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SPECIALE EL ALAMEIN PROJECT
Martedì, 31 Agosto 2010


SPECIALE SULLE MISSIONI DELL'EL ALAMEIN PROJECT

CLICCATE QUI

 
 
 
 
 
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IN MOMORIA DEI PARACADUTISTI DI TAKROUNA
Sabato, 14 Agosto 2010



COMMEMORAZIONE ALLA STELE DI TAKROUNA
ANNO 2010


Takrouna (Tunisia), un villaggio berbero in cima ad una rocca rocciosa che si erge ripida sulla pianura di Enfidaville, che nell’aprile del 1943 costituiva una formidabile posizione difensiva per le Forze Italo-Tedesche incalzate da sud da quelle inglesi.
Il 19 aprile il 28° Btg Maori della 9° Br. neozelandese, al costo di gravissime perdite, apriva un varco tra le casupole del villaggio, conquistando la vetta e sistemandosi a difesa della posizione.

Il Comando italiano disponeva un immediato contrattacco con un reparto di Granatieri di Sardegna che si batteva valorosamente senza però riuscire a conquistare la posizione fortemente difesa dal nemico.
La missione veniva così affidata ai superstiti del 285° Btg “Folgore”, inquadrati nel 66° Rgt. Fanteria “Trieste”, schierato alcuni Km. a nord di Takrouna.

Erano sopravvissuti circa 180 paracadutisti inquadrati in due compagnie, comandate rispettivamente dal Ten. Rolando Giampaolo e dal Ten. Orciuolo che, reduci della battaglia di El Alamein, avevano continuato a combattere lungo circa 2000 Km di deserto in una manovra in ritirata dall’Egitto fino in Tunisia.

La riconquista di Takrouna era così passata ai paracadutisti che, fiaccati nel fisico per l’estenuante impari lotta affrontata tutti i giorni e nel morale per la perdita di un gran numero di commilitoni (gli ultimi a Wadi Akarit sul fronte del Mareth nei mesi di marzo-aprile), raccoglievano tutte le loro forze e tutto il loro orgoglio per affrontare l’ultima possibilità di dimostrare il loro coraggio ed il loro ancora intatto spirito combattivo.

Venivano così impegnati in due giorni di duri combattimenti lungo le balze della rocca, contro i Maori neozelandesi che, ben schierati a difesa del villaggio, contrastavano l’avanzata dei paracadutisti con precisa azione di cecchinaggio.

Giunti a contatto con i Maori, i paracadutisti li affrontavano con le baionette e le bombe a mano, stanandoli casa per casa e costringendoli ad una precipitosa fuga lungo i dirupi.

Molti Maori venivano presi prigionieri e scortati nelle retrovie.
La posizione veniva mantenuta dai paracadutisti per 48 ore. Poi si scatenava il contrattacco inglese preceduto da un massiccio fuoco di artiglieria.

I paracadutisti, terminate le munizioni, in mancanza di ogni possibilità di ricevere rifornimenti, erano costretti a ripiegare, calandosi lungo una parete rocciosa. Per due giorni avevano combattuto il nemico strenuamente, avevano riconquistato Takrouna, avevano perso circa metà degli uomini, avevano dato il massimo di se stessi.

La battaglia di Takrouna fu il più importante evento bellico nel Nord Africa, dopo El Alamein, vissuto dai paracadutisti della Divisione “Folgore”. Esso fu riconosciuto con il conferimento di diverse medaglie al valore tra cui ricordiamo le Medaglie d’Argento al Ten. Rolando Giampaolo ed al S.Ten. Cesare Andreolli che andavano ad aggiungersi a quelle conferite per gli avvenimenti a Wadi Akarit al Ten. Ludovico Artusi, al S.Ten Cesare Cristoforetti, al cap. magg. Giambattista Corlazzoli ed allo stesso Ten. Rolando Giampaolo.

Per ricordare questa battaglia il giorno 24 aprile 2010 si è tenuta presso la Stele eretta ai piedi della Rocca di Takrouna, a ricordo dei paracadutisti della Divisione “Folgore” caduti nell’adempimento del loro dovere, una cerimonia commemorativa organizzata dall’Ambasciata d’Italia a Tunisi.


Erano presenti alla cerimonia l’Ambasciatore Pietro Benassi che ha tenuto un emozionante discorso commemorativo, l’Addetto Militare C.Amm. DeFelice, il T.Col. Ugo Cantoni, perfetto organizzatore della cerimonia, le Autorità locali e molti Addetti Militari delle Ambasciate dei Paesi accreditati a Tunisi con i loro familiari.

La rappresentanza giunta dall’Italia era costituita dal T.Col. Fedele Aloè del 66° Rgt. Fanteria della Br. Friuli, accompagnato da un sottufficiale ed una soldatessa, da un Nucleo di Carabinieri dell’Associazione Carabinieri in congedo, Sezione di Bobbio (PC), dal Ten (ris) Rolando Giampaolo, dal Gen.B. (aus) Salvatore Iacono, dalla S.ra Lucilla Andreolli (figlia del S.Ten: Andreolli) che hanno partecipato a titolo personale. Erano presenti anche diversi paracadutisti in congedo residenti in Tunisia fieri di indossare il loro basco amaranto.

Al discorso dell’Ambasciatore ha fatto seguito la deposizione di 4 corone: da parte dell’Ambasciata Italiana, dell’Associazione Carabinieri, del 66° Reggimento fanteria e quella di Rolando Giampaolo e Lucilla Andreolli in ricordo ed onore dei rispettivi genitori che a Takrouna hanno scritto una pagina del loro valore di soldati.

Al termine della cerimonia tutti i partecipanti sono stati invitati al ritrovo in cima alla Rocca dove la gentilissima S.ra Aida aveva preparato un rinfresco a base di prodotti tipici locali.



NOTA
La Sezione ANPd’I di Livorno ha organizzato un Soggiorno in Tunisia con cerimonia commemorativa alla Stele di Takrouna nel periodo dal 6 al 13 settembre 2010.
Per informazioni rivolgersi alla Sezione tel. 0586887552 o al suo Segretario, par. Mario Talerico cell. 3393287164 o direttamente all’Agenzia di Viaggi Filo Rosso di Livorno, tel. 0586442220

 
 
 
 
 
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UN LEONE DELLA FOLGORE INTERVIENE SUL PROGETTO EL ALAMEIN
Giovedì, 5 Agosto 2010





Brescia

Caro Walter, caro direttore,
Mi hai chiesto riflessioni e suggerimenti sul meraviglioso progetto El Alamein.


La riflessione:

ho partecipato alla recente presentazione del libro “El Alamein” del dott. Daniele Moretto e su sua richiesta il mio intervento ha concluso la serata. Il testo è pubblicato su SU PARACADUTISTI DI BRESCIA


In quella occasione l’autore ha illustrato dettagliatamente il progetto voluto dall’ANPd’I Nazionale in collaborazione con il paracadutista Walter Amatobene del sito “CONGEDATI FOLGORE”, l’Università del Cairo, l’ Università di Padova, l’Ambasciata italiana unitamente ed un gruppo di studiosi.


L’aver immaginato, non solo dal punto di vista storico-culturale e patriottico, e realizzato con entusiasmo, soprattutto con piccone, badile e carriola, il recupero di un tanto rilevante periodo della nostra Storia, non poteva che essere opera di paracadutisti coscienti di quanto si legge all’art. 2 dello Statuto Nazionale dell’ANPd’Italia:

” la glorificazione dei paracadutisti caduti nell’adempimento del loro dovere in guerra ed in pace, perpetuandone la memoria.. “

Non posso non dirti della mia amarezza per non poter far parte di uno dei gruppi di lavoro che tu ed i tuoi collaboratori avete generosamente ideato. Infatti fra pochi giorni inizierò il 90° anno di vita e non posso più utilizzare le mie gambe e le mie braccia come richiede questo impegno.
Lo spirito della Folgore e la volontà non bastano: non “pompo” più, alla seconda flessione … cado a terra, (però vado in bicicletta e guido ancora l’auto…)



Il suggerimento:


I Congedati Folgore, le Università e la rinnovata Presidenza Nazionale dell’ANPDI garantiscono certamente iniziative corredate da contributi tecnici, culturali indubbiamente adeguate.

Da parte mia azzardo un suggerimento, che illustro con un esempio che risale al 1952 (allego scan della nota dell’epoca);

nel quale, per favorire la partecipazione dei “ Folgorini “, si fa cenno a facilitazioni di viaggio, vitto, alloggio; se nel 2011 le risorse del Ministero della Difesa non lo consentissero (vedi nota in calce…) una medaglietta, un distintivo potrebbero essere apprezzati dagli ormai pochi superstiti.

L’idea non necessità di altri particolari chiarimenti.

Non è tutto, ma per ora basta così. Al mio orizzonte vedo l’anno 2011 nel giorno dell’inaugurazione della restaurata linea del fronte. Io comunque, ci sarò !!!

Ciao, arrivederci e, FOLGORE SEMPRE !!!
Paracadutista
Gino Compagnoni


LA INTERVISTA DEL LEONE GINO COMPAGNONI A "IL GIORNO"




sotto: la convocazione ai Radunisti del 1952 che riportava la promessa di rimborso spese


Gino

 
 
 
 
 
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DORINA: COMPAGNA DI UNA VITA DI EMILIO CAMOZZI
Mercoledì, 26 Maggio 2010


DORINA

Qualche ortodosso griderà indignato:"Ora anche le mogli ci propinano questi rompiballe di Reduci".Andiamoci piano, molto piano.

Oltre ad avermi sopportato per sessantacinque due anni, il che non è poco visto il carattere piuttosto irsuto che accomuna tutti i paracadutisti, ha delle qualità che la fanno meritare la qualifica di reduce. Ha accettato il mio turbolento considerare la vita , magari con il cuore in gola, qualche volta affiancandomi nelle mie non troppo facili avventure, e rincuorandomi quando mi prendeva il magone per qualcosa non riuscita. Durante i periodi di fuoco qui a Trieste la mandai a Udine con il figlioletto che ho avuto il tempo di mettere al mondo. Aveva il compito di accogliere, sistemare, e provvedere alla sistemazione ed al vitto dei feriti che riuscivamo a far fuggire da Trieste dove, dopo le prime cure nell'infermeria del carcere dovevano subire un processo che finiva sempre in una condanna. Svolse il suo compito in modo
encomiabile.
Credo quindi si sia meritata l'onore di una citazione fra di noi.


 
 
 
 
 
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IN RICORDO DI PADRE BASSO E LA STORIA DEL "BUON PARACADUTISMO" PIONIERISTICO
Mercoledì, 5 Maggio 2010


Ricordi scaturiti da una celebrazione




di Enzo Trentin


L’occasione mi viene data dalla giornata del 2 Maggio scorso, nel corso della quale si è celebrata l'inaugurazione di un piccolo monumento e l'intitolazione di una piazzetta proprio di fronte alla casa natia di Lumignano, paesino alle porte di Vicenza, ad un cappellano militare paracadutista. E questo particolare denota l’elevata sensibilità degli organizzatori dell’intera iniziativa, poiché lì vivono ancora tre fratelli di Padre Ubaldo Lino Basso. Il francescano MAVM presente ad El Alamein nelle fila della Divisione Folgore.

Più che combattere, fratel Lino si spese al fianco delle pattuglie di folgorini che operavano di notte nella terra di nessuno. I parà facevano il loro lavoro, don Lino (allora poco più che trentenne) andava alla ricerca di resti e di qualche effetto personale dei caduti da riconsegnare alle famiglie.

Domenica 2 Maggio 2010 ho partecipato ad un bellissimo evento, curato in ogni particolare dal vicentino Guido Barbierato (Consigliere nazionale per il Triveneto) a quale va non solo il mio presonale apprezzamento, e dove ha presenziato anche il Presidente nazionale Giovanni Fantini.

Commemorazione toccante.


L’oratore: Paolo Carlan non ha mancato di commuoversi, e di commuovere il folto pubblico, nel ricordare la figura del francescano.
Per scelta personale mi sono allontanato da ogni associazione, e da ogni attività sportiva oramai da quindici anni, ma avendo conosciuto personalmente padre Lino Basso ho creduto giusto non mancare. Eppoi io quel frate l'ho sempre invidiato per la serenità che emanava da ogni suo sguardo e comportamento.
La cerimonia è stata anche l’occasione per un fraterno abbraccio a tanti vecchi amici e compagni di goliardate aeree.

Per la maggior parte ci siamo riconosciuti dagli sguardi e dai sorrisi piuttosto che dalla fisionomia. I corpi, in genere, sono diventati più… “importanti”. È stato come veder scorrere una serie di seguenze di un film immaginario, nello svolgersi del quale non di rado appare la figura di fratel Lino.


È degli anni ’60, qualche anno dopo il servizio militare, il nostro peregrinare in aeroporti. A Borgo Panigale di Bologna, dove allora operavano ben due Aermacchi-Lockheed AL-60. Lì riuscivano a volare tutti: volo a motore, volo a vela, paracadustisti, aeromodellisti. Solo qualche pausa in corrispondenza dell’atterraggio o involo dei vettori civili dell’«Itavia», per poi ricominciare daccapo.

Negli stessi anni altra attività veniva svolta a Mantova, dove gli allora responsabili della sezione ANPdI s’erano impegnati nell’acquisto di un Dornier Do.27, e dove ogni mese era appuntata in bacheca la fotocopia della cambiale regolarnmente pagata, con un scritta (in idioma mantovano) fatta di pugno dell’allora Presidente, nella quale orgogliosamente si dichiarava: «Così si fa ad acquistare gli areoplani.»

Di Mantova, poi, come non ricordare la «Coppa delle nebbie» che si disputava a cavallo tra la fine di Novembre ed inizio Dicembre sancendo la chiusura invernale dell’attività.

Mai intitolazione fu più azzeccata, poiché le condizioni atmosferiche non consentivano quasi mai un volo livellato, pena il perdere di vista la ZL.

Dopo la prima edizione, dove tutti, ovviamente, cercavamo di conquistare coppe e medaglie, i più scanzonati di noi competevano per i secondi o terzi posti, poiché i premi per quei piazzamenti consistevano i prosciutti e salami offerti da un valente produttore locale.

Allora di aeroplani per l’attività paracadutistaca ce n’erano pochi. A volte di doveva telefonare il Venerdì sera alla sezione ANPdI di Bolzano per dare i nominativi di coloro che puntualmente alle ore 08,00 della Domenica successiva dovevano presentarsi alla porta dell’aeroporto alto-atesino, dove immancabilmente un “vampiro” dell’AM, lista alla mano, controllava chi poteva accedere all’impianto e chi no.

Bolzano allora era operativa con uno -e più spesso due- Cessna 172.

In quel centro aleggiava una disciplina dovuta all’autorevolezza, non all’autorità, dei vari Landi, Trettel, Panzanini. Persone che nei successivi anni ’90 verranno messe alla berlina da certa stampa come “gladiatori” appartenenti all’organizzazione stay-behind (letteralmente "stare dietro, in retroscena"). Ovviamente, a quel tempo, nessuno di noi conosceva questa loro seconda identità.

È sempre di quegli anni l’attività saltuaria di Verona. De Monti e Bauchal ottenevano in prestito un Cessna 172 da Bolzano, ed ecco una febbrile attività per recuperare i materiali dati in comodato d’uso dalla SMIPAR, e conservati presso l’aeroclub di Boscomantico.


Caricati sulle auto i paracadute ci si spostava all’aeroporto di Villafranca, dove complice la benevola accoglienza della 3^ Aerobrigata dell’AM, si poteva operare in quell’angolo dell’impianto dove oggi sorge la struttura civile del “Valerio Catullo”.

Saltuarie puntate si potevano fare all’aeroporto del Lido di Venezia, come al “Sant'Angelo” di Treviso, sempre benevolmente ospitati, o comunque tollerati, dall’AM.

Un’attività lancistica, come si può comprendere, non “regolare” né stanziale come ai giorni nostri, dove i centri sono numerosi e l’attività incessante. Non di rado si percorrevano centinaia di Km. per poi scoprire che qualche inghippo burocratico, o qualche malfunzionamento dell’ultima ora lasciava tutti a terra.

Un’attività intervallata da lanci in sagre paesane dove a volte si poteva acciappare qualche “attenzione” femminile.

Le ZL di tali feste erano invariabilmente irte di ostacoli che necessitavano di molta concentrazione per evitare incidenti che seppure non gravi avrebbero comunque rovinato la festa. Ma la nostra frenesia di superare noi stessi ed i nostri personali limiti era tale che ci saremmo lanciati anche nel cratere dello Stromboli pur di volare.

Come non rticordare i lanci in acqua a Bardolino sul lago di Garda, dove l’allora Presidente ANPdI di Bolzano: Landi, era l’unico in Italia ad utilizzare il paracadute LISI, e non di rado s’infilava direttamente in acqua a causa dell’aggrovigliarsi di fune e carrucole?

O ancora perché dimenticare la bianca chioma di fratel Lino improvvisamente affacciatasi alla porta dell’unico Fairchild C-119 (il mio), dei cinque a disposizione, che non riuscì a decollare in occasione del raduno nazionale ANPdI di Rivolto (UD) del 1968. Solo la vista del suo saio tacitò i moccoli di delusione.

Nei successivi anni ’70 che cose si stabilizzarono.

Con il “metodo mantovano”, ovvero le cambiali, anche Vicenza acquisto un Dornier Do.27 di seconda mano. E molti altri centri, acquisendo aerei e materiali diedero vita ad attività continuative, come a prestigiose gare internazionali.

Verona primeggiava in questo, e sempre più spesso fratel Lino Basso veniva prelevato dalla sua attività di guardiano al cimitero scaligero, per venire accompagnato di qua e di là dai “suoi” paracadutisti.

Si peregrinava ancora a Gorizia, Campoformido (UD), Reggio Emilia, Casale Mnonferrato (AL), Albenga (SV) o altrove per gare o attività organizzate in tutte le salse e per tutti i gusti. Mentre d’estate era d’obbligo una puntata di quel di Pavullo nel Frignano (MO), nel frattempo divenuta (per merito di “mazzabubù” alias il Cav. Mazzacurati) Scuola Nazionale ANPdI. E sempre inaspettatamente e nei luoghi più impensabili ecco venirci incontro fratel Lino con il suo sorriso sereno ed il suo caloroso saluto.


Con gli anni ’80, invece, cominciammo a peregrinare all’estero: Bled nell’odierna Slovacchia facente ancora parte della Jugoslavia. Lì s’andava per provare i velivoli di fabbricazione russa. Aerei ed elicotteri che utilizzammo più copiosamente all’Aeroklub Kraków Pobiednik Wielki in Polonia, in occasione del primo “boogie” organizzato nei paesi d’oltrecortina nel 1989. Rientranno a casa una Domenica d’Agosto, giusto in tempo per apprendere dai mezzi d’informazione delle manifestazioni in Cecoslavacchia (21 Agosto 1989), e che il governo riformista dell'Ungheria aveva aperto le frontiere (23 Agosto 1989), e un gran numero di Tedeschi dell'Est iniziò (l'11 Settembre 1989) a emigrare verso la Germania Ovest attraverso il confine ungherese con l'Austria. Alla fine di Settembre 1989, più di 30.000 tedeschi dell'est erano scappati a ovest. il 9 novembre furono anche aperti nuovi punti di passaggio attraverso il Muro di Berlino e lungo il confine con la Germania Ovest. Con il muro anche il comunismo cadde.

L’anno precedente ci si era spinti in quel di Vichy (F) per un “boogie” nel quale si utilizzò un C-130L “Hercules”, (la versione dalla fusoliera più lunga) dal quale ci si lanciava da 5.000 metri. Tuttavia, poiché era in corso un tentativo di record di Relative Work (allora si puntava ad una stella composta da 120 elementi) molti furono i lanci anche da 6.000 metri.

L’aereo imbarcava fin’anche 220 paracadutisti, e tolti i 100/120 che cercavano il record alla fine mancato, rimaneva molto spazio per formazioni nemo numerose, ma non meno impegnative.

Da terra, nell’intervallo tra un volo e l’altro, osservavamo lo spettacolo. Il C-130L nell’atmosfera afosa di Vichy s’intravvedeva a malapena in quota. I paracadustisti si potevano scorgere solo quando le formazioni cominciavano ad infoltirsi, sui 3.500 circa. E, se isolati dagli altri spettatori, si poteva percepire anche l’«urlo» che la formazione produceva nel suo avvicinarsi al suolo. Poi a circa 1.200 metri ecco le formazioni di RW sciogliersi per dai vita ad un fiolilegio di velature multicolori che si estendeva per la lunghezza di oltre 4 Km. tanto che non di rado qualcuno fmiva fuori campo, per venire riaccompagnato da automobilisti di passaggio.

Agli inizi degli anni ’90 don Lino, all’età di 81 anni ,“va avanti”.

Noi si va a curiosare in Spagna. Un “Boogie” lo si fa a cavallo dell’ultimo dell’anno a Girona, presente per allenarsi la squadra militare sportiva italiana, mentre l’estate successiva si va poco lontano di lì, ad Ampuria Brava, non mancando di fare una capatina a Barcellona per vedere alcune finali olimpiche del ’92.

In tutto questo “girotondo” non macano gli incontri piacevoli con vecchie amicizie: Philippe Leroy, Maurizio Bambini, Roberto Besutti, solo per fare tre nomi conosciuti da tutti.

Mi si scusi per i moltissimi altri non citati a causa d’una memoria sempre meno ferrea.

Nel 1995 io ho smesso tutto ciò. Mi sono ritirato in campagna come un novello Cincinnato. Scrivo di rado e, fatta salva la giornata di Domenica 2 Maggio, non vedo più gli amici d’un tempo. Ancge per questo ho trovato bella quella giornata e quegli incontri.

Quanto a fratel Ubaldo Lino Basso MAVM e cappellano militare nella Divisione Folgore operante ad El Alamein, e a tutti quelli come lui, mi sia consentito di ricordarli a mio modo con alcune delle immortali parole di Federico Garcia Lorca tratte da “Anima assente”:

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste negli ulivi.


Scrivendo, il ricordo di molti altri affiora alla mente. Persone con le quali per una lunga stagione della vita si sono cantate canzoni stonate. Parole sempre un po’ sbagliate. Gente tesa a studiare il passato per trarre insegnamenti al fine di progettare il futuro. E nel mentre facevamo ciò, trasitavamo per il presente con un occhio distratto, che non sempre ci ha consentito di cogliere l’attimo.


 
 
 
 
 
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FUMETTI SULLA FOLGORE
Mercoledì, 24 Marzo 2010



I FUMETTI SULLA FOLGORE DI EL ALAMEIN


 
 
 
 
 
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UN'ALTRA MISSIONE IDEATA E ORGANIZZATA DAL NOSTRO SITO SI CHIUDE CON UN SUCCESSO
Venerdì, 26 Febbraio 2010



MISSIONE EL ALAMEIN 2010: IL SITO WWW.CONGEDATIFOLGORE DIVENTA PROTAGONISTA DI UNA IMPRESA STORICA


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12 Paracadutisti dell’ANPD’I accompagnati da un ricercatore dell’Università di Padova a El Alamein per censire e restaurare il Fronte della Folgore.
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E’ nata una “alleanza” tra Università di Padova, Società Italiana di GEOGRAFIA E Geologia Militare , ANPDI e sito www.congedatifolgore.com, per collaborare al progetto di ricerca universitario che nasce a Padova ma che è diventato internazionale, chiamato “EL ALAMEIN PROJECT” .

El Alamein Project si occupa del censimento e della mappatura geografica e GPS dell’intera zona di Battaglia, con missioni sui luoghi dei combattimenti. L’amizioso obbiettivo è la creazione di un parco storico museale all’aperto, che protegga quei luoghi dall’avanzata petrolifera e dalla sabbia che sta cancellando le postazioni, soprattutto quelle della Folgore.

L’intervento dei paracadutisti è stato codificato in un protocollo di intesa che l’ Università di Padova e la Società Italiana di Geologia e Geografia Militare hanno sottoscritto con la presidenza dell’ANPD’I e la direzione del sito www.congedatifolgore.com . Saranno i Paracadutisti a farsi carico del censimento secondo la metodologia scientifica universitaria e del restauro del Fronte della Folgore.


I NUMERI DELLA PRIMA MISSIONE

12 Paracadutisti
1 Accompagnatore del SIGGMI
42 postazioni censite
6 postazioni importanti restaurate e rese nuovamente visibili
18 buste di reperti ( circa 70 in tutto) di interesse storico consegnati al Museo di El Alamein: dal bossolo alla scatola di cerini perfettamente conservata, al boccetto con pastiglie di chinino, sino all'ogiva inerte di artiglieria (ndr: non era di 47/32, perchè il calibro non corrispondeva e perchè ritrovato contro le postazioni italiane)
80 KMT complessivamente percorsi a piedi dalle varie pattuglie


PRIMO INTERVENTO ALLE RAMPE DI NAQB RALA – LUOGO DEL COMBATTIMENTO DEL 23 Ottobre 1942 CONTRO LEGIONARI FRANCESI E GLI INGLESI


La prima missione, dall’11 al 14 Febbraio è rientrata dopo avere passato tre notti e quattro giorni nel deserto in vista dell’ Himeimat, sulle rampe del NAQB RALA.
I Paracadutisti, divisi in 4 squadre, hanno percorso svariati chilometri a piedi, svolgendo contemporaneamente le rilevazioni e i restauri. Il professor Bondesan ha programmato Il censimento nel quadrante che includeva le postazioni del Tenente Gola ( MOVM) e del Colonnello Izzo appoggiato dal Capitano Zingales. Ogni centimetro di sabbia raccontava quei momenti terribili dei nostri Leoni, che contrattaccavano con bombe a mano e pistola, e a volte col pugnale. Sul campo è ancora altissimo il numero di bossoli, caricatori e cuffie di SRCM, le bombe a mano italiane chiamate “balilla”.


FATICA FISICA SUI LUOGHI DELLA BATTAGLIA
AI PARACADUTISTI SPETTA LA PARTE "MANUALE" DEL RESTAURO

Rilevazione e ripristino con badile, attrezzatura minuta e carriole.
Un lavoro stancante, sotto un sole a picco che sfiorava i 36 gradi a metà giornata, che ha richiesto diversi chilometri di "pattuglie" . A volte la squadra non ha individuato la buca prefissata, perchè già scomparsa sotto la sabbia.
A fine giornata è seguito un primo esame dei dati da parte del coordinatore scientifico e si è interpretata la importanza della buca, con ricostruzioni fatte sulla base di mappe storiche, testi e testimonianze dei nostri Leoni. Scelte le postazioni più importanti, sono entrate in azione le squadre di lavoro: il comando del V Battaglione e tre buche dello schieramento sul ciglio ovest della rampa sono state completamente restaurate. La più importante ha restituito numerosi piccoli reperti, dalla scatola di fiammiferi sino ad un grande frammento di lettera battuta a macchina, con frasi scherzose inviate a un paracadutista di qual comando. Ognuno di quei pezzi di storia è stato catalogato e fotografato, per la successiva consegna al Museo del Sacrario.
I paracadutisti aggiungeranno sempre alla rilevazione scientifica il ripristino della visibilità delle postazioni con un duro lavoro manuale . Si restaureranno a secco i muretti e le difese pietrose, tramite un intervento non invasivo e l’asportazione di materiale che le ostruisce. A Nabq Rala sono riusciti addirittura a restituire l'aspetto originale al comando del V Battaglione, mentre in altri, le postazioni sono tornate ordinate e visibili.

OGNI MISSIONE SARA’ COORDINATA DA UN RICERCATORE
LA PRIMA MISSIONE E’ STATA GUIDATA DAL PROFESSOR ALDINO BONDESAN, TITOLARE DEL PROGETTO

Una funzione fondamentale, quella dell'assistenza scientifica ai paracadutisti, che il professor Aldino Bondesan -ricercatore universitario, ispiratore e presidente della Società di Geografia e Geologia Militare- ha voluto ricoprire personalmente per il primo importante viaggio. Ogni missione dell’ANPDI vedrà impegnato un esperto geologo del SIGGMI o dell'Università.
Ogni paracadutista aveva ricevuto per posta una brochure illustrativa del progetto -in qualità di neo-socio del SIGGMI- e una illustrazione dell'area di studio che si sarebbe raggiunta, ricca di approfonditi riferimenti storici, per meglio inquadrare l'operazione. Semplicemente preziose le relazioni, le cartine, le foto degli armamenti in campo e le mappe storiche allegate.
Una serie di briefing -uno dei quali addirittura in volo e l'altro poco prima di andare in tenda la sera dell'arrivo- hanno illustrato ai partecipanti le modalità di approccio alle postazioni.
Ogni squadra ha ricevuto in dotazione una cartella di lavoro con schede da compilare per ogni singola buca, più alcuni oggetti necessari ai rilevamenti ( un "nord" plastificato da mostrare in ogni foto, i rapportatori a centimetri da collocare di fianco ai reperti da fotografare e classificare pure loro). Nella stessa busta hanno trovato anche la stampa plastificata della numerazione progressiva in formato gigante che da quel momento diventava il "nome" della postazione nel software anagrafico del progetto . Le squadre devono dotarsi di GPS e mauto per la compilazione (pennarello, scheda porta documenti, sacchetti trasparenti per imbustare i reperti). In ogni buca censita è stato lasciato il numero plastificato, nascosto opportunamente, perchè sia ritrovato in futuro. Da quel momento la buca esiste e sarà periodicamente visitata per verificarne lo stato.

SICUREZZA

Una particolare maniacale attenzione è stata prestata alla sicurezza dell'operazione: i movimenti dei mezzi avvenivano su piste ufficiali oppure in zone notoriamente sicure. Le operazioni di pulizia sono state sospese in alcuni casi, avendo rilevato la presenza di oggetti metallici affioranti, di grandezza sospetta e non identificabili oppure riconducibili a materiale bellico.

PIANO DI LAVORO PRECISO PER DARE SUCCESSO ALLA NOSTRA AZIONE

Ogni futura missione avverrà seguendo la scaletta e la metodologia del coordinamento scientifico. I paracadutisti svolgeranno il doppio ruolo, uno più "amministrativo" ma ugualmente faticoso ed essenziale, e l’altro “ricostruttivo”. Ecco in breve la sequanza di lavoro:
- pattuglie a piedi di individuazione, riconoscimento e classificazione delle postazioni
- compilazione dei documenti ufficiali dell'EL ALAMEIN PROJECT
- pulizia e riordino delle buche con precedenza ai Comandi. Intervento riordinativo-ricostruttivo sulle barriere di pietre poste a difesa.
- blanda o energica asportazione di materiale ( a secondo della presenza di materiali metallici) per ridare l'aspetto alla postazione, ottenuta "scopando" la base della buca, con scelta di attrezzi adeguati, livellandola e asportando sabbia e materiali non sospetti, dove possibile .
- ricognizione a piedi o con jeep di più ampi settori del fronte,al di fuori dell'area assegnata, con ricostruzione dei fatti storici sulla base dei documenti d'epoca (carte e scritti), in possesso del SIGGMI e dell'UNIVERSITA, e percorso a terra che ricalchi gli eventi.

COORDINAMENTO OPERATIVO

Ogni squadra avrà un paracadutista che diventerà "interfaccia" operativo di quello scientifico.
Al geologo ricercatore del SIGGMI o dell'università spetterà il compito di pianificare il lavoro, mentre al paracadutista quello di verificare il rispetto delle tabelle di marcia ( sveglia, lavoro, appuntamenti)controllare gli equipaggiamenti, distribuire sul terreno e controllare le squadre per far rispettare le procedure scientifiche e le norme di sicurezza inderogabili e tassative. Dovrà anche coadiuvare il capogruppo scientifico nella gestione delle importantissime schede di rilevazione di buche e reperti e aiutarlo nella loro classificazione.
Uno degli incarichi è anche quello di verificare il rispetto dei luoghi e il grado di collaborazione e capacità delle squadre, fornendo un rapporto preciso alla Presidenza ANPDI e al SITO sull'esito della missione. Non saranno gite, ma –al contrario- operazioni stancanti e con i minuti contati, dove ogni partecipante dovrà integrarsi rapidamente per non ritardare il gruppo. I giorni di missione sono stati volutamente contenuti e concentrati in GIOVEDI-VENERDI-SABATO E DOMENICA per consentire anche ai più impegnati in Patria di non rubare troppo tempo al lavoro. Niente Alberghi e niente doccia. Si tratta di una missione di studio che ha arricchito e arricchirà chi la compie, ma che deve contribuire in maniera fondamentale alla rilevazione e al censimento della "nostra" zona del Fronte, affinchè venga tramandata alle generazioni future una visibilità geografica, storica e fisica, interrompendo l'azione della sabbia e –speriamo- dei caterpillar.

PROSSIME MISSIONI :25-26-27-28 MARZO e 29-30 APRILE/1 E 2 MAGGIO

La prossima missione si svolgerà nella piana di QUOTA 105, con un paio di distaccamenti sul NAQB RALA per terminare le rilevazioni, mentre quella di Aprile sarà al MUNASSIB.
Continuano ad arrivare prenotazioni di paracadutisti lombardi, sardi, veneti, friulani, romani, umbri, abruzzesi: una sorta di "unità d'Italia paracadutistica" che l'ANPDI realizza dalla data della sua costituzione e che il sito www.congedatifolgore.com , con la diffusione capillare, ha moltiplicato.

COSTI

Biglietto aereo alitalia acquistato direttamente dal partecipante: se prenotato con almeno 60 giorni di anticipo: € 200 circa. Oltre: prezzo massimo 380€


Spese al Cairo: da 350 a 370€max, a seconda del costo del biglietto dell'accompagnatore scientifico, che viene ripatrtito tra tutti

Mance: circa 20€ da dare allo staff che ci accompagnerà nel deserto
PRENOTA LA TUA MISSIONE
COMMENTI
Uno per tutti:
Mi ha detto uno dei partecipanti alla prima missione:
"Essere venuto in questo luoghi, avere visto lo stesso orizzonte dei Leoni della FOLGORE , averne toccato le postazioni e trovato i segni della loro presenza, avere riordinato la buca facendo le stesse valutazioni di chi l’ha occupata per combattere è già stato un risultato entusiasmante. Camminare nel loro deserto, anche con tutta la fatica sopportata e ridare “vita” alle buche, è stato un atto di rispetto nei loro confronti".



LE FOTO DI LUIGI SORRENTINO


LE FOTO DEL WEBMASTER 14 FEBBRAIO

LE FOTO DI PRIMO BIONDA

 
 
 
 
 
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DOCUMENTI STORICI
Domenica, 31 Gennaio 2010


PARMA- FILMATI SULLA STORIA DELLA FOLGORE


TARQUINIA 1941

EL ALAMEIN: FILMATO DELL' ISTITUTO LUCE GIRATO IL 21 ottobre 1942

EL ALAMEIN: FILMATO DELL'ISTITUTO LUCE GIRATO IL 5 NOVEMBRE 1942


1943: LA BANDIERA DI GUERRA ALLA NEMBO

1955 - ISTITUTO LUCE: PADRE BASSO SI LANCIA A MANTOVA IN RICORDO DELLA FOLGORE

LA FOLGORE NEL 1952-

1972- CARPEGNA- ESERCITAZIONE LEONE ROSSO


1971- ISTITUTO LUCE. IL GIURAMENTO DI UNO SCAGLIONE DI ALLIEVI PARACADUTISTI

SMIPAR 1960

CELEBRAZIONE DI EL ALAMEIN -VANNUCCI 1971



 
 
 
 
 
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DOCUMENTI STORICI
Domenica, 31 Gennaio 2010


PARMA- FILMATI DELLA STORIA DELLA FOLGORE

Ricerca di archivio a cura di Giovanni Conforti.


FILMATO DELL' ISTITUTO LUCE GIRATO IL 21 ottobre 1942

FILMATO DELL'ISTITUTO LUCE GIRATO IL 5 NOVEMBRE 1942




1955 - ISTITUTO LUCE: PADRE BASSO SI LANCIA A MANTOVA IN RICORDO DELLA FOLGORE


 
 
 
 
 
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L'ELENCO DEI CADUTI E DEI DISPERSI CHE RIPOSANO A EL ALAMEIN
Domenica, 20 Dicembre 2009



PARMA- Grazie alla collaborazione con il dr Daniele Moretto, coordinatore dell ' EL ALAMEIN PROJECT, la nostra sezione di STORIA e REDUCI si arricchisce di due documenti unici e commoventi: quello dei Caduti e dei Dispersi che riposano rispettivamente nel Sacrario nelle sabbie di El Alamein, come risultano da documenti ufficiali degli enti italiani di custodia del Sacrario .

Impressionante il numero dei paracadutisti dispersi.


avviso ai lettori: si prega di citare le fonti


CADUTI

DISPERSI DI TUTTI I CORPI

DISPERSI DELLA FOLGORE -a cura del par. Luca Piccari-


Nota: la raccolta dei Corpi fatta da Caccia Dominioni e da successive spedizioni ha incontrato difficoltà nella identificazione dei corpi, perchè non tutti i Soldati Italiani erano muniti di piastrina, e non tutti i paracadutisti erano riconoscibili dall'abbigliamento.
Ecco perchè nell'elenco dei sepolti al Sacrario, sembrerebbe che i Paracadutisti siano inferioori al loro numero effettivo.

 
 
 
 
 
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Il Fattore «E.A.» Motivazione e Memoria
Venerdì, 4 Dicembre 2009




di Maurizio Manzin

nota del Direttore: *Maurizio Manzin è Ufficiale paracadutista di complemento in congedo
insegna Filosofia del Diritto alla Università di Trento, ed è uno dei relatori di una conferenza che venne tenuta durante la Presidenza ANPD'I del Generale Merlino, ai Cadetti di Accademia a Modena ( foto), sui Paracadutisti e sul misterioso "fattore El Alamein" di cui parla in questo articolo. Un ingrediente, quello dei Paracadutisti italiani a El Alamein, che è stato oggetto di studio nelle Accademie militari anglosassoni.





“«Dimmi un po’, perché sei venuto a fare il paracadutista?» domandavo talvolta. (…) «Una vocazione?» suggerivo. (…) Sì, vocazione era la parola giusta. Con il tempo e con la conoscenza di quegli uomini appresi a leggere assai bene nel loro animo e a discernere i motivi spirituali che li avevano condotti. E notai che in novanta casi su cento si trattava di Poesia, di rozza, primitiva, ma autentica Poesia.” (A. Bechi Luserna – P. Caccia Dominioni, I ragazzi della Folgore, Milano 1970, pp. 12.13)

“ Là dove la tecnica e la competenza sono di casa, mancano la fantasia e la poesia. Sono qualità che non fanno un guerriero, ma quando la tecnica e la competenza falliscono, tutto va a catafascio, mentre la fantasia e la poesia ti aiutano a compiere gesta che possono essere epiche. Tutto ciò è forse da dimostrare. Bene, non vorrei che questo sia considerato retorica, ma noi della Folgore, i carristi dell’Ariete con le loro scatolette di carne invece dei carri armati, i fanti della Pavia, della Brescia, della Bologna e di tutte le divisioni che hanno combattuto in Africa, gli alpini della Julia in Grecia e in Russia, lo hanno ampiamente dimostrato.” (E. Camozzi, L’inferno o giù di lì, Milano 2002, pp. 42-44)


Due cause principali hanno congiuntamente prodotto una radicale mutazione della figura del combattente: l’impegno consolidato nelle missioni multinazionali oltremare e la cessazione del servizio militare obbligatorio. A fronte dei cambiamenti introdotti è opportuna una riflessione sulla attuale natura del mestiere delle armi: professione o vocazione?

La percezione e l’autopercezione della condizione militare in Italia a partire dal secondo Dopoguerra risultano condizionate da una serie di vicende che qui riassumo in quattro punti.

Primo: le potenziali ambiguità interpretative della Carta costituzionale, nata dalla fine del totalitarismo e dal collasso dello stato liberale post-unitario. Lo stato-nazione di matrice idealistica e ottocentesca, esacerbato e infine dissolto dalla dittatura del Partito unico è stato sostituito, dopo il ’47, da uno “stato sociale di diritto” che vuol essere promotore attivo degli ideali di giustizia sociale.

Tuttavia la natura di tali ideali e i mezzi per conseguirli sono diversamente concepiti dalle componenti politico-ideologiche che concorsero alla elaborazione della Legge fondamentale. Gli articoli della nostra Costituzione mostrano l’apporto di concezioni di origine difforme e non di rado confliggente: quella marxista-leninista e gramsciana, quella socialista riformista, quella cristiano-sociale, quella azionista, quella liberaldemocratica.

Secondo: queste concezioni comportano una serie di riflessi sulla condizione militare e sul concetto di difesa nazionale. Si va da un’idea di “esercito di popolo” che esige la leva obbligatoria ed è fortemente contrario alla professionalizzazione (dove le distinzioni di rango e i privilegi di grado sono malvisti e si favorisce, piuttosto, la sindacalizzazione e le forme di collegialità “di base” antielitaria), a un’idea patriottica in cui s’insiste sulla laica “sacralità” del dovere di difesa in armi, purché rigidamente assoggettato alla volontà della rappresentanza politica istituzionale (dove ha buon gioco la retorica di una fedeltà individuale ad elementi astratti e collettivi quali “nazione”, “stato”, “Costituzione”, “democrazia”, ecc.), a un pacifismo utopistico che tollera il soldato come male necessario e in cui si favorisce l’obiezione di coscienza e la “pompierizzazione” delle FFAA, viste soprattutto come agenti di protezione civile e assistenza in caso di calamità pubbliche.

In diversa misura queste componenti ideologiche hanno contribuito a qualificare (o dequalificare, a seconda dei punti di vista) la condizione militare sino agli anni Settanta.


Terzo: con la fine delle ideologie e il “riflusso” reaganiano negli anni Ottanta, e soprattutto con la fine della Guerra Fredda, si afferma un “pensiero tecnico” (come lo chiamano i filosofi contemporanei) che impone al militare un modello economico-manageriale e tecnologico. Tutti noi ricordiamo la propaganda di reclutamento per gli Ufficiali in SPE che insisteva oltre misura, ispirandosi a un modello nordamericano applicato in Vietnam, sulla figura di Comandante quale abile manager di un’azienda che produce “difesa” in modo efficiente e misurabile in termini di costi/benefici (ovviamente materiali).

Quanto poi sia realistica, in Italia, la realizzazione di un apparato pubblico governato da meri criteri di efficienza, come una qualsiasi impresa privata, lascio giudicare al comune cittadino…

Quarto: nel trapasso avvenuto negli anni Novanta da una FA stanziale a coscrizione obbligatoria ad una tendenzialmente di proiezione e professionalizzata, s’inserisce il motivo epocale della crisi dei “pensieri forti”, che non sono soltanto le ideologie ispiratrici delle diverse aggregazioni politiche, ma anche la stessa “ideologia della scienza”, cioè lo scientismo, inteso come fiducia assoluta nelle capacità della scienza di “spiegare il mondo” e risolverne i problemi.

A ben guardare, le crisi locali (ex-Iugoslavia, vicino Oriente, Caucaso ecc.) che hanno necessitato o necessiterebbero l’uso della forza multinazionale sono solo l’espressione geopolitica di una condizione più generale – direi antropologica – che riguarda tutta la civiltà contemporanea: la frammentazione delle certezze e dei valori di riferimento, incluso quello di una scienza “neutrale” e rassicurante.

In questo quadro, che molto rozzamente ho sintetizzato nei quattro punti appena descritti, va collocata la condizione militare e la questione della sua specificità: “vocazione” o “professione”, nell’era del “pensiero debole”?

A mio avviso il problema motivazionale è governato dal rapporto fra alcuni fattori fondamentali e dalla gerarchia in cui siano disposti. Devo tuttavia rilevare, al riguardo, che la riduzione di tali fattori motivazionali al campo economico, psicologico e politico rischia di non fornire una risposta convincente alla questione della specificità della condizione militare.

Infatti le motivazioni di ordine economico non fanno la differenza con le altre professioni pubbliche o private: denaro, privilegi di rango, prestigio sociale sono molle potenti per qualsiasi genere di ambizione ‘laica’; allo stesso modo, le motivazioni di ordine psicologico (autostima, orgoglio di status, desiderio di novità o di avventura, idealismo sociale e umanitario, ecc.) sono fungibili presso qualsiasi forma di impiego: dall’impresa pubblica, a quella privata, alle ONG. Lo stesso dicasi per le motivazioni politiche, relative al potere contrattuale acquisibile nell’ambito dei rapporti pubblici e privati.

Cosa dunque farebbe della condizione militare una “vocazione” dotata di valore aggiunto, peculiare rispetto alle altre forme di professione?

Per rispondere a questa domanda in modo convincente dobbiamo, a mio avviso, cercare in contesti culturali precedenti a quello moderno: nella classicità, nelle radici stesse della condizione militare. In una parola, nella memoria. Non c’è identità senza memoria, e – aggiungo – nessuna memoria diventa azione (e trasformazione) se non ha un riferimento concreto.

La nostra classicità sono il mondo greco-romano, barbarico medievale e cristiano; ma essa è solo storia libresca, vuota retorica, senza un collegamento fattuale e concreto. Dov’è che la “poesia” delle guerre di Omero, dell’Eneide o della Gerusalemme liberata diventa carne e sangue?

Dove possiamo concretamente conoscerla?


La risposta, per chi ha militato nei ranghi delle Aviotruppe, è immediata, ed è stata esposta con chiarezza nei due passi che ho citato in epigrafe, tratti dal celebre libro sui Ragazzi della Folgore e dal più recente lavoro di Emilio Camozzi: si tratta di El Alamein e della sua memoria vivente!

Ciò che i due autori definiscono “poesia” mostra una direzione di ricerca assai stimolante sotto il profilo filosofico: un mix etico ed estetico che precisa la scelta militare come vocazione specifica, supererogatoria rispetto alle motivazioni (pur legittime) di tipo economico, psicologico o politico.

Essa non le annulla, ma certamente le supera, poiché supplisce in tutti i momenti e i luoghi in cui esse sono carenti o addirittura assenti. Sono i fatti stessi a dimostrarlo. Cosa inchiodava, infatti, il Fante dell’Aria alla sua buca; cosa lo spingeva all’assalto con mezzi inadeguati; cosa lo obbligava a rinunciare di sua volontà alla sostituzione o al ricovero? Non la paga, non il prestigio, non le convinzioni politiche o altro.

Direi invece un senso di fedeltà al suo dovere più prossimo: al “suo” compagno di buca, alla “sua” squadra o plotone, al “suo” comandante. Questo è confermato dalla stragrande maggioranza dei racconti che ho raccolto dalla viva voce dei reduci.

È stato scritto che “non c’è amore più grande di quello di colui che sacrifica la propria vita per quella dei suoi fratelli”, e questo è ciò che ha prodotto il «Fattore E. A.» (El Alamein): un valore aggiunto capace di surrogare la tecnica e la competenza, la vera molla dell’eroismo, un eroismo tutto particolare che trova le sue forme nella fratellanza d’arme, trasformando strumenti ed esperienze potenzialmente negativi e di morte, quali la guerra e gli artifici offensivi, in strumenti positivi di vita. Una vita, naturalmente, che merita la “v” maiuscola.

Credo che in tempi di disorientamento morale e di frammentazione del pensiero come quelli che stiamo innegabilmente vivendo, la motivazione della memoria simbolizzata dal «Fattore E. A.» possa costituire un esempio fruibile per le generazioni e, in particolare, per tutti coloro che si sentono attratti dall’antico mestiere delle armi senza magari neppure saperne spiegare dettagliatamente il perché (come i “ragazzi” immortalati da Bechi Luserna).

Per essi, e per noi che ci occupiamo di queste cose, il «Fattore E. A.» è un elemento concreto d’identità e di distinzione. Dovremmo esibirlo nelle nostre “campagne” (anche quelle umili e quotidiane) come i legionari spagnoli del Tercio fanno con l’occhio di Millan Astray o quelli francesi della Lègion con la mano di legno di Danjou.









 
 
 
 
 
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PROGETTO "EL ALAMEIN"
Venerdì, 4 Dicembre 2009





OPERAZIONE EL ALAMEIN



PARMA- Dopo la Staffetta per i Leoni di El Alamein, i contatti con "EL ALAMEIN PROJECT" sono andati avanti. Università di Padova, Università del Cairo, Ambasciata italiana e altre organizzazioni di studio stanno facendo un accurato lavoro di mappatura e rilievo cartografico e speleologico dell'intera area della Battaglia, che sarà protetta dal degrado e sarà meglio divulgata a livello internazionale.

Dopo l'eroico e titanico impegno di Paolo Caccia Dominioni che riesumò e diede un luogo benedetto alle spoglie dei nostri Leoni e degli altri Soldati italiani, ora è il momento di impedire che il tempo cancelli le tracce delle trincee. In 67 anni la sabbia ha ricoperto molte buche e dissestato quelle più importanti.

I Congedati della Folgore e i Paracadutisti ANPDI che condividono con noi questi valori si assumeranno il DOVERE di conservare anche i luoghi , oltre che gli Ideali.





MISSIONE 2010 :
ADOTTARE LE TRINCEE DELLA FOLGORE DI EL ALAMEIN PER RIPORTARLE ALLA LUCE


Il nostro sito organizzerà piccoli gruppi di paracadutisti che si occuperanno a turno, con missioni mensili di dieci unità, di riportare alla luce le buche della Folgore ora parzialmente riempite di sabbia


Tra i luoghi di cui chiediamo l'affidamento c'è l'ospedale italiano -parzialmente sotterraneo e oggi in stato di degrado- di Bab El Qattara, ad alcuni chilometri dell'area difesa dalla Folgore , dove molti paracadutisti furono trasportati e trovarono la morte per le ferite riportate.


LE MISSIONI DEL SITO SARANNO TUTTE SVOLTE SOLO NEL DESERTO . NIENTE ALBERGHI. NIENTE TURISMO BALNEARE

I gruppi partiranno dall'Italia il giovedì e rientreranno la Domenica. Dormiranno accampati nel deserto, senza contatti con i centri abitati o alberghi.

Saranno assistiti da personale egiziano in jeep E DA UNO STUDIOSO ITALIANO Di "EL ALAMEIN PROJECT" che li accompagnerà sui luoghi scelti per le operazioni di pulizia e sgombero.

I paracadutisti lavoreranno seguendo uno schema progettuale elaborato insieme ai ricercatori italiani.


I REPERTI TROVATI ARRICCHIRANNO IL MUSEO DEL SACRARIO


I molti reperti che affioreranno saranno catalogati e consegnati al Museo del Sacrario, che sarà presto affidato agli studiosi autori del progetto.


PRONTI PER IL 2011

Nel 2011 la organizzazione delle celebrazioni sarà affidata all' Italia. Per l'Ottobre di quell'anno tutte le buche, le trincee e le postazioni saranno state riportate alla luce e il campo di Battaglia ricostruito. La Staffetta sarà un evento. Non anticipiamo nulla: sarà memorabile. I nostri Leoni sono rimasti in pocchi e meritano questo sforzo.


PRIMA MISSIONE: FINE GENNAIO-INIZIO FEBBRAIO 2010.


Costo indicativo € 400/500 circa (Volo alitalia - assistenza vitto per tre giorni e tre notti- spostamenti in Jeep compresa una visita al Sacrario. Il costo potrebbe essere ovviamente maggiore nel caso di pernottamento in albergo al Cairo la notte di Sabato ( opzione da decidere )


OGNI GRUPPO ASSUMERA' IL NOME DELLA COMPAGNIA SCHIERATA NEI LUOGHI RIPORTATI ALLA LUCE.

I gruppi che si formeranno e che adotteranno una serie di buche, prenderanno il nome del reparto -o della compagnia, se conosciuta- che aveva combattuto in quel luogo, e lasceranno una targa a memoria del loro impegno.

PROGRAMMA DI MASSIMA:


PRIMO GIORNO

arrivo al Cairo intorno alle 13

formalità doganali sbrigate con personale locale che agevolerà le operazioni

spostamento in jeep al campo base nel deserto

cena - pernottamento


SECONDO GIORNO


colazione

alzabandiera

ricordo dei caduti

cenni storici del luogo da scoprore

divisione delle squadre

lavoro sino all' imbrunire con pasto a mezzogiorno


cena

TERZO GIORNO


esplorazione dei luoghi

documentazione risultati

visita alle trincee ancora da disseppellire

lavoro di squadra per terminare il "lotto" assegnato, se necessario

esplorazione dei luoghi

cena

QUARTO GIORNO


visita al Sacrario di El Alamein ( può essere fatto il pomeriggio precedente)

trasferimento al Cairo

partenza PRIMO POMERIGGIO



NOTA. stiamo studiando i costi per un pernottamento al Cairo il sabato, per essere già in città e prendere il volo senza fare le corse ( partenza 11.50). In caso contrario, si opterà per quello dell 17:30.




DATE LA VOSTRA DISPONIBILITA' DI MASSIMA PER PREDISPORRE I PRIMI TURNI


SCRIVETE A WEBMASTER@CONGEDATIFOLGORE.COM



 
 
 
 
 
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OTTOBRE-NOVEMBRE 2009: LA STAMPA SPECIALIZZATA DEDICA PRIMI PIANI A EL ALAMEIN
Martedì, 1 Dicembre 2009



Riceviamo dai nostri lettori numerose segnalazioni positive di un articolo apparso su Focus Storia di Ottobre.
Ringraziamo in particolare Giovanni Conforti e il sergente maggiore alpino paracadutista Alessandro Saggiorato, webmaster dei siti del 4° reggimento alpini paracadutisti e degli alpini paracadutisti in congedo. Alessandro ne ha messo a disposizione la copia elettronica:



Leggete la copia dell'articolo (cliccate sulla foto)




LA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN RACCONTATA SU "LIGNE DE FRONT"

di Daniele Moretto


BOLOGNA- Segnalo l'ultimo articolo di David Zambon, uscito pochi giorni fa in Francia sulla rivista Ligne de Front.

Tratta del primo combattimento di rilievo della Folgore in Africa, durante l'operazione Beresford.

L'autore vive sulle Alpi Marittime dove insegna storia in un liceo locale, oltre che scrivere ottimi articoli sulle Forze Armate Italiane durante la seconda guerra mondiale, per parecchie riviste d'Oltralpe.




 
 
 
 
 
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LE BATTAGLIE DI EL ALEMEIN RICOSTRUITE SULLE CARTINE
Sabato, 21 Novembre 2009


PARMA- Le Battaglie di El Alamein sono state tre: la prima in Luglio, la seconda in Agosto e la terza ed ultima in Ottobre. In ognuna delle tre, la Folgore ha difeso le postazioni e ha contrattaccato con violenza, rintuzzando il nemico, decimandone carri e uomini.

Grazie alla ricostruzione grafica del gen Stefanon , rintracciata da Angelo PASTORI e Pietro del Grano, entrambi di Parma, Vi mostriamo la progressione delle spinte nemiche e lo sforzo difensivo della Folgore, aggredita da forze superiori di dalle quattordici alle venti volte.
Nelle ultime due tavole è evidente la situazione militarmente insostenibile della Folgore, il cui fronte aveva retto, mentre a Nord le forze inglesi dilagavano, iniziando ad accerchiare i nostri Leoni, che dovettero ripiegare per riordinarsi.

Durante quel doloroso calvario i nostri continuarono a difendersi, ad attaccare e a rifiutare la resa.


LE RAPPRESENTAZIONI GRAFICHE DELLE TRE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN - riproduzione vietata senza consenso scritto o citazione della fonte

 
 
 
 
 
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FRATELLI RITROVATI
Domenica, 8 Novembre 2009



FRATELLI RITROVATI

23 Ottobre 2009-El Alamein
Staffetta per i Leoni della Folgore. Le riflessioni di un Tedoforo


Ho speso alcuni giorni a riordinare gli appunti che ho preso durante la Staffetta per i Leoni della Folgore nel deserto di El Alamein.

Per i distratti: abbiamo corso in nove congedati, il 23 Ottobre,per 81 chilometri sulle postazioni della Folgore, dall’ Himeimat al Sacrario Italiano passando da El Munassib e Deir Alinda.

FRATELLANZA SENZA TEMPO

Viaggiando nel deserto con otto paracadutisti in congedo e condividendo con loro l’ impresa che avevamo progettato per due mesi,ho avuto conferma di valori comuni che avevano resistito al tempo.

” Le nostre radici comuni affiorano”, dice Pietro, facendomi notare la “diversità” nei comportamenti e nella non uniformità di un amico paracadutista che si è aggregato per sincero interesse, ma che non era stato nella Folgore. In nove sembravamo appena arrivati al Reggimento dopo il corso palestra, in attesa delle prime operazioni.
Estranei, ma inspiegabilmente simili.

Mariella, unica donna paracadutista, decima della spedizione, va citata per la serietà, delicatezza e spirito di adattamento, al punto che l’abbiamo immediatamente “adottata”. Anche Lei conosce e ammira la storia della Folgore e, come noi, è venuta per “incontrarla”.

La sensazione che ho avuto per tutto il periodo trascorso insieme è stata quella di far parte di una squadra di paracadutisti.
Capite cosa intendo dire?


I FRATELLI CADUTI CI ASPETTAVANO

Dopo la lunga trasferta iniziata il 22 Ottobre e appena srotolati i sacchi a pelo sulla sabbia, siamo saliti a piedi alle pendici dell’Himeimat, in silenzio, a notte fonda.

Il tricolore e lo scudetto con le ali sventolavano su un pennone portato dall’Italia.

L’unico rumore distinguibile era quello delle due bandiere mosse dal vento, sotto un cielo stellato.

Noi sotto, commossi. Si avverava il desiderio di ogni paracadutista della Folgore: eravamo accampati dove centinaia di Leoni erano caduti con le armi in pugno, coprendosi di onore. In quel momento di totale sintonia tra noi, abbiamo capito il senso profondo di quella Missione e dell’essere appartenuti alla Folgore.

E abbiamo avvertito che i Leoni della Folgore erano lì di fianco a noi.

Ci aspettavano.

All’appello di tutti i caduti col basco amaranto nelle missioni dell’era “moderna” della Brigata, abbiamo urlato altrettanti Presente! rabbiosi, che si sono propagati nel deserto fino a raggiungere gli avamposti più lontani.

Che ci hanno risposto ogni volta.

Nome per nome, abbiamo sentito distintamente i loro PRESENTE…presente..FOLGOREfolgore.. folgore..che si spegnevano in lontananza.

Il deserto non ha l’eco. Nessun altro poteva farlo.

La mattina del 23 Ottobre,prima di partire per la staffetta, sulla sommità della collina che per prima venne investita da Legionari e inglesi a migliaia, abbiamo aspettato i raggi dell’alba che illuminavano lentamente il campo di battaglia.

Volevamo una scorta di energia supplementare per correre tutto il giorno.

Era l’alba del 23 Ottobre 2009: entro dodici ore, 67 anni prima, sarebbe iniziata la Battaglia, proprio da quella spianata circondata da un catino immenso, a 170 metri sotto il livello del mare, rovente e malsano.

Guardandoci, abbiamo capito che ognuno di noi avrebbe potuto e voluto combattere con loro,67 anni prima..

Era “la squadra” che lo pensava, non i singoli.

Erano gli sguardi che ci siamo scambiati, a dichiararlo,non le parole.

Ognuno avrebbe fatto suo il coraggio degli altri, se gliene fosse mancato.

Ecco,forse, un ingrediente di quel misterioso “fattore El Alamein” a cui ricorrono gli studiosi di strategia militare delle accademie di mezzo mondo, per spiegare come la Folgore ha potuto combattere così a lungo e duramente,infliggendo sonore sconfitte a un nemico di venti volte superiore, senza viveri, acqua e munizioni.

Alla base di quella splendida miscela di eroismo e arditismo genetico dei Paracadutisti c’era la squadra e l’emulazione dei migliori –e ce n’erano tanti tra i Folgorini- che diventavano coraggio ed energia invincibile di tutto il gruppo.

Bisognerebbe sconfinare nella poesia,per descrivere meglio quello che intendo dire, e non ne ho il talento.

La forza della squadra ha fatto diventare i plotoni come magli e i battaglioni un muro infuocato di ardimento e di impeto, vincibile solo dalla morte.

Gli artiglieri erano un solo corpo con il loro 47/32, al punto di non abbandonarlo nemmeno quando i colpi erano terminati. Per tentare di capire quella forza, bisogna dormire insieme alle loro anime, lì dove sono rimaste. In questi giorni sto leggendo un saggio sul Deserto. Vi riporto alcune righe:

Il deserto si presenta come indispensabile della realtà. Il mondo spogliato di se stesso. La realtà spogliata di tutto tranne che della sua essenza.
Nel deserto Vi sono tre dimensioni: il cielo, la terra e l’uomo. Dal deserto le cose si vedono meglio, con proporzioni più eterne.


EROISMO ASSOLUTO

Come dice San Giovanni della Croce, nel deserto Si intuiscono il “todo” e il “nada”.

Sulla cima dell’Himeimat ho avvertito le stesse cose, senza essere stato capace di esprimerle così bene.

Chissà se i nostri “pazzi e poeti” e tutti gli eroi di quella Battaglia, hanno avvertito che ogni loro gesto avrebbe assunto nel tempo una dimensione assoluta: morte assoluta, coraggio assoluto, eroismo assoluto, cameratismo assoluto. Il tutto e il niente. Loro, così uniti e forti, inconsapevolmente ( o no?) parte di un disegno terribile che sarebbe stato così utile alle generazioni future.

Quelle morti hanno allevato decine di migliaia di Figli che onorano il Loro Ideale, che è diventato il nostro. C'è un disegno divino anche nella Morte, che non è mai vana.Per Loro, i nostri Leoni, una scelta.

Strana coincidenza, avere letto proprio oggi questo passo.

81 CHILOMETRI DI STORIA

Abbiamo corso in nove, per 81 chilometri, passandoci la Fiaccola urlando Folgore, correndo tra le sabbie dove affioravano mine, bombe a mano, chioccioline ( quelle chioccioline che Paolo Caccia Dominioni ha immortalato in uno dei suoi acquerelli dedicati ai Folgorini). Le buche dei nostri Padri , che abbiamo sfiorato per chilometri, sono ancora intatte nei contorni. Andrebbero svuotate della sabbia accumulata dal vento. Lo faremo ogni missione futura, riportandole allo stato iniziale.

Adotteremo quel pezzo di deserto, e sarà un modo per vivere insieme ai Nostri e tra Fratelli, per qualche notte e qualche giorno. Sarà un ricordo nobile, senza alcun ritorno, fatto per stare con Loro. In faccia al mondo infame che ci aspetterà in Patria.

L’arrivo al Sacrario, correndo nell'ultimo pezzo in fila per due, mi ha fatto sentire invincibile. Il rumore cadenzato dei passi, i volti tesi ma forti, il sudore che bagnava le magliette e la vista della Torre di Paolo Caccia Dominioni che ci aveva ipnotizzato.

Ingredienti che mi hanno dato una forza innaturale. La stanchezza di due giorni senza dormire, e della corsa sotto il sole, era scomparsa. Insieme ai miei Fratelli avrei fatto altri 180 chilometri. Il Leone Murelli, che ci aspettava sull'ingresso e che insieme a noi ha acceso il Braciere, ci ha detto :“siete delle rocce”. Lui, che a El Alamein ha combattuto come assaltatore e cacciatore di carri.

15 flessioni in suo onore sono state poche, ma fatte davanti a Quota 33, spero ne abbiano moltiplicato il valore. La Sua commozione nell’abbracciarci uno per uno è stato il nostro preziosissimo premio.

Dall’arrivo al Sacrario, ognuno è rimasto con i suoi pensieri. Silenziosamente abbiamo visitato le stanze degli avelli dove giacciono i Caduti,molte centinaia della Folgore, e ci siamo spontaneamente riuniti intorno all’Altare per recitare la Nostra preghiera.

Ancora una volta il nostro Folgore è risuonato per alcuni secondi. I nostri Padri ci avevano risposto, riconoscenti, ancora una volta.

Avevamo fatto la cosa giusta.

L'essenza del viaggio? I Fratelli ritrovati. Quelli che hanno viaggiato con me e quelli che ho trovato ad attendermi. Chi è stato a El Alamein capisce cosa intendo.

Chi non c'è stato, sarà con noi la prossima Missione, o l'altra ancora.

A.W.

 
 
 
 
 
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LE IMMAGINI DELLA STAFFETTA PE R I LEONI DELLA FOLGORE
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


sopra: Il percorso studiato prima di partire


sotto: quello realmente compiuto. Si nota un leggero allungamento per coprire tutta l'area de El Munassib e poi il riallineamento sulla pista dell'acqua







PARMA- 11 Paracadutisti sono partiti dall'Italia il 22 Ottobre e hanno corso il 23 , ricorrenza della Battaglia che lo stesso giorno di 67 anni fa ha decimato la Folgore, nel deserto di El Alamein.

81 chilometri in staffetta , dall'Himeimat fino al Sacrario Italiano.

I Tedofori sono passati attraverso luoghi le cui sabbie si sono tinte del sangue dei nostri Leoni: Himeimat - El Munassib, Bab El Qattara..

In ognuna delle zone fortificate c'erano intatte le buche dove i nostri si riparavano dalla valanga di fuoco nemica. Hanno visto i campi minati e diversi residuati che affioravano. Il silenzio ha consentito a ognuno di loro di riflettere sul Valore dei nostri Folgorini.

Poi l''arrivo al Sacrario e l'incontro con il Leone Carlo Murelli, con il quale hanno diviso una cerimonia "privata" prima di quella pubblica del giorno successivo.

Onori a Lui, sia alla voce che con le braccia.


Rientrati all'accampamento, i nostri hanno pregato all'Himeimat,la notte del 23. 67 anni prima proprio quella collina fu investita dal primo feroce attacco inglese e francese.

Lì hanno chiamato a raccolta anche i Caduti della Folgore dal 1983, urlando PRESENTE in loro vece.

Poi la lettura di alcune righe de "I RAGAZZI DELLA FOLGORE" e la Preghiera del Paracadutista recitata tutti insieme.

Il 24 mattina, prima di partire per il Sacrario, sono saliti per l'ultima volta sulle due colline che sono state il punto più avanzato delle fortificazioni difese dai Paracadutisti, a salutare le anime dei Leoni Caduti. In un luogo segreto hanno seppellito un ricordo e un pensiero.

Al Sacrario hanno dato il meglio si sè, con l' aspetto e il contegno. La Fiaccola è rimasta accesa i tutto il tempo, tenuta da un immobile Tedoforo.

E' stata spenta solo alla fine del ricordo degli Ascari, davanti alla loro cappellina, dopo la Santa Messa e dopo l'accensione del braciere al cospetto del Leone Murelli e dell'Ambasciatore s.e. Claudio Pacifico.

Le foto parlano da sole.
E altre ne pubblicheremo, insieme ai filmati.

LE IMMAGINI DEL 22 OTTOBRE - ARRIVO ALL'HIMEIMAT IN NOTTURNA



LA STAFFETTA E L'ARRIVO AL SACRARIO- CAMBIO DI UNIFORME E CERIMONIA PRIVATA



SALUTO ALL'HIMEIMAT- AMMAINA BANDIERA E CERIMONIA UFFICIALE



 
 
 
 
 
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LE RIFLESSIONI DI CHI HA PARTECIPATO ALLA STAFFETTA PER I LEONI DELLA FOGLORE
Mercoledì, 28 Ottobre 2009



RICORDERO'
di Giovanni Conforti


Ricorderò la sabbia fine trasportata dal vento a ricoprire le postazioni
le scatolette arrugginite che furono il pasto di quei ragazzi
quella brezza continua della notte a far garrire le bandiere
un cielo di stelle tridimensionale a farli sognare e piangere
quella struggente sensazione di piccolezza
le conchiglie fossili che meravigliarono anche loro
le schegge di ferro che li ferirono
le lumache aggrappate ai cespugli
una rugiada mattutina che sembrava pioggia
la fede religiosa del nostro autista
le polpette di carne di cammello speziata
l'eco infinita del nostro Folgore al Sacrario
la fiaccola che resta accesa per tutta la cerimonia
il traffico del Cairo
la fame di Renato
la frenetica attività di Walter
la paciosa bonarietà di Stefano
lo spirito di adattamento di Mariella
i silenzi di Francesco, perchè erano pochi
lo humor inglese del Tego
la determinazione di Rudy
l'applomb di Pietro
la grinta di Roberto
la cultura storica di Luca
la commozione del Reduce
la mia inadeguatezza.

E quella lunga fila di marmi bianchi con le spoglie di tanti ragazzi che amavano la Vita.

Ricorderò.
Ma per capirli a fondo ci vorrà ancora del tempo, e del cuore.
Spero che Dio me ne faccia dono.
Per tutti un arrivederci, di qua o di là.

Folgore!




QUANDO SI RIPARTE?
Di Roberto Magarini


E’ semplice, semplicissimo raccontare i quattro giorni della staffetta. E’ andato tutto bene, anzi, benissimo, al meglio nonostante le premesse operative molto vaghe … quasi aleatorie : “Andiamo a correre una staffetta nel deserto lungo il fronte di El Alamein per commemorare i Nostri Caduti e la Battaglia. Farà caldo. Sappiatevi regolare”.
Ottimo.
Con indicazioni così il mio panico pre partenza era a mille già una settimana prima.
Mai corso nel deserto, mi sono ritrovato con 11 persone delle quali non conoscevo che Walter: vero Deus ex machina del tutto. In quest’occasione quasi insostituibile, credo. Ci ha fatto trovare i biglietti pronti, le jeep che ci aspettavano, ha fatto cento altre cose, ha spronato con l’esempio a fare ed era sempre “sulla situazione”. Per andare ad alcune migliaia di km di distanza dall’Italia in autonomia logistica ed alimentare, dove il rubinetto più vicino per lavarsi le mani era a più di ottanta chilometri;

avremmo avuto sabbia ovunque per tre giorni con 31 gradi di giorno e un bel freddo di notte e l’alimentazione avrebbe risentito di tutto ciò, oltre naturalmente dipendere per gli orari dal trovare la pista giusta nel deserto per rientrare al campo -la prima sera non è successo-, dalla nostra velocità di corsa, dalle prove della Cerimonia e dalla Cerimonia vera..

Avremmo corso nel deserto … sempre di giorno, sempre con il lavandino a 80 km a scalare ma senza la certezza di poterlo utilizzare. Siamo arrivati al paradosso di essere sporchi, sudati, impolverati e appicicaticci come cammelli e di profumare come delle cortigiane, grazie a goffi tentativi di pulizia con salviettine umidificate … però con il morale sempre alle stelle e anche oltre.

Poi , si sa, quando si è stanchi o affamati o costretti in gruppi forzati o tutte e tre le cose insieme le dinamiche sono facilmente influenzabili e i rapporti ne risentono.

Ultimo ma non per importanza, era presente una donna.

Per lei disagi anche superiori, per questioni pratiche.

Bene. Viste le premesse, proviamoci.

Unico elemento certo e tranquillizzante eravamo TUTTI paracadutisti, la quasi totalità Congedati dalla Brigata.

E questo partire da basi comuni di scelta e spesso di esperienze ha determinato una situazione ottimale che ha annullato il fatto della non conoscenza formale.

Ad esempio del fatto che ci fosse una donna ci siamo resi conto quando al rientro al Cairo le è stata data una camera diversa rispetto a noi ( due piani sopra), perché l’amalgama nel periodo “desertico”era totale.

Ho scoperto in aereo, al rientro, che era anche vegetariana (si è persa il cammello fatto a polpette con spezie che era una delizia) perché non ha mai recriminato per il cibo ( ne per i bagno ne per il dormire ne per le battutacce ne … insomma, mai per nulla).

Detto di lei, anche gli altri sono stati semplicemente perfetti.

Dall’essere sempre pronti e disponibili a fare, al non lamentarsi mai ( peraltro non c’era motivo) all’essere sempre pronti all’iniziativa e al suo immediatamente successivo cambio di programma, all’ accettare anche di mettersi in gioco collettivamente e singolarmente
Doc ( Stefano Venturini, ndr) ha rinunciato a qualcosa di importante al Sacrario per documentare il tutto non apparendo;Mariella anche, ma entrambi con spontaneità.

Ad esempio: dopo aver programmato al minuto la presenza al Sacrario, abbiamo cambiato il programma durante e in trenta secondi è stata organizzata una presenza massiccia, al centro della situazione, sostenuta al meglio senza prove e senza esperienza.

Lì ho temuto il patatrac con conseguente perdita di credibilità di fronte ad Ambasciatori compresi nel ruolo, Consoli azzimati, Addetti militari in alta uniforme e un sacco di signore eleganti, ma mi dimenticavo il nostro guizzante spirito d’iniziativa e la capacità di adeguarci “sul tamburo”alle situazioni.

Ma il clou del tutto, il motivo per il quale io sono andato era questa volontà di esserci, nel deserto, per correre, celebrare i Nostri Caduti, Coloro che ci hanno preceduto creando la leggenda della Folgore di cui, in tempi assolutamente diversi dai Loro, anche noi abbiamo fatto parte, portando il nostro granellino di sabbia al solido muro di mattoni da Loro costruito in quell’epopea.

E tutti abbiamo corso, facendo tutti minimo due turni, ciascuno secondo le proprie capacità e possibilità; il bravo non riprendeva l’affannato, anzi, lo seguiva prodigo di attenzioni( grazie a Rudy per la miglior pomata lenitiva che mi abbiano mai spalmato) e chi correva nel nulla non recriminava lo sfondo da cartolina di alcuni …
Io appena partito ero emozionato: stavo passando dove la Folgore aveva combattuto. Non dico che mi sentissi osservato da migliaia di occhi invisibili, né che mi sentissi spinto dalla forza della Storia della Folgore, ma l’intensità dell’emozione era altissima, pensavo a dov’ero e speravo dentro di me che quell’insignificante atto di omaggio che stavo porgendo ai Caduti fosse Loro gradito. Spero di essere stato all’altezza del luogo e delle sue memorie.

Conservo in un angolo molto nascosto le mie emozioni più intense e più forti; le tengo per me , non le racconto, certo che i miei Amici, che con me hanno corso, le abbiano ugualmente vissute, quindi faccio senza raccontargliele; chi non le ha vissute non le può capire ed è inutile parlargliene. Avete mai provato a descrivere un lancio?.

Il contatto telefonico dal deserto con i Reduci e l’emozione del Reduce presente al Sacrario mi fanno intuire che l’omaggio , almeno a Loro, è risultato gradito. Il mio Amico Pino, Reduce Paracadutista combattente del Passo del Cammello, mi ha detto:”Avete fatto una bella cosa” e qualsiasi commento opposto non ne scalfirà la portata.


Appena rientrati la sensazione, dalle e-mail e dalle telefonate, è stata comune : mi manca il deserto e mi mancano i miei Amici Tedofori!
Io la doccia l’ho fatta.

Possiamo ripartire.


I NOSTRI VALORI
di Pietro Del Grano


Patria, Amicizia, onore sono per noi paracadutisti militari -anche se in congedo- un patrimonio genetico e condizionano le nostre scelte a volte anche scomode e i nostri comportamenti.

Amo definire questo modo di essere paracadutisti uno"stile di vita" ben diverso da quello puramente sportivo che condivide solo l'atto tecnico ma che spesso è privo degli ideali citati.

Nella staffetta in onore dei Leoni della Folgore ognuno di noi correndo su quelle sabbie cariche di sofferenza credo abbia riflettuto su questi ideali e sulla pesante responsabilità che quei "Leoni" ci hanno lasciato.

Molti dubbi hanno riempito la mia testa se fossi stato all'altezza dell'eredità trasmessa con l' esempio del loro coraggio e soprattutto se ne fossi stato degno.

I dubbi rimangono ma il cameratismo che si è creato tra di noi durante la staffetta e nei giorni passati insieme mi sprona a proseguire con quegli ideali e con rinnovato impegno nel perseguirli.

Proprio il cameratismo tra commilitoni credo sia stata la molla per cui nella battaglia del 23 ottobre 1942 tutti sono rimasti al loro posto ben consapevoli del destino a cui sarebbero andati incontro ma condividendo fino all'ultimo la sorte con i propri compagni nelle buche.

Ed è con quello spirito che abbiamo corso nel deserto, senza sentire la fatica, uno per l'altro, riserrando i ranghi con le anime di quelli rimasti a presidiare il deserto.

Il nostro gesto è stato un niente in confronto a loro ma è quello che abbiamo saputo offrire con i nostri limiti e con tanto entusiasmo.
Sono sicuro che per ognuno di noi sia stato un grande privilegio esserci.

FOLGORE!




l tracciato rilevato dal GARMIN al polso del webmaster, che ha registrato 81 kmt percorsi a El Alamein. La lunghezza reale della staffetta è stata però di 78,900 kmt. I chilometri in eccesso sono dovuti agli spostamenti che il webmaster faceva a piedi per raggiungere o seguire i Tedofori, sommati a quelli fatti all'interno del lungo viale del Sacrario.La mappa sopra identifica in giallo , (freccia) il luogo dove è stato rilevato il percorso.







LE IMPRESSIONI A CALDO DELLA PARACADUTISTA MARIELLA MANGINI, UNICA DONNA DEL GRUPPO




Unica donna, con dieci Paracadutisti; ma nessun problema, ero più che sicura. Di loro e di me.

Sono nata troppo presto, ma fin da piccola sarei voluta entrare nelle FF.AA., quindi non potendo, mi impegno in altre cose, che comunque ne abbiano lo spirito.

Lo spirito di andare ad El Alamein, forse per trovare ancora lo “spirito” che quei ragazzi hanno lasciato in quei luoghi, immolandosi.

No, non è retorica, sentimentalismo, passato. E’ una cosa viva, attuale, proprio adesso in questo mondo che ha perso i valori. E’ quei valori che sono andata a confermare a me stessa.

Il viaggio di andata è stato lungo, con l’impazienza di arrivare, e con i guidatori delle jeep, che nel buio della notte ormai arrivata, hanno perso la pista nel deserto.

Il deserto, silenzioso, enorme, solitario. Di notte i contorni non si vedono, si possono solo intuire, immaginare, ma nella distesa piatta, si intuivano solo gli arbusti della bassa vegetazione. Nella mia mente ho cominciato ad immaginare, la vita di quegli anni, quando i disagi erano ancora maggiori di adesso. Non è stato facile, abituati come siamo alla comodità. E doveva essere ancora approntato il campo. La cosa che mi ha immediatamente colpita è stato il cielo, anche lui, come il deserto, silenzioso ed enorme, vivo di stelle, come nelle città non riusciamo a vedere. Eravamo in un luogo sperso dalla cosiddetta civiltà tra deserto e stelle. Splendido!

Siamo riusciti a soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza, cenare, dormire, a lavarci abbiamo pensato poi il sabato, ma le salviette umidificate, si sono sprecate. La mattina dopo un “fuori dalle brande!” alle 6,30 ci ha “gentilmente” augurato il buongiorno.

Mi sono ritrovata in un vortice estremamente impegnativo di emozioni, che ancora devo metabolizzare per bene, alcune sono “a pelle” ancora adesso, per altre mi chiedo : ero davvero io laggiù? Ma sono cose che facevano parte della quotidianità. Del fatto che, essendo vegetariana, sono andata avanti per due giorni a barrette che mi ero portata dall’Italia. Del fatto che per i miei bisogni personali, invidiavo gli uomini, e oltre ai bassi arbusti, mi sarebbe piaciuta una bella, alta, grande palma! Ma ci penso adesso, in quei momenti erano pensieri secondari. Mi sono sempre adeguata, senza nessun problema.

Ci sono state invece le “altre” emozioni, quelle vere. Guardavo, assimilavo con gli occhi, le orecchie, la pelle. Toccavo, cercavo di sentire. Ma senza potermi immedesimare. Non sono riuscita a capire come hanno fatto, ragazzi di 20 anni a vivere certe esperienze, rischiando ogni minuto la vita, morendo. Oppure, l’ho capito, e sono rimasta esterrefatta per la loro forza, l’umanità, il coraggio che hanno dimostrato. E’ stata quella la vera emozione, capire anche solo parzialmente, quello che hanno vissuto e sorprendersi di ciò che hanno fatto.

La prima emozione forte, intensa, che non potrò mai dimenticare, nella chiesa del Sacrario. Al grido FOLGORE! L’eco è rimasta per alcuni secondi, come se quei ragazzi rispondessero “siamo qui, siamo vivi, siamo con voi”. Il brivido incredibile che mi ha percorso la schiena e fatto accapponare la pelle, non lo dimenticherò mai più. Si, sono vivi fino a che qualcuno non li dimenticherà. Fino a che saranno nei nostri cuori, fino a che il loro ricordo sarà dentro di noi, vivranno in noi. Nel Reduce che abbiamo incontrato, a cui ho stretto la mano.

La mattina seguente sulla cima dell’Himeimat, dove abbiamo reso onore alla Folgore, il cui grido si è perso nella vastità del deserto, la stessa fortissima sensazione di presenza, lo stesso brivido incontrollato lungo la schiena. Non sono un militare, purtroppo, e non vorrei che le mie parole fossero fraintese. Non voglio appropriarmi di cose che non sono mie, che non ho vissuto, ma che comunque porto da sempre nel cuore. Sono andata ad El Alamein con umiltà, solo per cercare quello che ho trovato. I miei valori sono quelli. Dignità, orgoglio, spirito di sacrificio, amore per l’Italia. E sapevo che erano sepolti là in quei luoghi, sepolti ma non morti.

Il legame con gli altri paracadutisti, è stato immediato. Non ci conoscevamo, ma credo che la forza di certi valori, rompa qualsiasi barriera. Si è subito instaurato un rapporto cameratesco, solidale, scherzoso. Ogni tanto la stanchezza portava “fuori” qualcuno,ma penso sia normale. Non ho fatto la staffetta, li seguivo con le jeep. Il loro sforzo è stato davvero commovente. Tutti chiedevano di fare “ancora” un pezzo, nessuno si è tirato indietro. Bellissimo il loro inquadramento,i loro volti stanchi, sudati, ma non domi. Degni di essere li.

Sono onorata di essere stata ad El Alamein. Sono onorata di avere avuto i dieci paracadutisti, come accompagnatori. Sono onorata di avere avuto la conferma di quello che penso di essere. Si, sono solo un’allieva, ma avere “quei” maestri, oggi come oggi, non è da tutti. Sarebbe bello che i nostri giovani capissero. Ma sono percorsi che vanno fatti da soli, nessuno li può imporre. Per cui posso solo augurarlo.

Con stima, permettetemi un

FOLGORE!





SCRIVE IL CARABINIERE PARACADUTISTA HAUFF RODOLFO(Rudy) (CLICCATE QUI)





LE RIFLESSIONI DEL PARACADUTISTA LUCCHESE FRANCESCO NAPPINI


Nota dell'Autore: malgrado io sia uno che parla molto, non sono abituato a scrivere, salvo che per motivi di lavoro. Ma ci proverò.

Credo che dopo un’esperienza come quella vissuta sarebbero necessarie alcune pagine per riassumere tutte le mie sensazioni e riflessioni rilevate in quei quattro giorni.
Ma uno dei ricordi più frequenti è che più volte, senza una ragione precisa, mi sono venuti gli occhi lucidi, ho dovuto inghiottire ed ho sentito dei brividi sulle braccia e lungo la schiena, sintomi improvvisi e legati a non so cosa, in circostanze diverse ed in luoghi diversi. Forse un richiamo dai ragazzi che in quei luoghi hanno lasciato la vita, e che sovente volevano che mi ricordassi di loro……….
Comunque sensazioni indimenticabili. Come indimenticabile sarà sempre lo spirito e l’entusiasmo comune espresso e condiviso da tutti noi nell’affrontare questa piccola parentesi della vita. Augurandomi di poter rivivere esperienze simili con un gruppo affiatato come il vostro, il mio sentito grazie di cuore a tutti voi. Folgore!

Franceso Nappini
per gli amici della Staffetta "Little Napp"




HO IMPARATO A NON MOLLARE
di Luca Bartoli

Era dal servizio militare, ventisette anni fa, che volevo andare in questo lembo di deserto, a rendermi conto dell'ambiente e delle ragioni che portarono all'estremo impegno e sacrificio dei paracadutisti della Folgore in questa cruciale battaglia della seconda guerra mondiale.

L'ho potuto fare solo oggi grazie ad una staffetta in onore dei caduti, proprio sulla linea dei combattimenti, attuata da un tenace organizzatore ed da un fantastico gruppo di commilitoni (Mariella... sei tra i congedati ad honorem...!).

Dell'esperienza rimangono fortissime emozioni che richiedono tempo per essere riordinate; l'alba che delinea di colpo lo splendido scenario in cui ci si era immersi nel buio della notte precedente, il mio tratto di corsa tra le buche delle mine disattivate segnalate da un sacchetto di juta bianca, la maestosita' di un sacrario candido che appare da lontano, il brivido prolungato che da l'eco dell'urlo FOLGORE all'interno, sono solo alcune di esse...

Su tutto la senzazione di privilegio che si ha per aver fatto parte delle aviotruppe, per aver potuto legittimamente portare un omaggio ai gloriosi combattenti di allora, per essere ancora oggi in contatto oggi con persone amichevoli e di principio. Sono convinto che, al di la delle altre motivazioni personali, sia questa sensazione di privilegio che ha reso naturale ai Ragazzi della Folgore il non mollare mai.



 
 
 
 
 
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25 OTTOBRE 2009 : GLI STAFFETTISTI TORNANO DA EL ALAMEIN
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


23 Ottobre 2009- El Alamein, Sacrario Italiano. Il Tedoforo Francesco Tegoni, all'arrivo della staffetta al Sacrario,dopo 80 chilometri (è stato aggiunto qualche chilometro di deviazione per toccare alcune postazioni a El Munassib, ndr) porge la Fiaccola al Leone Carlo Murelli.

Il giorno successivo, 24 Ottobre, la cerimonia è stata ripetuta ufficialmente e n abbigliamento più consono , davanti all'Ambasciatore e all'Addetto Militare e aperta al pubblico.





IL CAIRO - EGITTO-DOMENICA 25 OTTOBRE 2009 - I tedofori della Staffetta per i Leoni della Folgore sono sulla strada di casa.

Fra poche ore il volo Alitalia li riporterà in Patria.

Si conclude l'impresa che li ha visti correre sulla linea del Fronte della Folgore, per incontrare, nel Deserto a noi sacro , le anime dei Caduti e portarle sino al Sacrario.

Tre giorni di grandi silenzi, di fatica, di cameratismo, di ideali condivisi e di grandi emozioni.

Dopo avere pernottato il 22 Ottobre all'HIMEIMAT, le caratteristiche colline a forma di gobba di cammello, che erano il più lontano presidio della Folgore sul fronte italo-tedesco, sono partiti alle 7 del mattino del 23 Ottobre e si sono alternati sulla sabbia e sulla pista dell'acqua (gli unici 25 chilometri della Staffetta non sabbiosi, con un vecchio asfalto gettato dagli italiani nella seconda guerra mondiale,ndr) scambiandosi la fiaccola che è diventata testimone di questo gesto dedicato ai Leoni della FOLGORE.

Il sole che ha accompagnato gli 11 Paracadutisti in questa trasferta del ricordo, è stato talvolta magico, all'alba dell'Himeimat, implacabile quando era alto nel cielo sulle teste dei Tedofori, struggente e dolorante quando tingeva di rosso via via più scuro l'orizzonte.

Tutti sono rimasti colpiti da un Sacrario splendido, bianchissimo, marziale, imponente, silenzioso, mozzafiato.



23 Ottobre 2009- Cima dell'Himeimat.

Il sole cala sulla depressione il 23 Ottobre. Dopo poche ore sarebbe cominciato, 67 anni orsono, l'attacco

Le foto rendono solo parzialmente quello che i Tedofori hanno visto e provato.
La mattina del 24 Ottobre -seconda notte di campo- prima dell'ammainabandiera e della partenza in jeep verso il Sacrario per la cerimonia ufficiale di "ONORCADUTI" ( l'organismo del ministro della Difesa che si occupa dei Sacrari e degli eventi ad essi legati, ndr), il gruppo è salito sull'Himeimat, il punto più alto della Depressione di El Qattara, per rendere l'ultimo omaggio speciale da quel luogo così carico di dolore e di morte , ai nostri Reduci.

vista dalla cima: postazioni del 185mo artiglieria paracadutisti ai piedi dell'Himeimat, sulla depressione di El Qattara



Da quella cima dove si trovano ancora oggi ben visibili diverse postazioni dl 185° artiglieria paracadutisti, hanno anche chiamato telefonicamente due LEONI sopravvissuti, i sergenti (all'epoca della battaglia) Santo Pelliccia e Emilio Camozzi, urlando un FOLGORE che ha riecheggiato nella piana sottostante e ha -purtroppo- riempito di tristezza i cuori, pensando alle migliaia di Paracadutisti caduti proprio in quella grande spianata sottostante, dove i francesi della Legione e gli inglesi hanno tentato di sfondare la linea -senza successo- ricoprendo le postazioni di una valanga di fuoco, la notte del 23 Ottobre, alle 20.42.


sommità della cima più alta dell'Himeimat: postazione del 185mo artiglieria paracadutisti che guarda il fronte da cui attaccarono i legionari e gli inglesi



I Tedofori sulla sommità della cima che guarda la depressione di El Qattara, all'alba del 24 Ottobre 2009.
67 anni orsono, a quell'ora erano già cadute diverse centinaia di Folgorini


La sera prima, alla stessa ora, il gruppo si è riunito sotto la bandiera illuminata da un faro, e sotto le stelle ha recitato all'unisono la Preghiera del Paracadutista.

L'ambasciatore d'Italia e lo staff militare, con l'Addetto della Difesa e quello dell'Esercito, hanno invitato i tedofori alla cerimonia che si è tenuta il 24 MATTINA presso il Sacrario Italiano,ora diretto dal maresciallo dell'aeronautica Raffaele Portento. E lì hanno ripetuto l'accensione del braciere davanti ad un folto pubblico.

I tedofori hanno così potuto fare da picchetto d'onore al nostro Leone, vista la assenza di ogni altra rappresentativa dei paracadutisti in congedo, nonostante una gita di 300 unità fosse transitata una settimana prima proprio nel residence a cinque stelle poco lontano. Un promemoria per l'anno prossimo.

Schierati dietro l'altare, con la torcia accesa,i tedofori hanno attirato l'attenzione e l'approvazione ammirata della platea. Alla fine, un potentissimo urlo FOLGORE ha riecheggiato per alcuni secondi tra le Mura e nelle Sale a noi Sacre, commuovendo i presenti. Sfilando di fianco al Reduce col saluto dell'attenti in movimento, hanno raggiunto il Sagrato, dove, alla presenza del'ambasciatore e di tutte le autorità, il Tedoforo ha consegnato la Fiaccola al nostro Leone, che l'ha appoggiata al braciere che ardeva davanti a Lui.

Il simbolico passaggio degli Ideali e l'omaggio alle Anime dei Caduti della Folgore erano avvenuti.



Difficile non emozionarsi.

Un dietrofont perfetto e l'uscita correndo dal Sacrario, sono stati accompagnati dagli applausi dei visitatori. Alla fine del lungo viale ornato da oleandri e palme, tra i cippi dei Reggimenti che hanno combattuto in quelle sabbie, hanno reso omaggio -insieme alle Autorità- agli ascari libici, seppelliti all'ingresso del Sacrario, nella cappella musulmana.

Paolo Caccia Dominioni non ha dimenticato quei fedeli e valorosi camerati.

...seguiranno altri dettagli e i tanti ringraziamenti tra oggi e i prossimi giorni ( satellite permettendo).

Le foto saranno pubblicate in una gallery. Il tempo di rientrare.











 
 
 
 
 
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GLI STAFFETTISTI PER I LEONI : IMPECCABILI
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


PARMA- Pubblicheremo da stasera e per alcuni giorni le gallery fotografiche scattate a El Alamein, che rimarranno disponibili in "STORIA E REDUCI" e nelle prossime 24 ore sul canale Congedatifolgore di Youtube, anche alcuni spezzoni di filmati disponibili.

Nel frattempo mandiamo online una foto che premia la serietà e l'uniformità del drappello.



 
 
 
 
 
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UNA GUIDA PER VIAGGIARE A EL ALAMEIN
Giovedì, 17 Settembre 2009


PARMA- Daniele Moretto, figlio di un combattente della Ariete di El Alamein, è un appassionato di storia e geografia. Dopo un viaggio a El Alamein, ha trasformato una sua passione in qualcosa di più: è un protagonista di una iniziativa di studio insieme ad un gruppo di ricercatori italiani e stranieri, per far diventare l'intera area un parco-museo all'aperto.

Dai suoi numerosi viaggi nel deserto egiziano ha tratto preziose informazioni storiche, geologiche e turistiche , pubblicando una guida che sembra fatta apposta per i Paracadutisti che vogliono trascorrere qualche giorno tra le sabbie dove hanno combattuto i nostri padri.


UNA GUIDA PER VIAGGIARE A EL ALAMEIN

LA SCHEDA DEL LIBRO E DELL'AUTORE

CEDOLA


Informazioni più approfondite le troverete nei due siti che parlano della sua attività:

WWW.QATTARA.IT

e


WWW.ELALAMEINPROJECT.ORG

 
 
 
 
 
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ZILLASTRO:FINE SETTIMANA ADDESTRATIIVO NEI LUOGHI DELLA BATTAGLIA
Sabato, 11 Luglio 2009




di Manuel Aquila

COSENZA- Nei giorni 27-28 Giugno 2009 i Paracadutisti della X Zona (Calabria-Sicilia) si sono ritrovati sull’ altopiano dello “Zillastro” in Aspromonte nel Comune di Oppido Mamertina.

Il luogo è tristemente noto per la battaglia dell’8 Settembre 1943 che vedeva 400 Paracadutisti del 185o rgt. Della Divisone Nembo contro 5000 uomini anglo-canadesi,entrambi ignari del fatto che l’armistizio era gia stato firmato dal Maresciallo Pietro Badoglio.


Appena arrivati sul posto,i Paracadutisti delle sezioni di Cosenza, Reggio Calabria e Catania capeggiati dai rispettivi presidenti Piero PREITE, Pino PERRONE e Tommaso DAIDONE, hanno issato il tricolore per l’alzabandiera.
Alcuni hanno costruito la zona bivacco x l’accampamento usando i teli tenda di ciascun parà,altri hanno provveduto a lavori di manutenzione del Monumento. Tutto ciò sempre con quell’orgoglio e quel modo di fare operativo che distingue da sempre i Paracadutisti.

Nel pomeriggio,dopo la pausa pranzo,i Paracadutisti hanno iniziato l’attività marciando daddestrativa apprima sulla strada e poi salendo per un tratto di montagna dove dopo una buona ora e mezza di cammino,hanno raggiunto la cima dove è stato possibile godersi uno spettacolo incredibile .

Un preparatissimo Pino Perrone ha informato il gruppo sulla storia e le carateristiche dei luoghi inerenti alla zona.

La sera,dopo l’ammaina bandiera, al calar della notte, tra il silenzio e l’oscurità di quel posto meraviglioso, dove la nebbia era scesa ed aveva preso il sopravvento, i paracadutisti,attorno al fuoco, hanno passato una eccezionale serata riscaldando i cuori di tutti i presenti, tra canti e cibo cotto sul posto , come si faceva in pattuglia .

Prima di andare a riposare,i paracadutisti,inquadrati in un unico blocco ,hanno onorato e rivolto il loro pensiero dinnanzi al monumento dei fratelli della divisione Nembo.

Per lunghi secondi abbiamo sentico che i fratelli della Nembo erano lì con noi.

La mattina i paracadutisti dopo l’alzabandiera e l’ammaina bandiera (anticipata per via dell’abbandono del posto) si sono recati su "Pietra K" per visitare lo spettacolare monolite.

Una vetta difficile e pericolosa che i paracadutisti decidono di scalare.
Sulla cima,uno spettacolo meraviglioso.


I Paracadutisi si sono salutati da Fratelli, con l’augurio di ritrovarsi tutti insieme a settembre per la vera e propria marcia.





 
 
 
 
 
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E' A TRIESTE LA FIAMMA DEGLI ARDITI D'ITALIA
Domenica, 28 Giugno 2009




PARMA- 27 Giugno 2009 - Massimiliano Ursini "Max Vecchio Pioniere" è un paracadutista in congedo che da anni, da sempre, persegue solo un obbiettivo: essere degno del basco che porta e poter guardare negli occhi i Leoni del Folgore -uno di loro era Suo Padre- e divulgre la storia del reparto che fu certamente Loro esempio e che è anche il nostro: quello degli Arditi d'Italia della seconda guerra mondiale.

Noi lo seguiamo volentieri nelle imprese della attivissima sezione F.N.A.I. di cui è presidente

Gli Arditi della prima guerra mondiale,il cui 90mo della vittoria ricorreva pochi mesi orsono, fanno parte di una "razza guerriera" che seppe riconquistare a colpi di pugnale e bombe a mano , metro per metro, lembo dopo lembo, fino alla vittoria, il territorio italiano caduto nella mani del nemico. Decine di morti tra i nostri, ceentinaia e centinaia tra gli austriaci.

Max e il suo manipolo di Paracadutisti e amici triestini si erano dati dal 2007 alcuni compiti impossibili: restaurare l'Ara dove celebrare il novantesimo -e ogni anno successivo- rinnovare solennemente il loro ricordo, organizzando eventi speciali.

La attivissima sezione triestina della Federazione Nazionale Arditi d'Italia ha frequenti scambi culturali con i loro eredi, gli Incursori del Nono Reggimento Col Moschin della Folgore, a cui ha donato alcuni cimeli per la loro Stanza del Ricordo.


Con il pugnale sguaninato, Max ci ha chiesto -soavemente- di ripubblicare le gallerie di foto che si riferiscono a due eventi miliari della storia dela neo-nata sezione: il restauro dell'ARA e la festa del Novembre 2008.

Come potevamo dire di no, davanti a tanta delicatezza? Chi lo conosce, sa che si spazientisce con niente. Come un Ardito, appunto.

Scherzi a parte: da queste pagine giunga un rispettoso omaggio a questi ITALIANI, il cui codice genetico proveniva direttamente dalla migliore razza italica.



Eccole:

LE ATTIVITA' DELLA F.N.A.I. DI TRIESTE - recupero e inaugurazione dell'Ara
LE ATTIVITA' DELLA F.N.A.I. DI TRIESTE - PARTE SECONDA


 
 
 
 
 
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LA DIFESA DI ROMA DEL 1944: SESSANTACINQUE ANNI DA RICORDARE
Mercoledì, 20 Maggio 2009


Autore: Par Luca Combattelli





Sessantacinque anni.
1944-2009.




I Paracadutisti Romani si riuniscono ancora, come ogni anno, nel ricordo dei Caduti raccolti nel Sacrario del Verano.

Siamo ancora qui. Ancora qui a ricordare.
Ma vogliamo capire. Dopo tanti anni vogliamo capire.

Le date dei ricordi dei Paracadutisti Italiani sono scolpite, forti, nel nostro DNA. El Alamein è passata, lasciandoci ancora l’animo segnato, il ricordo scolpito. Ma gli eventi in questo parallelo storico ci incalzano, e noi a più di sessant’anni di distanza, li ricordiamo. La fine dell’avventura d’Africa con l’ultimo sacrificio dei Paracadutisti di Takruna. L’invasione della Sicilia. Il 25 luglio, l’8 settembre.

Capire el Alamein è stato facile: c’era un nemico dall’altra parte, con un uniforme diversa dalla nostra, che parlava un’altra lingua. Ogni Uomo della Folgore sapeva quale era il suo dovere.
Semplicemente e senza indugi hanno combattuto, hanno dimostrato il loro Valore. Sono Caduti sul campo con Onore.

Ma dopo tutto si è fatto più difficile, poi tragico.
E non solo per l’esito infausto della guerra, per i bombardamenti sui civili, per la fame.

Si è fatto più difficile capire chi era il nemico, chi era l’amico, cosa era giusto fare.

Ora vogliamo capire.

Nel 2009 i Paracadutisti Romani invitano tutti a ricordare i Ragazzi del Nembo che morirono nella Battaglia per la difesa di Roma.
Per onorarli, certamente: onorare il Coraggio, l’Ampr di Patria, il senso dell’Onore.
Ma, alla fine serve, ora, definitivamente, capire.

Non per dimenticare, non per giudicare, non per condannare né per giustificare. Solo per capire.

Capire cosa è stato quel momento storico per ogni singolo Paracadutista.

Cosa è passato per la testa di ognuno di loro, per la prima volta lasciati a decidere da soli cosa fare, come comportarsi.
Nessuno come i Paracadutisti ha vissuto la tragedia della guerra civile.

La morte di Bechi Luserna, già il 10 settembre ’43, ne fu il tragico prologo, foriero di ulteriori lutti e tragedie. La guerra civile: italiani contro italiani.

I Paracadutisti Italiani si sono schierati ed hanno combattuto con Onore su entrambi i fronti.


Capire: non un giudizio storico, non una interpretazione politica, non la volontà di convincere ad ogni costo che chi era dall’altra parte aveva torto.
Solo capire.

Capire perché a quei Ragazzi di vent’anni, che morirono per la Patria qualcuno disse che la Patria era dall’altra parte.
Capire perchè i Valori di Onore, Coraggio, Amor di Patria, che aveva mosso i loro Commilitoni di poco più anziani, e che erano gli stessi che loro avevano nel cuore, non gli furono riconosciuti. Sono passati sessantacinque anni.

Forse sono pochi…..


 
 
 
 
 
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I RACCONTI DEI NOSTRI REDUCI
Mercoledì, 22 Aprile 2009


di Arrigo Curiel



Leone della Folgore di El Alamein



Con il raggruppamento “ Camosso “
a Deir Alinda



Il raggruppamento “ Camosso “ ( ten.col. Luigi Camosso c.te. 187° Rgt. ) cui faceva parte anche il III Gruppo ( maggiore Ferdinando Macchiato ) del 185° Rgt. Artiglieria dopo aver presidiato le posizioni di prima linea di Forte Menthon , effettuarono una marcia senza automezzi, sotto il tiro delle artiglierie nemiche, portando a spalla , viveri, munizioni e armi, trainando i cannoncini anticarro 47/32 sulla sabbia e occuparono le posizioni di Deir Alinda – quota 101. Uno spostamento di circa quindici chilometri.

Pochi giorni dopo quella sera del 31 agosto, nella notte tra il 3 e il 4 settembre la 5^ Brigata neozelandese, la 132^ Brigata britannica, reparti del 44° e 50° Royal Tanks, iniziarono un violento combattimento. Il maggiore Aurelio Rossi comandante del IX battaglione diede l’ordine ai suoi reparti di lasciare infiltrare il nemico e iniziare, allora, il fuoco, con tutte le armi.Un nostro proiettile centrò un autocarro che trasportava munizioni, una decina di metri davanti le nostre linee. Ne seguì una terribile esplosione con fiamme alte che diradarono la foschia ed i fumogeni. Facili divennero i bersagli delle forze attaccanti, che subirono perdite consistenti in uomini e mezzi.

Molti anche i prigionieri, compreso il generale Alan Clifton comandante della brigata neozelandese. Jeeps, Bren-carrier, ma soprattutto camion Dodge carichi di viveri, vettovagliamento, munizioni resero anche molto contenti i paracadutisti. Scatoloni con scatolette di latta, che contenevano alimenti più svariati:. miele, marmellate, fagioli, latte ( anche in polvere ) , carne, pane biscottato, the, bottiglie di wisky, ecc.ecc.E poi , provare a guidare le jeeps, i Bren –carrier, i camion, andando anche a rastrellare prigionieri.


Ma, tutto sommato fu, la scoperta di una specie di impermeabili di tela cerata mimetizzati, molto utili per ripararsi dal freddo umido della notte, non solo;.mangiare, in genere, rappresentava quasi un problema a causa delle terribili mosche africane che camminano imperterrite sul nosro corpo, appiccicate a vestiti e vanno dentro alle narici e nelle orecchi e nella bocca che, se aperta finicono anche dentro. Strano perchè nessuno ha mai scritto di questi insetti che rendono difficile mangiare senza prima scacciarle.


Allora qualcuno cominciò tagliare dei pezzi di tela cerata degli impermeabili , riducendoli a lunghe striscioline, terminando con un manico dello stesso materiale. Così è stato creato uno “ scaccia-mosche “ che a turno, uno di noi lo usava per poter mangiare in pace !.

Arrigo Curiel

 
 
 
 
 
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I RACCONTI DEI NOSTRI REDUCI
Lunedì, 20 Aprile 2009



di Arrigo Curiel

Leone della Folgore di El Alamein




Da El Alamein a Tripoli


Le sorti delle armate di Rommel si decidevano esclusivamente sul teatro d’operazioni dell’est del Nord Africa. Ma, in questa Seconda Guerra mondiale in cui tutto il mondo era stato diviso in due grandi campi avversari, gli avvenimenti che influenzavano più o meno direttamente la situazione su un campo di battaglia potevano svolgersi a migliaia di chilometri di distanza.

Rommel per primo lo avrebbe provato sulla propria pelle, La sorte delle truppe dell’Asse in Libia e in Tripolitania si decideva anche a Londra e a Washington e l’azione di Roosevelt, che meditava nel suo lontanissimo ufficio della Casa Bianca, non avrebbe tardato a fasi sentire di fronte agli uomini dell’Afrika Korps, sotto forma di truppe bene armate e decise che li avrebbero presi alle spalle e sbaragliati. Nel momento in cui la battaglia di El Alamein stava per iniziare, Rommel sapeva già che la sorte dello scontro era segnata.


Pensava già di organizzare una difficile ritirata, Ma, guardando oltre alla ritirata, Rommel pensava di riuscire a fortificarsi in Tunisia. Forse Hitler avrebbe finalmente riconosciuto che le guerre non si vincono solo con truppe ben comandate e con la cieca volontà offensiva, ma anche con la ricchezza del materiale e delle munizioni.
Gli Alleati avevano capito questa verità e ciò avrebbe dato loro la vittoria.

I Tedeschi sarebbero crollati sotto l’impeto degli eserciti alleati, ricchi e potenti, che li avrebbero scacciati poco per volta da tutti i territori conquistati. D’altronde, per gli Americani lo sbarco in Nord Africa doveva essere la prima operazione in cui sperimentare le loro giovani forze e in cui mettere a punto la più formidabile macchina bellica che il mondo avesse mai conosciuto.

L’Afrika Korps era stato creato per salvare la Tripolitania, colonia italiana, e la sua sconfitta apriva quest territorio all’invasione e segnava la perdita dell’impero coloniale italiano, fierezza del regime mussoliniano. Inoltre, poichè il grosso della fanteria non motorizzata era stato fornito dagli Italiani, furono principalmente costoro ad alimentare le schiere di prigionieri rastrellate dagli Inglesi nel deserto egiziano dopo la battaglia di El Alamein. Al contrario il grosso dei Tedeschi, motorizzati, sfuggì alla stretta dell’armata di Montgomery.

Una visione panoramica della verità conosciuta molto tempo dopo e confermata anche dalle testimonianze dei superstiti del 285° battaglione paracadutisti Folgore che combatterono a Takruna, e la mia personale esperienza negli oltre 2.000 chilometri percorsi, con camion diversi, molti dei quali avevano dipinto sui fianchi le croci nere slavate, con uomi seduti sulle panche laterali o sdraiati sul fondo del camion. Alcuni portavano bende sanguinanti o macchiate di pus, come le mie.

Erano dei “ diavoli verdi “ i paracadutisti del battaglione Hubner che mi indicarono i due uomini che assistevano allo spettacolo penoso della disfatta di un’armata motorizzata.

Erano due sabotatori: Helmut Gruber e Karl Roehm, pirati solitari, che sapevano utilizzare ogni tipo di esplosivo, smontare proiettili per preparare trappole, mine di fortuna, innescando meccanismi sotterrati in mezzo alla pista; allora una quindicina di mine esplodeva ai lati della colonna, sfondando i fianchi dei veicoli corazzati e crivellando con mille colpi i camion carichi di soldati.
Le prime colonne inglesi non avrebbero tardato a seguire gli ultimi Tedeschi. Ma sembravano non avere molta fretta.

Forse è stato l’ufficiale medico – mi sembra si chiamasse Bini – a levarmi i proiettili conficcati vicini al femore ed al ginocchio della gamba destra , all’infermeria da campo, dopo avermi fatto ingoiare mezzo bicchiere di cognac, per stordirmi meglio.

Quì iiniziano idee confuse, intercalate da lucidità di mente. Una sosta al campo di aviazione di Fuka, mitragliati da Spitfire a bassa quota,con decine di morti e di feriti.

Marsa Matruk, la scarpata di Sollum, dove il 7 novembre si era scatenato un temporale che aveva gonfiato gli uadi, straripando paludi salate, tagliando mle piste con fiumi di fango.( fonti attendibili riportavano che Rommel il 7 novembre si trovava alla testa di 7.500 uomini,29 carri armati, 124 cannoni ! ).Tobruk, Marsa el Brega, Bengasi, il percorso della Cirenaica condizionato dai rifornimenti spesso insufficienti di carburante.; Misurata, Homs, il 22 dicembre a Tripoli.

Finalmente un ricovero ospedaliero e poco dopo un Henihel 111 mi riporterà in Italia.

 
 
 
 
 
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CI SCRIVE UN LEONE DELLA FOLGORE . COMBATTENTE FIERO ED ORGOGLIOSO
Martedì, 17 Febbraio 2009




PARMA- Non poteva giungere messaggio più apprezzato dai nostri lettori : un "fiero ed orgoglioso" leone della Folgore sardo .-Giuseppe Ortu- ci scrive, grazie al Figlio Salvatore che frequenta il nostro sito.







Caro Walter ,

tramite mio figlio Salvatore ti mando qualche ricordo della mia vita da Paracadutista e di Combattente.

La mia prima Compagnia era inizialmente la C.C. del VI Battaglione.

Il mio caposquadra era il Serg. Maggiore Nicola Pistillo, il vice comandante il Ten. Boliano,Ten. Spadaro e il Sotto Ten. Stassi.

Altri camerati del periodo del corso di Paracadutista che frequentai a Tarquinia dal 02/08/1941 al 25/09/1941 che riesco a ricordare sono: Franchi Leandro, Maracchioni, Ferrara, Piero Pieri, Lustrissimi, Cantarale Franco, Mariano Mariani, Ventura, Barbon, Motta.

Dopo i primi 5 lanci il battaglione fu trasferito a Rovezzano (Firenze) dove effettuammo altri lanci.

Rientrato da una licenza non trovai più il mio battaglione, era stato sciolto e i componenti furono assegnati ad altri btg, io fui assegnato al V al comando del quale c'era il Maggiore Izzo.

Al V vennero trasferiti anche Ferrara, Ventura, Barbon, Mariani, Bartoli e altri che non ricordo, la mia specialità era il Lanciafiammista e il porta feriti.

Nei primi mesi del 1942 partimmo da Ostuni per l'Africa, sul posto il Maggiore Izzo mi volle alla Compagnia Comando assegnandomi l' incarico di mantenere efficienti i collegamenti telefonici con gli altri Battaglioni
e le varie Divisioni assieme a Mariani e Ferrara, quest'ultimo rimase ferito da una granata mentre eravamo intenti a sistemare dei fili telefonici, io rimasi miracolosamente illeso, rimase ferito anche Mariani e restai da solo a sbrigare questo compito.

Tra i tanti episodi in cui ho rischiato di morire ne ricordo uno in particolare in cui dopo un terribile bombardamento, eravamo intenti a caricare i feriti su un camion e improvvisamente mentre l'autista si accingeva a partire iniziarono a cadere nuovamente le granate e fui l'unico a salvarsi.

Ricordo molto bene che il 23 o 24 Ottobre nel furioso combattimento che avvenne intorno alla Depressione di El Qattara ( non ricordo i nomi della località) il Maggiore Izzo rimase ferito ad una gamba, era svenuto, avendo qualche nozione di pronto soccorso riuscii con quello che si trovava a bloccargli l' emorragia subito rinvenne e assieme al suo attendente lo trasportammo sulle spalle fino al più vicino accampamento (sono dispiaciuto perchè in un libro che mi ha regalato mio figlio: Takfir..si fa riferimento a questo episodio riportando solo il nome dell'attendente) sul posto mi chiese chi fossi e mi promise che una volta rientrato in Italia si sarebbe ricordato di me, così non è stato ma pazienza.

Ricordo che dopo il 24 di Ottobre le truppe Francesi con i Neozelandesi con i loro megafoni cercavano di convincerci ad arrenderci dicendo che i nostri comandanti ci avevano tradito e che si erano arresi, ma continuammo a resistere, difatti non riuscirono a sfondare le nostre postazioni.

Gli ultimi giorni, quei pochi di noi rimasti ebbero l'ordine di ritirarsi e io ebbi da parte dell' ufficiale che sostituì il Maggiore Izzo (non ricordo il nome) di rimanere nelle retrovie per aspettare le altre truppe e informarle dove si stavano dirigendo e dopo alcuni giorni precisamente la mattina del 7 Novembre, ormai rimasto senza viveri e armi con cui difendermi venni catturato dagli Inglesi, che a bordo dei loro veicoli iniziarono a spararmi con le loro mitragliette.

Dopo 15 mesi di prigionia in un campo di concentramento (POW 310) vicino a Suez fui trasferito in Inghilterra, dove ho trascorso altri due anni e mezzo lavorando nei loro campi di lavoro, rientrai in patria sbarcando a Napoli il 9 Giugno del 1946.

Ho sempre partecipato ai vari incontri che ci sono stati in Sardegna da parte dell'A.N.P.I. assieme all' Amico Pitzalis Antonino che ci ha lasciato circa un anno fa, manifestando l' intenzione di andare in Africa per il 60° anniversario della Battaglia di El Alamein, purtroppo non ci sono riuscito chissà magari per il 70° !!!!!!!!!!!

Questi sono solo alcuni racconti della mia storia di Paracadutista, Combattente Fiero e Orgoglioso

Un Carissimo Abbraccio e tantissimi Auguri


 
 
 
 
 
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IL MIO 23 OTTOBRE 1942 A EL ALAMEIN
Domenica, 18 Gennaio 2009





di Arrigo Curiel - Leone della Folgore



IL MIO 23 OTTOBRE 1942 A EL ALAMEIN
( ricordo di colori dopo la violenza )


23 ottobre alla sera l’aria era calda a Dei el Munassib.La notte trasparente per la luce della luna. ,il silenzio accarezzava la sabbia chiara ed i bassi oscuri costoncini. Qua e là un parlottare sommesso nelle postazioni, un colpo di tosse trattenuta, una piccola risata. L’umidità già impregnava i sacchetti del parapetto delle postazioni.

Di sorpresa, in silenzio, una larga fascia su tutto l’orizzonte si è colorata di arancione intenso.. Nei successivi istanti, sempre silenziosi, le sfumature e i toni dei colori e lo spettacolo immenso mi hanno suggerito un assurdo tramontare di mille soli o un’improbabile aurora boreale nel deserto sinchè un enorme tuono mi ha annunciato che erano le vampe riunite di mille cannoni..

Mi sono gettato pancia a terra, le traiettorie sono passate alte sopra di noi . Una breve attesa, ed è arrivato, da quattro o cinque chilometri alle nostre spalle, il boato della simultanea esplosione di mille granate.

Come applaudire alla prima salva delle artiglierie migliaia di motori si sono accesi e si sono messi in moto al nostro fianco ed oltre.

La nostra divisione paracadutisti Folgore è schierata, come su di un palcoscenico, per dodici chilometri, da nord a sud, fino a Naq-Rala.

Nella parte più settentrionale il nostro reparto, che occupa un saliente di formazione triangolare,con al vertice la nostra compagnia, proteso fuori dalle linee per quattromila metri, sta come nei palchi della parte sinistra che però, essendo collocati a una quota più bassa di quella del proscenio, non consentono alcuna visuale.,

A giudicare dai rumori la grande platea brulicava di mezzi corazzati, di cingolati e di camionette. Sconcertato pensavo alla frase: “ – Nessuna traccia di forze avversarie – “ con cui avevo chiuso il rapporto sulla pattuglia di ricognizione da me condotta, due giorni prima, a perlustrare in lungo e in largo quella zona di deserto senza trovare altro che il relitto del piccolo Bren Carrier.

Anche se inverosimile era pur vero che undici paracadutisti con me, per il vento di sabbia e grazie al caso avevano,per undici ore, potuto passeggiare in mezzo a due o tre divisioni inglesi schierate per la battaglia senza essere visti e senza vedere alcuno. Con la fantasia già i trovavo davanti alla corte marziale, mentre chiamavo gli uomini testimoniare a mia discolpa, mentre osservavo, al di là del declivio che ci impediva la vista della grande piana. Discendevano sul campo di battaglia le luci bianche dei bengala appesi a piccole calotte, l’alzarsi verde e rosso dei razzi di segnalazione tra il punteggiare, colorato, in traiettoria, dei proiettili traccianti.S

iamo stati inquadrati durante la giornata successiva, da linee precise di granate che, a centinaia, miste a fumogeni,, si avventavano ad esplodere alle spalle della nostra compagnia. Le artiglierie, rallentando il tiro, poi diradandolo in salve separate di batteria, come tuoni al finire di un grande temporale, e infine cessandolo del tutto, hanno dato l’impressione che gli avversari, da veri inglesi, volessero rispettare la festa.

Poco prima delle 16, una vedetta si mette a gridare : “ All’armi, carri in vista sulla destra “.Nette si alzano dal cielo limpido e celeste le lunghe antenne, variopinte dai segnali,di novanta carri nascosti tra le alture verso sud e le piccole figure con elmetto piatto che strisciano per aprir varchi fra le mine.Rauca nel silenzio una voce : “ Squadra mitraglieri, pronta ! Alzo massimo, fuoco ! “La mitragliatrice sgretola la sabbia dura, sollevandola in segmenti polverosi.

I più si ritirano correndo, alcuni, immobili, rimangono.Alcuni carri usciti dal rilievo prendono posizione frontale a noi., discendendo a motore pieno sulla sabbia compatta del pendio.Allo spegnersi del rimbombo delle mine esplose,una pausa di silenzio. Attraverso il pulviscolo giallastro, il primo carro, sbandato di traverso, mostra sul fianco, avvolta dalle fiamme, l’insegna scarlatta: una cavallino bianco rampante. E’ un IV Cavalleria. Ancora delle parole gridate : “ Tutte le armi, fuoco a volontà! Tenere alla mano le bottiglie incendiarie !

“ Poi tutto si confonde in nero e in rosso.Vampate si alzano dovunque, il suolo si apre sussultando, si solleva in scure ondate che ricadono ricurve, morbide, pesanti.
Tutto è fumo, acre e penetrante, gli occhi bruciano, la tosse serpeggia nelle postazioni. Anche gridando non ci si intende a un metro di distanza. Nelle orecchie è tutto un frantumarsi di campane.
Placata la bufera, una leggera brezza aveva spazzato via polvere e fumo. Il sole rosso dietro di noi inclinava già sull’orizzonte.

Monumenti immobili, spigolosi in linee rette, dodici carri fuori assetto, sbandati nella sabbia, profondamente marcata a pettine, dietro di loro, dai cingoli nell’ultima virata. Sulle lamiere frontali del quarto a partire dalla sinistra, colava sangue scuro dalla torretta del cannone contorto, piegato verso il basso.Il carro portatore dello stendardo scarlatto, bruciava ancora e con lui altri tre.. Sottili spirali di fumo nero si alzavano nel cielo, in alto si allargavano disperdendosi nel vento, Dei rimanenti carri, erano ventidue, parte arrancava, ritirandosi,in salita.Parte tentava di avvicinarsi ai colpiti per salvare gli equipaggi.

Non più falò solo bracieri incandescenti erano i carri che finivano di bruciare: roghi oscuri di guerrieri sconosciuti, innalzati sulla distesa sbiancata dalla luna.Ora un’angoscia pesante nel ricordo del filo di fumo che saliva dalla postazione della prima squadra fucilieri. Lo scavo appariva silenzioso e vuoto.Al suo ingresso era caduta una bomba di mortaio,nell’interno tutto era a soqquadro : visi neri per lo scoppio, inebetiti, tanti morti e feriti gravi
Ricordo di colori dopo la violenza.

La storia reggimentale del 6° e 7° Green Howards è stata cortesemente messa a disposizione dall’ Imperial War Museum di Londra.


23 ottobre 1942. L’inizio della battaglia fu previsto per il 23 ottobre 1942 e l’attacco principale sul fronte del 13° Corpo doveva essere effettuato dalla 44^ divisione tra Himeimat e la depressione di Munassib dove le difese del nemico si pensava fossero più deboli. Non appena una breccia fosse stata aperta in questa località, la 7^ corazzata doveva passarci attraverso e prendere sul rovescio le difese nemiche dietro la zona di Munassib.

Il ruolo della 50^ divisione era di attaccare frontalmente la posizione di Munassib avendo come primo obiettivo una penetrazione di circa 1.500 yards. All’inizio era stato deciso dal comandante del 13° Corpo che l’attacco della 50^ divisione dovesse aver luogo la notte successiva a quella della 44^ divisione e non iniziare finchè la 7^ corazzata non avesse sfondato.Quello che successe, invece, fu che la 44^ divisione fallì nella penetrazione delle difese nemiche e subì pesanti perdite, e così alla 50^ fu ordinato di attaccare la notte del 25 ottobre con lo scopo di alleviare la pressione sul fronte della 44^.


( il 6° Btg Green Howards sulla destra e dal 5° Yorkshire sulla sinistra appartenevano alla 69^ Brigata della 50^ Divisione )










 
 
 
 
 
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C'E ANCHE UNA DONNA TRA I CADUTI DEL SACRARIO DI EL ALAMEIN
Sabato, 27 Dicembre 2008



Autore: Massimo Zamorani -- Giornalista del secolo XIX


Nel sacrario italiano sono raccolte le spoglie di 4.634 caduti, 2.187 sono senza nome.

Fra gli uomini morti in guerra c'è una sola donna.

Non è facile trovarne il loculo sul quale è scritto "Inferm. Maria", ma sappiamo che non era infermiera ed è dubbio si chiamasse davvero Maria.

La storia me l'ha raccontata un sergente carrista della divisione "Ariete". «Nel 1943 - ha riferito - ancora in piena guerra, eravamo prigionieri e gli inglesi hanno chiesto volontari per il recupero delle salme disperse nel deserto.

Anch'io mi sono offerto e un giorno, con la mia squadra, abbiamo trovato in una buca, proprio presso il ciglione della depressione di El Qattara, i corpi di due uomini e una donna.

Li abbiamo seppelliti nel cimitero, ma quando abbiamo piantato la croce sulla tomba della donna qualcuno ha detto che gli sembrava giusto metterci un nome e abbiamo scritto "Maria"».


Prigionieri, reduci dal combattimento, lontani da casa da anni, gli uomini della pattuglia di cercatori di ossa si sono commossi davanti a una croce sul cui braccio orizzontale hanno scritto un nome, forse il più comune tra le donne italiane, un nome che evocava tutto un mondo dal quale erano stati strappati da molto, troppo tempo.


Poi, terminata la costruzione del torrione ottagonale progettato da Paolo Caccia Dominioni, quando si trattò di esumare le salme interrate nel grande cimitero e trasferirle nei loculi del sacrario, chi si trovò di fronte alla croce con la semplice scritta "Maria" decise di qualificare meglio l'ignota vittima della guerra e sulla pietra del loculo fece scrivere "Inferm. Maria".


Però a quell'epoca e su quel fronte non risulta ci fossero crocerossine italiane e a poco per volta si è fatta strada la convinzione che la presenza femminile fosse di tutt'altra natura.


Ancora di recente un veterano carrista ha confermato d'essersi imbattuto, allora, in un autocarro dove erano indumenti femminili.

C'è chi assicura - ma la voce non ha avuto oggettivo riscontro - che per iniziativa di un generale vennero conferite due Croci di guerra al valor militare a donne.

Una alla superiora delle monache infermiere dell'ospedale di Bengasi, l'altra alla maitresse del bordello militare.

Pochi giorni or sono, ritornato a El Alamein ancora una volta, tra i cinquemila loculi ho rivisto - perchè ne ricordavo l'ubicazione - quello di Maria, di cui ben pochi conoscono l'esistenza.


 
 
 
 
 
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4 DICEMBRE 1941 : NASCE L'ARTIGLIERIA PARACADUTISTI
Domenica, 7 Dicembre 2008

4 DICEMBRE 1941

SANTA BARBARA PATRONA DELL’ARTIGLIERIA

NASCONO GLI ARTIGLIERI PARACADUTISTI



di Maurizio Pinna



Ecco la lettera che Tano, il giorno seguente il suo primo lancio,
il primo degli artiglieri paracadutisti, scrisse alla Madre.

La riportiamo per intero e senza “trascrizione”

Le notizie che possiamo ricavare sono tante, …l’ora del lancio
…la quota del lancio…l’indennità di lancio
Il probabile trasferimento a Firenze del Gruppo…
…il menù della cena per festeggiare…
e…”Era una serata d’oro. Andai a letto brillo.”

Tarquinia 5 dicembre 1941







Un 47/32 abbandonato a El Alamein, senza otturatore


 
 
 
 
 
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LA NASCITA DEGLI ALPINI PARACADUTISTI
Lunedì, 1 Dicembre 2008



di Arrigo Curiel

Penne nere sul paracadute



Negli anni 1947 - 1948 , alcuni ufficiali degli Alpini fissarono la loro attenzione sull’utilità dell’impiego dei paracadutisti in alta montagna.

Questi ufficiali intravedevano nel nuovo tipo di combattente un mezzo efficace per rendere più agile e celere la manovra nel campo d’azione proprio delle truppe di montagna e ritenevano opportuna la creazione di reparti paracadutisti appositamente costituiti.

Il problema fu rappresentato allo Stato Maggiore dell’Esercito e questo, persuaso della convenienza di avere tali unità, dava incarico nel novembre 1951 all’ufficio truppe alpine ( ex ispettorato truppe alpine ) di preparare lo studio relativo all’ordinamento, addestramento, ed impiego del plotone di paracadutisti alpini.



Lo studio veniva compiuto con cura meticolosa inerente a tutto ciò che riguarda il paracadutista; il 18 giugno 1952 , il Capo di Stato Maggiore, generale Cappa, lo approvava ed il 1° settembre successivo segnava la data di nascita della nuova specialità di truppe da montagna, con la costituzione del plotone paracadutisti alpini della Brigata “ Tridentina “ a cui, col tempo , sarebbero seguiti i plotoni delle altre brigate.


L’ideatore e realizzatore della specialità paracadutisti alpini, fu l’allora colonnello Emiliano Scotti, al quale il Capo di Stato Maggiore dava pienamente atto del suo lavoro, sanzionando ufficialmente nei suoi documenti caratteristici, la priorità dell’importante innovazione che doveva trasformare in modo radicale, determinante, impieghi in alta montagna delle tradizionali truppe alpine. Si è giunti così alla armonica combinazione dell’azione di forza per il basso, lungo i solchi vallivi, con quella manovriera per l’alto nelle zone più difficili.

I paracadutisti alpini devono essere dei buoni combattenti di alta montagna, ossia dei buoni alpinisti e sciatori. Diventare paracadutista alpino non è da tutti. L’addestramento del personale è basato sul principio che il paracadutista alpino è innanzi tutto un alpino.

L’addestramento per l’uso del paracadute, inizia al Centro Militare Paracadutismo di Viterbo e successivamente presso la Scuola Militare Paracadutismo ( S.M.P.) di Pisa. Per l’addestramento di specializzazione alpinistico e sciistico vengono trasferiti alla Scuola Militare Alpina ( S.M.A. )di Aosta. Un proficuo addestramento per le truppe alpine non si può avere che effettuandolo nel loro ambiente: le Alpi. Il ghiacciaio del Ruitor è stata la loro prima grande palestra

Memorabile il primo lancio effettuato sulle Alpi il 24 luglio 1953 col plotone paracadutisti della “ Tridentina “.

Arrigo Curiel

 
 
 
 
 
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RECENSIONE DEL FILM "EL ALAMEIN" FATTO DA UN REDUCE DELLA FOLGORE
Lunedì, 1 Dicembre 2008





EL ALAMEIN LA LINEA DEL FUOCO
Un film di Enzo Monteleone


di Arrigo Curiel

Affiorano ricordi di guerra che non possono essere cancellati o resi sbiaditi dal tempo, e le parole non sono sufficienti ad esprimere ciò che intimamente sentiamo in certi momenti, come quelli di vedere il film di Enzo Monteleone. E’ emerso che i giovani conoscono poco la nostra storia recente,
soprattutto nei passaggi più significativi. Eppure essi vorrebbero che a raccontare fossero essere informati con il diretto contatto con i protagonisti., vorrebbero che a raccontare fossero i testimoni, senza mediazioni. Sempre maggiore pertanto il dovere, il desiderio di trasferire ai giovani quel patrimonio di valori della memorie storiche, con rinnovato impegno per una più approfondita conoscenza dei sentimenti di fratellanza, di solidarietà, perseguendo la via della convivenza e della pace.
Le guerre, l’odio, la violenza, il tormento di un secolo scorso; ma, nel mondo, la violenza non è finita. La violenza nasce dall’egoismo, dal pensare a sè, dal non essere capaci di sacrificarsi per gli altri.
Peccato che tra i reduci di El Alamein che assistevano al film, non fossero stati alcuni della divisione Pavia, protagonisti del film, quelli del II/28, ceduto alla Folgore dalla sua vicina sua divisione consumata ed avvizzita, con i suoi trentasei mesi di esperienze africane, ora schierata nel margine meridionale, verso la Depressione di El Qattara. La “ tremendous activity “ che precede gli assalti cruenti, lo sferragliare dei carri, la trentina di battaglioni freschi avanzanti, contro i logori battaglioni italiani, quasi annientati nelle buche crollate. Che gli Inglesi abbiano ottenuto la sorpresa in campo tattico è dimostrato anche dal fatto che, all’inizio dell’attacco, si trovavano assenti per licenza, sia il feldmaresciallo Rommel che il generale Bayerlein, comandante il Corpo Corazzato. La crisi di comando dell’Asse fu aggravata ancor più dalla morte del generale Stumme, comandante interinale dell’Armata italo – tedesca. , avvenuta per un attacco cardiaco, poche ore dopo l’inizio dell’offensiva.; egli fu sostiutuito, a battaglia cominciata, dal generale von Thoma. Scompaiono le fanterie della Pavia, della Brescia, del Bologna, quasi nulla delle divisioni corazzate Littorio Ariete
e della paracadutisti Folgore, il 2° e 7° bersaglieri. Infine l’arretramento deciso il 3 novembre da Rommel; ma al pomeriggio giunge il messaggio di Hitler : “ Ella non può mostrare alle sue truppe altra via se non quella della vittoria o della morte “. Un’ordine che esigeva l’impossibile. Rommel sapeva che la campagna era irrimediabilmente perduta, e, per la prima volta, si rese conto del disprezzo mostruoso per la vita umana. Contrasti e indecisioni. I Tedeschi danno direttive per impedire un afflusso alla litoranea, per non intralciare il ripiegamento germanico che dispone di mezzi di trasporto, mentre i nostri reparti rimangono appiedati.
Pagine di eroismo scritte da tutti, senza distinzione, anche da tanti soldati rimasti senza nome. La scomparsa della Folgore è indescrivibile per la sua grandiosità, immersa in un bagno di sangue e di gloria. Meritevole di descrizione quel gruppo di soldati del II/28 Pavia, affamati ed assetati, di una stanchezza infinita con difficoltà di orientamento nel deserto, impossibilitati ad organizzare una difesa da terra. Riluttanti allo spostamento, abbandonando le posizioni tenute. Fanti modesti. animati da una incrollabile determinazione di non cadere prigionieri e di poter ritornare a combattere .
Ritrarre episodi e situazioni meno gloriose, ha contribuito far conoscere anche le ore buie del passato e trarre insegnamento per un futuro migliore.
Onori non meritati a Lord Montgomery, il vincitore di El Alamein, ombre su taluni comandi italiani, poca chiarezza anche nel comportamento di Rommel, comandante delle Forze dell’ Asse.
Ormai acquisito che la preparazione alla guerra fu inadeguata. Dichiarare guerra alla Francia, all’Inghilterra, alla Grecia, dimostrò l’ingerenza delle esigenze politiche su quelle militari. Ambizioni prive di responsabiltà di Mussolini che, da grande condottiero, avrebbe voluto cavalcare alla testa dei suoi reparti vittoriosi, in una sfilata trionfale ad Alessandria.
La ringrazio Enzo Monteleone. Ad El Alamein c’ero anch’io.

 
 
 
 
 
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I PARACADUTISTI VISTI DA ALFIO PELLEGRIN
Domenica, 23 Novembre 2008




PARMA-Alfio Pellegrin, anzi: il Tenente Colonnello Alfio Pellegrin, ora in congedo, ha attraversato gli anni di sviluppo, e alcuni tra quelli più difficili, della Folgore. Istruttore, comandante di Istruttori, campione del Cse, uomo di riferimento per generazioni di ufficiali che grazie a Lui hanno guadagnato le ali della caduta libera. Ora guarda il mondo amaranto con gli occhi appagati e felici di chi ha dato tanto alla Specialità e ai Paracadutisti. Forse è grazie a Lui che certe immagini di lanci, aerei e uomini si sono tramandate. Ora è nonno, con due figli chli hanno regalato tre nipotini. Alla Festa del 25 Ottobre 208 è andato con il più "g rande",Lorenzo, di due anni. Ecco le sue riflessioni e -sotto- i suoi scatti:

LIVORNO- Rotonda dell'Ardenza - 25 Ottobre 2008-
rideva qualcuno con il labbro tremante e la guancia rigata. Balbettava qualcosa …….. Sbigottito da tanto clamore, Lorenzo gli strinse forte la mano ruvida, e titubante chiese: nonno chi è questa gente?

Il nonno non rispose, aveva lo sguardo lontano e i suoi pensieri correvano all’alba della storia dei paracadutisti.

Nitida, dirompente, dolorosa, accompagnata dall’ardore della giovinezza gli passò davanti la battaglia ……. Poi, tutto si spense con l’insistente richiamo del nipotino che preoccupato gli scuoteva la mano chiedendogli: "nonno chi è questa gente?" …..


Il nonno abbassò gli occhi e guardandolo disse: "sono paracadutisti!" …

Forse anche noi, ai raduni, assistiamo guardando immagini che non comprendiamo, forse vorremmo sapere di più, scavare, conoscere.

Forse guardandole con calma anche la nostra mente può viaggiare nel tempo e vivere le emozioni della storia.

La mia cronistoria fotografica non elenca tutti i momenti della giornata, e meno ancora la storia dei paracadutisti, ma è una buona guida per condurvi, attraverso le immagini nel "nostro" mondo: quello dei paracadutisti.

Alfio PELLEGRIN


I REGGIMENTI E GLI UOMINI IN SERVIZIO ALLA FESTA DI SPECIALITA' 2008

TUTTE LE IMMAGINI DELLA FESTA DI SPECIALITA' 2008




 
 
 
 
 
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LA FOLGORE DOPO L' 8 SETTEMBRE. UN EPISODIO INEDITO AVVENUTO IN CALABRIA
Martedì, 18 Novembre 2008



L'Autore a Tarquinia, davanti alla sua baracca


di Arrigo Curiel,
già alpino, arruolatosi nella Folgore nel 1942
combattente a El Alamein nel 187mo rgt




Successe a Borgia (Catanzaro) nell’ottobre 1943 con i paracadutisti del 185° Nembo. La richiesta di suonare Giovinezza e il rifiuto del musicista del paese.


Il 185° della Divisione Nembo, venne trasferito a Borgia, una cittadina a pochi chilometri da Catanzaro, ed i reparti vennero sistemati in accantonamenti di fortuna, vecchie stalle o ambienti simili; denotavano aria e tristi condizioni di miseria di quella popolazione.

Il periodo di permanenza spesso si tradusse in episodi che procurarono seri grattacapi al comandante, maggiore Angelo Massimino ( già comandante del III battaglione ), turbando l’ambiente.

A causare questa situazione furono gli articoli pubblicati dal quotidiano “ La Nuova Calabria “ diretta da un certo Paparazzo, che desiderava dimostrare come i paracadutisti fossero portatori di una mentalità e di un regime ormai inesistente, che avevano danneggiato il popolo italiano e continuava pressapoco così : cosa si aspetta a disarmare questi soldati fascisti ?

Per comprendere origini e significato di questi fatti bisogna ritornare con il pensiero ai giorni dell’armistizio, allo stato d’animo delle popolazioni, ai neonati partiti politici di entrambe le parti, le confusioni, le condizioni di alcune regioni italiane che si erano viste aggiungere quelle conseguenti allo stato di guerra.

I paracadutisti che si trovavano al sud, sapevano di aver sempre compiuto il loro dovere di soldati e di italiani, avevano obbedito agli ordini dei loro superiori, solleciti di salvare il salvabile della dignità e dell’onore dei soldati italiani, senza abbandonarsi allo sconforto, senza cedere ad alcun sentimento o risentimento personale.

Gli episodi di intolleranza si moltplicavano, ai quali contribuiva la scarsa intelligenza delle autorità locali, che avevano autorizzato alcuni locali ad esporre cartelli che riportavano, ad esempio:” E’ consentito l’ingresso ai soli civili ed ai militari delle Forze Alleate.

Vietato ai militari italiani. “ Evidente il disprezzo per i nostri soldati, paracadututisti e non . Un giorno tre paracadutisti entrarono in un caffè chantant di media categoria.Posto vicino all’orchestra era stato appeso un cartello “ Si eseguono canzoni a richiesta “; Sul vassoio del cameriere, rimasto vuoto, dopo aver poste sul tavolo le bibite ordinate,uno di loro mise mille lire sul vassoio affinchè venisse eseguita “ Giovinezza “ la nota canzone che aveva percorso tutte le strade della Penisola.

Com’era nella previsione dei tre paracadutisti, il direttore della piccola orchestra non fece eseguire la canzone richiesta.

Erano paghi nell’aver fatto sapere agli antagonisti che ormai era giunta l’ora in cui le provocazioni avrebbero trovato le reazioni che meritavano.

Riposta la banconota nel portafoglio, pagate le consumazioni, nel silenzio generale uscirono in strada dove si trovarono di fronte un nutrito schieramento di carabinieri che avevano ricevuto l’orine di fermarli e tradurli al comando di presidio.Qualcuno aveva informato dell ‘episodio il Comando Militare. Forse in modo poco ortodosso i tre, riuscirono ad eclissarsi nelle stradette oscurate.Il mattino dopo si sparse la voce che un ufficiale del reparto era stato aggredito da un gruppo di facinorosi, costringendo gli attaccanti a prendere il largo.

La campagna denigratoria nei loro confronti, erano decisi porla al termine. Gli ammonimenti e le assicurazioni dei loro ufficiali non le ritenevano più sufficienti.

Perciò, una quarantina di paracadutisti, provenienti da vari reparti per non dare nell’occhio, prepararono un piano e passarono all’azione.Alcuni di loro si recarono in città per divulgare la notizia che il reparto si preparava ad attaccare la città e metterla a ferro e fuoco, qualcuno di lasciò sfuggire anche la data precisa. Tutto quanto in completa segretezza. Non intendevano ricorrere alle violenze, ma una ritorsione mediante una grande beffa che avrebbe ridicolizzato i cosidetti avversari.

Il giorno X, l’intero gruppetto, quella quarantina, lasciano gli accampamenti, raggiungono le prime case di Catanzaro, attraversando sentieri campestri e rustici cortili., eludendo i posti di blocco e la sorveglianza delle pattuglie autocarrate munite di mitragliatrici, e fin dalla notte, ingenti forze militari erano confluite rapridamente dai centri vicini che circondano Catanzaro.

Le truppe anglo-americane sono consegnate nei loro quartieri. Forze di polizia militare presidiano il centro cittadino.Si parla di una intera divisione di fanteria. Sul duro selciato di pietra il passo dei paracadutisti reso felpato dalle suole di gomma degli stivaletti, risuona leggero ma ha qualcosa di minaccioso, di pauroso.Basco sugli occhi, pugnale e pistola sulla cintura, sguardo duro, incedere deciso. Si va avanti in silenzio mettendo piede in centro cittadino.

Chiuse le saracinesche dei negozi, chiusi i portoni e le finestre delle abitazioni.

Questi ragazzi che hanno lasciato da poco i sentieri di guerra, calcano ora le strade di una città italiana con l’aria che si appresta ad una battaglia ? Chi avanza quel tardo mattino d’ottobre nelle vie di Catanzaro non è una squadraccia che si prepara ad una spedizione punitiva. E’ un gruppo di soldati italiani, che altri italiani hanno offeso vergognosamente.La loro presenza non è una minaccia, ma un mònito.Non faranno del male a nessuno, ma dovranno comprendere che i soldati d’Italia non lasceranno che si sputi sulle loro uniformi.

Oggi nessuno è sceso sulle strade a dirci carne venduta., perchè avete paura. Il vostro giornale tace Il suo starnazzare di anitra spennata non si è fatto sentire. Nessuno si farebbe vedere in giro con le pagine aperte del quotidiano, ed un piccolo gruppo di paracadutisti, con le mani nelle tasche, vi ha costretti al coprifuoco in pieno giorno.

La strada dove si trova la sede del giornale passa davanti alla caserma dei carabinieri ed a poca distanza della quale, schierati su tre file, armi spianate e baionette innestate, alcuni plotoni di carabinieri sbarrano la via ai paracadutisti che continuano a camminare e si fermano quando i loro corpi sfiorano le punte delle baionette., chiedendo all’ufficiale che li comanda di aprire le file per andare oltre.

”Ho l’ordine di aprire il fuoco se tenterete di passare”- “ Fate pure “ risponde il più elevato in grado dei paracadutisti, un sottufficiale proveniente dagli alpini, con quattro campagne sulle spalle e due volte ferito in combattimento, “ noi passeremo ugualmente,anche se dovremo aprirci la strada con le armi “.

L’ufficiale è interdetto, non sa più cosa fare. Per fortuna arriva il colonnello comandante della polizia militare.

Ha il volto preoccupato e sorpreso, si fa avanti e chiede “ come avete fatto ad entrare in città, con tutto lo schieramento di forze....” – “ E’ il nostro mestiere, arrivare dove gli altri non potrebbero” risponde il sottufficiale di prima. “ Sapete che abbiamo l’ordine di impedirvi il passaggio anche a costo di far uso delle armi ? “ – “ Lo sappiamo – allora evitiamo questo conflitto e lasciateci passare. – “ Dove volete andare ? “ Il sottufficiale si gira, esita un momento e guarda i suoi compagni.” Signor colonnello abbiamo con noi dell’ esplosivo.Ci lasci passare, facciamo saltare in aria una certa tipografia e poi promettiamo di andarcene, buoni, buoni, senza fare del male a nessuno....” Il Colonnello intuisce che si sta bluffando e comprende che l’obbiettivo dei paracadutisti è un altro: quello di procurare a tutti molta paura.

“ E se ve lo impediremo” dice con aria burbera.- “ Allora verranno altri paracadutisti ed allora il ferro e fuoco ci saranno davvero e non solo per il giornale...”

I carabinieri lo guardano in silenzio e, come i paracadutisti, attendono l’epilogo di quel dialogo, curiosi di sapere dove andranno a parare quei due : un alto ufficiale con gravi responsabilità di comando e mansioni ed un giovane sottufficiale, che a guardar bene, si è messo in mezzo ad un grosso pasticcio, che potrebbe costargli la degradazione. “ Una soluzione ci sarebbe forse, signor colonnello. Se qualcuno domani si prendesse la briga di far pubblicare un articolo di scuse....non so se ho reso l’idea...” – “ Ti sei spiegato abbastanza ragazzo “ risponde l’ufficiale, soddisfatto per la soluzione proposta.

Guarda ora i paracadutisti. uno ad uno, e impartendo alcuni ordini ai suoi subalterni, entra in caserma seguito dai paracadutisti.L’intelligente comandante riuscì far pubblicare dal giornale l’articolo richiesto dai paracadutisti.L’articolo descriveva ed esaltava i paracadutisti stanziati a Borgia e quelli del 185°, nei giorni dell’armistizio.

Il maggiore Massimino, malgrado lo scalpore suscitato dall’exploit dei “ quaranta “del 185°, non fece nulla per individuarne i nomi , nè alcun provvedimento venne attuato, perchè in fin dei conti essi agirono, a loro rischio e pericolo, non per fatto personale o spinti da passione politica, ma solo in difesa del buon nome del soldato italiano










 
 
 
 
 
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DUE RACCONTI DI UN ALPINO PASSATO ALLA FOLGORE IN AFRICA
Lunedì, 17 Novembre 2008


PARMA- Abbiamo ricevuto due racconti da un Reduce della Folgore del 1942.

Ci complimentiamo innanzitutto per la Sua capacità tecnologica, visto che usa regolarmente il computer.

Avevamo letto qualche suo intervento sulla rivista Folgore, e per questo gli abbiamo chiesto una biografia. Eccola:



PRIMO RACCONTO






HALAM HALFA o HALAM El-HALFA


di Arrigo Curiel



Gli storici ed i grossi papaveri britannici si servirono di un nome coloniale pomposo “ Battaglia di Halam Halfa “, assai improprio perchè Halam Halfa fu solo una speranza per l’armata attaccante e non una lotta.

Rommel dopo aver fatto attaccare all’inizio della notte fra il 30 e 31 agosto 1942, la zona di Ruweisat dalle truppe italiane, scatenò verso mezzanotte l’intero Afrika Korps, 600 carri di cui 550 germanici e fatto il pieno nel primo pomeriggio del 31 si diresse verso Quota 132. L’attraversamento dei campi minati non è facile, anche per l’intervento di artiglierie e mitragliere piazzate al punto giusto.

Notte spaventosa, particolarmente fatale ai Tedeschi. Alle 22 quattro generali hanno affrontato il campo minato alla testa delle divisioni 15^, 21^ e 90^. Uno solo dei quattro supera il limite orientale del campo minato. E’ von Gustav Vaerst, non più alla testa della sua 15^ . Rommel lamentava la perdita del generale Georg von Bismarck comandante della 21^ Panzerdivision, che era stato ucciso, nonchè quella dei generali Walter Nehring comandante dell’Afrika Korps, di Ulrich Kleeman, che erano stati feriti. In poche ore le sostituzioni sono compiute, ma l’ossatura del comando è inevitabilmente indebolita.

L’alba è livida, si è levato un ghibli furioso che, unitamente all’attraversamento molto lento nei campi minati, ha determinato un consumo enorme di carburante. Ora diventa assillante perchè la battaglia è stata iniziata senza riserve, contando sui rifornimenti che dovevano affluire in conbattimento.Ma in pochi giorni vengono affondate le cisterne e le navi Camperio, Delphi, Fassio, Abruzzi, Tergeste e la grossa petroliera Pozzarica. Poi un’altra notizia deprimente : una formazione di Stukas ha bombardato una colonna di nostri rifornimenti, scambiandola per nemica, così la benzina necessaria a proseguire l’azione si è trasformata in gigantesche nuvole nere, nel cielo della battaglia. Nuovi ritardi si sommano ai primi . La reazione britannica è assai superiore alle previsioni .
La gran zampata non è riuscita a Rommel, che invece di aggirare la lunga catena collinosa di Alam Halfa, la taglierà al nord, puntando verso il mare. Sottoposto ad un incessante bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria, e la mancanza di carburante dovette fermarsi.

La battaglia si svolse dal 30 agosto al 5 settembre.

L’aviazione fa fallire la sorpresa, i campi minati precludono la celerità
Le perdite sono ingenti da ambo le parti : 120 mezzi corazzati e 10 cannoni inglesi, 400 mezzi corazzati e 50 cannoni italo-tedeschi. Ma le perdite dell’Asse questa volta sono irrimediabili; da questo momento la sua sorte è segnata. La marcia sul Cairo era definitivamente abordita.

L’Afrika Korps era avanzata di soli 15 chilometri verso est anzichè dei 50 previsti ed il fronte si era stabilizzato a 75 chilometri da Alessandria su unostretto istmo largo circa 50 chilometri, fra la piccola stazione ferroviaria di El Alamein, a nord del Mediterraneo, e l’impraticabile depressione di El-Qattara.

I servizi segreti britannici grazie al decodificatore " ULTRA “ venivano informati di tutti i movimenti dell’Asse, dalle scelte strategiche alle rotte segrete, alla composizione dei reparti che sarebbero stati impiegati nelle operazioni, sino alla disponibilità di benzina per ogni singolo carro armato. Testimonianza di come gran parte delle sconfitte,da Matapan a El Alamein, furono anche in gran parte dovute alla testarda convinzione germanica che il loro servizio d’informazioni “ ENIGMA “ fosse impenetrabile e che informare il nemico fossero i “ traditori italiani “

Il fatto curioso dell’autoblindo truccata che gli inglesi fecero saltare in un campo minato tedesco prima della battaglia dì Alam Halfa , inscenando una verosimile avventura di una pattuglia notturna sorpresa dai razzi,con feriti ricuperati a fatica sotto il fuoco.

Nell’interno dell’autoblindo una pattuglia di ricognizione tedesca,il 21 agosto trovò tracce di sangue e documenti. Tra questi una carta delle difese britanniche nel settore meridionale, vecchia ed unta,piena di appunti , apparentemente di un ufficiale topografo incaricato di aggiornare la situazione con rilievi rigorosamente esatti, quali erano richiesti per la sicurezza di chi, nei campi minati, doveva lavorare o combattere. La carta era ricca di indicazioni : varchi sicuri, piste di emergenza, piste normali. Il documento esaminato dagli specialisti del Q.G. tedesco, venne considerato autentico e servì per stabilire le linee d’attacco con assoluta sicurezza.

Era stato Bernard Law Montgomery che aveva fatto preparare dal suo Capo di S.M. il maggior generale Freddie de Guingand, il trucco dell’autoblindo e della carta, che indusse Rommel nell’errore.








SECONDO RACCONTO




Capitano paracadutista Salvatore Pescuma : destino crudele





Alle 14,30 del 30 aprile 1941, da tre S.M. 82 , inizia il lancio su Argostoli, una delle Isole Ionie.

La zona prescelta , situata in località Krancia a sud – est di Argostoli, è brulla e sassosa, con dei muretti a secco a confine fra i magri campicelli, gli atterraggi nsono un pò bruschi, sette paracadutisti rimangono infortunati, nessuna reazione da parte dei greci.

L’ordine di partenza giunse improvviso al comando del II battaglione paracadutisti, accasermato a Civitavecchia Il comandante, maggiore Mario Zanninovich, giunse di corsa in caserma e si recò aql Comando presentandosi al generale Enrico Frattini che gli comunicò l’ordine di partenza..

Il testo diceva:” Partenza immediata con due compagnie in completo assetto ed equipaggiamento lancistico,aerorifornitori normali partenza in treno alle 22,30, gli ordini di dettaglio seguiranno più tardi “. C’era poco tempo a disposizione, ma il II battaglione paracadutisti era già pronto.

I capitani Avogadro, Macchiato e Pescuma si presentarono sull’attenti dicendo che le loro compagnie erano pronte a muovere, il maggiore Zanninovich rimase un attimo pensieroso, po rivolgendosi al capitano Pescuma disse:” Non è necessario mobilitare la tua compagnia, dovrai per il momento rimanere in sede”.

L’annuncio colpì duramente il capitano Pescuma che cercò di riprendersi dicendo che la compagnia era già pronta da un pezzo, ma ormai la scelta era fatta ed il maggiore Zanninovich spiegò brevemente il perchè doveva rinunciare alla 4^ compagnia; l’impresa sembrava davvero importante ed i paracadutisti non volevano essere esclusi per nessun motivo, ma gli ordini sono ordini ed il capitano Pescuma comprese.

Forse il suo dolore fu più forte in quella sera di aprile, che l’anno successivo quando colpito a morte nel deserto egiziano offrì la sua giovane vita alla Patria senza recriminazioni, nè rimpianti.
Da Civitavecchia partirono la 5^ e 6^ compagnia. Il viaggio durò tutta la notte e parte della mattinata, e quando scesero dal treno, la rossa terra del Salento li accolse, tra viti e olivi, con un cielo azzurro e un leggero carezzevole vento di primavera che proveniva dal vicino mare.

Oltre la liquida distesa azzurra dello Ionio, un’isola li attendeva per battezzarli nel loro primo lancio di guerra : Cefalonia !

I reparti del 1°, 2° e 3° reggimento paracadutisti giunti indivisionati in Africa Settentrionale venivano immediatamente inviati a presidiare le posizioni di prima linea di El Taga ( II battaglione maggiore Zanninovich ), depressione di El Qattara ( IV battaglione, ten.col. Alberto Bechi Luserna ) e di Forte Menthon ( IX battaglione maggiore Aurelio Rossi e X battaglione, capitano Amleto Carugno )

Alla battaglia di Alam Halfa, iniziata il 30 agosto, la divisione paracadutisti Folgore partecipò con tre raggruppamenti tattici.: battaglioni V , VII e II gruppo artiglieria, “ battaglioni II , I gruppo artiglieria e altre unità divisionali.;i battaglioni IX e X e III gruppo artiglieria.


La sera del 31 agosto 1942 il raggruppamento “ Camosso “, rinforzato dal III gruppo 185° reggimento artiglieria paracadutisti del maggiore Ferdinando Macchiato, muoveva dalle posizioni di Forte Menthon per occupare quelle di Deir el Alinda – Quota 101, mentre il II battaglione del raggruppamento “ Bechi “ raggiungeva Naqb Rala – Qaret el Himeimat. Marcia faticosa, contrastata dal continuo tiro delle artiglierie avversarie, effettuata senza automezzi, trasportando a spalla le armi e tutto il materiale necessario per vivere e combattere sulle posizioni.

Alle ore 4,30 del 4 settembre il nemico su tre colonne( la 5^ brigata neozelandese e la 132^ britannica ) sostenute da reparti corazzati ( 46° e 50° Royal Tanks. Ne seguì un violento combattimento, che si concluse con un completo successo. Alle 10 l’attacco avversario era stroncato.

Il nemico perdette, secondo loro stessa ammissione 963 uomini, e alcune decine di mezzi blindati e corazzati; i paracadutisti circa 200 uomini in morti e feriti.., e nelle nostre mani 300 prigionieri, fra i quali il comandante della 6^ brigata neozelandese, generale Alan Clifton, l’intero suo Stato Maggiore, circa 20 mezzi corazzati venivano immobilizzati; 18 cannoni anticarro, 4 Jeeps, 8 autocarri e 4 Bren Carriers restavano nella nostre mani.

I comandanti del IX e X battaglione cadevano in combattimento. Il raggruppamento “ Camosso “ ( il cui comandante era stato ferito ) perdeva il 20% dei propri effettivi.Caduti i rispettivi comandanti, i battaglioni IX e X ( assottigliati anche a causa delle malattie ) vennero riorganizzati in un unico battaglione che assume La denominazione di IX. Il capitano Salvatore Pescuma assumeva il comando del IX battaglione

Il 14.9.42 il tenente Baldassare Giubilaro, comandante la compagnia comando , mi mandò a chiamare, invitandomi ad accompagnare il capitano Pescuma, nuovo comandante del IX battaglione, per un giro d’ispezione nelle postazioni dei reparti dislocati a Deir el Alinda: 25^ , 26^, 27^ compagnia, 1^ batteria del III gruppo artiglieria. Stavamo lasciando la postazione del cannoncino anticarro 37/42, quando sentimmo partire una salva dei micidiali 77 inglesi.I proiettili arrivarono molto vicini a noi, con un tonfo assordante, sollevando molta sabbia. Mi alzai in piedi: il capitano Pescuma era disteso e una grande macchia di sangue sgorgava dal fianco.Ero sconvolto, disperato, chiamai i portaferiti. Non c’era più nulla da fare.Lo misero su una barella. Mi misi sull’attenti portando la mano aperta sul basco in segno disaluto.Conoscevo la sua storia Un destino crudele aveva voluto la sua fine.






*:
BIOGRAFIA DI ARRIGO CURIEL


Lasciati gli studi mi sono arruolato negli Alpini, avendo praticato le arrampicate su roccia nelle Alpi Giulie e Dolomiti.

Assegnato alla Scuola Centrale Militare di Alpinismo di Aosta il 16.11.1939, ho partecipato alle operazioni di guerra sul Fronte Occidentale ( Col du Mont- Villar dessous- Borg S.t Maurice in qualità di sergente e a quelle del Fronte Greco-Albanese, con il Btg. Sciatori Monte Cervino;

ferito sul Mali Scindeli( bufere di neve a 2000 metri, attaccati giorno e notte ) nel marzo 1941, in uno scontro all'arma bianca, sono stato rimpatriato ( del Btg. Cervino era rimasto solo un plotone ! ) e dopo la convalescenza ho fatto domanda per frequentare la Scuola Paracadutisti di Tarquinia - moltissimi Alpini reduci della Grecia avevano fatto altrettanto - ho seguito il corso e sono stato brevettato nell'aprile 1942.

Assegnato alla C.C. - IX Btg. - 187° Rgt. Folgore- raggiunta l'A.S. a metà luglio 1942, ho partecipato ai combattimenti di Halam Halfa- Deir Alinda - Deir el Munassib- battaglia di E Alamein ferito il 2.11.42.

Anzichè rimanere all'ospedale da campo ed eser fatto prigioniero ho preferito affrontare il ripiegamento delle Forze dell'Asse sulla Balbia, da Fuka a Tripoli, dove un Heinkel 111 mi ha trasportato a Brindisi. Ottenuta la riabilitazione ai lanci, dopo la licenza di convalescenza( Scuola di Viterbo ) ho fatto parte della 33^ Cp. - XI Btg. - 185° Rgt. Div. Nembo, da sergente maggiore, partecipando alle operazioni di guerra in Sicilia e Calabria e dopo l'8 settembre 1943 a tutta la Guerra di Liberazione.

Frequentata la British Shool sono stato assunto dal S.I.M. e con il B.L.U. dell'VIII Armata inviato in due missioni oltre le linee tedesche.Nell'ultima ( novembre 1944 ) sono stato ferito gravemente alla gamba destra.Ricoverato al'ospedale militare inglese di Maddaloni e poi a Pozzuoli , sino al giugno 1945.Congedato il 16 ottobre 1948 per invalidità di guerra. Sono stato promosso maresciallo maggiore, decorato al V.M. e nominato Cavaliere al Merito della Repubblica.



 
 
 
 
 
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ROMMEL E I PARACADUTISTI DI EL ALAMEIN
Venerdì, 7 Novembre 2008




PARMA- Spigolando tra la posta elettronica di un salvataggio di alcuni mesi orsono, abbiamo trovato un articolo che ricevuto dall'amico Maurizio Pinna, figlio dell'indimenticabile Tano, artigliere paracadutista di El Alamein.

Era stato inviato nei giorni della polemica della palma fotografata su un mezzo militare in Iraq.


Ecco l'articolo










Erwin Johannes Eugen Rommel



Novembre 1944
al POW CAMP 305 arriva la notizia della morte di Rommel




Il 14 ottobre 1944 ad Herlingen moriva suicida il Feldmaresciallo Rommel, l’amato comandante dell’Afrika Korps, detestato dagli ufficiali più preoccupati della loro carriera che del destino dei Reparti loro affidati, adorato dai semplici soldati con cui divideva il rancio ed i pericoli.
La notizia arrivò al 305 POW CAMP verso la fine di ottobre attraverso i giornali inglesi.
La morte era stata ufficialmente causata dalle ferite riportate nel mitragliamento avvenuto a Luglio durante una sua ispezione sul fronte interno della Francia, dove aveva riportato una frattura al cranio e la parziale cecità di un occhio.
La verità, ossia il suicidio, indotto per salvare la famiglia dal processo per tradimento a seguito dell’accusa di una sua partecipazione indiretta nel complotto che culminò nell’attentato ad Hitler, si venne a sapere solo dopo alcuni anni la fine della guerra.
Al pow camp 305 la notizia fu una di quelle che più colpirono gli animi.
Tra i prigionieri il Magg. Sammarco, della Div. Brescia, originario di Milano, ricordato anche da P. Caccia Dominioni come uno dei pochi gerarchi del PNF che invece di starsene nelle pinete agordine o sulle spiagge versiliesi aveva indossato la divisa e raggiunto la prima linea, restandoci fino alla fine, scrisse la poesia che segue.

Tano la copiò, anche in questo caso i piccoli fogli trasparenti vennero salvati e riportati in Patria, ora sono lì, accanto a tutti gli altri.
Molti anni fa Tano, come scrisse poi a Sepp Armbruster, ufficiale di ordinanza di Rommel, inviò la poesia al figlio del Feldmaresciallo quando era Sindaco di Stoccarda.
La risposta di Manfred Rommel non si fece attendere, e non fu formale.
Anche questa lettera è ancora conservata.









Salmo della speranza

in memoria del GeneralFeldmarshal
Erwin J. Rommel





Rommel è morto!
Rommel!

Nel nostro cuore
rimbomba il grave rullo funebre
che viene dalla sua tomba.
Là nel pallido Nord

Fanti della Savona,
carristi dell’Ariete,
Brescia, Trieste, Folgore.
Legioni della sete.
Rommel è morto!
Rommel!

Non più
la sua Cicogna sorvola la battaglia
e porta il Comandante,
tra soffi di mitraglia,
in mezzo ai suoi soldati.

Non più
dall’autoblinda,
ritto nel polverone,
traccia la strada impervia
che il fuoco del cannone spalanca
alla Vittoria.
Non batte più l’intrepido cuore del Generale.
Vedo
nell’ombra gotica di un’ampia cattedrale
compiersi il rito funebre.

Guizzano le baionette
nel tremolio dei ceri,
schiere di veterani, impietriti, severi,
e la folla in ginocchio.

Poi
ritmati
sul lento rullare dei tamburi,
risuonano gli accenti
alti,solenni,puri
del Salmo millenario

Nell’insondata tenebra,
di là da questa vita,
la voce del tuo Popolo
colma di infinita speranza
Ti accompagna.

Sono madri che pregano,
le madri dei Caduti
di Tobruk, d’Ain el Gazala,
dei ragazzi perduti
da Stalingrado a Brest.

Sanguina la Germania
chiusa in un cerchio ardente,
e la tua spada giace
sul tumulo recente.

Ma la speranza vive!

Vive
tra le rovine dei vecchi borghi in fiamme,
vive in questa prece,
che innalzano le madri
con le parole antiche.

“In te speravit Domine”
ed il salmo promette dall’arco
preparate spaventose saette
sul nemico irrompente.

“Multiplicati sunt”
che importa se i nemici gonfiano
come marosi,
se le mitragliatrici non bastano a falciarli?
Se nei limpidi cieli
che narrano la tua Pace
o Signore
quel rombo di stormi
mai non tace.

E’ viva la speranza.

Pian piano
all’imbrunire
la chiesa resta vuota,
solo la Guardia
veglia,
irrigidita, immota
intorno al catafalco

Ed ecco
dal profondo,
dalle oscure navate,
Legioni silenziose
sfilano
incolonnate
davanti al Maresciallo.

Passa la Novantesima di fanteria leggera,
passano gli adolescenti della Camicia Nera,
quelli di Bir el Gobi,
passa la Trento lacera
che insaguinò ogni pista,
da Sirte al Minareto,
e fu distrutta
in vista del Mare d’Alessandria.

I Morti di Alamein,
i Morti di Bardia
i Morti
i Morti invitti,
in lunga teoria
salutano la bara,
dileguano nel buio,
non dicono parole di trepida preghiera.

Ma raggia come un sole
nei volti
la speranza
Radiosi volti esangui.

Qualcuno ne ravviso.
Fermo compagno
dimmi,
dimmi se al tuo sorriso posso credere,
anch’io!
Dimmi quello che sai.
Ascoltami, t’imploro!

Sen’vanno.
Non rispondono

Ed il mattino d’oro già investe le vetrate.

E’il giallo sole d’Africa:
Ogni cosa svanisce.

Non rullo di tamburi,
è il mio cuore
che scandisce

Rommel è morto!
Rommel!

Ma sulle mie ginocchia
l’antico Libro giace,
lieve fruscio di fogli,
come alla brezza piace

“Eructavit cor meum.”


Maggiore Sammarco
I° Btg. 19° Rgt Ft. Div. Brescia
Novembre 1944
305 P.O.W. Criminal Camp Meadle East – Egypt - El Kassasine

Testo raccolto e conservato in originale
dall’art. parac. Gaetano Pinna della 3 ^poi 2^ Btr.
I° Gr. del 185° Rgt. Art. Parac.
P.o.w. n.346966 - 305 Criminal Camp –
El Kassasine - Regione dei Laghi Amari – Egitto







Stemma dei Veterani dell’Afrika Korps
Una spilla dei veterani con l’antico simbolo venne regalata da Sepp Armbruster, rappresentante in Italia dei veterani dell’Afrika Korps, a Tano Pinna nel ricordo dell’amicizia continuata in guerra e dopo, tra soldati che si batterono, con onore e coraggio, in terra d’Africa.

Nella lettera a Sepp,ringraziandolo del piccolo grande regalo,Tano scrisse: “Salvai dalla prigionia la divisa di guerra, ed ora è piegata accanto alla bandiera dell’Italia e dell’Istria, ed il tuo graditissimo regalo è accanto alle mie tre medaglie”.



 
 
 
 
 
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TRE GIORNI DEL RICORDO DI EL ALAMEIN DELLA SEZIONE DI PARMA ( E DEL NOSTRO SITO)
Venerdì, 31 Ottobre 2008








le foto sono di Fulvio Cenci, che le ha scattate in condizioni di luce e operative difficili, vista la folla che ha partecipato



PARMA- Si sono conclusi con un successo organizzativo e di partecipazione di paracadutisti,di pubblico e di ospiti, a Parma, nella splendida cornice di Piazzale della Pilotta, i "tre giorni del ricordo dei Leoni della Folgore".

La cerimonia col lancio, proposta dall'onorevole Paglia e dal nostro sito -che è stato sponsor e co-organizzatore- è stata ideata per condividere con i Paracadutisti di Parma una ultima giornata del ricordo, dopo la Staffetta degli ideali di Venerdì 24 e la Festa del 25 a Livorno.



Si è trattato di uno sforzo fisico, organizzativo ed economico, notevoli, che abbiamo condiviso con molti paracadutisti di tante città italiane, mettendo alla prova con successo il cameratismo che emerge in queste occasioni importanti. Siamo molto soddisfatti di avere dato una ottima copertura giornalistica agli eventi, con migliaia di visite al sito mentre gli eventi erano in pieno svolgimento. Una sorta di "diretta" all'altezza delle migliori redazioni.

E ora , la cronaca dell'ultimo emozionante impegno.

PARMA- Domenica 26 Ottobre ore 11 e 15: uno spettacolare e difficile lancio sul centro della città ha dato il via ad una toccante celebrazione del ricordo, alla presenza dell'Onorevole Paglia, la medaglia d'oro al valor militare di cui andiamo orgogliosi, con tutti i labari delle Associazioni e un pubblico e Autorità da grandi occasioni.

Due Paracadutisti in Uniforme storica -dopo il lancio,riuscito perfettamente- hanno condotto con un ordinato e uniforme corteo, centinaia di ospiti fino al Monumento ai Caduti.

Subito dopo sono stati pronunciati i discorsi del rappresentante del Sindaco, il saluto del Comandante della Folgore,rappresentato da un drappello dell'8° Reggimento, quello dell'Onorevole Paglia e del Leone della Folgore Giorgio Peruzzi, indisposto, che ha inviato alcune righe di partecipazione.









Palpabile commozione e tensione emotiva tra i presenti, mentre le note del silenzio, suonate da una tromba bravissima, hanno fatto venire a molti il groppo in gola.

Un'ora di orologio in tutto, sobria ma intensa, che ha ripagato tre settimane di intenso lavoro di squadra.

Presenti -per il Comune- gli Assessori Monteverdi e Bernini e i consiglieri Moine e Mora (paracadutista), la dottoressa Barraco col suo assistente dr Ghidini, cerimonieri del Comune, i Paracadutisti hanno guadagnato i complimenti di tutti e la promessa di farla diventare una tradizione.

Un successo che premia la collaborazione con i migliori (e fortunatamente ancora assai numerosi) uomini della sezione di Parma dell'ANPDI.

Un nutrito gruppo di Paracadutisti impeccabili, attenti, coinvolti,uniformi,entusiasti e intelligenti - e soprattutto superiori ad ogni meschinità- si è speso per giorni insieme a Walter Amatobene, per realizzare un progetto lanciato dall'Onorevole Paglia, che il webmaster e Giovanni Conforti, istruttore senior e solido punto di riferimento della sezione da venticinque annni, hanno messo in piedi in pochi giorni solo grazie alla collaorazione di tutti.

Ulteriori volani dell'iniziativa sono stati i paracadutisti Pietro del Grano e Camillo Scotti , coadiuvati dai "soliti" Giorgio Cenci (impeccabile speacker e comandantante pattuglia guida) e Fulvio Cenci, che, dopo la co-organizzazione della partecipazione del sito alla staffetta e alla Festa, ha pure fatto il servizio fotografico, che pubblicheremo in galleria fotografica entro mercoledì, insieme a tutte le altre della "tre giorni".





Giovanni Mazzitelli, Giovanni Conforti, Pietro del Grano e Walter Amatobene ( in ordine di uscita),hanno avuto il privilegio di lanciarsi nel cielo sopra il centro storico di Parma, con una meteo perfetta.

La "Pilotta", come la chiamano da secoli i parmigiani, nonostante il nome inadeguato di Piazzale della Pace, è una piazza-gioiello incastonata nel salotto cittadino, infestata da gruppi di immigrati illegali che la insozzano e la rendono impraticabile di giorno e che il Comune pulisce quotidianamente spendendo migliaia di euro per mostrarla bellissima com'è, ai turisti che a migliaia visitano la mostra del Correggio.

Per qualche ora è ritornata italiana, grazie ai paracadutisti e ai due tricolori in volo di Conforti e Amatobene.

La Brigata Folgore ha partecipato con uomini impeccabili dell' 8° Guastatori, che rappresentavano il Comandante Castellano.

Carabinieri, Finanza, Polizia Penitenziaria ,Polizia di Stato e Poizia Municipale si sono schierati a fianco dei Paracadutisti e hanno dimostrato di apprezzare l'iniziativa. La protezione civile , attivata dal loro delegato provinciale Giorgio Cenci, era massicciamente presente per la sicurezza in zona lancio.

Il Comune anche. A tutti avevamo dato pochissimo tempo.

Tutto è partito il 12 di Ottobre, compresa la richiesta di NOTAM.

E' stato un successo degli ideali.

Tutti hanno collaborato, tranne rarissimi casi, di cui parleremo a riflettori spenti (ma sito delle news acceso...)

Alla fine, in partenza per Caserta, la medaglia d'oro Paglia è stata salutata con un tonante Folgore da un picchetto che rappresentava tutte le forze schierate in campo la mattina.


 
 
 
 
 
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LA STAFFETTA PER I LEONI DELLA FOLGORE - EDIZIONE 2008
Martedì, 28 Ottobre 2008




PARMA-I due "plotoni" di paracadutisti partiti da Tradate il 23 Ottobre e da Tarquinia la mattina del 24, hanno percorso l'Italia di giorno e di notte, in una atmosfera "speciale" creata dalla sensazione di essere pochi e un pò matti. Un pò pazzi , un pò poeti, dice la canzone.

Lungo il percorso si sono incontrati con numerosi altri che hanno dedicato qualche ora all'impresa, per poi tornare al lavoro oppure proseguire per Livorno. Tutti si sono incontrati e abbracciati alla Vannucci,la notte tra il 24 Ottobre e 25 ottobre, oppure la mattina del 25.

Quelli giunti di notte -alle quattro del mattino quelli di Roma, poche ore prima quelli di Tradate- hanno reso omaggio, nell'oscurità illuminata solo dalla torcia, al Monumento ai Caduti.

Prima di tutti gli altri. Un privilegio raro.



Quelli di Tarquinia hanno addirittura "pompato" davanti al Nostro monumento. In silenzio. Poi una doccia e una branda nella palestra del 187mo Reggimento.

Mentre molti erano appena rientrati dai ristoranti del pesce, pieni di alcool, i Tedofori hanno festeggiato i 230 e 340 chilometri percorsi senza sosta, come paracadutisti.

Stanchi, bagnati, contenti come ragazzi. Come se avessero ancora vent'anni. I veri Paracadutisti rimangono forti, anche se invecchiano. Rimangono fanciulli, anche se il tempo li aggredisce. Rimangono a schiena dritta, anche se la vita cerca di piegarli. Per un giorno deve saltare fuori l'anima che ci distingue dalla massa. Si: dalla massa. Anche dalla massa dei similparacadutisti.


Insieme, i due coordinatori Aldo Falciglia e Fabio Orsini, hanno scelto coloro che avrebbero scortato la Fiaccola all'ingresso in Piazza d'Armi e chi avrebbe fatto il picchetto d'onore vicino al Braciere. Per motivi di spazio e di tempi della cerimonia, molti, moltissimi non sono comparsi. Hanno umilmente e semplicemente portato la Fiaccola per qualche chilometro, o per tutta la notte, e hanno assistito alla cerimonia dalle tribune. Così è stato per molti paracadutisti romani e di Velletri, di Parma, di Piacenza, di Massa, di Civitavecchia, di Viterbo, di Cremona, di Milano, di Monza, di Bergamo e delle atre città da cui provenivano.Così è stato per quelli che venivano dal CAPAR.



Ecco l'articolo di uno di loro, più fortunato, cha -giunto alla Vannucci- è stato scelto per terminare la cerimonia in Piazza d'Armi.

LE FOTO DEGLI ULTIMI CHILOMETRI DI TARQUINIA

ALCUNE DELLE FOTO DI TRADATE - ALTRE SEGUIRANNO -


Ecco cosa ci scrive uno dei Tedofori: (l'articolo passerà in STORIA E REDUCI , per avere una visibilità permanente, come merita, ndr)



Staffetta per i Leoni della Folgore - edizione 2008 -

di G.Salinari




Nei resoconti come quello che sto per fare si rischia sempre di essere un po’ retorici. Tanto più se si ricorre all’anafora, la più retorica tra le figure della nostra bella lingua italiana. Ma altrimenti non potrebbe essere nel nostro caso, dal momento che parlerò di “onore”: un termine che non tollera sinonimi, poiché che lo si scomoda – o almeno, lo si dovrebbe scomodare – solo in rare occasioni.

Un onore, dunque, è partecipare di buon mattino alla ristretta - direi intima – e toccante cerimonia al cimitero di Taquinia. E’ lì d’altronde che ha preso vita il paracadutismo italiano. E’ lì che si sono forgiati i Leoni di El Alamein.
E’ un onore correre la staffetta con paracadutisti di ogni ordine e grado.

E’ un onore riposare le stanche membra tra le pareti delle caserme che sono dei paracadutisti. E il pensiero – consentitemi - va a quei soldati che, pensando a noi della staffetta, hanno approntato con accurata attenzione le brande nella bella palestra della Vannucci.

E’ un grande, grandissimo onore, infine, attraversare la piazza d’armi della caserma livornese d’innanzi ai reggimenti sull’attenti; al cospetto delle autorità e di un meraviglioso pubblico appassionato.

Attraversare quel piazzale, col la Brigata Paracadutisti schierata, più che un’emozione, è un sentimento nobilitante, che non può non lasciare un segno indelebile nell’animo.

Ma il senso profondo della Staffetta della Folgore lo si afferra di notte, correndo da soli sull’Aurelia, magari, com’è successo quest’anno, sotto una pioggia scrosciante.

Da solo, e con la Fiaccola degli Ideali alzata verso il cielo, incede spavaldo e fiero il tedoforo. Da solo, ma sul collo il respiro rassicurante dei paracadutisti dietro di sé. E’ in quel momento che riaffiora nella mente del paracadutista il senso recondito di tenere accesa quella fiamma.

Non c’è attività più comunitaria e metaforica di una staffetta. Il passaggio del testimone, la necessità di tener vivo il fuoco della tradizione.

Ancor più nobile – permettetemi di dire – è la discrezione con la quale tutto ciò accade. In una società alla ricerca spasmodica del mettersi in mostra, dell’apparire, c’è ancora chi, nel silenzio, percorre la sua strada, in disparte, con disciplina e decoro, senza bisogno di riflettori o del riscontro di chicchessia. Forte, deciso, discreto, il tedoforo della Staffetta della Folgore corre sotto l’egida delle proprie convinzioni; alla luce di una morale che appare ancora vigorosa e lascia ben sperare per il futuro.

Si percorre di fatto l’Aurelia a piedi da Tarquiinia a Livorno, l’antica strada tracciata dai padri: la metafora viene fin troppo naturale. Il pensiero in quei momenti va ai paracadutisti di El Alamein così come a tutti i “Padri”, eroi della nostra Patria e della nostra cultura.

Un gesto che ai più potrebbe apparire privo di senso, ma che trova invece la sua ragion d’essere proprio nell’assenza di un tornaconto di qualsivoglia genere. Sforzo fisico fine a se stesso, impegno, sudore, fatica. E tutto il resto che non si dice, perché bisogna essere lì per sentirlo. Sentirlo in un modo, che tutte le parole, qui, diventano inutili.

L'ELENCO DEI PARACADUTISTI DELLA STAFFETTA DI TARQUINIA



Sezioni che hanno partecipato:

A.N.P.d’I. ROMA–VELLETRI-CIVITAVECCHIA E VITERBO


"Infiltrati" da nord , in ordine alfabetico:

Amatobene walter - Socio ANDPI ROMA -

Cenci Fulvio

Hauff Rodolfo

VIP

Generale di Brigata Giovanni Fantini


Da Roma:



Orsini Fabio
Venturini Stefano
Fenili Augusto
Calamai Leonardo
Salinari Giuseppe
Venturi Giampiero
De Mastrangelo Francesco (lagunare in servizio)
Tesserini Virginia

Di Paolo Umberto (reduce 183° , al check point Pasta)

Picciau Roberto - GdF


Tonicchi Gianluca
Deriu Simone

Cirillo Mario
Palazzi Lorenzo
Santamaita Fabrizio
Romagnoli Maurizio
Bernardi Marco




 
 
 
 
 
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LA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN
Lunedì, 27 Ottobre 2008

Le sezioni di Livorno e Novara hanno condotto con successo una "operazione El Alamein", composta da 330 tra paracadutisti e loro familiari. Un successo. Il Generale di Brigata (aus) Salvatore Iacono, già Vice Comandante di Brigata, ci ha inviato un sunto della relazione che ha tenuto ai partecipanti, per introdurli alla Storia che si accingevano a rivisitare col viaggio al Sacrario.

Lo ringraziamo di cuore, anche per le foto

CHE PUBBLICHIAMO QUI





LA DIVISIONE “FOLGORE” NELLA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN

Il 23 ottobre 1942 la Divisione “Folgore” era schierata con circa 3500 uomini ad El Alamein nel settore meridionale su un fronte di 14 Km.
La giornata trascorreva tranquilla nell’attesa di una offensiva nemica che si profilava minacciosa da giorni.

Sul fronte opposto il 13° Corpo britannico era schierato sulle basi di partenza occupate silenziosamente nella notte precedente. Esso inquadrava la 7° D. cor .inglese, la 44° e la 50° D. f. inglesi, la 1° Br. f. francese e la Br. f. greca per un totale di circa 50.000 uomini, dotati di 120 carri ed oltre 100 cannoni da 75 libbre.


Alle ore 20.40, ora italiana, su tutto il fronte della Divisione, l’orizzonte davanti alle linee tenute dai paracadutisti avvampò improvvisamente, mentre un uragano di fuoco si abbatteva sui capisaldi della difesa e sugli schieramenti di artiglieria. Nascosti dalle nubi i bombardieri della RAF sganciavano, a loro volta, tonnellate di bombe su tutto lo schieramento.


Alle 21.00 gli inglesi del VII Btg. Queen’s e la Task Force della 7° D. cor., su carri Scorpions, lasciate le basi di partenza, attaccarono i capisaldi avanzati presidiati da 400 uomini della 6° e 19° cp. par. inquadrati nel Raggruppamento Ruspoli. Dopo una lotta furibonda gli inglesi si attestarono su due piccole teste di ponte nel cuore dei due capisaldi della Folgore e successivamente lanciavano il 5° Royal Tanks nel tentativo di aggirare i centri di fuoco. Al sorgere del sole la Task Force inglese risultava decimata ed un ulteriore tentativo di avanzare fra i capisaldi della Folgore veniva respinto dal fuoco d’arresto del VI/186° Btg paracadutisti.

All’estremo sud l’attacco alla Folgore veniva affidato alla 1° B. francese. Fra Qaret el Himeimat e la depressione di Qattara era schierato il V/186° del T.Col. Izzo che disponeva di 400 uomini, 17 pezzi da 47/32, nove mitragliatrici e tre mortai da 81mm.
Alle ore 3.00 il 1° Btg francese si scontrò con le unità di rincalzo della 13° cp. e dopo oltre due ore di furiosi combattimenti fu costretto a ripiegare per riordinarsi sulla linea di partenza. Entrò a sua volta in lizza il 2° Btg francese che venne anch’esso respinto dal resto del rincalzo del V Btg. Verso le 8.30 il fuoco dell’artiglieria impose la ritirata generale di tutta la Brigata francese che riportava pesanti perdite.


Nelle ore successive gli scontri si fecero sempre più intensi. Gli inglesi proseguirono l’attacco con forze preponderanti contro i capisaldi della Folgore che sostenevano una selvaggia lotta corpo a corpo. I paracadutisti dopo due giorni di impari lotta non accennavano minimamente a cedere le posizioni né, men che meno, a ritirarsi. Montgomery, resosi conto della sconfitta subita e della impossibilità di sfondare nel settore tenuto dal 186° Rgt Folgore, decise di lasciar perdere quel tratto di fronte e di concentrare l’attacco più a Nord, nell’area di Deir el Munassib presidiata dal 187° Rgt. Folgore. A metà pomeriggio del 25 gli inglesi attaccarono i capisaldi della 11° e 12° cp che reagirono con tanta veemenza che in poche ore ebbero buon gioco a fermare l’attacco ed a provocare la ritirata degli inglesi che abbandonavano sul campo una ventina di carri inutilizzabili.


Alle 21.00, dopo un tiro di preparazione intensissimo, il IV/187° venne attaccato dalla 69° B.f. inglese, sostenuta da carri. Il IV Btg “Green Howard” irruppe nel cuore del caposaldo della 11° cp, ma la strenua ed aggressiva resistenza dei centri di fuoco rallentava la penetrazione che veniva arrestata verso le 4.00 del mattino davanti alla trincea del comando di cp. difeso da 8 paracadutisti.
Il V Btg “East Yorkshire” che puntò sulla 12° cp si arrestò invece davanti ai centri di fuoco avanzati e verso l’una di notte, dopo aver perduto 150 uomini, fu costretto ad una precipitosa ritirata.
A Deir el Munassib la partita si era conclusa con una chiara sconfitta degli inglesi. Le due Brigate della 44° D. f. avevano perso circa 700 uomini senza conquistare un solo metro di terreno.
Visto che l’attacco del fronte tenuto dalla Folgore era fallito, Montgomery rinunciava al piano originario e spostava l’asse di penetrazione nel settore Nord ed il 30 ottobre lanciava l’operazione “Supercharge” che prevedeva la rottura del fronte a Nord e la penetrazione in profondità per aggirare il fianco meridionale dello schieramento.

Per ottenere tale risultato la Folgore aveva perduto alcune centinaia di uomini, fra cui sette comandanti di cp., sei comandanti di btg., un comandante di Rgpt. In nove giorni di lotta la Folgore aveva infranto ogni attacco nemico, distruggendo 152 carri corazzati nemici, infliggendo alle fanterie inglesi e francesi perdite gravissime e costringendo il nemico a modificare il piano d’attacco.

La lotta proseguì con fasi alterne fino al 4 novembre. Nel settore Nord, alle ore 10.00 il 30° Corpo britannico lanciava un poderoso attacco. La 1° e la 7° D. cor inglesi e la 2° D. f. neozelandese si trovavano di fronte ai resti del XX Corpo italo-tedesco. Arrestati a 1500 m, gli Sherman cominciarono il tiro contro gli M 13 dell’Ariete ed i Panzer delle D. cor. tedesche. La lotta fu lunga ed accanita. I piccoli e scadenti carri armati italiani del XX Corpo si scontrarono con oltre 100 carri pesanti britannici. Uno dopo l’altro i carri vennero colpiti, si incendiavano ed esplodevano, mentre il fuoco dell’artiglieria copriva le posizioni della fanteria e dell’artiglieria italiane.

Alle 15.30 Rommel emanava l’ordine di ritirata generale per ripiegare nella nuova zona difensiva a sud di Fuka.

Iniziava da quel momento un calvario per la Folgore che da unità d’elite indomita ed orgogliosa era costretta ad una faticosa e vulnerabile marcia di 25 Km nel deserto, sottoposta all’attacco dei carri nemici che la martellavano a distanza. La Folgore, isolata, senza automezzi, priva di sufficienti viveri e munizioni, abbandona le postazioni eroicamente difese, ed inizia una tragica ritirata trascinando sulla sabbia i pochi pezzi da 47/32, portando sulle spalle armi,munizioni, viveri ed acqua. La marcia si prolunga fino al 6 novembre allorché l’ultimo nucleo, circondato dai mezzi corazzati nemici, distrugge ogni cosa e si schiera per l’ultimo saluto.

Erano poco meno di trecento paracadutisti al comando del Col. Camosso che agli ordini del T.Col. Zanninovic resero gli onori militari al cospetto dell’attonito ed ammirato nemico.

In questi dodici giorni di duri combattimenti innumerevoli furono gli atti di valore compiuti singolarmente dai paracadutisti della Folgore ai quali furono concesse 22 MOVM su 36 concesse in totale per questa battaglia. (22MOVM a 3600 paracadutisti, 14 MOVM agli altri 50.000 combattenti sul fronte di El Alamein). 3 MOVM vennero inoltre concesse alle Bandiere dei Reggimenti.


Il nome della Folgore non era però ancora scomparso dal tragico scenario della guerra africana, poiché, con un miracolo organizzativo, il Cap. Lombardini aveva raccolto sopravvissuti e superstiti dispersi nel deserto ed aveva costituito il 285° Btg. di circa seicento uomini. Questi, sul finire del 1942 riprendevano la lotta contro gli inglesi in Tripolitania e successivamente in Tunisia sulla linea del Mareth dove parteciparono a numerosi combattimenti fino alla conquista del caposaldo di Takrouna in mano alla 2° D. neozelandese.

Nel maggio del 1943, ridotto ormai ad un centinaio di uomini, il 285° Rgt continua a combattere nelle strade della Tunisia fino all’esaurimento delle munizioni. Poi ciò che resta della Folgore in Africa settentrionale scompare definitivamente.


Salvatore Iacono

 
 
 
 
 
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BELLUNO AEREOPORTO ( E LANCI??) IN QUOTA
Lunedì, 8 Settembre 2008


BELLUNO può vantare da ieri una pista per il volo in montagna. Si trova sul Nevegal, ricavata sul tracciato della Lieta, nelle vicinanze del rifugio Bristot.

Un tracciato di un centinaio di metri dove gli aerei ad ala alta, robusti e attrezzati a questo scopo, possono atterrare in salita e quindi ridecollare in discesa nello spazio limitato di soli 50 metri.

L'inaugurazione è avvenuta ieri mattina e per l'occasione all'aeroporto Dell'Oro di Belluno si sono ritrovati una trentina di velivoli e piloti specializzati nel volo in montagna, provenienti da tutta Europa: Germania, Austria, Francia, Svizzera, Lussemburgo e, ovviamente, Italia. A Belluno è anche nata una scuola di volo in montagna, disciplina che oggi si pratica soprattutto a livello sportivo, ma che in passato era utilizzata per interventi d'emergenza in quota e per il trasporto di attrezzature e personale nelle malghe.

La cerimonia di apertura della pista si è svolta alla presenza del sindaco di Belluno Antonio Prade e dell'assessore Luciano Reolon, che hanno ricevuto le forbici per tagliare il nastro direttamente dal cielo, portate da quattro paracadutisti, atterrati sulla Lieta.


«La pista del Nevegal oggi è utilizzabile soltanto come scuola --puntualizzano all'Aero Club di Belluno- e la nostra è ad oggi l'unica scuola italiana di volo in montagna. Ce n'era un'altra in Val d'Aosta ma è stata chiusa».

Un bel record per la città e il suo colle, il Nevegal. La scuola ha una decina di piloti già in possesso di brevetto. Si sono iscritti per acquisire questa particolare abilitazione agli ordini del comandante Giuseppe Dellai, trentino, unico istruttore italiano di volo in montagna.

Dopo l'inaugurazione, la festa è continuata al rifugio Bristot con il pranzo preparato dai gestori e con la collaborazione della Malga Toront.

ATTERRAGGIO NON AUTORIZZATO: PRIMO BRIVIDO IN PISTA


Un aereo con equipaggio austriaco ha infatti tentato, nel pomeriggio, un atterraggio non autorizzato sulla nuova pista Lieta. Le conseguenze sono state gravi.

L'aereo ha infatti rotto il carrello ed è rimasto incagliato sull'erba. Nulla di grave per i due occupanti, che se la sono cavata con un po' di paura e una bella dose di vergogna per la bravata.

La coppia è stata recuperata dai soci dell'Aero club bellunese, mentre il velivolo è stato lasciato sulla pista, in attesa di essere recuperato. Sarà portato via con tutta probabilità lunedì e trasferito all'aeroporto di Belluno per essere aggiustato.
«Peccato affermano i soci dell'aero club cittadino tutto era andato bene fino a quel momento. Fortuna che le conseguenze sono state lievi». La pista di volo in montagna verrà per ora utilizzata soltanto per le lezioni della neonata scuola di volo bellunese.


 
 
 
 
 
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GIUSEPPE IZZO: EROE A EL ALAMEIN, DECORATO DAGLI INGLESI NELLA RESISTENZA PER I FATTI DI CASE GRIZZANO
Domenica, 7 Settembre 2008


PARMA- Il nostro "amico-inviato volontario speciale" Franco Binello, giornalista della STAMPA di Torino, ci segnala l'inserto pubblicato venerdì 5 SETTEMBRE 2008 dal suo giornale, che riguarda la Medaglia d'Argento al valor militare di El Alamein, il Tenente Colonnello Giuseppe Izzo. Parla dela Sua scelta di fare la resistenza.

LEGGETE L'ARTICOLO


 
 
 
 
 
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LA NOSTRA STORIA : IN ESCLUSIVA LA VERSIONE ELETTRONICA
Giovedì, 3 Luglio 2008




la copertina del libro presentato il 2 luglio a Livorno



LIVORNO-2 LUGLIO 2008- Non ci poteva essere data più indicata della ricorrenza dei dolorosi fatti di Somalia, per presentare il libro "LA NOSTRA STORIA",un prezioso documento curato da tre generali, protagonisti ora in congedo della della Brigata Folgore: i generali Orrù Giostra e Milani.L'opera è stata patrocinata dalla brigata Folgore e sponsorizzata anche dal nostro sito, oltre che da famose aziende nazionali, ed è stata presentata ieri, prima della Santa Messa.

Si tratta della seconda parte - la prima, nel 2005 arrivava fino al 1962- che dal 1963 fino ai giorni nostri raccoglie foto, documenti ed episodi, molti dei quali inediti, che aiutano a capire come la grande unità ha operato in questi anni.

Nel libro sono presenti interessanti descrizioni di presupposti e fatti addestrativi e operativi, corredati da documenti originali,che spiegano quali fossero le strategie di impiego dagli anni '60 fino ad oggi.


Dall'utilizzo di aviotruppe in massa, sino alla controinterdizione, passando per imponenti esercitazioni anche internazionali e le numerose missioni: un lungo, costante ed intenso addestramento che negli anni si è evoluto e ha forgiato Ufficiali, sottufficiali e paracadutisti volontari, fino a farli diventare la Brigata più efficiente e coesa dell'Esercito.




Prima della messa solenne delle ore 11 in suffragio dei caduti del Check Point Pasta e della Missione in Somalia del 1992 , officiata dal Vescovo di Livorno, gli ospiti sono stati ricevuti dal Comandante Fioravanti al Circolo Ufficiali, dove i tre relatori hanno illustrato il libro che diventerà un prezioso omaggio che la Brigata riserverà ai suoi ospiti di riguardo e che non sarà messa in commercio, per salvaguardarne l'immagine.

Due anni di lavoro intenso che sarà molto apprezzato dai paracadutisti.



COPERTINA

INDICE
PREFAZIONE

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

PARTE TERZA



Il libro è stato stampato dall'azienda di un paracadutista in congedo, imprenditore nel settore tipografico: MATTEONI STAMPATORE - LUCCA, che ha prodotto il libro senza fini di lucro, ma solo per la copertura dei costi vivi, esclusa la sua opera grafica, che è stata offerta gratuitamente.


Tra gli ospiti i generali Loi e Celentano e numerosi giornalisti.




 
 
 
 
 
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LILI MARLENE : IL CANTO DEI SOLDATI
Martedì, 1 Luglio 2008





PARMA- Emilio Camozzi ci racconta uno struggente episodio avvenuto durante la sua prigionia sotto gli inglesi.


Una famosa canzone -Lili Marlene- è stata l'occasionE per riaffermare che loro erano spezzati, ma non piegati. Battuti ma non vinti. Con la schiena dritta.

Ci dice Emilio che, subito dopo, gli italiani risposero con l' INNO A ROMA.













SOLDATI IN GUERRA
sotto le stelle



Tutte le sere sotto quel fanal presso la caserma ti stavo ad aspettar. Anche stasera aspetterò, e tutto il mondo scorderò con te Lili Marleen, con te Lili Marleen


Ormai la canzoncina sarà finita nel cassettone dei ricordi inutili, fra le cose che l'orrore della guerra ha sfiorato ma non contaminato.

Io l'ho sistemata fra i più assillanti interrogativi che incombono nel mio passato ponendomi il quesito: "Si può amare il nemico?" Come ne esce l'etica militare se la risposta è SI?.

La scocciatura è che purtroppo io pencolo ancora tra il "si" e il "no".

Tutta colpa di una canzoncina forse un pò sciocca, che per una ragione che nessuno è mai riuscito a spiegare, pare che durante la guerra abbia avuto un ascolto oltre i nove miliardi.

Cifra enorme, se si pensa alla scarsità dei mezzi di comunicazione di allora. Era cantata, con voce roca ed intrisa di lacrime, da Lale Andersen , ogni sera alle 23,55, da radio Belgrado.


Unsere beide Schatten Sah'n wie einer aus Daß wir so lieb uns hatten Das sah man gleich daraus Und alle Leute soll'n es seh'n Wenn wir bei der Lanterne steh'n Wie einst Lili Marleen, Wie einst Lili Marleen.

E a quell'ora la guerra in tutto il mondo finiva. I fanti posavano i loro mitra, gli artiglieri incappucciavano i loro pezzi, i carristi spegnevano i motori, i marconisti giravano i condensatori variabili per sintonizzarsi su radio Belgrado, sistemavano le radio in modo
di offrire un ascolto il più esteso possibile. E le mamme e le fidanzatine si agrappavano a quel tenue filo di musica nell'illusione di poter far arrivare una carezza al loro amato.


Orders came for sailing, Somewhere over there All confined to barracks was more than I could bear I knew you were waiting in the street I heard your feet, But could not meet, My Lilly of the Lamplight, my own Lilly Marlene



LA STORIA DI UNA CANZONE CHE DIVENTA SIMBOLO DI LIBERTA' DELLO SPIRITO
Ero da un paio di mesi al 305 Fascist Criminal Camp in Egitto. Il campo aveva una lunga storia di sofferenza e di morte. Pare fosse stato costruito dagli egiziani come lebbrosario. Gli inglesi fecero girare la voce che i microbi della lebbra hanno effetto fino a dieci anni dopo che l'ultimo ammalato è stato dimesso, naturalmente senza renderci edotti della data. All'inizio della guerra divenne dimora dei nostri ascari catturati durante le prime scaramuccie
in Africa. Distrutti questi, forse per rendersi conto della validità della vitalità dei microbi, ci misero i tedeschi. Chi più cattivi di loro? Li trovarono! I non collaboratori. Li etichettarono come criminali fascisti giusto per mettersi a posto con la coscienza e riempirono il campo.


Si en el frente me hallo, lejos, ay! de ti oigo que tus pasos se acercan junto a mi. Y se que allá me esperas tu, junto al farol, plena de luz Lili mi dulce bien eres tu Lili Marleen


La notte aveva steso il suo prezioso manto di stelle e già nelle tende fiorivano i primi sogni e le prime speranze, quando dalla gabbia dei tedeschi improvvisamente provenne una marea di urla, di "caman", di colpi di fischietto.

Il solito pandemonio che facevano gli inglesi quando qualcuno mancava all'appello. L'usuale punizione: cambio di gabbia, trascinandosi dietro tutta, ma proprio tutta la propria chincaglieria, mentre gli inglesi, o chi per loro, si davano da fare con una scavatrice, a distruggere la gabbia, compresa una stupenda acquila stilizzata alta circa quattro metri fatta con sabbia e terra creta.

I cinquecento prigionieri furono trasferiti nelle nostra avangabbia per passare la notte.

Mentre si preparavano per la notte e tutti ritornavano alla propria cuccia, era quasi mezzanotte.

Da un angolo della avangabbia si levò, sottovoce un coro muto. Gli inglesi erano ancora lì, ed era proibito cantare. Era la melodia di "Lilì Marleen".


Un gruppo di italiani si unì al coro cantando sottovoce la canzone in italiano. Gli inglesi, che si erano già allontanati verso le loro baracche, ritornarono di corsa per imporre il silenzio, ma giunti là si unirono al coro . C'erano australiani, francesi, greci, maori e cinquemila italiani, e tutti cantavamo la stessa melodia .

Cette tendre histoire De nos chers vingt ans Chante en ma mémoire Malgré les jours, les ans. Il me semble entendre ton pas Et je te serre entre mes bras Tous deux, Lily Marlène, Tous deux, Lily Marlène.


Come fosse un immensa preghiera ad un Dio comune a tutti noi che ci innumidiva gli occhi quel tanto da da non farci scordare il nostro stato di soldati.



 
 
 
 
 
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UN AGGIORNAMENTO ALLA LISTA DELLE MEDAGLIE D'ORO
Venerdì, 20 Giugno 2008


PARMA- Riceviamo dal Cav. Cario Vincenzo Franco , calabrese, un aggiornamento su una Medaglia d'Argento alla memoria, concessa a un Paracadutista del 186°.

Per riparare all'involontario ritardo nella pubblicazione, gli dedichiamo fin da subito spazio in questa rubrica:








Cesare Bartolotta di Rosario
Paracadutista 186^ Fanteria “Folgore” - XX cp. VII btg.
Decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare

Falerna (Cz) 17.04.1921 - Africa S. 23-25.10.1942


Il Presidente della Republica
con Decreto del 10.02.1953 ha conferito la
Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla memoria”
con la seguente motivazione:

“Componente di un nucleo destinato alla guardia del varco di un campo minato attaccato da poderose formazioni motocorazzate, sotto l’infuriare del tiro delle ariglierie nemiche, provvedeva alla chiusura con mine del varco stesso. Ferito una prima volta, si medicava sommariamente e rimaneva al suo posto. Isolato e superato dal nemico il suo centro di fuoco, ne animava la resistenza e, sotto la intensa azione avversaria, generosamente usciva dalla linee per raccogliere un compagno caduto. Ferito una seconda volta alla testa, rifiutava ancora di allontanarsi. Successivamente da posizione scoperta con la sua arma automatica continuava il fuoco fino a che, colpito una terza volta, cadeva da prode - Q.125 di Quaret El Himeimat (A.S.) 23-25.10.1942”.


Brevetto del Ministro della Difesa n.42902 del 28.10.1953
Registrazione Corte dei Conti in data 14.03.1953 - registro 10 foglio 1953
Pubblicato nel Bollettino Ufficiale 1953 - disp. 1579


 
 
 
 
 
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UN LIBRO SULLA MEDAGLIA D'ORO AURELIO ROSSI
Venerdì, 18 Aprile 2008



UN LIBRO DA LEGGERE


"Aurelio Rossi - L'ufficiale soldato" dei paracadutisti Francesco Crippa (presidente ANPDI MONZA) e Claudio Ferrari.


PARMA- I due autori sono noti nell'ambiente dei Paracadutisti per la loro lunga militanza nell'ANPDI e per l'interesse alla storia della Folgore e, nel caso di Ferrari, della Guerra in Afroca Orientale. Entrambi partecipano a conferenze e cerimonie rievocative.

I fondi del libro sono parzialmente devoluti al Museo dei Paracadutisti italiani.

Per acquistarlo:
SOCIETA' EDITRICE BARBAROSSA

oppure rivolgersi a

Claudio Ferrari

 
 
 
 
 
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GRAZIE PER QUESTO RACCONTO, EMILIO!
Venerdì, 28 Marzo 2008



Un racconto che ci fa vivere qualche giorno nel deserto con lui
e ci fa apprezzare il "fattore El Alamein"

Grazie Emilio, per come sai scrivere!





COME RIUSCII A CARPIRE LA
II° PROMOZINE

Spesso, per raccontare le proprie peripezie, ti trovi di fronte ad un muro di interrogativi e non sai se la sincerità che speri di riuscire a evidenziare sia, da parte di chi legge, ritenuta tale. Bisognerebbe essere sinceri senza ritegno, spiattellare anche quelle verità che sai che generalmente non piacciono, non nascondere quelle cosucce che ti degradano, ma che sono le uniche che danno vita e sostanza ad un racconto. Se in un precedente racconto ho parlato di bucce di patate accontentando chi ha avuto il coraggio di leggermi, posso anche tentare di parlare di affari miei senza il pericolo di indurre al sonno il malcapitato lettore. Mi piace pensare che qualcuno che mi consideri almeno alla stessa stregua di una buccia di patata a questo mondo debba pur esserci. Il tutto cominciò a S.Maria Capua Vetere. Ho già Raccontato tempo fa di una degradazione subita da tutta la Compagnia Collegamenti per un cenone
pantagruelico ed inaffiatissimo consumato e non pagato in un grazioso ristorante dove il maggiore (grado) responsabile delle nostra nutrizione faceva giornalmente scaricare parte dei viveri di nostra pertinenza.Lo Stato Maggiore mandò due ufficiali
superiori per cercare di appianare la faccenda senza sollevare tanto scandalo.Il maggiore sparì. Io non ne seppi più nulla. I sottufficiali,fruitori di una mensa particolare, non avevano subìto la degradazione non avendo partecipato al cenone. Poiché il fatto era avvenuto, era giusto che i graduati fossero puniti.
Fu deciso di tenere i gradi in tasca e di riattaccarli alla prima occasione, soluzione dettata dai due ufficiali. Ci assicurarono che il foglio notizie non ne
avrebbe tenuto conto. Il Comandate la Compagnia, capitano Luigi De Lorenzo,aveva bisogno dei suoi graduati per poter costruire un organico credibile. I sottufficiali provenivano da altre specialità che nulla avevano a che fare con le stazioni radio. Gli altri gradi
li avevo praticamente proposti io, nella mia veste di istruttore, indicando quegli elementi che ritenevo idonei a gestire un apparato radio. Ma la mia responsabilità era giustificata solo se io avessi avuto un grado tale da poterla giustificare. Pare, ma non ci
giurerei su, che l’unico modo fosse quello della promozione per meriti di guerra. Per potere sfruttare questa possibilità, bisogna però avere a disposizione un campo di battaglia. Un mese dopo il mio arrivo in Africa il Comandante richiese a Roma la mia
promozione, con una motivazione un po’ fantasiosa ma possibile, e mi ordinò di fregiarmi dei gradi. Ordine non eseguito, per mancanza di negozi dove poterli acquistare.Questa fu la mia prima promozione.
Poiché sul mio foglio notizie né la prima né la seconda promozione compaiono, così come non compare nemmeno la degradazione, penso che, a seguito di tutto quel trambusto, la mia pratica sia andata persa.
Io faccio finta di non tenerci ma è uno sporco bluff. Quando voglio far colpo, non dico né come ,nè perché.
”Meriti di guerra” aprono le porte a mille supposizioniuna più valida dell’altra. Se poi le promozioni sono due puoi farti autorizzare a marciare per il centro cittadino gobbo per il peso delle medaglie che puoi appuntarti sul petto. Non ho mai capito il perché, per mandarci in Africa, dovessero farci fare quello
scomodo giro di passare dalla Grecia. Devo
comunque ringraziare chi ha avuto quella brillante idea che mi ha donato i quindici giorni più belli della mia vita. Arrivato in Africa, le mie condizioni di salute cominciarono a deteriorarsi e dopo un mese di lotte col mio intestino, l’intercolite mi aveva ridotto in uno straccetto. A parte il fatto che all’incirca ogni mezzora , bombardamento o no, dovevo correre a scaricarmi, un pezzetto di budello era fuoriuscito e mi rendeva difficile la deambulazione. Consideravo proprio questo in fila con altri folgorini davanti alla tenda dell’ospedaletto da campo a El Taqa , a ridosso della linea di combattimento. La Grecia oltre a meravigliosi
ricordi, ci aveva lasciato uno strascico di malattie veneree. Due medici si davano da fare all’interno della tenda, ed era evidente che la loro attenzione era indirizzata verso quel genere di malattie. Oltre tutto i pazienti, su ordine degli infermieri addetti all’ospedaletto, per accelerare i tempi, se soffrivano in quel reparto dovevano presentarsi con il responsabile in mano. Le cose stavano così, ed io non saprei come altro dirle se voglio spiattellare le cose come erano veramente. Mi trovavo lì per delle fastidiose piaghe che ornavano il mio prepuzio. Il tenente Damiani mi aveva ordinato di farmi visitare per l’intercolite ma ionicchiavo perché sapevo che, nelle mie condizioni rischiavo il rimpatrio. Quiè doverosa una piccola spiegazione poiché si tratta di cose successequattro o cinque generazioni fa. Cose che mi hanno procurato la patente di “cretino incallito e senza speranze”. A ragion vedutaho detto “rischiavo il rimpatrio” perché per noi, malgrado tutte le magagne che ci capitavano addosso, ritenevamo una insopportabile punizione essere mandati a casa. Cosa che al giornod’oggi giustifica la suaccennata patente. Il tenente Damianisi offrì di sostituirmi alla radio pur non sapendo dove mettere le mani.
Io ero all’ospedale, secondo Lui per l’intercolite secondo me per sapere cosa era successo al mio apparato genitale. I saccenti mi avevano pronosticato che, se le piaghette erano dispari, poteva trattarsi di sifilide,allora incurabile, se erano pari, di ulcere penetranti, nel qual caso me la cavavo con il distacco del prepuzio. Perdonateli, eravamo fatti così, senza speranza di redenzione. Toccò finalmente a me ed a quello con cuiavevo fino allora colloquiato. Il medico diede una rapida occhiata a quanto gli facevo vedere prese un modulo e scrisse “ alterazione scavo talamo prepurziale”. Pur
non avendo la minima idea di cosa si trattasse, era
stata tanta la paura che ancora me lo ricordo. Mentre mi rivestivo, vidi quello che era entrato con me che parlottava col medico. Stavo andandomene ma il medico mi si avvicinò con farequasi bellicoso. Mi
ordinò di spogliarmi e di mettermi sul lettino a pancia in giù. Diede un’occhiata là dove non batte il sole e vide il codino. Mi diede il permesso di rivestirmi, mentre io litigavo con il tizio che aveva fatto la spia.Ordinò ad un infermiere di accompagnarmi all’ambulanza diretta verso la nave ospedale. Significava il rimpatrio. Ero disperato. Mi sentivo un vigliacco disertore, ma mi rendevo soprattutto conto che tutta la rete R.T. della Divisione, senza la mia presenza era destinata ad entrare in stato
confusionale. Ero l’unico del mestiere. Ero stato addestrato ed avevo addestrato come paracadutisti e non come fanteria d’arresto. La mia lunga pratica mi permetteva, qualche volta con difficoltà, di adattarmi a qualsiasi tipo di situazione. I miei allievi avevano svolto solo una parte del programma che li abilitava all’uso di una stazione R.T. in battaglia. Sto cercando un sistema per sfuggire al solito ”cretino” di prammatica quando dico che in quei momenti la mia testa era occupata solo alla spasmodica ricerca di come riuscire a scappare. L’impellente bisogno di qualche minuto di intimità per soddisfare l’intercolite mi giunse in aiuto. Chiesi all’infermiere il permesso di appartarmi. Conosceva la mia malattia e sapeva che non baravo, anche se quasi tutti cercavano di svignarsela. Qualche giorno prima avevano portato un ferito a cui uno scheggione aveva amputato la mano destra. Si lasciò medicare senza emettere un solo lamento. Alla fine della medicazione si fece aiutare ad infilarsi la giacca, ringraziò il medico e si avviò in direzione della linea. Il medico ordinò all’infermiere di fermarlo. Lo rincorse, lo fermò e lo riportò davanti al medico. “Dove cavolo te ne vuoi andare? Devi essere ricoverato in un ospedale in Italia”. Dottore io mi sento bene. Devo tornare in linea. Hanno bisogno di me. Posso combattere bene. Non ricordavo di essere mancino.” Non conosco con esattezza la fine di questa vicenda. Pare che il dottore sia riuscito ad indurlo a montare sulla crocerossa che portava a Barce i rimpatriandi, ma che da là sia riuscito a scappare ed a tornare in linea. Io speravo di avere un futuro più facile. Appena mi accorsi che l’infermiere non poteva vedermi, mi avviai verso la linea approfittando anche di un paio di dune che facevano proprio al caso mio
nascondendomi alla sua vista. Arrivai alla mia buca dove già il tenente Damiani stava tirando moccoli per il mio ritardo. Speravo proprio di avercela fatta. Invece alle cinque, ora destinata a risolvere i problemi della stazione R.T.il tenente colonnello Ruspoli, mio comandante, dopo aver sbrigate tutte le faccende della
stazione, mentre in pace sorbivamo il solito tè da Lui
offerto :” Ehi tu, ma chi credi di avere fatto fesso!? So tutto.” Caddi dalle nuvole. Non sapevo a cosa si riferisse. Avevo la massima stima dei miei superiori e non mi ero mai permesso alcunché di poco
rispettoso. Continuò:” Il medico che ti ha visitato è venuto da me. Hai bisogno di cure urgenti. Devi rimpatriare.” “ Colonnello non posso, non ho nessuno che mi sostituisca, nemmeno a questa stazione.” “ Faremo venire qualcuno dall’Italia.” “Bene, quando arriverà gli passerò le consegne e me ne andrò”. “Sergente”. “Comandi”. “ Da quanto sei sergente?”. “Da un mese.” Solo! Non sei di carriera?”. “Signornò.” “ Da subito sei promosso sergente maggiore. Domani voglio vederti con i gradi nuovi.”. “Grazie, ma non sarà possibile. Non ci sono negozi per comprarli”. “ Ah, ecco perché girate tutti senza gradi, malgrado le promozioni che ho distribuito.”Così era Marescotti Ruspoli.E così eravamo anche noi. E ognuno di noi ha la sua piccola storia da raccontare, ma non lo fa, perché farlo è difficile erché dire oggi quello che è successo allora fa parte di un mondo bello solo per noi che lo abbiamo vissuto e sofferto.
_________________
Par Emilio Camozzi
El Alamein

 
 
 
 
 
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FINISCE IL LIBRO A PUNTATE DI EMILIO CAMOZZI , CON UN COLPO DI SCENA
Martedì, 25 Marzo 2008




25 Marzo 2008


Finisce il libro di Emilio Camozzi con un colpo di scena: Emilio non se la sente di continuare. Ha qualche dubbio sui luoghi, i fatti, le situazioni che gli ha raccontato Vittorio dal letto della lunga malattia. Dopo la sua morte, Emilio ha riordinato gli appunti ma..... Leggete l'ultimo capitolo, in fondo:


PARMA- Abbiamo convinto Emilio Camozzi, fondatore del sito di cui è presidente e direttore onorario, e titolare della sezione STORIA E REDUCI, a pubblicare
un libro (150 pagine di un racconto inedito), che intendiamo offire a puntate ai nostri lettori.

Il titolo provvisorio è " STORIA DI UN FASCISTA DEL SUD", ovvero la storia romanzata di un Paracadutista, che racconta sia al presente (durante una malattia) che con frequenti ritorni al suo passato, del arruolamento nella Folgore e successivamente, dopo tante avventure,quando approda all'esercito di liberazione sud.

Ogni Lunedì aggiungeremo un capitolo, in formato PDF scaricabile.

E' un regalo che Emilio fa a tutti noi.




INTRODUZIONE



Avevo scritto un libro su un paracadutista mio caro amico che potrebbe divenire l'emblema del cittadino sfruttato per fare la guerra ad oltranza.

Pur avendomi ormai raccontato quasi tutto della Sua vita militare, mi fece il più grande dispetto che poteva farmi: mi mollò e se ne andò a sghignazzare alle mie spalle sulla nostra cara nuvoletta, lasciandomi alle prese con una materia che non conoscevo e, soprattutto, non volevo conoscere: la cosidetta guerra di lliberazione.

Ficcai tutto nel dimenticatoio, e solo ora il dischetto mi è comparso davanti e reclama i suoi diritti. Poichè il sito è intitolato a voi, pensate sia il caso che io vi propini un malloppo che potrebbe essere stucchevole? E con quale sistema ? A piccole dosi come l'olio di ricino o a grosse porzioni, come piatti di spaghetti?


V I T T O R I O


P R E F A Z I O N E


CAPITOLO PRIMO


CAPITOLO SECONDO


CAPITOLO TERZO


CAPITOLO QUARTO


CAPITOLO QUINTO


CAPITOLO SESTO


CAPITOLO SETTIMO


CAPITOLO OTTAVO


CAPITOLO NONO


CAPITOLO DECIMO



CAPITOLO UNDICESIMO


CAPITOLO DODICESIMO



CAPITOLO TREDICESIMO




FINISCE IL LIBRO, CON UN COLPO DI SCENA













 
 
 
 
 
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CENSIMENTO STRAORDINARIO DEI REDUCI DELLA FOLGORE
Giovedì, 20 Marzo 2008





CENSIMENTO STRAORDINARIO DEI REDUCI DELLA FOLGORE


Il nostro sito segue da anni l'aggiornamento dell'elenco dei nostri Reduci, e in questo ultimo anno si è fatto carico della tristissima contabilità degli 11 Folgorini che ci hanno lasciato.

Iniziammo nel 2002, in concomitanza del 60mo di El Alamein, dopo che il Paracadutista Rodrigo Filippani di Roma lo aggiornò con un lavoro ciclopico e approfondito, che gli era costato decine di giorni di lavoro volontario e gratuito, con telefonate, lettere e contatti in tutta italia. Fu coadiuvato dal nostro Reduce Emilio Camozzi e patrocinato dal generale Merlino, allora presidente nazionale dell'ANPDI.

E', sino ad oggi, l'unico strumento attendibile cui si riferiscono vari enti, tra i quali l'ANPDI.


Grazie al Paracadutista di El Alamein Emilio Camozzi, presidente e fondatore di www.congedatifolgore, e motore atomico del Museo dei Paracadutisti, abbiamo costantemente tenuti aggiornati
quegli elenchi della Divisione Folgore, che ripubblicheremo entro domani nella sezione STORIA e REDUCI, dandovene avviso.


Invitiamo i Paracadutisti che frequentano il sito a consultarli pregandoli di segnalarci errori, omissioni o ,peggio, la mancata registrazione di una scomparsa.


DI FIANCO AI NOMINATIVI TROVERETE LE LETTERE:

F: ferito
C: caduto
D: deceduto dopo il rimpatrio

Come vedrete, mancano moltissime annotazioni. Speriamo non sia necessario aggiornare troppo pesantemente l'elenco.




CONSULTATE I RUOLINI


e segnalate eventuali variazioni a emilio.camozzi@yahoo.it

oppure al webmaster

 
 
 
 
 
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STORIA
Mercoledì, 19 Marzo 2008



PARMA- Un amico ha scannerizzato per noi un testo sul Fascismo: un vero e proprio manuale che "aggiorna" gli aspiranti Fascisti dal 1919 in poi, sull'essenza della dottrina.

LEGGETELO


 
 
 
 
 
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I RACCONTI INEDITI DI TANO PINNA, ARTIGLIERE PARACADUTISTA , LEONE DELLA FOLGORE DI EL ALAMEIN
Domenica, 9 Marzo 2008






PARMA- Maurizio Pinna sta lavorando da molto tempo al corposo archivio del Padre, Tano Pinna, indimenticabile artigliere di El Alamein,scomparso il 24 Dicembre 2005, grazie al quale molta storia della Folgore e della Battaglia è giunta sino a noi.

Questa rubrica ha iniziato a pubblicarli da 2 anni.

Sono tutti pezzi di storia vissuta, con fotografie inedite e originali, che arricchiscono il nostro sito e forniscono ai lettori una documentazione di altissimo profilo storico e umano.

Grazie Tano! Grazie Maurizio!

Qui di seguito un gruppo di racconti riorganizzati cronologicamente corredati, come sempre, di didascalie e foto originali.

Questa parte dei diari comincia dal corso di Paracadutismo e addestramento militare di Tarquinia e termina col rientro in Patria, dopo una lunga prigionia:


TARQUINIA



IL VOLO DI AMBIENTAMENTO

LA TORRE


EL ALAMEIN



L'ATTACCO

LA BATTAGLIA IL 25 E 26 OTTOBRE 1942

IL 27 E 28 OTTOBRE

DAL 29 ALL'1 NOVEMBRE


LA PRIGIONIA DEI NON COOPERATORI



Il POW 305 era un campo di prigionia inglese, in Egitto, dove sono stati internati molti Paracadutisti, dopo la Battaglia di El Alamein e la disperata resistenza lungo la ritirata.

Il trattamento era ai limiti dell'umanità, e gli inglesi erano particolarmente severi con i "non cooperatori", a cui venivano riservati trattamenti più oppressivi.

IL PRIMO GIORNO AL CAMPO 305


TRE GIORNI AL 305


LA DIETA

MALEDETTO SETTEMBRE 1943


SANTA EL ALAMEIN


IL IL SERMONE AI REPROBI

BONI ITALIANI


CELLA DI RIGORE



ARIO FIUMI RIENTRA TRA I PRIMI E SCRIVE AI SUOI CAMERATI



1944



IL BASTONE E LA CAROTA



IL BASTONE E LA CAROTA 2



8 AGOSTO 1944 SCAVANDO NELLA SABBIA








organizzazione dei testi e delle immagini a cura di Maurizio Pinna, figlio di "Tano", artigliere di El Alamein, nostro Redattore.







Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria
art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo



PRIGIONIERI NEL DESERTO

IL RACCONTO DELLA MARCIA VERSO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO
ATTRAVERSANDO IL CAMPO DI BATTAGLIA DAL 7 ALL’11 NOVEMBRE 1942

Dal 2 al 6 novembre ’42, la Folgore si ritirò dalle posizioni e cominciò l’epico ripiegamento, terminato il pomeriggio del sei novembre con la cattura dell’ultimo gruppo comandato dal col. Camosso. Ben pochi sfuggirono alla cattura, gli inglesi rastrellarono il deserto, radunando i piccoli gruppi dispersi di uomini, fanti, genieri, artiglieri, carristi, paracadutisti.
E’ questa una delle pagine meno conosciute della guerra, specie dei Folgorini.

Una naturale ritrosia nel raccontare il momento immediatamente successivo alla cattura è sempre stata presente in tutti sopravvissuti, fino alla fine. Quasi se ne “vergognavano” perché in quei momenti decadevano tutti legami, da quelli “civili” a quelli tipicamente militari, come la disciplina, la gerarchia, l’organizzazione, rimanevano solo l’istinto di vivere e, solo per alcuni, il proprio orgoglio.

Tutti sono alla ricerca del cibo e dell’acqua, di un posto dove dormire, dove riposare.

E’ il momento più amaro, dove si è vivi ma si rimpiangono i Morti.
Almeno Loro non si debbono vergognare di essere in fila, come armenti, con la fame e la sete, con la divisa che non è più una Divisa, perché il combattimento è finito, ma è solo un qualcosa di strappato e sporco che servirà a coprirsi dal freddo notturno.

E’ il momento in cui si vede l’amico implorare al soldato nemico una sigaretta, un pezzo di pane raffermo, una lattina di acqua sporca.



E’ il momento in cui è cessata la tensione del combattimento, non c’è più la Morte che incombe, le granate, le schegge, ma solo gli ordini gutturali ed incomprensibili dati dalle guardie nere con le baionette innestate, la fame che torna prepotente, e la sete, la sete maledetta.

E su tutto il silenzio, un silenzio spettrale, con solo un rumore di fondo, quello del passo strascinato, assorbito e rallentato dalla sabbia.

Anche il sole è spento, ha piovuto, il cielo è grigio, una cappa che si apre e chiude, quasi come se il sole si nascondesse di fronte a tale spettacolo.

Il sole, il sole che ha bruciato la pelle e la sabbia, le rocce e l’acciaio dei pezzi anticarro, che ha arroventato le lamiere dei carri, ormai tombe silenti nel deserto, è ora muto, quasi non si sente più il suo calore.



Non sono uomini quelli che camminano, sono ombre, tra poco saranno numeri di matricola, chiusi dietro ad un filo spinato, e tutti i giorni saranno solo cadenzati dalla conta, dalla fila per il rancio, dalla noia, che spesso travasa nella pazzia.


“Sette novembre

E’ l’alba. Corpi inermi, stanchi, avvolti in teli da tenda, in copertine da campo, con pastrani o con una sgualcita, logora giacca, riposano immobili sulla sabbia.
Il sole ci sveglia, non più il cannone.
Mi guardo attorno.
Non c’è più l lunga colonna di ieri, c’è solo qualche camion. Attorno a noi nessun soldato, siamo ancora soli. Ho l’impressione di non essere più stanco, ma cambio dea quando guardo nei volti dei miei compagni (*). Hanno volti scavati, barbe lunghe, capelli lunghi ed ispidi, di colore incerto.
Quelli del Comando sono …più presentabili, le barbe quasi rase, i capelli fatti, la divisa non logora, hanno zaini e valigie pesanti e ben guardate, una ed anche due borracce piene, scarpe in ottimo stato.

Qualcuno si prepara a farsi la barba. Noi ci guardiamo in faccia.
Me la tocco…sembrerò un fraticello…sporco, disordinato.
Iop:”Pinna noi dovemo cominciar con le forbisi, ma non le go, e ti? – mi dice – e chiede – chi ha le forbici?”. Quelli del Comando ce le prestano, Iop inizia a fare il barbiere, ed ora chiede il pennello, il sapone, la macchinetta con le lamette.

Quelli del Comando ci prestano tutto. Grazie!
Ci sentiamo più leggeri, con la barba è patita anche qualche. ..fettina di pelle, e chi ha la carne in faccia?
Nelle tasche del pastrano ci sono ancora delle caramelle. Stuzzicano la fame e la sete. Con un po’ di circospezione ci allontaniamo dal gruppo. Ci sono parecchi mezzi incendiati, chi lo sa? Forse qualcosa di buono si potrà trovare.

Con Iop dividiamo l’ispezione, il mezzo più vicino è una blinda. A terra ci sono molte taniche, raccogliamo qualche bicchiere d’acqua: buon segno.

Iop si è arrampicato sulla blinda. “Se magna!” grida, ci sono scatole di carne, gonfie, bruciate. Troviamo un barattolo vuoto.
“Un bel brodino?” propone Iop.

Versiamo la carne e l’acqua nel barattolo, cerchiamo e troviamo pezzi di legno, due sassi, accendiamo un focherello. Siamo quasi allegri.

Pronto a tavola, signori! Scodellare…dove? Posate…quali?
Ci prestano un cucchiaio, si mangia a turno.
Mai mangiato un brodo così buono, la carne è eccellente! Iop sei grande!

La pace finisce, arrivano gli inglesi, baionette in canna, rivoltelle in pugno.

Ci radunano, Gli ufficiali vengono invitati a raggiungere i camion fermi.

Ci separiamo non senza emozione, ci abbracciamo. Ci rivedremo?





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(*) Tano è stato catturato, dopo una prima fuga, a Khor el Bayat, 45 km a sud ovest di El Dabà, la località dove il solo 31° Guastatori di Caccia Dominioni riuscì a sfondare le linee inglesi. Quarant’anni più tardi proprio Caccia Dominioni, il Maggiore Sillavengo, scrivendo a Tano, gli conferma la località, coincidendo quello che ambedue vedevano alla stessa ora.
Con Tano ci sono i suoi compagni al pezzo, Mocciola e Iop, il suo tenente, Tabelli, il buon ten. Mendolesi della Cp. Minatori, poi la gente del Comando di El Dabà, il Cap. Cartasegna, il cap. Curti, i ss. ten. Monaco, Serra, Ardizzone.
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Ci dicono di camminare, direzione est. Dove ci porteranno?
Due blinde ci scortano, i soldati inglesi salgono sui loro mezzi. Camminiamo, non si parla.

Il sole è già alto, fa caldo; non poso indossare le scarpe, ho sempre ai piedi una crosta di sangue, le scarpe le metto intorno al collo.

Vorrei buttare il pastrano, ma è utile per la notte.
Qualcuno domanda agli inglesi quanta strada si deve fare. Ci rispondono:”tre chilometri”. Balle!

Non ci portano verso la litoranea, forse ci tengono lontani dalle piste di comunicazione.

Incontriamo altri gruppetti di soldati italiani, sbandati, si accodano.

Anche i nuovi arrivati sono stracci ambulanti come noi.
Si cammina brontolando, lamentandosi: “Quando ci fermeremo, non ne posso più..”

“Mi butto a terra, mi sparassero, almeno finisce tutto..”
“Devo cercar di fuggire, divento matto se penso ala prigionia, se penso al concentramento ..”
“Quarantasette, morto che pala..”
“Crepa!”

Il gruppo si ingrossa con sempre novi arrivi.
Mi sembra che gli inglesi ci portino volutamente dove sanno che ci sono gruppi di sbandati.

Si fa una sosta, i nostri ..accompagnatori mangiano.
Pochi tra noi dispongono di un tozzo di pane o di un po’ di acqua.
Si riprende la marcia: è corta ora l’ombra che ci accompagna.
Stanchezza, fame, sete, cominciano a arsi sentire.
Qualcuno piomba a terra svenuto.

Ci aiutiamo, ma nessuno ha la forza di trascinare i più deboli.
Gli inglesi sulle prime strillano e minacciano puntando le armi, qualche fanatico spara in aria.

La situazione è tragica, molti si accasciano per terra e non intendono alzarsi, sono veramente sfiniti, qualcuno è anche ferito, la massa è una turba stanca, con nel cuore odio per l’inglese: i soldati sono pochi, ma sono armati.

Cosa potrebbe succedere in caso di ribellione? Non ci voglio neanche pensare.

Qualcuno si azzarda a chiedere di poter salire sulle blinde di scorta, per tutta risposta riceve una pedata o una spinta con il calcio del fucile.

Le blinde si tengono molto discoste dalla colonna. I biondi guerrieri londinesi si sentono più sicuri?

Almeno sapessimo quanto abbiamo ancora da camminare.
Nuovi gruppi si accodano. Chi urla, chi bestemmia, chi incita alla ribellione.


Chiediamo di fare soste più lunghe, più ravvicinate, almeno potessimo trovare un mezzo per caricare i feriti e i più deboli …chi non è debole?

Qualcuno va a parlamentare, non dobbiamo cedere. Ritorna e dice che gli inglesi hanno chiesto l’invio di qualche camion per il trasporto egli ammalati. Sarà vero?

Sosta, è sera.

Mocciola e Iop sono spariti, sono solo …tra tanti.. Mi sdraio a terra, frugo i fondi delle tasche del pastrano. Nulla…polvere …sabbia.

Ho fame? Si, qualche crampo, però sempre più debole.
Provo a togliere le calze dai piedi, niente da fare. E se mi entra l’infezione?Sarà destino…è scritto!

I più giacciono a terra, qualcuno gira, forse per trovare qualche conoscente, qualche paesano …o forse cercano da bere, da mettere qualcosa sotto i denti.

La maggioranza tace.

I meridionali sono i più loquaci, si cercano, si aiutano, sono tutti paesani.

Si avvicina un soldato inglese, sta mangiando, in mano ha un pacco di biscotti.

“Mo gliene chiedo uno” dice un piccolo, fante napoletano.

“Perché gli chiedi da mangiare?” “Tengo fame”

Si avvicina all’ inglese e, stendendo la mano come un miserabile, gli dice:” Camerata Tommy dammi un biscotto, tengo fame”.

Mi sono sentito ribollire il sangue. Balzo in piedi, prendo il piccolo napoletano per un braccio, gli do uno strattone e lo spingo indietro, gli appioppo un calcio nel sedere.

L’inglese butta a terra il biscotto, poi lo schiaccia.

Il piccolo napoletano non reagisce, dice qualcosa che non comprendo e se ne và, confondendosi in mezzo alla massa.

Ma come si fa a distanza di ventiquattro ore da una battaglia ad elemosinare un biscotto al nemico? L’azione dell’ inglese avrà insegnato qualcosa?

Non odio il nemico, ma ho rispetto per me, voglio tutelare almeno la mia dignità e, se posso, quella dei miei compagni.

Dove siamo? Gli autieri, più pratici del deserto, fanno dei nomi, secondo loro battiamo la strada fatta nel ripiegamento, ad un certo punto si dovrebbe imboccare una delle piste che portano ad El Alamein, la Pista Rossa o quella dell’Acqua, o, al massimo, una delle due piste che fiancheggiavano le postazioni della Folgore.

Scende la sera, molti sono già n pieno sonno, altri parlano, l’aria si rinfresca, mi sdraio, cerco ristoro nel sono.

Le blinde, con il loro carico di biondicci, si allontanano.
Buona notte Mamma, sono stanco, infinitamente stanco, non so come le mie scarse forze non mi abbiano ancora abbandonato. Ho fame, ho sete, una sete tremenda e di tanti giorni che mi bruciava la gola, oggi non una goccia d’acqua sulle mie labbra arse, nemmeno una goccia.

Vedi mamma, non tutti abbiamo fame, molti hanno aperto lo zaino dove conservano pane, biscotti, formaggio, anche la pasta, ma non possono mangiarsela.

Hanno anche l’acqua loro, si, l’acqua.

Se li conosco? Qualcuno si, e da molto tempo.

Vedi io sono stato in una buca di un caposaldo, al mio fianco avevo le cassette delle munizioni, essi avevano i sacchi di zucchero, io bevevo l’acqua con il coperchio della borraccia, essi bevevano dalla borraccia, a garganella; venivano al caposaldo, scaricavano i viveri, le munizioni, poche, si portavano via i feriti ed i morti.
Correvano nella notte, avevano sempre fretta. Spero di non morire di fame o di sete, c’è un dio anche per gli affamati e gli assetati, mi proteggerà.





Otto novembre

L’alba ci trova soli, affamati, non assetati, perché l’umidità della notte ci è stata amica.

La macchia nera sembra una grande ameba che si agita. Arrivano gli inglesi, sono sempre gli stessi.

“Camminare piano – ci dicono – tutti assieme, tre chilometri e poi tanta acqua e tanto mangiare”

Che cosa possiamo fare? Camminare, camminare come ieri…Quanti siamo? Impossibile dire una cifra, siamo tanti, tanti.

Si va, tiro avanti, come un automa, in silenzio.

Che cosa succede? Quelli che sono in testa alla colonna si mettono a correre, man mano corriamo tutti. Perchè?



In un avvallamento del terreno c’è una specie di grande pozzanghera, sono stati appunto quelli in testa alla colonna a dare l’allarme.
Ci tuffiamo a sorbire, come le bestie, i più igienisti raccolgono l’acqua con le mani, ci si bagna la faccia, si beve, si…mangia. Si deglutisce acqua e sabbia.

Spintoni da tutte le parti, c’è chi cade, chi salta in mezzo alla pozzanghera; chi ha un barattolo, una gavetta, una borraccia cerca di fare il pieno.
La scorta inglese lascia fare.

Pochi minuti ed il terreno ritorna ad essere asciutto.

Si riprende a camminare.

Quella ..abbeverata sarà l’unico pasto della giornata.

Man mano il passo si fa più pesante, lento, affaticato. I miei piedi sono sempre avvolti e “saldati” alle calze, mentre le scarpe dondolano passando da una spalla all’altra.

Il piede affonda nella sabbia, il corpo si trascina in avanti.
Verso mezzogiorno facciamo una sosta.

Loro mangiano: loro inglesi e loro, quelli che di noi hanno da mangiare.

I più guardano in silenzio. In silenzio ci guarda il sole, ora alto in un cielo terso.

Avanti ancora, ancora, fino al tramonto.

Ancora c’è chi mangia, chi guarda ci mangia e pensa a quando potrà mangiare.

Protestare? Con chi?

Non abbiamo più la forza di protestare.

Quanti giorni ancora di marcia?, di sete?, di fame?
La macchia nera si è fermata, un brontolio cupo domina l’immenso, neppure i napoletani cantano, i friulani ed i toscani non bestemmiano. In tutti c’è l’ansia di raggiungere il campo di prigionia. Aveva ragione il napoletano: ci si riposerà.
Scende il sonno negli stanchi corpi che giacciono a terra muti.
Il deserto si fa nero, non più ombre, qui è più nero.
Nella notte qualche voce di dormienti, gli incubi del sonno, dei sogni, del fuoco di ieri.

Nove novembre

Sempre in marcia ..di avvicinamento.
Ogni ora che passa ci si abbrutisce e ci si imbruttisce. Siamo bestie inseguite, spinte in cerca di qualcosa, della vita, forse.
Ma c’è ancora in noi dell’umano?

Molti, divorati dalla dissenteria, sono ridotti a brutti spettri. Si trascinano, barcollano, molti cadono privi di forze. I compagni non li abbandonano: carità che va al di là delle umane possibilità.
Le braccia al collo degli amici, passano queste ombre, uomini aggrappati ad altri uomini, che rappresentano la vita.

Non sono molto migliori le condizioni di questi bravi ragazzi, che hanno visto i loro compagni ad un passo dalla morte e si sono chiesti se lasciarli morire nel deserto o trascinarli in qualche modo per tutto il percorso.



Di ora in ora questi casi aumentano, perciò la marcia si fa sempre più lenta.

Gli inglesi comprendono, non dicono più niente, anzi concedono spesso lunghe soste.

Qualcuno ha visto ed indicato in lontananza un fusto.

Potrebbe contenere benzina. Ma anche acqua.

C’è una corsa generale.

La gran macchia nera, che prima avanzava nel deserto con lentezza, come un enorme elastico che si allunga e si accorcia, ora si snoda, si sfalda, si allarga, si spezza, si accorcia, si restringe, si ammassa…chi urla, chi impreca, chi bestemmia, in toscano, in campano, in veneto, in romano, in siciliano…

In mezzo alla massa urlante c’è un fusto che non si fa aprire, un fusto che certamente contiene un liquido.

Le guardie sorridono beffardamente, loro devono dalle piatte borracce. Agitano le braccia, urlano, parolacce certamente.

Il fusto è stato finalmente aperto: acqua, acqua, acqua!
Tra gli spettri scoppia una zuffa.

Normale, gli spettri sono assetati, sono tanti, tanti si trovano davanti ad un bidone d’acqua. Quanta?

I più robusti sono quelli che hanno sempre bevuto e mangiato. Con poche spallate spingono lontano noi ombre. Alcuni sottufficiali cercano di mettere ordine. Lo sforzo è inutile.

Dal fusto esce l’acqua che si perde.

Intervengono gli inglesi, giustamente. Mettono ordine, facendoci assaggiare i calci dei fucili.

Con modi energici, ma necessari, ci mettono in fila. Tutti arriviamo ad avere qualche goccio d’acqua.

Non una goccia è andata più perduta.

Dove siamo?

Dovrebbe essere El Karita, non abbiamo ancora raggiunta la Pista Rossa.

Qualcuno, più fantasioso e ottimista, dice che, essendo vicini alle piste, probabilmente troveremo i camion ad aspettarci. Intanto camminiamo con una speranza.

Abbiamo passato le piste, siamo circa nella zona dove ci assestammo dopo lo sganciamento del due novembre.

Camminiamo da sette giorni….
Venga la morte, ma finisca questo tormento orribile!
Sabbia, pietrame, ricordi, ora più che mai.

E’ un ritorno ai capisaldi.

Qualcuno chiede:”Siamo sicuri con tutte le mine che ci sono? I paletti sono stati tolti durante il ripiegamento…”. L’allarme agita tutti, frena la marcia, nessuno vuole camminare in testa, si formano gruppi che non vogliono più andare avanti.
La massa, prima quasi sbandata, si riunisce.

Bisogna far presente agli inglesi il pericolo.
Quanti sono diventati i tre chilometri che dovevamo percorrere?
Un sergente inglese urla di andare avanti. Gli si avvicina un sergente maggiore carrista che parla l’inglese. Discutono animatamente qualche minuto.

“Ragazzi – dice il sottufficiale – il sergente inglese dichiara che subito dopo la vecchia linea inglese ci sono ad attenderci i camion che ci porteranno al concentramento di El Alamein. Gli ho fatto presente che ci sono i campi minati, il sergente afferma che il terreno che stiamo percorrendo è stato sminato, che le mine si trovano ammucchiate ai bordi della pista”

“Maggiò – replica uno – e le mine che sono state messe prima del ripiegamento …?”.

“E tu credi alla storia dei camion” un secondo interviene.

“Ero al X° Corpo d’Armata – dice uno del genio – questa zona la conosco bene, davanti al comando del X° c’era una fascia minata larga in media quattrocento, cinquecento metri e lunga oltre un chilometro, i varchi sono stati chiusi dopo il ripiegamento”.

“Ragazzi – replica il serg. maggiore – qui c’è poco da fare, bisogna marciare e non perdere tempo più di quanto è necessario, l’inglese dice che troveremo sulla pista i camion, se ci saranno bene, altrimenti non ci muoveremo”.

Seguono imprecazioni, brontolamenti, affermazioni, negazioni.
Chi può mettere d’accordo una massa affamata e stanca?

Ci fanno camminare verso sud, fino ad incontrare la Palificata, quindi la marcia continua sulla sua direttiva, si cammina però alla sinistra di essa, su quella pista nota come Pista dell’Ariete.
Non sono molti i segni della battaglia dei giorni scorsi; qualche automezzo bruciato, molte schegge.

Si procede molto piano, abbiamo tutti paura di incappare in qualche mina. Per la verità ora in testa ci si sono messi i minatori, il loro occhio esperto dovrebbe scoprire eventuali mine.
Nelle prime ore del pomeriggio si raggiunge il campo minato, che è però segnato da paletti.

Passiamo attraverso un varco, ai lati hanno posto le mine dissotterrate. Sono mine inglesi e tedesche in maggioranza.
Saranno le sedici quando appaiono, lontani, camion fermi.
Saranno per noi? Troppo bello crederci. Gli inglesi ci assicurano: sono i nostri, puntuali.

Sembriamo naufraghi in vista di una nave, la salvezza! Elettrizzati dalla vista dei camion corriamo tutti avanti, all’arrembaggio.
Scattano le blinde, i soldati puntano le armi.

La massa si ferma, il motivo è stato ben compreso da tutti. Ogni forma di ribellione è fuori posto ed illogica.
Vedo un ufficiale inglese, alto, bruno, con due baffoni gonfi, stretta tra i denti ha la pipa, sotto l’ascella sinistra porta un bastone scuro, indossa una camicia stirata, pantaloncini sopra il ginocchio, pulitissimi, stimatissimi. Al suo fianco un caporale.
Dietro, appoggiati ai camion, ci sono soldati di colore.
Il capo gruppo dei nostri “accompagnatori” si presenta all’ufficiale, scatta nel saluto, sembra una marionetta.
Parlano tra loro.

Finalmente il calvario è finito, la gioia in tutti noi si vede negli occhi.
Il caporale che sta al fianco dell’ufficiale è l’interprete, parla abbastanza bene, non ha accenti particolari. Sulla spallina della camicia ha scritti “ISRAEL”, è ebreo.
“Marescialli e sergenti, fuori, vi deve parlare il signor capitano” dice il caporale rivolgendosi alla massa.
Escono dai ranghi tutti i sottufficiali. Parla il capitano. L’interprete non fa a tempo a tempo a tradurre che il sergente maggiore, che già aveva fato da interprete, risponde al capitano.
Replica il capitano, brevemente.
Il sergente maggiore spiega l’ordine dell’ufficiale.
“Sui camion dovranno salire prima i feriti e gli ammalati e poi, ordinatamente, tutti gli altri. Ci sono sedici camion, staremo scomodi, ma dobbiamo salire tutti, i sergenti dovranno mantenere l’ordine. Allora avanti feriti ed ammalati”.
I soldati di colore ci guardano, ma dagli occhi sembrano assenti. Portano cappellacci ampi con una falda rialzata e fermata da una patacca di ottone con la scritta latina “Omnia Labor Vincit”.
Poveretti! Sono i facchini dell’Impero di S.M. britannica!
Abbastanza ordinatamente prendiamo posto sui camion. Siamo stretti come sardine in scatola.
Quanti siamo per camion? Oltre quaranta, tanti ne ho contati ad occhio mentre salivamo. (*)
Dopo quasi un’ora la colonna si muove. E’ quasi sera: Sono appoggiato, schiacciato, sulla fiancata destra. Si procede a velocità molto ridotta.
Entriamo presto in quello che fu il settore della Folgore. La piana, quota 105, raggruppamento Ruspali… lo afferma un autiere del 21° della Trieste, riconosce le postazioni del suo gruppo, era alle nostre spalle.
Il terreno è quello della battaglia.
Sembra una gran fetta di groviera. Schegge di ogni grandezza coprono il terreno, sembra che siano state seminate. Scorgo qualche blinda, cari, camion, immobilizzati, bruciati.
Abbiamo appena raggiunto un caposaldo, era del VII°.
Davanti e dentro al caposaldo ci sono decine e decine di carri e blinde, muti, tragicamente muti, neri per le fiamme distruttrici.
Dio mio! Attraversiamo il mio caposaldo, lo riconosco per la presenza del Messerschmitt che atterrò senza carrello ai bordi del campo minato.


Passiamo sulla pista che divideva la 24^ dalla 22^.



(*) Considerata una media di 42 uomini per camion, e moltiplicato per il numero dei camion, 16, abbiamo la stima di questo gruppo di prigionieri che hanno marciato nel deserto dal 7al 9 novembre, circa 680\700.

Ecco là il carro che tentò di prenderci di fianco: è immobile, come immobili sono tanti altri bestioni che tentarono di sfondare la 22^.
Nell’aria c’è un odore di dolciastro: sono i Morti insepolti:
Là sono Zimei, Giusto, Pellegrini, e tanti altri, i ragazzi della 22^ ed i fanti della Pavia; là nella sua buca riposa in eterno Pirlone.

Ti vedo ancora come quella sera che arrivai al tuo caposaldo, vi vedo, amici.

Riposa in pace Dario, riposate in pace, amici, il Signore abbia pietà di voi, non odiavate alcuno, amavate la Patria più di voi stessi.
Voi, fanti della Pavia, voi che cadeste sotto la furia nemica, voi che cadeste, forse, sotto i colpi del mio pezzo, non odiatemi, non maleditemi, tu fante napoletano che quella sera tremavi, forse sei tra i morti, non maledirmi. Sfiliamo prigionieri proprio dove si è consumata la nostra giovinezza.
Quando ero là, a fianco del mio pezzo, non mi sfiorava l’idea della prigionia.

Aspettavo a piè fermo la morte, era nel conto.

Il destino è stato con tutti crudele, Voi siete caduti, la cavalcata apocalittica di fuoco ha distrutto la vostra giovinezza. Fratelli! Vi ricorderò sempre.

Fisso muto quella muta piana desertica, divenuta una immensa ara sacrificale, in uno scontro ciclopico, giganti di ferro contro cuori umani.

Istintivamente saluto militarmente e non sono il solo, e prego, come un giorno mi insegnò mia madre.
Una lacrima riga il volto scarno, bruciato dal sole, sfatto dalla stanchezza.

Requiem aeternam dona eis Domine et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen.
Nessuno parla, sui volti di tutti si legge la commozione, gli occhi di tutti sono fissi a guardare, per l’ultima volta quel campo di battaglia, anche gli inglesi rendono omaggio ai loro caduti
Scorre lentamente la colonna dei vinti, tra un nuvole di polvere, davanti a quei Morti, vivi per l’eternità.

La colonna procede molto piano, punta ora verso nord, verso Deir Alinda, era il settore del IX° Battaglione. A destra la Depressione di Deir el Munassib.

Là, contro la 11^ gli inglesi si fermarono, la distrussero, ma non passarono. Il capitano Ruspoli è là, con i suoi Ragazzi, per l’eternità.
Là, a quota 77, passai le ultime giornate, di là, nella notte dei Morti, iniziò il ripiegamento.
Passiamo sulla Pista Whisky, si riconoscono le buche dei centri di fuoco…il terreno è butterato.
Lasciamo il settore italiano.
Addio camerati, addio.
Saluto militarmente quelle Ombre, che veglieranno eternamente il settore della Folgore, il più meridionale, il più infernale. Dio conceda a Voi la gloria degli Eroi, dei Martiri.
Siamo in territorio nemico, anche qui ci sono tanti carri distrutti, camion bruciati, cataste di casse di munizioni, cassette di ogni colore e grandezza, sembrano postazioni abbandonate da reparti in ritirata, non da un esercito in avanzata, lo attestano le montagne di granate lucenti, efficienti.
Quanta abbondanza!
E’ sera, la colonna si ferma, i camion si pongono in quadrato, scendiamo, dobbiamo rimanere all’interno del quadrato.
Ancora una notte sotto le stelle, nel deserto.
Per la prima volta vediamo le sentinelle attorno a noi.
I nostri volti sono maschere di sabbia, impastata di sudore.
Gli inglesi versano la benzina nella sabbia, mescolano, accendono il fuoco, sul fuoco mettono dei pentolini, si fanno il tè. I soldati di colore sono da una parte, guardano, come noi.
La notte copre tutti, i bianchi schiavisti, i bianchi prigionieri, i neri schiavi dei bianchi, i neri di sentinella ai bianchi prigionieri.
Circondato dai camion, tra questa massa di abuliche ombre che domani saranno numeri, osservato dalle sentinelle africane, in questo immenso silenzio cimiteriale, sento per la prima volta il peso della prigionia, della solitudine, del vuoto, del tempo immoto, del nulla che farà della giornata una forzata ibernazione del corpo e della mente, senza domani; il tempo sarà segnato solo dal corso del sole, dalle fasi della luna.
Il deserto si è coperto di mucchi di stracci.
Sotto gli stracci gli uomini sono silenti, per la fame, per la sete, per la stanchezza, per lo sconforto.
Scende il sonno a cancellare la fame, la sete, la stanchezza, o sconforto.
Il nero guardiano passa nella notte nera, e guarda.
Buona notte Mamma, il Signore ti aiuti, mi aiuti.

Dieci novembre

Si riparte con il sole già alto. Ci saranno ancora quaranta chilometri o poco più per raggiungere la ferrovia: El Alamein.
Si procede molto piano, il terreno è molto accidentato ma non si evitano sbalzi tremendi sia pere il terreno che per le numerose buche. Il terreno sassoso si alterna a quello sabbioso, dove i camion stentano a procedere e le ruote girano a vuoto. Un polverone enorme segna il passaggio della colonna.
L’aria brucia, e sulla faccia di tutti il cerone di polvere si fa sempre più spesso, è una crosta sulla barba ispida e lunga.
A mezzogiorno facciamo una sosta:loro …mangiano.
Ci accoccoliamo a terra cercando un filo d’ombra vicino ai camion, filo d’ombra che non c’è, è mezzogiorno.
Nell’aria c’è un puzzo dolciastro che non è il solito odore di sudore che ci accompagna da mesi.
Si riprende la marcia in perfetta colonna: pericolo mine! Ci sono mucchi di mine ai bordi della pista.
Appena al di là del costone il camion di testa gira a sinistra, si ferma, di nuovo sosta, si riforma il quadrato.
Un caporale, appena sceso dal camion, inveisce in romanesco contro gli inglesi che ci accompagnano, dice che si fermano per prolungare la nostra sete e fame: “Carogne, figli di puttana, mortaci vostri…”. Si avvicina ad un graduato inglese che gli sta vicino, ma di spalle: L’inglese è alto e ben piazzato, il romano è piccolo e magro.
E’ un attimo, l’energumeno si gira di scatto, toglie il mitra dalla spalla, lo impugna per la canna e, a mo’ di clava, lo abbassa con forza sulle spalle di quel disgraziato che cade a terra.
Corrono altri inglesi, ci puntano le armi, urlano.
Interviene subito il sergente maggiore che fa da interprete, si avvicina al povero romano che è a terra e si lamenta. Si inginocchia, gli solleva la testa, gli parla.
“Voleva semplicemente chiedergli quando arriveremo al campo alla fine di questa corsa” spiega poi ai presenti: Gli inglesi non ci degnano neanche di una risposta.
Ravvolto nel mio pastrano, le scarpe sotto la testa, cerco il sonno.
Non sento più la fame, il fresco ci fa dimenticare la sete.

Undici novembre

Il sole ci sveglia, rimaniamo seduti in silenzio, guardiamo gli inglesi che si lavano, mangiano e prendono il tè.
Fumano, parlano tra loro, ridono, sembrano allegri.
Si parte finalmente. La marcia è lenta, perché andiamo tanto piano?
A destra scorgo un relitto d’aereo: è un groviglio di ferraglia, poi ancora carri, camion, relitti, morti.
Tante croci allineate, è un cimitero inglese?
Vedo piazzole di batterie quasi intatte, con alti cigli di sacchetti di sabbia, piramidi di munizioni abbandonate, centinaia e centinaia di bossoli lucenti, cassoni di macchine interrate.
Da qui partirono le forze corazzate che sfondarono a nord.
Dopo aver passato un piccolo ciglione che si estende da est verso ovest, la colonna si ferma.
Gli inglesi mangiano di nuovo, i neri montano la guardia, non mangiano.
L’interprete ebreo si avvicina, parla con il più vicino di noi:” Prima di sera raggiungeremo il campo di El Alamein” ci dice.
La notizia vola, ci scuote, ci dona la parola, il sorriso…ritorno a sentire la fame e la sete più che mai.
E’ finito veramente il calvario?
Si va, una piccola stazione ferroviaria, una piccola costruzione in muratura, ecco El Alamein.
La presenza di attendamenti, di mezzi che corrono da ogni parte, tutto coi dice che siamo arrivata.
Soldati…multicolori ci guardano, sorridono, ci motteggiano…siamo vinti tra vincitori.



Alt, la colonna si ferma.
Scendiamo, le guardie con modi villani e sbrigativi ci incolonnano e quasi ci spingono dentro ad un campo recintato, che ospita altri disgraziati come noi.
Al cancello ci danno …la vita: ognuno di noi riceve due litri di acqua, una scatola di carne e venti biscotti.
Dobbiamo prima bere o prima mangiare?
Siamo tanti, non c’è possibilità di stare sdraiati, ma le guardie, all’esterno, ci indicano di stare seduti.
Al di là del reticolato tanti occhi ci guardano, c’è che ride, sorride, chi ci guarda con compatimento, chi si ferma a curiosare, chi passa e non si ferma.
E’ sera, cala il sole,spuntano, timide, le stelle, poi brillano più lucenti.











I^ BATTERIA - FUCINA DI EROI

RACCONTO INEDITO DI UN ARTIGLIERE PARACADUTISTA DELLA I^ BTR


Il coraggio del Serg. Magg, Pirlone, poi caduto e MOVM alla memoria, il sacrificio del serg. Pellegrino, caduto per soccorrere un ferito,
la resa degli uomini feriti, comandata dal s.ten Provini,
i pochi superstiti che continuano, nelle buche, la lotta contro la muraglia d’acciaio del nemico.



Tra le centinaia e centinaia di carte, appunti, disegni, ruolini, elenchi che Tano ha raccolto in sessant’anni, è stato ritrovato un appunto risalente ai primissimi anni ’70, scritto da Sabatino De Fabbritis, credo di Pescara, art. parac. della I^ Btr, uno dei pochi superstiti dei due pezzi comandati da Pirlone e Pellegrino. E’ la cronaca finora non conosciuta delle giornate del 24 e 25 ottobre, a Deir El Munassib, con episodi finora non conosciuti ed ora riapparsi.

Ecco il testo integrale della nota, scritta su quattro fogli ormai ingialliti.


“I giovani della Folgore erano disseminati nei caposaldi avanzati; noi eravamo comandati dal tenente Provini del quale, a giudizio di chi ha vissuto quei terrificanti momenti, si può dire che egli diede prova di tenacia e fermezza nei momenti più cruciali della battaglia. Giunse così il giorno della prova; gli Inglesi attaccarono i caposaldi avanzati con le artiglierie. Successivamente ci furono lanci di bombe fumogene, di tale intensità che era impossibile vederci l’uno con l’altro.

Ci fu un tentativo di attacco delle truppe britanniche di penetrare nel caposaldo, ma il tentativo si risolse in un contrattacco massiccio con le nostre armi portatili ed il nemico ripiegò verso le sue posizioni. Le artiglierie ripresero il loro bombardamento costante, preciso e fin dal giorno 24 una pioggia continua di ferro arroventato si riversò nelle nostre postazioni per uccidere i giovani della Folgore. Alle voragini fatte dalle esplosioni nemiche, si univano le artiglierie tedesche, le quali, ininterrottamente, per errore colpivano anche le nostre postazioni.

Tali situazioni mettevano in grave pericolo la vita di molti soldati, ma maggiormente ci sentivamo colpiti nello spirito quando dalle nostre artiglierie si sperava la protezione di una forza maggiore. Era qualcosa di indescrivibile: i proiettili tedeschi, che dovevano essere il nostro aiuto, con perfetta precisione giungevano nelle nostre postazioni.

Ogni segnalazione di allungare il tiro non serviva a nulla, perché nel cielo era tutto un saettare di luce, scoppi e di bagliori. Nessuno dei mezzi di comunicazione era funzionante, anche al comando di caposaldo le comunicazioni telefoniche erano interrotte perché i fili erano stati spazzati via dagli scoppi delle granate nemiche. Il sergente maggiore Pirlone disse che era necessario comunicare con il comando del caposaldo e dopo una breve riflessione, di sua iniziativa, lo vedemmo strisciando scomparire sotto il turbinoso bombardamento delle artiglierie e di alcuni carri armati che si erano schierati sul lato destro della postazione.

Noi soldati cercammo di dissuaderlo perché l’impresa ci sembrava impossibile, il tentativo di raggiungere il comando telefonico ci sembrava quanto mai assurdo, anche perché era impossibile orientarsi nel buio, ma tutto fu invano. Aspettammo il suo ritorno con il respiro sospeso, con gli sguardi protesi attraverso le tenebre, per lungo tempo, sperando che nel buio si delineasse la figura imponente del nostro valoroso Pirlone.

Non aspettammo invano e finalmente ci giunse la sua voce che borbottava con inquietudine qualcosa che non riuscivamo a capire e infatti lo vedemmo venire verso di noi tra i bagliori dei continui scoppi di granate. Portava tra le mani l’apparecchio telefonico e desolato ci disse cha la comando centrale non vi era più alcun uomo vivo.

Noi soldati pensammo che il nostro s.m. doveva essere invulnerabile come Achille, perché era riuscito a sopravvivere nel compimento di quella difficile impresa. Provammo l’ impressione che lui dirigesse in piedi il terrificante rullo della morte.

La staffetta, dopo l’insediamento telefonico, fu incaricata più volte di trasmettere missioni tra i diversi capisaldi: venne incaricato il soldato Chizzali che sfuggì miracolosamente allo scoppio di una granata che sembrava lo avesse distrutto, ma tra il nostro stupor lo vedemmo comparire dopo attimi di angosciosa attesa.
Noi eravamo divisi dal nemico dal campo minato; alla nostra destra il terreno formava un’altura e gli inglesi vi si erano fermati con i carri armati a 150 metri.

Qui la battaglia divenne insidiosa, riflessiva, colpire con precisione, uccidere, sparare ad un uomo con una cannonata, non più colpi alla rinfusa, non più sparatorie senza bersaglio, ma tiri che portavano scritto agli obiettivi morte sicura. I carri armati si erano disposti frontalmente e le nostre armi erano un nulla davanti a quel muro ferroso che ci minacciava con freddezza. Le nostre postazioni diventarono facili bersagli per i carri armati perché ormai eravamo stati individuati dai puntatori dei carri. Diversi morti, tanti i feriti, e tra questi diversi soldati inglesi e due ufficiali che furono vittime del loro piombo. Nel caposaldo del tenente Provini il combattimento assumeva una pericolosa situazione perchè tra i giovani della Folgore vi era stata una grave decimazione.

Il momento fu ancora più pericoloso quando la postazione del s.m. Pirlone, comandata dal sottotenente De Palma, venne attaccata e il pezzo anticarro distrutto. In questo frangente morì il s.m. Pirlone e tutti i serventi al pezzo furono feriti. Anche se quell’arma era innocua di fronte a quella massa ferrosa che continuamente ci minacciava di morte, ci aveva tolto tutto ciò che costituiva il nostro punto di appoggio e di difesa. Si combatté ancora; il s. Pellegrini, di sua iniziativa, si avviò a soccorrere un ferito che chiedeva aiuto. Avrebbe potuto anche farsi sostituire da un soldato non ferito, invece è lui ad andare e sicuro di sé percorse di corsa quella distanza che lo separava dal ferito. Riuscì appena a raggiungere il ferito che venne raggiunto da una raffica di mitragliatrice. Venne colpito e il lamento del ferito si spense assieme al valoroso Pellegrini.

Il caposaldo divenne inerme per i molti feriti e morti, il comandante Provini responsabilmente ordinò la resa e così si espresse al vice comandante, sottotenente De Palma, il quale fu visto insieme a tanti altri affrontare più volte i pericoli della battaglia: “De Palma, tu arrenditi con tutti i feriti che ti possono seguire, io invece resterò qui con i pochi uomini validi sperando di poter tornare indietro e di dare alla Patria il resto di me stesso”








Piero Provini, scomparso nel 1972 a Piacenza, dove era geometra, venne catturato e poi, fedele al suo credo, andò al 305 POW CRIMINAL CAMP, rientrando con Tano con l’ultima gabbia il 21 settembre del 1946. Eccolo in una delle sue ultime foto, al centro, con a sinistra Tano Pinna e con a destra Stefano Bezzo, all’inaugurazione della cappella voluta dalla MOVM Storace a S. Maria di Leuca, nel 1970.







40° di El Alamein - 23 ottobre 1972 – Roma – Raduno Nazionale ANPDI
ecco i “Ragazzi del I° Gruppo”
da sin. a destra, in alto : Carlo Massoni, ? , De Fabbritis Sabatino, Jop Dante, ?, Pulini Enrico, Manetti Sando; da sin. a destra in basso: Alberto Carnevale, Tardo Giovanni, Pinna Gaetano, Di Cecca Raffaele, Marchegiani Vincenzo, Fragalà Santi.








 
 
 
 
 
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IL LIBRO A PUNTATE DI EMILIO CAMOZZI , REDUCE DI EL ALAMEIN E FONDATORE DI QUESTO SITO
Domenica, 9 Marzo 2008


PARMA- Abbiamo convinto Emilio Camozzi, fondatore del sito di cui è presidente e direttore onorario, e titolare della sezione STORIA E REDUCI, a pubblicare
un libro (150 pagine di un racconto inedito), che intendiamo offire a puntate ai nostri lettori.

Il titolo provvisorio è " STORIA DI UN FASCISTA DEL SUD", ovvero la storia romanzata di un Paracadutista, che racconta sia al presente (durante una malattia) che con frequenti ritorni al suo passato, del arruolamento nella Folgore e successivamente, dopo tante avventure,quando approda all'esercito di liberazione sud.

Ogni Lunedì aggiungeremo un capitolo, in formato PDF scaricabile.

E' un regalo che Emilio fa a tutti noi.

Il nostro sito ha ripescato la tradizione dei quoditiani di fine '800, che, per aumentare le vendite, pubblicavano a puntate romanzi del calibro de "I TRE MOSCHETTIERI" di Dumas, che proprio così iniziò la sua carriera più brillante.

Un augurio per i prossimi cinquant'anni di carriera di Emilio.


INTRODUZIONE



Avevo scritto un libro su un paracadutista mio caro amico che potrebbe divenire l'emblema del cittadino sfruttato per fare la guerra ad oltranza.

Pur avendomi ormai raccontato quasi tutto della Sua vita militare, mi fece il più grande dispetto che poteva farmi: mi mollò e se ne andò a sghignazzare alle mie spalle sulla nostra cara nuvoletta, lasciandomi alle prese con una materia che non conoscevo e, soprattutto, non volevo conoscere: la cosidetta guerra di lliberazione.

Ficcai tutto nel dimenticatoio, e solo ora il dischetto mi è comparso davanti e reclama i suoi diritti. Poichè il sito è intitolato a voi, pensate sia il caso che io vi propini un malloppo che potrebbe essere stucchevole? E con quale sistema ? A piccole dosi come l'olio di ricino o a grosse porzioni, come piatti di spaghetti?


V I T T O R I O


P R E F A Z I O N E


CAPITOLO PRIMO


CAPITOLO SECONDO


CAPITOLO TERZO


CAPITOLO QUARTO


CAPITOLO QUINTO


CAPITOLO SESTO


CAPITOLO SETTIMO


CAPITOLO OTTAVO


CAPITOLO NONO


CAPITOLO DECIMO



CAPITOLO UNDICESIMO


CAPITOLO DODICESIMO



CAPITOLO TREDICESIMO




FINISCE IL LIBRO, CON UN COLPO DI SCENA