MASS MEDIA E FORZE ARMATE - PARTE PRIMA
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



Abbiamo avuto l’opportunità, che ben volentieri abbiamo colto, di presenziare alla conferenza che Fausto Biloslavo, giornalista de “ Il Foglio “, ha tenuto presso il Centro Alti Studi Militari per la Difesa, dedicata in particolare ai frequentatori dell’Istituto Alti Studi della Difesa nel quadro del seminario dal titolo “ Scenario strategico del Mediterraneo allargato”.

La conferenza ha riguardato un tema “ MASS MEDIA E FORZE ARMATE NELLE OPERAZIONI MULTINAZIONALI” al quale siamo particolarmente interessati e sul quale abbiamo già avuto modo di cimentarci : un motivo in più per ascoltare dell’esperienza sul terreno di Biloslavo, un giornalista di guerra che da 25 anni fa questo mestiere in prima linea, a fianco dei soldati italiani e non.





Intanto, approfittando della cortesia dello stesso giornalista che ci ha fornito il testo della sua esposizione, vogliamo dedicarci a fornire a chiunque vorrà leggerci un resoconto necessariamente non breve......perchè nulla di ciò che abbiamo ascoltato è trascurabile.

Ecco allora che in questo primo nostro intervento riferiamo della “ EVOLUZIONE DELLE MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO NEI RAPPORTI CON I MEDIA.

In successivi altri due interventi riferiremo il pensiero di Biloslavo su LA SVOLTA DEGLI EMBEDDED ed ancora su EMBEDDED ALL’ITALIANA.

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Dunque, il primo argomento che l’oratore ha suddiviso in tre parti:
- I primi passi dal Libano '82 ai Balcani:
- Il corto circuito della Somalia;
- La guerra del Golfo del 1991.

Per introdurre l’argomento Biloslavo ha ricordato una frase di Sir Gamet Wolseley, un ufficiale dell’impero britannico che descrisse così i primi inviati di guerra “..questi nuovi figurini inventati ora in appendice agli eserciti, che mangiano a sbafo le razioni dei soldati e nemmeno sanno cosa sia il lavoro. In effetti, un vecchio motto del mondo giornalistico dice che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, ma per fare bene il giornalista di guerra occorre molto lavoro e coraggio oltre a trovare il giusto e non facile rapporto con le forze armate impegnate in missione. Puntualizza Biloslavo che questo rapporto, soprattutto in zona d’operazione, è un’ “arma” che fa parte del conflitto stesso.

Sviluppando l’argomento relativo ai primi passi dal Libano '82 ai Balcani, Biloslavo ha affermato che la guerra fredda non era ancora scongelata, ma nel 1982 i nostri soldati furono impiegati in una importante missione all’estero in Libano per cercare di pacificare il paese dei cedri dilaniato dalla guerra civile e dalla prima invasione israeliana provocata dagli attacchi palestinesi dai loro santuari libanesi. Fu il primo reportage all’estero, come fotografo ed è vivo – ha affermato - il ricordo degli M113 bianchi al comando dell’allora col. Angioni.

I rapporti con la stampa erano allora “ rudimentali “. Vecchie volpi del giornalismo di guerra come la Fallaci, tuttavia, avevano già fiutato la storia e non a caso ne venne fuori addirittura un libro famoso : Inshallah.

In questo primo periodo occorre evidenziare che i rapporti media/forze armate erano influenzati da fattori caratterizzanti quali:
- mancanza di una vera e propria figura professionale di Public information officer al seguito del contingente e tantomeno di una cellula di pubblica informazione in teatro;
- preconcetti da parte dei giornalisti nei confronti delle forze armate viste con sospetto, i cui resi affiorano ancora oggi, e viceversa;
- aspetto positivo della novità dell’impegnativa missione oltremare, dopo mezzo secolo di attesa del nemico alla “ soglia di Gorizia “;
- esercito di leva.

Passando poi a parlare del “ corto circuito della Somalia” Biloslavo ha affermato che la situazione è inizialmente migliorata, appunto in Somalia, con la missione “ Ibis “, dove i rapporti con la stampa furono meglio organizzati in teatro nonostante la difficile situazione operativa. Anche se il termine non esisteva ancora i giornalisti italiani hanno cominciato per la prima volta ad essere quasi “ embedded “ ( aggregati ) vivendo all’hotel a due passi dall’Ambasciata, protetti indirettamente dai nostri militari, utilizzando i vettori militari per recarsi in Somalia e seguendo le unità del contingente. Furono istituiti briefing giornalieri nei periodi più “ caldi “ e cominciò a passare una immagine diversa e nuova dei nostri militari. Per assurdo, grazie ai Caduti della tragica battaglia del check point Pasta, cominciava a passare il messaggio verso l’opinione pubblica, di un esercito nuovo e diverso impegnato in ambienti difficili. Si iniziava, piano piano, a ribaltare l’immagine della truppa chiusa in caserma a montare la guardia, come nella fortezza Bastiani, in attesa di un nemico dall’est che non c’era più.
Il cortocircuito scoppiò dopo, con il ritorno in Patria dei soldati impegnati in Somalia.
Uscirono su Panorama le prime foto e storie di sevizie o presunte tali. Scoppiò una vera e propria crisi comunicativa che azzerò quei timidi passi in avanti che si erano compiuti nella diffusione dell’immagine delle nostre forze armate impegnate all’estero.

A suo parere – afferma Biloslavo – avendolo vissuto sia con reportage sia in teatro sia durante l’aspra polemica su vere e finte rivelazioni di comportamenti che non rendevano onore ai nostri soldati, il caso Somalia rappresenta appunto “ un caso da manuale di impreparazione nei rapporti con i media “ perché le risposte ed i controlli sulle presunte rivelazioni, che uscivano a getto continuo, erano spesso inadeguate e talmente lente da renderle inutili.

Dopo il corto circuito della Somalia i rapporti tra media e forze armate all’estero tornarono a migliorare con le missioni nei Balcani, a cominciare dal delicato intervento alla fine della guerra in Bosnia.

Proprio nella ex Jugoslavia in dissolvimento, dove si temeva l’effetto in senso negativo, derivante dal fatto che colà si era combattuto durante la seconda guerra mondiale, il soldato italiano riusci a trasmettere l’immagine del militare preparato alla guerra ma dall’animo buono. Salvavamo i serbi nei quartieri di Sarajevo dati alle fiamme e le donne bosniache che finivano sui campi minati. Questa immagine è rimasta incollata addosso e forse è quella giusta in qualsiasi missione di peacekeeping. ( ndr: a questo proposito ci piace evidenziare di avere sentito esprimere, fuori dal testo, un concetto che riportiamo volentieri perchè lo condividiamo e lo ribadiamo da tempo : “ non esistono missioni di pace ma missioni di guerra per imporre o garantire la pace “ ).

Si intravedono allora le prime figure di addetto stampa e gli albori delle cellule di pubblica informazione. Il problema era che per timore di dire che se c’era bisogno dovevamo sparare, gran parte delle interviste con la stampa erano noiosi pistolotti su quanto eravamo bravi a portare le caramelle ai bambini! Questo è un problema ancora attuale che, prima o poi, andrà affrontato seriamente.

Il problema è che la stessa parola “ guerra “ rimane un tabù. Il timore per motivi ancestrali e politici di dire che facciamo la guerra divenne evidente con l’attacco ai serbi del 1999: bombardavamo come gli altri ma era quasi un segreto!

In compenso i serbi, con le pezze al sedere, erano abilissimi ad assestare duri colpi propagandistici utilizzando spesso i giornalisti occidentali. Il sistema – ricorda Biloslavo – era semplice e si basava su spregiudicatezza e celerità. Con un giro di telefonate ti convocavano davanti al centro stampa militare di Belgrado, ti caricavano su un autobus e ti spedivano nelle zone bombardate noncuranti dell’incolumità dei giornalisti ( anzi, se per sbaglio ci arrivava un missile era un colpaccio dal loro punto di vista ).

Negli anni novanta, infine, cominciando dalla guerra del Golfo del 1991, si iniziò a delineare la svolta nei reportage di guerra, ovvero il conflitto servito in diretta, grazie alle nuove tecnologie. La velocità delle notizie dalla prima linea, talvolta in tempo reale, come l’inizio dei bombardamenti di Bagdad nel 1991 ha stravolto non solo l’impatto del giornalismo di guerra, ma anche i rapporti fra media e forze armate sul terreno.

Di questo vedremo in seguito - conclude questa prima parte Biloslavo e noi con lui – ma due immagini ricorrono alla mente : quella del giornalista di guerra con candela e macchina da scrivere e quella con computerino e satellitare per descrivere la “ guerra in diretta “.Il tempo scorre davvero velocemente!



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A cura di FRAMER
Per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com



IL CURRUICULUM DEL GIORNALISTA BILOSLAVO


PARACADUTISTA brevettato presso la Sezione di Trieste.


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Fausto Biloslavo è nato a Trieste nel 1961.

Inizia l'attività giornalistica, a tempo pieno, come pubblicista
seguendo l'invasione israeliana del Libano nel 1982.

Nel 1983 è uno dei soci fondatori dell'agenzia stampa Albatros,
specializzata in reportage di guerra. Si è specializzato sui problemi socio politici dell'Africa e del medio Oriente con particolare attenzione all'Afghanistan, dove per un servizio sui mujaheddin (i partigiani islamici), viene catturato dai governativi e rimane nelle carceri di Kabul per quasi sette mesi (1988).

In occasione del definitivo ritiro delle truppe sovietiche, parte , ma dopo pochi giorni viene travolto da un camion militare che lo riduce in fin di vita (1989).

Torna all'estero, anche se non completamente ripresosi dall'incidente, per occuparsi dell'esplosiva situazione dei Balcani.

Ha collaborato con quotidiani e periodici nazionali ed internazionali:
il Corriere della Sera, il Giornale, l'Avvenire, Panorama, l'Europeo, il Sabato, Rivista italiana difesa, Qui Touring, Time-life, l'Express, Insight (magazine del Washington Times).

Ha realizzato produzioni televisive con: Nbc, Cbs, Ndr (televisione
tedesca), Rai, Tsi (televisione svizzera italiana), Canale 5, Italia 1, Antenna 3 (serie di 15 puntate sulle Guerre dimenticate), Tele 4
(emittente locale triestina).

E' uno dei pochi giornalisti italiani autorizzati a seguire le forze
americane in operazioni.

E' autore di diverse pubblicazioni e collabora a numerose testate
giornalistiche.


 
 
 
 
   
Mercoledì, 21 Febbraio 2007







LA SVOLTA DEGLI EMBEDDED


Cambia tutto con l’attacco all’Iraq del 2003

Se gli anni novanta hanno segnato l’inesorabile marcia verso la “ guerra in diretta “, l’attacco all’Iraq nel 2003 è la vera svolta nei reportage di guerra e nei rapporti con le forze sul campo.

Mi preme però – dice Biloslavo – fare un inciso sul fatto che l’11 settembre è stato pure un turning point per i servizi dalle aree calde.

Infatti, prima del 2001 io sono stato con i talebani poco dopo i missili lanciati da Clinton e non mi è successo nulla. Dopo l’11 settembre è diventato sempre più difficile, se non impossibile, realizzare quello che io chiamo “ il reportage perfetto”, ovvero andare da una parte e dall’altra del fronte, come avevo fatto diverse volte, in Africa, in Medio Oriente, in Afghanistan. Oggi seguire i talebani o gli insorti in Iraq è estremamente difficile e pericoloso, perché dopo l’11 settembre anche i giornalisti, molto più di prima, sono diventati a forza parte del conflitto più ampio fra civiltà che purtroppo si percepisce sotto traccia soprattutto in Medio Oriente.

I media sono diventati, in maniera sempre più affinata, un’ “arma” dei conflitti odierni da utilizzare da una parte e dall’altra e gli stessi giornalisti si sono “ estremizzati “ schierandosi sempre più nettamente e forse perdendo di vista il vecchio mestiere di cronista, che racconta i fatti e lascia da parte i commenti.

Con l’attacco alleato al regime di Saddam gli americani inaugurano la stagione degli “ embedded “ ( ndr. : letteralmente vorrebbe dire “ a letto con “. A noi piace : “ aggregati “ ),ovvero aprono per la prima volta dopo la guerra del Vietnam, le proprie unità ai rappresentanti dei media. I giornalisti vengono realmente aggregati alle unità, anche quelle combattenti ed in prima linea. Vivono con i soldati scavandosi la trincea, mangiando le Mre ( ndr.: Meal ready to eat, una sottospecie delle razioni K italiane ), assistendo alle azioni e talora crepando con loro. Una rivoluzione, con i PRO ed i CONTRO, che vedremo ma che accentua la “ guerra in diretta “ ed in qualche maniera aumenta l’influenza militare sui media.

Nel 2003 non mi accettarono ( ndr.: gli americani ) – ci dice ancora Biloslavo – come embedded ed allora decisi di entrare in Iraq dal Kuwait, al seguito delle truppe come unilateral, ovvero a mio rischio e pericolo, con un tesserino di accredito delle forze di coalizione, ma senza alcuna assicurazione di assistenza o disponibilità da parte delle unità in teatro. Rimango dell’idea che sia stata questa fra le esperienze di guerra più complete ed interessanti, dal punto di vista umano e professionale della mia vita, essendomi trovato ad “ operare “ a Bassora, Nassirya, Kut e Bagdad.


Embedded con il “Grande uno rosso “ nel triangolo sunnita.

Purtroppo la situazione in Iraq si è velocemente deteriorata ed oggi è estremamente pericoloso oltre che quasi impossibile e giornalisticamente poco fruttuoso girare da soli. Quindi la scelta di andare embedded è, soprattutto in certe zone, obbligata. Per questi motivi durante le elezioni dell’Assemblea costituente nel 2005 ho scelto - dice Biloslavo – di aggregarmi alla prima divisione di fanteria americana, il “ Grande uno rosso “ famoso per lo sbarco in Normandia e altre mille battaglie, dispiegata allora nel triangolo sunnita.

La diffidenza iniziale causata da un pignolo contratto di dieci pagine che bisogna firmare e dal timore di incappare in una pesante censura militare si dissolve quando arrivo in zona di operazioni.

Infatti, durante il periodo passato come embedded ho sempre scritto quello che volevo, senza alcuna censura, mi sono ritrovato in combattimento come mai avrei potuto immaginare se fossi stato da solo, nessuno non solo mi ha censurato, ma neppure ha controllato preventivamente una sola riga dei miei articoli. Senza i militari americani non avrei potuto realizzare un reportage sulle elezioni a Baquba, zona sia sciita sia sunnita nettamente superiore ai servizi dei colleghi rimasti non embedded a Bagdad che stavano chiusi in albergo o uscivano andando nei seggi indicati dal governo e dalla sicurezza.

Ovviamente la visione del giornalista embedded è limitata alla sua unità ed alla zona d’operazioni del reparto a cui é aggregato, ma un inviato di guerra racconta sempre piccole storie, fotografa situazioni limitate cercando di dare un senso alla grande storia che sta seguendo.


Volendo riepilogare la “ rivoluzione embedded “ comporta:

PRO :

- servizi in zone off limit;
- censura quasi inesistente ( a parte dettagli operativi come coordinate, numero preciso di truppe, identità prigionieri, generalità soldati uccisi, ecc……tutti non rilevanti giornalisticamente );
- con le truppe ovunque;
- protezione ed appoggio logistico.

CONTRO :

- solo una “ campana “;
- impossibilità di sganciarsi;
- manipolazione inconsapevole ( band of brothers );


Parleremo - dice Biloslavo - a seguire di EMBEDDED ALL’ITALIANA ( ndr. ; e noi riferiremo questo argomento nella TERZA PARTE ) : un termine, da me coniato perché le forze armate italiane, o meglio i Vertici della Difesa, pur avendo aperto moltissimo ai giornalisti, non hanno ancora superato completamente il guado. Per cui il concetto di embedded è molto più limitato rispetto agli alleati americani o britannici……..si tratta appunto di…….” embedded all’italiana ".


…………continua nella TERZA PARTE………


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
MASSMEDIA E FORZE ARMATE - TERZA PARTE
Mercoledì, 21 Febbraio 2007
MASSMEDIA E FORZE ARMATE: PARTE TERZA

......continua e termina il resoconto sulla conferenza di Fausto BILOSLAVO.


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EMBEDDED ALL'ITALIANA

Ho coniato questo titolo - dice Biloslavo - perché, come vedremo, le forze armate italiane, o meglio i vertici della Difesa, pur avendo aperto moltissimo ai giornalisti non hanno ancora superato completamente il guado. Per cui il concetto di embedded è molto più limitato rispetto agli alleati americani o britannici.... si tratta, appunto, di "embedded all'italiana".

L 'accesso ai teatri ed i rapporti con gli addetti stampa

L'accesso ai teatri di operazione è stato enormemente facilitato nel corso degli ultimi anni con l'utilizzo dei vettori militari, soprattutto per le aree più lontane e dove spesso non arrivano voli civili, come è capitato per un certo periodo a Kabul, per esempio. Purtroppo nei momenti di maggiore crisi, quando a mio parere sarebbe ancora più utile garantire un veloce accesso ad un selezionato numero di giornalisti, in base alla loro professionalità e preparazione in zone di guerra, il sistema va in tilt e si blocca. Un classico esempio, di cui parlerò più avanti, è stato il tragico evento della strage di Nassiryah.

La figura ormai istituzionalizzata dell'ufficiale della pubblica informazione e la sua presenza costante sul terreno, ovviamente è stato un grande passo in avanti ed è fondamentale per il lavoro del giornalista. Il contatto con questa figura viene mantenuto anche dopo il rientro in redazione per monitorare costantemente la situazione e avere notizie fresche in caso di crisi.
Purtroppo le forte limitazioni imposte ai PIO ( Pubblic Information Officer ). spesso dipendenti dalla sensibilità "politica" della missione e talvolta il fatto che vengono bypassati da Roma in caso di crisi, pone ancora delle limitazioni alla loro efficacia.

Inoltre mi ha colpito che gli americani hanno delle vere e proprie unità di Public information officer, mentre da noi non è ancora radicata questa scelta e mentalità strutturale.


Infine la preoccupazione di fondo del sistema di embedded all'italiana è che il giornalista abbia un pasto caldo, una branda comoda su cui dormire, ma assolutamente non deve dividere i veri pericoli di una missione con i soldati. In pratica solo per errore o per caso potrai trovarti in mezzo ad una vera azione di combattimento, come è capitato ad alcuni di noi, per esempio, a Nassiryah. Esattamente l'opposto dell'embedded originale che divide vita e morte, gioie e dolori, privazioni e non, con i soldati dell'unità a cui è aggregato.

Ovviamente questo differente approccio si riflette sulla bontà delle storie che il giornalista manda in onda o pubblica.

In definitiva questi sono i PRO ed i CONTRO dell'embedded all'italiana:

PRO :

- accesso ai teatri;
- vita comoda;
- disponibilità degli addetti stampa.

CONTRO:

- mancanza di unità specifiche di ufficiali della pubblica informazione e relative risorse;
- limitazioni imposte agli addetti stampa in teatro;
- impossibilità di seguire azioni "pericolose".



Analizziamo brevemente le missioni più recenti, o ancora in atto, delle forze armate italiane.
E mi sembra ovvio cominciare con quella appena conclusa in Iraq.

IRAQ

Uno degli eventi più dolorosi è stato sicuramente la strage di Nassiryah.

Come dicevo prima, nelle ore in cui cominciava a trapelare la notizia il sistema comunicativo delle forze armate è andato in tilt. Era ovvio che frotte di giornalisti avrebbero fatto qualsiasi cosa per raggiungere Nassiryah e così fu. Per fortuna la situazione non era ancora così grave come oggi e si rischiava poco a muovervi da soli, per esempio arrivando via terra dalia Giordania, ma sarebbe stato molto meglio far salire i giornalisti sui voli militari che aumentavano verso Nassiryah. Alla fine ci si riuscì, ma talvolta in ritardo e dopo estenuanti bracci di ferro. Sarà anche cinismo, ma una volta scattato l'attacco kamikaze, è meglio sfruttare l'onda emotiva della tragedia, convogliare i giornalisti in teatro e cercare di ribaltare una mazzata in un messaggio a favore del sacrificio dei nostri sodati. Il generale Ficuciello, che ha perso un figlio a Nassiryah, ha sostenuto che la tragedia abbia portato anche qualcosa di positivo, ovvero un risveglio della coscienza nazionale degli italiani. La marea di fiori all'altare della patria, il dolore, la commozione vera e le lunghe fila di cittadini alle camere ardenti lo hanno dimostrato.

Ulteriori ostacoli e difficoltà a seguire gli eventi capitarono in ogni battaglia dei ponti. I comandanti quasi si vergognavano a dire che sono statti sparati 1OOmila colpi, ovvero che c'era stata battaglia dura. Eppure i migliori pezzi li ho scritti con i racconti "senza se e senza ma, di chi poche ore prima aveva partecipato agli scontri con i miliziani sciiti dell'Esercito del Mhadi.

Se ero in Italia spesso i canali ufficiali via PIO si bloccavano, ma poi con un numero sotrin si arrivava sempre alla fonte amica che ti raccontava come stavano veramente le cose. E non succedeva nulla di irreparabile quando il giorno dopo usciva l'articolo, anzi.

Diciamoci la verità, il problema di fondo, comune a tutte le nostre missioni è che non si può dire che talvolta per “ mantenere la pace bisogna fare la guerra”. Invece se i giornalisti cominciassero a poter realizzare reportage seri in tal senso, a lungo andare il messaggio farebbe breccia sull’opinione pubblica.

Altro problema in Iraq, come in Afghanistan e per certi aspetti in Libano, è checon i media è sempre stata sovraesposto l'intervento umanitario delle lodevoli unità Cimic, Croce rossa militare, ecc., rispetto al resto. lo la chiamo la sindrome del volere dimostrare ad ogni costo che portiamo le caramelle ai bambini.

AFGHANISTAN

Sono stato innumerevoli volte in Afghanistan, ancora prima che arrivassero gli italiani, fin dai tempi dell'Armata rossa, ma nel 2003 ho dovuto sudare le proverbiali sette camice implorando il ministro della Difesa di lasciarmi andare a Khowst con la missione Nibbio. Una volta sul posto altra lotta per uscire in pattuglia o seguire qualche mini operazione. come l'attività di questa unità per l'acquisizione obiettivi, perché la zona vicina al confine con il Pakistan era ed è infestata da forze ostili.

Ovviamente non c'è stato verso di seguire una vera operazione anti guerriglia verso la frontiera pachistana. Eppure i razzi talebani li abbiamo beccati lo stesso sulla base Salerno dove era attendato il contingente. Oggi la situazione in Afghanistan è "politicamente" talmente delicata che reputo estremamente difficile riuscire a fare un reportage serio e completo con il nostro contingente.

LIBANO

In Libano la situazione è egualmente delicata a causa non solo di problematiche politiche nostrane, ma di una risoluzione dell'Orni che a mio parere lascia un po' a desiderare se vogliamo effettivamente evitare che il conflitto della scorsa estate si
ripeta.

Ho seguito lo sbarco del nostro contingente e posso dire che se da una parte mi trovavo di fronte ai soliti problemi già evidenziati in Iraq e Afghanistan, dall’altra il cappello dell’ONU facilita il lavoro dei giornalisti. Le Nazioni Unite hanno una politica molto aperta nei confronti dei media e in tal senso inviano direttive alla missione Unifil.

Prendo spunto dall'impegno militare in Libano per parlare di altre due questioni che riguardano da vicino i rapporti media/forze armate.

La prima è la terminologia, che talvolta aiuta ad arrampicarsi sugli specchi, ma crea problemi con i giornalisti. All'inizio riguardo, al problema del disarmo di Hezbollah non si capiva bene quale fosse il mandato dei caschi blu. Poi si è capito che spetterebbe all'esercito libanese trovare gli arsenali. Allora si pose il problema dei check point, i posti di blocco che gli italiani fanno, ma di fatto non possono fermare le macchine. Per questo motivo è stato coniato il termine "static point". Scrivere un articolo o dare una notizia in radio e tv presuppone innanzi tutto semplicità e chiarezza nel spiegare le cose, figuriamoci la differenza fra check point e static point ed il relativo problema del sequestro di armi. Si rischia di presentare il fianco a critiche anche pesanti.

La celerità e attinenza ai fatti in evoluzione è la seconda questione di cui volevo parlare. Mi è capitato, durante gli scontri di Beirut provocati da Hezbollah per aumentare la pressione della piazza sul governo Siniora, che hanno causato anche dei morti, di chiamare il nostro contingente nel sud del Libano per chiedere com'era la situazione, cosa pensavano. Il tentativo di allontanare qualsiasi barlume di pericolo dal sud, più calmo perché a stragrande maggioranza sciita, fece risponder e dall'altra parte del filo: "La situazione è tranquilla. In un paesino dove c'è una chiesa ci hanno invitato alla messa e a un concerto". A quel punto ho lasciato perdere.

Durante la sparatoria di pochi giorni fa fra israeliani e libanesi sul confine, il primo scontro serio dalla tregua, il generale Graziano, neo comandante di Unifil, che avevo conosciuto a Kabul, è stato pronto a rispondere poche ore dopo, anche se con poche parole. Una brevità dettata dalla delicatezza della situazione. Ma anche nel caso del comandante dell'Unirli, nonostante le direttive dell'ONU a favore della stampa, una richiesta di intervista più articolata è ancora inevasa.

Penso che la celerità con cui si usano le parole giuste con i giornalisti nei momenti di massima crisi sia fondamentale per inviare un messaggio immediato all’ opinione pubblica. Quasi sempre è impossibile ottenere dichiarazioni dirette, sensate e pubblicabili in tempo per la prossima edizione. Allora i giornalisti si affidano spesso alle informazioni, quasi mai controllate, delle agenzie, a fonti più o meno serie ed il risultato è di seconda mano, spesso impreciso e talvolta pericoloso, perché non fa altro che aumentare la confusione.

CONCLUSIONE

Abbiamo visto lo sviluppo dei rapporti con i media, i PRO ed i CONTRO della situazione attuale nelle nostre più importanti missioni.

Vorrei però concludere con quello che spero verrà fatto in futuro:

- bisogna superare l'embedded all'italiana permettendo ai giornalisti di seguire i nostri contingenti anche in missioni vere ed operative che possono ovviamente comportare qualche pencolo per la loro incolumità;

- in caso di grave crisi lo stato maggiore della Difesa deve essere in grado di "mobilitare" un gruppo preselezionato di giornalisti, scelti per la loro serietà professionale ed esperienza in teatri dì guerra, mettendoli in condizione di giungere velocemente in teatro e svolgere il proprio lavoro;

- cominciare a far passare il messaggio all'opinione pubblica, attraverso i giornalisti che frequentano spesso le aree "calde", che "per mantenere la pace talvolta è necessario fare la guerra";

- concedere sempre più maggiore autonomia ai Public information officer in teatro;

- dedicare più risorse e attenzione alla formazione degli addetti stampa e delle cellule di pubblica informazione presso i contingenti impegnati all'estero;

- accentuare i corsi di addestramento per i giornalisti che vogliono seguire i conflitti e le missioni italiane all'estero rendendoli il più realistici possibile.


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito wwwcongedatifolgore.com


 
 
 
 
   
DA PACS, A DICO, A DIDOCO, A CASINO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



Scrivevamo qualche tempo fa, in questo stesso nostro OSSERVATORIO, nell’articolo dal titolo COPPIE DI FATTO. GIA’ FATTO!?!?! che ci aspettavamo che entro febbraio, così un pò alla chetichella, ci saremmo trovati davanti a decisioni già prese dal Governo in merito ai problemi di convivenza sociale oggi all’ordine del giorno e sulla bocca di tutti.


Un Consiglio dei Ministri, cui uno dei ministri non ha partecipato motivando appunto l’assenza con il dissenso su un tema così rilevante - e questo Ministro é il titolare del Dicastero della Giustizia fortemente interessato a problemi sociali quali la regolarizzazione delle coppie di fatto, i così detti PACS - si è puntualmente pronunciato, con una fretta sospetta, sottraendo per ora alla discussione parlamentare un provvedimento che colà ha la sua sede corretta istituzionalmente.

Eravamo in grande confusione allora – chi vuole ci rilegga in quell’articolo citato – e lo siamo ancor più oggi dopo avere preso visione del testo del decreto legge partorito dal Consiglio dei Ministri, uscito per rimanere in tema parto, a volere essere generosi, " settimino ".

Volevamo capire ..…quale piattino ci si stesse preparando…… e ci eravamo impegnati a mantenerci attenti. Siamo rimasti attenti e tuttavia non abbiamo ancora capito quale piattino ci abbiano preparato. Ci proveremo, ma temiamo fortemente di non riuscire a capire.

Ci hanno comunque sicuramente “sparigliato le carte” e quelli che erano PACS ( Patti di Convivenza Sociale) oggi sono DICO ( DIritti dei COnviventi ), lo stesso acronimo della catena commerciale DICO ( DIscount COnvenienza ) che opera nell'area laziale.

Almeno avrebbero potuto chiamarli DIDOCO ( DIritti e DOveri dei COnviventi) giusto per ricordare che in una società e su un tema di questo genere esistono gli uni, appunto i diritti, ma anche gli altri, appunto i doveri, certo non meno importanti da evidenziare. Ma tant’è!

Per parte nostra, per riassumere il nostro punto di vista sul testo di legge per ora approvato con Decreto e che sarà discusso in Parlamento, proponiamo un emendamento almeno sul nome : proponiamo di denominare il provvedimento CASINO ( Convivenza Assolutamente Senza Identità Nella Omosessualità ).

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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CI PIACE ....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



La perdita di alcuni “ servitori dello Stato “, in tempi recenti ed anche meno recenti, ha messo avanti agli occhi di tutti comportamenti che non ritenevamo possibili e che, proprio per questo, ci hanno particolarmente colpito.

Ci riferiamo ai comportamenti pubblici di Berta Ficuciello, madre del Capitano caduto a Nassirya, di Rosa Calipari, moglie del funzionario del SISMI caduto a Bagdad, di Antonella e Giovanna Ciardelli, rispettivamente madre e moglie del Maggiore caduto in Iraq e, in questi giorni, di Marisa Raciti, moglie dell’ Ispettore di Polizia caduto a Catania.

Si è trattato di comportamenti pubblici che hanno messo in evidenza, durante le esequie dei congiunti, un modo di condursi, rispetto a chi le guardava o si trovava in rapporto con loro, tale da suffragare ogni convincimento che l’orgoglio – da loro ripetutamente espresso – di avere condiviso la vita terrena con un essere superiore fosse sentimento sincero, profondo e non solo dichiarato.

Ci piace evidenziare la loro dignità in pubblico davanti ad un dolore che solo loro sanno quanto grande.

Ci piace sottolineare come abbiano trovato atteggiamenti controllati, addirittura sereni, e di comprensione per i carnefici dei loro congiunti, evitando comunque di esprimere sentimenti di perdono che sarebbero stati sicuramente non sinceri.

Ci piace riportare le loro affermazioni determinate - .....non avrò pace senza giustizia.....provo pena, ma non perdono.....che la tua morte induca la società a cambiare.....la tua funzione educativa non sarà interrotta..... - che scaturiscono da una nobiltà d’animo patrimonio, purtroppo, di troppo pochi di noi.

Ci piace segnalare che, in taluni casi, queste donne hanno scelto, per onorare la memoria del congiunto, la via della beneficenza e del sostegno dedicandosi alla realizzazione di casa/ospedale per ospitare bambini provenienti proprio dai luoghi che hanno visto perire i loro congiunti.

Ci piace pensare che i loro comportamenti derivino dal contesto familiare nel quale vivono e nel quale sono state educate. L’ambiente, per essere chiari, di “servitori dello Stato“ consapevoli della loro funzione sociale.

Ci piace ritenere che proprio in virtù di questi comportamenti esse abbiano potuto trasmettere od anche solo rafforzare nei loro congiunti la consapevolezza dell' alta dignità del loro impegno sociale.

Ci piace, allora, contribuire a non fare sfuggire troppo presto questi pubblici comportamenti pieni di insegnamenti per tutti noi ed esprimere un profondo ringraziamento a queste nobili “ donne “ cui ci sentiamo in dovere di augurare, con tutto il cuore, che in privato, nella loro intimità familiare, abbiano potuto trovare tutte le lacrime finalmente liberatorie - di cui hanno il sacrosanto ed umano diritto - che in pubblico hanno saputo trattenere.

Ci piace, infine, pensare che il loro comportamento sia assolutamente in linea con quello che da loro avrebbero voluto i loro stessi congiunti Caduti.
Siate certe di questo, care Signore!

Grazie Signora Ficuciello, grazie Signora Calipari, grazie Signore Ciardelli, grazie Signora Raciti!

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO di www.congedatifolgore.com



 
 
 
 
   
AFGHANISTAN: SU COSA VOTA IL PARLAMENTO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007
PER SAPERE SU COSA VOTA IL NOSTRO PARLAMENTO




Avvicinandosi il momento della decisione parlamentare in merito al rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan, ci è parso molto opportuno cercare di riprendere alla mano le generalità della missione stessa ( l’ ISAF ), la missione ed il contributo nazionale.

Senza avere la pretesa di fornire un quadro esaustivo ( che d’altra parte può essere desunto dal sito del Ministero della Difesa, dal quale anche noi abbiamo attinto ) riteniamo che la sintesi che segue possa essere di interesse per i nostri visitatori/lettori affinché abbiano una visione corretta dell’impegno militare in quel Paese e di quanto il nostro Parlamento si accinge a votare, auspichiamo noi, con risultato favorevole al mantenimento della missione.
Con un pò di presunzione e non senza polemica, auspichiamo anche di potere essere di aiuto a qualche Parlamentare che si accinge a votare “ secondo disciplina di partito “ probabilmente senza avere nemmeno le idee sufficientemente chiare sul significato e le conseguenze del suo voto.

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ISAF ( International Security Assistance Force )




GENERALITA’


A seguito degli sviluppi della situazione politico-militare in Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato in data 20 dicembre 2001 la Risoluzione n. 1386 con la quale ha autorizzato il dispiegamento nella città di Kabul ed aree limitrofe di una Forza multinazionale denominata International Security Assistance Force (ISAF).
Lo schieramento di ISAF è avvenuto nel mese di gennaio 2002.




Nell'ambito della rotazione dei Comandi NATO nella condotta di ISAF, l'Italia, a partire dal 4 agosto 2005 e fino al 4 maggio 2006, ha assunto la leadership dell'ISAF , schierando in Afghanistan il Comando NRDC-IT (NATO Rapid Deployment Corps-Italy - Comando di Proiezione di Solbiate Olona ) ed i relativi supporti tattico-logistici al Comando del Generale di Corpo d'Armata Mauro DEL VECCHIO (COMISAF).

In base a quanto previsto, la missione in Afghanistan dovrà svolgersi attraverso 5 fasi:
FASE 1: Analisi e preparazione;
FASE 2: Espansione, suddivisa, a sua volta, in 4 tempi:
- 1° Stage: Area Nord;
- 2° Stage: Area Ovest;
- 3° Stage: Area Sud (entro la primavera del 2006);
- 4° Stage: Area Est (entro la fine del 2006);
FASE 3: Stabilizzazione;
FASE 4: Transizione;
FASE 5: Rischieramento.

In particolare, ogni Stage (al momento è completato il 3° Stage, della fase 2, ovvero espansione nell'area Sud) richiede la costituzione di una Forward Support Base (FSB) necessaria per fornire supporto operativo e logistico ai Provincial Reconstruction Team (PRT) presenti nella stessa regione. Tali PRT sono il "veicolo" più idoneo per creare in Afghanistan un ambiente stabile attraverso un processo di ricostruzione socio-economica dell'area.

Nell'ambito dello Stage II (area Ovest, capoluogo Herat) della missione NATO, l'Italia sta svolgendo il ruolo di Lead Nation del Regional Command West (RC-W) affidato al Generale di Brigata ( già Comandante della Folgore ) Antonio SATTA.




nella foto: il giorno di assunzione del Comando da parte del Gen B. Satta





MISSIONE>

La missione è quella di “condurre operazioni militari in Afghanistan secondo il mandato ricevuto, in cooperazione e coordinazione con le Forze di Sicurezza afgane ed in coordinazione con le Forze della Coalizione, al fine di assistere il Governo afgano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture di governo, estendere il controllo del governo su tutto il Paese ed assistere gli sforzi umanitari e di ricostruzione dello stesso nell’ambito dell’implementazione degli accordi di Bonn e di altri rilevanti accordi internazionali”.

In particolare, i principali compiti sono:
- sostenere le campagne d'informazione e dei media;
- supportare i progetti di ricostruzione, comprese le infrastrutture sanitarie;
- sostenere le operazioni di assistenza umanitaria;
- fornire assistenza ed aiuto alla riorganizzazione delle strutture di sicurezza della Interim Administration (IA);
- formare ed addestrare l'Esercito e le forze di polizia locali.
Le forze italiane in ISAF possono operare all’interno delle aree ovest e di Kabul o anche nord, mentre per gli impieghi al di fuori di esse è necessaria l’autorizzazione dei Vertici. Per quanto riguarda, tali impieghi, l’Italia si è impegnata a decidere in merito entro 72 ore dalla richiesta.

CONTRIBUTO NAZIONALE

Per l'Afghanistan è autorizzata la partecipazione complessiva di 1.938 militari italiani.

Il Senior National Representative (IT-SNR) è il Generale di Divisione Vincenzo LOPS.

Il Colonnello dell'Esercito italiano Antonio MAGGI è il Comandante del Contingente nazionale di stanza a Kabul (Italian National Contingent Commander).




COMPONENTE TERRESTRE

Attualmente la componente terrestre è configurata su:
- unità di supporto, che costituiscono l'Italian Task Force XIV (ITALFOR XIV - ISAF) al Comando del Colonnello Antonio MAGGI (dal 7 ottobre 2006) su base 7° Reggimento Alpini ;
- reparto logistico per il supporto tecnico, logistico e amministrativo;
- reparto trasmissioni;
- reparto per la protezione del HQ di ISAF;
- reparto NBC per il rilevamento e la bonifica di eventuali agenti chimici, biologici e radiologici;
- personale di collegamento e di staff inserito nella catena di Comando dell'operazione;
- reparto Multinational Engineer Group;
- unità di manovra (Battle Group 3) volta a mantenere la sicurezza nell'area del Regional Command Capital (RCC) -Kabul.

L'Italia detiene la guida del Battle Group 3, su base Battaglione Alpini "Feltre" del 7° Reggimento Alpini.

Nel quadro delle misure volte a favorire l'espansione nel sud dell'Afghanistan della missione ISAF della NATO, è presente ad Herat un Task Group di Forze Speciali italiane.

Il Task Group nazionale è schierato ad Herat, sede del RC West sotto comando italiano, ed opera nella parte meridionale e in quella settentrionale della relativa Regione. L'unità ha il compito di condurre attività informativa, nonché assistenza militare a favore delle Forze dell'Esercito afgano, tenendosi in misura di supportare queste ultime nella condotta delle proprie missioni.

Nell'ambito del Contingente ITALFOR XIII è inserito il Gruppo di Supporto di Aderenza (GSA), che assicura il supporto nazionale per i rifornimenti, il mantenimento ed i trasporti.

COMPONENTE AEREA

Presso l'Aeroporto Internazionale di Kabul, sono schierati 3 elicotteri AB-212 ed un Team della Marina Militare che costituisce la Task Force "Pantera", alle dirette dipendenze del Regional Capital Command (RCC)-KABUL nell'ambito di ISAF.
Inoltre, una componente aeronautica è schierata ad Al Bateen e costituisce il Reparto Distaccato della 46^ Aerobrigata (REPADIST 46^ AB) (fino a marzo 2006 denominato 7° ROA) con tre velivoli da trasporto C 130J (dislocati presso l'aeroporto militare di Al-Bateen - Emirati Arabi Uniti) e assicura il ponte aereo necessario al rischieramento ed al sostegno logistico.






COMPONENTE CARABINIERI

E’ presente un Reparto di Polizia Militare.

ALTRI CONTRIBUTI

Per il supporto alla Polizia doganale afghana, la Guardia di Finanza ha immesso presso il Regional Training Centre di Herat un Team di 10 uomini allo scopo di fornire al personale afghano, attraverso un iter addestrativo all'uopo predisposto, le capacità specifiche ritenute necessarie per la condotta di attività proprie della polizia doganale afgana (Border Police).

Come supporto della NATO alla ricostruzione dell’Afghan National Army (ANA), l’Italia ha offerto 3 Operational Mentoring and Liaison Teams (OMLT), che dalla metà di luglio 2006 si sono affiancati al Comando del 207° Corpo d’Armata ANA, di stanza ad Herat.

Nell'ambito del progetto tedesco per la ricostruzione della Polizia afgana (Afghan National Police - ANP), l'Italia ha reso disponibile un nucleo di Carabinieri.

A livello interforze, per il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana, è presente personale medico presso l'Aeromedical Staging Unit, in località AL BATEEN.

Per la ricostruzione del sistema giudiziario (progetto di cui l'Italia detiene la Lead) è impiegato un Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri quale consigliere giuridico per il funzionario del MAE, responsabile del progetto nell'area di Herat.


FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
CI SCRIVE ....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Grati per la tempestiva comunicazione, che ci piace considerare rispetto ed attenzione per il nostro impegno, pubblichiamo la lettera che il Segretario dell'ANPd'I, per conto della Presidenza Nazionale, ci ha inviato in risposta al nostro articolo dal titolo EX-PARACADUTISTA.

Lungi dal volerci mettere in polemica con la "nostra" Associazione, che ritiene non idonea la strada della azione legale per demolire il fazioso ed indegno modo di equiparare l'ex paracadutista ad un essere violento, quando va bene, e ad un delinquente spesso e pur accettando le motivazioni addotte alla decisione di non dare seguito legale a comportamenti non condivisibili e che la battaglia contro questi sarebbe...contro i mulini a vento...., noi continuiamo a pensare che non si debba seguire la filoofia del ....non curarti di loro, ma guarda e passa.....

Ecco, noi continuiamo a pensare che si debba fare qualcosa e vorremmo proprio farlo in sinergia con l'Associazione, per stroncare questo malvezzo.
Qualcuno vuole intervenire per darci suggerimenti?

FRAMER

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARACADUTISTI D’ITALIA


Segretario generale





Prot. SG/003- 2007 com.

Roma, 6/2/2007

A “OSSEVATORIO” DEL SITO CONGEDATI FOLGORE
OGGETTO: Risposta al signor generale Francesco Merlino.
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Caro Comandante,

nel condividere pienamente il Tuo rammarico e la Tua amarezza per quanto è avvenuto e ancora avviene sui mezzi di informazione e, recentemente, anche nelle fiction televisive, quando in qualche modo siano coinvolti paracadutisti in congedo e/o in servizio, mi corre l’obbligo di fare alcune precisazioni:

1. Un’attenta e scrupolosa visione del filmato trasmesso dalle reti MEDIASET, fatta da nostri legali e dai competenti organi dello SME, non ha rilevato, purtroppo, elementi sui quali poter fondare un ricorso nelle sedi legali, ricorso che, stando così le cose, produrrebbe solo un danno da aggiungere alla “beffa” già subita.

2. La stessa valutazione, ovviamente, è stata fatta per le affermazioni del TG2 in merito al fatto che il responsabile di un’azione delittuosa sia stato un “ex paracadutista” – cosa peraltro vera..

3. L’attuale dirigenza ANPD’I è molto sensibile in tema di tutela della propria immagine e di quella dei paracadutisti che rappresenta. Di recente, infatti, senza alcuna esitazione, è stata avviata un’azione legale nei confronti di un personaggio che ha diffamato, con atti scritti e ufficiali, inviati a varie autorità, enti e persone, l’Associazione e i suoi quadri dirigenziali. In quel caso, c’erano tutti gli elementi per intraprendere un’azione legale.

Nessuno, forse, più di me Ti può capire,

perché, in un recente passato, quando ancora ero in servizio, mi trovai praticamente DA SOLO, a cercare di contrastare le accuse, quelle sì infamanti, che venivano fatte nei confronti della “Folgore” per “esecrandi” fatti che sembravano essere avvenuti durante l’operazione in Somalia e che poi, in seguito, vennero riportati, da varie commissioni d’inchiesta e nelle aule giudiziarie, alle loro giuste proporzioni. Quella volta, ci rimisi anche di tasca.
Cordiali e camerateschi saluti

FOLGORE! NEMBO!

Par. Antonino Torre

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DEJA VU, DEJA ENTENDU
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Ci siamo già detti del nostro impegno a “ saltare sull’attualità “ e cerchiamo di mantenere l’impegno anche se talora la fatica è grande nel cercare di commentarla, dopo avvenimenti gravi come la guerriglia di Catania.

Esprimiamo, in primis, il nostro profondo cordoglio e la nostra solidarietà alla famiglia dell’Ispettore Filippo Raciti, ennesimo servitore dello Stato ucciso in servizio.

Per il resto, déjà vu, déjà entendu, già visto, già sentito! Niente di nuovo purtroppo!

Ma ancora una volta non possiamo esimerci dal formulare alcuni auspici e considerazioni.

Vorremo che dalla esecrazione e dalla condanna sulla bocca di tutti uscissero questa volta provvedimenti drastici e durissimi tali da ripensare completamente il “ calcio “, non per se stesso, per il suo mondo ma per quello che deve essere al di fuori di se stesso, cioè per noi tutti che vogliamo considerarlo ancora, nonostante tutto uno sport, un luogo di incontro e di distrazione per tanti ed un momento di crescita corretta per tanti giovani senza altri punti di riferimento.

Utopia la nostra? Auspici irrealizzabili? Temiamo fortemente di sì !

Lasciamo comunque ad altri approfondire e trovare le soluzioni: il problema si può risolvere, perché altri Paesi, già funestati dalla stessa violenza becera hanno saputo farlo, purchè ci si impegni con determinazione e senza tentennamenti.

Ma due aspetti ci portano addirittura oltre questo problema.

Il primo l’avere sentito autorevoli esponenti delle forze di polizia dichiarare - déjà entendu - che “ si è trattato di un deliberato e premeditato attentato alle forze dell’ordine “ alla ricerca voluta del morto a qualunque costo “ ci ha lasciato stravolti facendoci riflettere su una situazione sociale fortemente degenerata, estremizzata e senza ritorno. Povera la nostra gioventù, se è vero che la guerriglia è stata messa in campo soprattutto da minorenni! Quali valori le sono rimasti ? Solo quelli dell’odio e della violenza.

Il secondo poi, avere saputo di scritte sui muri - anche queste déjà vu - inneggianti alla morte del servitore dello Stato……..uno di meno!..........come ai tempi della Meloria nel 1971 …. tanti paracadutisti in meno!…..ci ha riaperto il dolore per ferite mai sopite, anche perché questi nuovi comportamenti ci fanno capire che pure i figli di quei beceri che scrissero sui muri di Livorno tali scritte ingiuriose, la pensano oggi allo stesso modo.

Ed infine una considerazione che ci deriva da un “cassetto della memoria “, come oggi si usa dire. E quindi déjà vu, anche questo.

Un servitore dello Stato, allora, a Genova, nel corso del G8, seduto nella sua jeep che si vede assalito da un energumeno intenzionato ad ucciderlo e che lo previene e gli pianta una pistolettata in fronte uccidendolo per salvare se stesso.

Un servitore dello Stato , oggi, a Catania, in un dopopartita di calcio, seduto nella vettura di servizio, che si vede assalito e che non trova il modo di reagire, rimanendo quindi ucciso.

Due episodi simili con una conclusione opposta.

Chissà se la convinzione di molti che considerarono allora ed ancora considerano vittima l’assalitore di Genova, non sia oggi almeno scalfita da questo nuovo episodio?!?!

Il nuovo sacrificio, questo ennesimo déjà vu, di un servitore dello Stato avrebbe almeno un senso.

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
EX PARACADUTISTA
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Sono anni che sai di avere fatto una scelta di vita consapevole, fatta di entusiasmo ed alla continua ricerca di valori puri che appagano i tuoi sentimenti sempre ispirati alla correttezza dei comportamenti onesti : quella di essere paracadutista!

Non sono passati molti anni da quando, lasciato il servizio attivo, non hai più potuto trasmettere ai tuoi paracadutisti militari – e di questo sei fortemente dispiaciuto - quelle convinzioni, quegli ideali e quei sentimenti : insomma non hai più la possibilità di trasmettere direttamente ai tuoi paracadutisti l’orgoglio della appartenenza ad un Corpo speciale, vivendo una esperienza militare il cui ricordo anziché appannarsi negli anni sarà sempre più rinvigorito.

E oggi ancora sei ben persuaso di non avere sbagliato la scelta per la tua vita e nemmeno nel profondere il tuo impegno educativo e formativo nei confronti dei tuoi collaboratori.

Ma da un po’ di tempo ti assalgono dubbi vomitevoli quando percepisci che uno stereotipo ormai consolidato associa il fatto di essere stato ( quindi ex ) paracadutista all’essere un disonesto, violento, prevaricatore della altrui volontà, assolutamente un poco di buono.

E questo lo percepisci appunto da un po’ di tempo, te ne rammarichi perché sai che non è giusto poi, con un punta di ignavia, t’incazzi ma lasci perdere.

Succede poi, come puntualmente rilevato dal nostro sito, che addirittura uno sceneggiato televisivo relativo al R.I.S. dei Carabinieri e passato sulla rete nazionale TV, quella a cui paghiamo il “canone” per intenderci e per questo destinata a dare un servizio pubblico, dovendo connotare due delinquenti li definisca con spregio come ex paracadutisti e li rappresenti con tatuaggi che richiamano visivamente il loro trascorso tra le aviotruppe.

Succede poi che nel corso del TG2 ( ore 18.05 del 1° febbraio 2005 ) per definire la malvagità di uno spregevole individuo dedito alla tratta delle badanti dalla Russia all’Italia non si trovi di meglio che precisare, ripetutamente, che si tratta di un ex-paracadutista.

Ci pare che si sia superato il limite e che sia ora per noi – ex paracadutisti congedati della Folgore – di fare qualcosa, di intervenire per correggere un andazzo che può divenire irreversibile.

Riteniamo che sarebbe necessaria una azione giudiziaria, almeno contro questi due episodi specifici e documentabili che potrebbe essere condotta:

- singolarmente, ma donchisciottianamente e quindi con scarsa possibilità di successo,

- collettivamente dal nostro sito ( appunto i congedati della Folgore ) ma senza avere la forza di una Associazione riconosciuta e quindi andando oltre la competenza;

- collettivamente da parte dell’ANPd’I, che tutti ci rappresenta, e che ha nel proprio statuto l’imperativo di “ difendere il paracadutismo “ in tutte le sedi ed i luoghi, oltre ad essere Ente Morale;

Allora avanti, Signor Presidente Nazionale!

Un rapido consulto telefonico ( a guadagno di tempo ) con la G.E.N. e via subito ( poi il Consiglio Nazionale confermerà, ci mancherebbe altro!) per una querela dettagliata e prodotta nella sede pertinente. Non manca qualche Avvocato, anche tra i Consiglieri Nazionali , per agire con determinazione e competenza.

Una decisione in questo senso ci appagherebbe, ed anche da sola ci porterebbe a considerare di avere un motivo in più per rinnovare immediatamente l’iscrizione per l’anno 2007.

A voi la palla , Presidenza Nazionale dell’ANPd’I. Ma non deludeteci!

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



Ci scrive.........il “POPOLO" ( circa 1.000 contatti al giorno ) DEI NOSTRI LETTORI”


Dopo un mese dall’avvio di questo “ OSSERVATORIO ”, oltre ai tanti e pur graditi complimenti, ci sono giunti, questi si graditissimi, suggerimenti e consigli che ci impongono di rispondere immediatamente anche se non possiamo farlo singolarmente.

Eccoli di seguito:

- Link dall’ " indice " direttamente sull’articolo di interesse : condividiamo l’utilità del collegamento diretto per “ prelevare dall’archivio “ il pezzo desiderato e assicuriamo che riteniamo di potere provvedere in tempi brevi.

- Argomenti non sempre pertinenti per il “ popolo dei congedati “ : abbiamo scritto che intendiamo “ saltare sull’attualità “ e quindi continueranno ad esserci argomenti di varia natura. Sappiamo che i nostri visitatori sono di diversa connotazione : portare tutti a conoscere anche problemi di interesse per i congedati, in particolare della Folgore, è uno degli scopi che ci siamo proposti.

- Gli interventi sono affidati al solito “Circolo riservato “ di Generali che se la cantano tra loro : obiezione accolta perché condivisa. Occorre spiegare tuttavia che, inizialmente, bisognava mettere sul tappeto in modo autorevole, ma soprattutto competente, gli argomenti di interesse per poi avviare un dibattito in grado di recepire il parere, qualunque parere, dei visitatori. Quindi avanti con gli interventi per condividere e soprattutto per controbattere quando è il caso!

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E i giovani, quelli in servizio in particolare, dove sono? Bella domanda, il difficile è dare la risposta. Anche noi ce lo chiediamo e vorremmo davvero che intervenissero i nostri giovani, in particolare quelli in servizio, per recepire il loro pensiero ed apprezzare le loro considerazioni e riflessioni. Prendiamo l’occasione per sollecitare interventi di questo tipo.

- Alcuni articoli sono talora “ prolissi “, di non facile lettura per chi vuole solo consultare e via……come usa oggi il popolo di internet : obiezione accolta, sarà un nostro impegno riuscire ad essere più diretti!

Ogni altro consiglio, suggerimento, osservazione………graditissimo! Basta cliccare qui sopra ossconfolgore@alice.it e stiamo in contatto. Grazie!

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FRAMER


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EROI DI OGGI, EROI DI IERI
Mercoledì, 21 Febbraio 2007




EROI DI OGGI ED EROI DI IERI






Troppe sono le occasioni in cui siamo costretti a considerare che, nostro malgrado, gli anni passano. Un tempo, nemmeno poi così lontano, avevamo un concetto di “eroe” molto preciso : il Pietro Micca che lancia la torcia accesa nell’ Arsenale di Torino e nella deflagrazione trova consapevolmente la morte, il nostro “ folgorino” Tenente Ferruccio Brandi che ad El Alamein si lancia dalla trincea contro i carri inglesi con una “molotov” in mano, il Salvo d’Acquisto che per salvare gli ostaggi presi dai tedeschi si offre unico responsabile di un attentato da lui non commesso…e così via!
Oggi, per meglio dire da un po’ di tempo, qualcosa è cambiato e questo concetto, a nostro parere, si sta annacquando.

Infatti sentiamo parlare e leggiamo …..di eroi del pallone, eroi delle fictions, eroi dei realitys, eroi dei cartoons…e così via, quotidianamente citati magari insieme agli eroi dissacrati di Nassirija! Niente di meglio per confonderci le idee, di per se stesse già non chiare.

Abbiamo dunque pensato che occorra fare un po’ di chiarezza, per noi sicuramente e forse per altri, ed allora ci siamo rivolti al nostro ex Ufficiale di complemento della Folgore, oggi professore ordinario di Filosofia del diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, appunto il Prof. Maurizio MANZIN, la cui disponibilità a collaborare con noi ci onora fortemente.

E chi meglio di lui ci può illuminare sul tema “eroi di oggi ed eroi di ieri”?


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EROI DI OGGI ED EROI DI IERI



di Maurizio Manzin

“Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti in quel film. Ed è vero: vi sono parole che possono diventare vere pietre dello scandalo, poiché si portano appresso contenuti di senso che suscitano polemiche, innalzano o abbattono destini, alimentano sedizioni…

Non poteva mancare all’appello, di questi tempi la parola “eroe”, che, un po’ come “patria” o “bandiera”, è stata tolta dai polverosi armadi in cui Brecht e i suoi epigoni sessantottini l’avevano cacciata. Ricordate? “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”, e via dissacrando.

In fondo è curioso che una società così poco “normale” come quella attuale, dove anche termini come “vita”, “famiglia”, “uomo”, “donna” hanno ormai assunto dei confini incerti, una società dove la trasgressione sembra la cifra dominante, aspiri a una normalità senza eroi.

“Eroe” richiama pugna, combattimento, sacrificio e quasi sempre –orrore!– guerra. Facile immaginare che si aspiri a sbarazzarsene. Ora, questo può avvenire in due modi principalmente: eliminando del tutto la parola a causa della sua impresentabilità, oppure desemantizzandola, cioè collegandola a significati del tutto diversi da quello originario (un eroe dei fumetti, un super-eroe, un eroe della comicità, un eroe del campionato, ecc.)

Qual è dunque questo significato originario?

Come tutti sanno, il concetto è di derivazione mitologica: l’eroe è il frutto di una congiunzione fra un essere divino e uno umano, un semidio. Ma già presso i Greci e i Romani il termine passa rapidamente a designare chiunque, uomo o donna, sia capace di gesti prodigiosi, di coraggio e tenacia tali da rischiare e – quasi sempre – offrire il sacrificio supremo della propria vita per condurre a termine un’impresa virtuosa. Anche nella tradizione biblica compaiono degli eroi: figure di profeti, re o condottieri che manifestano fra gli uomini la grandezza divina.

Direi però che l’aspetto più rilevante è quello pedagogico e didascalico: l’eroe, con il suo comportamento coraggioso e la sua abnegazione, diventa un modello per tutti gli altri uomini, sino al punto di assurgere a simbolo di un intero popolo (l’eroe eponimo). Forse il primo esempio di questo tipo di eroe nazionale è Gilgamesh, nel VII sec. a.C.

L’eroe porta dunque con sé riferimenti di un mondo – quello classico – che vedeva incarnate in lui le virtù civili della fedeltà alla stirpe, del coraggio, dello spirito di sacrificio. Egli è un semidio, un “oltreuomo” (non necessariamente nel senso nicciano) perché è capace di vivere e morire per ciò che supera la dimensione della finitezza, del qui-e-ora: una bandiera, una stirpe, un ideale… tutti elementi che oltrepassano la vita dei singoli e si proiettano virtualmente nell’eternità. Ecco perché all’eroe è associata la fama, intesa appunto come gloria imperitura. In definita, l’eroe rivela qualcosa d’immortale, la parte non caduca dell’uomo.

La civiltà borghese non ha ripudiato la figura mitologica dell’eroe, ma si è limitata a “secolarizzarla”, collegandola al suo universo di valori: patria, bandiera, servitù in armi e simili. L’eroe ha mantenuta intatta la sua funzione pedagogica e morale, semmai unita a doti di modestia, care al modello del cittadino, “uso obbedir tacendo” al cospetto della maestà dello Stato.

Nell’Italia dell’era Ciampi, dove termini quali “patria” e “tricolore” hanno riottenuto ufficiale cittadinanza, e nel mutato contesto delle Peace Support Operations, la parola “eroe” è stata rispolverata per tributare omaggio ai nostri Caduti nelle missioni d’Oltremare, soprattutto con e dopo Nassirya. Nell’occasione, il termine “eroe” ha ripreso il suo senso antico, collegato cioè al coraggio, al sacrificio, alla condizione militare.

Sotto questo aspetto, giudico positivamente l’impiego del termine, poiché addita un valore nello status militare: cosa che da lungo tempo era caduta nell’oblio. Nel momento dell’estremo sacrificio, la figura del soldato in armi torna ad essere segno di virtù civili e di decoro per la nazione. In parole povere, la sbornia hippy degli anni Sessanta e Settanta e quella pacifista dei Novanta, benché ancora politicamente rappresentata, non ha più l’esclusiva nei cuori delle persone.

Per altro verso, tuttavia, mi pare che l’uso corrente del termine rispecchi in parte il politically correct e la tendenza della società post-moderna ai “pensieri deboli”.

I nuovi eroi, infatti, non seguono più il modello romantico (quello, per intenderci, alla Enrico Toti: cuore e stampella oltre l’ostacolo, e via!, incontro a gloriosa morte), e neppure quello novecentesco (l’eroe silenzioso, l’umile folgorino di El Alamein o il taciturno alpino della ritirata di Russia), ma piuttosto il modello politicamente più presentabile del “volontariato”.

I soldati caduti nelle missioni di stabilizzazione sono “morti per cause di servizio”: su una mina, colpiti da proiettili vaganti, in incidenti stradali o di volo, in attentati. La loro condizione militare è scarsamente rilevante: sono considerati “eroi” anche le vittime delle Torri Gemelle o della stazione Atocha. Sono eroi perché, innocenti, sono morti o gravemente feriti. Ma ciò è sufficiente per considerarli tali?

È la situazione che fa l’eroe? Così sembra di capire. Il soldato, il poliziotto, il pompiere, il missionario, il volontario dell’ONG, il giornalista ecc. hanno accettato, per motivi considerati moralmente elevati, di porsi consapevolmente in una situazione di potenziale rischio. Sono “eroi” per una scelta previa. Qualcuno li ha definiti “eroi passivi”.

In passato, invece, l’eroismo comportava un atto subitaneo e irriflessivo, al limite irrazionale, segno – come dicevo prima – dell’irruzione del divino nell’umano. Come un innamoramento, come un’ispirazione poetica, come un’ebbrezza ( mania, la chiamavano i Greci ).

Oggi nel divino chi ci crede più veramente? In un mondo svuotato di riti e di miti, in cui gli stessi ministri del culto somigliano piuttosto a degli operatori sociali, in cui l’invisibile è bandito e la tecnica sembra imporre ovunque le sue ferree regole di efficienza, che spazio può avere il “bel gesto”, la “divina follia”, la stessa bellezza priva di ricadute concrete?

Direi, dunque, che l’“eroe passivo” esprime al meglio una visione del mondo, appunto, “debole”, incapace di sorreggersi se non su motivazioni razionali e “politicamente corrette”, su ideali che possono essere accettati solo se socialmente condivisi e opportunamente “tiepidi”. Eroi per un mondo che non ha bisogno, brechtianamente, di eroi.

Di fronte a quest’accezione del termine “eroe” possiamo assumere, a seconda delle inclinazioni personali, due atteggiamenti: quello del bicchiere mezzo pieno o quello del bicchiere mezzo vuoto. Possiamo dire: meglio così che niente; meglio un eroe per cause di servizio che una totale piattezza morale, meglio questo modello che quello dei calciatori e delle veline. Oppure possiamo ribellarci all’idea che un “eroe attivo” sia per forza di cose un pericoloso fanatico, e continuare a credere che le medaglie debbano decorare il petto (o il feretro) di chi davvero ha “superato se stesso” mostrando che l’uomo può essere una creatura di Terra e di Cielo, impasto – come ha scritto il filosofo Sergio Cotta – di finito ed infinito. Sono entrambi atteggiamenti rispettabili, a mio modo di vedere.

Quanto a noi, paracadutisti, che volete che si dica? Si sa, siamo quelli un po’ matti. A noi, con la terra ed il cielo, ci è sempre piaciuto avere familiarità!

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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com



 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007




Sergente ( r ) N.……………( Ci chiede di omettere il suo Cognome a noi, comunque, comunicato )


Carissimo Gen. Merlino,
innanzitutto mi permetta di salutarla e di ringraziarla per il tempo che dedica al sito. Anche se non sono un parà né in congedo, né in attività, mi considero della “famiglia”, anche per i miei trascorsi di sottufficiale del Genio. Ho letto la missiva del sergente (r) Carlo Busato e la tua risposta ( n.d.r. : il mio amico è in dubbio tra il “tu” ed il “Lei”. Vai pure con il “tu” che va benissimo, perché ti so ottimo amico del paracadutismo, e quindi, con un facile sillogismo, anche amico mio). Come sempre ritengo che la verità stia nel mezzo tra quello affermato dal sottufficiale e la tua risposta. Negli ultimi anni le condizioni dei nostri militari (delle tre armi, cioè) sono in continuo peggioramento. Le risorse che i precedenti Governi e questo ultimo hanno messo a disposizione delle nostre FF.AA. è assolutamente vergognoso. Il termine non vuole essere assolutamente offensivo ma fotografa l’attuale situazione. Ma quello che vorrei sottoporti è una domanda che mi frulla da molto tempo nella testa. Nel corso delle varie audizioni parlamentari o in occasione di convegni ed altro, i vertici delle nostre FF.AA. hanno detto ai nostri governanti che così non si può andare avanti. Ma, detto questo, la loro azione propositiva si ferma come davanti ad un muro di gomma, salvo riprendere vigore e forza una volta che sono andati in congedo e non sono stati “sistemati” presso questo o quell’organismo istituzionale o privato. Ad esempio, negli ultimi tempi, ho assistito a dichiarazioni molto forti da parte di generali ai più alti livelli, che, una volta congedatosi, le hanno cantate ai nostri governanti dicendo loro di aver buttato allo sbaraglio i nostri nella numerose missioni estere. Non sarebbe molto più forte la posizione di chi, invece, avendo oramai raggiunto il vertice mentre è ancora in servizio, affronta i politici con la lettera di dimissioni fra le mani. Mi dirai sicuramente che “morto un Papa, se ne fa un altro”.

Ma se anche il nuovo Papa così eletto in sostituzione del primo, che non ha avuto paura di affrontare i politici (quelli che hanno e continuano a tagliare miliardi di euro sulla formazione del personale, sull’adeguamento dei mezzi, che non danno alloggi ai propri uomini, che taglia di 30-40.000 persone l’organico – non sono solo numeri ma esseri umani – che era stato precedentemente fissato a 190.000, ma pretende, poi, di far parte dell’elite dei Paesi industrializzati e partecipare ai dividendi – commesse per i nostri industriali, petrolio ed altro) si dimette e così via discorrendo con gli altri sino a quando non prenderanno coscienza che un Paese ha diritto alla sua sicurezza e non ad un esercito di “straccioni”, mi sembra possa essere l’unica via di salvezza e mettere i politici di fronte ad un argomento che sinora non interessa.

Non si può dire e poi fare finta che non sia successo nulla. Sia chiaro, non sto assolutamente parlando di “Golpe”, non è la mia posizione. Siamo in democrazia e bisogna mettere in moto solo meccanismi pacifici e democratici e cosa c’è di più democratico di una “Dimissione eccellente” ?

C’è una leggenda metropolitana che racconta di un Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri che, quando il Ministro della Difesa gli prospettò che bisognava far entrare anche le “donne” nell’Arma, si tolse la sciabola e la posò sulla scrivania dicendo: “Fin quando sarò io il Comandante Generale, le donne non metteranno mai piedi nei Carabinieri”. Ma, forse, come tutte le leggende metropolitane anche questa è, appunto, una leggenda.
Ti saluto affettuosamente

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Un altro intervento suscitato dall’articolo INVESTIRE SULLA DIFESA che indica una strada per mettere le autorità politiche di fronte alla realtà delle esigenze dei militari. E’ un atteggiamento, quello delle dimissioni che forse non sempre paga. E proprio l’esempio ( che non conoscevo ) citato da Nunzio, paradossalmente, dimostra il contrario di ciò che lui voleva supportare.

Quel Generale dei Carabinieri ( mi pare il Gen. Corsini, ma non ne sono certo ) ha ottenuto l’effetto di rimandare un provvedimento, quello dell’ingresso delle donne nell’Arma , che poi successivamente è stato puntualmente introdotto, perché quella era la volontà politica.

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FRAMER


 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL....
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Gen.(r)par.Gian Giuseppe SANTILLO

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Siamo lieti che il nostro articolo su “Investire nella Difesa “ abbia suscitato l’interesse del Gen. Santillo al punto tale da stimolarlo ad approfondire l’argomento, scavando nelle motivazioni recondite delle separazioni esistenti , in fatto di valutazioni di politica-militare, tra appunto il mondo politico e quello militare.
Il dibattito e gli approfondimenti sugli argomenti che mettiamo sul tavolo costituiscono esattamente uno degli scopi che ci siamo proposti nell’avviare questo OSSERVATORIO.

Pubblichiamo quindi con piacere quanto il Gen. Santillo ci ha fatto pervenire ed auspichiamo, come da lui scritto, che ci faccia pervenire altre considerazioni su questo argomento e non solo.

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Quanto è stato appena riportato nell'Osservatorio circa la "differenza di vedute" - chiamiamola così - fra il senatore Galante e il Capo di SMD non è altro che un'ulteriore conferma della pluridecennale mancanza di interesse?/incapacità?/addirittura insipienza? dei Parlamenti e dei Governi italiani (indipendentemente dai loro orientamenti politici di fondo) sulle questioni inerenti alla Difesa.

Basta ricordare in proposito che oltre quattro lustri fa il defunto senatore Spadolini, Ministro della Difesa, che difficilmente poteva essere considerato antiatlantista, contro ogni impegno preso dall'Italia in merito (si sarebbe dovuto incrementare il bilancio della Difesa di un 3% annuo, se ricordo bene) decise di ridurre ulteriormente il già assai più basso tasso di incremento nonostante che dalle cinque "missioni interforze" da lui stesso definite risultasse evidente la necessità di riportarsi ai livelli concordati in ambito NATO.

E non era certo stato il primo ad adottare una decisione del genere, né è stato l'ultimo: il senatore Spadolini è stato solo un altro gradino di una scala che dai primi anni Sessanta ha portato le Forze Armate costantemente verso il basso.

I motivi di questo comportamento sono molteplici. Forse quello di base è da ricercare nel fatto che non sembrano essere presenti nei geni degli Italiani quelli correlati da un lato al rispetto del (vero e giustamente inteso) "bene comune" e dall'altro alla capacità organizzativa.

Resta il fatto che non mi sembra sia mai stato condotto in Parlamento un dibattito sul concetto di difesa (organizzata) dello Stato, nel quale inquadrare correttamente - come parte integrante e importante, anche se subordinata, la "difesa militare". In un Paese come la Finlandia, che per scelta ma anche per obbligo ha fatto della neutralità politica e militare il concetto fondante della sua politica, già vent'anni fa (quando ancora il confronto era semplicemente fra blocco NATO e blocco sovietico) era prassi normale per la maggioranza delle personalità di spicco del mondo economico, sociale e politico partecipare a corsi statali sulla difesa nazionale.

Adesso, con la necessità di far fronte a una situazione mondiale assai più complessa, l'unico Ente italiano che cerca di svolgere un'attività del genere in maniera organizzata, ma a un livello istituzionalizzato ben più contenuto, è il CASD, che fa parte e continua a essere percepito tuttora, giustamente da un lato, come emanazione del "mondo" militare.

Ci sono anche altre cause, a cominciare da quelle culturali che attraverso i secoli hanno regolarmente portato le varie componenti di quell'"espressione geografica chiamata Italia" a delegare quel tipo di problemi ad attori esterni, bande mercenarie o eserciti stranieri che fossero...

Ma torniamo all'oggi. Se, limitandoci all'Italia repubblicana, si volessero cercare i responsabili di una situazione del genere, la risposta serebbe semplicistica ma non poi troppo lontana dalla realtà: sicuramente gli organi di vertice dello Stato (ci sono stati Presidenti della Repubblica che nel loro settennato hanno convocato il Consiglio Supremo della Difesa una-due volte in tutto, contro una previsione normativa di una volta all'anno...), ma anche i vertici militari che fino all'inizio degli anni Ottanta potevano modificare in pratica a loro piacimento l'organizzazione delle Forze Armate (solo da Spadolini in poi il controllo su di loro è diventato più stringente) e non hanno saputo effettuare le scelte più opportune, e che solo in casi isolati hanno saputo rendersi conto che sarebbe stato meglio per tutti operare in accordo sui temi di fondo, anziché trincerarsi dietro una difesa "da retroguardia" (di per sé perdente, in prospettiva) degli interessi particolari della branca alla quale erano preposti.

Ma ora chi si ricorda che probabilmente i profondi cambi organizzativi intrapresi forzatamente nell'ultimo decennio (sulla base anche di valutazioni condotte da personalità esterne che ben poco conoscevano della realtà del mondo militare nazionale) avrebbero potuto esser evitati o per lo meno contenuti se in precedenza si fosse stati capaci di dare vero corpo alle modifiche organizzative di vertice previste con lungimiranza alla fine degli anni Sessanta, mai realizzate per una difesa miope e alla lunga improduttiva delle competenze dei Capi di Stato maggiore delle tre Forze Armate?

Ci sarebbero poi almeno altri due fattori di base di cui tener conto. Ma mi rendo conto di aver già messo "in onda" considerazioni che non saranno facilmente digeribili, per cui – a meno di un invito esplicito a proseguire - preferisco fermarmi qui.

Complimenti per la rubrica, e avanti così!

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FRAMER

 
 
 
 
   
INTERVISTA AL GENERALE MEARINI
Mercoledì, 21 Febbraio 2007

L'ANPd'I VISTA DAL PRESIDENTE NAZIONALE MEARINI





Nota del Gestore:


Ti trovi nella situazione di essere orgoglioso ( perché molti ti fanno i complimenti ) per avere lanciato questo OSSERVATORIO, poi ti rendi conto che devi pedalare duro, ora che hai voluto la bicicletta, per mantenere il livello qualitativo e mantenere l’interesse dei tanti che ti dedicano la loro attenzione. Ed allora a chi pensi di rivolgerti per soddisfare le aspettative dei tanti visitatori sicuramente coinvolti con il “ paracadute “? Ma sicuramente: al Comandante della Folgore ed al Presidente dell’ANPd’I.
Comandante, Signor Generale Fioravanti, caro Maurizio tra un po’, molto poco, arrivo……..





Il gen Mearini al Raduno di Belluno- Maggio 2006





Presidente, Signor Generale Mearini, caro Paolo, tu hai più tempo disponibile, ed allora, eccomi da te, memore della vecchia amicizia risalente ai tempi dell’Accademia quando, appena dismessi i pantaloni corti ancora non sapevamo che avremmo passato molti fortunati anni assieme nella Folgore e che saremmo divenuti “ fratelli di naja” per tutta la vita.





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Signor Generale, è passato quasi un anno dal momento della assunzione dell’incarico di Presidente della nostra Associazione. Sicuramente avrai fatto un tuo bilancio. Vuoi parlarne?


Respiro ancora e non ho nessuna intenzione di staccare la spina. La vita è bella. Ma voglio, anzitutto, ringraziarti per avermi offerto questo colloquio, che unisce il piacere di un incontro con un vecchio amico con l’opportunità di rivolgermi direttamente al popolo dei “cliccatori” di “congedatifolgore”, fra i quali mi ci metto anch’io. E’ un sito molto ben fatto, capace di tenere vivi, con immagini e notizie quotidiane, lo spirito paracadutistico e la vicinanza alle istituzioni militari.


Molto elegante e signorile che sia tu a farci questi complimenti. Infatti a volte si ha la sensazione che il sito possa in qualche modo essere in concorrenza con la rivista “Folgore”?

Assolutamente no. Sono due strumenti di comunicazione con caratteristiche completamente diverse e con funzioni ed obbiettivi diversi. Agile, svelto, modernissimo, “congedatifolgore” sfrutta l’impatto mediatico della notizia data a caldo, dello “scoop” e della reazione immediata ed istintiva del lettore. “Folgore”, invece, è una rivista mensile tradizionale, organo ufficiale e biglietto da visita dei Paracadutisti d’Italia. Con la sua visibilità periodica non effimera rappresenta il collante materiale dei soci sparsi per tutta Italia. Deve informare, commentare, riscaldare, dare un senso all’attività sociale, senza perdere d’occhio una strategia promozionale verso il mondo militare e la società civile. “Folgore” viene diffuso nelle aviotruppe e viene inviato a tutti i vertici delle Forze Armate. Arriva sul tavolo dei sindaci e delle autorità civili che hanno rapporti con noi. Molti ci vengono a conoscere attraverso un solo numero di “Folgore”. Ed è la prima impressione quella che conta.


Lasciami dire che personalmente ho molto apprezzato la decisione di riportare la Rivista alla cadenza mensile : per molti associati essa è l’unico contatto con l’Associazione.
Ma tu vuoi forse dire che “Folgore” deve essere un bollettino ufficiale sussiegoso ed ingessato?



Niente di tutto questo. La rivista è aperta ad interventi ed opinioni, purché attinenti al nostro mondo. Ma non può permettersi di fare da cassa di risonanza agli inevitabili spunti di conflittualità interne, che devono fisiologicamente svilupparsi e risolversi nell’ambito istituzionale dell’associazione.




il "Capitano" Paolo Mearini



Mi hai anticipato la domanda e mi stai dando la possibilità di portarti su quello che – io Presidente – era sicuramente un problema: la conflittualità. Effettivamente la conflittualità interna , che dall’esterno si percepisce ancora esistente, è un problema, se non il problema. Qual è la tua idea in proposito?


La conflittualità va accettata come elemento non sorprendente delle grandi come delle piccole comunità. La gestione della conflittualità è la più grande responsabilità dirigenziale. In proposito, vale la riflessione del filosofo e matematico francese Blaise Pascal. Se sei in disaccordo con uno, prova a guardare le cose dal suo punto di vista e troverai che non ha tutti i torti. Occorrono sintesi sulla base dei valori condivisi. Ma il modo migliore di controllare la conflittualità è impegnare tutti i soci nel deciso perseguimento degli scopi dell’Associazione.


Abbiamo sfiorato un punto cruciale: dove va l’Associazione?


L’Associazione va dove i soci la portano. Le sezioni sono le nostre unità operative. Godono di larga autonomia ed in genere sanno farne buon uso. Lo dimostrano gli ottimi risultati dell’anno scorso in tutti i settori di attività. Sta agli organi nazionali creare le condizioni perché le potenzialità periferiche possano svilupparsi in armonia con gli obbiettivi indicati dallo statuto. Siamo e vogliamo restare un’associazione d’arma. Ma le associazioni d’arma sono preoccupate di un futuro senza servizio di leva e con forze armate ridottissime. L’ANPd’I sente meno il problema perché ha attività diversificate, che vedono il loro fulcro nel paracadutismo. Anche se domani, che è anche un oggi, ci dovessimo espandere verso la protezione civile non potremmo mai prescindere da questa caratteristica fondamentale. Le nostre squadre di soccorso godrebbero della credibilità del basco amaranto. Addirittura potrebbero fare dell’aviolancio un mezzo d’intervento all’emergenza. Paracadutismo sempre e dovunque, anche come culto della memoria ed onore ai reduci. Paracadutismo come filo conduttore della storia dell’ANPd’I, che non è, non è mai stata e spero non sarà mai un’associazione d’arma come tutte le altre. L’ANPd’I è l’ANPd’I. Non vive di luce riflessa. Non segue, guida. Non chiede aiuto, lo dà.





Inaugurazione della Staffetta degli Ideali 2006. I primi chilometri fatti dal Presidente Andpi




Signor Generale…..non ti stai entusiasmando un po’ troppo? Così mi obblighi a “ tirarti la giacchetta “.........




Hai colto nel segno. Grazie per avermi stoppato. Meglio scendere da cavallo. Ci diceva il Gen. Angioni, in Libano, che fra l’epico ed il ridicolo il passo è breve. Ma la questione è essenziale. Il mio editoriale nell’ultimo “Folgore” verte sull’anima collettiva dell’ANPd’I. Quella in cui tutti i Paracadutisti d’Italia, uomini e donne, si riconoscono. Ho creduto di trovarla nell’aspirazione all’eroismo sull’esempio di El Alamein. Se questo è vero l’ANPd’I non può temere il futuro.


Se non mi avessi interrotto ti avrei spiegato perché ti ho “tirato la giacchetta “.
Io sono convinto, e forse non sono il solo, che non manchino segnali di crisi.


E’ vero. A ben vedere, l’ANPd’I ha sempre vissuto in una situazione di crisi permanente, registrando defezioni e scissioni. Però, guarda caso, chi si è allontanato si è perso nel nulla mentre l’ANPd’I è sempre qui a mantenere alto nella società civile il trinomio Patria – Paracadutismo – Memoria. L’ANPd’I è famosa, la trovi nelle enciclopedie sotto la voce paracadutismo, ha saputo costruirsi una propria tradizione, ha prestigio, riscuote ammirazione e sa guadagnarsi il rispetto. Non mi preoccupano le defezioni. Altri verranno finchè ci sarà un nocciolo duro raccolto attorno ai nostri valori. Chi si allontana fa un errore, perché rinuncia, per motivazioni contingenti, a una parte di se stesso.


C’è anche il fenomeno del proliferare di piccole associazioni di paracadutisti militari.

E’ una manifestazione di localismo e di campanilismo, destinata a rimanere circoscritta nell’ambito periferico, senza nessuna possibilità di acquistare il respiro nazionale ed il peso di una grande associazione. Questi paracadutisti preferiscono essere “ex” di qualcosa piuttosto che protagonisti di un’altra cosa. Sono, tuttavia, sempre paracadutisti. L’ANPd’I è vicina a tali associazioni e alla bisogna le sostiene, senza pretendere dai soci la doppia tessera.


Le piccole associazioni nascono specialmente da “ex” dei reparti della Brigata “Folgore”.
A mio parere sarebbe importante indagare a fondo quali sono i motivi che portano alle separazioni ed ai dissensi.
Ma come vanno i rapporti con la Brigata? E con le autorità militari in genere?


Direi molto bene. La Brigata, insieme all’Esercito, deve fare i conti con la penuria di risorse. I concorsi alle associazioni d’arma sono ormai ridotti all’osso. Ma la Brigata mantiene intatta la predisposizone alla collaborazione con noi. Ne sono prova i proficui contatti per l’aggiornamento della normativa sull’attività aviolancistica dell’ANPd’I d’interesse militare. Anche con i vertici delle Forze Armate i canali sono tutti aperti. Alla fine dell’anno scorso è stata sottoscritta la nuova convenzione per il quadriennio 2006-2009. Così è assicurato il conseguimento dei brevetti militari e l’addestramento paracadutistico per mezzo della nostra Associazione.


Solo contatti di natura tecnica e burocratica? Vorrei proprio che non fosse così !

No. Proprio no. I Paracadutisti in Armi sono il nostro riferimento costante. Sai benissimo l’amore incondizionato che nutriamo nei loro confronti. Alla Festa della Specialità, sulle tribune del pubblico i baschi amaranto dell’ANPd’I sono come uno specchio dei reparti schierati. Il sostegno alla Brigata in qualunque evenienza è un riflesso automatico.


La domanda era retorica. I Paracadutisti in Armi ed i Paracadutisti d’Italia sono le due facce della stessa medaglia. Una medaglia d’oro zecchino.
Un’ultima domanda. Cosa dici, per finire, al popolo dei “cliccatori” di “congedatifolgore”?



Mi sembra che anche questa sia una domanda retorica. Cosa posso dire io ai “cliccatori” se non accorrete in massa alla sezione più vicina ed iscrivetevi all’ANPd’I?

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Grazie, Signor Presidente.
Non rimane che fare alla nostra Associazione gli auguri più belli perché possa riuscire a coagulare in sé tutti coloro che in qualche modo, in guerra ed in pace, hanno avuto la fortunata ventura di indossare un paracadute, al fine di tenere sempre vivi i valori che il nostro Statuto ci indica.


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
CI SCRIVE IL
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Sergente ( r ) paracadutista Carlo BUSATO.


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"Sono convinto che gli alti papaveri, compreso l'autore delle considerazioni in oggetto, abbiano sempre ritenuto inopportuno convocare chi la Riserva già la fa da anni, ufficiali, sottufficiali, e militari di truppa, per sentire da loro che aria tira, idee, realtà quotidiane, aspirazioni, disponibilità, e quant'altro si possa disquisire sull'argomento per il semplice fatto che si ritengono STAFF ADEGUATAMENTE TITOLATO PER LE VALUTAZIONI IN MERITO, non rendendosi conto che il “granus salis” abbonda anche alla base della piramide.

Ho letto le righe dell'articolo e il relatore non considera tantissime variabili che farebbero pendere l'ago della bilancia dall'altra parte.

E inoltre: perchè una valida testimonianza deve provenire per forza da un Generale ?

Fate attenzione perchè non è matematico che un manager sia avveduto solo perchè è un manager.

Gli altissimi Ufficiali fanno una carriera tutta rivolta al raggiungimeto dell'apice, pochissimi sanno cosa succede sotto, pochi sono degli ottimi organizzatori e ottimizzatori di strutture."


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Caro BUSATO,

intanto, se anche tu lo vuoi, da paracadutista a paracadutista, diamoci del "tu".

Grazie per la tua lettera e nessuna preoccupazione di essere polemico, come hai tenuto a precisare in una seconda tua lettera.

Quello che tu scrivi, per tua tranquillità, va proprio nella direzione di ciò che io avrei voluto evitare : "si tratta di un dialogo tra addetti ai lavori che puntualmente ricicciano tra loro sempre le stesse cose".

Era ed é il mio timore. E' proprio quello che io voglio evitare e in futuro sarò sempre più attento!

Ti debbo quindi una spiegazione : dovendo mettere sul tavolo argomenti di interesse generale, di politica-militare nazionale ed internazionale ho ritenuto di farlo chiedendo la collaborazione dei titolati esperti di cui hai letto le opinioni.


Chi meglio di Loi, già Comandante della Ibis, ci può presentare la "Somalia"?
Chi meglio di Fraticelli, già Consigliere militare di Kofi Annan ci può parlare dell'ONU?
Chi meglio di Cabigiosu ci può far riflettere sui problemi irakeni avendo ricoperto l’incarico di Consigliere militare a Bagdad?
Chi meglio dei Generali Ferrari e Santillo, per anni impegnati a studiare problemi ordinativi nello Stato Maggiore dell’Esercito, può disquisire sulla ipotesi della costituzione in Italia della Guardia Nazionale (attenzione: non “ Riserva “ come da te, forse, equivocato! ) ?
………e via così per altri colleghi che sto contattando per altri argomenti e che ancora oggi costituiscono un punto di riferimento per gli stessi Stati Maggiori sui temi che trattiamo anche noi e che tra l'altro vengono ricercati dalla stampa e invitati a prendere parte ai dibattiti televisivi, quali esperti opinionisti proprio su questi temi.
Che siano poi anche Generali, o che lo siano proprio per questa esperienza di anni di lavoro.....beh.....non è una colpa! Anzi.
Che ne pensi?

Ben venga, dopo questi interventi, il tuo parere e di chiunque altro ( paracadutista in servizio, già in servizio, visitatore interessato, visitatore di passaggio.......chiunque ! ) voglia correttamente contribuire a formare un pensiero che vogliamo poi fornire a chi , a livello politico e non, ha il potere di decidere.

Noi ( il Direttore del sito ed io ) vorremmo su determinati argomenti - la Guardia Nazionale, ad esempio - dire la "nostra", perché ci sentiamo competenti ed interessati anche quali potenziali utilizzatori.
E per "nostra" intendo la voce degli oltre 200.000 ex-folgorini che vorremmo far uscire dalla "tana" in cui si sono rifugiati e dispersi dopo la comune militanza con il paracadute sulle spalle e che, forse, aspettano l'occasione ed il modo per riemergere.

Ben vengano dunque le osservazioni di chiunque, meglio se in discordanza con le nostre, tanto le nostre già le conosciamo.

La serena saggezza di mia madre diceva : "occorre sentire sempre tutte le campane". Mi ripeto e assicuro : è quello che farò sempre.

La tua lettera, tra l’altro, mi ha anche aiutato a puntualizzare nuovamente gli intendimenti che ci proponiamo con questa rubrica : ti ringrazio anche per questo.

Rimango, allora, in attesa di un tuo contributo di pensiero su qualunque argomento tu ritenga.

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FRAMER


 
 
 
 
   
GUARDIA NAZIONALE. IL PARERE DEL GENERALE ( ART PAR) SANTILLO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



ROMA- Premesso che per un esame esauriente e “centrato” occorrerebbe disporre del testo integrale della proposta( le anticipazioni giornalistiche del Sen. Stiffoni non sono certamente esaurienti ) che, per quanto ci risulta , sarà presentato in Parlamento solo il 23 gennaio p.v..

Questa volta non solo ci siamo lanciati sull’attualità ma addirittura la stiamo anticipando.

Ci è parso opportuno, dopo l’intervista al Generale Giuliano FERRARI su questo argomento già pubblicata in questo stesso OSSERVATORIO, sentire il parere in merito del Generale ( r ) di C.A. paracadutista Gian Giuseppe SANTILLO.

L’ufficiale - oltre a vantare nel suo curriculum il Comando del 185° gruppo artiglieria della Folgore, il servizio quale Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca, il Comando della missione di peecekeeping ONU incaricata di controllare il confine kuwaitiano-irakeno dopo la prima guerra del Golfo – nel suo passato di servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito è stato per ben dodici anni il punto di riferimento unico per tutti i problemi di carattere ordinativo delle Forze.

Nessuno quindi più titolato di lui per esprimere un parere qualificato sull’ argomento della costituzione della Guardia Nazionale in Italia.





Nella sua analisi approfondita del testo – ripetiamo – non integrale, traspare un moderato auspicio a che il provvedimento possa essere concretizzato ma sono evidenziate anche le difficoltà insite nella potenziale realizzazione.

E ciò pure nella considerazione che avremmo dovuto trovare da tempo la via migliore per sfruttare in modo più razionale, conveniente e istituzionale le tante spinte di volontariato che ora sono frammentate in tanti rigagnoli..

E se solo lo Stato (o, adesso, anche le Regioni, però senza limitarsi a quelle del Nord e coinvolgendo anche quelle del Sud...) riuscisse a utilizzare come si potrebbe/dovrebbe le energie dell'UNUCI e delle varie Associazioni d'Arma (prime fra tutte l'ANA e l'ANPd'I, e l’Associazione Nazionale Carabinieri, ma anche le altre non vanno sottovalutate), avremmo forze che sarebbero utilissime in tante occasioni.


Ma affidiamoci finalmente alle competenti osservazioni del Gen. Santillo




La coerenza del d.d.l. con le norme costituzionali in vigore può essere determinata solo da specialisti del ramo. È comunque lecito chiedersi se sia conveniente affrontare un argomento del genere proprio in questo periodo: dal momento che la ripartizione di competenze e attribuzioni fra Governo nazionale e Giunte regionali non è ancora chiarissima, aggiungere questo nuovo argomento equivarrebbe a mettere altra legna verde a un fuoco che di suo fa già ora un bel po’ di fumo…

Come aspetto positivo va riconosciuto il desiderio di sfruttare per fini comuni le energie civili e le notevoli propensioni al volontariato che esistono in Italia.

E certo le potenzialità delle Associazioni d’Arma non sono utilizzate allo stesso livello riscontrabile in altri Paesi. Però, se tale situazione perdura da decenni nonostante le sollecitazioni che un po’ tutti i Presidenti delle Associazioni hanno fatto nei confronti di tanti Ministri della Difesa dei vari Governi che l’Italia ha avuto nell’ultimo mezzo secolo, è per lo meno opportuno interrogarsi sui motivi di fondo di codesto stato di cose.

Ciò premesso, nel progetto del d.d.l. si deve annotare l’assenza di una definizione chiara e univoca dello scopo che ci si propone: si parla di “guardia nazionale” in riferimento sia al cosiddetto “controllo del territorio” e sia alla “protezione civile”, settori ben diversi e affidati a Corpi ed enti diversamente organizzati e finalizzati.

Insomma, in caso di calamità il nuovo Corpo dovrebbe soccorrere le popolazioni colpite, fornendo collegamenti e comunicazioni, assistendo e sgombrando feriti e malati, fornendo acqua, viveri e ripari e così via, oppure impedire azioni di sciacallaggio, ruberie e soprusi? E in quali altri casi si dovrebbe prevedere il suo impiego, e con quali modalità di collegamento e/o affiancamento ai Corpi di Polizia già esistenti?

Le specificazioni fornite per il costituendo nuovo Corpo:

- avere “carattere di milizia”,
- essere organizzata in “reggimenti regionali… espandibili attraverso la mobilitazione” e prevedere l’inquadramento con ufficiali e sottufficiali tratti “ad hoc” dall’ Esercito (o dalle riserve dello stesso? non è chiaro),
- possedere un armamento leggero,
- essere posto alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa,
indicano come prevalente la seconda ipotesi, ma fanno sorgere altri problemi.

Rifarsi all’esistenza della guardia nazionale in altri Paesi è un argomento in apparenza allettante, specie quando si citano gli USA che hanno una profonda influenza in tutto il mondo (“lo hanno fatto loro e funziona, quindi possiamo farlo anche noi”), ma è fuorviante se non si approfondiscono a dovere similarità e differenze, per calettare sul caso nazionale gli elementi utili degli esempi esterni.

In particolare, se non si analizzano a fondo le tante differenze fra noi e gli altri (indifferentemente dal fatto che “gli altri” siano gli USA o qualsiasi altro Paese) in fatto di possibilità, limitazioni, esigenze e impostazioni, differenze dovute alle rispettive situazioni ambientali, organizzative, culturali, sociali, politiche ed economiche, anche il miglior esempio si rivela inutile – quando non diventa un boomerang - come si è verificato in tanti casi anche del recente passato.



Anche l’idea di basare l’ipotizzato nuovo Corpo su base volontaria e regionale è attraente a un’occhiata superficiale, ma comporta problemi non indifferenti – a cominciare dalla fattibilità effettiva - che può essere valutata solo una volta chiarito a quale scopo di preciso si intende puntare: solo sapendo che cosa fare si può decidere come farlo, in termini anzitutto di entità di personale (sarebbe interessante sapere come l’estensore del d.d.l. è arrivato a determinare una consistenza complessiva di 40.000 uomini in campo nazionale), equipaggiamento (l’armamento non basta certo!) individuale e collettivo, programmi di addestramento (“non più di un giorno alla settimana” sarebbe forse accettabile per un’or-ganizzazione a regime, ma non in fase di formazione e “rodaggio” del nuovo Corpo).

Non parliamo poi del problema fondamentale del finanziamento: chi pagherebbe per la costituzione/organizzazione/messa e tenuta in efficienza del nuovo Corpo, e quali e quante risorse andrebbero devolute ad esso? Limitarsi genericamente a prevedere una “retribuzione... identica a quella prevista su base giornaliera per le categorie corrispondenti del personale in servizio permanente effettivo” non dice assolutamente niente, senza contare che si tralascia di definire tutto il necessario “contorno” (equipaggiamento, mezzi e materiali, infrastrutture, materiali di consumo e così via).

E comunque, ipotizzando l’impiego dei reparti di Guardia Nazionale da parte dei Governatori delle Regioni, è impensabile che il Governo centrale si faccia carico dei costi e si disinteressi di tutto il resto.

Quanto appunto alle dipendenze, l’idea di affidare il comando centralizzato della Guardia Nazionale a un ufficiale generale dipendente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa (che lo indirizzerebbe “in relazione agli impieghi deliberati dal Consiglio dei Ministri”) e il comando “regionale” a tanti colonnelli quanti sono le Regioni e dipendenti ciascuno dai Governatori delle stesse, configura il peggior incubo di qualsiasi organizzazione gerarchica che tenga all’efficienza e all’efficacia: una duplice caso di “doppia dipendenza”.

Chi andrebbe a nozze in quell’ipotesi sarebbe solo uno: il caos.

Ma non solo, e qui si può già ora affermare che il progetto del d.d.l. pecca di coerenza con la nostra Costituzione.

Nel 1987-88 il Presidente della Repubblica istituì un’apposita Commissione che definisse inequivocabilmente, sulla base del dettato costituzionale, a quale Autorità spetterebbe il comando dello strumento militare in caso di guerra. La conclusione fu che – una volta sancito dal Parlamento lo stato di guerra – quel comando spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri, mentre al Presidente della Repubblica compete una funzione di “alta rappresentanza” e “comando morale” delle Forze Armate.
Evidentemente, all’estensore del d.d.l. un’inezia del genere è sfuggita, come è sfuggito anche il piccolo particolare che il Capo di Stato Maggiore della Difesa risponde al Ministro della Difesa e non al Consiglio dei Ministri , che oltre tutto è un organo collegiale.

In aggiunta, se spiace profondamente riconoscere che i secolari particolarismi ed egoismi italici continuano a sopravanzare qualsiasi (più o meno tenue) aspirazione a un “collante” comune, non è per questo accettabile configurare tante guardie nazionali quante sono le Regioni, come di fatto avverrebbe sulla base del d.d.l.. Se continuiamo a guardare solo alle differenze che esistono fra le varie aree geografiche del nostro Paese, invece di sforzarci a mettere l’accento su quello che le unisce, faremo la fine dei polli di Renzo Tramaglino che il grande Manzoni ha dipinto con tanta efficacia nella sua opera principale.

Ancora, il reclutamento su base volontaria non deporrebbe certo a favore della stabilità quantitativa e qualitativa dell’organizzazione.

E sarebbe per lo meno improvvido variare i compiti della Guardia Nazionale in funzione della sua entità, lasciata nel tempo all’arbitrio dei singoli: chi potrebbe assicurare la stessa e costante disponibilità di personale, se ci si affida solo alla volontà dei singoli? Chiedere alle Forze Armate, all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato (che già partono avvantaggiate da una buona esperienza in merito) quali difficoltà si incontrerebbero.

Senza contare che si dovrebbero stabilire (a cura di chi, dello Stato o delle varie Regioni?) criteri meno generici, più aggiornati e più pratici di quanto indicato: “i militari di leva cessati dal servizio senza demerito”:
1°) la leva non esiste più, e da qualche anno abbiamo solo volontari….;
2°) il “demerito” non potrebbe essere limitato al periodo del servizio militare (o forse sarebbero accettabili pregiudicati e condannati per reati compiuti al di fuori del servizio militare?);
3°) in particolare, nelle Regioni in cui continua a operare la criminalità organizzata occorrerebbe una cernita più attenta dei possibili componenti;
4°) le donne non potrebbero essere reclutate, non avendo mai fatto servizio di leva.

Insomma, a prescindere da qualsiasi implicazione riguardante il diritto costituzionale dello Stato italiano, l’idea illustrata nel d.d.l. Stiffoni è generica, non ben finalizzata, incompleta, non adeguatamente approfondita in elementi essenziali e irrealistica.

Se si vuole migliorare il “controllo del territorio” e/o la protezione civile, c’è un’altra via meglio percorribile anche se non del tutto agevole: migliorare la legislazione, l’organizzazione, le dotazioni di personale e di mezzi/equipaggiamenti e i finanziamenti delle Forze di Polizia e degli organi ed enti del Dipartimento della Protezione Civile. Giusto per indicare un possibile e anzi auspicabile miglioramento, perché non rifarsi al caso degli USA in fatto di forze di polizia? Eppure le loro tre forze esistenti (polizia di contea, polizia di Stato e FBI) esplicano, e bene, le attività che in Italia sono attribuite a cinque Corpi (Polizia di Stato, Polizia Stradale, Arma dei Carabinieri, Polizia Regionale e Polizia Urbana).

Anche solo secondo il buon senso si capisce che l’efficacia del coordinamento fra organizzazioni differenti, operanti nello stesso settore, è inversamente proporzionale al loro numero…

E’ forse molto più facile, rapido e redditizio, oltre che meno costoso complessivamente, migliorare quello che già esiste e di cui si conoscono pregi e difetti, che non impiantare ex novo un’altra organizzazione tutta da inventare (oltre tutto in un periodo di estrema limitatezza di risorse finanziarie a tutti i livelli), che nel suo funzionamento andrebbe poi a confliggere con il già esistente.


Nota del moderatore:

Evviva! Un buon numero di osservazioni e di considerazioni. Da condividere o da confutare, magari dopo la pubblicazione del testo integrale del d.d.l.

Il dibattito è aperto. Scrivetemi :ossconfolgore@alice.it


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A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
SOMALIA: INTERVISTA AL GENERALE BRUNO LOI
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


LA NUOVA ESCALATION CONFLITTUALE IN SOMALIA

Il Generale Loi ai tempi del suo comando del contingente Italiano in Somalia (1992-1993)




L’importanza geostrategica del Corno d’Africa da sempre fa della Somalia un importante terreno di confronto.

L’instabilità politica ed il caos militare , economico e sociale, che caratterizzano il Paese dai tempi della cacciata di Siad Barre ( 1991 ) hanno favorito la formazione di gruppi fondamentalisti islamici ( il più organizzato ed operativo: l’Ittad al Islami ) che, ispirati e finanziati da Ben Laden e protetti dal regime sudanese, fin dal 1992 si sono infiltrati in Somalia partecipando con le fazioni dei cosiddetti Signori della guerra alla lotta per la conquista del potere. Dapprima contenuti e rintuzzati dallo stesso Aidid, poi con lui alleati, infine , galvanizzati dal crollo delle due torri, rafforzati nell’organizzazione e nei mezzi e senza gli “impicci” di forze di intervento internazionali, con la denominazione di Corti islamiche, si presentano sulla scena militarmente forti e liquidano le litigiose fazioni proponendosi quali “salvatori della patria”.



Come tali, infatti, sono state salutate anche da alcuni osservatori internazionali forse abbagliati dal piglio moralizzatore e dalle dichiarazioni rassicuranti dei loro leaders o forse perché avevano finalmente tolto di mezzo i Signori della guerra aprendo la speranza a una soluzione duratura del problema somalo.
In realtà, il popolo somalo non ha affatto digerito la vittoria delle Corti islamiche e, pur di liberarsene, ha accettato l’ingerenza dell’Etiopia ( il vicino mai amato ) le cui forze armate, decisamente meglio organizzate ed equipaggiate di quelle somale e con il sostegno americano, hanno inferto una pesante sconfitta alle milizie islamiche costringendole a disperdersi.

Una situazione non definitiva la cui fluidità per i forti riflessi che può avere sullo scenario politico e politico- militare internazionale merita di essere seguita attentamente partendo proprio dalla conoscenza più approfondita di tutti i suoi aspetti noti e meno noti.

A livello nazionale pochi sono gli “esperti della Somalia” che possono essere all’altezza del Generale Bruno LOI, già Comandante della Folgore ed in particolare Comandante in Somalia della “ operazione Ibis “ ( cui ha anche dedicato un suo libro : “ Peace-Keeping, pace o guerra “ Ed. Vallecchi ).



Approfittando dell’amicizia che ci lega a lui dai tempi della comune militanza nella Folgore e consolidata nel tempo, gli abbiamo rivolto alcune domande sul tema “Somalia”.


Signor Generale LOI, è possibile ipotizzare uno scenario di stabilità per la Somalia , dopo la sconfitta delle Corti islamiche, o non piuttosto si deve temere un conflitto permanente di tipo irakeno?


Tutti, o quasi tutti, i somali maschi posseggono un’arma e sanno sfruttare le situazioni, il terreno ed il tempo per il raggiungimento dei propri scopi. E’ illusorio pensare che una vittoria sul campo aperto possa chiudere definitivamente la partita con i Signori della guerra o con le Corti islamiche. Come pure è illusorio pensare che l’ennesimo accordo che probabilmente seguirà il ritiro delle truppe etiopiche ( già considerate dai somali come truppe di occupazione ) possa avere migliore esito degli innumerevoli che l’hanno preceduto.

Un detto popolare recita : “ La Somalia contro il mondo, il clan contro la Somalia, la famiglia contro il clan, io e mio fratello contro la famiglia, io contro mio fratello”. E’ troppo facile, in questo contesto, pensare che la Somalia continuerà ad essere il teatro di uno scontro tribale perenne, ulteriormente complicato dalla presenza di un’ennesima fazione: le Corti islamiche.


Ritiene che un’altra iniziativa internazionale nell’area sotto l’egida dell’ONU o altro organismo internazionale potrebbe produrre risultati positivi e possibilmente definitivi?


Una iniziativa internazionale nell’area è già stata messa allo studio fin dai primi mesi dello scorso anno. Si è parlato di una forza di interposizione tutta africana sotto l’egida dell’OUA; a tutt’oggi, tuttavia, non si è concluso nulla. Meglio così, ritengo io, giacché senza l’accordo dei contendenti ( e dubito fortemente che le Corti islamiche lo concederebbero ) l’intervento di una forza internazionale rischierebbe l’insuccesso ( operazione Ibis docet ).

Aggiungo solo che non ritengo realistico pensare a un intervento in Somalia dei paesi occidentali ( già scottati ! ) e tanto meno della NATO ( già fin troppo impegnata nei Balcani ed in Afghanistan ).



Con i bombardamenti effettuati dagli USA in questi giorni, è stato effettuato un primo intervento diretto da parte di quel paese teso a colpire gli integralisti sospettati di legami con Al Qaeda. Quali possibili conseguenze vede all’estensione della guerra totale al terrorismo già in Afghanistan, poi in Iraq ed ora in Somalia?


Dopo l’attentato alle due torri, il Presidente Bush parlò molto chiaramente di guerra totale al terrorismo e disse anche che sarebbe stata molto lunga, dura e fuori dai canoni tradizionali dei conflitti internazionali.

Detto questo, sono del parere che l’unilateralismo con il quale gli Usa stanno affrontando le situazioni del nostro tempo, specie sul piano politico, non sia la formula migliore e che assai meglio sarebbe se la Comunità internazionale si facesse carico responsabilmente della gestione delle crisi nel mondo. Tuttavia se si vuole debellare davvero un nemico sfuggente e senza regole come Al Qaeda, temo che rispettando i canoni del diritto internazionale e attenendosi ai tempi professionali della diplomazia internazionale si faccia davvero poca strada e si offra all’avversario un grosso vantaggio e l’incoraggiamento a perseverare. Trovo, dunque, coerente l’intervento americano, atteso che la Somalia rientra nel novero dei “ santuari “ privilegiati da Al Qaeda e che la Comunità internazionale ha tempi di reazione lentissimi che non garantiscono la tempestività w l’efficacia degli interventi. Quanto alle conseguenze che potrà avere, penso che gli americani si guarderanno bene dall’impantanarsi in una guerriglia terrestre e si limiteranno a condurre azioni mirate e puntuali su obiettivi ben localizzati e paganti con operazioni aeree e delle forze speciali, lanciate dalle navi al largo di Mogadiscio, lasciando alle forze etiopiche ( più efficienti ) e a quelle governative somale ( meno affidabili ) il compito di acquisire il controllo del territorio.

Il pericolo di esplosione dell’intero Corno d’Africa non è comunque costituito dall’intervento USA, semmai è insito nei fenomeni endemici che agitano l’intera area: la litigiosità Etiopia-Eritrea ( con il forte sospetto che dietro le Corti islamiche si celi il regime eritreo ), l’inimicizia storica Etiopia-Somalia, il regime integralista sudanese, gli interessi a rischio di Uganda e Kenia ( forte pressione dei rifugiati alle frontiere ). E la “presenza attiva” americana in zona dovrebbe riuscire a scoraggiare chi volesse approfittare della fluidità della situazione per trarne vantaggi.


Signor Generale, quali sono i principali errori che furono commessi dalla missione internazionale UNOSOM che dovrebbero essere considerati nella eventualità di una nuova operazione in Somalia? E più in generale, cosa le è rimasto dell’esperienza “ Ibis “, dopo quattordici anni dalla conclusione di quella operazione?


L’operazione “ Ibis “ in Somalia è impressa nel mio cuore dal primo all’ultimo minuto ed ogni esperienza ( positiva o negativa ) che ne ho tratto ha per me un valore assoluto ed incommensurabile.

Sul piano oggettivo, nel mio libro ho indicato i punti deboli dell’operazione: quelli che definito le “ decisioni discutibili dell’ONU “ e le “ manchevolezze italiane “ ( cap. V, pagg 164-180 ) , ed a quelle pagine rimando per una risposta più completa. Aggiungo che la maggior parte degli errori furono commessi per inesperienza ( l’operazione fu la prima del nuovo corso dell’ONU ) o per inadeguatezza organizzativa ( ordinamento delle Forze armate, armamento e ed equipaggiamento, dottrina….) o, ancora, a causa della situazione contingente. Oggi, alla luce delle numerose esperienze maturate e con gli adeguamenti apportati al nostro strumento militare, specie nello specifico settore della proiezione delle forze fuori area e in ambito multinazionale, quegli errori certamente non si ripeterebbero; degli altri errori, per lo più di metodo, che potrebbero essere ripetuti in una nuova operazione internazionale di peace-keeping in Somalia, i più esiziali, a mio parere sarebbero:

- la debolezza del progetto politico dell’intervento;

- l’ambiguità del mandato e delle regole di ingaggio;

- l’incapacità del contingente militare ( comando e forze ) a coniugare l’uso della forza con il compito umanitario, la determinazione operativa con la cortesia del tratto, il controllo del territorio con la ricostruzione del terreno connettivo politico, economico e sociale del paese nel quale opera. ( ndr: corre l’obbligo di evidenziare che questa è la “ filosofia comportamentale “ da sempre propria del soldato italiano impegnato in missioni all’estero e che ne ha determinato sempre il successo ). Solo con comportamenti così improntati si acquista credibilità presso la popolazione, altrimenti si diventa il nemico da cacciare.

L’imperativo categorico deve essere: evitare nel modo più assoluto che le forze militari siano considerate forze di occupazione.


Sig. Generale, quale pensiero vuole dedicare ai militari che, con sacrificio anche della vita, operano da molti anni in molte aree del mondo?


La Somalia del 1992 era un paese devastato ed in preda a convulsioni dei postumi di una guerra civile sanguinosissima. L’ONU, in linea con la sua nuova dottrina aveva autorizzato l’intervento di una forza multinazionale per il ristabilimento di condizioni di sicurezza idonee a consentire la distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione. Per la prima volta, nella storia delle operazioni di peace-keeping, veniva autorizzato l’uso della forza ( cap. VII della Carta delle Nazioni Unite ).

In questo contesto difficile e rischioso, ma soprattutto inedito, i soldati italiani hanno saputo assolvere compiti di gendarme, di operatore umanitario, di mediatore diplomatico e di combattente, in un mix, variamente dosato in funzione delle differenti situazioni, di capacità operativa, sensibilità umana, determinazione e spirito di iniziativa che li ha fatti distinguere da tutti gli altri soldati della coalizione

Al chek point “ pasta “, il 2 luglio del 1993, i soldati italiani hanno sostenuto il primo combattimento dalla fine della seconda guerra mondiale.

Il comportamento di tutti è stato onorevole e la capacità di assorbire e smaltire il trauma davvero straordinaria. Tutto ciò acquista ancora più valore se si pensa che il 70% del contingente italiano era formato da personale di leva. Il tributo di sangue è stato pesante : tre caduti e ventidue feriti più o meno gravi. Per i Caduti in Somalia ( undici ) come per tutti gli altri Caduti ( più di cento ) delle operazioni di peace-keeping cui ha partecipato l’Italia, l’immaginario collettivo è rimasto favorevolmente impressionato dalle capacità dimostrate dalle Forze armate italiane nell’assolvimento delle operazioni fuori area e, sentendosi coinvolto emotivamente, non ha esitato ad estrapolare dai comportamenti umanitari dei nostri militari lo stereotipo ambiguo del “ soldato di pace “. Il che tranquillizza la coscienza di chi vuole assecondare le aspettative della comunità internazionale ma non vuole riconoscere la necessità di dovere ricorrere alla forza per mantenere la pace. Così, nel momento in cui ciò si verifica e determina il sacrificio di vite umane, assistiamo a quelle imponenti manifestazioni di corale prostrazione che denunciano il sostanziale rifiuto dello scotto da pagare per restare sulla scena internazionale e trattano il soldato come “ vittima eroica “ e non come combattente. Con conseguente frustrazione del militare che percepisce intorno a sé un consenso condizionato ed ipocrita. A me piacerebbe molto di più che il nostro popolo onorasse i suoi soldati in quanto combattenti. (ndr. : auspicio che ci trova assolutamente concordi e vorremmo davvero che fosse così per tutti ).



Testo ed intervista a cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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INVESTIRE NELLA DIFESA
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Ancora una volta, come puntualmente riportato in Cronaca-news del nostro sito qualche giorno fa, il Sen. Severino Galante, capogruppo del Pdci in commissione Difesa della Camera, ritorna sull’argomento degli stanziamenti per le Forze armate affermando questa volta che "nessun taglio é stato effettuato dal presente Governo al bilancio per la Difesa, che è stato invece portato da 19,9 miliardi dell'anno precedente a 21,1 miliardi, pari ad un incremento del 5,69%. Inoltre, è stato aumentato il contributo per l'acquisto di nuovi mezzi e per la manutenzione di quelli esistenti":


Non siamo in condizione di entrare in polemica con lui sulle cifre, ma rileviamo che in un nostro precedente articolo avevamo , credevamo, esaurientemente motivato le esigenze della Difesa.

Ci rendiamo invece conto che occorre nuovamente puntualizzare il nostro pensiero e quindi riportiamo integralmente quanto da noi già scritto in merito.


Scrivevamo che quello delle risorse - dice l'Ammiraglio Di Paola - è un "problema chiave”, che non può essere risolto tirando a campare. La questione sollevata dal Capo di Stato Maggiore della Difesa é la stessa che ormai da diverso tempo tutti i vertici militari citano: non si può pensare di tagliare i fondi a disposizione, pena la impossibilità di tenere fede a tutti gli impegni in corso.

Per fare tutto servono i soldi. La saggezza popolare dice: non si possono fare le nozze con i fichi secchi!

C'é la necessità che la politica dica con chiarezza quali sono gli obiettivi delle Forze Armate e quante risorse vuole ad esse destinare. E' una questione di coerenza strutturale, dalla quale non si può prescindere. Molto importante perché sull’assolvimento dei compiti sono proprio le risorse che incidono pesantemente, in particolare,sulla sicurezza del Personale perché è proprio su questa che, volendo ridurre le spese è, più apparentemente, facile intervenire.

Risponde Severino Galante, capogruppo del Pdci nella Commissione Difesa della Camera: "il Capo di Stato Maggiore della Difesa, continua immotivatamente e quindi inspiegabilmente a lamentare una carenza di fondi per la difesa, il cui bilancio - replica Galante - beneficia di un consistente aumento rispetto al 2006. Tale incremento risulta anche eccessivo - prosegue Galante - se confrontato con le emergenze sociali presenti nel Paese , e non ha senso appellarsi ai molti impegni all'estero dell'Italia, ed alla necessità di soddisfare rivoluzioni culturali basate sulla integrazione delle Forze Armate tra di loro e con quelle di altri Paesi".


Posizioni molto lontane, come si evince, sulle quali non ci si può esimere dal considerare che gli impegni all’estero sono in atto nel pieno rispetto delle decisioni del Parlamento comunemente note ed anche delle “ missioni “ che il Vertice politico del Ministero della Difesa ha assegnato alle sue Forze Armate su mandato del Parlamento. Ed è proprio su queste che, facendo riferimento a documenti ufficiali dello stesso Stato Maggiore, cercheremo, a seguire, di fare chiarezza.

La Direttiva Ministeriale 2004-2005 e il Concetto Strategico 2005 hanno rappresentato i principali documenti di riferimento per la pianificazione dello sviluppo dello strumento militare futuro. Tali documenti, in particolare, riconoscono che le grandi sfide della sicurezza nel 21° secolo sono costituite dall'instabilità regionale, dalla minaccia globale del terrorismo, dal potenziale utilizzo di armi di distruzione di massa e dalla possibile compromissione degli interessi vitali nazionali, anche al di fuori del territorio dello Stato.

I "contenuti" della missione fondamentale delle Forze Armate - quella di garantire la difesa del Paese - sono in progressiva evoluzione, di fronte all'elevata dinamicità dello scenario internazionale e al sorgere di nuove minacce alla sicurezza. Tali cambiamenti richiedono lo sviluppo di nuove capacità operative e l'instaurazione di un processo di adattamento continuo e progressivo delle Forze Armate alle mutate esigenze, salvaguardando contestualmente la capacità di far fronte agli impegni sottoscritti nei confronti degli Alleati, dell'Unione Europea e delle Organizzazioni internazionali. I nuovi e i futuri scenari di sicurezza richiedono di trasformare la struttura delle Forze nella direzione di una sempre più spinta flessibilità e di una spiccata caratterizzazione interforze e di proiettabilità. Lo strumento militare dovrà essere in grado di operare in misura predominante in contesti multinazionali in cui, coerentemente al consolidarsi di sviluppi dottrinali ed operativi nuovi, dovrà potersi inserire con capacità efficaci e pienamente interoperabili con quelle degli alleati europei e transatlantici.

Gli elementi chiave del processo di trasformazione riguardano:

- l'integrazione interforze e internazionale;
- la capacità di intervenire con tempestività e di operare, se necessario, anche per lunghi periodi di tempo e a grandi distanze dalla madrepatria;
- lo sviluppo di un corretto bilanciamento di capacità per operazioni di natura di proiettabilità ;
- lo sfruttamento delle possibilità offerte dalle capacità informatiche e dallo sviluppo di nuovi concetti operativi e di pianificazione basati sui risultati.

Lo strumento militare deve rispondere alle esigenze di:

- operazioni concomitanti di piccola o media scala, anche protratte nel tempo;
- sviluppare la capacità di condurre operazioni di coalizione;
- assicurare nel contempo la capacità di effettuare interventi limitati nel tempo di natura "combat", nel contesto di coalizioni internazionali ad hoc guidate da una Nazione Leader.

Persiste la necessità di mantenere un livello di flessibilità adeguato per poter riconfigurare lo strumento militare in caso di meno probabili operazioni a larga scala. In tale evenienza, dal momento che la partecipazione italiana a tali operazioni è concepibile esclusivamente nel quadro di una più larga coalizione a guida NATO o UE, non è altresì necessario dotarsi dell'intero spettro di capacità richieste.

In risposta alle sfide del nuovo contesto strategico, lo strumento militare dovrà conseguentemente adottare un approccio inteso a sviluppare, in ambiti multidisciplinari, interforze e multinazionali, capacità operative fortemente sinergiche e idonee ad assolvere un ampio spettro di missioni, che spaziano dalle operazioni umanitarie alla prevenzione e gestione delle crisi, fino ai conflitti ad alta intensità.

Come si vede un quadro molto complesso e fortemente impegnativo all’interno del quale è ben difficile destinare le risorse che ogni anno vengono messe a disposizione e che non sono sufficienti a rispondere a tutte le esigenze. Occorre sempre operare delle scelte non facili, tenuto presente che gli investimenti per la Difesa sono sempre a lunga scadenza ed eventuali errori commessi oggi saranno pagati pesantemente in futuro.

In estrema sintesi c’è da chiedersi se questi compiti/missioni che le Autorità politiche affidano alle Forze Armate siano assolvibili con gli stanziamenti previsti.

A nostro parere e, ben più importante, secondo le valutazioni degli Stati Maggiori, assolutamente no : si possono solo stabilire delle priorità sapendo che la coperta è sicuramente corta.

Ma il Sen. Galante sa che non si possono fare le nozze con i fichi secchi?

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com

 
 
 
 
   
LA BASE MILITARE DI VICENZA
Mercoledì, 21 Febbraio 2007






Pensavamo che saremmo stati comunque coerenti con il nostro impegno di “ saltare sull’attualità ” pur non lasciandoci coinvolgere in commenti relativi alla polemica, troppo scontata, che è gia montata attorno all’ampliamento della base militare americana di Vicenza.

E’ questo perché davamo, e tuttora diamo, assolutamente scontato il parere favorevole del Governo italiano ( perché a lui compete ! ) all’ampliamento ( attenzione : ampliamento di una installazione già esistente ) di una base, di cui gli Stati Uniti hanno già la disponibilità, allo scopo di accogliere la 173^ Brigata aviotrasportata, per un totale di circa 1.800 militari oggi dislocati prevalentemente in Germania.
Per l’esigenza gli Usa avrebbero già stanziato almeno 500 milioni di dollari, di cui 300 milioni messi a bilancio nel 2007.

Ci era parso anche, ci si lasci dire, molto convinto il Governo che attraverso una autorevole dichiarazione del Presidente del Consiglio ha informato l’opinione pubblica nazionale che il “ Governo italiano ha già comunicato al Governo americano il proprio assenso”. E allora, ci siamo detti : tutto bene secondo la nostra ottica, e quindi perché intervenire?

Perché ci siamo ora ricreduti e ci siamo convinti della necessità di intervenire?

Perché nel precisare l’ informazione, si è poi affermato a livello govenativo che “ il problema non é di carattere politico “ ; “ il problema non è di carattere nazionale ma locale “ ; “ non si può venire meno agli impegni già assunti dal precedente Governo “....e via su questo tono per lasciare ricadere su altri una decisione che, se fosse dipeso dal Governo, si vuol lasciare intendere, sarebbe stata ben diversa.

Ecco questo non ci piace: non ci piace che trovando il coraggio di prendere una decisione politica, a nostro parere, assolutamente corretta, subito dopo si cerchino alibi e giustificazioni e spiegazioni che altro non sono che un modo per scaricare altrove la responsabilità per paura delle conseguenze. Già abbiamo avuto modo di affermare che per noi il grigio non esiste, esistono solo il bianco ed il nero!

Noi - che siamo fuor di dubbio favorevoli al mantenimento della base in Italia perché riconosciamo il diritto agli Americani di combattere il terrorismo ovunque si presenti nel mondo e con loro ci sentiamo di condividere, accettare e praticare come Nazione ogni sforzo per ottenere successi appunto in tutto il mondo in linea con i sentimenti espressi ( “ci sentiamo tutti americani ! ” ) dopo l’attacco alle due torri di New York - noi respingiamo con forza l’alibi che il problema non sia politico. Se questa non è una decisione che deve risalire alle Autorità politiche trattandosi addirittura di politica militare internazionale allora………....diamo le dimissioni da esperti di politica-miltare.

Allora l’unica considerazione che possiamo fare è che con quella affermazione si sia voluto dire ai prevedibili e puntuali fautori del no della estrema sinistra governativa, che infatti si stanno agitando in quest giorni che ....non dovete prendervela con noi che nulla possiamo fare. Manifestate pure, ma non più di tanto....

Affermare poi che il problema sia di carattere locale convince solo se si considera che localmente si ritiene che l’ampliamento della base non solo va fatto ma è auspicabile ( parere del Consiglio comunale di Vicenza ) soprattutto per i positivi risvolti economici per la comunità preoccupata del fatto che la mancata autorizzazione non solo priverebbe l’area di grosse entrate economiche ma porterebbe anche all’abbandono della base, ora esistente, con conseguente perdita di lavoro per circa 740 persone con relative famiglie, senza dimenticare che gli Stati Uniti si accollerebbero anche la spesa per la costruzione della rete viaria circostante e di una barriera per non arrecare disturbo al traffico aereo civile. Ed anche questo significa invece : non date la colpa a noi del Governo per una decisione che non condividiamo ma che dobbiamo subire per non danneggiare una economia locale.

Che poi il parere favorevole derivi dal peso di mantenere fede agli impegni presi dal precedente Governo ....appare quasi ridicolo. Non occorre perdere molto tempo per elencare le tante cancellate decisioni pur già avanzate nella loro realizzazione. Ed anche questa affermazione, dunque, per cercare di far sapere alla estrema sinistra governativa che la decisione positiva è presa obtorto collo ma è inevitabile. La conseguenza immediata è che le inevitabili proteste e le rimostranze antiamericane della sinistra stanno assumendo un tono controllato tanto per dire…..noi protestiamo …..per salvare la faccia ma siamo i primi ad essere convinti che di più non è possibile fare.

Su un piano più generale, ci pare tuttavia di potere dire che l’atteggiamento controllato della sinistra in questa situazione possa essere già considerato come una “cambiale” che andrà a scadenza per il Governo nei prossimi giorni quando si discuterà del rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, aggiungendosi a quella già esistente per la discussione parlamentare sulle “ coppie di fatto “. Duri condizionamenti per un Governo che naviga a vista!

Comunque sia, l’ampliamento della base ci sarà perché il sostegno ad una politica di lotta al terrorismo internazionale deve essere manifestato con i fatti e con la coerenza alle frequenti dichiarazioni di volerlo mettere in atto. E questo è un fatto assolutamente politico!

Noi siamo assolutamente soddisfatti che la decisione vada nel senso del consenso all’ampliamento perché lo consideriamo soprattutto un atteggiamento di consenso alla politica internazionale americana.

Ma avremmo voluto che non si fosse colta l’occasione di manifestare, più o meno esplicitamente, ancora una volta, sentimenti mai sopiti di un antiamericanismo pregiudiziale e viscerale che non ha, a nostro parere, motivo di esistere. Anzi !


FRAMER
per conto di OSSEVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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IL PARADOSSO DI OSBERS .
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


IL PARADOSSO DI OSBERS
ovvero
IL BUIO MEDIATICO SULLE MISSIONI MILITARI





Segui il percorso del concorrente ai premi del “ Milionario” ed al momento della domanda “forte” ti imbatti nel paradosso di Osbers.

Chi era costui? Un astronomo tedesco che, appunto paradossalmente, molti anni fa ( 1823 ) stuzzicava il mondo scientifico dichiarando che nemmeno lui riusciva a comprendere come il cielo potesse essere di notte così buio pur essendo costellato da miriadi di stelle.

Oggi, molto più modestamente, noi possiamo prospettare un analogo paradosso : perché mai c’è quasi il buio della informazione mediatica, sia essa cartacea o radiotelevisiva, mentre sono costanti i molti impegni ( le stelle, anzi meglio.....le stellette ) delle Forze Armate italiane nel mondo intero?

Fuori dal paradosso: perché avviene questo?


Rientriamo nel paradossale e ci diamo una risposta : tutto va bene, tutto scorre come voluto, ed allora perché occuparci di falsi problemi ? Ce ne occuperemo di nuovo quando, che Dio non voglia, in presenza di avvenimenti estremi riporteremo le missioni all’estero in prima pagina.

A noi non sta bene così e debuttando questo 2007 ci pare doveroso ricordare l’impegno attuale delle Forze Armate Italiane all’estero in missioni militari. Stavamo per cadere nell’errore da noi stessi attribuito ad altri, cioè quello di scrivere ...di pace. Noi infatti abbiamo sempre sostenuto – e non perdiamo l’occasione per ribadirlo -che fino a quando ci saranno Caduti militari in terra straniera per mano di forze ostili o di forze terroristiche, si tratterà sempre di guerra, anche se condotta, appunto, ai fini della imposizione o del mantenimento della pace.

Dunque le operazioni in atto:

Afghanistan - ISAF
Afghanistan RC-W - PRT- FSB
Albania - ALBANIA 2 - 28° GRUPPO NAVALE
Albania - DIE
Albania - NATO HQ TIRANA
Bosnia Erzegovina - EURFOR ALTHEA
Bosnia Erzegovina - EUPM
Bosnia Erzegovina - NATO HQ SARAJEVO
Congo - EUFOR RD CONGO
Congo - EUPOL KINSHASA
Egitto - MFO
Fyrom - NATO HQ SKOPJE
Hebron - TIPH 2
India - Pakistan - UNMOGIP
Iraq - NTM-I
Kosovo - KFOR
Kosovo - UNMIK
Libano - UNIFIL - Operazione "Leonte"
Malta - MIATM
Marocco - MINURSO
Mediterraneo Orientale - ACTIVE ENDEAVOUR FORZE NAVALI NATO Middle East - UNTSO
Palestina - Egitto - EU BAM RAFAH
Repubblica di Cipro - UNFICYP
Sudan - AMIS II



Come si legge ben 25 missioni in territori stranieri con presenze datate da molti anni, fino alla più recente in Libano, che vedono la partecipazione, a rotazione, di circa 10.000 uomini con le “stellette”.

Ci pare veramente anomalo che questa presenza di “ stellette “ all’estero, pur così qualificante per il nostro Paese e pur così numerosa ( circa 1/5 di tutte le Forze Armate italiane ), non debba essere con maggiore frequenza all’attenzione della popolazione italiana ed al contrario cadere nel “ buio “ assoluto, in attesa, purtroppo - come scrivevamo - di eventi luttuosi che di colpo “ illuminano “ la scena portando in primo piano le missioni stesse.


Ci aspettiamo che tra qualche tempo, nel corso della stessa trasmissione televisiva, ci potremo imbattere in una domanda , magari tra quelle di più alto coefficiente di difficoltà, formulata dall’onnipresente Jerry Scotti :

“ perché esiste in Italia il buio mediatico sulle missioni militari all’estero? Indicare la risposta tra le seguenti quattro:

a. gli italiani non amano i propri cittadini in armi;
b. solo i familiari dei militari debbono mostrare interesse;
c. chi se ne frega, tanto sono..... volontari;
d. i media si occupano solo di ciò che fa vendere.

Se dovesse succedere di sentirci proporre questa domanda, non sarà difficile individuare la risposta giusta : purtroppo sono tutte valide, per una opinione pubblica quanto meno distratta da altri interessi, sentimenti e valori!

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com

 
 
 
 
   
INTERVISTA AL GENERALE CABIGIOSU , CONSIGLIERE DI POLITICA ESTERA DELLA NATO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007



UNA NUOVA POLITICA USA PER L’IRAQ?

INTERVISTA AL GEN. CARLO CABIGIOSU



Il Gen. CA (r) Cabigiosu






La nuova politica per l’Iraq, recentemente presentata al Congresso da parte del Presidente Bush, singolarmente , non sembra andare nella direzione suggerita dai consigli contenuti nel rapporto di James Baker, già Segretario di Stato all’epoca di Bush-padre e della guerra del Golfo, presidente del Gruppo di studio ad hoc per l’Iraq.
Infatti, i punti fondamentali del rapporto Baker, che riguardano sia la linea di condotta da tenere nei confronti delle operazioni militari in Iraq sia l’atteggiamento da tenere nei confronti di Iran e Siria, in pratica suggeriscono di impostare il rientro delle truppe e di assumere nei confronti di quei due paesi un atteggiamento meno drastico.

Non v’è comunque dubbio che il rapporto, insieme alle spinte che vengono dai Democratici, abbia imposto al Presidente Bush di riconsiderare la linea finora seguita che si basava su alcuni punti in particolare:

- spingere al massimo l’addestramento delle forze di sicurezza irakene per consentire al Governo di Al Maliki di tentare di riassumere il controllo della situazione interna;

- mantenere le truppe americane ai margini delle città e intervenire soprattutto come forze di riserva;

- cercare di limitare l’uso della forza per non compromettere ulteriormente l’immagine americana nel mondo arabo;

- non prendere provvedimenti tali da compromettere l’apertura di spiragli di trattativa con l’Iran e la Siria



Poiché questa strategia politico militare non ha dato i risultati sperati, la nuova politica di Bush sembra sottolineare come il Presidente - che pur ribadendo che fu giusta la decisione di invadere l’Iraq ha tuttavia ammesso recentemente che l’attuale instabilità di quel paese è da far risalire a lui stesso - non consideri ancora persa la campagna e non voglia nemmeno perdere definitivamente la faccia.

Per capirne un po’ di più ci può soccorrere il contributo di pensiero del Gen. Carlo Cabigiosu - già Comandante del COI ( Comando Operativo di vertice Interforze ) e, dal giugno 2003 al marzo 2004, Consigliere della Missione militare italiana in Iraq, attualmente collaboratore della Nato come Senior Mentor, della Università di Torino ed editorialista del quotidiano “ Il messaggero “ di Roma - al quale ci siamo rivolti e che, con la cortesia che lo contraddistingue, ci ha messo a disposizione la sua specifica esperienza appunto derivante dagli incarichi di responsabilità avuti anche in quel tormentato teatro operativo.


Sig. Generale, con la decisione da parte di Bush di inviare in Iraq almeno altri 20.000 militari, e sicuramente controcorrente rispetto alle conclusioni del rapporto Baker, cosa può cambiare sul terreno?


Il Pentagono sin dalle prime battute della guerra in Iraq aveva fatto presente che sarebbe stato assai difficile poter mantenere il controllo del paese nel periodo post-conflittuale, con soli 150.000 uomini. Il Capo di Stato Maggiore Gen. Shinseky lasciò addirittura il proprio incarico per divergenze a questo proposito con il Sottosegretario alla Difesa Rumsfeld. Nell’ultimo anno e mezzo circa, il Comandante in Capo USA in Iraq, Gen. Gorge Casey ha tentato di spingere le Autorità irachene a farsi carico della situazione interna, ma i risultati sono stati deludenti. Nonostante la polizia conti su circa 350.000 uomini e l’esercito su altri 150.000, le milizie sciite ed i ribelli sunniti sono molto più determinati e capaci di operare per raggiungere i loro fini.

Se gli Stati Uniti intendono cambiare la loro strategia, e come già appare dalle dichiarazioni della Casa Bianca, queste forze saranno concentrate a Baghdad e nel Triangolo Sunnita e insieme a quelle già presenti riprenderanno ad operare direttamente, può darsi che qualche risultato possa essere raggiunto.


Come è possibile che mezzo milione di poliziotti e soldati iracheni non siano sufficienti ad agire senza l’appoggio degli americani per controllare una popolazione la cui entità non arriva a 25 milioni?



Il tipo di confronto in atto è complicato di per sé. Chi opera in uniforme, spesso senza la legittimazione popolare necessaria, con sulle spalle la pessima fama delle forze di sicurezza di Saddam Hussein che per trent’anni sono state lo strumento del potere e della repressione e mai quello della legge e per la difesa dei deboli, non ha certo la strada spianata verso il successo. A ciò si aggiunga che la maggior parte delle forze reclutate sono costituite da Sciiti e da Curdi che quando operano in zone sunnite sono viste come veri e propri nemici e traditori. La loro presenza in città come Falluja ha più volte costretto gli Americani ad intervenire per difenderli dalla folla inferocita.

Ora è ipotizzabile che, vista la discreta situazione che vige nell’Iraq meridionale fra gli Sciiti e al Nord fra i Curdi, tutto lo sforzo di stabilizzazione venga esercitato sulla capitale, Baghdad, e nel Triangolo Sunnita. Sarà molto difficile, ma la speranza di Bush è che in effetti si riesca, anche con misure più drastiche, ad ottenere qualche miglioramento.



Cosa si deve intende per misure più drastiche?



Tutti parlano di “regole d’ingaggio”, ma il riferimento alle misure più drastiche non ritengo debba riguardare l’uso della forza da parte dei militari americani. In un confronto che si svolge nelle città e nei villaggi di campagna, in mezzo a donne e bambini, in un clima di violenza che già colpisce anche gli innocenti tutti i giorni, non è pensabile un inasprimento delle regole stesse, sic et simpliciter. Ciò che si può prevedere è l’uso della misura del coprifuoco in maniera assai più estensiva di quanto attuato, la definizione di zone soggette a stretto controllo per l’accesso e l’uscita da parte degli abitanti, l’istituzione di permessi speciali per spostarsi da una parte all’altra della città di Baghdad, l’inibizione all’uso degli automezzi in certe aree, ispezioni e rastrellamenti di interi quartieri senza preavviso, l’inasprimento delle pene per la detenzione abusiva di armi ed esplosivi, l’imposizione di documenti d’identità a tutti, la chiusura delle frontiere, la detenzione temporanea degli uomini di certi quartieri o villaggi. L’adozione di queste misure tuttavia creerà ulteriore malcontento fra la gente e fornirà altre motivazioni ai ribelli, ma non vi sono molte alternative.

Insieme alla saturazione del territorio da controllare in modo capillare con polizia e soldati, queste sono le sole opzioni che scaturiscono da un possibile piano di rinnovato sforzo militare.



Ma, Generale Cabigiosu, infine, vi può essere una soluzione esclusivamente militare del problema irakeno? E se no, quali sono le soluzioni alternative od anche le azioni di solo appoggio e supporto che Lei riesce a configurare sulla base della sua esperienza e della conoscenza diretta di una realtà locale ed internazionale così complicata?



Certamente non può esserci una soluzione esclusivamente militare. Al contrario, se ai provvedimenti militari e di polizia che abbiamo rapidamente esaminato, non se ne affiancano altri sia sul piano della politica interna che internazionale e soprattutto sul piano sociale, il fallimento totale è solo rimandato. Sul piano della politica interna è necessario che certe istanze di ribelli, resistenti, eccetera……, vengano discusse e possibilmente almeno in parte accolte, che alle minoranze vengano garantiti gli stessi diritti dei gruppi etnici o religiosi maggioritari, che vengano nominati dei garanti internazionali delle Nazioni Unite e della Lega Araba per il controllo dell’operato del governo e delle forze di sicurezza. E sul piano internazionale è necessario operare per ridurre le influenze negative di Iran e Siria, non solo blandendone i leaders, ma anche trovando i loro punti deboli politici e minacciando di colpirli. Ed infine, sul piano sociale, è necessario che il petrolio, che in Iraq certo non manca, diventi la vera arma vincente di questo conflitto se gli introiti che da esso possono derivare si comincerà veramente ad utilizzarli per un benessere più diffuso e un miglioramento generale che tutti attendono ormai da trent’anni.


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Testo ed intervista a cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com

 
 
 
 
   
LA SACRALITA' DELLA
Mercoledì, 21 Febbraio 2007




Recentemente forte è stata la concentrazione dell’attenzione dei media, e quindi della pubblica opinione, su quello che è ormai etichettato come il “caso Welby” : la fine prematura di un paziente in fase terminale, deciso ad abbandonare ogni supporto terapeutico per protrarre ancora la sua vita terrena L’aiuto (con certezza al di fuori delle leggi vigenti in merito in Italia ) di un medico ha consentito di esaudire l’aspirazione dallo stesso paziente da lui sollecitata a molti livelli, a partire anche da una istanza al Presidente della Repubblica.

Sull’argomento vorrei anch’io esternare alcune riflessioni e considerazioni che, per quello che mi riguarda, non possono non derivare dal mio convincimento assoluto della sacralità della vita, quella che ha come riferimento la nascita del bambinello di Betlemme di cui abbiamo ricordato in questi giorni la nascita avvenuta duemila anni fa e la morte di Piergiorgio Welby in questi giorni appunto. Forse i miei sentimenti risentono della mia età avanzata che, normalmente, si vuole saggia, dell’ambito familiare nel quale sono cresciuto, dei valori che mi sono stati inculcati, che conseguentemente condizionano il mio pensare, della mia passata attività professionale – quella di militare Comandante di uomini – del mio essere padre responsabile doverosamente impegnato nella formazione dei figli, ma non mi sento assolutamente di condividere il comportamento di chi ha portato alla morte prematura un essere umano che tuttavia, se vogliamo credere a quanto ci è stato detto, quella morte auspicava. Io non so di legge, non so di sottile giurisprudenza, non so di sensibilità nei confronti della sofferenza, non so del diritto altrui di decidere della volontà di altri, non so di eutanasia, non so di accanimento terapeutico, non so…………….di qualunque altro riferimento o motivazione! Io so soltanto che la vita è sacra e che nessuno - nemmeno io per la mia stessa vita - ha il diritto di intervenire su di essa modificando il destino che Iddio ha riservato a ciascuno di noi.

Comprendo - ma non giustifico - il comportamento convinto di chi pur con atto fortemente coraggioso perché sicuramente consapevole delle conseguenze per la sua persona, ha agevolato la fine di un uomo che nemmeno conosceva. Mi si lasci tuttavia anche il cattivo sentimento di pensare che non sia stata assente, da parte di alcuni personaggi comparsi nell’ambito di questa situazione, nemmeno la mania di protagonismo mediatico che oggi troppo spesso pervade ogni comportamento.

Comprendo - ma condanno - il comportamento di chi si sente impegnato per sostenere tesi che portano alla sospensione dell’accanimento terapeutico come primo passo per avallare l’eutanasia. Mi si lasci, tuttavia, il diritto che si affacci nella mia mente il sospetto che si sia utilizzata la tragica situazione di un uomo per aberranti strumentalizzazioni a fini politici.
Comprendo - e finalmente concordo - chi, politicamente impegnato, prescinde dai dictat ideologici preconcetti dei partiti di appartenenza e, guidato dai sentimenti di formazione religiosa ed anche laica, alza trasversalmente la voce per condannare l’accaduto e chiede interventi drastici della magistratura ( ho avuto il dubbio se usare la m minuscola oppure la M maiuscola ! ). Mi si lasci tuttavia il diritto di avanzare le mie perplessità nel momento in cui sento dichiarare che occorre colmare il vuoto legislativo su un problema di tale natura.

No, cari signori, questo non è un problema legislativo, è sicuramente un problema di vita che non necessita di ulteriori interventi normativi esterni.
La sacralità della vita è un dogma! Non voglio essere blasfemo, dogma almeno quanto quello della verginità della Madonna. Nessuno - nemmeno io per la mia - ha il diritto di modificare per la sua vita il destino che Iddio ha per essa fissato.
Su questa linea di sacralità vorrei che il bambinello di Betlemme, la cui nascita recentemente abbiamo ancora una volta celebrato, ispirasse i nostri legislatori che, sollecitati dal Presidente della Repubblica, nei prossimi mesi dibatteranno, per legiferarlo, questo problema.

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com


 
 
 
 
   
COPPIE DI FATTO. GIA' FATTO??
Mercoledì, 21 Febbraio 2007





Ci sono argomenti di forte impatto sociale che di tanto in tanto entrano nella nostra sfera di interesse in modo tanto invasivo che non possiamo assolutamente esimerci dal commentarli. Eccoci quindi a fare qualche riflessione sulle oggi tanto sbandierate “coppie di fatto “.

A dire il vero non abbiamo nemmeno ben capito di che cosa si tratti e forse non siamo i soli. Anzi abbiamo la sensazione di essere in molti a non conoscere i particolari di questa operazione lanciata da parti politiche ora al Governo con azione di pressing.


E’ evidente comunque l’impegno dell’Esecutivo a produrre un disegno di legge sulle unioni che porterà ad accreditare una forma alternativa di famiglia. Si continua a dire che presto si parlerà di “ diritti individuali “ e che la famiglia rimarrà una sola, quella tradizionale, che nessuno vuole mettere in pericolo.

Quali che siano le norme da inserire nel disegno di legge in pectore il tutto andrà fatalmente a costituire una legislazione parallela a quella del diritto di famiglia, il quale diventerebbe, come lo stesso matrimonio, un istituto relativo. Infatti la famiglia eterosessuale, fondata sul matrimonio, diventerebbe così inesorabilmente un fenomeno relativo: uno dei diversi fenomeni sociali, una delle diverse forme di accoppiamento.

Chi difende le coppie di fatto, siano esse eterosessuali od omosessuali, spesso afferma anche che riconoscere queste unioni non arreca alcun danno alla famiglia e questo – a nostro parere – non è che un primo passo verso la completa equiparazione dei diritti tra coppie di fatto, comunque costituite, e coppie sposate, che in ultima analisi ci pare proprio l’obiettivo strategico di qualche parte politica italiana.

Dunque si vorrebbe dare un riconoscimento pubblico ad uno stato del tutto temporaneo ed immediatamente revocabile in forma privata.

Al momento, passando agli schieramenti politici, il centrosinistra ( quasi tutto ) mostra soddisfazione per l’impegno assunto dall’Esecutivo. Nel centrodestra, qualcuno dice no solo ai pacs ( patti civili di solidarietà ), parola quest’ultima temporaneamente bandita dalle espressioni dei politici, ma altri spiegano come “ le coppie omosessuali debbano essere messe nelle condizioni di scegliere la natura giuridica del loro rapporto “.

Certamente, in sintesi, tutto poco chiaro ma una cosa, di sicuro, abbiamo capito : dovunque vogliano…( coppie eterossessuali, omosessuali, e chi più ne ha più ne metta )…….andare a parare….. abbiamo molte serie perplessità, anzi siamo proprio contrari.

Siamo stati educati ai valori di una civiltà che è propria – tout court - del popolo italiano, ed abbiamo ben recepito e sedimentato negli anni questi valori appunto di Patria, Lavoro e Famiglia che poi sono dettati dalla nostra stessa Costituzione. Abbiamo sempre considerato la famiglia come pietra angolare di costruzioni più ampie, per intenderci la Società, lo Stato, la Patria.



Costruzioni immense, queste, che per reggersi debbono escludere la presenza di pietre angolari difettose e maligne e perverse come questa idea di famiglia che oggi si sta tentando di propinarci, ci pare anche subdolamente : si lancia infatti la comunicazione di volere affrontare l’argomento ma ci viene detto che per ora la discussione è prematura………..se ne parlerà a …febbraio…a marzo….forse solo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle accapigliature e dalle discussioni di carattere prettamente economico e finanziario attorno alle quali sembra essere molto difficile il coagulo di una maggioranza alla quale si vuol dire…attenzione……stiamo uniti per ora ….poi vi ripagheremo.

Povera, anzi povera con la p minuscola, la politica italiana di questo tipo.

Dove sono finite la lungimiranza e la saggezza dei Padri Costituenti.? Davvero essi hanno fallito prefigurando la famiglia come unione sancita e riconosciuta tra uomo e donna eterossessuali e destinati alla procreazione?

Come si conciliano con quella prefigurazione le coppie di fatto fondate sulle unioni omosessuali cui è vietata per motivi genetici la procreazione autonoma?
Come si concilia ancora con le coppie di fatto l’educazione di figli, malauguratamente ed impropriamente loro affidati per inseminazione o adozione, ai quali sarà precluso l’elementare diritto di godere della severità di un padre educatore e della dolcezza di una madre che con lui si armonizza per completarlo?

Ed ancora il diritto di vivere in una famiglia costruita anch’essa secondo le leggi della natura, basate sulla unione di un maschio e di una femmina che è propria anche di tutto il mondo animale?

Inoltre, senza volerci riferire in questo momento ai valori propri della civiltà cattolica che pure non disconosciamo, davvero non si riesce a comprendere che l’accettazione delle coppie di fatto in Italia costituirebbe un cuneo importante per l’avallo e l’adozione a livello mondiale dello stesso ( non ) principio? Altri Paesi, infatti, potrebbero riflettere : se le coppie di fatto sono ora riconosciute nella cattolicissima Italia come già nell’altrettanto cattolica Spagna…..perché dobbiamo noi respingerle…..? Ecco una importante ulteriore responsabilità che ricadrebbe sulle spalle dei nostri legislatori con i paraocchi che circoscrivono la valutazione al loro ristretto orticello elettorale.

Comunque vorremmo davvero capire quale ….piattino ci si sta preparando e per questo rimarremo attenti: non vorremmo, come in uno spot televisivo che propone un ago per iniezioni assolutamente indolore, trovarci a chiedere – quando la puntura sarà un fatto compiuto ed irrevocabile - …già fatto?!?!?

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FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedantifolfore.com

 
 
 
 
   
IL FATTORE EL ALAMEIN
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


Il fattore EA ( El Alamein )


Motivazione e Memoria






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“«Dimmi un po’, perché sei venuto a fare il paracadutista?» domandavo talvolta. (…) «Una vocazione?» suggerivo. (…) Sì, vocazione era la parola giusta. Con il tempo e con la conoscenza di quegli uomini appresi a leggere assai bene nel loro animo e a discernere i motivi spirituali che li avevano condotti. E notai che in novanta casi su cento si tratta va di Poesia, di rozza, primitiva, ma autentica Poesia.” (A. Bechi Luserna – P. Caccia Dominioni, I ragazzi della Folgore, Milano 1970, pp. 12.13)



“ Là dove la tecnica e la competenza sono di casa, mancano la fantasia e la poesia. Sono qualità che non fanno un guerriero, ma quando la tecnica e la competenza falliscono, tutto va a catafascio, mentre la fantasia e la poesia ti aiutano a compiere gesta che possono essere epiche. Tutto ciò è forse da dimostrare. Bene, non vorrei che questo sia considerato retorica, ma noi della Folgore, i carristi dell’Ariete con le loro scatolette di carne invece dei carri armati, i fanti della Pavia, della Brescia, della Bologna e di tutte le divisioni che hanno combattuto in Africa, gli alpini della Julia in Grecia e in Russia, lo hanno ampiamente dimostrato.” (E. Camozzi, L’inferno o giù di lì, Milano 2002, pp. 42-44)



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Il par Manzin durante una lezione sul fattore El Alamein tenuta all'Accademia di Modena, coordinata dal gen Merlino e dall'Anpdi, presente anche il gen ca cc par Colavito ed il par. cc Valter Sergo, professore di fisica all'Università di Trieste e studioso di Storia e del Paracadutismo militare






La motivazione e la memoria sono due fattori che da sempre connotano l’essere militare nella sua più nobile accezione.

Ci è parso opportuno verificare questa nostra convinzione sentendo, in merito, il pensiero del Prof. Maurizio Manzin, già Ufficiale in servizio nella Folgore ed oggi docente presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche della Università di Trento, il quale ebbe a trattare su questo tema, qualche anno fa, nel corso di una memorabile conferenza tenuta presso l’Accademia militare di Modena in presenza dei Corsi riuniti.

La motivazione e la memoria dunque : due fattori importanti, permanentemente validi anche nel quotidiano vivere, presentati in modo esauriente e completo tanto da suscitare l’esaltata ammirazione dei presenti che - giovani aspiranti Ufficiali destinati al Comando di uomini - hanno il dovere di essere ben consapevoli delle peculiarità dell’etica militare per essere in grado di trasmetterle correttamente. Anche noi, con questa intervista , intendiamo dare un contributo alla diffusione di queste peculiarità permanentemente valide.



Professor Manzin, a nostro parere, due sono i fattori principali che hanno congiuntamente prodotto una radicale mutazione della figura del combattente: l’impegno consolidato nelle missioni multinazionali oltremare e la cessazione del servizio militare obbligatorio. A fronte di questi importanti cambiamenti introdotti ci pare opportuna una riflessione sulla attuale natura del mestiere delle armi: professione o vocazione. Quale è il suo pensiero di studioso corroborato dalla sua esperienza passata di Ufficiale della Folgore?



La percezione e l’autopercezione della condizione militare in Italia a partire dal secondo dopoguerra risultano condizionate da una serie di vicende che possono essere riassunte in quattro punti.

Primo: le potenziali ambiguità interpretative della Carta costituzionale, nata dalla fine del totalitarismo e dal collasso dello stato liberale post-unitario. Lo stato-nazione di matrice idealistica e ottocentesca, esacerbato e infine dissolto dalla dittatura del partito unico è stato sostituito, dopo il ’47, da uno “stato sociale di diritto” che vuol essere promotore attivo degli ideali di giustizia sociale. Tuttavia la natura di tali ideali e i mezzi per conseguirli sono diversamente concepiti dalle componenti politico-ideologiche che concorrono alla elaborazione della Legge fondamentale. Gli articoli della nostra Costituzione mostrano l’apporto di concezioni di origine difforme e non di rado confliggente: quella marxista-leninista e gramsciana, quella socialista riformista, quella cristiano-sociale, quella azionista, quella liberaldemocratica.



Secondo: queste concezioni comportano una serie di riflessi sulla condizione militare e sul concetto di difesa nazionale. Si va da un’idea di “esercito di popolo” che esige la leva obbligatoria ed è fortemente contrario alla professionalizzazione (dove le distinzioni di rango e i privilegi di grado sono malvisti e si favorisce, piuttosto, la sindacalizzazione e le forme di collegialità “di base” antielitaria), a un’idea patriottica in cui s’insiste sulla laica “sacralità” del dovere di difesa in armi, purché rigidamente assoggettato alla volontà della rappresentanza politica istituzionale (dove ha buon gioco la retorica di una fedeltà individuale ad elementi astratti e collettivi quali “nazione”, “stato”, “costituzione”, “democrazia”, ecc.), a un pacifismo utopistico che tollera il soldato come male necessario e in cui si favorisce l’obiezione di coscienza e la “pompierizzazione” delle FFAA, viste soprattutto come agenti di protezione civile e assistenza in caso di calamità pubbliche. In diversa misura queste componenti ideologiche hanno contribuito a qualificare (o dequalificare, a seconda dei punti di vista) la condizione militare sino agli anni Settanta.

Terzo: con la fine delle ideologie e il “riflusso” reaganiano negli anni Ottanta, e soprattutto con la fine della Guerra Fredda, si afferma un “pensiero tecnico” (come lo chiamano i filosofi contemporanei) che impone al militare un modello economico-manageriale e tecnologico. Tutti noi ricordiamo la propaganda di reclutamento per gli Ufficiali in SPE che insisteva oltre misura, ispirandosi a un modello nordamericano applicato in Vietnam, sulla figura di Comandante quale abile manager di un’azienda che produce “difesa” in modo efficiente e misurabile in termini di costi/benefici (ovviamente materiali). Quanto poi sia realistica, in Italia, la realizzazione di un apparato pubblico governato da meri criteri di efficienza, come una qualsiasi impresa privata, lascio giudicare al comune cittadino…




Quarto: nel trapasso avvenuto negli anni Novanta da una FA stanziale a coscrizione obbligatoria ad una tendenzialmente di proiezione e professionalizzata, s’inserisce il motivo epocale della crisi dei “pensieri forti”, che non sono soltanto le ideologie ispiratrici delle diverse aggregazioni politiche, ma anche la stessa “ideologia della scienza”, cioè lo scientismo, inteso come fiducia assoluta nelle capacità della scienza di “spiegare il mondo” e risolverne i problemi. A ben guardare, le crisi locali (ex-Iugoslavia, vicino Oriente, Caucaso, ecc.) che hanno necessitato o necessiterebbero l’uso della forza multinazionale sono solo l’espressione geopolitica di una condizione più generale – direi antropologica – che riguarda tutta la civiltà contemporanea: la frammentazione delle certezze e dei valori di riferimento, incluso quello di una scienza “neutrale” e rassicurante.



In questo quadro, sintetizzato nei quattro punti appena descritti - la cornice, diremmo - va dunque collocata la condizione militare e la questione della sua specificità: “vocazione” o “professione”, nell’era del “pensiero debole”?



A mio avviso il problema motivazionale è governato dal rapporto fra alcuni fattori fondamentali e dalla gerarchia in cui siano disposti. Devo tuttavia rilevare, al riguardo, che la riduzione di tali fattori motivazionali al campo economico, psicologico e politico rischia di non fornire una risposta convincente alla questione della specificità della condizione militare.

Infatti le motivazioni di ordine economico non fanno la differenza con le altre professioni pubbliche o private: denaro, privilegi di rango, prestigio sociale sono molle potenti per qualsiasi genere di ambizione ‘laica’; allo stesso modo, le motivazioni di ordine psicologico (autostima, orgoglio di status, desiderio di novità o di avventura, idealismo sociale e umanitario, ecc.) sono fungibili presso qualsiasi forma di impiego: dall’impresa pubblica, a quella privata, alle ONG. Lo stesso dicasi per le motivazioni politiche, relative al potere contrattuale acquisibile nell’ambito dei rapporti pubblici e privati.



Cosa dunque farebbe della condizione militare una “vocazione” dotata di valore aggiunto, peculiare rispetto alle altre forme di professione?



Ecco il punto. Per rispondere a questa domanda in modo convincente dobbiamo, a mio avviso, cercare in contesti culturali precedenti a quello moderno: nella classicità, nelle radici stesse della condizione militare.

In una parola, nella memoria. Non c’è identità senza memoria, e – aggiungo – nessuna memoria diventa azione (e trasformazione) se non ha un riferimento concreto. La nostra classicità sono il mondo greco-romano, barbarico, medievale e cristiano; ma essa è solo storia libresca, vuota retorica, senza un collegamento fattuale e concreto. Dov’è che la “poesia” delle guerre di Omero, dell’Eneide o della Gerusalemme liberata diventa carne e sangue? Dove possiamo concretamente conoscerla? La risposta, per chi ha militato in particolare nei ranghi delle aviotruppe, ove la motivazione è fortemente sentita, appare immediata, ed è stata esposta con chiarezza nei due passi tratti dal celebre libro sui Ragazzi della Folgore e dal più recente lavoro di Emilio Camozzi: si tratta di El Alamein e della sua memoria vivente! ( ndr : i due passi sono riportati in testa a questa intervista ). Ciò che i due autori definiscono “poesia” mostra una direzione di ricerca assai stimolante sotto il profilo filosofico: un mix etico ed estetico che precisa la scelta militare come vocazione specifica, supererogatoria rispetto alle motivazioni - pur legittime - di tipo economico, psicologico o politico. Essa non le annulla, ma certamente le supera, poiché supplisce in tutti i momenti e i luoghi in cui esse sono carenti o addirittura assenti. Sono i fatti stessi a dimostrarlo.



Cosa inchiodava il glorioso Fante dell’Aria alla sua buca? Cosa lo spingeva all’assalto con mezzi inadeguati? Cosa lo obbligava a rinunciare di sua volontà alla sostituzione o al ricovero?



Certamente non la paga, non il prestigio, non le convinzioni politiche o altro, se è questo che lei intende. Direi invece un senso di fedeltà al suo dovere più prossimo: al “suo” compagno di buca, alla “sua” squadra o plotone, al “suo” Comandante. Questo è confermato dalla stragrande maggioranza dei racconti che ho raccolto dalla viva voce dei reduci. E’ stato scritto che “non c’è amore più grande di quello che sacrifica la propria vita per quella dei suoi fratelli”, e questo è ciò che ha prodotto il “ Fattore EA “ (El Alamein): un valore aggiunto capace di surrogare la tecnica e la competenza, la vera molla dell’eroismo, un eroismo tutto particolare che trova le sue forme nella fratellanza d’arme, trasformando strumenti ed esperienze potenzialmente negativi e di morte, quali la guerra e gli artifici offensivi, in strumenti positivi di vita. Una vita, naturalmente, che merita la “ V ” maiuscola.


Professore , per concludere, questo determinante Fattore EA da lei individuato e descritto può essere anche un riferimento permanente che dall’ambito militare può essere trasmesso ad ogni ambito della società?



Certamente! Credo proprio che in tempi di disorientamento morale e di frammentazione del pensiero come quelli che stiamo innegabilmente vivendo, la motivazione della memoria simbolizzata dal Fattore EA possa costituire un esempio fruibile per le generazioni e, in particolare, per tutti coloro che si sentono attratti dall’antico mestiere delle armi senza magari neppure saperne spiegare dettagliatamente il perché ( come i “ragazzi” immortalati da Bechi Luserna ). Per essi, e per noi che ci occupiamo di queste cose, il Fattore EA è un fattore concreto d’identità e di distinzione. Dovremmo esibirlo nelle nostre “campagne” ( anche quelle umili e quotidiane ) come i legionari spagnoli del Tercio fanno con l’occhio di Millan Astray o quelli francesi della Lègion con la mano di legno di Danjou.
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Intervista a cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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LA GUARDIA NAZIONALE. PARLA UN ESPERTO
Mercoledì, 21 Febbraio 2007


IL PROGETTO DI ISTITUZIONE DELLA GUARDIA NAZIONALE IN ITALIA - INTERVISTA AL GENERALE FERRARI



Come preannunciato in esclusiva da alcuni giorni proprio dal nostro sito in “ news “ la Lega Nord ha presentato al Senato il progetto di legge che auspica la costituzione in Italia della GUARDIA NAZIONALE .

E’ questo un provvedimento da tempo fortemente auspicato in ambito post-militare . Ci riferiamo con questo appellativo a quel personale che a tutti i livelli di grado ha servito nelle Forze Armate, ma sappiamo che un provvedimento di tal fatta è fortemente auspicato dai paracadutisti in congedo e dagli ufficiali di tutte le armi e specialità associati nella UNUCI ( Unione Nazionale Ufficiali in Congedo ) ben consapevoli che,in una potenziale Guardia Nazionale, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale, mettendo a disposizione la già acquisita esperienza militare.



Visto quindi l’interesse che l’argomento può rivestire per la maggior parte dei nostri visitatori/lettori ci pare opportuno ripetere nelle linee essenziali il testo del progetto presentato, del quale tuttavia non siamo in possesso, così come illustrato dal Senatore Piergiorgio Stiffoni e riportare, di seguito, alcune considerazioni e riflessioni in merito del Generale Giuliano Ferrari che, nella sua veste di già Comandante della Scuola di Guerra dell’Esercito e di esperto di problemi di Ordinamento militare presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, ci può aiutare a meglio entrare nelle pieghe del progetto in argomento.



Sarà lo stesso interesse a portarci a sentire anche il pensiero di altri esperti, che già abbiamo sollecitato, – ma tenendo ben presente che, per onestà intellettuale, non possiamo non avvertire la difficoltà derivante dalla prospettiva politica attuale cui compete l’eventuale trasformazione in legge - e comunque ad obbligarci a seguire ogni possibile sviluppo.



Noi comunque siamo pronti – sia chiaro - a buttarci a corpo morto per sostenere una idea nella quale crediamo molto, pur consapevoli della difficoltà di realizzazione.




Gli elementi essenziali del progetto di legge illustrati dal Sen. Stiffoni




La guardia Nazionale esiste negli USA da tantissimo tempo e si è rivelata di grandissima utilità ed ha già fornito tutti i possibili suggerimenti per chi voglia risolvere il problema del controllo del territorio senza pregiudizi a priori.



Nel nostro ordinamento repubblicano - rileva Stiffoni - manca uno strumento agile e flessibile che possa essere impiegato a richiesta degli esecutivi regionali per far fronte alle situazioni che esigano l'attivazione del sistema di protezione civile. L'importazione nel nostro ordinamento dell'istituto della Guardia Nazionale permetterebbe di assicurare il soddisfacimento di queste richieste, liberando i reparti operativi delle Forze Armate da compiti di presidio del territorio dei quali vengono talvolta impropriamente gravati e predisponendo uno strumento utilizzabile all' occorrenza, quando il moltiplicarsi degli interventi all'estero assottigli per esempio le risorse organiche disponibili sul territorio metropolitano.



La proposta prevede che entrino a far parte della Guardia Nazionale "su base volontaria “, i militari di leva, cessati dal servizio senza demerito, di età inferiore ai 40 anni ed il limite verrebbe elevato a 45 per gli ufficiali inferiori e i sottufficiali che decidessero di presentare domanda di arruolamento.



Il reclutamento, poi, dovrebbe avvenire su base regionale, e stante il carattere di milizia che si vorrebbe attribuire alla costituenda Guardia Nazionale, è previsto che i reggimenti regionali abbiano prevalentemente il carattere di strutture quadro, espandibili attraverso la mobilitazione.



Esistono già associazioni d'Arma e di Ufficiali in Congedo pienamente in grado di assistere e coordinare la nascita di questo corpo armato.



Agli appartenenti si richiederebbe l'obbligo di prestare servizio per non più di un giorno alla settimana, sia per assicurare una minima capacità di intervento immediato, sia per garantire la formazione del personale.



Allo Stato Maggiore dell'Esercito, verrebbe demandato l'onere di assicurare il quadro permanente delle unità e di addestrare la nuova forza che ,a regime, non dovrebbe disporre di più di 40 mila uomini mobilitabili, raggruppati in 20 reggimenti regionali sotto il comando di altrettanti Colonnelli.



L'armamento sarebbe esclusivamente di tipo leggero, analogo a quello in dotazione ai battaglione di fanteria dell' Esercito.



Gerarchicamente il generale Comandante della Guardia Nazionale dipenderebbe dal Capo di Stato di maggiore della Difesa in relazione agli impieghi deliberati dal Consiglio dei Ministri mentre i Colonnelli Comandanti dei reggimenti regionali risponderebbero altresì ai Presidenti delle regioni in cui sarebbero stanziati.



E’ escluso che la Guardia Nazionale possa essere impiegata al di fuori del territorio nazionale.



La retribuzione sarebbe identica a quella prevista su base giornaliera per le categorie corrispondenti del personale in servizio permanente effettivo.





IL PARERE DEL GENERALE FERRARI

Signor Generale Ferrari, prima di sentire le sue considerazioni e riflessioni può esserci utile, per un raffronto, conoscere gli elementi fondamentali della Guardia Nazionale già operante negli USA




Negli Stati Uniti, dove ha una lunghissima tradizione, la Guardia Nazionale è affiancata dalle forze della Riserva: queste ultime sono composte da unità di supporti tattici e logistici (artiglieria, genio, ecc.) ma non solo, ed hanno compiti di completamento delle unità regolari in vita per sole operazioni militari, alle dipendenze del Governo Federale.



La Guardia Nazionale è articolata invece in unità “statali” (lo Stato di New York ne ha ad esempio una Divisione)di tutte e tre le Forze Armate, rette da un Generale (Adjutant General) che dipende dal Governatore del singolo Stato: ha compiti di intervento nelle pubbliche calamità, nell’ordine pubblico, nel controllo del territorio e dei confini (ad esempio per prevenire l’immigrazione clandestina) agli ordini del governo locale, ma può essere mobilitata dal Governo federale per lo stesso tipo di impieghi o in operazioni militari vere e proprie.



Il reclutamento è locale (tra i cittadini di ciascuno Stato, normalmente ex militari), l’addestramento è limitato a un giorno alla settimana più due settimane all’anno di esercitazioni, in parte congiunte con le unità regolari.



Le unità sono dotate dello stesso armamento ed equipaggiamento in dotazione alle Forze Armate regolari ed hanno la struttura organica delle unità da combattimento (fanteria, air cavalry, ecc.).



I militi hanno diritto alla conservazione del posto di lavoro al rientro dall’addestramento o dall’impiego e acquisiscono privilegi in campo previdenziale (conteggio anzianità) e qualche fringe benefit, come il diritto all’accesso agli spacci e alle facilities militari.





Dal raffronto tra la soluzione adottata ed operante con successo negli USA e la proposta della Lega per l’Italia quali considerazioni possiamo immediatamente derivare?





Direi innanzitutto che gli impieghi “interni allo Stato” – e quindi alla Regione - previsti per la Guardia Nazionale USA sembrano applicabili e praticabili anche per l’Italia.



Occorre tuttavia considerare immediatamente come, sia pure costituendo soltanto 20 unità regionali di fanteria per un totale di 40.000 uomini, i costi per l’equipaggiamento, l’armamento ed il munizionamento, il sostegno logistico, le infrastrutture alloggiative ed addestrative (oggi alcune Regioni ne sono praticamente prive) e l’organizzazione permanente sarebbero ingenti, anche non prevedendo in Italia, come invece è negli USA, la costituzione di unità di Marina e/o dell’Aeronautica.



Le unità avrebbero un sicuro punto di forza nella volontarietà e nel reclutamento locale, finora attuato – dico con soddisfazione da alpino - quasi soltanto per gli alpini dell’esercito di leva. Resta da verificare la fattibilità alla luce del tasso di adesione volontaria ad un’istituzione che, quand’era alimentata per coscrizione, è stata definita come “una tassa che gli italiani pagano malvolentieri”. Andrebbero forse rivisti gli incentivi indicati dalla proposta di legge.



Ma questa guardia Nazionale non potrebbe anche essere una panacea per le Associazioni d’arma oggi fortemente travagliate dopo la cessazione del servizio militare obbligatorio? Che ne pensa?



Certamente. Le associazioni combattentistiche e d’arma potrebbero fornire forte supporto all’iniziativa, in particolare nelle regioni nelle quali sono numericamente forti e attive. A tal fine, andrebbe rafforzata la collaborazione all’interno di Assoarma ed anche e particolarmente con le Associazioni che non ne fanno parte (es. l’ANA, l’Associazione degli Alpini ), ma soprattutto con lo Stato Maggiore della Difesa, con quello dell’Esercito e con i Ministeri in qualche modo aventi causa (Interno, Lavori Pubblici, Dipartimento di Protezione Civile, ecc...).




Infine, Sig. Generale, la sua esperienza di studioso di Ordinamento delle Forze, cosa suggerisce?



Sicuramente qualche modifica al vincolo del reclutamento regionale dovrebbe essere prevista, quanto meno per alcune specialità e specializzazioni non omogeneamente distribuite su territorio.



Inoltre l’inquadramento costituisce un problema a sé: finché saranno disponibili, gli ex ufficiali di complemento potranno fornire i quadri delle minori unità; il reperimento dei sottufficiali e degli ufficiali di rango più elevato richiederà interventi (passaggio a domanda dal Spe servizio permanente dell’Esercito, appositi corsi presso gli istituti militari di formazione, ecc..).



Mi lasci anche prospettare una preoccupazione : se non si mantengono alti standard addestrativi e operativi ( modernità degli armamenti, disciplina, preparazione, competitività, ecc. ) e non si riuscisse a inculcare la “ motivazione “ nella sua accezione più elevata è forte il rischio di costituire una struttura dilettantistica, con basso livello di morale e inadeguata autostima.

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Testo ed intervista a cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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INTERVISTA AL GENERALE FRATICELLI
Mercoledì, 21 Febbraio 2007
ONU: INTERVISTA AL GENERALE FRATICELLI


ROMA- L'Organizzazione delle Nazioni Unite ( ONU ) è la più estesa organizzazione internazionale, comprendendo la quasi totalità degli Stati del pianeta.

Dal 3 luglio 2006 gli stati membri sono 192. Possono far parte delle Nazioni Unite tutti i paesi che accettano gli obblighi imposti dallo Statuto delle Nazioni Unite e che vengono considerati in grado di far fronte a questi obblighi.

Lo Statuto delle Nazioni Unite istituisce sei organi principali per il funzionamento e il governo dell'Organizzazione, ma accanto a questi esiste anche una serie di agenzie, fondi, commissioni e programmi che fa parte del Sistema ONU:

Assemblea Generale delle Nazioni Unite
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
Consiglio Economico e Sociale
Segretariato delle Nazioni Unite
Corte Internazionale di Giustizia
Il sesto organo tuttavia, il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria, già tra gli organi principali, ha di fatto cessato di esistere con la fine dei regimi di amministrazione fiduciaria.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - di cui l’Italia è divenuta membro non-permanente dal 1° gennaio 2007, in carica fino al 31 dicembre 2008 - è l’organo che ha maggiori poteri nelle Nazioni Unite, avendo la competenza esclusiva a decidere contro gli stati colpevoli di aggressione o di manaccia alla pace.

Al Consiglio è conferita "la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale". Le decisioni del Consiglio necessitano di una maggioranza di almeno nove dei quindici membri e di tutti i cinque membri permanenti. Il Consiglio è composto da cinque membri permanenti ( Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia: i paesi vincitori nell’ultimo conflitto mondiale ) e dieci membri non-permanenti eletti fra i paesi membri delle Nazioni Unite. Ogni anno l'Assemblea Generale elegge cinque membri non-permanenti che restano in carica per due anni.

Un rappresentante di ogni paese membro deve essere costantemente presente presso la sede di New York in modo che il Consiglio possa riunirsi in ogni momento. Uno stato membro delle Nazioni Unite ma non del Consiglio di sicurezza può prendere parte alle sedute del Consiglio se esso ritiene che le decisioni prese possano coinvolgere gli interessi del suo paese.

Negli anni recenti questa norma è stata interpretata in senso molto ampio consentendo a molti paesi di partecipare alle sedute e alle discussioni. Il Presidente del Consiglio di Sicurezza cambia con una turnazione mensile tra i membri seguendo l'ordine alfabetico dei paesi. Anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha un seggio presso il Consiglio di sicurezza ma non ha diritto di voto.

Quindi dal 1° gennaio di quest’anno l’Italia è membro non-permanente del Consiglio di sicurezza dell’ ONU e quest’ingresso è stato salutato come un grande risultato della politica estera del Governo e dei membri della sua diplomazia in seno all’Organizzazione.


Ci è parso appropriato sentire in merito il pensiero del Gen. Giulio Fraticelli , oggi Presidente della Oto Melara, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ma in particolare esperto di situazioni ONU, avendo ricoperto in passato ( ’98 – 2000 ) a New York l’incarico prestigioso di Consigliere militare del Segretario Generale Kofi Annan, che , con grande cortesia, ha aderito al nostro invito.



Il Gen Fraticelli alla Festa di Specialità del 2004




Signor Generale quale significato possiamo attribuire a questo ingresso dell’Italia nel Consiglio di Sicurezza e quali opportunità comporta per il nostro Paese?


Far parte del più alto consesso internazionale in tema di sicurezza, anche se soltanto per due anni, e’ certamente motivo di legittima soddisfazione nazionale e può essere una opportunità per portare a livello mondiale istanze particolarmente sentite su temi di vasta portata etica, come testimonia la nostra immediata ed importante iniziativa per una moratoria delle esecuzioni capitali. Un tema, questo, che incontra non poche difficoltà nello stesso Consiglio di sicurezza, dove purtroppo alcuni membri permanenti appaiono nettamente contrari. Al tempo stesso l’appartenenza al Consiglio rappresenta un’ occasione per dare un contributo alla soluzione dei numerosi problemi dell’ONU.



Quale concorso vede prioritario da parte dell’Italia ora che, come le è dovuto per il suo prestigio a livello mondiale e per il suo forte impegno militare internazionale, finalmente si trova nella….stanza dei bottoni dell’ONU?



Si potrebbe cominciare dalla missione primaria dell’organizzazione così com’è formulata nel suo statuto: mantenere la pace e la sicurezza. Come lo stesso charter prescrive, si deve svolgere questo compito per via innanzitutto pacifica utilizzando quelle misure diplomatiche che spesso, nel passato, le Nazioni Unite, sono riuscite a costruire e mettere a frutto. Ma, laddove malauguratamente questa via si dimostrasse inconcludente, il capitolo VII dello statuto delinea altre strade, che si rifanno essenzialmente all’uso della forza. E su questo canale non si può dire che le cose siano andate molto bene: dunque c’e parecchio da fare. Dare un concorso qualificato all’ efficacia dell’ONU nell’assolvimento della sua core mission significa lavorare essenzialmente su due fronti: uno politico, riguardante la struttura e il funzionamento del Consiglio di sicurezza, l’altro più tecnico, riferibile al braccio operativo dell’Organizzazione e al suo modus operandi nelle missioni di peace-keeping/enforcing. Entrambi i settori di intervento richiedono sforzi non indifferenti ma vale la pena di fare qualche passo avanti che l’Italia può e deve adeguatamente non solo sostenere ma anche lanciare.



Ci pare che l’Italia potrebbe anche lavorare pro domo sua, nella riorganizzazione e nel riammodernamento della struttura dell’ONU ed in particolare proprio per quanto attiene il Consiglio di sicurezza.



Assolutamente vero. Una riforma del Consiglio di sicurezza, per renderlo essenzialmente più rappresentativo della realtà mondiale, che non e’più quella del 1948 quando fu costituita l’ONU, e’ stata avviata da oltre un decennio, senza pratici risultati. E’ in gioco la sua composizione, cioè quanti paesi debbano farne parte, per quanto tempo e con quali poteri decisionali L’Italia si e’ data molto da fare per impedire un aumento dei membri permanenti ( i cinque con potere di veto), che avrebbe aggiunto un'altra ingiustizia al quadro esistente, e persegue la strada di una partecipazione su base semipermanente, secondo alcuni parametri che misurano il peso di ciascun membro delle Nazioni Unite. Il nostro Paese inoltre è altresì favorevole a una presenza in seno al Consiglio che rappresenti l’Unione Europea e a tal fine si e’ offerto per portare nella sede appropriata, durante il biennio 2007-2008, la “voce” del vecchio continente. Vedremo quello che si riuscirà a fare.



E infine, Signor Generale, sul tema del peace-keeping, considerati i correnti e pesanti impegni dell’Italia, ritiene che il nostro Paese possa avviare qualche attività di definizione e di puntualizzazione delle norme che oggi regolano un po’ troppo elasticamente gli impegni nelle missioni internazionali?



Sul tema del peace-keeping si potrebbe tentare di ridare slancio all’attività di revisione degli interventi, a cominciare dalla pianificazione dei contributi nazionali, migliorando l’addestramento e l’interoperabilita’dei contingenti, i tempi di azione, la capacità di acquisizione e impiego delle risorse necessarie per ciascuna missione. Se si riuscisse a mobilitare un rinnovato interesse, un tavolo di tecnici potrebbe certamente trovare soluzioni rispondenti. In definitiva c’è da augurarsi che in questi due anni l’attenzione che l’Italia dedica all’ONU possa trovare sbocchi idonei sul piano operativo. Se ciò avverrà avremo reso un ottimo servizio non solo al nostro Paese ma, cosa più importante, all’intera comunità internazionale.

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Testo ed intervista a cura di FRAMER,
per conto di OSSERVATORIO di www.congedatifolgore.com
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SOSPENSIONE PER AGIORNAMENTI TECNICI
Martedì, 20 Febbraio 2007


PARMA- Le pubblicazioni sono temporaneamente sospese per aggiornamenti tecnici.

Le pubblicazioni riprenderanno il 21 Febbraio 2007 alle ore 10.