MASS MEDIA E FORZE ARMATE - PARTE PRIMA
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



Abbiamo avuto l’opportunità, che ben volentieri abbiamo colto, di presenziare alla conferenza che Fausto Biloslavo, giornalista de “ Il Foglio “, ha tenuto presso il Centro Alti Studi Militari per la Difesa, dedicata in particolare ai frequentatori dell’Istituto Alti Studi della Difesa nel quadro del seminario dal titolo “ Scenario strategico del Mediterraneo allargato”.

La conferenza ha riguardato un tema “ MASS MEDIA E FORZE ARMATE NELLE OPERAZIONI MULTINAZIONALI” al quale siamo particolarmente interessati e sul quale abbiamo già avuto modo di cimentarci : un motivo in più per ascoltare dell’esperienza sul terreno di Biloslavo, un giornalista di guerra che da 25 anni fa questo mestiere in prima linea, a fianco dei soldati italiani e non.





Intanto, approfittando della cortesia dello stesso giornalista che ci ha fornito il testo della sua esposizione, vogliamo dedicarci a fornire a chiunque vorrà leggerci un resoconto necessariamente non breve......perchè nulla di ciò che abbiamo ascoltato è trascurabile.

Ecco allora che in questo primo nostro intervento riferiamo della “ EVOLUZIONE DELLE MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO NEI RAPPORTI CON I MEDIA.

In successivi altri due interventi riferiremo il pensiero di Biloslavo su LA SVOLTA DEGLI EMBEDDED ed ancora su EMBEDDED ALL’ITALIANA.

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Dunque, il primo argomento che l’oratore ha suddiviso in tre parti:
- I primi passi dal Libano '82 ai Balcani:
- Il corto circuito della Somalia;
- La guerra del Golfo del 1991.

Per introdurre l’argomento Biloslavo ha ricordato una frase di Sir Gamet Wolseley, un ufficiale dell’impero britannico che descrisse così i primi inviati di guerra “..questi nuovi figurini inventati ora in appendice agli eserciti, che mangiano a sbafo le razioni dei soldati e nemmeno sanno cosa sia il lavoro. In effetti, un vecchio motto del mondo giornalistico dice che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, ma per fare bene il giornalista di guerra occorre molto lavoro e coraggio oltre a trovare il giusto e non facile rapporto con le forze armate impegnate in missione. Puntualizza Biloslavo che questo rapporto, soprattutto in zona d’operazione, è un’ “arma” che fa parte del conflitto stesso.

Sviluppando l’argomento relativo ai primi passi dal Libano '82 ai Balcani, Biloslavo ha affermato che la guerra fredda non era ancora scongelata, ma nel 1982 i nostri soldati furono impiegati in una importante missione all’estero in Libano per cercare di pacificare il paese dei cedri dilaniato dalla guerra civile e dalla prima invasione israeliana provocata dagli attacchi palestinesi dai loro santuari libanesi. Fu il primo reportage all’estero, come fotografo ed è vivo – ha affermato - il ricordo degli M113 bianchi al comando dell’allora col. Angioni.

I rapporti con la stampa erano allora “ rudimentali “. Vecchie volpi del giornalismo di guerra come la Fallaci, tuttavia, avevano già fiutato la storia e non a caso ne venne fuori addirittura un libro famoso : Inshallah.

In questo primo periodo occorre evidenziare che i rapporti media/forze armate erano influenzati da fattori caratterizzanti quali:
- mancanza di una vera e propria figura professionale di Public information officer al seguito del contingente e tantomeno di una cellula di pubblica informazione in teatro;
- preconcetti da parte dei giornalisti nei confronti delle forze armate viste con sospetto, i cui resi affiorano ancora oggi, e viceversa;
- aspetto positivo della novità dell’impegnativa missione oltremare, dopo mezzo secolo di attesa del nemico alla “ soglia di Gorizia “;
- esercito di leva.

Passando poi a parlare del “ corto circuito della Somalia” Biloslavo ha affermato che la situazione è inizialmente migliorata, appunto in Somalia, con la missione “ Ibis “, dove i rapporti con la stampa furono meglio organizzati in teatro nonostante la difficile situazione operativa. Anche se il termine non esisteva ancora i giornalisti italiani hanno cominciato per la prima volta ad essere quasi “ embedded “ ( aggregati ) vivendo all’hotel a due passi dall’Ambasciata, protetti indirettamente dai nostri militari, utilizzando i vettori militari per recarsi in Somalia e seguendo le unità del contingente. Furono istituiti briefing giornalieri nei periodi più “ caldi “ e cominciò a passare una immagine diversa e nuova dei nostri militari. Per assurdo, grazie ai Caduti della tragica battaglia del check point Pasta, cominciava a passare il messaggio verso l’opinione pubblica, di un esercito nuovo e diverso impegnato in ambienti difficili. Si iniziava, piano piano, a ribaltare l’immagine della truppa chiusa in caserma a montare la guardia, come nella fortezza Bastiani, in attesa di un nemico dall’est che non c’era più.
Il cortocircuito scoppiò dopo, con il ritorno in Patria dei soldati impegnati in Somalia.
Uscirono su Panorama le prime foto e storie di sevizie o presunte tali. Scoppiò una vera e propria crisi comunicativa che azzerò quei timidi passi in avanti che si erano compiuti nella diffusione dell’immagine delle nostre forze armate impegnate all’estero.

A suo parere – afferma Biloslavo – avendolo vissuto sia con reportage sia in teatro sia durante l’aspra polemica su vere e finte rivelazioni di comportamenti che non rendevano onore ai nostri soldati, il caso Somalia rappresenta appunto “ un caso da manuale di impreparazione nei rapporti con i media “ perché le risposte ed i controlli sulle presunte rivelazioni, che uscivano a getto continuo, erano spesso inadeguate e talmente lente da renderle inutili.

Dopo il corto circuito della Somalia i rapporti tra media e forze armate all’estero tornarono a migliorare con le missioni nei Balcani, a cominciare dal delicato intervento alla fine della guerra in Bosnia.

Proprio nella ex Jugoslavia in dissolvimento, dove si temeva l’effetto in senso negativo, derivante dal fatto che colà si era combattuto durante la seconda guerra mondiale, il soldato italiano riusci a trasmettere l’immagine del militare preparato alla guerra ma dall’animo buono. Salvavamo i serbi nei quartieri di Sarajevo dati alle fiamme e le donne bosniache che finivano sui campi minati. Questa immagine è rimasta incollata addosso e forse è quella giusta in qualsiasi missione di peacekeeping. ( ndr: a questo proposito ci piace evidenziare di avere sentito esprimere, fuori dal testo, un concetto che riportiamo volentieri perchè lo condividiamo e lo ribadiamo da tempo : “ non esistono missioni di pace ma missioni di guerra per imporre o garantire la pace “ ).

Si intravedono allora le prime figure di addetto stampa e gli albori delle cellule di pubblica informazione. Il problema era che per timore di dire che se c’era bisogno dovevamo sparare, gran parte delle interviste con la stampa erano noiosi pistolotti su quanto eravamo bravi a portare le caramelle ai bambini! Questo è un problema ancora attuale che, prima o poi, andrà affrontato seriamente.

Il problema è che la stessa parola “ guerra “ rimane un tabù. Il timore per motivi ancestrali e politici di dire che facciamo la guerra divenne evidente con l’attacco ai serbi del 1999: bombardavamo come gli altri ma era quasi un segreto!

In compenso i serbi, con le pezze al sedere, erano abilissimi ad assestare duri colpi propagandistici utilizzando spesso i giornalisti occidentali. Il sistema – ricorda Biloslavo – era semplice e si basava su spregiudicatezza e celerità. Con un giro di telefonate ti convocavano davanti al centro stampa militare di Belgrado, ti caricavano su un autobus e ti spedivano nelle zone bombardate noncuranti dell’incolumità dei giornalisti ( anzi, se per sbaglio ci arrivava un missile era un colpaccio dal loro punto di vista ).

Negli anni novanta, infine, cominciando dalla guerra del Golfo del 1991, si iniziò a delineare la svolta nei reportage di guerra, ovvero il conflitto servito in diretta, grazie alle nuove tecnologie. La velocità delle notizie dalla prima linea, talvolta in tempo reale, come l’inizio dei bombardamenti di Bagdad nel 1991 ha stravolto non solo l’impatto del giornalismo di guerra, ma anche i rapporti fra media e forze armate sul terreno.

Di questo vedremo in seguito - conclude questa prima parte Biloslavo e noi con lui – ma due immagini ricorrono alla mente : quella del giornalista di guerra con candela e macchina da scrivere e quella con computerino e satellitare per descrivere la “ guerra in diretta “.Il tempo scorre davvero velocemente!



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A cura di FRAMER
Per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com



IL CURRUICULUM DEL GIORNALISTA BILOSLAVO


PARACADUTISTA brevettato presso la Sezione di Trieste.


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Fausto Biloslavo è nato a Trieste nel 1961.

Inizia l'attività giornalistica, a tempo pieno, come pubblicista
seguendo l'invasione israeliana del Libano nel 1982.

Nel 1983 è uno dei soci fondatori dell'agenzia stampa Albatros,
specializzata in reportage di guerra. Si è specializzato sui problemi socio politici dell'Africa e del medio Oriente con particolare attenzione all'Afghanistan, dove per un servizio sui mujaheddin (i partigiani islamici), viene catturato dai governativi e rimane nelle carceri di Kabul per quasi sette mesi (1988).

In occasione del definitivo ritiro delle truppe sovietiche, parte , ma dopo pochi giorni viene travolto da un camion militare che lo riduce in fin di vita (1989).

Torna all'estero, anche se non completamente ripresosi dall'incidente, per occuparsi dell'esplosiva situazione dei Balcani.

Ha collaborato con quotidiani e periodici nazionali ed internazionali:
il Corriere della Sera, il Giornale, l'Avvenire, Panorama, l'Europeo, il Sabato, Rivista italiana difesa, Qui Touring, Time-life, l'Express, Insight (magazine del Washington Times).

Ha realizzato produzioni televisive con: Nbc, Cbs, Ndr (televisione
tedesca), Rai, Tsi (televisione svizzera italiana), Canale 5, Italia 1, Antenna 3 (serie di 15 puntate sulle Guerre dimenticate), Tele 4
(emittente locale triestina).

E' uno dei pochi giornalisti italiani autorizzati a seguire le forze
americane in operazioni.

E' autore di diverse pubblicazioni e collabora a numerose testate
giornalistiche.


 
 
 
 
   
Mercoledì, 21 Febbraio 2007







LA SVOLTA DEGLI EMBEDDED


Cambia tutto con l’attacco all’Iraq del 2003

Se gli anni novanta hanno segnato l’inesorabile marcia verso la “ guerra in diretta “, l’attacco all’Iraq nel 2003 è la vera svolta nei reportage di guerra e nei rapporti con le forze sul campo.

Mi preme però – dice Biloslavo – fare un inciso sul fatto che l’11 settembre è stato pure un turning point per i servizi dalle aree calde.

Infatti, prima del 2001 io sono stato con i talebani poco dopo i missili lanciati da Clinton e non mi è successo nulla. Dopo l’11 settembre è diventato sempre più difficile, se non impossibile, realizzare quello che io chiamo “ il reportage perfetto”, ovvero andare da una parte e dall’altra del fronte, come avevo fatto diverse volte, in Africa, in Medio Oriente, in Afghanistan. Oggi seguire i talebani o gli insorti in Iraq è estremamente difficile e pericoloso, perché dopo l’11 settembre anche i giornalisti, molto più di prima, sono diventati a forza parte del conflitto più ampio fra civiltà che purtroppo si percepisce sotto traccia soprattutto in Medio Oriente.

I media sono diventati, in maniera sempre più affinata, un’ “arma” dei conflitti odierni da utilizzare da una parte e dall’altra e gli stessi giornalisti si sono “ estremizzati “ schierandosi sempre più nettamente e forse perdendo di vista il vecchio mestiere di cronista, che racconta i fatti e lascia da parte i commenti.

Con l’attacco alleato al regime di Saddam gli americani inaugurano la stagione degli “ embedded “ ( ndr. : letteralmente vorrebbe dire “ a letto con “. A noi piace : “ aggregati “ ),ovvero aprono per la prima volta dopo la guerra del Vietnam, le proprie unità ai rappresentanti dei media. I giornalisti vengono realmente aggregati alle unità, anche quelle combattenti ed in prima linea. Vivono con i soldati scavandosi la trincea, mangiando le Mre ( ndr.: Meal ready to eat, una sottospecie delle razioni K italiane ), assistendo alle azioni e talora crepando con loro. Una rivoluzione, con i PRO ed i CONTRO, che vedremo ma che accentua la “ guerra in diretta “ ed in qualche maniera aumenta l’influenza militare sui media.

Nel 2003 non mi accettarono ( ndr.: gli americani ) – ci dice ancora Biloslavo – come embedded ed allora decisi di entrare in Iraq dal Kuwait, al seguito delle truppe come unilateral, ovvero a mio rischio e pericolo, con un tesserino di accredito delle forze di coalizione, ma senza alcuna assicurazione di assistenza o disponibilità da parte delle unità in teatro. Rimango dell’idea che sia stata questa fra le esperienze di guerra più complete ed interessanti, dal punto di vista umano e professionale della mia vita, essendomi trovato ad “ operare “ a Bassora, Nassirya, Kut e Bagdad.


Embedded con il “Grande uno rosso “ nel triangolo sunnita.

Purtroppo la situazione in Iraq si è velocemente deteriorata ed oggi è estremamente pericoloso oltre che quasi impossibile e giornalisticamente poco fruttuoso girare da soli. Quindi la scelta di andare embedded è, soprattutto in certe zone, obbligata. Per questi motivi durante le elezioni dell’Assemblea costituente nel 2005 ho scelto - dice Biloslavo – di aggregarmi alla prima divisione di fanteria americana, il “ Grande uno rosso “ famoso per lo sbarco in Normandia e altre mille battaglie, dispiegata allora nel triangolo sunnita.

La diffidenza iniziale causata da un pignolo contratto di dieci pagine che bisogna firmare e dal timore di incappare in una pesante censura militare si dissolve quando arrivo in zona di operazioni.

Infatti, durante il periodo passato come embedded ho sempre scritto quello che volevo, senza alcuna censura, mi sono ritrovato in combattimento come mai avrei potuto immaginare se fossi stato da solo, nessuno non solo mi ha censurato, ma neppure ha controllato preventivamente una sola riga dei miei articoli. Senza i militari americani non avrei potuto realizzare un reportage sulle elezioni a Baquba, zona sia sciita sia sunnita nettamente superiore ai servizi dei colleghi rimasti non embedded a Bagdad che stavano chiusi in albergo o uscivano andando nei seggi indicati dal governo e dalla sicurezza.

Ovviamente la visione del giornalista embedded è limitata alla sua unità ed alla zona d’operazioni del reparto a cui é aggregato, ma un inviato di guerra racconta sempre piccole storie, fotografa situazioni limitate cercando di dare un senso alla grande storia che sta seguendo.


Volendo riepilogare la “ rivoluzione embedded “ comporta:

PRO :

- servizi in zone off limit;
- censura quasi inesistente ( a parte dettagli operativi come coordinate, numero preciso di truppe, identità prigionieri, generalità soldati uccisi, ecc……tutti non rilevanti giornalisticamente );
- con le truppe ovunque;
- protezione ed appoggio logistico.

CONTRO :

- solo una “ campana “;
- impossibilità di sganciarsi;
- manipolazione inconsapevole ( band of brothers );


Parleremo - dice Biloslavo - a seguire di EMBEDDED ALL’ITALIANA ( ndr. ; e noi riferiremo questo argomento nella TERZA PARTE ) : un termine, da me coniato perché le forze armate italiane, o meglio i Vertici della Difesa, pur avendo aperto moltissimo ai giornalisti, non hanno ancora superato completamente il guado. Per cui il concetto di embedded è molto più limitato rispetto agli alleati americani o britannici……..si tratta appunto di…….” embedded all’italiana ".


…………continua nella TERZA PARTE………


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
MASSMEDIA E FORZE ARMATE - TERZA PARTE
Mercoledì, 21 Febbraio 2007
MASSMEDIA E FORZE ARMATE: PARTE TERZA

......continua e termina il resoconto sulla conferenza di Fausto BILOSLAVO.


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EMBEDDED ALL'ITALIANA

Ho coniato questo titolo - dice Biloslavo - perché, come vedremo, le forze armate italiane, o meglio i vertici della Difesa, pur avendo aperto moltissimo ai giornalisti non hanno ancora superato completamente il guado. Per cui il concetto di embedded è molto più limitato rispetto agli alleati americani o britannici.... si tratta, appunto, di "embedded all'italiana".

L 'accesso ai teatri ed i rapporti con gli addetti stampa

L'accesso ai teatri di operazione è stato enormemente facilitato nel corso degli ultimi anni con l'utilizzo dei vettori militari, soprattutto per le aree più lontane e dove spesso non arrivano voli civili, come è capitato per un certo periodo a Kabul, per esempio. Purtroppo nei momenti di maggiore crisi, quando a mio parere sarebbe ancora più utile garantire un veloce accesso ad un selezionato numero di giornalisti, in base alla loro professionalità e preparazione in zone di guerra, il sistema va in tilt e si blocca. Un classico esempio, di cui parlerò più avanti, è stato il tragico evento della strage di Nassiryah.

La figura ormai istituzionalizzata dell'ufficiale della pubblica informazione e la sua presenza costante sul terreno, ovviamente è stato un grande passo in avanti ed è fondamentale per il lavoro del giornalista. Il contatto con questa figura viene mantenuto anche dopo il rientro in redazione per monitorare costantemente la situazione e avere notizie fresche in caso di crisi.
Purtroppo le forte limitazioni imposte ai PIO ( Pubblic Information Officer ). spesso dipendenti dalla sensibilità "politica" della missione e talvolta il fatto che vengono bypassati da Roma in caso di crisi, pone ancora delle limitazioni alla loro efficacia.

Inoltre mi ha colpito che gli americani hanno delle vere e proprie unità di Public information officer, mentre da noi non è ancora radicata questa scelta e mentalità strutturale.


Infine la preoccupazione di fondo del sistema di embedded all'italiana è che il giornalista abbia un pasto caldo, una branda comoda su cui dormire, ma assolutamente non deve dividere i veri pericoli di una missione con i soldati. In pratica solo per errore o per caso potrai trovarti in mezzo ad una vera azione di combattimento, come è capitato ad alcuni di noi, per esempio, a Nassiryah. Esattamente l'opposto dell'embedded originale che divide vita e morte, gioie e dolori, privazioni e non, con i soldati dell'unità a cui è aggregato.

Ovviamente questo differente approccio si riflette sulla bontà delle storie che il giornalista manda in onda o pubblica.

In definitiva questi sono i PRO ed i CONTRO dell'embedded all'italiana:

PRO :

- accesso ai teatri;
- vita comoda;
- disponibilità degli addetti stampa.

CONTRO:

- mancanza di unità specifiche di ufficiali della pubblica informazione e relative risorse;
- limitazioni imposte agli addetti stampa in teatro;
- impossibilità di seguire azioni "pericolose".



Analizziamo brevemente le missioni più recenti, o ancora in atto, delle forze armate italiane.
E mi sembra ovvio cominciare con quella appena conclusa in Iraq.

IRAQ

Uno degli eventi più dolorosi è stato sicuramente la strage di Nassiryah.

Come dicevo prima, nelle ore in cui cominciava a trapelare la notizia il sistema comunicativo delle forze armate è andato in tilt. Era ovvio che frotte di giornalisti avrebbero fatto qualsiasi cosa per raggiungere Nassiryah e così fu. Per fortuna la situazione non era ancora così grave come oggi e si rischiava poco a muovervi da soli, per esempio arrivando via terra dalia Giordania, ma sarebbe stato molto meglio far salire i giornalisti sui voli militari che aumentavano verso Nassiryah. Alla fine ci si riuscì, ma talvolta in ritardo e dopo estenuanti bracci di ferro. Sarà anche cinismo, ma una volta scattato l'attacco kamikaze, è meglio sfruttare l'onda emotiva della tragedia, convogliare i giornalisti in teatro e cercare di ribaltare una mazzata in un messaggio a favore del sacrificio dei nostri sodati. Il generale Ficuciello, che ha perso un figlio a Nassiryah, ha sostenuto che la tragedia abbia portato anche qualcosa di positivo, ovvero un risveglio della coscienza nazionale degli italiani. La marea di fiori all'altare della patria, il dolore, la commozione vera e le lunghe fila di cittadini alle camere ardenti lo hanno dimostrato.

Ulteriori ostacoli e difficoltà a seguire gli eventi capitarono in ogni battaglia dei ponti. I comandanti quasi si vergognavano a dire che sono statti sparati 1OOmila colpi, ovvero che c'era stata battaglia dura. Eppure i migliori pezzi li ho scritti con i racconti "senza se e senza ma, di chi poche ore prima aveva partecipato agli scontri con i miliziani sciiti dell'Esercito del Mhadi.

Se ero in Italia spesso i canali ufficiali via PIO si bloccavano, ma poi con un numero sotrin si arrivava sempre alla fonte amica che ti raccontava come stavano veramente le cose. E non succedeva nulla di irreparabile quando il giorno dopo usciva l'articolo, anzi.

Diciamoci la verità, il problema di fondo, comune a tutte le nostre missioni è che non si può dire che talvolta per “ mantenere la pace bisogna fare la guerra”. Invece se i giornalisti cominciassero a poter realizzare reportage seri in tal senso, a lungo andare il messaggio farebbe breccia sull’opinione pubblica.

Altro problema in Iraq, come in Afghanistan e per certi aspetti in Libano, è checon i media è sempre stata sovraesposto l'intervento umanitario delle lodevoli unità Cimic, Croce rossa militare, ecc., rispetto al resto. lo la chiamo la sindrome del volere dimostrare ad ogni costo che portiamo le caramelle ai bambini.

AFGHANISTAN

Sono stato innumerevoli volte in Afghanistan, ancora prima che arrivassero gli italiani, fin dai tempi dell'Armata rossa, ma nel 2003 ho dovuto sudare le proverbiali sette camice implorando il ministro della Difesa di lasciarmi andare a Khowst con la missione Nibbio. Una volta sul posto altra lotta per uscire in pattuglia o seguire qualche mini operazione. come l'attività di questa unità per l'acquisizione obiettivi, perché la zona vicina al confine con il Pakistan era ed è infestata da forze ostili.

Ovviamente non c'è stato verso di seguire una vera operazione anti guerriglia verso la frontiera pachistana. Eppure i razzi talebani li abbiamo beccati lo stesso sulla base Salerno dove era attendato il contingente. Oggi la situazione in Afghanistan è "politicamente" talmente delicata che reputo estremamente difficile riuscire a fare un reportage serio e completo con il nostro contingente.

LIBANO

In Libano la situazione è egualmente delicata a causa non solo di problematiche politiche nostrane, ma di una risoluzione dell'Orni che a mio parere lascia un po' a desiderare se vogliamo effettivamente evitare che il conflitto della scorsa estate si
ripeta.

Ho seguito lo sbarco del nostro contingente e posso dire che se da una parte mi trovavo di fronte ai soliti problemi già evidenziati in Iraq e Afghanistan, dall’altra il cappello dell’ONU facilita il lavoro dei giornalisti. Le Nazioni Unite hanno una politica molto aperta nei confronti dei media e in tal senso inviano direttive alla missione Unifil.

Prendo spunto dall'impegno militare in Libano per parlare di altre due questioni che riguardano da vicino i rapporti media/forze armate.

La prima è la terminologia, che talvolta aiuta ad arrampicarsi sugli specchi, ma crea problemi con i giornalisti. All'inizio riguardo, al problema del disarmo di Hezbollah non si capiva bene quale fosse il mandato dei caschi blu. Poi si è capito che spetterebbe all'esercito libanese trovare gli arsenali. Allora si pose il problema dei check point, i posti di blocco che gli italiani fanno, ma di fatto non possono fermare le macchine. Per questo motivo è stato coniato il termine "static point". Scrivere un articolo o dare una notizia in radio e tv presuppone innanzi tutto semplicità e chiarezza nel spiegare le cose, figuriamoci la differenza fra check point e static point ed il relativo problema del sequestro di armi. Si rischia di presentare il fianco a critiche anche pesanti.

La celerità e attinenza ai fatti in evoluzione è la seconda questione di cui volevo parlare. Mi è capitato, durante gli scontri di Beirut provocati da Hezbollah per aumentare la pressione della piazza sul governo Siniora, che hanno causato anche dei morti, di chiamare il nostro contingente nel sud del Libano per chiedere com'era la situazione, cosa pensavano. Il tentativo di allontanare qualsiasi barlume di pericolo dal sud, più calmo perché a stragrande maggioranza sciita, fece risponder e dall'altra parte del filo: "La situazione è tranquilla. In un paesino dove c'è una chiesa ci hanno invitato alla messa e a un concerto". A quel punto ho lasciato perdere.

Durante la sparatoria di pochi giorni fa fra israeliani e libanesi sul confine, il primo scontro serio dalla tregua, il generale Graziano, neo comandante di Unifil, che avevo conosciuto a Kabul, è stato pronto a rispondere poche ore dopo, anche se con poche parole. Una brevità dettata dalla delicatezza della situazione. Ma anche nel caso del comandante dell'Unirli, nonostante le direttive dell'ONU a favore della stampa, una richiesta di intervista più articolata è ancora inevasa.

Penso che la celerità con cui si usano le parole giuste con i giornalisti nei momenti di massima crisi sia fondamentale per inviare un messaggio immediato all’ opinione pubblica. Quasi sempre è impossibile ottenere dichiarazioni dirette, sensate e pubblicabili in tempo per la prossima edizione. Allora i giornalisti si affidano spesso alle informazioni, quasi mai controllate, delle agenzie, a fonti più o meno serie ed il risultato è di seconda mano, spesso impreciso e talvolta pericoloso, perché non fa altro che aumentare la confusione.

CONCLUSIONE

Abbiamo visto lo sviluppo dei rapporti con i media, i PRO ed i CONTRO della situazione attuale nelle nostre più importanti missioni.

Vorrei però concludere con quello che spero verrà fatto in futuro:

- bisogna superare l'embedded all'italiana permettendo ai giornalisti di seguire i nostri contingenti anche in missioni vere ed operative che possono ovviamente comportare qualche pencolo per la loro incolumità;

- in caso di grave crisi lo stato maggiore della Difesa deve essere in grado di "mobilitare" un gruppo preselezionato di giornalisti, scelti per la loro serietà professionale ed esperienza in teatri dì guerra, mettendoli in condizione di giungere velocemente in teatro e svolgere il proprio lavoro;

- cominciare a far passare il messaggio all'opinione pubblica, attraverso i giornalisti che frequentano spesso le aree "calde", che "per mantenere la pace talvolta è necessario fare la guerra";

- concedere sempre più maggiore autonomia ai Public information officer in teatro;

- dedicare più risorse e attenzione alla formazione degli addetti stampa e delle cellule di pubblica informazione presso i contingenti impegnati all'estero;

- accentuare i corsi di addestramento per i giornalisti che vogliono seguire i conflitti e le missioni italiane all'estero rendendoli il più realistici possibile.


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito wwwcongedatifolgore.com


 
 
 
 
   
DA PACS, A DICO, A DIDOCO, A CASINO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



Scrivevamo qualche tempo fa, in questo stesso nostro OSSERVATORIO, nell’articolo dal titolo COPPIE DI FATTO. GIA’ FATTO!?!?! che ci aspettavamo che entro febbraio, così un pò alla chetichella, ci saremmo trovati davanti a decisioni già prese dal Governo in merito ai problemi di convivenza sociale oggi all’ordine del giorno e sulla bocca di tutti.


Un Consiglio dei Ministri, cui uno dei ministri non ha partecipato motivando appunto l’assenza con il dissenso su un tema così rilevante - e questo Ministro é il titolare del Dicastero della Giustizia fortemente interessato a problemi sociali quali la regolarizzazione delle coppie di fatto, i così detti PACS - si è puntualmente pronunciato, con una fretta sospetta, sottraendo per ora alla discussione parlamentare un provvedimento che colà ha la sua sede corretta istituzionalmente.

Eravamo in grande confusione allora – chi vuole ci rilegga in quell’articolo citato – e lo siamo ancor più oggi dopo avere preso visione del testo del decreto legge partorito dal Consiglio dei Ministri, uscito per rimanere in tema parto, a volere essere generosi, " settimino ".

Volevamo capire ..…quale piattino ci si stesse preparando…… e ci eravamo impegnati a mantenerci attenti. Siamo rimasti attenti e tuttavia non abbiamo ancora capito quale piattino ci abbiano preparato. Ci proveremo, ma temiamo fortemente di non riuscire a capire.

Ci hanno comunque sicuramente “sparigliato le carte” e quelli che erano PACS ( Patti di Convivenza Sociale) oggi sono DICO ( DIritti dei COnviventi ), lo stesso acronimo della catena commerciale DICO ( DIscount COnvenienza ) che opera nell'area laziale.

Almeno avrebbero potuto chiamarli DIDOCO ( DIritti e DOveri dei COnviventi) giusto per ricordare che in una società e su un tema di questo genere esistono gli uni, appunto i diritti, ma anche gli altri, appunto i doveri, certo non meno importanti da evidenziare. Ma tant’è!

Per parte nostra, per riassumere il nostro punto di vista sul testo di legge per ora approvato con Decreto e che sarà discusso in Parlamento, proponiamo un emendamento almeno sul nome : proponiamo di denominare il provvedimento CASINO ( Convivenza Assolutamente Senza Identità Nella Omosessualità ).

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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CI PIACE ....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



La perdita di alcuni “ servitori dello Stato “, in tempi recenti ed anche meno recenti, ha messo avanti agli occhi di tutti comportamenti che non ritenevamo possibili e che, proprio per questo, ci hanno particolarmente colpito.

Ci riferiamo ai comportamenti pubblici di Berta Ficuciello, madre del Capitano caduto a Nassirya, di Rosa Calipari, moglie del funzionario del SISMI caduto a Bagdad, di Antonella e Giovanna Ciardelli, rispettivamente madre e moglie del Maggiore caduto in Iraq e, in questi giorni, di Marisa Raciti, moglie dell’ Ispettore di Polizia caduto a Catania.

Si è trattato di comportamenti pubblici che hanno messo in evidenza, durante le esequie dei congiunti, un modo di condursi, rispetto a chi le guardava o si trovava in rapporto con loro, tale da suffragare ogni convincimento che l’orgoglio – da loro ripetutamente espresso – di avere condiviso la vita terrena con un essere superiore fosse sentimento sincero, profondo e non solo dichiarato.

Ci piace evidenziare la loro dignità in pubblico davanti ad un dolore che solo loro sanno quanto grande.

Ci piace sottolineare come abbiano trovato atteggiamenti controllati, addirittura sereni, e di comprensione per i carnefici dei loro congiunti, evitando comunque di esprimere sentimenti di perdono che sarebbero stati sicuramente non sinceri.

Ci piace riportare le loro affermazioni determinate - .....non avrò pace senza giustizia.....provo pena, ma non perdono.....che la tua morte induca la società a cambiare.....la tua funzione educativa non sarà interrotta..... - che scaturiscono da una nobiltà d’animo patrimonio, purtroppo, di troppo pochi di noi.

Ci piace segnalare che, in taluni casi, queste donne hanno scelto, per onorare la memoria del congiunto, la via della beneficenza e del sostegno dedicandosi alla realizzazione di casa/ospedale per ospitare bambini provenienti proprio dai luoghi che hanno visto perire i loro congiunti.

Ci piace pensare che i loro comportamenti derivino dal contesto familiare nel quale vivono e nel quale sono state educate. L’ambiente, per essere chiari, di “servitori dello Stato“ consapevoli della loro funzione sociale.

Ci piace ritenere che proprio in virtù di questi comportamenti esse abbiano potuto trasmettere od anche solo rafforzare nei loro congiunti la consapevolezza dell' alta dignità del loro impegno sociale.

Ci piace, allora, contribuire a non fare sfuggire troppo presto questi pubblici comportamenti pieni di insegnamenti per tutti noi ed esprimere un profondo ringraziamento a queste nobili “ donne “ cui ci sentiamo in dovere di augurare, con tutto il cuore, che in privato, nella loro intimità familiare, abbiano potuto trovare tutte le lacrime finalmente liberatorie - di cui hanno il sacrosanto ed umano diritto - che in pubblico hanno saputo trattenere.

Ci piace, infine, pensare che il loro comportamento sia assolutamente in linea con quello che da loro avrebbero voluto i loro stessi congiunti Caduti.
Siate certe di questo, care Signore!

Grazie Signora Ficuciello, grazie Signora Calipari, grazie Signore Ciardelli, grazie Signora Raciti!

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO di www.congedatifolgore.com



 
 
 
 
   
AFGHANISTAN: SU COSA VOTA IL PARLAMENTO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007
PER SAPERE SU COSA VOTA IL NOSTRO PARLAMENTO




Avvicinandosi il momento della decisione parlamentare in merito al rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan, ci è parso molto opportuno cercare di riprendere alla mano le generalità della missione stessa ( l’ ISAF ), la missione ed il contributo nazionale.

Senza avere la pretesa di fornire un quadro esaustivo ( che d’altra parte può essere desunto dal sito del Ministero della Difesa, dal quale anche noi abbiamo attinto ) riteniamo che la sintesi che segue possa essere di interesse per i nostri visitatori/lettori affinché abbiano una visione corretta dell’impegno militare in quel Paese e di quanto il nostro Parlamento si accinge a votare, auspichiamo noi, con risultato favorevole al mantenimento della missione.
Con un pò di presunzione e non senza polemica, auspichiamo anche di potere essere di aiuto a qualche Parlamentare che si accinge a votare “ secondo disciplina di partito “ probabilmente senza avere nemmeno le idee sufficientemente chiare sul significato e le conseguenze del suo voto.

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ISAF ( International Security Assistance Force )




GENERALITA’


A seguito degli sviluppi della situazione politico-militare in Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato in data 20 dicembre 2001 la Risoluzione n. 1386 con la quale ha autorizzato il dispiegamento nella città di Kabul ed aree limitrofe di una Forza multinazionale denominata International Security Assistance Force (ISAF).
Lo schieramento di ISAF è avvenuto nel mese di gennaio 2002.




Nell'ambito della rotazione dei Comandi NATO nella condotta di ISAF, l'Italia, a partire dal 4 agosto 2005 e fino al 4 maggio 2006, ha assunto la leadership dell'ISAF , schierando in Afghanistan il Comando NRDC-IT (NATO Rapid Deployment Corps-Italy - Comando di Proiezione di Solbiate Olona ) ed i relativi supporti tattico-logistici al Comando del Generale di Corpo d'Armata Mauro DEL VECCHIO (COMISAF).

In base a quanto previsto, la missione in Afghanistan dovrà svolgersi attraverso 5 fasi:
FASE 1: Analisi e preparazione;
FASE 2: Espansione, suddivisa, a sua volta, in 4 tempi:
- 1° Stage: Area Nord;
- 2° Stage: Area Ovest;
- 3° Stage: Area Sud (entro la primavera del 2006);
- 4° Stage: Area Est (entro la fine del 2006);
FASE 3: Stabilizzazione;
FASE 4: Transizione;
FASE 5: Rischieramento.

In particolare, ogni Stage (al momento è completato il 3° Stage, della fase 2, ovvero espansione nell'area Sud) richiede la costituzione di una Forward Support Base (FSB) necessaria per fornire supporto operativo e logistico ai Provincial Reconstruction Team (PRT) presenti nella stessa regione. Tali PRT sono il "veicolo" più idoneo per creare in Afghanistan un ambiente stabile attraverso un processo di ricostruzione socio-economica dell'area.

Nell'ambito dello Stage II (area Ovest, capoluogo Herat) della missione NATO, l'Italia sta svolgendo il ruolo di Lead Nation del Regional Command West (RC-W) affidato al Generale di Brigata ( già Comandante della Folgore ) Antonio SATTA.




nella foto: il giorno di assunzione del Comando da parte del Gen B. Satta





MISSIONE>

La missione è quella di “condurre operazioni militari in Afghanistan secondo il mandato ricevuto, in cooperazione e coordinazione con le Forze di Sicurezza afgane ed in coordinazione con le Forze della Coalizione, al fine di assistere il Governo afgano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture di governo, estendere il controllo del governo su tutto il Paese ed assistere gli sforzi umanitari e di ricostruzione dello stesso nell’ambito dell’implementazione degli accordi di Bonn e di altri rilevanti accordi internazionali”.

In particolare, i principali compiti sono:
- sostenere le campagne d'informazione e dei media;
- supportare i progetti di ricostruzione, comprese le infrastrutture sanitarie;
- sostenere le operazioni di assistenza umanitaria;
- fornire assistenza ed aiuto alla riorganizzazione delle strutture di sicurezza della Interim Administration (IA);
- formare ed addestrare l'Esercito e le forze di polizia locali.
Le forze italiane in ISAF possono operare all’interno delle aree ovest e di Kabul o anche nord, mentre per gli impieghi al di fuori di esse è necessaria l’autorizzazione dei Vertici. Per quanto riguarda, tali impieghi, l’Italia si è impegnata a decidere in merito entro 72 ore dalla richiesta.

CONTRIBUTO NAZIONALE

Per l'Afghanistan è autorizzata la partecipazione complessiva di 1.938 militari italiani.

Il Senior National Representative (IT-SNR) è il Generale di Divisione Vincenzo LOPS.

Il Colonnello dell'Esercito italiano Antonio MAGGI è il Comandante del Contingente nazionale di stanza a Kabul (Italian National Contingent Commander).




COMPONENTE TERRESTRE

Attualmente la componente terrestre è configurata su:
- unità di supporto, che costituiscono l'Italian Task Force XIV (ITALFOR XIV - ISAF) al Comando del Colonnello Antonio MAGGI (dal 7 ottobre 2006) su base 7° Reggimento Alpini ;
- reparto logistico per il supporto tecnico, logistico e amministrativo;
- reparto trasmissioni;
- reparto per la protezione del HQ di ISAF;
- reparto NBC per il rilevamento e la bonifica di eventuali agenti chimici, biologici e radiologici;
- personale di collegamento e di staff inserito nella catena di Comando dell'operazione;
- reparto Multinational Engineer Group;
- unità di manovra (Battle Group 3) volta a mantenere la sicurezza nell'area del Regional Command Capital (RCC) -Kabul.

L'Italia detiene la guida del Battle Group 3, su base Battaglione Alpini "Feltre" del 7° Reggimento Alpini.

Nel quadro delle misure volte a favorire l'espansione nel sud dell'Afghanistan della missione ISAF della NATO, è presente ad Herat un Task Group di Forze Speciali italiane.

Il Task Group nazionale è schierato ad Herat, sede del RC West sotto comando italiano, ed opera nella parte meridionale e in quella settentrionale della relativa Regione. L'unità ha il compito di condurre attività informativa, nonché assistenza militare a favore delle Forze dell'Esercito afgano, tenendosi in misura di supportare queste ultime nella condotta delle proprie missioni.

Nell'ambito del Contingente ITALFOR XIII è inserito il Gruppo di Supporto di Aderenza (GSA), che assicura il supporto nazionale per i rifornimenti, il mantenimento ed i trasporti.

COMPONENTE AEREA

Presso l'Aeroporto Internazionale di Kabul, sono schierati 3 elicotteri AB-212 ed un Team della Marina Militare che costituisce la Task Force "Pantera", alle dirette dipendenze del Regional Capital Command (RCC)-KABUL nell'ambito di ISAF.
Inoltre, una componente aeronautica è schierata ad Al Bateen e costituisce il Reparto Distaccato della 46^ Aerobrigata (REPADIST 46^ AB) (fino a marzo 2006 denominato 7° ROA) con tre velivoli da trasporto C 130J (dislocati presso l'aeroporto militare di Al-Bateen - Emirati Arabi Uniti) e assicura il ponte aereo necessario al rischieramento ed al sostegno logistico.






COMPONENTE CARABINIERI

E’ presente un Reparto di Polizia Militare.

ALTRI CONTRIBUTI

Per il supporto alla Polizia doganale afghana, la Guardia di Finanza ha immesso presso il Regional Training Centre di Herat un Team di 10 uomini allo scopo di fornire al personale afghano, attraverso un iter addestrativo all'uopo predisposto, le capacità specifiche ritenute necessarie per la condotta di attività proprie della polizia doganale afgana (Border Police).

Come supporto della NATO alla ricostruzione dell’Afghan National Army (ANA), l’Italia ha offerto 3 Operational Mentoring and Liaison Teams (OMLT), che dalla metà di luglio 2006 si sono affiancati al Comando del 207° Corpo d’Armata ANA, di stanza ad Herat.

Nell'ambito del progetto tedesco per la ricostruzione della Polizia afgana (Afghan National Police - ANP), l'Italia ha reso disponibile un nucleo di Carabinieri.

A livello interforze, per il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana, è presente personale medico presso l'Aeromedical Staging Unit, in località AL BATEEN.

Per la ricostruzione del sistema giudiziario (progetto di cui l'Italia detiene la Lead) è impiegato un Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri quale consigliere giuridico per il funzionario del MAE, responsabile del progetto nell'area di Herat.


FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
CI SCRIVE ....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Grati per la tempestiva comunicazione, che ci piace considerare rispetto ed attenzione per il nostro impegno, pubblichiamo la lettera che il Segretario dell'ANPd'I, per conto della Presidenza Nazionale, ci ha inviato in risposta al nostro articolo dal titolo EX-PARACADUTISTA.

Lungi dal volerci mettere in polemica con la "nostra" Associazione, che ritiene non idonea la strada della azione legale per demolire il fazioso ed indegno modo di equiparare l'ex paracadutista ad un essere violento, quando va bene, e ad un delinquente spesso e pur accettando le motivazioni addotte alla decisione di non dare seguito legale a comportamenti non condivisibili e che la battaglia contro questi sarebbe...contro i mulini a vento...., noi continuiamo a pensare che non si debba seguire la filoofia del ....non curarti di loro, ma guarda e passa.....

Ecco, noi continuiamo a pensare che si debba fare qualcosa e vorremmo proprio farlo in sinergia con l'Associazione, per stroncare questo malvezzo.
Qualcuno vuole intervenire per darci suggerimenti?

FRAMER

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARACADUTISTI D’ITALIA


Segretario generale





Prot. SG/003- 2007 com.

Roma, 6/2/2007

A “OSSEVATORIO” DEL SITO CONGEDATI FOLGORE
OGGETTO: Risposta al signor generale Francesco Merlino.
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Caro Comandante,

nel condividere pienamente il Tuo rammarico e la Tua amarezza per quanto è avvenuto e ancora avviene sui mezzi di informazione e, recentemente, anche nelle fiction televisive, quando in qualche modo siano coinvolti paracadutisti in congedo e/o in servizio, mi corre l’obbligo di fare alcune precisazioni:

1. Un’attenta e scrupolosa visione del filmato trasmesso dalle reti MEDIASET, fatta da nostri legali e dai competenti organi dello SME, non ha rilevato, purtroppo, elementi sui quali poter fondare un ricorso nelle sedi legali, ricorso che, stando così le cose, produrrebbe solo un danno da aggiungere alla “beffa” già subita.

2. La stessa valutazione, ovviamente, è stata fatta per le affermazioni del TG2 in merito al fatto che il responsabile di un’azione delittuosa sia stato un “ex paracadutista” – cosa peraltro vera..

3. L’attuale dirigenza ANPD’I è molto sensibile in tema di tutela della propria immagine e di quella dei paracadutisti che rappresenta. Di recente, infatti, senza alcuna esitazione, è stata avviata un’azione legale nei confronti di un personaggio che ha diffamato, con atti scritti e ufficiali, inviati a varie autorità, enti e persone, l’Associazione e i suoi quadri dirigenziali. In quel caso, c’erano tutti gli elementi per intraprendere un’azione legale.

Nessuno, forse, più di me Ti può capire,

perché, in un recente passato, quando ancora ero in servizio, mi trovai praticamente DA SOLO, a cercare di contrastare le accuse, quelle sì infamanti, che venivano fatte nei confronti della “Folgore” per “esecrandi” fatti che sembravano essere avvenuti durante l’operazione in Somalia e che poi, in seguito, vennero riportati, da varie commissioni d’inchiesta e nelle aule giudiziarie, alle loro giuste proporzioni. Quella volta, ci rimisi anche di tasca.
Cordiali e camerateschi saluti

FOLGORE! NEMBO!

Par. Antonino Torre

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DEJA VU, DEJA ENTENDU
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Ci siamo già detti del nostro impegno a “ saltare sull’attualità “ e cerchiamo di mantenere l’impegno anche se talora la fatica è grande nel cercare di commentarla, dopo avvenimenti gravi come la guerriglia di Catania.

Esprimiamo, in primis, il nostro profondo cordoglio e la nostra solidarietà alla famiglia dell’Ispettore Filippo Raciti, ennesimo servitore dello Stato ucciso in servizio.

Per il resto, déjà vu, déjà entendu, già visto, già sentito! Niente di nuovo purtroppo!

Ma ancora una volta non possiamo esimerci dal formulare alcuni auspici e considerazioni.

Vorremo che dalla esecrazione e dalla condanna sulla bocca di tutti uscissero questa volta provvedimenti drastici e durissimi tali da ripensare completamente il “ calcio “, non per se stesso, per il suo mondo ma per quello che deve essere al di fuori di se stesso, cioè per noi tutti che vogliamo considerarlo ancora, nonostante tutto uno sport, un luogo di incontro e di distrazione per tanti ed un momento di crescita corretta per tanti giovani senza altri punti di riferimento.

Utopia la nostra? Auspici irrealizzabili? Temiamo fortemente di sì !

Lasciamo comunque ad altri approfondire e trovare le soluzioni: il problema si può risolvere, perché altri Paesi, già funestati dalla stessa violenza becera hanno saputo farlo, purchè ci si impegni con determinazione e senza tentennamenti.

Ma due aspetti ci portano addirittura oltre questo problema.

Il primo l’avere sentito autorevoli esponenti delle forze di polizia dichiarare - déjà entendu - che “ si è trattato di un deliberato e premeditato attentato alle forze dell’ordine “ alla ricerca voluta del morto a qualunque costo “ ci ha lasciato stravolti facendoci riflettere su una situazione sociale fortemente degenerata, estremizzata e senza ritorno. Povera la nostra gioventù, se è vero che la guerriglia è stata messa in campo soprattutto da minorenni! Quali valori le sono rimasti ? Solo quelli dell’odio e della violenza.

Il secondo poi, avere saputo di scritte sui muri - anche queste déjà vu - inneggianti alla morte del servitore dello Stato……..uno di meno!..........come ai tempi della Meloria nel 1971 …. tanti paracadutisti in meno!…..ci ha riaperto il dolore per ferite mai sopite, anche perché questi nuovi comportamenti ci fanno capire che pure i figli di quei beceri che scrissero sui muri di Livorno tali scritte ingiuriose, la pensano oggi allo stesso modo.

Ed infine una considerazione che ci deriva da un “cassetto della memoria “, come oggi si usa dire. E quindi déjà vu, anche questo.

Un servitore dello Stato, allora, a Genova, nel corso del G8, seduto nella sua jeep che si vede assalito da un energumeno intenzionato ad ucciderlo e che lo previene e gli pianta una pistolettata in fronte uccidendolo per salvare se stesso.

Un servitore dello Stato , oggi, a Catania, in un dopopartita di calcio, seduto nella vettura di servizio, che si vede assalito e che non trova il modo di reagire, rimanendo quindi ucciso.

Due episodi simili con una conclusione opposta.

Chissà se la convinzione di molti che considerarono allora ed ancora considerano vittima l’assalitore di Genova, non sia oggi almeno scalfita da questo nuovo episodio?!?!

Il nuovo sacrificio, questo ennesimo déjà vu, di un servitore dello Stato avrebbe almeno un senso.

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
EX PARACADUTISTA
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Sono anni che sai di avere fatto una scelta di vita consapevole, fatta di entusiasmo ed alla continua ricerca di valori puri che appagano i tuoi sentimenti sempre ispirati alla correttezza dei comportamenti onesti : quella di essere paracadutista!

Non sono passati molti anni da quando, lasciato il servizio attivo, non hai più potuto trasmettere ai tuoi paracadutisti militari – e di questo sei fortemente dispiaciuto - quelle convinzioni, quegli ideali e quei sentimenti : insomma non hai più la possibilità di trasmettere direttamente ai tuoi paracadutisti l’orgoglio della appartenenza ad un Corpo speciale, vivendo una esperienza militare il cui ricordo anziché appannarsi negli anni sarà sempre più rinvigorito.

E oggi ancora sei ben persuaso di non avere sbagliato la scelta per la tua vita e nemmeno nel profondere il tuo impegno educativo e formativo nei confronti dei tuoi collaboratori.

Ma da un po’ di tempo ti assalgono dubbi vomitevoli quando percepisci che uno stereotipo ormai consolidato associa il fatto di essere stato ( quindi ex ) paracadutista all’essere un disonesto, violento, prevaricatore della altrui volontà, assolutamente un poco di buono.

E questo lo percepisci appunto da un po’ di tempo, te ne rammarichi perché sai che non è giusto poi, con un punta di ignavia, t’incazzi ma lasci perdere.

Succede poi, come puntualmente rilevato dal nostro sito, che addirittura uno sceneggiato televisivo relativo al R.I.S. dei Carabinieri e passato sulla rete nazionale TV, quella a cui paghiamo il “canone” per intenderci e per questo destinata a dare un servizio pubblico, dovendo connotare due delinquenti li definisca con spregio come ex paracadutisti e li rappresenti con tatuaggi che richiamano visivamente il loro trascorso tra le aviotruppe.

Succede poi che nel corso del TG2 ( ore 18.05 del 1° febbraio 2005 ) per definire la malvagità di uno spregevole individuo dedito alla tratta delle badanti dalla Russia all’Italia non si trovi di meglio che precisare, ripetutamente, che si tratta di un ex-paracadutista.

Ci pare che si sia superato il limite e che sia ora per noi – ex paracadutisti congedati della Folgore – di fare qualcosa, di intervenire per correggere un andazzo che può divenire irreversibile.

Riteniamo che sarebbe necessaria una azione giudiziaria, almeno contro questi due episodi specifici e documentabili che potrebbe essere condotta:

- singolarmente, ma donchisciottianamente e quindi con scarsa possibilità di successo,

- collettivamente dal nostro sito ( appunto i congedati della Folgore ) ma senza avere la forza di una Associazione riconosciuta e quindi andando oltre la competenza;

- collettivamente da parte dell’ANPd’I, che tutti ci rappresenta, e che ha nel proprio statuto l’imperativo di “ difendere il paracadutismo “ in tutte le sedi ed i luoghi, oltre ad essere Ente Morale;

Allora avanti, Signor Presidente Nazionale!

Un rapido consulto telefonico ( a guadagno di tempo ) con la G.E.N. e via subito ( poi il Consiglio Nazionale confermerà, ci mancherebbe altro!) per una querela dettagliata e prodotta nella sede pertinente. Non manca qualche Avvocato, anche tra i Consiglieri Nazionali , per agire con determinazione e competenza.

Una decisione in questo senso ci appagherebbe, ed anche da sola ci porterebbe a considerare di avere un motivo in più per rinnovare immediatamente l’iscrizione per l’anno 2007.

A voi la palla , Presidenza Nazionale dell’ANPd’I. Ma non deludeteci!

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



Ci scrive.........il “POPOLO" ( circa 1.000 contatti al giorno ) DEI NOSTRI LETTORI”


Dopo un mese dall’avvio di questo “ OSSERVATORIO ”, oltre ai tanti e pur graditi complimenti, ci sono giunti, questi si graditissimi, suggerimenti e consigli che ci impongono di rispondere immediatamente anche se non possiamo farlo singolarmente.

Eccoli di seguito:

- Link dall’ " indice " direttamente sull’articolo di interesse : condividiamo l’utilità del collegamento diretto per “ prelevare dall’archivio “ il pezzo desiderato e assicuriamo che riteniamo di potere provvedere in tempi brevi.

- Argomenti non sempre pertinenti per il “ popolo dei congedati “ : abbiamo scritto che intendiamo “ saltare sull’attualità “ e quindi continueranno ad esserci argomenti di varia natura. Sappiamo che i nostri visitatori sono di diversa connotazione : portare tutti a conoscere anche problemi di interesse per i congedati, in particolare della Folgore, è uno degli scopi che ci siamo proposti.

- Gli interventi sono affidati al solito “Circolo riservato “ di Generali che se la cantano tra loro : obiezione accolta perché condivisa. Occorre spiegare tuttavia che, inizialmente, bisognava mettere sul tappeto in modo autorevole, ma soprattutto competente, gli argomenti di interesse per poi avviare un dibattito in grado di recepire il parere, qualunque parere, dei visitatori. Quindi avanti con gli interventi per condividere e soprattutto per controbattere quando è il caso!

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E i giovani, quelli in servizio in particolare, dove sono? Bella domanda, il difficile è dare la risposta. Anche noi ce lo chiediamo e vorremmo davvero che intervenissero i nostri giovani, in particolare quelli in servizio, per recepire il loro pensiero ed apprezzare le loro considerazioni e riflessioni. Prendiamo l’occasione per sollecitare interventi di questo tipo.

- Alcuni articoli sono talora “ prolissi “, di non facile lettura per chi vuole solo consultare e via……come usa oggi il popolo di internet : obiezione accolta, sarà un nostro impegno riuscire ad essere più diretti!

Ogni altro consiglio, suggerimento, osservazione………graditissimo! Basta cliccare qui sopra ossconfolgore@alice.it e stiamo in contatto. Grazie!

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FRAMER


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EROI DI OGGI, EROI DI IERI
Mercoledì, 21 Febbraio 2007




EROI DI OGGI ED EROI DI IERI






Troppe sono le occasioni in cui siamo costretti a considerare che, nostro malgrado, gli anni passano. Un tempo, nemmeno poi così lontano, avevamo un concetto di “eroe” molto preciso : il Pietro Micca che lancia la torcia accesa nell’ Arsenale di Torino e nella deflagrazione trova consapevolmente la morte, il nostro “ folgorino” Tenente Ferruccio Brandi che ad El Alamein si lancia dalla trincea contro i carri inglesi con una “molotov” in mano, il Salvo d’Acquisto che per salvare gli ostaggi presi dai tedeschi si offre unico responsabile di un attentato da lui non commesso…e così via!
Oggi, per meglio dire da un po’ di tempo, qualcosa è cambiato e questo concetto, a nostro parere, si sta annacquando.

Infatti sentiamo parlare e leggiamo …..di eroi del pallone, eroi delle fictions, eroi dei realitys, eroi dei cartoons…e così via, quotidianamente citati magari insieme agli eroi dissacrati di Nassirija! Niente di meglio per confonderci le idee, di per se stesse già non chiare.

Abbiamo dunque pensato che occorra fare un po’ di chiarezza, per noi sicuramente e forse per altri, ed allora ci siamo rivolti al nostro ex Ufficiale di complemento della Folgore, oggi professore ordinario di Filosofia del diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, appunto il Prof. Maurizio MANZIN, la cui disponibilità a collaborare con noi ci onora fortemente.

E chi meglio di lui ci può illuminare sul tema “eroi di oggi ed eroi di ieri”?


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EROI DI OGGI ED EROI DI IERI



di Maurizio Manzin

“Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti in quel film. Ed è vero: vi sono parole che possono diventare vere pietre dello scandalo, poiché si portano appresso contenuti di senso che suscitano polemiche, innalzano o abbattono destini, alimentano sedizioni…

Non poteva mancare all’appello, di questi tempi la parola “eroe”, che, un po’ come “patria” o “bandiera”, è stata tolta dai polverosi armadi in cui Brecht e i suoi epigoni sessantottini l’avevano cacciata. Ricordate? “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”, e via dissacrando.

In fondo è curioso che una società così poco “normale” come quella attuale, dove anche termini come “vita”, “famiglia”, “uomo”, “donna” hanno ormai assunto dei confini incerti, una società dove la trasgressione sembra la cifra dominante, aspiri a una normalità senza eroi.

“Eroe” richiama pugna, combattimento, sacrificio e quasi sempre –orrore!– guerra. Facile immaginare che si aspiri a sbarazzarsene. Ora, questo può avvenire in due modi principalmente: eliminando del tutto la parola a causa della sua impresentabilità, oppure desemantizzandola, cioè collegandola a significati del tutto diversi da quello originario (un eroe dei fumetti, un super-eroe, un eroe della comicità, un eroe del campionato, ecc.)

Qual è dunque questo significato originario?

Come tutti sanno, il concetto è di derivazione mitologica: l’eroe è il frutto di una congiunzione fra un essere divino e uno umano, un semidio. Ma già presso i Greci e i Romani il termine passa rapidamente a designare chiunque, uomo o donna, sia capace di gesti prodigiosi, di coraggio e tenacia tali da rischiare e – quasi sempre – offrire il sacrificio supremo della propria vita per condurre a termine un’impresa virtuosa. Anche nella tradizione biblica compaiono degli eroi: figure di profeti, re o condottieri che manifestano fra gli uomini la grandezza divina.

Direi però che l’aspetto più rilevante è quello pedagogico e didascalico: l’eroe, con il suo comportamento coraggioso e la sua abnegazione, diventa un modello per tutti gli altri uomini, sino al punto di assurgere a simbolo di un intero popolo (l’eroe eponimo). Forse il primo esempio di questo tipo di eroe nazionale è Gilgamesh, nel VII sec. a.C.

L’eroe porta dunque con sé riferimenti di un mondo – quello classico – che vedeva incarnate in lui le virtù civili della fedeltà alla stirpe, del coraggio, dello spirito di sacrificio. Egli è un semidio, un “oltreuomo” (non necessariamente nel senso nicciano) perché è capace di vivere e morire per ciò che supera la dimensione della finitezza, del qui-e-ora: una bandiera, una stirpe, un ideale… tutti elementi che oltrepassano la vita dei singoli e si proiettano virtualmente nell’eternità. Ecco perché all’eroe è associata la fama, intesa appunto come gloria imperitura. In definita, l’eroe rivela qualcosa d’immortale, la parte non caduca dell’uomo.

La civiltà borghese non ha ripudiato la figura mitologica dell’eroe, ma si è limitata a “secolarizzarla”, collegandola al suo universo di valori: patria, bandiera, servitù in armi e simili. L’eroe ha mantenuta intatta la sua funzione pedagogica e morale, semmai unita a doti di modestia, care al modello del cittadino, “uso obbedir tacendo” al cospetto della maestà dello Stato.

Nell’Italia dell’era Ciampi, dove termini quali “patria” e “tricolore” hanno riottenuto ufficiale cittadinanza, e nel mutato contesto delle Peace Support Operations, la parola “eroe” è stata rispolverata per tributare omaggio ai nostri Caduti nelle missioni d’Oltremare, soprattutto con e dopo Nassirya. Nell’occasione, il termine “eroe” ha ripreso il suo senso antico, collegato cioè al coraggio, al sacrificio, alla condizione militare.

Sotto questo aspetto, giudico positivamente l’impiego del termine, poiché addita un valore nello status militare: cosa che da lungo tempo era caduta nell’oblio. Nel momento dell’estremo sacrificio, la figura del soldato in armi torna ad essere segno di virtù civili e di decoro per la nazione. In parole povere, la sbornia hippy degli anni Sessanta e Settanta e quella pacifista dei Novanta, benché ancora politicamente rappresentata, non ha più l’esclusiva nei cuori delle persone.

Per altro verso, tuttavia, mi pare che l’uso corrente del termine rispecchi in parte il politically correct e la tendenza della società post-moderna ai “pensieri deboli”.

I nuovi eroi, infatti, non seguono più il modello romantico (quello, per intenderci, alla Enrico Toti: cuore e stampella oltre l’ostacolo, e via!, incontro a gloriosa morte), e neppure quello novecentesco (l’eroe silenzioso, l’umile folgorino di El Alamein o il taciturno alpino della ritirata di Russia), ma piuttosto il modello politicamente più presentabile del “volontariato”.

I soldati caduti nelle missioni di stabilizzazione sono “morti per cause di servizio”: su una mina, colpiti da proiettili vaganti, in incidenti stradali o di volo, in attentati. La loro condizione militare è scarsamente rilevante: sono considerati “eroi” anche le vittime delle Torri Gemelle o della stazione Atocha. Sono eroi perché, innocenti, sono morti o gravemente feriti. Ma ciò è sufficiente per considerarli tali?

È la situazione che fa l’eroe? Così sembra di capire. Il soldato, il poliziotto, il pompiere, il missionario, il volontario dell’ONG, il giornalista ecc. hanno accettato, per motivi considerati moralmente elevati, di porsi consapevolmente in una situazione di potenziale rischio. Sono “eroi” per una scelta previa. Qualcuno li ha definiti “eroi passivi”.

In passato, invece, l’eroismo comportava un atto subitaneo e irriflessivo, al limite irrazionale, segno – come dicevo prima – dell’irruzione del divino nell’umano. Come un innamoramento, come un’ispirazione poetica, come un’ebbrezza ( mania, la chiamavano i Greci ).

Oggi nel divino chi ci crede più veramente? In un mondo svuotato di riti e di miti, in cui gli stessi ministri del culto somigliano piuttosto a degli operatori sociali, in cui l’invisibile è bandito e la tecnica sembra imporre ovunque le sue ferree regole di efficienza, che spazio può avere il “bel gesto”, la “divina follia”, la stessa bellezza priva di ricadute concrete?

Direi, dunque, che l’“eroe passivo” esprime al meglio una visione del mondo, appunto, “debole”, incapace di sorreggersi se non su motivazioni razionali e “politicamente corrette”, su ideali che possono essere accettati solo se socialmente condivisi e opportunamente “tiepidi”. Eroi per un mondo che non ha bisogno, brechtianamente, di eroi.

Di fronte a quest’accezione del termine “eroe” possiamo assumere, a seconda delle inclinazioni personali, due atteggiamenti: quello del bicchiere mezzo pieno o quello del bicchiere mezzo vuoto. Possiamo dire: meglio così che niente; meglio un eroe per cause di servizio che una totale piattezza morale, meglio questo modello che quello dei calciatori e delle veline. Oppure possiamo ribellarci all’idea che un “eroe attivo” sia per forza di cose un pericoloso fanatico, e continuare a credere che le medaglie debbano decorare il petto (o il feretro) di chi davvero ha “superato se stesso” mostrando che l’uomo può essere una creatura di Terra e di Cielo, impasto – come ha scritto il filosofo Sergio Cotta – di finito ed infinito. Sono entrambi atteggiamenti rispettabili, a mio modo di vedere.

Quanto a noi, paracadutisti, che volete che si dica? Si sa, siamo quelli un po’ matti. A noi, con la terra ed il cielo, ci è sempre piaciuto avere familiarità!

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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com



 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007




Sergente ( r ) N.……………( Ci chiede di omettere il suo Cognome a noi, comunque, comunicato )


Carissimo Gen. Merlino,
innanzitutto mi permetta di salutarla e di ringraziarla per il tempo che dedica al sito. Anche se non sono un parà né in congedo, né in attività, mi considero della “famiglia”, anche per i miei trascorsi di sottufficiale del Genio. Ho letto la missiva del sergente (r) Carlo Busato e la tua risposta ( n.d.r. : il mio amico è in dubbio tra il “tu” ed il “Lei”. Vai pure con il “tu” che va benissimo, perché ti so ottimo amico del paracadutismo, e quindi, con un facile sillogismo, anche amico mio). Come sempre ritengo che la verità stia nel mezzo tra quello affermato dal sottufficiale e la tua risposta. Negli ultimi anni le condizioni dei nostri militari (delle tre armi, cioè) sono in continuo peggioramento. Le risorse che i precedenti Governi e questo ultimo hanno messo a disposizione delle nostre FF.AA. è assolutamente vergognoso. Il termine non vuole essere assolutamente offensivo ma fotografa l’attuale situazione. Ma quello che vorrei sottoporti è una domanda che mi frulla da molto tempo nella testa. Nel corso delle varie audizioni parlamentari o in occasione di convegni ed altro, i vertici delle nostre FF.AA. hanno detto ai nostri governanti che così non si può andare avanti. Ma, detto questo, la loro azione propositiva si ferma come davanti ad un muro di gomma, salvo riprendere vigore e forza una volta che sono andati in congedo e non sono stati “sistemati” presso questo o quell’organismo istituzionale o privato. Ad esempio, negli ultimi tempi, ho assistito a dichiarazioni molto forti da parte di generali ai più alti livelli, che, una volta congedatosi, le hanno cantate ai nostri governanti dicendo loro di aver buttato allo sbaraglio i nostri nella numerose missioni estere. Non sarebbe molto più forte la posizione di chi, invece, avendo oramai raggiunto il vertice mentre è ancora in servizio, affronta i politici con la lettera di dimissioni fra le mani. Mi dirai sicuramente che “morto un Papa, se ne fa un altro”.

Ma se anche il nuovo Papa così eletto in sostituzione del primo, che non ha avuto paura di affrontare i politici (quelli che hanno e continuano a tagliare miliardi di euro sulla formazione del personale, sull’adeguamento dei mezzi, che non danno alloggi ai propri uomini, che taglia di 30-40.000 persone l’organico – non sono solo numeri ma esseri umani – che era stato precedentemente fissato a 190.000, ma pretende, poi, di far parte dell’elite dei Paesi industrializzati e partecipare ai dividendi – commesse per i nostri industriali, petrolio ed altro) si dimette e così via discorrendo con gli altri sino a quando non prenderanno coscienza che un Paese ha diritto alla sua sicurezza e non ad un esercito di “straccioni”, mi sembra possa essere l’unica via di salvezza e mettere i politici di fronte ad un argomento che sinora non interessa.

Non si può dire e poi fare finta che non sia successo nulla. Sia chiaro, non sto assolutamente parlando di “Golpe”, non è la mia posizione. Siamo in democrazia e bisogna mettere in moto solo meccanismi pacifici e democratici e cosa c’è di più democratico di una “Dimissione eccellente” ?

C’è una leggenda metropolitana che racconta di un Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri che, quando il Ministro della Difesa gli prospettò che bisognava far entrare anche le “donne” nell’Arma, si tolse la sciabola e la posò sulla scrivania dicendo: “Fin quando sarò io il Comandante Generale, le donne non metteranno mai piedi nei Carabinieri”. Ma, forse, come tutte le leggende metropolitane anche questa è, appunto, una leggenda.
Ti saluto affettuosamente

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Un altro intervento suscitato dall’articolo INVESTIRE SULLA DIFESA che indica una strada per mettere le autorità politiche di fronte alla realtà delle esigenze dei militari. E’ un atteggiamento, quello delle dimissioni che forse non sempre paga. E proprio l’esempio ( che non conoscevo ) citato da Nunzio, paradossalmente, dimostra il contrario di ciò che lui voleva supportare.

Quel Generale dei Carabinieri ( mi pare il Gen. Corsini, ma non ne sono certo ) ha ottenuto l’effetto di rimandare un provvedimento, quello dell’ingresso delle donne nell’Arma , che poi successivamente è stato puntualmente introdotto, perché quella era la volontà politica.

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FRAMER


 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Gen.(r)par.Gian Giuseppe SANTILLO

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Siamo lieti che il nostro articolo su “Investire nella Difesa “ abbia suscitato l’interesse del Gen. Santillo al punto tale da stimolarlo ad approfondire l’argomento, scavando nelle motivazioni recondite delle separazioni esistenti , in fatto di valutazioni di politica-militare, tra appunto il mondo politico e quello militare.
Il dibattito e gli approfondimenti sugli argomenti che mettiamo sul tavolo costituiscono esattamente uno degli scopi che ci siamo proposti nell’avviare questo OSSERVATORIO.

Pubblichiamo quindi con piacere quanto il Gen. Santillo ci ha fatto pervenire ed auspichiamo, come da lui scritto, che ci faccia pervenire altre considerazioni su questo argomento e non solo.

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Quanto è stato appena riportato nell'Osservatorio circa la "differenza di vedute" - chiamiamola così - fra il senatore Galante e il Capo di SMD non è altro che un'ulteriore conferma della pluridecennale mancanza di interesse?/incapacità?/addirittura insipienza? dei Parlamenti e dei Governi italiani (indipendentemente dai loro orientamenti politici di fondo) sulle questioni inerenti alla Difesa.

Basta ricordare in proposito che oltre quattro lustri fa il defunto senatore Spadolini, Ministro della Difesa, che difficilmente poteva essere considerato antiatlantista, contro ogni impegno preso dall'Italia in merito (si sarebbe dovuto incrementare il bilancio della Difesa di un 3% annuo, se ricordo bene) decise di ridurre ulteriormente il già assai più basso tasso di incremento nonostante che dalle cinque "missioni interforze" da lui stesso definite risultasse evidente la necessità di riportarsi ai livelli concordati in ambito NATO.

E non era certo stato il primo ad adottare una decisione del genere, né è stato l'ultimo: il senatore Spadolini è stato solo un altro gradino di una scala che dai primi anni Sessanta ha portato le Forze Armate costantemente verso il basso.

I motivi di questo comportamento sono molteplici. Forse quello di base è da ricercare nel fatto che non sembrano essere presenti nei geni degli Italiani quelli correlati da un lato al rispetto del (vero e giustamente inteso) "bene comune" e dall'altro alla capacità organizzativa.

Resta il fatto che non mi sembra sia mai stato condotto in Parlamento un dibattito sul concetto di difesa (organizzata) dello Stato, nel quale inquadrare correttamente - come parte integrante e importante, anche se subordinata, la "difesa militare". In un Paese come la Finlandia, che per scelta ma anche per obbligo ha fatto della neutralità politica e militare il concetto fondante della sua politica, già vent'anni fa (quando ancora il confronto era semplicemente fra blocco NATO e blocco sovietico) era prassi normale per la maggioranza delle personalità di spicco del mondo economico, sociale e politico partecipare a corsi statali sulla difesa nazionale.

Adesso, con la necessità di far fronte a una situazione mondiale assai più complessa, l'unico Ente italiano che cerca di svolgere un'attività del genere in maniera organizzata, ma a un livello istituzionalizzato ben più contenuto, è il CASD, che fa parte e continua a essere percepito tuttora, giustamente da un lato, come emanazione del "mondo" militare.

Ci sono anche altre cause, a cominciare da quelle culturali che attraverso i secoli hanno regolarmente portato le varie componenti di quell'"espressione geografica chiamata Italia" a delegare quel tipo di problemi ad attori esterni, bande mercenarie o eserciti stranieri che fossero...

Ma torniamo all'oggi. Se, limitandoci all'Italia repubblicana, si volessero cercare i responsabili di una situazione del genere, la risposta serebbe semplicistica ma non poi troppo lontana dalla realtà: sicuramente gli organi di vertice dello Stato (ci sono stati Presidenti della Repubblica che nel loro settennato hanno convocato il Consiglio Supremo della Difesa una-due volte in tutto, contro una previsione normativa di una volta all'anno...), ma anche i vertici militari che fino all'inizio degli anni Ottanta potevano modificare in pratica a loro piacimento l'organizzazione delle Forze Armate (solo da Spadolini in poi il controllo su di loro è diventato più stringente) e non hanno saputo effettuare le scelte più opportune, e che solo in casi isolati hanno saputo rendersi conto che sarebbe stato meglio per tutti operare in accordo sui temi di fondo, anziché trincerarsi dietro una difesa "da retroguardia" (di per sé perdente, in prospettiva) degli interessi particolari della branca alla quale erano preposti.

Ma ora chi si ricorda che probabilmente i profondi cambi organizzativi intrapresi forzatamente nell'ultimo decennio (sulla base anche di valutazioni condotte da personalità esterne che ben poco conoscevano della realtà del mondo militare nazionale) avrebbero potuto esser evitati o per lo meno contenuti se in precedenza si fosse stati capaci di dare vero corpo alle modifiche organizzative di vertice previste con lungimiranza alla fine degli anni Sessanta, mai realizzate per una difesa miope e alla lunga improduttiva delle competenze dei Capi di Stato maggiore delle tre Forze Armate?

Ci sarebbero poi almeno altri due fattori di base di cui tener conto. Ma mi rendo conto di aver già messo "in onda" considerazioni che non saranno facilmente digeribili, per cui – a meno di un invito esplicito a proseguire - preferisco fermarmi qui.

Complimenti per la rubrica, e avanti così!

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FRAMER

 
 
 
 
   
INTERVISTA AL GENERALE MEARINI
Mercoledì, 21 Febbraio 2007

L'ANPd'I VISTA DAL PRESIDENTE NAZIONALE MEARINI





Nota del Gestore:


Ti trovi nella situazione di essere orgoglioso ( perché molti ti fanno i complimenti ) per avere lanciato questo OSSERVATORIO, poi ti rendi conto che devi pedalare duro, ora che hai voluto la bicicletta, per mantenere il livello qualitativo e mantenere l’interesse dei tanti che ti dedicano la loro attenzione. Ed allora a chi pensi di rivolgerti per soddisfare le aspettative dei tanti visitatori sicuramente coinvolti con il “ paracadute “? Ma sicuramente: al Comandante della Folgore ed al Presidente dell’ANPd’I.
Comandante, Signor Generale Fioravanti, caro Maurizio tra un po’, molto poco, arrivo……..





Il gen Mearini al Raduno di Belluno- Maggio 2006





Presidente, Signor Generale Mearini, caro Paolo, tu hai più tempo disponibile, ed allora, eccomi da te, memore della vecchia amicizia risalente ai tempi dell’Accademia quando, appena dismessi i pantaloni corti ancora non sapevamo che avremmo passato molti fortunati anni assieme nella Folgore e che saremmo divenuti “ fratelli di naja” per tutta la vita.





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Signor Generale, è passato quasi un anno dal momento della assunzione dell’incarico di Presidente della nostra Associazione. Sicuramente avrai fatto un tuo bilancio. Vuoi parlarne?


Respiro ancora e non ho nessuna intenzione di staccare la spina. La vita è bella. Ma voglio, anzitutto, ringraziarti per avermi offerto questo colloquio, che unisce il piacere di un incontro con un vecchio amico con l’opportunità di rivolgermi direttamente al popolo dei “cliccatori” di “congedatifolgore”, fra i quali mi ci metto anch’io. E’ un sito molto ben fatto, capace di tenere vivi, con immagini e notizie quotidiane, lo spirito paracadutistico e la vicinanza alle istituzioni militari.


Molto elegante e signorile che sia tu a farci questi complimenti. Infatti a volte si ha la sensazione che il sito possa in qualche modo essere in concorrenza con la rivista “Folgore”?

Assolutamente no. Sono due strumenti di comunicazione con caratteristiche completamente diverse e con funzioni ed obbiettivi diversi. Agile, svelto, modernissimo, “congedatifolgore” sfrutta l’impatto mediatico della notizia data a caldo, dello “scoop” e della reazione immediata ed istintiva del lettore. “Folgore”, invece, è una rivista mensile tradizionale, organo ufficiale e biglietto da visita dei Paracadutisti d’Italia. Con la sua visibilità periodica non effimera rappresenta il collante materiale dei soci sparsi per tutta Italia. Deve informare, commentare, riscaldare, dare un senso all’attività sociale, senza perdere d’occhio una strategia promozionale verso il mondo militare e la società civile. “Folgore” viene diffuso nelle aviotruppe e viene inviato a tutti i vertici delle Forze Armate. Arriva sul tavolo dei sindaci e delle autorità civili che hanno rapporti con noi. Molti ci vengono a conoscere attraverso un solo numero di “Folgore”. Ed è la prima impressione quella che conta.


Lasciami dire che personalmente ho molto apprezzato la decisione di riportare la Rivista alla cadenza mensile : per molti associati essa è l’unico contatto con l’Associazione.
Ma tu vuoi forse dire che “Folgore” deve essere un bollettino ufficiale sussiegoso ed ingessato?



Niente di tutto questo. La rivista è aperta ad interventi ed opinioni, purché attinenti al nostro mondo. Ma non può permettersi di fare da cassa di risonanza agli inevitabili spunti di conflittualità interne, che devono fisiologicamente svilupparsi e risolversi nell’ambito istituzionale dell’associazione.




il "Capitano" Paolo Mearini



Mi hai anticipato la domanda e mi stai dando la possibilità di portarti su quello che – io Presidente – era sicuramente un problema: la conflittualità. Effettivamente la conflittualità interna , che dall’esterno si percepisce ancora esistente, è un problema, se non il problema. Qual è la tua idea in proposito?


La conflittualità va accettata come elemento non sorprendente delle grandi come delle piccole comunità. La gestione della conflittualità è la più grande responsabilità dirigenziale. In proposito, vale la riflessione del filosofo e matematico francese Blaise Pascal. Se sei in disaccordo con uno, prova a guardare le cose dal suo punto di vista e troverai che non ha tutti i torti. Occorrono sintesi sulla base dei valori condivisi. Ma il modo migliore di controllare la conflittualità è impegnare tutti i soci nel deciso perseguimento degli scopi dell’Associazione.


Abbiamo sfiorato un punto cruciale: dove va l’Associazione?


L’Associazione va dove i soci la portano. Le sezioni sono le nostre unità operative. Godono di larga autonomia ed in genere sanno farne buon uso. Lo dimostrano gli ottimi risultati dell’anno scorso in tutti i settori di attività. Sta agli organi nazionali creare le condizioni perché le potenzialità periferiche possano svilupparsi in armonia con gli obbiettivi indicati dallo statuto. Siamo e vogliamo restare un’associazione d’arma. Ma le associazioni d’arma sono preoccupate di un futuro senza servizio di leva e con forze armate ridottissime. L’ANPd’I sente meno il problema perché ha attività diversificate, che vedono il loro fulcro nel paracadutismo. Anche se domani, che è anche un oggi, ci dovessimo espandere verso la protezione civile non potremmo mai prescindere da questa caratteristica fondamentale. Le nostre squadre di soccorso godrebbero della credibilità del basco amaranto. Addirittura potrebbero fare dell’aviolancio un mezzo d’intervento all’emergenza. Paracadutismo sempre e dovunque, anche come culto della memoria ed onore ai reduci. Paracadutismo come filo conduttore della storia dell’ANPd’I, che non è, non è mai stata e spero non sarà mai un’associazione d’arma come tutte le altre. L’ANPd’I è l’ANPd’I. Non vive di luce riflessa. Non segue, guida. Non chiede aiuto, lo dà.





Inaugurazione della Staffetta degli Ideali 2006. I primi chilometri fatti dal Presidente Andpi




Signor Generale…..non ti stai entusiasmando un po’ troppo? Così mi obblighi a “ tirarti la giacchetta “.........




Hai colto nel segno. Grazie per avermi stoppato. Meglio scendere da cavallo. Ci diceva il Gen. Angioni, in Libano, che fra l’epico ed il ridicolo il passo è breve. Ma la questione è essenziale. Il mio editoriale nell’ultimo “Folgore” verte sull’anima collettiva dell’ANPd’I. Quella in cui tutti i Paracadutisti d’Italia, uomini e donne, si riconoscono. Ho creduto di trovarla nell’aspirazione all’eroismo sull’esempio di El Alamein. Se questo è vero l’ANPd’I non può temere il futuro.


Se non mi avessi interrotto ti avrei spiegato perché ti ho “tirato la giacchetta “.
Io sono convinto, e forse non sono il solo, che non manchino segnali di crisi.


E’ vero. A ben vedere, l’ANPd’I ha sempre vissuto in una situazione di crisi permanente, registrando defezioni e scissioni. Però, guarda caso, chi si è allontanato si è perso nel nulla mentre l’ANPd’I è sempre qui a mantenere alto nella società civile il trinomio Patria – Paracadutismo – Memoria. L’ANPd’I è famosa, la trovi nelle enciclopedie sotto la voce paracadutismo, ha saputo costruirsi una propria tradizione, ha prestigio, riscuote ammirazione e sa guadagnarsi il rispetto. Non mi preoccupano le defezioni. Altri verranno finchè ci sarà un nocciolo duro raccolto attorno ai nostri valori. Chi si allontana fa un errore, perché rinuncia, per motivazioni contingenti, a una parte di se stesso.


C’è anche il fenomeno del proliferare di piccole associazioni di paracadutisti militari.

E’ una manifestazione di localismo e di campanilismo, destinata a rimanere circoscritta nell’ambito periferico, senza nessuna possibilità di acquistare il respiro nazionale ed il peso di una grande associazione. Questi paracadutisti preferiscono essere “ex” di qualcosa piuttosto che protagonisti di un’altra cosa. Sono, tuttavia, sempre paracadutisti. L’ANPd’I è vicina a tali associazioni e alla bisogna le sostiene, senza pretendere dai soci la doppia tessera.


Le piccole associazioni nascono specialmente da “ex” dei reparti della Brigata “Folgore”.
A mio parere sarebbe importante indagare a fondo quali sono i motivi che portano alle separazioni ed ai dissensi.
Ma come vanno i rapporti con la Brigata? E con le autorità militari in genere?


Direi molto bene. La Brigata, insieme all’Esercito, deve fare i conti con la penuria di risorse. I concorsi alle associazioni d’arma sono ormai ridotti all’osso. Ma la Brigata mantiene intatta la predisposizone alla collaborazione con noi. Ne sono prova i proficui contatti per l’aggiornamento della normativa sull’attività aviolancistica dell’ANPd’I d’interesse militare. Anche con i vertici delle Forze Armate i canali sono tutti aperti. Alla fine dell’anno scorso è stata sottoscritta la nuova convenzione per il quadriennio 2006-2009. Così è assicurato il conseguimento dei brevetti militari e l’addestramento paracadutistico per mezzo della nostra Associazione.


Solo contatti di natura tecnica e burocratica? Vorrei proprio che non fosse così !

No. Proprio no. I Paracadutisti in Armi sono il nostro riferimento costante. Sai benissimo l’amore incondizionato che nutriamo nei loro confronti. Alla Festa della Specialità, sulle tribune del pubblico i baschi amaranto dell’ANPd’I sono come uno specchio dei reparti schierati. Il sostegno alla Brigata in qualunque evenienza è un riflesso automatico.


La domanda era retorica. I Paracadutisti in Armi ed i Paracadutisti d’Italia sono le due facce della stessa medaglia. Una medaglia d’oro zecchino.
Un’ultima domanda. Cosa dici, per finire, al popolo dei “cliccatori” di “congedatifolgore”?



Mi sembra che anche questa sia una domanda retorica. Cosa posso dire io ai “cliccatori” se non accorrete in massa alla sezione più vicina ed iscrivetevi all’ANPd’I?

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Grazie, Signor Presidente.
Non rimane che fare alla nostra Associazione gli auguri più belli perché possa riuscire a coagulare in sé tutti coloro che in qualche modo, in guerra ed in pace, hanno avuto la fortunata ventura di indossare un paracadute, al fine di tenere sempre vivi i valori che il nostro Statuto ci indica.


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Sergente ( r ) paracadutista Carlo BUSATO.


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"Sono convinto che gli alti papaveri, compreso l'autore delle considerazioni in oggetto, abbiano sempre ritenuto inopportuno convocare chi la Riserva già la fa da anni, ufficiali, sottufficiali, e militari di truppa, per sentire da loro che aria tira, idee, realtà quotidiane, aspirazioni, disponibilità, e quant'altro si possa disquisire sull'argomento per il semplice fatto che si ritengono STAFF ADEGUATAMENTE TITOLATO PER LE VALUTAZIONI IN MERITO, non rendendosi conto che il “granus salis” abbonda anche alla base della piramide.

Ho letto le righe dell'articolo e il relatore non considera tantissime variabili che farebbero pendere l'ago della bilancia dall'altra parte.

E inoltre: perchè una valida testimonianza deve provenire per forza da un Generale ?

Fate attenzione perchè non è matematico che un manager sia avveduto solo perchè è un manager.

Gli altissimi Ufficiali fanno una carriera tutta rivolta al raggiungimeto dell'apice, pochissimi sanno cosa succede sotto, pochi sono degli ottimi organizzatori e ottimizzatori di strutture."


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Caro BUSATO,

intanto, se anche tu lo vuoi, da paracadutista a paracadutista, diamoci del "tu".

Grazie per la tua lettera e nessuna preoccupazione di essere polemico, come hai tenuto a precisare in una seconda tua lettera.

Quello che tu scrivi, per tua tranquillità, va proprio nella direzione di ciò che io avrei voluto evitare : "si tratta di un dialogo tra addetti ai lavori che puntualmente ricicciano tra loro sempre le stesse cose".

Era ed é il mio timore. E' proprio quello che io voglio evitare e in futuro sarò sempre più attento!

Ti debbo quindi una spiegazione : dovendo mettere sul tavolo argomenti di interesse generale, di politica-militare nazionale ed internazionale ho ritenuto di farlo chiedendo la collaborazione dei titolati esperti di cui hai letto le opinioni.


Chi meglio di Loi, già Comandante della Ibis, ci può presentare la "Somalia"?
Chi meglio di Fraticelli, già Consigliere militare di Kofi Annan ci può parlare dell'ONU?
Chi meglio di Cabigiosu ci può far riflettere sui problemi irakeni avendo ricoperto l’incarico di Consigliere militare a Bagdad?
Chi meglio dei Generali Ferrari e Santillo, per anni impegnati a studiare problemi ordinativi nello Stato Maggiore dell’Esercito, può disquisire sulla ipotesi della costituzione in Italia della Guardia Nazionale (attenzione: non “ Riserva “ come da te, forse, equivocato! ) ?
………e via così per altri colleghi che sto contattando per altri argomenti e che ancora oggi costituiscono un punto di riferimento per gli stessi Stati Maggiori sui temi che trattiamo anche noi e che tra l'altro vengono ricercati dalla stampa e invitati a prendere parte ai dibattiti televisivi, quali esperti opinionisti proprio su questi temi.
Che siano poi anche Generali, o che lo siano proprio per questa esperienza di anni di lavoro.....beh.....non è una colpa! Anzi.
Che ne pensi?

Ben venga, dopo questi interventi, il tuo parere e di chiunque altro ( paracadutista in servizio, già in servizio, visitatore interessato, visitatore di passaggio.......chiunque ! ) voglia correttamente contribuire a formare un pensiero che vogliamo poi fornire a chi , a livello politico e non, ha il potere di decidere.

Noi ( il Direttore del sito ed io ) vorremmo su determinati argomenti - la Guardia Nazionale, ad esempio - dire la "nostra", perché ci sentiamo competenti ed interessati anche quali potenziali utilizzatori.
E per "nostra" intendo la voce degli oltre 200.000 ex-folgorini che vorremmo far uscire dalla "tana" in cui si sono rifugiati e dispersi dopo la comune militanza con il paracadute sulle spalle e che, forse, aspettano l'occasione ed il modo per riemergere.

Ben vengano dunque le osservazioni di chiunque, meglio se in discordanza con le nostre, tanto le nostre già le conosciamo.

La serena saggezza di mia madre diceva : "occorre sentire sempre tutte le campane". Mi ripeto e assicuro : è quello che farò sempre.

La tua lettera, tra l’altro, mi ha anche aiutato a puntualizzare nuovamente gli intendimenti che ci proponiamo con questa rubrica : ti ringrazio anche per questo.

Rimango, allora, in attesa di un tuo contributo di pensiero su qualunque argomento tu ritenga.

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FRAMER


 
 
 
 
   
GUARDIA NAZIONALE. IL PARERE DEL GENERALE ( ART PAR) SANTILLO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



ROMA- Premesso che per un esame esauriente e “centrato” occorrerebbe disporre del testo integrale della proposta( le anticipazioni giornalistiche del Sen. Stiffoni non sono certamente esaurienti ) che, per quanto ci risulta , sarà presentato in Parlamento solo il 23 gennaio p.v..

Questa volta non solo ci siamo lanciati sull’attualità ma addirittura la stiamo anticipando.

Ci è parso opportuno, dopo l’intervista al Generale Giuliano FERRARI su questo argomento già pubblicata in questo stesso OSSERVATORIO, sentire il parere in merito del Generale ( r ) di C.A. paracadutista Gian Giuseppe SANTILLO.

L’ufficiale - oltre a vantare nel suo curriculum il Comando del 185° gruppo artiglieria della Folgore, il servizio quale Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca, il Comando della missione di peecekeeping ONU incaricata di controllare il confine kuwaitiano-irakeno dopo la prima guerra del Golfo – nel suo passato di servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito è stato per ben dodici anni il punto di riferimento unico per tutti i problemi di carattere ordinativo delle Forze.

Nessuno quindi più titolato di lui per esprimere un parere qualificato sull’ argomento della costituzione della Guardia Nazionale in Italia.





Nella sua analisi approfondita del testo – ripetiamo – non integrale, traspare un moderato auspicio a che il provvedimento possa essere concretizzato ma sono evidenziate anche le difficoltà insite nella potenziale realizzazione.

E ciò pure nella considerazione che avremmo dovuto trovare da tempo la via migliore per sfruttare in modo più razionale, conveniente e istituzionale le tante spinte di volontariato che ora sono frammentate in tanti rigagnoli..

E se solo lo Stato (o, adesso, anche le Regioni, però senza limitarsi a quelle del Nord e coinvolgendo anche quelle del Sud...) riuscisse a utilizzare come si potrebbe/dovrebbe le energie dell'UNUCI e delle varie Associazioni d'Arma (prime fra tutte l'ANA e l'ANPd'I, e l’Associazione Nazionale Carabinieri, ma anche le altre non vanno sottovalutate), avremmo forze che sarebbero utilissime in tante occasioni.


Ma affidiamoci finalmente alle competenti osservazioni del Gen. Santillo




La coerenza del d.d.l. con le norme costituzionali in vigore può essere determinata solo da specialisti del ramo. È comunque lecito chiedersi se sia conveniente affrontare un argomento del genere proprio in questo periodo: dal momento che la ripartizione di competenze e attribuzioni fra Governo nazionale e Giunte regionali non è ancora chiarissima, aggiungere questo nuovo argomento equivarrebbe a mettere altra legna verde a un fuoco che di suo fa già ora un bel po’ di fumo…

Come aspetto positivo va riconosciuto il desiderio di sfruttare per fini comuni le energie civili e le notevoli propensioni al volontariato che esistono in Italia.

E certo le potenzialità delle Associazioni d’Arma non sono utilizzate allo stesso livello riscontrabile in altri Paesi. Però, se tale situazione perdura da decenni nonostante le sollecitazioni che un po’ tutti i Presidenti delle Associazioni hanno fatto nei confronti di tanti Ministri della Difesa dei vari Governi che l’Italia ha avuto nell’ultimo mezzo secolo, è per lo meno opportuno interrogarsi sui motivi di fondo di codesto stato di cose.

Ciò premesso, nel progetto del d.d.l. si deve annotare l’assenza di una definizione chiara e univoca dello scopo che ci si propone: si parla di “guardia nazionale” in riferimento sia al cosiddetto “controllo del territorio” e sia alla “protezione civile”, settori ben diversi e affidati a Corpi ed enti diversamente organizzati e finalizzati.

Insomma, in caso di calamità il nuovo Corpo dovrebbe soccorrere le popolazioni colpite, fornendo collegamenti e comunicazioni, assistendo e sgombrando feriti e malati, fornendo acqua, viveri e ripari e così via, oppure impedire azioni di sciacallaggio, ruberie e soprusi? E in quali altri casi si dovrebbe prevedere il suo impiego, e con quali modalità di collegamento e/o affiancamento ai Corpi di Polizia già esistenti?

Le specificazioni fornite per il costituendo nuovo Corpo:

- avere “carattere di milizia”,
- essere organizzata in “reggimenti regionali… espandibili attraverso la mobilitazione” e prevedere l’inquadramento con ufficiali e sottufficiali tratti “ad hoc” dall’ Esercito (o dalle riserve dello stesso? non è chiaro),
- possedere un armamento leggero,
- essere posto alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa,
indicano come prevalente la seconda ipotesi, ma fanno sorgere altri problemi.

Rifarsi all’esistenza della guardia nazionale in altri Paesi è un argomento in apparenza allettante, specie quando si citano gli USA che hanno una profonda influenza in tutto il mondo (“lo hanno fatto loro e funziona, quindi possiamo farlo anche noi”), ma è fuorviante se non si approfondiscono a dovere similarità e differenze, per calettare sul caso nazionale gli elementi utili degli esempi esterni.

In particolare, se non si analizzano a fondo le tante differenze fra noi e gli altri (indifferentemente dal fatto che “gli altri” siano gli USA o qualsiasi altro Paese) in fatto di possibilità, limitazioni, esigenze e impostazioni, differenze dovute alle rispettive situazioni ambientali, organizzative, culturali, sociali, politiche ed economiche, anche il miglior esempio si rivela inutile – quando non diventa un boomerang - come si è verificato in tanti casi anche del recente passato.



Anche l’idea di basare l’ipotizzato nuovo Corpo su base volontaria e regionale è attraente a un’occhiata superficiale, ma comporta problemi non indifferenti – a cominciare dalla fattibilità effettiva - che può essere valutata solo una volta chiarito a quale scopo di preciso si intende puntare: solo sapendo che cosa fare si può decidere come farlo, in termini anzitutto di entità di personale (sarebbe interessante sapere come l’estensore del d.d.l. è arrivato a determinare una consistenza complessiva di 40.000 uomini in campo nazionale), equipaggiamento (l’armamento non basta certo!) individuale e collettivo, programmi di addestramento (“non più di un giorno alla settimana” sarebbe forse accettabile per un’or-ganizzazione a regime, ma non in fase di formazione e “rodaggio” del nuovo Corpo).

Non parliamo poi del problema fondamentale del finanziamento: chi pagherebbe per la costituzione/organizzazione/messa e tenuta in efficienza del nuovo Corpo, e quali e quante risorse andrebbero devolute ad esso? Limitarsi genericamente a prevedere una “retribuzione... identica a quella prevista su base giornaliera per le categorie corrispondenti del personale in servizio permanente effettivo” non dice assolutamente niente, senza contare che si tralascia di definire tutto il necessario “contorno” (equipaggiamento, mezzi e materiali, infrastrutture, materiali di consumo e così via).

E comunque, ipotizzando l’impiego dei reparti di Guardia Nazionale da parte dei Governatori delle Regioni, è impensabile che il Governo centrale si faccia carico dei costi e si disinteressi di tutto il resto.

Quanto appunto alle dipendenze, l’idea di affidare il comando centralizzato della Guardia Nazionale a un ufficiale generale dipendente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa (che lo indirizzerebbe “in relazione agli impieghi deliberati dal Consiglio dei Ministri”) e il comando “regionale” a tanti colonnelli quanti sono le Regioni e dipendenti ciascuno dai Governatori delle stesse, configura il peggior incubo di qualsiasi organizzazione gerarchica che tenga all’efficienza e all’efficacia: una duplice caso di “doppia dipendenza”.

Chi andrebbe a nozze in quell’ipotesi sarebbe solo uno: il caos.

Ma non solo, e qui si può già ora affermare che il progetto del d.d.l. pecca di coerenza con la nostra Costituzione.

Nel 1987-88 il Presidente della Repubblica istituì un’apposita Commissione che definisse inequivocabilmente, sulla base del dettato costituzionale, a quale Autorità spetterebbe il comando dello strumento militare in caso di guerra. La conclusione fu che – una volta sancito dal Parlamento lo stato di guerra – quel comando spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri, mentre al Presidente della Repubblica compete una funzione di “alta rappresentanza” e “comando morale” delle Forze Armate.
Evidentemente, all’estensore del d.d.l. un’inezia del genere è sfuggita, come è sfuggito anche il piccolo particolare che il Capo di Stato Maggiore della Difesa risponde al Ministro della Difesa e non al Consiglio dei Ministri , che oltre tutto è un organo collegiale.

In aggiunta, se spiace profondamente riconoscere che i secolari particolarismi ed egoismi italici continuano a sopravanzare qualsiasi (più o meno tenue) aspirazione a un “collante” comune, non è per questo accettabile configurare tante guardie nazionali quante sono le Regioni, come di fatto avverrebbe sulla base del d.d.l.. Se continuiamo a guardare solo alle differenze che esistono fra le varie aree geografiche del nostro Paese, invece di sforzarci a mettere l’accento su quello che le unisce, faremo la fine dei polli di Renzo Tramaglino che il grande Manzoni ha dipinto con tanta efficacia nella sua opera principale.

Ancora, il reclutamento su base volontaria non deporrebbe certo a favore della stabilità quantitativa e qualitativa dell’organizzazione.

E sarebbe per lo meno improvvido variare i compiti della Guardia Nazionale in funzione della sua entità, lasciata nel tempo all’arbitrio dei singoli: chi potrebbe assicurare la stessa e costante disponibilità di personale, se ci si affida solo alla volontà dei singoli? Chiedere alle Forze Armate, all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato (che già partono avvantaggiate da una buona esperienza in merito) quali difficoltà si incontrerebbero.

Senza contare che si dovrebbero stabilire (a cura di chi, dello Stato o delle varie Regioni?) criteri meno generici, più aggiornati e più pratici di quanto indicato: “i militari di leva cessati dal servizio senza demerito”:
1°) la leva non esiste più, e da qualche anno abbiamo solo volontari….;
2°) il “demerito” non potrebbe essere limitato al periodo del servizio militare (o forse sarebbero accettabili pregiudicati e condannati per reati compiuti al di fuori del servizio militare?);
3°) in particolare, nelle Regioni in cui continua a operare la criminalità organizzata occorrerebbe una cernita più attenta dei possibili componenti;
4°) le donne non potrebbero essere reclutate, non avendo mai fatto servizio di leva.

Insomma, a prescindere da qualsiasi implicazione riguardante il diritto costituzionale dello Stato italiano, l’idea illustrata nel d.d.l. Stiffoni è generica, non ben finalizzata, incompleta, non adeguatamente approfondita in elementi essenziali e irrealistica.

Se si vuole migliorare il “controllo del territorio” e/o la protezione civile, c’è un’altra via meglio percorribile anche se non del tutto agevole: migliorare la legislazione, l’organizzazione, le dotazioni di personale e di mezzi/equipaggiamenti e i finanziamenti delle Forze di Polizia e degli organi ed enti del Dipartimento della Protezione Civile. Giusto per indicare un possibile e anzi auspicabile miglioramento, perché non rifarsi al caso degli USA in fatto di forze di polizia? Eppure le loro tre forze esistenti (polizia di contea, polizia di Stato e FBI) esplicano, e bene, le attività che in Italia sono attribuite a cinque Corpi (Polizia di Stato, Polizia Stradale, Arma dei Carabinieri, Polizia Regionale e Polizia Urbana).

Anche solo secondo il buon senso si capisce che l’efficacia del coordinamento fra organizzazioni differenti, operanti nello stesso settore, è inversamente proporzionale al loro numero…

E’ forse molto più facile, rapido e redditizio, oltre che meno costoso complessivamente, migliorare quello che già esiste e di cui si conoscono pregi e difetti, che non impiantare ex novo un’altra organizzazione tutta da inventare (oltre tutto in un periodo di estrema limitatezza di risorse finanziarie a tutti i livelli), che nel suo funzionamento andrebbe poi a confliggere con il già esistente.


Nota del moderatore:

Evviva! Un buon numero di osservazioni e di considerazioni. Da condividere o da confutare, magari dopo la pubblicazione del testo integrale del d.d.l.

Il dibattito è aperto. Scrivetemi :ossconfolgore@alice.it


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
SOMALIA: INTERVISTA AL GENERALE BRUNO LOI
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


LA NUOVA ESCALATION CONFLITTUALE IN SOMALIA

Il Generale Loi ai tempi del suo comando del contingente Italiano in Somalia (1992-1993)




L’importanza geostrategica del Corno d’Africa da sempre fa della Somalia un importante terreno di confronto.

L’instabilità politica ed il caos militare , economico e sociale, che caratterizzano il Paese dai tempi della cacciata di Siad Barre ( 1991 ) hanno favorito la formazione di gruppi fondamentalisti islamici ( il più organizzato ed operativo: l’Ittad al Islami ) che, ispirati e finanziati da Ben Laden e protetti dal regime sudanese, fin dal 1992 si sono infiltrati in Somalia partecipando con le fazioni dei cosiddetti Signori della guerra alla lotta per la conquista del potere. Dapprima contenuti e rintuzzati dallo stesso Aidid, poi con lui alleati, infine , galvanizzati dal crollo delle due torri, rafforzati nell’organizzazione e nei mezzi e senza gli “impicci” di forze di intervento internazionali, con la denominazione di Corti islamiche, si presentano sulla scena militarmente forti e liquidano le litigiose fazioni proponendosi quali “salvatori della patria”.



Come tali, infatti, sono state salutate anche da alcuni osservatori internazionali forse abbagliati dal piglio moralizzatore e dalle dichiarazioni rassicuranti dei loro leaders o forse perché avevano finalmente tolto di mezzo i Signori della guerra aprendo la speranza a una soluzione duratura del problema somalo.
In realtà, il popolo somalo non ha affatto digerito la vittoria delle Corti islamiche e, pur di liberarsene, ha accettato l’ingerenza dell’Etiopia ( il vicino mai amato ) le cui forze armate, decisamente meglio organizzate ed equipaggiate di quelle somale e con il sostegno americano, hanno inferto una pesante sconfitta alle milizie islamiche costringendole a disperdersi.

Una situazione non definitiva la cui fluidità per i forti riflessi che può avere sullo scenario politico e politico- militare internazionale merita di essere seguita attentamente partendo proprio dalla conoscenza più approfondita di tutti i suoi aspetti noti e meno noti.

A livello nazionale pochi sono gli “esperti della Somalia” che possono essere all’altezza del Generale Bruno LOI, già Comandante della Folgore ed in particolare Comandante in Somalia della “ operazione Ibis “ ( cui ha anche dedicato un suo libro : “ Peace-Keeping, pace o guerra “ Ed. Vallecchi ).



Approfittando dell’amicizia che ci lega a lui dai tempi della comune militanza nella Folgore e consolidata nel tempo, gli abbiamo rivolto alcune domande sul tema “Somalia”.


Signor Generale LOI, è possibile ipotizzare uno scenario di stabilità per la Somalia , dopo la sconfitta delle Corti islamiche, o non piuttosto si deve temere un conflitto permanente di tipo irakeno?


Tutti, o quasi tutti, i somali maschi posseggono un’arma e sanno sfruttare le situazioni, il terreno ed il tempo per il raggiungimento dei propri scopi. E’ illusorio pensare che una vittoria sul campo aperto possa chiudere definitivamente la partita con i Signori della guerra o con le Corti islamiche. Come pure è illusorio pensare che l’ennesimo accordo che probabilmente seguirà il ritiro delle truppe etiopiche ( già considerate dai somali come truppe di occupazione ) possa avere migliore esito degli innumerevoli che l’hanno preceduto.

Un detto popolare recita : “ La Somalia contro il mondo, il clan contro la Somalia, la famiglia contro il clan, io e mio fratello contro la famiglia, io contro mio fratello”. E’ troppo facile, in questo contesto, pensare che la Somalia continuerà ad essere il teatro di uno scontro tribale perenne, ulteriormente complicato dalla presenza di un’ennesima fazione: le Corti islamiche.


Ritiene che un’altra iniziativa internazionale nell’area sotto l’egida dell’ONU o altro organismo internazionale potrebbe produrre risultati positivi e possibilmente definitivi?


Una iniziativa internazionale nell’area è già stata messa allo studio fin dai primi mesi dello scorso anno. Si è parlato di una forza di interposizione tutta africana sotto l’egida dell’OUA; a tutt’oggi, tuttavia, non si è concluso nulla. Meglio così, ritengo io, giacché senza l’accordo dei contendenti ( e dubito fortemente che le Corti islamiche lo concederebbero ) l’intervento di una forza internazionale rischierebbe l’insuccesso ( operazione Ibis docet ).

Aggiungo solo che non ritengo realistico pensare a un intervento in Somalia dei paesi occidentali ( già scottati ! ) e tanto meno della NATO ( già fin troppo impegnata nei Balcani ed in Afghanistan ).



Con i bombardamenti effettuati dagli USA in questi giorni, è stato effettuato un primo intervento diretto da parte di quel paese teso a colpire gli integralisti sospettati di legami con Al Qaeda. Quali possibili conseguenze vede all’estensione della guerra totale al terrorismo già in Afghanistan, poi in Iraq ed ora in Somalia?


Dopo l’attentato alle due torri, il Presidente Bush parlò molto chiaramente di guerra totale al terrorismo e disse anche che sarebbe stata molto lunga, dura e fuori dai canoni tradizionali dei conflitti internazionali.

Detto questo, sono del parere che l’unilateralismo con il quale gli Usa stanno affrontando le situazioni del nostro tempo, specie sul piano politico, non sia la formula migliore e che assai meglio sarebbe se la Comunità internazionale si facesse carico responsabilmente della gestione delle crisi nel mondo. Tuttavia se si vuole debellare davvero un nemico sfuggente e senza regole come Al Qaeda, temo che rispettando i canoni del diritto internazionale e attenendosi ai tempi professionali della diplomazia internazionale si faccia davvero poca strada e si offra all’avversario un grosso vantaggio e l’incoraggiamento a perseverare. Trovo, dunque, coerente l’intervento americano, atteso che la Somalia rientra nel novero dei “ santuari “ privilegiati da Al Qaeda e che la Comunità internazionale ha tempi di reazione lentissimi che non garantiscono la tempestività w l’efficacia degli interventi. Quanto alle conseguenze che potrà avere, penso che gli americani si guarderanno bene dall’impantanarsi in una guerriglia terrestre e si limiteranno a condurre azioni mirate e puntuali su obiettivi ben localizzati e paganti con operazioni aeree e delle forze speciali, lanciate dalle navi al largo di Mogadiscio, lasciando alle forze etiopiche ( più efficienti ) e a quelle governative somale ( meno affidabili ) il compito di acquisire il controllo del territorio.

Il pericolo di esplosione dell’intero Corno d’Africa non è comunque costituito dall’intervento USA, semmai è insito nei fenomeni endemici che agitano l’intera area: la litigiosità Etiopia-Eritrea ( con il forte sospetto che dietro le Corti islamiche si celi il regime eritreo ), l’inimicizia storica Etiopia-Somalia, il regime integralista sudanese, gli interessi a rischio di Uganda e Kenia ( forte pressione dei rifugiati alle frontiere ). E la “presenza attiva” americana in zona dovrebbe riuscire a scoraggiare chi volesse approfittare della fluidità della situazione per trarne vantaggi.


Signor Generale, quali sono i principali errori che furono commessi dalla missione internazionale UNOSOM che dovrebbero essere considerati nella eventualità di una nuova operazione in Somalia? E più in generale, cosa le è rimasto dell’esperienza “ Ibis “, dopo quattordici anni dalla conclusione di quella operazione?


L’operazione “ Ibis “ in Somalia è impressa nel mio cuore dal primo all’ultimo minuto ed ogni esperienza ( positiva o negativa ) che ne ho tratto ha per me un valore assoluto ed incommensurabile.

Sul piano og