Ho verificato, da quella sim sono partiti un sacco di SMS ad un numero italiano che …. Non e’ il suo ….

CLT ‘’ Ho capito …. ‘’ e riaggancia


CLT Vorrei sapere quando verra’ disattivata questa sim.

IO Controllo subito …. Il 4 luglio.

CLT Di questo mese ?

IO Siamo a gennaio Signora ….


CLT Ho bloccato la sim, mi da’ il puk ?

IO Certo signora, ma …. Il numero e’ intestato ad un uomo ….

CLT Si e’ intestato a me, sono un trans


IO Si reca all estero signora ?

CLT no, no, vado in Europa

IO quindi va all estero ?

CLT no, vado a Barcellona, in Spagna …..

IO : Buonasera......*** sono *** ……

CLT : buonasera operatore …..

IO : ha un fax o una mail dove le posso inviare le istruzioni per la configurazione ?

CLT : non lo so …..

CLT : posso cambiare pin ? Non me lo ricordo mai

IO : certo signora, ci metta, ad esempio, la sua data di nascita : uno nove sei otto

CLT : ma io non sono nata a gennaio !

IO : nel senso di anno : millenovecentosessantotto ……

CLT : mi puo' dare perfavore il codice '' CUD '' ?

CLT : buon giorno, mi hanno regalato un cellulare da GAY ! ( il Raz V3 di Dolce e Gabbana )

CLT : mi ha esaurito tutti I dubbi ….

CLT : ho un cellulare Samsung SGK C 510

IO : forse SGH , SGK non ne vedo.

CLT : e' una K strana … due barrette verticali unite da una stanghetta orizzontale …

IO : quella e' una H, l' acca di Hotel ….

CLT : mi puo’ attivare Y&m senza limiti ?

IO : certo, mi puo’ fornire il numero verso il quale vuole attivare la promozione ?

CLT : non lo so …..

CLT : vorrei attivare la promo 100 ore in liberta’

IO : sul numero dal quale mi chiama ?

CLT : no, su un altro, glielo dico ? ….

CLT : ho appena preso un black & berry

CLT : chiamo da Corato ( BA ) , un mio parente, da Roma, mi deve fare una ricarica da una lottomatica, quanto ci mette ad arrivare fino qua’ ? …..

CLT : mi e’ arrivato sms con scritto : abbiamo evaso la sua pratica, che vuol dire ?

IO : che la pratica e’ stata evasa …..

CLT : Ma in italiano ‘’ evaso ‘’ vuol dire scappato dal carcere, perche’ mi scrivete cosi’ ?


IO : questa scheda e’ intestata ad una signora del 67 di Cosenza.

CLT ( palermitana ) : Cosenza e’ vicina alla Toscana ?

IO : Buonasera***** sono ***** ……

CLT :ma tu sei per caso il L*** che e’ andato a letto con mia moglie e mi ha fatto divorziare ??

IO : se mi consente la battuta, non ho avuto questo piacere …..

IO : Benvenuto in ***** sono L*** …

CLT : Salve, chiamo dall estero perche’ sono all estero ….

IO : Ha con se carta e penna ?

CLT : In che senso ? ……

CLT : mi trovo a Vienna quanto spendo ?

IO : allora dall Austria spende ….

CLT interrompendomi : Ma io sono a Vienna !

IO : le faccio notare che Vienna e’ la capitale dell Austria ….

CLT : ma la **fone Station e’ radioattiva ?


CLT : questo cellulare ha la fotocamera ad alta RIVOLUZIONE ….

CLT : Ma l’ area casa e’ CIRCONCISA alla citta’ ?

CLT : il mio piano ha il FASCIO orario ….

CLT : buon giorno sono l' INTESTATRICE del numero 347 …

CLT : Mi e’ arrivata la fattura con il deposito … PRECAUZIONALE !

IO : signora la sento lontana, e' in vivavoce ?

CLT : ma io sono a Varese !

CLT : io chiamo spesso in Tunisia e ho visto che attivando la Christmas Parole posso anche chiamare in Europa ….

IO : la Tunisia Signora è in Africa …..

CLT : mi ha chiamato uno 06 ma non so chi possa essere

IO : beh lo ‘’ 06 ‘’ e’ un prefisso di .. . .

CLT : mi interrompe dicendo : si lo so e’ Milano !

CLT : come faccio a sapere se un clt e’ ****** o altro gestore ?

IO : deve anteporre al numero che chiama il 456

CLT : quindi prima il numero e poi il 456 …

 
 
 
 
 
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USO INCIVILE E CRIMINALE DEL CELLULARE ALLA GUIDA
Sabato, 4 Agosto 2012


Nigeria, da Agosto 2012 in cella chi telefona quando guida

ABUJA. Nuovo codice della strada nello stato federale di Lagos, la megalopoli nigeriana di oltre 15 milioni di abitanti. La normativa stabilisce pene severissime per chi telefona mentre guida. La legge, voluta dal governatore-sceriffo, Babatunde Fashola, punisce con tre anni di carcere o 20mila naira di sanzione (100 euro), chi utilizza il cellulare al volante. Stessa sanzione per chi viene sorpreso al volante mentre mangia, o beve dell’acqua. Nel primo semestre 2012, i morti in incidenti d’auto sono stati 35.



PER CAUSE IN CORSO DI ACCERTAMENTO. FORSE UN MALORE

Il degrado sociale interpretato da piccoli (non più tanto) segni premonitori. Gli spot che in Italia non si vedono

di walter amatobene

PARMA-L' articolo delle sanzioni nigeriane mi fa riflettere, così come la lucidità dell'impegno di certe nazioni europee che stanno facendo campagne con risultati reali per la civiltà stradale, contro l'uso del telefonino, dell'alcol e per una maggiore civiltà di guida.

Penso che proprio la condotta degli automobilisti sia una delle cartine al tornasole del tasso di ignoranza e di degrado di una nazione, da chi la governa fino al singolo cittadino.
Non faccio esempi stranieri. Mi limito all'Italia e alle migliaia di morti per distrazione, alle centinaia di pedoni travolti, alle rotonde sfondate con cartelli abbattuti, agli incidenti di cui leggiamo ogni giorno, molti dei quali con fuga del conducente. Degrado, far west, miliardi di danni. L'Italia stradale è servita.

Da tempo mi chiedo anche quanti morti e quanti incidenti siano imputabili al cellulare.

Non c'è statistica sull'opera tumorale di questo oggetto invasivo, patologico, mortale, inutile per gran parte del suo uso: il telefonino. Frugando bene negli abitacoli dei morti dilaniati in incidenti d'auto, sono certo si potrebbe trovare molto frequentemente un telefonino ancora "caldo", con la linea agganciata oppure aperta su un sms che il destinatario ha guardato o scritto durante la guida, per poi schiantarsi contro un palo o un pedone,o una auto con una famiglia o una mamma con la carrozzina,un ciclista o una processione.

Siamo diventati una nazione di "inspiegabili malori",ovvero la stupida frase usata per non chiamare le cose col loro nome?
Quel "per cause in via di accertamento" è una genuflessione al politically correct: chi muore in auto, anche se guidava come un delinquente, è sempre un "angelo nei nostri cuori", il luogo della tragedia viene trasformato in uno deposito rifiuti-altarino con fiori in pastica; spesso con una lapide sul ciglio di una strada, messa da una mamma che ripete "aveva tanta voglia di vivere". Gli altri, quelli uccisi dal figlio, evidentemente non avevano la stessa voglia.

Nel paese dove abito, un ventenne è morto schiantandosi in curva perchè telefonava e guidava a 130 all'ora, senza cintura, ovviamente. La mamma ha invitato gli amici dopo il funerale ad una happy hour nel bar preferito del suo "bambino". Campari per tutti. "Lui avrebbe voluto così", ha detto. Brava. Per un caso non ha ammazzato nessuno. Mia moglie è passata di lì dopo pochi minuti, nella corsia che ha invaso.

Chi legge o manda sms, chi parla al telefono incurante degli altri, mentre guida,siano uomini , donne, ragazzi, ciclisti, camionisti, poliziotti, autisti di autobus, - ho visto perfino le badanti che spingono carrozzine attraversando la strada- sono incivili, poveri fessi da rieducare a sberle, schiavi di una tecnologia inutile nel 75% dei casi. Schiavi di una insostenibile pressione pubblicitaria delle compagnie telefoniche , asfissiante e piratesca, che prosciuga le tasche e i cervelli.

La maggioranza di itagliani ( con la ggì) è diventata un enorme gregge che fissa orgogliosamente il prorio aggeggio ultimo tipo, sperando di rompere la solitudine e il vuoto pneumatico del cervello. Pensare fa paura, quindi eccoti gli auricolari: quando non sai più chi chiamare, sparati musica a tutto volume. Anche quelli, già proibiti e sanzionati ( davvero) in moltissime nazioni, aumentano l'effetto isolamento e il pericolo per sè e per gli altri.
In Italia sono una vera e propria moda , soprattutto tra i giovani.

Nessuno interviene. Nessuno sanziona. Nessuno fa trasmissioni o spot chiari che fanno vedere situazioni reali, come quello inglese pubblicato in questo articolo.


Esagero? No davvero. Tutti avete visto ciclisti col cellulare in mano, sbandare per rispondere, oppure auto che hanno tamponato moto o bici per lo stesso motivo o che sorpassano in autostrada in terza corsia mentre usano le due mani lontane dal volante. Tutti vi sarete accorti di come siano incuranti degli altri, senza alcun controllo della guida. Avrete notato il loro sguardo, fisso sul parabrezza e non sulla strada. Aggravato dal matematico mancato uso della freccia e il vaffanculo, se gli lampeggi.

Quanta gente ammazzano questi sottosviluppati?

E che dire delle "forze dell'ordine" ?
Polizia, Vigili e Carabinieri sembrano avere altre priorità. C'è la mafia, la camorra, ci sono le gang, ci sono i politici da arrestare o da scortare. E la gente viene lasciata da sola. Loro, che per primi non si allacciano la cintura ( una legge fatta da un parlamento con il 26% di pregiudicati potrebbe essere violata, agganciando la cintura ugualmente. Così, per civiltà). Loro, che per primi parlano al cellulare guidando auto di servizio e perfino sul luogo di un omicidio, mentre fanno rilievi. Fateci caso nei reportage dei tiggì: c'è sempre un paio di loro che non può fare a meno del telefono, passeggiando avanti e indetro guardandosi le punte delle scarpe.

Mi rincresce complimentarmi con la Nigeria, patria di ogni illegalità e di ogni misfatto e corruzione. Sempre meglio dell'Italia, evidentemente.



 
 
 
 
 
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ISAF CI METTE I MORTI E GLI AIUTI. INDIA CINA E RUSSIA FIRMANO I CONTRATTI
Mercoledì, 4 Luglio 2012



PARMA- A Delhi si fanno affari a spese dell'Occidente e con la benedizione miope dell'America. Giovedì scorso nella capitale indiana si è tenuto il Delhi Investment Summit on Afghanistan: organizzato dalla potente Confederazione indiana delle industrie (Cii), promosso dal governo locale in collaborazione con quello afghano-Iinspiegabilmente voluto dagli Stati Uniti in chiave anti cinese a anti russa- l'incontro puntava ad attrarre investimenti verso il paese centroasiatico, la cui economia è stata fin qui legata agli aiuti dei donatori internazionali, che torneranno a riunirsi in Giappone l'8 luglio.

Il presidente Karzai sa bene che qualunque accordo uscirà dalla conferenza di Tokyo (si parla di 5 miliardi di dollari l'anno), sarà comunque una soluzione parziale alle patologie del sistema economico afghano, che secondo le stime della Banca mondiale è per il 90% dipendente dalla comunità internazionale: gli aiuti sono inevitabilmente destinati a diminuire nei prossimi anni, e i precedenti non promettono nulla di buono.

ALLE NAZIONI ISAF NIENTE CONTRATTI
Come ricordato a maggio nel rapporto dell'Afghanistan Analysts Network Beating a Retreat da Barbata Stapleton, già consigliera politica per il Rappresentante speciale europeo per l'Afghanistan dal 2006 al 2010, il ritiro della Nato dalla Bosnia nel 2004, per esempio, ha fatto scendere il volume degli aiuti da un massimo del 57% del Pil nel 1995 all'8% del 2004. Lo stesso accadrà anche in Afghanistan, dove già si tirano i remi in barca: il più grande donatore singolo, Usaid (l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), ha ridotto il suo budget complessivo dai 4.1 miliardi del 2010 ai 2.5 del 2011, arrivando a poco più di un milione nel 2012.

KARZAI NON E' RICONOSCENTE E CERCA SOLDI DA CHI NON HA COMBATTUTO
Karzai è dunque consapevole che la bolla economica in cui l'Afghanistan è stato immerso dal 2001 - con tassi di crescita intorno all'8% annuo e un aumento del 73% del Pil complessivo - rischia di scoppiare presto. Sapendo di non potersi affidare a lungo agli aiuti, cerca di attrarre investimenti privati, presentando l'Afghanistan come il prossimo "snodo" del commercio tra Asia centrale e meridionale, oltre che come cerniera ideale tra Asia, Europa, Medio Oriente.

Già nel 2003 per esempio è stata istituita la Afghan Investment Support Agency (Aisa), con il compito di facilitare gli investitori stranieri nell'affrontare le pastoie burocratiche. E proprio a Delhi il direttore dell'Aisa, Wafiullah Iftekhar, è tornato a rassicurare gli investitori dell'ambiente favorevole che troverebbero a Kabul, mentre Prasoon Sadozai, responsabile per il ministero del Commercio e dell'industria afghano delle questioni legali e dei regolamenti, ha ricordato gli sforzi fatti dal governo di Kabul: tra gli altri, la possibilità che le azioni di un'azienda che opera in Afghanistan siano al 100% nelle mani di stranieri, l'esenzione da qualsiasi dazio doganale per l'esportazione di ogni prodotto assemblato o costruito sul suolo afghano.

DIETRO GLI INDIANI LE MULTINAZIONALI AMERICANE??
Per gli indiani, la conferenza di Delhi, a cui hanno partecipato colossi finanziari come General Electric e Exxon Mobil, è un tentativo «di offrire una prospettiva di opportunità che contrasti l'ansia legata al ritiro, l'incertezza, l'instabilità e l'interferenza straniera», ha commentato S.M. Krisha, ministro indiano degli Esteri, che si è augurato che « dirigenti aziendali sostituiscano le divise dei soldati, e gli amministratori delegati i generali».

Se lo augura anche Karzai, che in vista del disimpegno della Nato ha intensificato i rapporti diplomatici ed economici con India, Cina, Iran, Russia e i paesi dell'Asia centrale, a scapito degli occidentali, già con le valigie in mano.


L'INDIA FA GRANDI AFFARI CON LE ESPLORAZIONI
L'India, per esempio sta aumentando il proprio peso politico attraverso strumenti economici: dal 2001 al 2007 Delhi ha trasferito a Kabul almeno 900 milioni di dollari in aiuti, si è impegnata per un altro miliardo, e sta espandendo la sua influenza nel settore privato degli investimenti afghani verso l'estero con una serie di contratti bilaterali, tra cui il memorandum d'intesa tra l'Indian Export Import-Bank e l'Afghanistan Investment Support Agency.

Nel gennaio scorso un consorzio metallurgico di sette compagnie private, guidate dalla Steel Authority of India Ltd, si è aggiudicato il diritto di esplorazione di tre dei quattro blocchi della miniera di ferro di Hajigak, nella zona di Bamiyan. Un affare da 1.8 miliardi di tonnellate di ferro, e miliardi di dollari.

In ottobre 2011 c'è stata pure la firma di un accordo con Kabul che prevede, oltre al sostegno alla nascente forza area afghana, l'addestramento e l'equipaggiamento di armi leggere per l'esercito nazionale.

INSPIEGABILE ATTEGGIAMENTO AMERICANO: IL FULCRO DELLO SVILUPPO AFGANO SARANNO LE NAZIONI CHE NON HANNO SPESO UN SOLDO PER LE MISSIONI. LE NAZIONI OCCIDENTALI DIMENTICATE

Il protagonismo dell'India in Afghanistan non dispiace agli Stati Uniti: meno di due settimane fa c'è stato un incontro tra il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e il ministro degli Esteri indiano Krishna, e i due hanno promesso incontri trilaterali tra India, Usa e Afghanistan, mentre il segretario alla Difesa, Leon Panetta, ha parlato spesso dell'India come di un «fulcro» fondamentale nella strategia del Pentagono di ri-bilanciare le sue forze nell'area "Asia-Pacifico", invitando Delhi a giocare un ruolo più attivo in Afghanistan.


Poi c'è la Cina: il colosso energetico statale China National Petroleum Corporation diventerà a breve la prima azienda straniera ad estrarre petrolio dai giacimenti afghani delle province di Sari Pul e Faryab, un serbatoio da 87 milioni di barili, grazie a un contratto con il governo afghano mediato dal Watan Group, vicino alla famiglia Karzai; mentre risale al 20 novembre 2007 il contratto - 3 miliardi e mezzo di dollari - con cui il China Metallurgical Group si è aggiudicato il diritto esclusivo di estrarre rame dalla miniera di Aynak, 40 chilometri a sud della capitale.
LA RUSSIA STA IN MEZZO E ASPETTA
La Russia aspetta prudentemente l'uscita degli occidentali, ma conclude affari: il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha giudicato «irrealistica » la data del 2014 come passaggio definitivo della sicurezza nelle mani afghane.

Negli ultimi anni ha comunque dimostrato una certa disponibilità: dal 2009 ha concesso alle forze della Nato di transitare nel proprio territorio per trasportare materiali non letali utili alla guerra afghana, e pochi giorni fa, il 25 giugno, il primo ministro Medvedev ha firmato l'accordo che concede anche il transito aereo. L'aeroporto di Ulyanovsk è già stato aperto al trasporto di materiali, per e dall'Afghanistan. Mentre a Novosibirsk comincerà un programma di addestramento - a spese dei russi - per gli ingegneri che si occupano della manutenzione degli elicotteri.

Gli stessi che la Russia ha venduto al governo afghano e che sono stati pagati in dollari americani: nel 2011, Mosca ha firmato con il Dipartimento di Stato americano un contratto del valore di 367.5 milioni di dollari per la fornitura di 21 Mi-17V5, utili sia per i trasporti che per le azioni di guerra.


LA NATO GIRA AL LARGO
La Nato ha puntato al Northern Distribution Network, la rotta di distribuzione che include Russia, Caucaso e Asia centrale. Dal 2009, c'è stato un aumento del 75% dei materiali che passano per questa rotta, considerata ormai vitale da Washington, vista le difficicoltà intermittenti di Islamabad a mettere a disposizine le frontiere.

Non è difficile prevedere che Islamabad voglia trarre il massimo vantaggio economico anche dal rientro in Occidente dei materiali, imponendo costi assai più alti di quelli praticati per il transito verso l'Afgansitan , che già sono proibitivi, con un costo medio per trailer o container di oltre 2500 dollari per "la sicurezza".


 
 
 
 
 
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IDENTITA' MILITARE: IL CAPO DI SME RICHIAMA I SUOI COMANDANTI AD UN MAGGIOR CONTROLLO
Venerdì, 15 Giugno 2012



IDENTITA' MILITARE

ROMA- Il capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale di corpo d'armata Claudio Graziano ha inviato una lettera ai suoi Comandanti che contiene un forte richiamo alla IDENTITA' MILITARE, fatta di spirito di Corpo, rigore morale e di cura degli aspetti formali. Per un militare La Forma è l'abito della Sostanza, ci verrebbe da scrivere, dopo avere letto le parole del capo di SME.


Il messaggio arriva in un momento speciale della storia dell'Esercito: grandi cambiamenti in corso e tanti già avvenuti, forte impiego in Missioni all'estero, grande considerazione e gradimento da parte della società civile. Gli occhi della Nazione, quidi sono "puntati" -benevolmente- sui Militari.

Sottoscriviamo in pieno il documento del generale Graziano. La eccellenza raggiunta dall'Esercito in questi anni deve essere capitalizzata con un forte radicamento dell'orgoglio di appartenenza nel personale. Un atteggiamento che passa anche attraverso l'immagine di sè che i nostri Militari sapranno dare alla società civile, che li stima e che si attende molto da chi indossa quell'Uniforme.



LEGGETE IL TESTO INTEGRALE DEL MESSAGGIO DEL CAPO DI SME

 
 
 
 
 
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E ALLA FOLGORE FU ORDINATO DI GRIDARE "FUOCHERELLO"
Domenica, 3 Giugno 2012


Articolo tratto da "L'OCCIDENTALE" del 2 giugno 2012


Lasciateci divertire
2 giugno, la Folgore grida "Fuocherello!" per sobrietà
di Giovanni Marizza



All’alba del 2 giugno 2012 le truppe sono già pronte per la sobria parata lungo la via dei Fori Imperiali. Fervono gli ultimi preparativi. Un capitano controlla uniformi ed equipaggiamento: “Ehi tu, metti ancora un po’ di polvere sugli scarponi! Voi due, slacciatevi un paio di bottoni!”. Più in là un colonnello controlla l’assetto formale: “Petto in dentro, pancia in fuori, profilo basso!”.

La Via dei Fori Imperiali pullula di sobrie tribune, una dopo l’altra, ce n’è quasi una ogni dieci spettatori. Davanti alla tribuna presidenziale giunge il capo dello stato, accolto dai presidenti di Camera e Senato, che si affrettano a congratularsi: “Complimenti, presidente, per il sobrio rinfresco di ieri sera, solo duemila invitati, solo duecento camerieri, solo cinquemila bottiglie di vino, ma ci accontentiamo”.

Lui ringrazia e si rivolge al ministro della difesa: “Allora, mi avete preparato una bella paratiella sobria sobria?”.

“Certo, presidente, si figuri che alla fine, invece del sorvolo della pattuglia acrobatica nazionale, ci sarà un lancio di freccette tricolori”.

“No, no, non voglio manco quelle, no: solamente truppe appiedate, tutti a piedi, sobrietà!”.

“Occhèi, presidente, allora metto in libertà il suo autista e la sua Lancia Flaminia, tanto lei torna al Quirinale a piedi…”.

“Ma no, ma no, cosa ha capito, la mia macchina mi serve, ma gli altri, tutti a piedi!”.

“Perfetto, presidente, allora dico ai suoi corazzieri di lasciare le motociclette in caserma…”.

“Ma no, ma no, cosa ha capito? Le mie motociclette le voglio, ma gli altri, tutti a piedi!”.

“Vabbè, proprio tutti tutti no, mica possiamo costringere i Generali a camminare. Un paio di automezzi per trasportare i Generali ci dovranno essere”.

“Evvabbuò”, replica rassegnato Napolitano.

“E poi cinque automezzi per le bandiere, altri venti per i gonfaloni delle regioni, altri quaranta per le associazioni d’arma…”

“Basta, basta, siamo già arrivati a una settantina di mezzi, mannaggia, voi riducete i mezzi come i partiti riducono il numero dei parlamentari!”

Il ministro, a sua volta, si rivolge al capo di stato maggiore: “Beh, hai predisposto tutto per bene? Sarà tutto sobrio?”.

“Certo, ammiraglio, si figuri che ho dato disposizione ai paracadutisti di non gridare “Folgore!” ma di sussurrare “Fuocherello!”, ho detto alle truppe da sbarco di non gridare “San Marco!” ma di mormorare “Sant’Antonino di Susa!” E ho anche raccomandato agli alpini paracadutisti di non gridare “Mai strack!” ma un più sobrio “Chiedo visita!”, che ne dice?”.

“Ottimo, vecchio mio, e gli alpini del glorioso Terzo reggimento cosa grideranno, per mantenere il profilo il più basso possibile?”.

“Ho pensato anche a questo: grideranno, ma piano, Terzodisantagata!”.

Le tribune sono piene di autorità, diplomatici stranieri, politici di tutti i partiti tranne Lega e Iddivvù, che snobbano la manifestazione. Presente, a sua insaputa, solo il Trota. Pierferdinando Casini gli chiede: “Lo sai chi è quel tizio fra l’ambasciatore della Macedonia e l’ambasciatore del Montenegro?” Risponde il Trota: “Fra la macedonia e il montenegro? Di solito c’è il caffè…”.

“Vabbè, lasciamo perdere…” e si gira dall’altra parte verso Bertinotti: “Ehi, Fausto, cosa ne pensi di questa parata sobria?”.

E lui: “Mah, guavda, io l’avvei abolita del tutto, io le pavate militavi non le soppovto pvopvio!”.

“Aboliresti anche quella del 1° maggio sulla Piazza Rossa a Mosca?”.

“Vabbè, vabbè, checcentva, tu non devi pvendevmi sempve alla letteva, pevbacco, non dobbiamo esseve tvoppo categovici, insomma…”.

Cominciano finalmente a sfilare le prime truppe. Anna Finocchiaro si emoziona e sussurra a Rosi Bindi: “Guarda che bei maschioni, chissà quanti carrelli potrebbero spingermi all’Ikea!”.

Sfilano gli alpini del Montecervino e Gianfranco Fini, che per l’occasione ha rinunciato alle sue orrende cravatte rosa, commenta annoiato: “Ma guarda un po’, ho un comodo ufficio a Montecitorio, tengo una bella casa a Montecarlo e devo starmene qua a guardare il Montecervino!”.

Si avvicina il reggimento San Marco e Giulio Terzi si rivolge preoccupato a Mario Monti: “Mario, sta arrivando il San Marco, quelli mi lanciano una salva di pernacchie, io tengo un impegno urgente, ho una riunione, ho una Mistura di cose da fare…”.

“Urca, hai ragione, Giulio, meglio non farsi vedere, chiediamo il permesso al capo: “Giorgio, noi due abbiamo un impegno urgente, torniamo dopo che è passato il San Marco!”.

Ma lui li blocca: “State fermi qua e siate sobri, mannaggiavvoi, che se do il permesso a voi due, poi mi si spopola tutta la tribuna!”.

Arrivano le crocerossine e Silvio Berlusconi spalanca gli occhi: “Ecco, io la parata l’avrei fatta ancora più sobria, avrei fatto sfilare solo queste qui…”.

Termina la sfilata e il ministro dell’ambiente si congratula con quelli della difesa e dell’interno: “Meno male che stavolta non c’erano i cavalli, gli anni scorsi quella macchinetta che raccoglieva le loro deiezioni faceva proprio ridere!”.

Il capo dello stato si allontana, dispensando cordiali saluti: “Arrivederci, guagliò, ci vediamo alla prossima parata, tanto mica ci sarà davvero la fine d’o munno il 21 dicembre, mica avranno ragione i Maia, no?”.

Renzo Bossi, passando, nei pressi, sente parlare di fine del mondo e di Maia e si chiede ad alta voce: “Ma come avrà fatto un’ape a prevedere la fine del mondo?”.


 
 
 
 
 
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LA GIORNATA DEI VINTI
Mercoledì, 25 Aprile 2012


LA GIORNATA DEI VINTI
Il Dente Avvelenato

25 Aprile. Anche quest’anno, come tutti gli anni vedo scorrere i filmati dell’ingresso delle truppe americane inglesi,indiane, nere e marocchine nelle città italiane.
Devo esser sincero: non mi sarebbe piaciuto essere nazista, né mi avrebbe interessato seguire le campagne di invasione di Hitler. Credo nella superiorità del modello culturale “romano” e nella sua attualità. Nella superiorità e nella forza dell’idea organizzativa della società che dal 1922 al 1943 ha tentato di plasmare una razza, quella italica, ormai corrotta da duemila anni di storia, di filosofia e di decadenza e dagli errori orientali costantiniani.

Mi sarei accontentato, se fossi nato nel 1900, di studiare , seguire ed applicare i modelli culturali della nostra storia con la forza dei vent’anni. Forza culturale, quella “italica” da nessuno rinnegata ma anzi presa ad esempio. Quindi sono contento che il nazismo abbia perduto. Tanto per essere chiari. Tuttavia l’Italia sconfitta, vinta, soggiogata, svenduta e cameriera mi riempie di disonore.Mi umilia sempre.Maggiormente oggi.

Dal Settembre 1943, e se ne parla malvolentieri, migliaia di Militari e di giovani si batterono per non svendere l’Onore dell’Italia, o meglio: per non svendersi con disonore.

Se una guerra andava persa, che lo fosse con le armi in pugno, perlomeno.
Questo devono aver pensato quei ventenni e questo avrei pensato anche io,al loro posto. Meglio una Resa definitiva e contemporanea. Non con il tradimento di un armistizio negoziato nelle cantine ed annunciato con i generali in fuga sui camion con l'argenteria.

Ecco il succo delle decine di colloqui, interviste, incontri, dibattiti che ho avuto l’onore ed il dolore di fare in questi anni di indagine, parlando con i "nostri" Paracadutisti vinti ma mai arresi. Spezzati ma non piegati.

Ogni anno, appena sento le note della prima “o bella ciao” rifletto sui volti dei nostri “Ragazzi della Folgore” impegnati in Africa e, dopo, nel nordovest d’Italia; ripenso alle parole del sottotenente par Lucio Grimani, della Nembo del 43, che sul Moncenisio ha protetto i confini dai francesi, impedendo di avere la Francia ben oltre Cuneo; ricordo le lacrime di un “ragazzo” di Anzio, che si immolò con altri seimila per non svendere la propria Bandiera al primo nemico che passava per la strada. E mentre penso alla loro scelta, unica, irrevocabile, terribile, mortale, i filmati della televisione mi scorrono davanti agli occhi.

Vedo le nostre donne sguaiatamente abbracciate a soldati inglesi ed americani. Vedo passare camionette di foggia straniera cariche di italiani con cappelli da alpino, con cappotti militari strappati e disonorati, con fazzoletti al collo. Vedo ufficiali di un esercito in disfatta, sorridenti e straccioni con le armi sottratte al proprio reggimento. Il colore dominante è il bianco e nero, ma le falci ed i martelli lo fanno intuire, quel colore. Sfila gente in impermeabile, pistola in pugno e sigaretta all’angolo della bocca. Bambini con mitra e caricatori a tracolla che puntano armi su terrorizzate schiene adulte. Mi sembrano tanto quegli animali del Darfur che siamo abituati a vedere nei telegiornali. Soldati stranieri che lanciano oggetti, raccolti senza dignità fin sotto alle ruote dei loro camion. Baci rubati a donne sul ciglio della strada. Una popolazione sul marciapiede.Sul lastrico, letteralmente.

Un formicaio di umanità impazzita che riverisce, bambini che accattonano, anziani che benedicono piangenti. L’Italia liberata. L’Italia cameriera. L’Italia che si inchina ancora una volta, e come sempre nell'ultimo secolo,davanti a chi vince. Prima che vinca. L’Italia improvvisamente unita, partigiana ed antifascista. Una Italia sofferente ma senza onore. Senza dignità, nella tragedia della sconfitta. Una Italia che pur di affrettare la fine delle angherie di un nazismo impazzito per la rabbia del tradimento ha venduto per l’ultima volta, ancora una volta, come sempre, l’onore e l’orgoglio dell’orgoglio. La fine sarebbe arrivata lo stesso. Le truppe, inarrestabili e potentissime, sarebbero ugualmente entrate in Italia. Il contributo dei “resistenti”, con le loro armi rubacchiate ed aviolanciate col contagocce, è stato trascurabile. Non c’era bisogno di tanta viltà, di tanti assassinii, di tante angherie, di tanto servilismo, di tanto fratricidio. Il “piatto” della bilancia dei vincitori ci ha attribuito poche centinaia di azioni militari.I paracadutisti della Herrring immolati a poche ore dalla invasione di Bologna da parte degli alleati.Morti inutili, hanno scritto gli storici.

Nei nostri paesi sono rimaste le molte migliaia di morti civili inermi e non strategici per gli alleati. Il triangolo rosso, con i suoi quattromila omicidi notturni alle spalle farebbe impallidire qualunque Stazzema. Bombardamenti a tappeto sui civili. Montecassino rasa al suolo senza motivo e tanto tantissimo altro.
Preti, donne, militari “collaborazionisti” sono stati le prede di bande di improvvisati partigiani che da colline, casali e montagne calavano di notte e terrorizzavano la popolazione collaborante, sino alla fine del 1946.

Vedo dai filmati migliaia di queste formazioni partigiane per le strade.Uniformi le più strane. Tutti dicono di aver combattuto. Ognuno ha potuto vantarsi di un omicidio di fascista, di una decapitazione, di una angheria a qualche “collaboratrice”. Qualcuno, più "eroico", ha pure preso medaglie d’oro per via Rasella. Una Italia strana, dolente, disorientata e annullata dal disonore.

Una Italia che nulla ha a che vedere con altri popoli.

Quello germanico, ad esempio, o giapponese. Anch’essi sconfitti, decapitati, angariati, straziati, bombardati, sgretolati, ridotti in miseria ma non servi. Atterriti. L’Italia, al contrario vinta, umiliata e sottomessa, a mendicare caramelle e sigarette sui marciapiedi.

Il Dente Avvelenato


 
 
 
 
 
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E' ORA??
Giovedì, 22 Marzo 2012


Il Dente Avvelenato

LE CELLULE DORMIENTI HANNO L'ORDINE DI COMPIERE ATTACCHI MULTIPLI, DI PICCOLA PORTATA. AUTORI INSOSPETTABILI

PARMA- Quella che abbiamo chiamato da anni la CENTRALE ISLAMICA INTERNAZIONALE, inizia a "dare frutti": l'inoculazione giornaliera di terroristi mescolati alle decine di migliaia di illegali che il pietismo europeo ed italiano ospitano e liberano sul territorio, ha poderosamente rinforzato le "cellule dormienti", overo piccolissimi gruppi, o singoli, che via internet ricevono e danno istruzioni su come attaccare obbiettivi destabilizzanti. Sono migliaia, e non siamo più in grado di liberarcene. Le metastasi terroristiche si nascondono dietro negozi, phone centers, piccole cooperative di immigrati o addirittura dietro "carrozzieri gentili ed educati".
Perfino l'ispettore Clusot li avrebbe respinti. L'Europa e l' Italia no. Da noi, addirittura fanno PIL, perchè danno lavoro a centomila "volontari a pagamento", assistenze pubbliche, strutture di accoglienza e ditte che le fabbricano, oltre che ingaggiare navi, corvette, aerei, elicotteri, soldati e tanti soldi.
Un altra forma di combattimento: da una parte siamo attirati a diecimila chilometri da casa in costosissime operazioni dove la logistica ci ammazza di costi, dall'altra le già sfiancate risorse ecnomiche vengono messe alla prova da ogni barcone in arrivo.

Ci siamo affezionati, ai barconi. Una specia di sindrome cinese, dove al posto di giocattoli tossici ma economici, stavolta ci sono persone , molte della quali ci odiano, a giudicare dalle devastazioni dei centri di accoglienza.

Poi tutti in treno, con un permesso estorto e una scheda del telefono, a invadere i ghetti cittadini, cui toccherà scrutare le centinaia di immigrati che spadroneggiano nelle nostre città, tentando di segnalare alle polizie locali e nazionali movimenti e comportamenti sospetti, con l'unico risultato di essere presi per razzisti.

Di cellule dormienti il Dente Avelenato parlava dal 2003: scorrete queste colonne e troverete qualche articolo illuminante. Poi le missioni all'estero dei nostri Ragazzi -che sono in prima linea a prendere bombe, fucilate e arresti in India per colpa di scelte sbagliate- e la volontà di non fomentare atteggiamenti oltranzisti, mi avevano consigliato di seguire il fenomeno in maniera meno faziosa e più giornalistica.Siamo gente civile, mi dicevo. Ai barbari risponderemo col diritto e la civiltà. Non è così. La nostra società è debole eticamente , non ritiene di essere "cultura" e non vuole proteggersi.

Dobbiamo attenderci attentati in ogni punto d'Europa? Si. Anche in Italia? Si. A Brescia un arresto di pochi giorni fa parla chiaro: via internet un magrebino progettava attentati in Italia. Un "bravo ragazzo", anche lui, come ci dicono i vicini. E di quella impresa di pulizie gestita da egiziani che un paio d'ani orsono a Malpensa aveva libero accesso ai piazzali degli aerei? Arrestato. Che fine ha fatto? Ci sono tanti altri casi, ma chiudo con gli silamici che volevano colpire San Pteronio a Bologna. Arrestati, scarcerati.Processati.Liberi.

CELLULE IN EUROPA: STRATEGIA DEL MINI ATTENTATO DESTABILIZZANTE
Segnali preoccupanti, dappertutto, quindi.
A gennaio è cominciato a Berlino il processo a due uomini di al Qaida fermati in Germania nel maggio 2011 di ritorno dai campi d’addestramento pachistani, con la missione di creare e istruire cellule di terrorismo in Europa. Al momento dell’arresto, a uno dei due – ex soldato nell’esercito austriaco – è stata trovata addosso una chiavetta usb con 142 documenti nascosti tra altri file, archiviati alla rinfusa con nomi falsi, come titoli di porno e di hit musicali. Ci sono volute settimane agli agenti della polizia federale per raccapezzarsi. Alla fine sono saltate fuori le istruzioni, che si possono riassumere così: compiere numerosi attacchi in scala minore con pochi aggressori per volta. Non un nuovo undici settembre: piuttosto, un assalto pistola in pugno contro gli scolaretti di una scuola ebraica. Lo scopo, spiegano gli estensori della strategia di al Qaida, è creare il panico nelle società occidentali, in modo da provocare i governi e spingerli ad adottare misure di sicurezza più repressive contro i propri cittadini. Innescare un clima insostenibile di tensione e sospetto (ieri una bomba carta potente è esplosa davanti all’ambasciata indonesiana a Parigi). E filmare gli attacchi, cosa che a Tolosa è successa puntualmente.

E’ facile collegare il documento scovato dall’intelligence tedesca ai tre attacchi compiuti in Francia. Più quelli che arriveranno in altre zone di Europa.




 
 
 
 
 
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UN COMMENTO SULLE PAROLE DELLA GIORNALISTA SGRENA SUL CASO DEI DUE FUCILIERI
Lunedì, 12 Marzo 2012


di Marco Pernice

Un coro di proteste si è rovesciato sui social network e massmedia per commentare le dichiarazioni della giornalista Sgrena, sul caso dei due Fucilieri detenuti illegalmente in India. Al di là degli insulti che ho letto, preferisco argomentare alla superstite Giuliana Sgrena citando FATTI, che la giornalista volutamente ignora,colpevolmente.
L ’attacco dei pirati all’Enrica Lexie e la morte dei due pescatori, sono due episodi distinti e separati. Per la Sgrena la ricostruzione della Marina Militare Italiana e il rapporto dei nostri Fucilieri vale zero. Per la Sgrena, custode assoluta della "veritas", la versione corretta è quella della polizia indiana.
La Sgrena non parla di pirati, non ricorda che lo Sri Lanka ha ultimamente sparato contro imbarcazioni indiane, uccidendo presunti pirati o altrettanti innocenti pescatori.
La Sgrena volutamente attacca i militari dimenticandosi, con dolo ripetuto, che furono i militari che le permisero di tornare a scrivere e che un militare -tale Nicola Calipari- mori al posto suo, ed era lì per lei.
Chissà: visto che era caduta nel dimenticatoio, aveva forse bisogno di riflettori. Ha perso una occasione per stare zitta. Non sono aduso all'insulto, ma uso ugualmente le parole come sassi.
Tutti conosciamo esempi di stupidità ideologica e cosa c'è dietro questi cervellotiche argomentazioni. Persiste nel 2012 il retaggio di una politica comunista di casa nostra che non considerava la gioventù in divisa come italiani, ma servi di un Stato, padrone reo di contrastare la rivoluzione rossa. Chiunque indossi una divisa è assassino e servo a priori. Comunque sempre definito sinonimi offensivi ed idioti. Cara Sgrena: non c'è bisogno di insultare. Le dichiarazioni verrannb giudicate da coloro che hanno un cervello "acceso", che sapranno valutare. Lei, Sgrena, è risultata assente. C'è chi lo ricorderà.



LETTERA ALLA SGRENA SCRFITTAS NEL 2005 DA IL DENTE AVVELENATO


CARA SIGNORA SGRENA
5 Mar 2005
Autore: Il Dente Avvelenato


CARA SIGNORA SGRENA
La chiamo così, cara Signora, perché non la conosco personalmente. .
A differenza delle centinaia di attori, attorucoli, presentatorucoli, giornalisti, giornalistucoli, no global, no globalucoli, cantanti, cantatorucoli che continuano con confidenza a chiamarla “giuliana” ed augurarLe benvenuta, persino dal palco di Sanremo. So che era andata a fare una serie di servizi in Iraq contro la guerra. Li ho visti e sentiti mille volte.So che per molte volte era stata accolta, scortata e difesa da Incursori della Folgore, Carabinieri, Gis, Incursori della Marina , Militari. Quegli stessi Militari che Lei avrà definito invasori , occupatori e guerrafondai centinaia di volte nei suoi articoli ed anche sul primo video che abbiamo ricevuto, bontà loro, dal “popolo irakeno”.Lei li chiamava così : "esercito di occupazione".
Capisco che doveva dire e fare cose gradite ai sequestratori, come le due Simone. Capisco.Forse il rlascio sarà avvenuto col corano in mano. Forse abbiamo pure pagato un riscatto in milioni di euro.
Tuttavia , anche se ormai so tutto della sua fulgida carriera di giornalista comunista di frontiera,per me Lei rimane una sconosciuta,con tutto il rispetto. Sconosciuta anche la sua famiglia, col papà partigiano della Valdossola ( combinazione: proprio l’area,in senso lato, dove piango alcuni caduti, preti, trucidati dai Partigiani ). Sconosciuto suo fratello, con l’orecchino, che chiama “quelle robe lì” i servizi Segreti Militari, nei giorni immediatamente successivi al rapimento.Si è mobilitato per Lei persino Ciampi, che si emoziona, leggendo "liberatela-pausa-liberatela".
Ora le rimane una macchia di Sangue di un “Agente Segreto” sul vestito .
Il Dottor Nicola Calipari, con due figlie ed una Moglie ed una vita privata inesistente. Uno di quelli che Lei o i suoi colleghi del manifesto, definite, a periodi alterni , “golpisti”, “fascisti” “depistatori”, “terroristi della tensione”..
L’organismo militare di spionaggio e controspionaggio ha cambiato nome talvolta , ma i funzionari che vi lavorano sono persone che dànno la vita. Col Sangue, come ieri, ma anche, e soprattutto, con l’impegno prolungato, lontano, oscuro, snervante, pericoloso. Quante volte li avrà chiamati “montati”, “rambisti”Quanti articoli scritti a parlare delle loro oscure trame.…E poi la sorpresa di trovare persone persino dimesse ,con cuore e nervi d'acciao, che credono nello Stato e nella Legge che difende anche chi, come Lei, li vorrebbe portare in tribunale ogni lunedì mattina, dopo ogni manifestazione dove i suoi colleghi sputano e sbeffeggiano le uniformi, se non peggio. Insomma, signora Sgrena, Lei è tornata. So che le sue ferite non sono gravi. Non so nulla dell’altro Agente. Peccato.Mi interessava molto sapere come sta L’ Ufficiale dei Carabinieri, collega del Dr Nicola , ferito per scortarla in aeroporto.. Da giorni tutti parlano di Lei. Lei sarebbe tornata. Come le due Simone, Lei ha molto in comune con i "Resistenti": ne ammirate ( uso parole sue): cultura, fierezza, dolore. Ne volete la libertà. Vorrebbe che vivessero in pace senza eserciti invasori.Il terrorismo islamico, per Lei, c’è perché ci sono gli americani. Via gli americani, via le bombe..
Cambiamo argomento. Dicevo: Non riesco ad avere notizie dell’altro Agente ferito , né della Salma del Dr Nicola Calipari . Avrà notato che anche di Lui parlo dando del “lei” con ossequio, e non mi permetterei di chiamarlo semplicemente “NICOLA” come fanno i suoi colleghi del manifesto continuamente, da ieri. Nemmeno fossero vecchi amici. Impossibile saper nulla del resto del gruppo .Di lei, tutto: foto, video,dichiarazioni. C’è pure l'ultimo video che la emittente musulmana Al Jazeera ha diffuso come saluto , con frutta e corano. .
Come per le due simone anche Lei era pettinata e vestita "a modo". Nemeno il burka addosso , a differenza delle due eroesse nazionali di quest'estate.I “resistenti” del popolo irakeno l’avrebbero liberata.Di sicuro. Lo sentiva persino suo Papà. Dice che l'ha persino sognata a casa.Tutti lo sapevamo. Ora La aspettano fama, celebrità, interviste, racconti e forse anche un libro. La Sua compagna di stanza dice “ giuliana fai presto così ripartiamo”. Si, ripartire : ci sono tanti altri Uomini che verranno a riprenderla e salvarla.Lo faranno perché è il loro DOVERE. Sacro. Fino a rischiare la vita ANCHE per Voi, che mai la rischiereste per loro. Potrà ritornare in Iraq o chissà dove, in mezzo a qualche guerra dove è facile immaginare da che parte starà. O meglio: da che parte NON starà.
Se riuscisse , bontà Sua, a farci sapere come sta l’Ufficiale ferito ma vivo e dov’è la salma del Dr NICOLA CALIPARI la ringrazierei molto. Con tutto il rispetto: di Lei so già tutto. Anche di più di ciò che mi interessa. Una ultima preghiera: per favore non lo chiami NICOLA. Lo chiami Dottor Nicola Calipari. Così, per una forma di rispetto. Non eravate fratelli, nè compagni.
Il Dente Avvelenato

 
 
 
 
 
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I DUE FUCILIERI DI MARINA LA TORRE E GIRONE IN CARCERE , MA CON LA MASSIMA CAUTELA
Martedì, 6 Marzo 2012


di Walter Amatobene

La missione economica programmata non annullata per "non irritare gli indiani".
Tutti i tentativi di Terzi falliti. I marò in carcere, ma con spaghetti anzichè riso, viene considerato un successo. Un occhio a non danneggiare il business con l'india.


L´inviato di Terzi nel Kerala, il sottosegretario De Mistura, ha dovuto opporsi "fisicamente" al trasferimento in carcere dei due fucilieri italiani, ma non ha avuto un solo successo durante la sua missione. Come un comune NOTAV.

Non è riuscito a incontrare le famiglie dei pescatori uccisi, non è riuscito a evitare il carcere ai marinai, ha fallito nell´offerta di un risarcimento economico. Solo sui pasti dei fucilieri di marina l'ha spuntata: spaghetti invece del riso al curry.

Peggio ancora ha fatto il ministro degli Esteri in India: un vero buco nell´acqua al punto che Monti avrebbe iniziato a chiedersi se non sarebbe stato meglio soprassedere.

Missione programmata da due mesi che sarebbe stato controproducente cancellare, dicono al Ministero. Controproducente per chi?.

I BUSINESS MAN ITALIANI AL SEGUITO DI TERZI NON VOLEVANO PROBLEMI SUL TAVOLO?
La MASSIMA «cautela» del Ministro Terzi non ha impressionato nè addolcito gli indiani. Arrivato a New Deli con una folta delegazione di imprenditori, tra i quali il presidente della Piaggio Roberto Colaninno, ha voluto dare alla missione un neutrale taglio "business", piuttosto che ricorrere ad una politica ( e parole) di fermezza, per chiedere il rilascio dei militari.

Terzi , nell'immediatezza dell'arresto, ha dato l´ordine di evitare di agire in maniera ruvida o troppo precipitosa con la controparte indiana. Una condotta che non ha portato risultati. Solo ieri la politica italiana ha mostrato carattere. Non solo De Mistura si è opposto al carcere con vigore degno di miglior causa , ma anche Giampiero Massolo, il segretario generale della Farnesina, ha lungamente incalzato al telefono l´incaricato d´affari indiano a Roma, Saurabh Kumar. Intanto i nostri due Militari hanno dormito in carcere, nel profondo sud dell'India, consegnati dall'Italia alla polizia come se fossero normali indagati.

 
 
 
 
 
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AUTOMOBILE: IL GRANDE INGANNO
Giovedì, 16 Febbraio 2012



5000 morti l’anno, prezzi della benzina ormai alle stelle...

Eppure il vero mito italiano è sempre lei: la macchina Che ci ha dettato persino i suoi modelli sociali. Parla lo storico Castronovo

Poco meno di 5000 persone ogni anno muoiono sulle strade italiane. L’equivalente della strage delle Torri gemelle di New York. In più, però, ci sono da contare circa 300 mila feriti, dei quali 20.000 sono i disabili gravi. Da decine di anni, ormai, le statistiche presentano sempre lo stesso conto. Un tributo che non è da Paese civile. Tanto più che riguarda soprattutto giovani e famiglie. C’è da chiedersi come mai, nonostante vari e anche nobili tentativi, niente abbia risolto questo problema alla radice. Ci sono i limiti di velocità ma non vengono rispettati e si vendono automobili in grado di fare anche più del doppio. La pubblicità continua a promuovere l’auto non come mezzo di trasporto ma come simbolo di successo. Le nostre città sono evolute a misura di automobile privata, sono sempre più impraticabili per i pedoni, hanno servizi di trasporto pubblico inefficienti e sono assediate dal traffico e dallo smog. La benzina è sempre più cara, la dipendenza dal petrolio incide gravemente sulle nostre tasche, ma si costruiscono automobili sempre più grosse e i motori continuano ad avere consumi per chilometro analoghi a quelli di 50 anni fa. Tutto questo perché? Quali sono le responsabilità storiche, sociologiche, artistiche, pubblicitarie? Perché le case automobilistiche, anche se in forte crisi, insistono sulle stesse dinamiche produttive e commerciali?

L’innovazione non sarebbe più conveniente? Non sarebbe più economico per lo Stato ridurre al minimo i morti e i feriti sulle strade? Perché chi uccide sulla strada con dolo non è considerato alla stregua degli altri assassini? Cosa si sta facendo per cambiare?

Quali sono le innovazioni che potrebbero modificare e salvarci la vita? (R.I. Zan)







di
Roberto I. Zanini


E se l’automobile fosse solo un grande inganno?

Promette velocità e risparmio di tempo, ma produce ingorghi che ci fanno perdere migliaia di ore di vita. Promette libertà e sollecita il nostro individualismo, ma ci obbliga a vivere a sua misura massificando ogni nostra scelta. Un inganno ormai svelato, ma che continua a sedurre. «La verità – sostiene Franco La Cecla, antropologo e scrittore – è che nelle città l’automobile ha allungato i tempi di percorrenza rispetto alla bicicletta, col risultato che viviamo in un paradossale intasamento da eccesso di velocità». Da ormai un secolo il mito della velocità si identifica con l’automobile. «L’auto – sottolinea il sociologo dell’Università di Bari Franco Cassano – è come il cavallo nel Far West. E in America tutto questo si è sovrapposto al mito dell’on the road ». Il mito futurista della velocità, il mito della conquista del West, il mito della vita in perenne movimento. Tre miti racchiusi in un solo oggetto. Da qui, sostengono sia La Cecla che Cassano, nasce anche la grande attrattiva che l’automobile esercita sulle società orientali in prepotente crescita economica. «Sono tornato da Bombay qualche tempo fa e sono rimasto colpito di come sia cambiata in dieci anni a causa delle automobili. Il traffico ha reso impercorribili le strade e l’aria irrespirabile», racconta La Cecla. «Il modello consumista costruito in Occidente intorno all’automobile è così seduttivo che ti accorgi della sua falsità solo quando ci sei dentro ed è ormai difficile metterlo in discussione.

Così non appena un povero entra nel circuito del benessere acquista un’automobile, che del benessere è il simbolo principale», annota Cassano, che punta il dito sulla pubblicità. «Quella delle automobili ci fa vedere strade deserte, l’esatto contrario della verità; esalta la velocità che oltre a essere un valore relativo, a causa del traffico, è anche un valore negativo, come si vede dalle migliaia di morti sulle strade. E c’è il paradosso degli scenari naturali, accattivanti e salubri sui quali la pubblicità fa correre le automobili: più se ne vendono, più quegli scenari sono destinati a diventare un falso». Nei fatti, sostiene La Cecla, «l’automobile è il trionfo dell’individuo contro la società. Ogni automobile rappresenta un individuo, ne è la sua affermazione verso l’esterno, tanto da diventare l’emblema della solitudine. Anche a causa delle automobili la città si è trasformata in un luogo di solitudini, distruggendo gran parte della vita di strada che c’era una volta. Per colpa dell’automobile le città si sono allargate a dismisura. Si lavora in un posto e si dorme a decine di km di distanza in quartieri senza vita sociale, appositamente costruiti. E questo aumenta inquinamento e traffico». Poi, stando a Cassano, non è vero che tutto questo dipenda dalla scarsa efficienza dei mezzi pubblici, «semmai è il contrario: la massificazione del modello automobile è stata realizzata a scapito del trasporto pubblico e ora le troppe macchine impediscono l’efficienza dei servizi di trasporto cittadino». Come si cambia? «Io – afferma La Cecla – sono convinto che saremo costretti a cambiare. La crisi economica e le città invivibili renderanno a tutti evidente che, per esempio, la circolazione cittadina dei cosiddetti Suv, che occupano lo spazio di 18 persone e consumano un’enormità, è una prepotenza immorale». La parola magica, secondo Cassano, è «educare le persone.

Perché il modello della concorrenza e della competizione gli uni contro gli altri scricchiola; è contro il bene comune e condiziona gran parte delle nostre scelte. È drammatico dirlo, ma alla fine sono vittime della strada non solo i morti, ma anche coloro che con le loro macchine li hanno uccisi: vittime dello stesso modello»


 
 
 
 
 
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L'ARCHIVIO DEL DENTE AVVELENATO DELL'ANNO 2000
Martedì, 7 Febbraio 2012


18/07/2000
ITALIETTA
IL NANO IN FUGA



“Tesovo, passami l'olio”
“Ma cavo, sai che nn c'è il maggiovdomo”.
“Insomma, sapete che quando viaggio voglio le mie comodita’ “.

La voce di vittorio emanuele -per gli amici sciaboletta- era rotta dalla stizza,mentre un filo di bava bianca gelatinosa -ricordate quella di Forlani all'interrogatorio mani pulite?- gli colava dall’angolo destro della bocca.
Infagottato nel cappotto militare ,sembrava un minipanettone con i baffi.
Il corteo delle auto, a fari spenti , procedeva verso il Sud adriatico. Venti lussuosissime FIAT,e dieci camion , stipate di quadri, argenteria, tappeti, un divano ricamato in oro, il corredo della regina e dei pargoletti, materassi, uno scrittoio,sedici bauli di tovaglie di pizzo per banchetti d’onore e sei per vittorio e consorte. Si dice che avessero portato con se’ anche un roseto, impiegando un intero camion e nove attendenti.

Ai pargoletti d’oro avevano riservato sette auto,con quattro balie , due maggiordomi ed un giullare per rallegrarli durante il viaggio.A questa funzione era stato adattato un marzialissimo ufficiale di cavalleria che pur di salvarsi la pelle era disposto a tutto(come gli altri del seguito).Ci fu persino una furibonda lite tra tenenti e capitani per avere questo onore .Ovvero l’onore di salvarsi per secondi.
Il Re, preoccupato, aveva detto “ sava’ sufficiente la sevvitu’ per badave ai nostvi vampolli ? Non vovvei che mi diventassevo stvani ed ombvosi,da gvandi.Quasi quasi ci metto un generale di fvegata a tenevli d’occhio”.

Inoltre: “state attenti ai quadvi ed alle statuine di capodimonte,che senno’ vi vimando al fvonte!!”

La fuga e’ avvenuta di notte, molte ore prima che la radio annunciasse il sodalizio con gli “Alleati”.

Il re ha abbandonato l’esercito(ed il suo popolo) alla guerra civile ,in balìa degli sbarchi americani ed inglesi, e dei Tedeschi traditi.In assenza assoluta di istruzioni.Era troppo occupato a salvarsi e salvare tutta la sua sgangherata corte di vigliacchi. Disonore sul disonore: e’ scappato indossando l’Uniforme dell’Esercito! Abbandonando milioni di Italiani che hanno dovuto scegliere da che parte stare.Migliaia di soldati hanno dovuto trasformarsi in pezzenti o in eroi dell’onore militare..
Il tradimento era stato consumato con premeditazione,ed ancora una volta l’Italia aveva voltato faccia all’alleato perdente , per sposare ,come una malafemmina pronta a tutto,il vincitore.

Ora dobbiamo sopportare tutti i giorni in TV ,la prole. Quella che spara dalle barche per divertimento, e non viene condannata per omicidio.Quella che vive nella gabbia dorata svizzera, tra jaguar,rampolli fotogenici e mobili antichi.Quanta roba deve avere portato con se’ ,nel 1943, per avere fatto campare di rendita intere generazioni di sanguisughe, incapaci ed intrallazzatori come i suoi degni figlioli e parenti sino al quarto grado!!

Persone a me care decisero di immolarsi per non tradire il proprio onore militare.Morti sul fronte di Nettuno .
Erano i paracadutisti della FOLGORE e della NEMBO , tra i quali militava anche uno zio ,che scelse di rimanere in Calabria a perdere un occhio e la mano destra per la Bandiera Italiana.
Fino a quando non resusciteranno, nessun ignavo e pavido primogenito savoia ha il diritto di ritornare in Italia.
Una genìa di inetti ed incapaci ( forse drogati: osservateli attentamente durante le interviste che
vengono fatte quotidianamente ai Cretini reali) ,che hanno infangato l’onore d’italia,nel 1943 come NEGLI ANNI SUCCESSIVI, e che hanno vissuto nel lusso con i soldi trafugati all’Italia , rilasciando interviste e dichiarazioni al limite della psichiatria infantile o del codice penale militare.
La razza savoia nulla aveva a che fare con i Re d’Inghilterra degli anni 40,che ,sotto le bombe,sono rimasti a Buckingham Palace,come esempio di fermezza, mantenendo salda l’Unita’ del paese.

Ora si prodigano in scuse a destra e a manca.Vogliono persino giurare sulla costituzione e sulla tomba di Togliatti Sinistre e destra d’accordo: abbiamo scherzato.Chissenefrega della storia.Sembra sia venuto il momento di
smetterla con queste baggianate come Onore e Patria…
.Mancano le scuse agli italiani tutti.
Su questa faccenda il Dente Avvelenato non mollera’.






TALIETTA

DATEMI UNA LEVA….CHE VI SOLLEVO ….UN POLVERONE!
(02/11/2000)

Clamoroso. Sono tutti d’accordo. Sulle cose importanti l’Itaglia(con la ggì) è unita. Come quando guarda in massa la Defilippa-mi-fai-una-pippa oppure MER-DARWIN.
La chiamata alle armi obbligatoria, la leva , la naja, è stata abolita. Hanno votato a favore :destra, sinistra, centro,centro-sinistra, centro-del-centro-di –20- gradi-nord, centro-del-centro-centrale, riformisti-liberisti, riformisti-liberisti-centristi-del centro-che-piu’-centro-non-si-può, centristi-liberal-demo-socio….isti, margherite, piumotti (formazione politica invernale,presentata al pitti-frocio, ndr), coccinelle, rospi (nuova formazione politica del Principe azzurro Dini e della Sua consorte, la mela avvelenata.

Non era la mela avvelenata? Con quella faccia lì? Ma si informi.Mi faccia il piacere!).Insomma: a giudicare dalle facce, dalle pance, dai brufoli, dalle espressioni (una per tutte: Mastella), deve essere stata la vendetta di un incubo giovanile, per molti dei parlamentari.

Ve lo immaginate Dini in uniforme? E Andreotti? E Gasparri? Fini sicuramente lo avra’ evitato perche’ era in seminario. Con quel faccino, ed occhialino e giacchettina-in-tinta-con-la-cravattina… Scartato senza appello! Berlusconi, che già a diciannove anni voleva comperare a rate ,con finanziamento bancario a medio-lungo, l’Esercito, o almeno la Marina, oppure, stretto stretto, non se ne parli più, la Vespucci, non ha fatto il militare perché già era amico di CHISAPETEVOI.

Poi le uniformi lo ingrassavano. Allora,anche Lui ha urlato: abbasso la leva! Sennò il milione di posti di lavoro, come lo metto insieme? Duecentomila di qui, trentamila di là ,centomila nei centri profughi, settantamila li faccio diventare galoppini che attaccano i mie manifesti…e il gioco è fatto. D’Alema era in Russia, nei campi di adestramento socialista. Gli “conta” sia per il militare che per la pensione,quel periodo. I quotidiani, anche di casa nostra, si sono subito affrettàti ad intervistare la “bella gioventù itagliana(con la ggì).Ecco alcuni loro illuminati pareri : “a me non mi piace un c…o perché non posso farmi gli spinelli quando voglio”; oppure: “che incubbo (con due bbì) stare senza videogiochi e senza la mamma che mi molla le centomila per la scheda ricaricabile”; oppure : “ero terrorizzato di tutti quei maschiacci cattivi che mi buttano giù dalle Torri quando mi sono fatto di Prozac”. Insomma: non se ne poteva piu’, di questa cacchio di Leva. Vero? Perfino quella faccia da culo di Bonolis, e l’anonimo ebete Vinella-de-angelis, altri grandi riformati per insufficienza di ……….non me lo ricordo, hanno sancìto la correttezza e la bontà del provvedimento. Adesso la nostra bella gioventù ce la “cucchiamo” tutta, sino a trent’anni, nelle maledette case dei maledetti genitori fessi, consumisti e “mostri” da canalecinque. Senza nemmeno la speranza di andare dalla Defilippamifaiunapippa a spremere la lacrimuccia quando lo fanno vedere in divisa che saluta la ragazza. Una liberazione anche per i militari di professione, che di mezzeseghe ne avevano già piene le….caserme. Si. Una liberazione. Ma da cosa? Vuoi vedere che qualcuno ci guadagna qualcosa, con questo polverone? Ma chi? Il progetto parte da lontano. I reparti speciali sono già stati da tempo stravolti ed “ammorbiditi”. Brutto covo di nazionalisti, vero? Così anche la scuola ha abbandonato il ruolo educativo. I prof. devono essere amici. Chi non lo è, viene processato in pubblico ed allontanato. La polizia deve rassicurare. La gente deve vedere almeno tre partite alla settimana. Mac Donald deve aprire in BATTISTERO. Viva, sempre viva, la libertà e la globalizzazione inarrestabile.
L’esercito poteva sottrarsi a questo processo di annientamento della identità personale, culturale e nazionale?

Insomma: cosa volevo dire con questa lunga tiritèra? Chi indovina vince un fucilino di latta, del tipo usato dal nostro esercitino-crocerossina in Kossovo, oppure un bel set di pannolini e ciucciotti (il KIT-KURDISTAN), commercializzato dalla Protezione Civile e distribuito da Capitani di Corvetta su incrociatori

 
 
 
 
 
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L'ARCHIVIO DEL DENTE AVVELENATO DELL'ANNO 2000
Martedì, 7 Febbraio 2012


07/07/2000
ITALIETTA
OGNI LIMITE HA UNA PAZIENZA


Il Dente Avvelenato


La nostra repubblichetta delle banane , formicolante e motorizzata, si sta avviando finalmente al tracollo. Dico finalmente. E dico tracollo. (Per tirarvi su,tra una riga e l’altra ,Vi citero’ tra parentesi,i nomi di alcuni pagliacci italiani,per attenuare la gravita’ e la cupezza delle cose che scrivo ….Incomincio con : la faccia di Parisi quando parla al microfono del tg2. Lui,alto un metro e undici,guarda al microfono come noi guardiamo allo spruzzino della doccia quando non “butta”).

Il processo tumorale di disordine, illegalita’ , degrado e menefreghismo italico e’ finalmente diffuso,capillare,accettato e praticato.
(Immaginetta comica numero due: la faccia di CASINI e di MASTELLA quando parlano del futuro degli italiani,con Berlusconi che gli aggiusta il nodo della cravatta -a CASINI- ).
La totale assenza di senso civico e della legalita’ inizia sulle strade.
La freccia ?Chi non la mette possa finire sotto un FIDOBUS in retromarcia.
Lampeggiare quando c’e’ un posto di blocco?Normale. Muoia di pustole al culo chi lo fa!
Sfrecciare nei centri abitati a velocita’ pericolosa? Che gli venisse una polmonite fulminante complicata da cisti purulente alle orecchie.
La televisione produce i nuovi eroi ed i nuovi lobotomizzati:
drogati,illegalisti,ninfomani,esibizionisti,narcisisti,analfabeti. Spiegano come e’ bella la vita in palestra,o facendo film porno,o parlando di calcio,o giocando al lotto.Poi ci sono le domande del pubblico aspirante-protagonista. Look da gay albanese. Con tanto di colla di pesce sui capelli. Il tg2 fa sondaggi utilissimi,che la gente attende con ansia, per sapere se con le corna della moglie ci sta bene anche la LACOSTE verde.Essenziali ed utilissimi.Soldi ben spesi.
Programmi pedofili che mostrano bambini-scimmietta ammaestrata , presentatori-mostri, bambini-mostri,
genitori-scimmia e genitori-mostri.E pubblico.Come lo chiamiamo il pubblico?
Salvando i bambini: che possano schiattare di dissenteria tropicale fulminante mentre sono a a fare la spesa.Per Bonolis un augurio fraterno: una malttia specifica e molto dolorosa.Non mortale. Per quel demente del suo idiota-valletto : che possa trovarsi da solo ,una sera dopo le 23 in piazzale Dalla Chiesa.
Con quella faccettina, e quella vocetta, prevedo esiti molto dolorosi anche per il suo “retto”.
(scenetta comica numero tre:il nostro Capo in Brasile .Per vendergli un paio di incrociatori,simula un arrivo per mare.Dobbiamo credere che si e’ fatto 15 giorni di navigazione? Ma mi faccia il piacere!
Poi afferma: sono venuto per ben di piu’ di una semplice visita di cortesia.Ma vah!!??Dovevamo capirlo subito: aveva il copia-commissioni in mano.La moglie ha venduto prodotti della AVON.Il marito ha tentato anche di fare polizze-vita,ma il tempo stringeva .Io speravo che dichiarasse guerra al Brasile per tutte le migliaia di puntate di telenovelas che tengono incollate al televisore(senza lavorare) mamme,zie e sorelle d’Italia.Un flagello.Andiamo avanti?
Grande rivincita dei ladri,degli stupratori,degli spacciatori,dei mafiosi .Quelli che Caselli definiva” i poveracci che vanno in galera” ,per distinguerli dai ricchi che non ci vanno. “IL CARCERE E’ PIENO DI POVERACCI” ripete ad ogni intervista.Adesso e’ pieno di guardie.
Contento?Sono poveracci anche loro? Lui,da ex giudice che si occupa solo di mafia ,non ritiene grave alcun reato al di sotto dei tre anni.Fuori i poveracci dalle galere!Poi ci andremo noi.Perlomeno ci si puo’ barricare dentro. I delinquenti,come nel medioevo e come ai giorni nostri,sono gia’ equipaggiati con rostri,scale,cani,armi.Nessun fortino resite piu’!
Sembra quasi biblica,questa situazione .E’ stato aperto un ufficio-denunce contro le Guardie Carcerarie.Robespierre non avrebbe saputo fare meglio!I magistrati fanno pure gli straordinari.Hanno finalmente inventato un’altra FOLGORE da distruggere.
Sembra un incubo.Sembra una cosa nigeriana.Una cosa albanese.E invece no: italiana al 100%.
(Immaginetta comica numero tre: i nostri panciuti e benvestiti attenti urbani (ex vigili urbani)
che girano in macchina senza cinture,dialogando affabilmente,mentre si affianca una moto
con passeggero senza casco, e loro che dicono di avere terminato il turno.Moto a destra,vigili a sinistra.Il comico?: il sottoscritto che ferma il motorino, ed ottiene che il passaggero inndossi il casco.Nessuna multa.Nessuna discussione.Aspettavano solo che qualcuno li rimproverasse.)
Lazio,Juventus,Perugia. Citta’ blindate.I poliziotti ci sono. Eccome se ci sono.
Ce ne sono tanti. Solo che devono impedire ai tifosi di menarsi.Consiglio: lasciateli fare!
Rinforziamo il servizio ambulanze, magari, e mandiamo la polizia nei parchi e nei centri storici.
Chiudiamo le porte degli stadi ed apriamo le reti divisorie.Poi riprendiamo tutto con REAL-TV.Se attacca,Berlusconi si fa un altro centinaio di miliardi, e noi ci togliamo di torno un po’ di feccia maleodorante.
I tifosi chi sono? Mah! Sono Italiani.Uomini di mezza eta’ ,eleganti e con cellulare,piangevano di gioia perche’ Cragnotti ha vinto lo scudetto.
Capito? Piangevano .E distruggevano Piazza del Popolo. Li hanno chiamati “incidenti di poco rilievo”. Chiedetelo ai cittadini che abitano nei paraggi.
Chiedetelo a chi vuole passeggiare in santa pace.Per chi ci rovina la vita con sporcizia,rumori e pfurti:che vi venga un collasso cardiocircolatorio ,con ambulanza rotta e bombolo di ossigeno finita. In alternativa: una colonia di zecche canine all’inguine,con complicazioni.

Ultima immaginetta comica: un certo Ottaviano Del Turco.Non sanno piu’ cosa fargli fare.
Gli avevano affidato la pulitura dei banchi del parlamento con pronto-antipolvere .Non si sentiva valorizzato.Laureato in “sociologia russa nel 1944 dalle ore 20 del 15.1.44 alle ore 24 del 20.03.44”.Un uomo di cultura.Lo si vede dalla faccia.E da come parla.
Alla commissione stragi ha riaperto anche il caso del TITANIC.
Non si sa mai.
Tutte le inchieste,anche quella di Portella delle ginestre,sono nuovamente in corso.Lui non scherza.Tutti sotto a lavorare,con tanto di straordinari pagati.
A costo di stare li’ altri quarant’anni, lui ci sarebbe andato in fondo.E checcavolo!
Ehhhh si!!!!!!Poi un nuovo incarico.Una nuova sfida.
Una chicca del Suo illuminato pensiero:
“Se i cittadini sono leali con lo stato,lo stato e’ leale con i cittadini”.Capito che finezza?
Amato lo ha fatto Ministro delle Finanze . Ottaviano era amministratore del condominio I Glicini,a Ostia.Speriamo che in nove mesi non ne combini troppe.Siamo sopravvissuti a molti ladri,ma un cretino potrebbe essere letale.
Speriamo che a qualcuno scappi il limite.La pazienza era gia’ finita.Ciao Toto’.Pensaci tu!


 
 
 
 
 
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IL DENTE AVVELENATO DEL 2001
Martedì, 7 Febbraio 2012


PARMA- Abbiamo inaspettatamente ritrovato un "back-up" del sito risalente al 2000, ovvero dell'anno dove a causa di un "attacco" al server perdemmo qualche anno di documenti e di storia. Per una coincidenza fortunatissima, abbiamo ritrovato un back-up che credevamo perduto, archiviato in un hard-disk seppelleto da cartacce. Benedetto trasloco.

Ecco un paio di articoli che sembrano essere di grande attualità, nonostante la data 06.09.2000 :



LA CRUNA DELL'ANO

ITALIETTA
LA CRUNA DELL’ANO


La Ministra Bellillo-non-sapete-chi-sono ( pari opportunita’) e’ stata chiara ed inderogabile: sulla faccenda della settimana dell’orgoglio GAY , si gioca l’avvenire democratico della Repubblica Italiana
(FONTE:ANSA 01 GIUGNO 2000 ORE 13.DICHIARAZIONE ALLA STAMPA DEL MINISTRO DELLE PARI OPPORTUNITA’)

Ma vah?. E io che credevo che ce lo giocassimo a scopone tutti i giorni a casa di Mastella,o nel salotto del nessuno-mi-bacia-e-rimango-rospo(DINI), oppure nelle solite squallide segreterie dei soliti squallidi ed inutili, cespuglietti, apiregine, asinelli, spadoni, campanili e coccinelle.

(scusate: Vi interrompo: sapete che AN ha come simbolo la coccinella??).

Ora mi spiego perche’ sono cosi’ pessimista e perche’ vedo le cose cosi’ degradate ….: non le guardo dalla giusta prospettiva…..
Il futuro dell’Italia democratica passa da un’altra parte. Inutile cercarlo nelle teste e negli ingegni.Bisogna guardarlo dal buco del….. Beh! Avete capito.
Strano: pensavo proprio che i nostri politicanti da quattro soldi( rubati) lo usassero gia’ tutti i giorni. Durante le ore di “lavoro”.
A giudicare dai risultati.
Forse questo spiega perche’ tutti stanno difendendo la SETTIMANA DELL’ORGOGLIO GAY che si dovra’ tenere a Roma in Giugno!
E che nessuno si azzardi a dire che gli omosessuali gli fanno senso, brutti fascisti - machisti - borghesucci da quattro soldi! State a casa se non sapete stare al mondo!!!
Anche loro hanno il diritto di sfilare in Piazza San Pietro, in pieno giubileo, vestiti da Wanda Osiris,mano nella mano.Hanno il diritto di essere orgogliosi di cio che fanno. Ometti semicalvi con pancia ed occhiali,mano nella mano,che passeggiano per le vie di Roma……che romantico! Torsi nudi e capelli ossigenati.Muscoletti e spalluccette idrogenate agli ormoni che sculettano gioiosamente. (GAY=GIOIOSO). Che bello!!!!!!!!!
Insomma: le minoranze non vanno semplicemente rispettate.
No! Per non apparire retrogradi e repressivi bisogna fingere di essere soccombenti e minoritari.Capito la finezza?

Pensare che io ,fino ad oggi ,avevo le idee chiare.
Sotto le coperte ognuno accusa le sconfitte come vuole.Ognuno sfoga le proprie tare psichiche come crede e con chi crede .

Ora no. Vedo che gli omossessuali sono il centro di gravita’ della democrazia.Devono essere importanti,cacchio!

Allora avviso tutti gli eterosessuali (ci chiamano cosi’ adesso,come una malattia ormonale):comperatevi libri di Leonardo da Vinci, foulards a tinte pastello,occhiali con montatura vistosa.Guardatevi “La cage au folles” (il vizietto).Cominciate a dire che persino Clinton,sotto sotto,in fondo in fondo,un po’ omosessuale lo e’,con quel sigaro-fallico sempre in mano.Non fatevi vedere schizzinosi.Accettate,di tanto in tanto ,un bacetto sulla bocca dal Vs collega di Ufficio che vi guarda con gli occhioni dolci dolci.Fatevi toccare le gambe al cinema da questi signori con il cappello che ci vanno a trovare un po’ di ………..
Poi,visto che nessuno puo’ controllare,parlate diffusamente della omosessualita’ di Bernadette ,Spingetevi oltre …..osate. Tirate in ballo nomi famosi.Chissenefrega.Nessuno Vi smentira’, e Voi farete bella figura.
Sembra che la pratica omosessuale sia una costante dei geni,dei grandi pittori,dei grandi filosofi della storia.Gli scienziati ed letterati di casa nostra fanno a gara nel rivelare segreti omosessuali di personaggi insospettabili della storia.

E visto che e’ impossibile chiederglielo,dopo anni dalla morte, sembra che gli unici non omosessuali della Storia siano Hitler e Mussolini.
Tra l’altro,proprio su Hitler,e’ in corso l’esame del DNA di un frammento di cranio.Aspettiamo.Non si sa mai.Potrebbe essere il terzo mistero del giubileo dei GAY,per non essere da meno di Sua Santita’.
Un gay diceva ad un normale,durante una manifestazione: il vero uomo e’ colui che l’ha provato ,ma non gli e’ piaciuto…
Cosa ne penso? No.Grazie.Vorrei rimanere nel dubbio.

Il dente avvelenato



07/07/2000
Italietta

CHI LA FA……LA GETTI!


Il problema dell’orgoglio gay si gonfia.
Come una di quelle cose al silicone che alcuni nostri fratelli gay si fanno infilare dappertutto.
Un Ministro della repubblica a caso (politiche agricole –Partito dei Verdi ),dichiara alla stampa: Si,sono gay.Embe’?
Peccato che a noi non fregava nulla. Forse, a causa della sua assoluta inconsistenza professionale e politica e della assoluta mancanza di successo parlamentare,voleva distrarre l’auditorio.Avevamo gia’ notato che,fotogenia a parte,non ha combinato granche’ da quando e’ in Parlamento .
Continua,il nostro “gioioso”: -“esorto ed invito tutti quei parlamentari che sono omosessuali,a venire alla luce.Non devono vergognarsi di nulla. So che sono tanti( anche noi lo sospettavamo. n.d.r.)-.
E pensare che qualcuno non lo sapeva!
Nel frattempo la vile richiesta di infestare Roma di Wande Osirise e di Moire Orfeie e di Platinettes, proprio durante il Giubileo e proprio nei luoghi di culto,veniva ripresa ed amplificata volta per volta da personalita’ di tutti i colori.La stampa complice e favorevole.Scienziati ed intellettuali firmano petizioni!
La cosa non si e’ sgonfiata.Speravo di non doverne piu’ parlare,ed invece le pagine dei giornali sono ancora piene di interventi “democratici”.
Visto che nessuno ha avuto il coraggio di dire che questa manifestazione e’ imbarazzante ed inopportuna, e’ toccato al Questore di Roma. Gli avranno detto: “senti: se vuoi fare carriera ,prenditi l’impegno di fare la parte del cattivo,che’ noi siamo tutti pagliacci…e non concedere i luoghi richiesti dai froci “.
“Se farai il bravo,ti diamo la questura di Abano Terme cosi’ ti riposi”.
Da giorni e giorni sta dibattendo con i rumorosi organizzatori ,per concordare un percorso che non disturbi i pellegrini.La grana e’ sul suo tavolo,ora.
Il povero questore riceve ogni giorno nel suo ufficio
i parlamentari di sinistra ,mentre ululano che non e’ democratico che i cattolici osservanti chiedano di non essere disturbati.Non e’ democratico che 3000 pagliaccetti in body e mano nella mano ,che si baciano con la lingua davanti alle chiese di Roma, vengano chiamati sempliceemente frocetti.Non e’ giusto. Cattivi.Cattivi.Cattivi!!Maschiacci cattivi!
Ancora una volta gli struzzi sono tutti con la testa a fare le sabbiature.Ancora una volta pochissimi si sono presi la responsabilita’ di fare i cattivi.Ancora una volta ci tocca fare e vedere cose che sono contrarie alla nostra cultura.Ma siamo davvero brava gente???
Qualcuno ha avuto il coraggio di dire qualcosa?
E allora andate a farvi benedire . A Roma. Quel giorno.