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MUSSOLINI SCRIVE A BALBO:"VOGLIO CHE CONTINUI L'ESPERIENZA DI FORMAZIONE DI UN REPARTO PARACADUTISTI"
Martedì, 19 Maggio 2015



I fanti dell'aria



BALBO s'inventò nel 35 le squadriglie della morte, che avrebbero dovuto affondare nel Mediterraneo la Home Fleet, se questa fosse calata nel mare nostro a far guerra all'Italia. Nel '39-'40 altra invenzione dell'avventuroso e immaginoso Maresciallo, i fanti dell'aria, che avrebbero dovuto essere l'asso nella manica, dal cielo, per conquistare l'Egitto. Se la morte non avesse tolto Balbo dalla scena della vita e della guerra, quel tramonto di fine giugno a Tobruk, certo le vicende del Nord Africa avrebbero avuto un corso bellico diverso. Lo disse Mussolini ai federali dell'Emilia, approvando la loro proposta di intitolare all'intrepido Quadrunviro l'università di Ferrara. Anche mussoliniana è la conferma del progetto dei bombardieri‑suicidi contro le navi inglesi. Disse il Duce fascista, in quel suo discorso del Lirico ‑16 dicembre '44 ‑ che fu una lunga confessione che ricordava un po' tutto il passato: <>.



A fine maggio '40 Mussolini così rispondeva a un telegramma di Balbo, Governatore Generale della Libia e Comandante Superiore di quel fronte, che gli annunziava la creazione di un battaglione paracadutisti nazionali forza di 300 uomini raddoppiando la quota: <>. Trovo il telegramma mussoliniano in un buon libro su "I paracadutisti italiani, volontari, miti e memoria", scritto dallo storico Marco Di Giovanni, studioso dell'Italia in guerra. Vi è pure citato un telegramma di Balbo al Ministero dell'Aeronautica, del 23 febbraio 1938, che recita testualmente: <>.



La "Scuola" paracadutisti di Balbo fu installata, con pochi mezzi, presso l'aeroporto di Castel Benito, nell'entroterra tripolino. Terminata una fase di sommaria istruzione, iniziarono i lanci individuali e di reparto, conclusisi con un lancio collettivo del battaglione, posto al comando del maggiore del genio Tonini, intorno alla metà del mese di aprile. A quel punto, e nonostante gravi incidenti verificatisi nel corso dell'addestramento, Balbo dispose la costituzione di un secondo battaglione di paracadutisti e l'inquadramento dei reparti in un <>.



II capitolo sui fanti dell'aria, ideati da Balbo, si inserisce militarmente nella storia del paracadutismo italiano: dall'impiego di piccoli gruppi di guastatori lanciati dietro le linee nemiche nella campagna etiopica allo studio‑progetto del comandante Bordini, che proponeva nel 1937 Sbarchi aerei ad ampio rilievo strategico; ma va storicamente collocato in quel piano Balbo‑Pariani che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, cercò di capovolgere la strategia tradizionale del nostro Stato Maggiore. Balbo era un sostenitore del comando interforze; Pariani, sottosegretario alla Guerra (con funzione di Ministro) e capo di Stato Maggiore dell'Esercito, credeva ad una guerra non difensiva, non statica, ma dinamica, di movimento. Per quanto riguardava l'Africa Settentrionale egli pensava di <>, sia per l'importanza politico‑strategica del controllo del canale di Suez, sia perchè considerava l'Egitto <> (dal verbale della riunione dei Capi di Stato Maggiore del 2 dicembre 1937). Dopo un colloquio con il generale, Ciano scriveva nel suo diario del 14 febbraio 1938: <>.



Scrive Giorgio Rochat, nella sua biografia di Balbo (ma vedere anche quelle di Guerri e di Segrè), che sulla stessa linea di dinamico ottimismo si muoveva Balbo. Egli Balbo intendeva mantenere la difensiva in Tripolitania e sferrare invece in Egitto una <>, avendo come obiettivo Alessandria Ecco il riassunto che l'Ufficio storico dell'Esercito (della cui relazione largamente si serve Rochat) fa del piano di Balbo: <>.



Anche se un giudizio preciso su questo piano non è possibile, perchè conosciuto solo in riassunto ‑ e del resto si trattava di un piano di massima, non di un piano operativo sembra a Rochat che la <> offensiva di sette divisioni autocarrate (una massa di circa 70.000 uomini) fosse molto al di sopra della disponibilità di mezzi e più ancora della capacità di organizzazione e manovra dell'esercito italiano, che proprio in quel tempo costituiva le sue prime grandi unità motorizzate. C'è da chiedersi inoltre se la massa prevista per l'offensiva non fosse eccessiva: fino a EI Alamein, le forze mobili contrapposte in Africa settentrionale furono sempre minori, ante se provviste di carri armati. Comunque Pariani accettò l'impostazione del piano di Balbo, aumentando le forze destinate all'invasione dell'Egitto e però diminuendone la mobilità : il piano predisposto dallo Stato Maggiore dell'Esercito prevedeva infatti l'impiego per l'offensiva di 12 divisioni autotrasportabili (e non interamente autoportate come chiedeva Balbo), più altre sei divisioni per la difesa di Tripoli e il trasporto in Libia prima dell'inizio delle operazioni di 180.000 uomini, 10.000 automezzi, 5.000 quadrupedi e 60.000 tonnellate di materiali, più un rifornimento mensile di oltre centomila tonnellate di materiali. Tutto ciò rivelava uno scarso collegamento con la Marina, che non riteneva di poter assicurare i trasporti con la Libia, dopo la dichiarazione di guerra, per la superiorità delle forze navali franco‑britanniche e una preoccupante tendenza ad avallare ed aggravare l'errore di Balbo addensando nel deserto masse di combattenti superiori alle possibilità logistiche ed alle necessità operative.



Ad ogni buon conto, i piani offensivi furono annullati da Badoglio, che nella riunione dei Capi di Stato Maggiore del 26 gennaio 1939, comunicò gli ordini di Mussolini nella situazione politica del momento, in cui pareva possibile un conflitto isolato franco‑italiano: <>.



Badoglio ordinò quindi che gli sforzi fossero concentrati nella preparazione della mobilitazione tempestiva delle divisioni destinate in Libia e nell'approntamento di un sistema di fortificazioni verso la Tunisia Il 2 settembre anche Pariani emanava istruzioni che prevedevano la sola ipotesi difensiva, con una diecina di divisioni in Tripolitania e sei in Cirenaica, ma Balbo continuò ad insistere per l'offensiva, anche perchè le migliori truppe francesi del Nordafrica erano ormai destinale a fronteggiare le armate tedesche sul Reno, e si alleggeriva così sostanzialmente la posizione italiana in Tripolitania: <


L'intenzione di Balbo di .passare appena possibile all'offensiva verso l'Egitto, fu ripetuta in vari documenti dell'autunno, in particolare nel "piano di copertura e di radunata del 25 ottobre". Il 30 ottobre Pariani, rilanciava il piano di Balbo, stimando la forza necessaria in tredici divisioni, di cui due corazzate e due aviotrasportate (che ancora non esistevano Questo piano fu subito respinto da Badoglio e da Graziani, il quale, succeduto intanto a Pariani come Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, rimise allo studio l'intera questione, concludendo che un'offensiva verso il Nilo e il Canale di Suez non era possibile, a prescindere dalle grosse difficoltà logistiche, perchè avrebbe assorbito una parte troppo grande delle risorse italiane albo non se ne dette per inteso e, in una riunione a Roma a fine novembre con tutti i comandanti interessati, ribadì la <> ed anzi, affermò <>.



La situazione fu risolta con un compromesso, ossia l'autorizzazione di Graziani a Balbo per la preparazione di <>, ossia meno impegnativo. Balbo replicò il 13 gennaio 1940 con questa lettera a Graziani: <


<>.



La lettera è un documento vivo della guerra perduta, e che forse si poteva non perdere, se si fosse avuto più coraggio, più fantasia, ascoltando anche la voce dei sogni di Balbo, che rimasero invece nel cassetto.


 
 
 
 
 
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IO E TUO PADRE AD EL ALAMEIN
Lunedì, 17 Novembre 2014


IO E TUO PADRE AD EL ALAMEIN
Dialogo con un Leone della Folgore

CAGLIARI- 16 Novembre 2014 - Lo scorso giovedì 13 novembre si è tenuta presso la sezione ANPd’I di Cagliari una cerimonia per la commemorazione del 72° di El Alamein e per il 43° della tragedia della Meloria. I paracadutisti sanno di cosa parlo. Nell’occasione sono stati consegnati agli allievi dell’ultimo corso, intitolato alla memoria del Leone Ciro Romanello, recentemente scomparso, gli attestati di abilitazione al lancio.

In queste occasioni c’è sempre stata la presenza gratificante dei nostri reduci di El Alamein, presenza che purtroppo, a causa dell’inesorabile clessidra del tempo che scandisce gli attimi della vita, è andata assottigliandosi con tremenda regolarità.

COINCIDENZE DEL DESTINO: IO HO CONOSCIUTO TUO PADRE
Giuseppe Ortu, classe 1919, è l’ultimo Leone della Folgore che con la sua immancabile presenza ci onora nelle nostre adunate.

Io l’ho sempre guardato con rispetto e riverenza e gli do del lei, cercando di non importunarlo con inutili chiacchiere, pensando erroneamente che i suoi novantacinque anni non gli consentissero ricordi ed emozioni.

Era del V° Battaglione della Folgore, come mio padre Giovanni, in compagnie diverse, lui della Comando e mio padre della 13a, non ho mai voluto chiedergli se si conoscessero.

Giovedì suo figlio Salvatore, che lo accompagna sempre e che cura i reportage fotografici delle nostre cerimonie, mi ha riferito che suo padre aveva letto con grande interesse il mio libro “L’Amore di carta”, che racconta la vita e le vicissitudini di mio padre.

Avevo appena scambiato due parole col Leone Giuseppe rendendomi conto della sua straordinaria vivacità e lucidità, che mi ha voluto dimostrare quasi stritolandomi un braccio per dimostrarmi di quale energia fisica ancora disponesse, rammaricandosi per le sue gambe che non erano più tanto buone. Per questo fatto era fortemente contrariato in quanto avrebbe desiderato tanto provare ancora l’ebbrezza di un lancio!

Ad un certo punto qualcuno mi ha chiamato per sentire cosa stava raccontando Giuseppe. Raccontava che mentre stavano per iniziare il ripiegamento dal fronte sud ad El Alamein, gli fu ordinato che lui ed un altro gruppo di paracadutisti avrebbero dovuto, prima di ripiegare per cercare scampo con una lunga marcia verso nord ovest, aspettare una pattuglia che si era addentrata nelle linee nemiche per capirne le mosse.

Questa pattuglia era comandata da un certo Onano, diceva, un sergente maggiore, famoso in tutto il battaglione perché usciva spesso di pattuglia. La pattuglia, formata da dieci o dodici paracadutisti rientrò. Dalle cucine, ha continuato, presero qualcosa da mangiare e così iniziarono il ripiegamento. Io gli ho chiesto se ricordava la data e lui senza esitare: il 2 novembre (1942). Allora gli ho detto che Onano era mio padre, ci siamo abbracciati e ho sentito un brivido. Il 5 sarebbero stati fatti prigionieri o come scriveva mio padre “catturati”. Poi iniziò la lunga prigionia, ma questa è un’altra storia.



 
 
 
 
 
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MOLTI ITALIANI CREDEVANO NELLA VITTORIA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
Sabato, 15 Novembre 2014



CORRIERE DELLA SERA - CORRIERE DELLA SERA
sezione: Cultura data: 11/11/2014 - pag: 39

tanti applausi Per la guerra

dal 1940 al 1943 tra i militari italiani durò a lungo la fede nella vittoria



«Inutile andare in giro raccontando che la guerra fu voluta dal solo Mussolini e non dall'Italia», scriveva il 10 agosto del 1946 Gaetano Salvemini a Ernesto Rossi e Leo Valiani. «Certo il popolo italiano non volle la guerra, se si intende tutto il popolo. Ma i generali, gli ammiragli, i grossi industriali, gli alti burocrati, i senatori, i deputati, i professori di università, i vescovi, gli arcivescovi, i cardinali, tutto quel lerciume accettò la guerra e parecchi altri la vollero finché credettero che l'avrebbero vinta dato lo sfacelo militare che era già avvenuto in Francia e che si prevedeva imminente in Inghilterra Anche se si parla delle classi medie e inferiori del popolo italiano, non bisogna dimenticare che una larga parte di esse seguì Mussolini, e che fra esse Mussolini godé di larga popolarità dopo la vittoria nella guerra di Etiopia ed al tempo dello squartamento cecoslovacco; e se le cose gli fossero andate bene nella guerra mondiale, Mussolini sarebbe per molta gente un grand'uomo». «Questa è la verità», concludeva Salvemini; «bisogna dunque smetterla con questa balla che l'Italia non è responsabile». A 68 anni da quella lettera, Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno compiuto un'accurata analisi sulla corrispondenza epistolare e sui diari dei nostri soldati ai tempi del secondo grande conflitto e ne è venuto fuori un libro, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943 (di imminente pubblicazione per i tipi del Mulino), dal quale emerge un quadro ancor più inquietante di quello prospettato nel 1946 da Salvemini. Nel senso che, tenuto conto anche delle lettere di dissenso e perciò censurate o parzialmente autocensurate, «la partecipazione attiva e perfino entusiastica alle politiche fasciste, comprese quelle militari e guerrafondaie» fu pressoché totale. Anche quando le cose per l'Italia si misero male. Persino, in non pochi casi, dopo la destituzione del Duce a fine luglio 1943. Notevole, scrivono Avagliano e Palmieri, «è la persistenza del mito personale di Mussolini che dura decisamente più a lungo rispetto alla reputazione del regime fascista e delle sue gerarchie, già compromesse da tempo». E perché queste cose vengono approfondite e documentate solo ora? Qui da noi una «guerra della memoria», quella che per Avagliano e Palmieri è una «guerra civile del ricordo, delle celebrazioni e degli studi», ha fatto sì che «l'attenzione riservata alla guerra di liberazione mettesse spesso in ombra la precedente partecipazione alle guerre fasciste, con le quali si è omesso di fare i conti, preferendo soprassedere come se non facessero parte della storia nazionale». Del resto «la stessa definizione di guerre fasciste, a cui spesso si fa ricorso, già di per sé suona come una presa di distanza e un'autoassoluzione che non tiene conto del fatto che esse in realtà furono combattute e pagate da tutti gli italiani». Con un alto grado di consapevolezza. Avagliano e Palmieri sfatano il mito «di un'Italia fin dall'inizio contraria alla guerra e che già alla fine del 1940 prende le distanze dal fascismo». Dimostrano come, quantomeno tra i soldati, «il consenso alla decisione del regime di entrare in guerra fu quasi plebiscitario e il momento di rottura (rispetto alla partecipazione ideologica e all'adesione entusiastica alle parole d'ordine del regime) fu invece assai tardivo». Viene alla luce un «forte ritardo con il quale gli italiani in divisa approdarono alla scelta del distacco da Mussolini e del ripudio della guerra». «Forte ritardo» che, secondo Avagliano e Palmieri, peserà anche sul rovesciamento del regime fascista, partorito in ambito militare (con il concorso della Corona e dei gerarchi fascisti dissidenti), ma «condotto in modo continuista e passatista, senza un chiaro segno antifascista e senza un'intelligente strategia d'uscita dal conflitto». Con «riflessi evidenti non solo sulle vicende del tragico biennio successivo (estate 1943-25 aprile 1945), ma anche sulla futura storia dell'Italia repubblicana». Fa davvero impressione leggere le missive degli italiani partiti per la guerra nel giugno del 1940. Trasudano la certezza di una vittoria a portata di mano, un odio per gli inglesi e un'assenza di dubbi che lasciano esterrefatti. «Per gli inglesi», scrive un alpino nel settembre del 1940, «è finita la cuccagna, ora anche noi dobbiamo fare un po' di bella vita, che anche noi abbiamo il diritto di star bene. Lo vogliamo vedere come debbono stare dopo la guerra questi sfruttatori inglesi. Noi potremo fare quello che vogliamo e far venire in Africa anche le nostre famiglie». Qualcuno come Lamberto Prete, dal fronte francese, ha già dato per finito il conflitto. «La sera», scrive il 30 giugno, «è un incanto con questi tramonti d'oro, con le cime baciate dagli ultimi raggi di sole, con le valli invase dalla penombra, con le strade affollate di gente contenta. La guerra è finita con una facile vittoria e tutti cantano le canzonette del momento». E, invece, altro che canzonette. In quell'estate del 1940 l'Inghilterra resiste, non crolla. E la guerra a questo punto deve andare avanti. Per quel che ci riguarda, in Grecia e nell'Africa settentrionale. In entrambi i casi l'esercito italiano farà un buco nell'acqua e dovranno intervenire i tedeschi a soccorrerlo. I nostri connazionali in divisa fanno finta di non capire. Il barbiere genovese Fulvio Valentinelli («che fa ai greci barba e capelli» scrive in una lettera del 14 gennaio 1941) si autoinveste del titolo di «Terrore delle Acropoli» e si dice sicuro che verrà presto «il momento propizio di dare la suonata definitiva ai greci» (14 febbraio). In Africa un marinaio sentenzia: «Ormai abbiamo visto che la guerra non è per gli inglesi!». Se ne parla come dei «maledetti figli di Albione», «vigliacchi e farabutti». L'artigliere Gino Lanfranchi bolla i britannici come «audaci fresconi che l'illusione ha voluto per un po' vittoriosi». E, dopo i primi colpi subiti, un aviere sostiene con sicurezza: «Le passeggere iniziative angloamericane ci lasciano più che scettici increduli Non sono alcune sporadiche vittorie di Pirro che possono demoralizzarci». L'anglofobia, notano i due autori, «non è un sentimento concentrato nella fase iniziale della guerra, sull'onda dell'entusiasmo e delle ambizioni di una rapida vittoria, proprio ai danni degli inglesi ritenuti deboli e militarmente inferiori lascia scorie diffuse anche dopo le sconfitte e dopo tanti mesi passati al fronte». Il consenso alla guerra, sottolineano Avagliano e Palmieri, «è vasto e diffuso e, nonostante fin dal principio le cose non vadano nel modo sperato e immaginato, rimane a lungo radicato nella coscienza di molti militari, relegando le forme di disapprovazione e malcontento ad una dimensione marginale e comunque riconducibile ai disagi materiali della vita militare e alla delusione per le sconfitte, ma non ad una messa in discussione del fascismo». I primi segnali di svolta li si possono rinvenire già in un rapporto dell'Ovra del febbraio 1941: «Un senso di ribellione serpeggia fra le masse al pensiero che il fiore della gioventù italiana sia stato e continui a sacrificarsi per la vanità o l'incapacità di alcuni capi e questo stato d'animo di sorda protesta si esaspera alle notizie frequenti e concordi sulla deficienza dell'equipaggiamento e dell'armamento dei nostri soldati, alcuni dei quali scrivono dal fronte greco-albanese alle loro famiglie chiedendo insistentemente indumenti di lana, mentre altri, ricoverati feriti o congelati negli ospedali, diffondono un pauroso senso di sgomento». Per fortuna, però, c'è l'alleato germanico. I tedeschi in Russia vengono accolti dai nostri con ammirazione e con gioia. «Dai loro volti stranamente anneriti dalla polvere traspare quella particolare espressione fatta d'orgoglio e d'allegrezza che è propria di coloro che vengono dalla linea del fuoco», scrive Urbano Rattazzi. «Sono gli Dei della guerra. Sono simboli». I russi, invece «sono petulanti, antipatici e oltretutto poco cortesi», prosegue Rattazzi; «il nostro corpo di spedizione un magnifico fascio di energie fisiche e morali passa sopra le loro orde come un rullo compressore, facendo brillare dinnanzi agli occhi stupiti del mondo intero le virtù eroiche della razza, esaltate da vent'anni di Fascismo». Però «il cameratismo e l'ammirazione verso gli alleati tedeschi sono tutt'altro che unanimi tra i militari italiani», scrivono Avagliano e Palmieri, «e laddove esistono e resistono devono confrontarsi con la dura realtà di una guerra condotta in posizione subalterna e di un rapporto al fronte caratterizzato anche da scontri, frizioni, gelosie, invidie». Un motivo di fastidio è riconducibile «alla scarsa considerazione che i tedeschi mostrano di avere per il valore militare degli italiani» che si riflette nella redazione dei bollettini di guerra «nei quali spesso non si fa cenno alcuno all'operato dei nostri soldati né vengono loro riconosciuti i giusti meriti». «Oggettivamente è giusto ammettere che i tedeschi non parlano male degli alpini», scrive nel marzo 1942 Vito Mantia dal Montenegro. «Bontà loro ci danno atto del nostro comportamento, salvo però dure critiche per la nostra sensibilità dimostrata in tante occasioni, dopo le radicali e totali distruzioni inflitte alle popolazioni inermi. La loro determinazione e il loro comportamento razzista di superiorità sprezzante non li porterà lontano». L'Africa, rispetto alla Grecia, «pone nell'animo degli italiani maggiori questioni di amor proprio», scrivono Avagliano e Palmieri, «e lo scotto per aver dovuto accettare il compromesso di un intervento tedesco è maggiore». Ne è prova quel che si legge in una relazione del Comando generale dei carabinieri del maggio 1941: «Negli ambienti militari la soddisfazione per i nostri successi viene sensibilmente temperata dalla considerazione che molto si deve all'apporto dato dalla potente azione delle forze tedesche». Anche se in più di un caso i militari italiani non danno voce a questo genere di risentimento. Anzi. «Quelli che ci comprendono sono i tedeschi», scrive dalla Libia il caporalmaggiore Bruno Palmisa, «essi ci stimano e sono molto gentili con noi, ci portano da mangiare, ci incoraggiano e ci promettono che molte incresciose questioni verranno al nodo». «I rapporti con i militari germanici», conferma un rapporto della censura, «sono sempre intonati alla stima reciproca e al più perfetto cameratismo». Qualcosa cambia dopo El Alamein: «Pensa solo ai paracadutisti della divisione Folgore», scrive un carrista nel dicembre 1942, «di dodicimila ne sono rimasti tremila e non cedevano ancora se i tedeschi non scappavano i primi». Un caporale aggiunge: «Formiamo l'estremo baluardo difensivo, Rommel ha tagliato la corda». Poi qualcosa cambia. Scrive sul suo diario, il 23 agosto 1943 (trenta giorni dopo la caduta del fascismo e sedici prima che sia annunciato l'armistizio), Lamberto Prete, di stanza in Grecia: «Fino a qualche settimana fa noi vedevamo soltanto da lontano i militari germanici ed avevamo occasione di avere contatto coi loro ufficiali esclusivamente quando partecipando alla nostra mensa si comportavano da veri porci I tedeschi ci hanno ignorato fino ad oggi ma ora pretendono che ci poniamo ai loro ordini». Cresce l'ostilità nei confronti della censura. E «nella sfida al censore si può leggere una prima forma di ribellione al regime stesso». Tuttavia il malumore «non sfocia ancora in dissenso e non assume un connotato politico antifascista L'atteggiamento di molti è al contrario di radicata fiducia nella buona fede, se non del fascismo e delle sue gerarchie, certamente del Duce». L'esaltazione della figura di Mussolini, scrivono i due autori, «resiste anche ai rovesci militari e si riaccende immancabilmente quando le cose vanno per il meglio e le operazioni militari concedono qualche momentaneo successo». E anche dopo la caduta di Mussolini (25 luglio 1943) quando affiorano nelle lettere insulti al dittatore travolto, i sentimenti generali non cambiano. Il generale Tamassia osserva: «Fa impressione questo abbandono improvviso di tutti i più accesi sostenitori del fascismo». Un ufficiale in Albania racconta così il momento della comunicazione alla truppa delle «dimissioni» di Mussolini: «Tutti avevano le lacrime agli occhi ed abbiamo inneggiato al Duce che è e rimarrà il nostro capo». Un tenente colonnello scrive alla moglie: «Sono persuaso che se il Duce si affacciasse allo stesso balcone di Palazzo Venezia ad arringare la folla, tutta l'Italia cadrebbe ai suoi piedi». Tutti nostalgici, in ritardo sui tempi? No, anche Nuto Revelli, reduce dalla campagna di Russia e in procinto di diventare un esponente di primo piano della Resistenza, ricorda, a ridosso della destituzione del Duce, i soldati «morti per nulla, proprio come se la patria non esistesse più». Ha poi un moto di sdegno e annota sul diario: «Vedo i cortei, sento i discorsi, riconosco troppi fascisti di ieri, più fascisti erano ieri, più oggi sono antifascisti e si agitano, spaccano, urlano Volevo scendere stanotte; forse mi sarei fatto picchiare». Anche per questo tipo di sentimenti in molti continuarono a sostenere il regime, persino dopo la sua caduta. Effetti di quella che Avagliano e Palmieri definiscono «la lunga durata del consenso» al fascismo. paolo.mieli@rcs.it

 
 
 
 
 
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GRANDE GUERRA; FURONO UCCISI ANCHE 8 MILIONI DI ANIMALI
Giovedì, 26 Giugno 2014


di NAZARENO GIUSTI

Il capitano Julian Grenfell, autore del­la famosa poesia Into Battle , scrive­va nel suo diario che la guerra è «u­na battuta di caccia in cui le prede, anziché le solite volpi o anatre, sono esseri umani». Parole per lui profe­tiche (morirà, al fronte, nel 1915) ma che ben rendono l’atmosfera (e la mentalità) del tempo.

Ha quindi fatto bene Lucio Fabi (storico trie­stino) a inserirle nel suo interessante libro edito recentemente da Mursia, Il bravo sol­dato mulo , che affronta un tema pressoché inedito: la partecipazione alla prima guerra mondiale degli animali. Fabi, da sempre stu­dioso di tematiche belliche, già autore del saggio fotografico Guerra Bestiale, accom­pagna il lettore in un viaggio affascinante, con sfumature inaspettate. Come è ben no­to la prima guerra mondiale fu allo stesso tempo una guerra industriale e primitiva. Fu anche l’ultima in cui il contributo animale fu, a dir poco, fondamentale. Cavalli, buoi e muli furono essenziali per il trasporto. Tut­ti i modernismi del conflitto che aveva ini­zio cent’anni fa furono supportati dal lavo­ro e dalla fatica degli animali, che seguiro­no spesso sino nelle trincee i drammatici destini degli uomini.

Scrive Fabi: «Per i soldati abituati, da sem­pre, a convivere nei campi o in montagna con gli animali, cavalli, muli e buoi non e­rano soltanto mezzi di supporto ma con­cretamente esseri viventi a cui ci si accom­pagnava in un momento indubbiamente difficile e critico per la vita di tutti, uomini e bestie». Furono non meno di 8 milioni gli equini (e parliamo solo dei muli e dei ca­valli!) che perirono nella guerra mondiale. Tra loro però non vi furono solo bestie da trasporto. Importante fu la presenza del «miglior amico dell’uomo»: il cane.

Già nel 1914 l’esercito tedesco era all’avan­guardia nell’addestramento di dobermann e pastori tedeschi impegnati soprattutto nel­la ricerca dei feriti e nelle bonifiche delle trincee. Stessa cosa fecero francesi e ameri­cani, mentre l’esercito italiano li aveva già impiegati per la prima volta nel 1912, nella campagna di Libia. I poveri cani furono an­che usati come armi: imbottiti di cariche e­splosive erano lanciati contro i reticolati ne­mici, per aprire varchi. Una triste antici­pazione di quello che saranno i «cani anti-carro» della seconda guerra mondiale durante la quale molti eserciti addestrarono i cani fa­cendoli mangiare soltanto sot­to i cingolati... Ma non sono solo storie di dolore (anche se sono la maggior parte) quelle degli animali alla guerra; sono anche vicende di affetto ec­cezionale, con alcune sim­patiche curiosità. Ad esem­pio Armando Diaz battezzò il suo cane con il nome del­la città slovena conquistata dalle sue unità, Selo. Invece il capitano Carlo Mazzoli, vete­rano di Libia e Albania, ufficiale eccentrico e molto amato dai suoi uomini, era così legato ai suoi cani da presentarli al re in persona quan­do lo volle incontrare, affascinato e incurio­sito dalla figura di questo militare che si o­stinava a portare barba e capelli lunghissi­mi, infischiandosene degli ordini dei supe­riori e di una rigida formalità.

Alla guerra parteciparono anche animali in­sospettabili come elefanti e cammelli, uti­lizzati nei fronti extraeuropei. E che dire poi dei colombi che vennero impie­gati, a tutte le latitudini, come portaordini. Un ruolo di fondamen­tale importanza tanto che in In­ghilterra il simbo­lo dell’Animals in War Memorial Fund è il piccio­ne- soldato 279 , morto «nell’adem­pimento del suo do­vere ». C’erano poi ani­mali non propriamente vo­luti: pidocchi, pulci, cimici, zanzare che infestavano le trincee (in quel periodo l’u­so del Ddt crebbe a ritmi e­sponenziali) e soprattutto to­pi, enormi e malati, ingrassati grazie alla gran quantità di ler­ciume e rifiuti che si accumulava nelle trincee infangate e negli am­bienti malsani delle retrovie.

Ma gli animali contribuirono, soprattutto, all’alimentazione dei combattenti che con­sumavano carne e pesce in scatola. Solo ne­gli stabilimenti di Casaralta, Scanzano e Al­ghero, ad esempio, furono prodotti 140 mi­lioni di scatolette di carne bovina e 26 mi­lioni di carne suina. Inoltre, per la carne fre­sca, nelle città di retrovia funzionavano a pieno ritmo i macelli requisiti e riservati al­le truppe. Dove fu possibile, poi, i soldati si fecero pure cacciatori; in particolare nelle zone montane più tranquille. Così allo sva­go si univa l’utilità di aumentare il quanti­tativo di nutrimento. Oltre alla selvaggina si cacciavano rane e bisce d’acqua. L’artiglie­re Roberto Gandini, addirittura, nei suoi dia­ri ricorda di aver rincorso dei «porcelletti»!

Epico il racconto del camoscio conteso tra gli alpini del Battaglione Belluno e gli Jäger tedeschi. Finito nella terra di nessuno, l’a­nimale fu motivo di diatriba. L’ebbero vin­ta gli alpini che lo imbrigliarono a una cor­da usata anche come esca per catturare la pattuglia di Jäger, uscita dalla trincea per cercare di impadronirsi dell’animale. Così furono fatti prigionieri 5 tedeschi; si dice però che gli alpini cavallerescamente con­divisero con loro il camoscio cucinato as­sieme a un bel po’ di polenta!

 
 
 
 
 
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19 APRILE 1945 : INIZIA LA OPERAZIONE HERRING DEI PARACADUTISTI ITALIANI AL COMANDO DEGLI INGLESI
Sabato, 19 Aprile 2014

tutte le foto: cortesia Simone Guidorzi- la rappresentativa della Brigata Folgore schierata davanti al Museo della Seconda Guerra Mondiale del fiume Po di Felonica accanto al veicolo anfibio Dukw simbolo dell'attraversamento del grande fiume nell'Aprile 1945.


PARMA- Avevamo dato notizia giovedì scorso di un "battlefield tour", (letteralmente visita guidata al campo di battaglia, ndr) che la Brigata Folgore ha fatto sui luoghi della Operazione Herring, nella bassa mantovana, dove furono lanciati nell'aprile del 1945 i paracadutisti della Centuria Nembo, dello Squadrone F e del gruppo di combattimento Folgore. Il generale D'Addario ha invitato a partecipare tutti i comandanti di reggimento della Folgore per esaminare quell'operazione dal punto di vista storico documentale e attraverso la ricostruzione direttamente sui luoghi dei combattimenti. L'obbiettivo era quello di approfondire le cause di alcuni episodi relativi alle operazioni delle pattuglie lanciate nell'area, che hanno causato la perdita di ben 33 paracadutisti.
"Padrone di casa".il primo giorno, è stato il direttore del Museo della seconda guerra mondiale sul fiume Po, dr Simone Guidorzi, socio del Progetto El Alamein e attivissimo creatore e curatore di quella struttura, che ha svolto una visita guidata al Museo ed inquadrato gli eventi basandosi anche su documenti inediti ed originali di recente ritrovamento e filmati dell'epoca di fonte angloamericana.
Al seminario è stata invitata anche l'ANPD'I, nella persona del consigliere regionale Aldo Falciglia, che ha tenuto una relazione storica, analizzando documenti e rapporti delle autorità militari del tempo; del susseguirsi cronologico degli eventi e circa le tattiche utilizzate che portarono alla perdita di un così alto numero di paracadutisti , leggeremo nel prossimo numero della rivista Folgore, con la possibilità di leggere conclusioni innovative, con particolare riferimento alle due pattuglie che atterrarono nell'area del tour,nelle località Mondine e Cà Bruciata, che ebbero molte perdite e svolsero attacchi non previsti dall'ordine di operazioni.
Venerdì 18 I paracadutisti della Folgore insieme a quelli dell'ANPDI di Poggio Rusco hanno reso omaggio ai Caduti presso il monumento a loro dedicato , nella località di Dragoncello.





OPERAZIONE “HERRING n.1"
20-23 aprile 1945

L’Operazione Herring n.1 fu ideata dal comando Anglo-Americano alla vigila dello sfondamento della line gotica, quando si propose di ritardare la ritirata delle forze tedesche per indebolirle prima che queste varcassero il Po, dove avrebbero potuto assestarsi . Il secondo obiettivo era quello di facilitare l’avanzata delle forze angloamericane rendendo sicure le maggiori arterie stradali e tentando di salvare alcuni ponti già minati dalle truppe tedesche. Per ottenere questi risultati era necessario l’utilizzo di truppe di paracadutisti da lanciare nelle retrovie del nemico per creare panico e confusione. Poiché gli Alleati non disponevano di queste forze sul territorio nazionale, furono scelte aliquote di paracadutisti italiani che , alle dipendenze del XIII° Corpo d’Armata Britannico , combattevano già come truppe di fanteria sia nel Reggimento “Nembo” del Gruppo di combattimento Folgore sia nello Squadrone F.

Questi reparti appartenevano inizialmente alla divisione paracadutisti Nembo, che, dopo l’8 settembre 1943, si era trovata divisa su fronti opposti: una parte si era rifiutata di cambiare alleato e combattà sul fronte alpino occidentale, ad Anzio e in Russia mentre l’altra parte si era posta alle dipendenze dei reggimenti angloamericani . Gli nglesi scelsero due centurie comprensive di 226 paracadutisti di cui 117 dello Squadrone F e 109 della Centuria Nembo comandata dal Ten. Guerrino Ceiner la composizione delle pattuglie. . Gli uomini furono divisi in 26 pattuglie e ad ognuna fu assegnata una zona di lancio nel triangolo che aveva per vertici Mirandola (Modena), Ostiglia (Mantova) e Ferrara , con epicentro nel paese di Poggio Rusco (nella bassa pianura mantovana).

Tutti i militari, prima di prendere parte all’Operazione Herring frequentarono un breve corso di paracadutismo a Gioia del Colle (Bari) e furono addestrati all’uso del paracadute inglese (non va dimenticato il fatto che questi paracadutisti non si lanciavano più da prima dell’8 settembre 1943 ); finito il corso a Bari frequentarono un corso per sabotatori tenuto da esperti dell’ISAS.

ARMAMENTO ED EQUIPAGGIAMENTO INGLESE
A tutti i paracadutisti fu dato armamento sia collettivo - un mitra Bren e due Stern per ogni squadra- che individuale - pistola beretta o revolver smith & wesson, mitra beretta con 400 colpi, bombe a mano esplosive incendiarie e illuminanti, pistola very lanciarazzi, pugnale “F.S”, esplosivo al plastico congegni a strappo e a precisione , micce , pinze , coltello a serramanico , capsule, scatola di nerofumo, siringhe di morfina, bussola, viveri e generi di conforto per due giorni e mappe della zona in scala 1:50.000. - Le mappe furono consegnate ai militari la notte stessa del lancio, in quanto fino a prima non sapevano dove sarebbero stati aviolanciati. Unico preavviso dato ai paracadutisti fu che avrebbero dovuto agire nelle retrovie del nemico per un periodo di 36 ore e successivamente mimetizzarsi in attesa delle truppe Alleate; gli fu anche notificato che nelle zone di lancio non esistevano formazioni partigiane, informazione che poi non si rivelerà veritiera.

19 APRILE 1945 : ORDINE DI OPERAZIONE
Il 19 aprile 1945 il comando inglese diede l’ordine di movimento: era iniziata l’Operazione Herring n.1. La notte successiva, dalle ore 21 a poco oltre la mezzanotte, i paracadutisti si lanciarono da un’altezza variabile tra i 300 ed i 1000 metri, ma i lanci furono in parte errati a causa della forte reazione della contraerea tedesca che costrinse i piloti a cambiare rotta o ad aumentare la velocità facendo finire i militari spesso fuori obiettivo e disseminandoli in piccoli gruppi di 2-4 uomini .

Nel complesso i paracadutisti in tre giorni di aspri combattimenti portarono a temine la loro missione catturando 2000 nemici, attaccando colonne tedesche, minando 7 strade di grande traffico, distruggendo 77 linee telefoniche, salvando alcuni ponti utili agli alleati e comportando soprattutto grande panico nelle retrovie del nemico. Le perdite totali tra le pattuglie dello Squadrone F ammontarono a 14 feriti, 10 dispersi e 21 caduti , pari a circa 20% delle forze impiegate.

L'IMPIEGO DEI PARACADUTISTI SUI FRONTI DI GUERRA
Sui 20.000 paracadutisti addestrati fra Libia, Tarquinia e Viterbo soltanto una percentuale irrisoria partecipò a lanci di guerra: 80 unità furono impiegate a Cefalonia, 240 in Africa Settentrionale e Sicilia suddivise in pattuglie ed circa 50 con il ruolo di informatori S.I.M. (1,7 % circa del totale) . Contrapposti a questi vi sono 30.000 paracadutisti tedeschi, 48.000 americani e 16.000 britannici; 10.000 furono anche i russi lanciati contro i tedeschi con 1.800 polacchi, 1.200 francesi e i 400 tra belgi e olandesi del SAS.
UNICO AVIOLANCIO DI GUERRA IN ITALIA
Le scuole italiane avevano addestrato 18.500 militari del Regio Esercito fra Libici, Folgore, Nembo e Ciclone, oltre a 600 arditi del X Rgt. , 600 Marò NP ed 850 aviatori. Dopo cinque anni di guerra ci fu l’occasione di partecipare all’unico lancio di guerra sul territorio metropolitano: l’Operazione Herring n.1 costituì in realtà l’operazione di aviolancio più importante realizzata dalle truppe italiane durante tutto il secondo conflitto mondiale. Dopo l’Operazione Herring n.1 i militari dovevano essere impiegati in un secondo aviolancio, con destinazione Trieste, ma l’operazione non si svolse e lo Squadrone F venne sciolto.

foto sotto: cortesia Simone Guidorzi- Dall'alto verso il basso:




2) gli attendamenti predisposti per il pranzo dall'8° Reggimento Genio Guastatori Folgore di Legnago nel prato dinnanzi al Museo della Seconda Guerra Mondiale del fiume Po.


3) gli interventi di Mercoledì 16 da parte di Simone Guidorzi (inquadramento storico della situazione alla vigilia dell'Operazione Herring) e di Aldo Falciglia (analisi dell'Operazione Herring) nella sala audiovisivi del Museo della Seconda Guerra Mondiale del fiume Po.


4) la visita guidata al Museo della Seconda Guerra Mondiale del fiume Po da parte del Caporal Maggiore Scelto Paracadutista Ferrari Nicola effettivo all'8° Reggimento Genio Guastatori Folgore di Legnago e membro fondatore del museo. Il signore a destra della foto è un veterano dell'Operazione Herring, Paracadutista Finotto Ermes (Centuria Nembo).


5) visita a Ca' Bruciata (Dragoncello di Poggio Rusco) con inquadramento storico mio e racconto delle vicende militari da parte del Caporal Maggiore Scelto Paracadutista Ferrari Nicola effettivo all'8° Reggimento Genio Guastatori Folgore di Legnago.



5) visita a Ca' Bruciata (Dragoncello di Poggio Rusco) con inquadramento storico mio e racconto delle vicende militari da parte del Caporal Maggiore Scelto Paracadutista Ferrari Nicola effettivo all'8° Reggimento Genio Guastatori Folgore di Legnago.

 
 
 
 
 
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IL GUIDONE DEL V BATTAGLIONE DI EL ALAMEIN TRAFUGATO DALLA LEGIONE SI TROVA AL MUSEO DI PARIGI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.
Mercoledì, 12 Marzo 2014


Il guidone del V battaglione paracadutisti nel museo militare di Parigi. I francesi le buscarono all'Himeimat: come fecero a entrare in possesso del nostro guidone?

Di Alessandro Betro’

BRUXELLES- Il Capitano paracadutista Paride Minervini, ci ha fatto pervenire una foto che ha scattato durante una visita al museo de l’Armée di Parigi. L’ufficiale, veterano del V Battaglione/186 Reggimento “Folgore”, ha trovato e fotografato nella sezione dedicata alla guerra di liberazione francese nientemeno che il guidone del V Battaglione paracadutisti della Divisione Folgore, durante la Seconda Battaglia di el Alamein.
L’iscrizione del museo ci dice che l’oggetto è stato “preso” all’Himeimat da Pierre-Jean Bourgoin e, in seguito, donato al museo dalla sua signora.
Nella stessa bacheca sono esposte tre mostrine evidentemente strappate dalla giacca di altrettanti paracadutisti. I tre trofei sono stati a loro volta donati al museo da un certo Charles de Testa du Frac.
Dopo l’ovvio sgomento nel vedere un oggetto che senti proprio (chi scrive ha servito il V Battaglione per tre lustri) sono seguite accanite ricerche per capire come avesse potuto finire in un museo francese il “nostro” guidone poiché, è universalmente riconosciuto, i francesi all’Himeimat le presero di santa ragione!
Alcune fonti francesi consultate all’uopo descrivono i fatti d'arme accaduti a Naqb Rala, il 23-24 ottobre 1942, con il nome “Battaglia di Qaret el Himeimat”. A questo punto è doveroso un approfondimento su quello scontro.

SITUAZIONE
La zona dell’Himeimat rappresentava il margine meridionale della linea difensiva italo-tedesca. Nell’area, a difesa di una linea di circa sei chilometri, vi erano 400 paracadutisti del V Battaglione/186 Reggimento, comandati dal Ten. Col. Giuseppe Izzo, figura eccelsa del paracadutismo militare italiano. Oltre allo spregiudicato coraggio e all'armamento individuale leggero (MAB 38 e moschetto di cavalleria 91/38), i paracadutisti avevano a disposizione diciassette cannoncini controcarro da 47/32 (l'elefantino), nove mitragliatrici Breda e appena tre mortai da 81 mm. Come supporto di fuoco, gli uomini del V, potevano disporre di un Gruppo d'artiglieria dotato di cannoni da 75 mm (le cui bocche da fuoco erano orientate a nord-est), di una Batteria da 75 mm e una Compagnia mortai da 81 mm entrambe divisionali. Nell'area stanziava anche una Batteria da 88 mm tedesca che, per inspiegati motivi, si mosse verso nord senza aver informato gli italiani proprio all'inizio dell'attacco francese. Il morale dei paracadutisti italiani era altissimo, infatti, erano pronti e psicologicamente ben preparati a fronteggiare qualsiasi tipo di attacco.
La controparte francese era composta dalla 1^ Brigata delle Forze Francesi Libere (FFL) al comando del Generale Marie-Pierre Kœnig, ufficiale alsaziano che solo due anni prima, nel luglio del 1940, era appena Capitano. Il Generale Kœnig aveva assegnato il compito di attaccare lo schieramento difeso dai parà del V Battaglione al principe georgiano Dimitri Amilakhvari, fuggiasco in Francia dopo che l’Armata Rossa aveva occupato il suo Paese nel 1921. La Task Force a disposizione di Amilkhvari comprendeva due battaglioni stranieri della 13^ DBLE (Demi Brigade Legione Etrangere), il 1 Reggimento artiglieria francese, il 3 Reggimento artiglieria britannico, un Battaglione di fanteria di marina, la 1^ Compagnia carri, fresca di linea ed equipaggiata con carri Crusader, una Compagnia contro-carri e vari trasporti e collegamenti. Il totale delle forze in campo faceva cadere l’ago della bilancia in netto favore francese dato che i loro effettivi ammontavano a circa 1300 uomini contro i 400 paracadutisti a disposizione del Ten. Col. Izzo.

MISSIONE
I francesi avrebbero dovuto spazzare via dalla piana di El Taqa il X Corpo d’Armata italiano.
Ecco, appunto….avrebbero dovuto!

ESECUZIONE
L'attacco francese prevedeva tre fasi: durante la prima si doveva occupare Naqb Rala, nella seconda si dovevano eliminare le difese a Qaret el Himeimat e quindi ricongiungersi con i britannici della 7^ Divisione Corazzata, continuare lo sforzo verso nord fino a Naqb el Khadim e infine consolidarsi sul posto. Un compito sulla carta molto ambizioso che lo stesso Ten. Col. Amilkhvari ebbe a commentare cosi: “non è la prima volta che mi si chiede qualcosa d’impossibile: ma questa volta è talmente difficile che riuscirà sicuramente” . Evidentemente il principe georgiano non aveva la benché minima idea del valore degli uomini che aveva di fronte!

INIZIA L’ATTACCO
Alle ore 19:15 del 23 ottobre, divisi in due gruppi di manovra i francesi iniziarono l'avvicinamento da sud verso Naqb Rala.
Alle ore 23:00, raggiunsero un vasto campo minato posto tra la depressione di el Qattara e Naqb Rala stessa. Già qui, incominciarono i primi problemi: saltarono, infatti, le comunicazioni radio con gli altri Reparti e con la propria artiglieria, quindi la manovra proseguì per l’iniziativa di gruppi isolati. E gli italiani? Come si erano preparati all’attacco?
A onor del vero, lo schema difensivo attuato dal Ten. Col. Izzo era tutto propenso verso est: con la XIV Compagnia posizionata a Qaret el Himeimat, e poco più arretrate la XV Compagnia sul dosso del bersagliere e la XIII Compagnia nel settore più meridionale.
Izzo, infatti, sentendosi relativamente coperto dalla conformazione del terreno, che a sud scendeva dolcemente verso la depressione di el Qattara, aveva destinato in questo settore qualche "elefantino" e un centinaio di uomini, come lui stesso ha raccontato nel libro Takfir: "valutai che il pericolo per la difesa delle posizioni...era rappresentato proprio da quella rampa...il nemico attraverso essa avrebbe potuto aggirare la difesa e dilagare....non ritenni opportuno impiegare sulla fronte sud una Compagnia organica…preferii trarre un plotone da ciascuna delle tre compagnie…gli inglesi la pensavano come me...avrebbero attaccato attraverso la rampa...ordinai di disporre i plotoni destinati al contrattacco in ordine di combattimento...fronte a sud…nel fragore della battaglia...ai due striminziti plotoni tratti dalle Compagnie avanzate (il terzo era schierato sulle posizioni a sud n.d.r.) si erano aggiunti tutti i paracadutisti che erano presso il Comando di Battaglione...(quindi effettivi alla Compagnia Comando e Servizi n.d.r.)" .
Frattanto, i legionari si stavano avvicinando e, alle ore 2:00 del 24 ottobre, furono avvistati dagli uomini della XIV che udirono il rombo dei veicoli francesi e diedero l'allarme.
Il Comandante Izzo non riuscì a ottenere immediatamente il fuoco di sbarramento perché, a causa di un cannoneggiamento, vennero a mancare i collegamenti con il Gruppo e la Batteria da 75 mm. Fortunatamente lo stesso accadde anche alla controparte francese, trovatisi senza collegamento radio, i legionari si lanciarono all’attacco dei paracadutisti italiani in un pianoro scoperto, in salita e senza la dovuta copertura dell’artiglieria. Per i valorosi paracadutisti il vedere gli attaccanti avanzare in quel modo scellerato fu un'occasione ghiottissima per lanciarsi in un contrassalto feroce aggredendo l’avversario in piccoli gruppi e da più direzioni, senza risparmiare bombe a mano e bottiglie incendiarie.
Dopo tre ore di batoste, il Ten. Col. Amilakhvari ordinò di ripiegare e riordinare le idee ai suoi comandanti di Compagnia e di Battaglione.
Alle ore 5:30, i legionari si lanciarono ancora una volta all’assalto. La cronaca di questo secondo tentativo la riviviamo attraverso le parole del Generale francese Bernard Saint Hillier : " il segnale per attaccare fu dato con il lancio di due razzi colorati, rosso e verde. Riuscimmo ad arrivare davanti al pianoro di Naqb Rala, dove facemmo cento-otto prigionieri ( ). Alle ore 6:00, gli uomini del V Battaglione della Folgore ci contrattaccarono urlando. Fu un durissimo colpo che ci fece arretrare. Alcuni legionari furono feriti dai pugni inferti loro dai paracadutisti italiani… riuscimmo a tenere per ancora un'ora, poi a corto di munizioni decidemmo di ripiegare giù per il pianoro. Perdemmo tutti i nostri veicoli colpiti meticolosamente dall'artiglieria italiana…dovemmo trainare a braccia i nostri pezzi da 75 mm. Alle ore 9:00, ci disponemmo a riccio protetti da un campo minato. L'artiglieria e l'aviazione nemica non ci diedero tregua. I legionari sbandati furono raccolti dal luogotenente Branler, un vecchio legionario, veterano della Prima Guerra Mondiale. Il gruppo di Branler fu in seguito intercettato e lo stesso anziano legionario per evitare la cattura si tolse la vita facendosi esplodere la testa con una bomba a mano. Verso le ore 10:00, la 13^ DBLE ricevette l'ordine di ripiegare, proprio in quell'istante l'ultima salva italiana uccise il Ten. Col. Amilakvari…"
Il principe georgiano avrebbe compiuto 36 anni una settimana dopo, il 31 ottobre del 1942.

EPILOGO
Tra i 130 paracadutisti che presero parte ai combattimenti di NaqRala/Qaret el Himeimat si contarono 24 morti, 20 dispersi e 38 feriti incluso lo stesso Ten. Col. Izzo che per questi fatti ricevette la Medaglia d'Argento al V.M. con la seguente motivazione: «Comandante di Battaglione in situazione particolarmente delicata con fermezza e serenità si portava oltre le linee per individuare le più probabili direzioni di attacco nemico. Sviluppatasi violenta l'offensiva avversaria si poneva alla testa dell'esiguo rincalzo e contro-assaltava con indomito valore lottando strenuamente a colpi di bombe a mano. Gravemente ferito rimaneva al suo posto di dovere sino al termine dell'azione vittoriosa.» — El Himeimat - Naqb Rala 24 ottobre 1942.





La 1^ Brigata FFL venne successivamente dirottata altrove e sostituita sul posto dalla 44^ Divisione di Fanteria britannica “Home Counties”.

Dei due benefattori del museo parigino sappiamo che Burgoin si era arruolato nella Legione Straniera a seguito della capitolazione della Francia. Insignito di svariate onorificenze, fu persino citato nel bollettino francese per il coraggio dimostrato in battaglia la notte tra il 23 e 24 ottobre del 1942, quando probabilmente sottrasse ai paracadutisti il loro guidone, riuscendo addirittura a farla franca. Di de Testa du Frac non si trova nulla nella bibliografia consultata per realizzare questa ricostruzione.
I particolari che portarono alla cattura del guidone sono ancora da scoprire!!!


BIBLIOGRAFIA
1 - L'épopée de la 13e Demi-brigade de Légion étrangère, 1940-1945 - di André-Paul COMOR;
- En Route avec la DFL – 1942, Egypt - di Saint HILLIER;
- La bataille d’El Alamein : Juin-novembre 1942 - di Cederic MAS;
- El Alamein - di Francois De LANNOY;
- The Three Battles of el Alamein - di Mario MONTANARI, Stato Maggiore dell’Esercito.
2-Saint HILLIER, Op. citata.
3- Takfir, Cronaca dell'ultima battaglia di Alamein - di Paolo Caccia Dominioni e Giuseppe Izzo
4- Saint HILLIER, Op. citata.
5- La dichiarazione della cattura di 108 paracadutisti non trova riscontro in alcuna fonte.


APPENDICE FOTOGRAFICA

Il Ten. Col. Amilakhvari


Il Tenente Burgoin


 
 
 
 
 
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LA STORIA E LE CARATTERISTICHE DEL "GRA.CO"
Giovedì, 2 Gennaio 2014



PARMA- Grazie al paracadutista Diego Pantaleo che ne ha fatto parte, stiamo raccogliendo una esaustiva documentazione che riguarda le Batterie Acquisizione Obbiettivi del GRACO, la cui storia è terminata con lo scioglimento del Reggimento nel settembre del 1993. Le loro funzioni sono ora quelle del 185mo RRAO.


RIVISTA DIFESA- 1991: COSA E' IL GRA.CO




 
 
 
 
 
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DICEMBRE 1944: LETTERA DAL CAMPO DI PRIGIONIA DEL SERGENTE PARACADUTISTA GIOVANNI ONANO
Martedì, 24 Dicembre 2013


 
 
 
 
 
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AUGURI SPECIALI COL CALENDARIO DEL V BATTAGLIONE DI EL ALAMEIN
Venerdì, 20 Dicembre 2013



PARMA- Coloro che hanno partecipato alle Missioni del Progetto El ALAMEIN sono legati da un vincolo di forte cameratismo e di profonda amicizia con i componenti delle missioni di cui facevano parte, per avere condivisio emozioni e faticoso lavoro sulle postazioni della Folgore.
E' il caso di Giovanni Onano, omonimo del Nonno, Leone della Folgore, che ha combattuto a Naqb Ralla. Il Figlio Domenico e il Nipote Giovanno custodiscono suoi preziosi documenti ed hanno condiviso con noi un Calendario del V Battaglione anno 1942, allegandolo ai loro auguri per il Natale 2013. Con emozione lo pubblichiamo e con altrettanta emozione abbracciamo Giovanni, con cui abbiamo condiviso la missione del 70mo anniversario, e Domenico, suo Padre e Figlio del Leone Giovanni: sappiamo che dalla Sardegna ci seguono con affetto. E' finalmente venuto il momento di brindare con la birra IChNUSA che giovanni ci ha inviato per brindare alla salute dei Leoni della Folgore nel deserto. In parte è stato così. Il resto lo consumeremo brindando alla Memoria del loro Antenato.
Questi preziosi reperti passerano nella seizone Storia e Reduci ala fine del periodo Natalizio








 
 
 
 
 
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RINTRACCIATI GLI EREDI DEL TENENTE PARACADUTISTA LEO SENI, CADUTO INSIEME AL CAPITANO RUSPOLIAD EL ALAMEIN
Domenica, 20 Ottobre 2013



di Luca Fanetti*

LIVORNO- Luglio 2013, notte estiva, sto finendo di leggere '' Takfir '' di Paolo Caccia Dominioni e Giuseppe Izzo, ottimo libro con splendide illustrazioni sull' ultima battaglia di El Alamein.

Da quando son tornato dalla XII missione in Egitto a marzo 2012 mi è rimasta dentro la voglia di quel deserto, la nostalgia di quel cielo notturno, il desiderio di quei silenzi assolati e il ricordo delle trincee dei nostri ragazzi che, in quel lembo di terra dimenticato da Dio, hanno fatto vedere alle nazioni come combatte un soldato italiano.

Ebbene, arrivato a pagina 323, all' appendice II sussulto leggendo le seguenti parole di Giorgio Peruzzi, VIII battaglione guastatori paracadutisti :

''. . . E comincia dal comandante, il maggiore Giulio Burzi, ufficiale di complemento, buon capo ed uomo di sicuro esempio, che affrontava, tra l' altro, l'ansia di avere un figlio nello stesso batttaglione e semplice paracadutista e graduato.
Giorgio aveva seguito nei paracadutisti un altro volontario, il tenente Leo Seni di Portoferraio, eccellente e intrepido ufficiale. La mattina del 24 ottobre, quando la situazione sulla fronte di Ruspoli sembrava disperata, Seni disse a Giorgio e alla sua squadra : '' Mi raccomando: di qui gli inglesi non devono passare, tenete duro a tutti i costi e se non avete altro usate bottiglie esplosive e bombe a mano. W la Folgore !'' '' W la Folgore !'' esplose l' urlo dei mortaristi. Seni si allontanò con Ruspoli e poco dopo caddero entrambi...''

Leo Seni, di Portoferraio : allora un mio concittadino aveva partecipato all' epopea di El Alamein ed era morto insieme al Capitano Ruspoli del 187mo reggimento paracadutisti Folgore ! Per me, che sono elbano, è stata una bella e inaspettata rivelazione e da quel momento ho iniziato a cercare sia in internet, sia chiedendo ai vecchi portoferraiesi se avevano in ricordo la famiglia Seni ma i miei sforzi si rivelarono infruttuosi.

Ieri mattina ritento l'assalto e dopo aver chiamato cinque famiglie Seni ( 2 toscane e 3 liguri ) mi imbatto nel Sig Roberto, di Moncalieri che, alla mia domanda se aveva un parente Elbano morto in Africa durante la II Guerra Mondiale mi risponde immediatamente : certo, mio zio era Leo Seni di Portoferraio e morì ad El Alamein nel 42. . .
Lo avevo trovato ! Ero riuscito a riallacciare un nome di un libro ad un essere vivente !

Il Sig Roberto, gentilissimo e disponibilissimo, mi ha immediatamente inviato sia le foto sia una breve storia della sua famiglia all' Elba.

Riporto sotto parte della mail che mi è pervenuta dal Sig. Roberto, la parte che parla dello zio :


'' ..... Mentre mio padre seguiva la carriera di impiegato statale nel settore tributario, mio zio Leo si arruolò, credo volontario, allo scoppio della guerra e morì durante la Campagna d’Africa nella zona di El-Alamein, come raccontato del libro “Takfir”. ..... Di questo mio zio Leo ho poi sempre sentito parlare da mio padre con molta commozione; e, forse a causa di questo, mio padre è da sempre stato appassionato nello studio e nella conoscenza del periodo storico della seconda guerra mondiale ed ha sempre ricercato notizie e informazioni sulla fine di suo fratello in moltissimi libri di storia (dalla Storia della seconda guerra mondiale di Winston Churchill, ai racconti di Sven Hassel, a molte altre opere di Paolo Caccia Dominioni, e via discorrendo). E’ da immaginare con quale commosso entusiasmo trovò notizie di sui fratello, il suo fratellino tenente Leo Seni, e della sua fine coraggiosa nel libro “Takfir” e con quale orgoglio distribuì copie del libro a noi figli, ad amici e conoscenti.


* Elbano, Paracadutista iscritto all'ANPDI, ha partecipato alla XII Missione del Progetto El Alamein, continuando nel tempo a sostenere fattivamente e orgogliosamente la iniziativa.
ont size="1"> sotto: i due Fratelli Seni,Leo ed Elio, padre di Roberto, il contatto avuto dall'autore

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2 LUGLIO 1993- 2 LUGLIO 2013 . LA FOLGORE RICORDA LA MISSIONE "IBIS" IN SOMALIA.
Giovedì, 20 Giugno 2013



PARMA Pubblichiamo il racconto del 2 Luglio 1993 del generale di divisione ( aus) paracadutista Alessandro Puzzilli. Un ricordo lucido, sebbene talvolta amaro, che fa intravedere il carattere di quel giovane Ufficiale, coinvolto negli scontri. Alessandro è padre di un Incursore della Folgore e di una Ufficiale di Marina. La Sezione che conduce come presidente è giunta al terzo corso di paracadutismo ed ha messo a segno diverse iniziative di sezione, dalle escursioni in montagna alla partecipazione alle cerimonie meno conosciute.



2 LUGLIO 1993
“FOLGORE”…E SI MORIVA

Di Alessandro Puzzilli *



Venti anni fa, a 51 anni dall’epica battaglia di El-Alamein, i Paracadutisti della “Folgore” affrontano, ancora una volta, il fuoco nemico in terra d’Africa.

A distanza di tanto tempo i ricordi sbiadiscono; molti fatti, sepolti nel profondo della memoria, stentano a riaffiorare.

La concitazione di quei momenti non aiutava ad annotare in maniera meticolosa gli eventi, che, nel loro incalzare, imponevano continue decisioni e cambiamenti di priorità. La ricostruzione della sequenza temporale dei fatti è difficile e molti episodi, sicuramente tragici e importanti per coloro che vi si trovarono coinvolti, sono andati invece persi nella mia memoria. Me ne scuso con tutti quelli che non si ritroveranno nel mio racconto.

Il ricordo di tutti quei ragazzi, però, è sempre vivido. Sono gli stessi ragazzi italiani di vent’anni che si batterono ad El-Alamein, le stesse facce, un po’ più in carne forse, il cibo a mensa non manca nel ’93, mentre scarseggiava nel ’42; si sono sbarbati e fatta la doccia, nel ‘42 l’acqua era troppo preziosa per “sciuparla” in frivolezze del genere, i ragazzi di stanza a Balad portano addosso l’odore dei bottiglioni di shampoo/doccia dello spaccio, del dopobarba “denim” invece di quello aspro del sudore, della dissenteria e della paura che avevano portato addosso i loro nonni nelle sabbie, oggi “non più deserte”, del Nord Africa. Ché, fino a quel tragico 2 luglio, in Somalia ce l’eravamo passata abbastanza bene e non si pensava di dover combattere; dopo tutto eravamo andati lì per aiutare. Ma le uniformi sono lacere lo stesso, anche nel ‘93, il Commissariato militare non cambia mai e per essere intonati all’ambiente ci avevano distribuito una, dicesi una, “desertica”, non ne erano state ancora approvvigionate in quantità sufficiente per permetterci almeno un cambio e l’uniformità andava salvaguardata, quindi quelle tipo jungla, che invece abbondavano, non si potevano indossare.
La prima volta ero atterrato all’aeroporto di Mogadisho – se si poteva chiamare aeroporto quell’ammasso di rovine con la pista piena di buchi, interamente ricoperto di una specie di borotalco maleodorante, che ti riempie gli occhi, le orecchie, la bocca e le narici – il 23 dicembre del ‘92 e non c’era nessuno ad aspettare me ed i miei uomini, allora c’erano solo uomini. Mentre aspettavo che qualcuno dell’advance party si facesse vivo, un caporale pakistano di “UNOSOM 1” mi offrì una tazza di the, probabilmente non era mai stata lavata e ci aveva bevuto prima di me l’intero contingente pakistano, ma mi sembrò brutto rifiutare. Era la mia prima volta in Africa e anche la prima volta che venivo impiegato in un’operazione. L’Africa era l’avventura, ci sentivamo dei Livingstone, anzi dei Bottego, novelli conquistatori, ma non lo potevamo dire, anzi nemmeno pensare.
Eravamo lì solo per soccorrere quei poveri bimbi somali che la CNN ci aveva fatto vedere ogni giorno, inesorabilmente, all’ora di pranzo e di cena nei suoi servizi ripresi dai tiggì nazionali – denutriti, urlanti, coperti di mosche, che invano cercavano di suggere latte da i seni avvizziti di madri che sembravano avere 100 anni. Cercavano di farci sentire colpevoli, loro i liberatori targati a stelle e strisce a noi biechi colonialisti. Partimmo alla volta dell’Africa, gli americani volevano fermarci, gli davamo fastidio e di noi non si fidavano, in quella che era pur sempre stata una nostra colonia, ma non ci fu verso. Il governo Amato, con Andò Ministro della Difesa e Colombo agli Esteri, non si sarebbe fatto fermare da niente e da nessuno pur di salvare i fratelli somali; anche perché i socialisti avevano la coda di paglia e qualche scheletro nell’armadio da seppellire a causa dei loro traffici con Siad Barre, amico intimo di Craxi.
Sveglia alle 03.00, come al solito in occasione delle “Canguro”, è la notte sul 2 luglio del ’93, entro le 06.00 dobbiamo aver occupato le nostre posizioni nella periferia nord di Mogadisho a est dell’imperiale, un lascito dei biechi colonialisti, ma tuttora l’unica via rotabile della Somalia. Le operazioni di incolonnamento sono, come al solito, lunghe e complesse, ma indispensabili per evitare ingorghi, rallentamenti e pericolosi incroci sia di mezzi e reparti sia, eventualmente, di traiettorie di tiro amiche. C’è tutto il raggruppamento (rgpt.) “Bravo”, che si ricongiungerà con il rgpt. “Alfa”a Mogadisho.
Sono passati più di 6 mesi dal nostro intervento militare (dic. ’92) nell’ambito dell’operazione “Restore Hope”, che intanto è passata sotto comando O.N.U. ed è stata denominata “UNOSOM 2”. Però la situazione in Somalia non è migliorata, anzi va di male in peggio. Io di bambini affamati, tipo CNN, non ne ho mai visti, anche se non escludo ci fossero. Di milizie armate, invece, ne ho viste tante all’inizio di “Restore Hope”, quando avremmo potuto disarmarle senza tanti problemi, visto che eravamo circa 30.000 uomini. Allora però non eravamo autorizzati; e adesso, visto che noi non ci decidevamo a combatterle, si sono defilate ed ora non le controlliamo più e non sappiamo dove siano. Non li troviamo mai nei rastrellamenti e le armi, di cui vantiamo gli ingenti sequestri sono in maggioranza ferri vecchi, arrugginiti: quelle buone se le tengono loro.
A dicembre ’92 ero arrivato in teatro al comando degli uomini del mio battaglione (btg.), il 5° “El-Alamein”/186° reggimento (rgt.)“Folgore”; costituivamo, assieme a reparti di altre unità, il rgpt. “Bravo” – una parte del 5° era rimasta in Patria; il sistema di alimentazione a blocchi di compagnia e l’addestramento per cicli, allora c’era ancora la Leva, non consentivano di avere battaglioni operativi al 100%. Eravamo stati dislocati a Balad, dove ero arrivato per primo con la 14^ compagnia (cp.) per costituire la nostra base; era il 26 dicembre. Il cenone di natale l’avevamo fatto a lume delle torce in Ambasciata, dove avevamo festeggiato, seduti sulle brande, con spaghetti alle alici, preparati dal nostro cuoco di Siena.
Il 20 giugno del ’93 – il 5° era in Patria, avendo terminato il suo turno – io venni inviato dal Comandante della Brigata “Folgore” ad assumere il comando del 1°/183° “Nembo” di Pistoia, che era venuto in teatro senza il proprio comandante di btg.. A dicembre era estate, ora, a giugno, è la stagione delle piogge e la temperatura è più fresca, fossimo ai Caraibi andrebbe bene, ma qui è una gran rottura, ci mancavano l’umidità e la pioggia.
Conoscevo già alcuni degli Ufficiali ai miei ordini per averli avuti con me in Sicilia, durante l’operazione “Vespri Siciliani”, ragazzi giovani, approdati da poco nei paracadutisti, così come da poco il rgt. “Nembo” si era unito ai ranghi della “Folgore”; il rgpt. comprendeva la 15^ cp. del 5° con il suo nuovo Comandante. Mi riproponevo di migliorare l’amalgama e di verificare il livello di addestramento nei giorni seguenti, ma il Fato, sempre dispettoso, aveva disposto diversamente.
Prendiamo posizione, siamo a qualche decina di metri dall’imperiale, fronte a nord e dobbiamo rastrellare un quartiere controllato dagli uomini del generale Aidid.. Il battaglione si schiera su una linea con due cp. avanzate, la 12^ cp. fucilieri e la 15^/5° cp. fucilieri mec., dobbiamo procedere ad un rastrellamento, la cp. Armi di sostegno (ar. sos.) copre un settore di quella che veniva definita la cinturazione dell’area. Il Posto Comando (PC) di rgt. al centro con la sua AR76 con le radio, è collegato con il PC di B., e io, dal mio PC di btg., altra AR76, a pochi metri, sono collegato con i Comandanti di cp.. Il cielo è grigio, tutto sembra tranquillo, è presto e la città ancora dorme. Davanti a noi, a poca distanza, la linea degli Incursori del 9° btg. ass. par. “Col Moschin”.
“Canguro 11” prese il via in un periodo critico, carico di incognite. Avevo espresso alcune perplessità sugli aspetti esecutivi, come mia abitudine, in maniera professionale, aperta e leale al mio Comandante, ma, da soldato, mi apprestavo ad eseguire comunque gli ordini.

Iniziamo il rastrellamento, le compagnie procedono allineate, il coordinamento è buono, i rapporti dai comandanti di compagnia giungono puntuali e precisi. Regoliamo la nostra velocità di progressione su quella del 9°. Non ci sono eventi particolari da segnalare. Avanziamo per qualche centinaio di metri. Nessun problema. Alla nostra destra, il rgpt. “Alfa” procede allineato. Sull’estremità del fianco destro dello schieramento c’è il PC della B..
Erano circa le 0800LT quando si sentono provenire dal lato destro alcuni spari, sono AK47, facilmente riconoscibili; tiri sporadici. All’improvviso si sentono partire raffiche lunghe e continue, sempre dal lato destro, ma questa volta è l’inconfondibile urlo stridulo di alcuni SCP 70 5,56. Penso: “qualcuno ha perso la testa”. Poi torna la calma. Nel nostro settore non ci sono problemi. Passa qualche minuto e riceviamo l’ordine di sospendere l’operazione e rientrare alle basi. Penso: “è un errore gravissimo, i somali penseranno che abbiamo paura di loro e si sentiranno incoraggiati ad attaccarci”. Ma ormai stiamo già ripiegando. Durante il ripiegamento, uno dei nostri mezzi resta indietro a causa dell’ingorgo creatosi tra i nostri mezzi, diretti a nord, e i mezzi del rgpt. “Alfa”, che vanno a sud, passando per “lo stesso pertuso”, e devo mandare un Ufficiale a recuperarlo. Ci incolonniamo sull’imperiale in direzione Balad.
Terminato l’incolonnamento il Cte di rgpt. mi chiama e mi informa che dalla Brigata gli hanno ordinato di tornare indietro perché ci sono stati dei disordini e bisogna sgomberare la strada dalle barricate erette dai somali. Dopo un breve rapporto con i Cti di cp., ci organizziamo per tornare verso Mogadisho. Avremmo fatto colonna con i soli mezzi protetti caricati con tutto il personale possibile, si pensava di dover fronteggiare più che altro delle sassaiole, come quelle avvenute qualche giorno prima, da parte della popolazione sobillata dai miliziani di Aidid. Noi Cti avremmo preso posto sulle nostre AR76, scoperte, qualcuno si lamenta del fatto che così avremmo corso il rischio di essere colpiti dai sassi o da qualcos’altro, ma senza le radio, che erano a bordo, non avremmo potuto assolvere al nostro compito fondamentale: il C2 (comando e controllo). Il Cte della cp. ar. sos. rientra a Balad con il resto dei mezzi e del personale.

Ci avviamo, in testa avevo disposto una blindo “Centauro”, io ero sulla AR subito dietro. A seguire la lunga colonna di VCC e blindo. Non avevamo adottata una formazione di combattimento, perché non si riteneva ci fosse da combattere e procedemmo speditamente verso sud. Poco dopo arriviamo davanti ad una barricata, ma non c’è nessuno a presidiarla, rimuoviamo qualche pezzo di lamiera per liberare la strada e proseguiamo. Procedendo verso sud, prima di entrare nel tratto del così detto “mercato della carne”, riceviamo l’ordine di girare a sinistra e prendere la parallela, per evitare di incappare in qualche miliziano esagitato, ma la strada che ci indicano non è che sia meglio. Comunque dal Cdo B. inviano un elicottero a scortarci ed a fornirci informazioni. La situazione non è chiara, le informazioni, come al solito, scarseggiano, ma non ci sono scontri e la strada pare deserta. All’altezza del S.O.S. rientriamo sull’”Imperiale” e raggiungiamo il checkpoint “Pasta”.

Arresto la colonna per avere informazioni dal Sottufficiale che comanda il checkpoint. Mi riferisce che lì era tutto tranquillo e non c’erano stati, fino ad allora, problemi particolari, conviene con me, però, sul fatto che sia strano che non ci sia un’anima in giro, in un posto solitamente affollato, come quello. Potrebbe essere un segnale di qualche evento minaccioso in preparazione. Comunque, noi dobbiamo proseguire per raggiungere il checkpoint “Ferro”.
La strada verso “Ferro” è libera per un tratto, ma è deserta ed è esposta al fuoco dalle costruzioni che la fiancheggiano, in fondo alla discesa, poi, si vede una barricata piuttosto consistente. Prima di riprendere il movimento, quindi, chiamo a rapporto i comandanti di cp. per valutare il da farsi ed assumere una formazione, se non d’attacco, che ci fornisse almeno una maggiore protezione e capacità di reazione. È in quel momento che si iniziano a sentire gli spari, erano circa le 1000LT. Mi trovavo ad una cinquantina di metri dal bunker del checkpoint, quando un SU della 15^ mi raggiunge e mi informa che dalla sinistra stavano sparando e che da un loro VCC il capo-carro aveva avvistato un folto gruppo di somali, alcuni dei quali indossavano le uniformi della polizia, quelle che gli avevamo date noi. La decisione del Comandante del contingente di impiegare nella “Canguro 11” un elevato numero di poliziotti somali, che avrebbero dovuto collaborare con noi, aveva sollevato alcune perplessità in tutti noi, in quanto appartenevano a gruppi etnici diversi da quelli della popolazione del quartiere controllato da Aidid, ed ostili al cosiddetto “signore della guerra”. Sembrava una mossa propagandistica destinata ad avere effetti negativi.

La situazione era già abbastanza tesa, tanto che, il giorno prima, le donne del quartiere avevano rifiutato di ritirare i viveri ai nostri punti di distribuzione, nonostante ne avessero bisogno, perché minacciate dai miliziani; inoltre, gli “anziani” del quartiere ci avevano riferito dell’intenzione di Aidid di uccidere qualche italiano, per dimostrare che nessuno poteva sentirsi al sicuro se non trattava con lui. Era noto, infatti, che l’autorità di Aidid in quel periodo era messa in discussione dai suoi stessi uomini e che lui aveva bisogno di dare una prova di forza. Queste informazioni e le relative valutazioni erano state fornite al G2 della Brigata, che, evidentemente le ha considerate di scarsa importanza.
La 12,7 sparava con entusiasmo verso gli assalitori. Raggiungo l’angolo della casa, al riparo della quale un paracadutista, sdraiato a terra, sta facendo fuoco contro gli assalitori. C’è anche il Cte di cp., mi riferiscono quello che hanno visto, ma io non sono convinto. Stento a credere che ci stiano attaccando in forze, penso ad uno dei soliti tiratori che ci spara qualche colpo e poi scappa, era capitato spesso in precedenza, senza mai avere conseguenze. E poi, nonostante gli incidenti dei primi di giugno, il clima che si respirava al comando Brigata era quello della missione umanitaria, noi eravamo lì per aiutare i nostri fratelli e “a noi i somali ci vogliono bene”. Sembrava che il Comandante avesse più fiducia nei somali che nella catena di comando O.N.U., da cui dipendeva, e negli alleati – senza dubbio questo suo sentimento ci aveva contagiati un po’ tutti. Semplicemente non credevo ad un’imboscata vera e propria, non avevamo avuto informazioni in tal senso dal Comando Brigata, la nostra missione era quella di liberare la strada. Dopo essermi affacciato per guardare nella direzione da cui mi avevano riferito provenivano gli spari, che però in quel momento erano cessati, e non aver visto nessun somalo, decido di andare a verificare di persona, assieme al mio Ufficiale alle Operazioni (UO). Entriamo nell’edificio e ci dirigiamo verso la posizione dove avrebbero dovuto essere gli assalitori. Arriviamo più o meno alla fine del gruppo di edifici, che stavano tra l’imperiale e la strada parallela ad est – i tramezzi erano stati tutti aperti durante la guerra civile, per consentire ai combattenti di sfruttare gli edifici come ripari e vie di movimento protette – proprio come noi insegnavamo ai nostri ragazzi a Villafranca in Lunigiana – quando, da un’apertura in un muro, vedo un somalo che, riparandosi dietro un albero, stava sparando contro i miei, i ragazzi, quelli della 15^, che mi avevano avvertito del pericolo. Punto l’arma e faccio fuoco. Poco dopo anche il mio UO spara contro un attaccante. Ero convinto che quelli fossero gli unici somali che quel giorno avessero deciso di passare la giornata a fare il tiro agli italiani. Quindi prendo la “Motorola” e do ordine di cessare il fuoco, perché il pericolo, per quanto ne sapevo io in quel momento, era cessato; e, per essere sicuro di riprendere alla mano la situazione, mi affretto a raggiungere l’imperiale.

Come esco dall’edificio, seguito dal mio UO, sento un’esplosione molto vicina, la cui onda d’urto lo scaraventa a terra. Io, sulle prime, l’avverto di meno, forse perché attutita dal VCC dietro cui mi trovavo, penso ad una bomba a mano, mi guardo intorno per vedere chi l’avesse lanciata e punto l’arma per reagire all’attacco, mentre con una mano mi pulisco la guancia da un qualche cosa che sembrava essermi arrivata in faccia, era un lembo di pelle: la mia; la mano è sporca di sangue, però non sento dolore né mi accorgo delle altre ferite che avevo riportato in varie parti del corpo, sono in piedi e mi muovo, perciò va bene così. L’unico pensiero che, per un istante, mi turba è di quante me ne diranno mia madre e mia moglie perché mi sono fatto una ferita in faccia. Ma non c’è tempo per amenità del genere.

Valuto la situazione, mi rendo finalmente conto che non si tratta di un’azione sporadica ma di un attacco coordinato: un imboscata! Ci sparano da tutte le parti. Anche dall’alto dell’ex-pastificio. Bisogna predisporre una difesa temporanea. Verosimilmente i miliziani intendevano assaltare il checkpoint isolato per conseguire una vittoria eclatante, ma non si erano accorti del nostro inaspettato rientro a Mogadisho. Se non ci fossimo trovati li in quel momento i ragazzi di presidio al checkpoint sarebbero stati massacrati.

Ci sono problemi con le comunicazioni. Mi reco a piedi presso il bunker del checkpoint ed utilizzo la radio sul VM per informare il Comando Brigata di quello che sta succedendo. Aiuto un paracadutista leggermente ferito a ripararsi nel bunker, poi incarico il Ca. Uf. OA del 183° rgt., che mi aveva raggiunto, di occuparsi dei feriti. Suppongo ce ne siano altri, ma al momento, non ho una situazione chiara. È urgente predisporre una difesa a 360°, perché, intanto, gli aggressori hanno preso coraggio e continuano a martellarci con il fuoco. Un razzo RPG esplode a pochi metri da me; mi auguro non abbiano anche dei mortai, perché ce la vedremmo brutta.

Arrivano i rinforzi, elementi del 9° rgt. Ass. par. “Col Moschin” ed un VCC del “Tuscania”. Con il Comandante degli Incursori concordiamo che noi li avremmo appoggiati con il fuoco mentre loro avrebbero tentato di rompere l’accerchiamento. Entrano in azione e riescono a penetrare nelle linee dei miliziani, ma sono un pugno di uomini, benché valorosi e preparati, e dall’altra parte c’è gente che è in guerra da tre anni. I somali si ritirano davanti agli incursori, ma non mollano, e, forti del numero, sono pronti a richiudere il cerchio alle loro spalle e ad isolarli. Desistiamo da questo tentativo ed iniziamo a consolidare le posizioni, preparandoci a sostenere l’assalto, in attesa dell’arrivo dei nostri. Il Cte della B. avrebbe a disposizione il rgpt. “Alfa” con alcuni M60 da impiegare per un contrattacco.

L’ufficiale che avevo incaricato mi riferisce circa i feriti, e mi informa che c’è stato un morto: è il Par. Baccaro della 15^, il VCC in cui si trovava era stato colpito dallo stesso razzo, le cui schegge avevano ferito me, scatenando l’inferno dentro il mezzo, io al momento non mi ero accorto di nulla. L’Ufficiale, con grande grinta ed una notevole immaginazione ha coordinato lo sgombero con il Cdo B. ed inizia ad evacuare i feriti verso una ZAE organizzata in prossimità di “Ferro”.

Dal Cdo B. non arrivano né ordini né informazioni. Riesco solo a parlare con il G6, che sembra essere l’unico presente in sala operativa, mi chiede se ho bisogno dell’appoggio degli elicotteri americani della QRF; gli rispondo che dalla nostra posizione posso solo vedere gli edifici dentro i quali sono appostati i somali, ma che sono troppo vicini a noi per garantire una distanza di sicurezza dal fuoco degli elicotteri. Ringrazio, ma preferisco evitare di farmi sparare dai cowboy.

Ricevo una chiamata via radio, è un SU del 183°, di quelli che stavano rientrando a Balad al termine del rastrellamento. La colonna, lungo la via del rientro, era incappata in una delle tante rapine che avevano luogo sulla via imperiale, a danno di uno dei tanti camion stipati di persone che percorrevano quella strada e, dopo aver messo in fuga i rapinatori, il Comandante della cp. ar. sos. aveva disposto lo sgombero di due somali feriti con un’ambulanza ed un VM di scorta sull’ospedale di Mogadisho. La chiamata del SU era dovuta al fatto che, ignari di quanto stava accadendo, lui ed i suoi erano entrati nel mercato della carne ed erano stati assaliti dai miliziani ed erano in grave pericolo. Individuo nel Comandante dello squadrone del 8° rgt. Lanceri di Montebello, un Capitano, l’elemento più idoneo ad attuare l’operazione di recupero; mi avvicino alla sua blindo, muovendomi con difficoltà a causa delle ferite riportate alla gamba, e gli dico cosa bisogna fare.
Il Cap. con i suoi uomini era giunto in teatro da soli 4 giorni e non aveva ancora avuto il tempo ed il modo di familiarizzarsi coi luoghi e con le tattiche. Anche per questo, la sera prima, avevo suggerito che si evitasse di far partecipare il reparto di Cavalleria alla “Canguro 11”, perché in caso di incidenti, si sarebbe potuto trovare in difficoltà, ma il Cte della B. aveva deciso che i cavalieri partecipassero per fare “deterrenza”, ancorché senza il munizionamento da 105. Ricevuti gli ordini, il Cap. si muove con rapidità con la sua “Centauro”, secondo le più belle tradizioni della nostra Cavalleria, e recupera gli uomini in pericolo facendoli affluire al checkpoint.

Nel prosieguo degli scontri, un carro M60 del 132° rgt. cr. “Ariete”, che faceva parte del presidio del checkpoint, avvistata una delle “tecniche” dei miliziani, apre il fuoco, con lodevole iniziativa, con il suo cannone da 105. Un VCC si avvicina alla mia postazione, è uno di quelli che ha provveduto a sgomberare i feriti sulla ZAE organizzata nei pressi di “Ferro”, uno dei paracadutisti mi riferisce che il loro Comandante, S.Ten. Paglia, è stato ferito; il pilota abbassa la rampa e vedo il corpo dell’Ufficiale accasciato ai piedi del seggiolino, ne dispongo l’immediato sgombero, sperando che non sia stato ferito gravemente, ma invano: resterà paralizzato. Scoprirò solo al mio rientro al porto che, nel corso della stessa azione, anche il S.Ten. Millevoi dei Lanceri è stato ucciso.

Siamo accerchiati, ma teniamo le posizioni. Inizio a pensare che l’assedio durerà ancora e comincio a predisporre una difesa più efficace. L’intensità del fuoco nemico, comunque, non aumenta; i miliziani non si fanno vedere, sparano alla cieca al riparo delle costruzioni e dei containers, non sembrano disporre di armi pesanti, anche se ogni tanto si vede sfrecciare una “tecnica” in distanza, ma non si avvicinano per assaltarci. Penso che, se sarà necessario, potremo resistere, magari occupando posizioni più protette all’interno dei fabbricati, fino a che il Comando Brigata lancerà il contrattacco, che ritengo sia ormai prossimo: ma mi sbaglio e di grosso.

Mentre mi muovo tra le postazioni, con una gamba sempre più irrigidita a causa della perdita di sangue, sento il il Cte del 183°, con cui avevo perso ogni contatto dall’inizio del combattimento, che ordina a tutti, gridando e gesticolando, di ripiegare. L’azione diviene convulsa, l’ordine di ripiegamento, impartito direttamente a tutti, genera il caos, personale e mezzi si affollano al centro dell’incrocio. Mentre nessuno pensa più a tenere a bada i miliziani. Il personale di presidio al checkpoint non riceve ordini, se dovesse rimanere sul posto, isolato, sarebbe massacrato, così ordino loro di ripiegare assieme agli altri, assicurandomi che tutti abbiano capito. C’erano alcuni mezzi senza conduttore che rischiavano di essere abbandonati, il mio UO riesce a trovare dei conduttori ed a farli recuperare. Aspetto che tutti defluiscano verso il porto e lascio la zona per ultimo con la mia AR, sotto una pioggia di fucilate.

Al mio arrivo al porto, chiamo a rapporto i miei Comandanti di Cp. per ricevere un aggiornamento sulle perdite e per assicurarmi che nessuno fosse stato lasciato indietro. Quindi riferisco al Cte di rgt., il quale, vedendomi coperto di sangue, mi ordina di andare a farmi medicare. Il rgt. per quella notte resterà al porto, non c’è molto altro che io possa fare. Mi reco in infermeria e, poco dopo, vengo sgomberato, assieme agli altri feriti, sull’ospedale militare a Johar. Dopo 3 giorni, a causa del fatto che le mie ferite si stavano infettando nel clima mefitico della Somalia, vengo inviato al HM Celio di Roma. Sarei tornato in teatro un mese e mezzo dopo, per poi lasciare il comando del 5° btg. il 16 settembre e rientrare definitivamente in Patria.

Quel giorno a Mogadisho caddero, nell’adempimento del dovere, il S.Ten. Andrea Millevoi, il Serg. Magg. Stefano Paolicchi ed il Par. Pasquale Baccaro; il S.Ten. Gianfranco Paglia rimase paralizzato, altri, come il Serg. Giampiero Monti, furono gravemente feriti, in totale i feriti furono 36.

Per quei fatti mi è stata concessa la Medaglia d’Argento al Valore dell’Esercito, ma ancora oggi mi chiedo se ho svolto al meglio la mia azione di comando o se avrei dovuto agire diversamente, se avrei potuto evitare che i miei uomini cadessero sotto il fuoco nemico. Non so darmi una risposta. Credo di aver fatto il possibile, nelle condizioni date, ma il dubbio mi tormenta e mi tormenterà.

Certamente il 2 luglio mi ha insegnato che le operazioni di pace, come vengono ipocritamente definite in Italia, vanno affrontate con la consapevolezza di poter diventare un inferno, dove i Soldati muoiono. Pace e guerra sono termini fuorvianti, quando un contingente militare conduce operazioni militari, anche di supporto alla pace (PSO), in un qualsiasi teatro operativo deve essere mentalmente orientato, ben addestrato ed amalgamato e tatticamente organizzato a passare con immediatezza da una situazione di calma apparente ad una di combattimento ad alta intensità senza preavviso.
L’insegnamento di Mogadisho non è andato perduto, nelle missioni successive l’Esercito, oggi costituito da militari di professione, ha saputo affrontare sfide assai più impegnative. Il personale di tutti i gradi, professionalmente molto preparato, dispone oggi di una grandissima esperienza, di gran lunga superiore a quella che avevamo noi, ed anche gli equipaggiamenti di cui oggi sono dotati i reparti che si avvicendano nei teatri operativi sono all’altezza di quelli degli eserciti più moderni. La vita di guarnigione, che caratterizzava l’esercito di leva, è un lontano ricordo. Dopo la Somalia sono intervenute sostanziali modifiche alle procedure operative ed ai cicli di preparazione cui i reparti vengono sottoposti prima delle missioni. A coloro che hanno aperto la strada all’ammodernamento delle Forze Armate, sacrificando la propria vita, deve andare la riconoscenza di tutti i militari.

Ancora una volta i Paracadutisti della “Folgore”, assieme ai CC Paracadutisti del “Tuscania”, agli Incursori del 9° “Col Moschin”, ai Carristi dell’”Ariete”, agli Elicotteristi ed ai Lanceri di “Montebello” hanno onorato la Patria con il loro estremo sacrificio, mostrandosi degni dei “Ragazzi della Folgore” di El-Alamein.
Sarebbe ora che anche il Soldato italiano venisse riconosciuto per quello che è: colui che serve lo Stato in armi ed esercita la forza legittima in nome dello Stato italiano a difesa della Patria, della sovranità e dell’indipendenza nazionale e dei legittimi, superiori interessi nazionali; per garantire che anche coloro che in Italia sono “contro” lo possano essere liberamente. I nostri Soldati vanno in missione perché comandati dal Governo e dal Parlamento nazionale, eseguono gli ordini, se necessario, fino all’estremo sacrificio, combattono quando necessario. Fanno il loro mestiere con dignità ed orgoglio. Qualunque sia la ragione che li ha spinti ad arruolarsi, una volta indossata l’uniforme, dopo avere superato durissime selezioni ed essere stati sottoposti ad un lungo ed impegnativo iter formativo, diventano dei professionisti appassionati del proprio lavoro. Il Parlamento italiano ha deliberato che le Forze Armate debbano essere formate da volontari professionisti, arruolarsi è un dovere civico che qualcuno deve assolvere, in ottemperanza alle leggi. Ci riflettano coloro che definiscono i nostri Soldati dei mercenari. I nostri Soldati cadono oggi come, prima di loro, sono caduti tutti i Soldati italiani che dal 1861 hanno servito la Patria sotto il Tricolore: con Onore. Consapevoli di adempiere al proprio dovere e di onorare il Giuramento prestato, si riconoscono in una sola parola: Soldati. Gli italiani dovrebbero andarne fieri, conoscere la Storia d’Italia e le infinite storie di coloro che per essa hanno dato la vita e provare orgoglio nel considerarli propri fratelli, invece di conoscere ed appassionarsi alle storie di soldati stranieri con cui veniamo bombardati e influenzati dai film di Hollywood. I nostri ragazzi se lo meritano.

Gen. D. (aus.)
già in serizio alla Brigata Paracadutisi Folgore
Presidente fondatore, della Sezione
A.N.P.d'I
Guidonia Montecelio -Tivoli -Valle Aniene

 
 
 
 
 
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20 APRILE 1943 : LA FOLGORE COMBATTE A TAKROUNA- TUNISIA
Sabato, 20 Aprile 2013




20 APRILE 1943: LA FOLGORE COMBATTE A TAKROUNA- TUNISIA

PARMA- Mentre sul luogo della Battaglia, in Tunisia,oggi sono riuniti i Paracadutisti dell'ANPDI che si sono recati in pellegrinaggio sotto la guida della Presidenza Nazionale, ricordiamo anche da queste pagine l'ulteriore grande sacrificio dei paracadutisti della Folgore e degli altri scampati da El Alamein e Libia, che a Takrouna dimostrarono nuovamente la loro stoffa, dopo esservi giunti con ogni mezzo durante una estenuante esfiltrazione. Non appena si sparse la voce tra i paracadutisti che lì si stava riformando una unità di combattimento, i Leoni della Folgore vi accorsero senza badare a ferite, licenze, ricoveri. Scapparono letteralmente anche dagli ospedali per ricongiungersi ai loro Fratelli



Pubblichiamo l'articolo di Rolando Giampaolo jr, figlio dell'indimenticato Rolando Giampaolo, tenente artigliere paracadutista, che di quella Battaglia fu comandante di compagnia





Durante l'anno appena trascorso abbiamo commemorato degnamente in varie Sedi l'eroismo della folgore nella battaglia di EL ALAMEIN, ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che un certo numero di quei eroici combattenti non ha finito di soffrire alla fine di ottobre del 1942.

Circa 450 Paracadutisti insieme a Granatieri, Bersaglieri e Truppe Tedesche sono infatti riusciti a rompere l'accerchiamento degli Inglesi ed hanno continuato a combattere strenuamente per altri 6 mesi durante tutta la ritirata da EL ALAMEIN attraverso la parte occidentale dell'Egitto, tutta la Libia fino in Tunisia.

In questo modo hanno ritardato notevolmente l'avanzata degli Inglesi verso la Tunisia e la Sicilia, permettendo agli Americani di sbarcare per primi in Sicilia.

2500 km di estenuante ritirata nel deserto, sete, fame, freddo notturno, caldo soffocante di giorno, sporcizia, parassiti, mancanza di rifornimenti adeguati, attacchi da terra e dal cielo hanno messo a durissima prova questi uomini.

In Libia i Paracadutisti superstiti formarono il 285° Battaglione FOLGORE (composto da 5 Compagnie : la 107° del Cap. CAROLI, la 108° Autonoma del Ten. GIAMPAOLO, la 109° del Ten. ARTUSI, la 110° del Ten. RAFFAELLI alle quali si aggiunse successivamente la 111° del Ten. BOSCO CORRADINI ) al Comando del Cap. Alpino Paracadutista LOMBARDINI.

Il nuovo reparto venne inquadrato nel 66° Rgt. Fanteria della Divisione TRIESTE.

Giunti nella parte meridionale della Tunisia dovettero sostenere una serie di aspri combattimenti a MEDENINE, GABES, ma soprattutto a EL MARETH e UADI AKARIT . Questi aspri scontri spesso all'arma bianca, per mancanza di munizioni,
decimarono il 285° ed a TAKROUNA arrivarono solo i superstiti delle 5 Compagnie ( circa 180 uomini ) che costituirono 2 Compagnie :


il Ten Giampaolo ai tempi di El Alamein


Il 20 Aprile 1943 il Comandante della Divisione Trieste Gen. La FERLA affidò a queste 2 Compagnie l'arduo compito di conquistare questo villaggio situato su un tremendo picco roccioso che si erge in mezzo alla piana di Enfidaville.
Il villaggio era occupato da truppe Neozelandesi e Maori ben armate ed i nostri dovettero avvicinarsi dalla pianura esposti ai tiri dall'alto ad al fuoco d'artiglieria alle loro spalle, cantando spavaldamente "All'armi Arditi dell'Aria".
La Compagnia GIAMPAOLO affrontò il lato orientale della rocca, mentre quella di ORCIUOLO la parte opposta.

Fu necessario issarsi con delle corde rudimentali lungo le pareti verticali sotto il costante fuoco nemico ( qui si distinsero i pochi Alpini Paracadutisti presenti nei due reparti ) e snidare il nemico con bombe a mano ed all'arma bianca. Conquistato il villaggio i nostri oramai ancora più decimati resistettero fino al pomeriggio del 21 Aprile 1943 ( Natale di Roma ) ma alla fine dovettero arrendersi alle soverchie forze anglo-neozelandesi per assoluta mancanza di rifornimenti e molti nostri feriti, alla faccia della Convenzione di Ginevra sui Prigionieri di Guerra, vennero trucidati dalle baionette dei Maori.

La maggior parte degli Ufficiali e dei Sottufficiali morì o rimase ferito e diverse furono le Medaglie d'argento e di bronzo al V.M. a Viventi o Caduti (tra le quali vanno ricordate quelle d'Argento dell' S.Ten. Cesare ANDREOLLI, del Ten . Ludovico ARTUSI e del S.Ten. Cesare Cristoforetti ) .
Molte altre proposte per decorazioni al V.M. furono perse nella situazione caotica di quei mesi o furono respinte dai burocrati per "decorrenza dei termini di presentazione"!

Ottennero l'onore delle armi e solo una cinquantina, di cui la maggior parte ferita, si avviò verso i campi di prigionia in Egitto, dove alcuni dovettero rimanere nei campi dei "Criminali" fino alla primavera del 1947.
Il numero sterminato di tombe nel cimitero inglese di Enfidaville danno ancora oggi una chiara indicazione a quale caro prezzo gli ultimi ragazzi della gloriosa FOLGORE hanno venduto la loro pelle nella loro ultima battaglia in terra africana.
Per concludere desidero ricordare un solo esempio d'eroismo, non potendo raccontarli tutti .A UADI AKARIT gli inglesi riuscirono a circondare tutto il nostro schieramento, ma la Compagnia Autonoma di mio Padre (decorato per questo assalto con la Medaglia d'argento al V.M. ) riuscì a sfondare l'accerchiamento combattendo all'arma bianca e salvando così le altre Compagnie.
Durante questo assalto al C.M. Paracadutista Giambattista CORLAZZOLI di Bergamo fu tranciato da una raffica di mitra il braccio destro sopra il gomito che rimase attaccato solo da alcuni brandelli di carne. Quando mio padre lo raggiunse nella trincea, il buon Corlazzoli gli porse con la mano sinistra la propria baionetta e gli disse : "Comandante per favore finisca l'opera. Questo è il braccio che doveva dare il pane ai miei figli ed io lo offro volentieri alla Patria". Fu decorato anche lui con la Medaglia d'argento al V.M. e con una di bronzo per un precedente atto di eroismo. Ritengo che questo episodio possa sintetizzare meglio di ogni altro lo spirito di abnegazione dei Ragazzi della folgore, il loro coraggio, il loro valore.

Rolando GIAMPAOLO Jr.


Scrisse il generale Messe al riguardo di Takrouna:


"Sul Monte Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell'altura continuano a fulminare i reparti nemici che vengono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cucuzzolo, vero torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono all'attacco le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti". Da Radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso, giungendo ad affermare: "sul Takrouna l'Italia ha fatto affluire i suoi migliori soldati". Un grande riconoscimento al valore dei nostri soldati. Nel primo pomeriggio il capitano Politi del 66° inviò al comando della Trieste il seguente messaggio via radio: "situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato le ultime cartucce. Le perdite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi". Poi fu il silenzio.

Conquistato il villaggio i nostri oramai ancora più decimati resistettero fino al pomeriggio del 21 Aprile 1943 ( Natale di Roma ) ma alla fine dovettero arrendersi alle soverchie forze anglo-neozelandesi per assoluta mancanza di rifornimenti e molti nostri feriti , alla faccia della Convenzione di Ginevra sui Prigionieri di Guerra, vennero ancora una volta trucidati dalle baionette dei Maori come in cirenaica nel 1942. Nessun processo verrà mai aperto per crimini di guerra.

LEGGETE L'INSERTO SULLA BATTAGLIA PUBBLICATO DALLA RIVISTA FOLGORE


 
 
 
 
 
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1944: LA BATTAGLIA PER ROMA DEI PARACADUTISTI
Lunedì, 11 Febbraio 2013



IL CAPOSALDO MALAFEDE NELLA BATTAGLIA PER ROMA
Di Alessandro Betrò

Castel di Decima (RM). Un fine settimana a Roma, ospiti dell'associazione culturale e sportiva Castrum Legionis, specializzata nello studio, ricerca e sperimentazione riguardante genesi e sviluppo degli eserciti di Roma, la cui sede si trova nella Riserva Naturale di Decima-Malafede, è stata l'occasione per farci visitare il luogo dove si diedero battaglia i paracadutisti del Reggimento "Folgore" e i fanti del V British Corps il 4 giugno del 1944 nel quadro della battaglia per Roma.

Nel maggio del 1944 il fronte di Anzio/Nettuno era in fermento e la corsa verso la Città Eterna era diventata una faccenda personale per il generale statunitense Mark Waine Clark, comandante del 5th US Army, il quale voleva entrare a Roma prima dei suoi alleati inglesi che oltretutto avevano un leggero vantaggio sulle truppe americane.
Di fatto estromessi dalla direttrice principale, i britannici si ritrovarono nella zona intorno a Castel di Decima, dove trovarono a difesa gli italo-tedeschi e quindi i paracadutisti del "Folgore" comandati dalla splendida figura del Maggiore Mario Rizzatti ivi caduto e decorato con la massima onorificenza al valor militare.

L'accesso alla Riserva è regolato da particolari norme e condizioni pertanto occorre concordare prioritariamente le modalità d'ingresso con le autorità preposte. Il nostro appuntamento è fissato alle ore 08:30 di domenica 3 febbraio davanti al cancello principale della Riserva, a due passi dall'elegante edificio del castello di Decima.
A riceverci puntualissimo è Alessandro Vasintoni, illuminato presidente di Castrum Legionis, che ci inquadra sulle norme comportamentali da tenere nell'incantevole Riserva Naturale. L'inquadramento storico d'interesse ci viene riassunto magistralmente dall'ex 186º Reggimento Paracadutisti "FOLGORE", XIII Compagnia "Condor", Ten. Simone Romanini, figura di spicco e attivissimo animatore della ricostruzione storica dei reparti paracadutisti italiani del periodo 1940-45, nonché co-fondatore (insieme a Luca Migliavacca) del Gruppo Ricostruzione Storica dell'ANPd'I.
Alla visita partecipano anche nove iscritti all'Associazione A.LA.RI.S., il gruppo storico-culturale attivissimo nella ricerca, lo studio, la valorizzazione e la divulgazione del patrimonio storico della Regione Lazio.

Una volta entrati nella Riserva percorriamo una carrareccia che ci porta verso un rilievo di una sessantina di metri sul livello del mare dove, a mezza costa, sorgono due bunker circolari che fanno parte del Caposaldo Malafede.
L'ispezione ai bunker ci rende l'idea dell'accanito cannoneggiamento inglese sulle posizioni dei parà italiani pertanto ci raccogliamo per un doveroso minuto di silenzio in memoria dei caduti in quei giorni di primavera del 1944.
Riprendiamo l'ispezione alle altre strutture, ormai semi nascoste dalla macchia, e accogliamo con emozione una scritta che un soldato italiano ha inciso nel cemento armato in quei giorni di guerra: "la nostra vittoria non è una teoria ma una certezza". La frase testimonia la spiccata motivazione e determinazione messa in campo dai parà italiani che, come i loro predecessori a El Alamein due anni prima, reagirono contrattaccando per fermare l'avanzata dei preponderanti soldati britannici.




 
 
 
 
 
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FOTO INDIMENTICABILI: LE CELEBRAZIONI DEL SESSANTESIMO DELLA BATTAGLIA dDI EL ALAMEIN. LA FOLGORE SI LANCIO' SUL SACRARIO
Domenica, 30 Settembre 2012


PARMA- Correva l'anno 2002 quando il Presidente della Repubblica Ciampi organizzò una solenne celebrazione del sessantesimo della Battaglia di El Alamein , invitando in Egitto circa sessanta Reduci, la grande maggioranza dei quali della Divisione Folgore .


La Folgore "moderna" partecipò con una nutrita delegazione. Una pattuglia di paracadutitisti, alla testa dei quali c'era l'allora comandante Marco Bertolini ed il decano degli istruttori Alfio Pellegrin, si lanciò sui cieli di El Alamein. Il volto del generale sulla verticale del Sacrario descrive meglio di ogni altro commento le sensazioni che provarono.

Ecco la foto "storica" del'unico lancio che la Folgore ha fatto in quello spicchio di Egitto così vicino ai nostri cuori:



cliccate qui per ingrandirla

 
 
 
 
 
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LETTERA DAL FRONTE DI EL ALAMEIN DI UN PARACADUTIsta
Martedì, 25 Settembre 2012


PARMA- Il paracadutista (ingegnere) Giovanni Onano ha il privilegio di essere nipote e portare lo stesso nome del sergente maggiore Paracadutista Leone di El Alamein Giovanni Onano.
Giovanni jr ha partecipato alla XIV MISSIONE del progetto El Alamein indossando la giacca del Nonno, che combattè a Naqb Rala nel V Battaglione, 13ma Compagnia. Ha tenuto un comportamento esemplare, collaborativo, di grande simpatia ed intelligenza. Unico neo: veniva continuamente fermato dalla polizia, poi dalla dogana e perfino al check-in prima di imbarcare per il rientro. Ci nasconde qualcosa?

Per salutarci a fine missione, ci ha fatto un prezioso regalo: una lettera che il Nonno scrisse alla Moglie e che Giovanni ha voluto condividere con noi.

Grazie Giovanni.



PM 260 AS 2 Settembre 1942

Lully carissima,

...mentre sto sdraiato nella buca che mi sono fatto questa notte e dove dovrò forse passare la giornata. Scrivo in una posizione stramba e mi meraviglio anzi che mi riesca di scrivere. Mi giro e mi rigiro in cerca di una posizione più comoda ma non ci riesco.

Il foglio di carta mi pare che conservi delle impronte. Non è che l’abbia sporcato così per incuria ma è parecchi e parecchi giorni che non mi lavo ne mani ne viso. Ho una barba da frate, i capelli lunghi impolverati tanto che sembrano grigi. In effetti sembro papà natale, ma con tutto questo il morale è altissimo e mi auguro di poter entrare al Cairo fra qualche giorno.

Non è questa amore mio una vana presunzione ma è la certezza della superiorità nostra sugli inglesi e su tutte le razze mercenarie che ci hanno opposto. Hanno una paura matta e quando sentono a distanza l’odore dei soldati nostri si mettono in fuga e tanto maggiore è la velocità se alle calcagna ci sono quelli della Folgore o bersaglieri. Noi con i camerati piumati siamo il loro incubo, il loro tormento: ci vedono comparire in tutti i punti nell’interno delle loro posizioni e certi ceffi di razze imprecisate ci credono degli esseri soprannaturali.

Difficilmente riescono a farci prigionieri e se qualche volta per puro caso lo possono ci guardano a vista con infinite sentinelle ma sul più bello non ci trovano.

Sono stato loro prigioniero per cinque ore e mezza, dalle 23 del 31/8 alle 4,30 del 1/9. Voglio raccontartelo nella speranza che la censura non sia troppo severa e lo scrivo nell’altro foglio in modo che eventualmente venga strappato quello solo e il resto della lettera possa giungerti.

Come già oramai avrai saputo dai comunicati la sera del 31 abbiamo iniziato la marcia in avanti. Sono stato comandato di pattuglia di collegamento con altri quattro soldati. Naturalmente me li sono scelti sardi, dei ragazzi che mi hanno seguito parecchie volte volontariamente in scorribande nelle file nemiche. Il quinto invece era un milanese che parla il tedesco alla perfezione e che mi doveva servire da interprete nel caso mi fossi incontrato con i camerati tedeschi che stavano sulla mia sinistra.

Partenza alle 21 prima del sorgere della luna, attraversiamo cautamente un campo minato attraverso un corridoio fatto dagli specialisti del genio e poi avanti nella fascia di terra di “Ein der van” di profondità e che era terra di nessuno. Li avvenivano quei vittoriosi scontri di pattuglie che costavano agli inglesi la perdita di uomini e di macchine e queste ultime venivano immediatamente utilizzate da noi.

Dato quindi che i nostri ci erano alle spalle abbiamo osato più del necessario spingendoci senza essere visti fin oltre le prime linee loro, in pieno territorio inglese.

Ad un tratto mi è sembrato di vedere delle ombre avanti a me. Immediatamente ci siamo buttati a terra per vedere e non essere visti. Siamo rimasti in quella posizione oltre un’ora e mezza poi è apparsa di dietro ad un ciglione la luna e abbiamo visto cinque carri armati leggeri con gli equipaggi a terra, sulla nostra sinistra altri cinque, poi sparse intorno a noi cinque camionette più una macchina sul tipo della nostra Fiat 1500. Proprio mentre ero per prendere una decisione ad uno dei miei ci viene uno scoppio di tosse. Immediatamente la vedetta loro da l’allarme, ci scorgono e si precipitano su di noi facendoci prigionieri senza poter avere il piacere di metterne fuori uso un paio. Ci portano in mezzo al circolo delle macchine disarmandoci, poi l’ufficiale che gli comandava, un capitano, da l’ordine di perquisirci perché sa che ognuno di noi oltre le armi visibili ha qualche bomba nelle tasche, qualche pistola nascosta nei pantaloni legata al polpaccio. In un italiano abbastanza comprensibile mi dice di consegnare tutto. Tutto intendeva l’armamento ma un graduato mi fruga nelle tasche e mi toglie il portafoglio, l’orologio da polso, la penna stilografica, quella matita d’argento, le fotografie, lo zaino con tutta la roba dentro.

Il signor ufficiale sfila i soldi dal portafogli e persino due o tre lire in monete dal taschino e così fa con i miei soldati. Questo atto di pirateria mi ha fatto uscire dallo stato di grazia e ho protestato in modo violento in italiano e in quel poco d’inglese che ricordo dalla scuola. Mi ha detto che dopo arrivati al loro comando mi avrebbe reso i soldi mentre le nostre penne, orologi e tutto quanto avevamo noi era prontamente sparito nelle capaci tasche di questi signori.

Per non smentire la decantata cavalleria ci hanno offerto acqua minerale e liquore, poi dei biscotti e un sacco di roba in scatola.

Verso le quattro di mattino ci hanno fatto montare tre su una camionetta e tre su un’altra e la colonna si è messa in marcia. Dopo neppure cinque minuti di strada incominciano a piovere delle cannonate italiane e tedesche. Puoi capire le nostre condizioni in quel momento: prigionieri e guardati a vista dagli inglesi e i nostri che ci sparano sopra. Era venuto per me il momento di agire. Un ordine secco in dialetto e non appena le macchine si sono sparse per sottrarsi al fuoco micidiale delle nostre armi con due testate mettiamo a dormire i nostri guardiani mentre con l’arma stessa di uno di loro ordiniamo al guidatore (poggiandogli la pistola alla nuca) di invertire la rotta. Nell’altra macchina dove erano i due sardi e il milanese identica scena.

Dopo una corsa di circa un quarto d’ora incontriamo i nostri reparti e il Maggiore comandante il nostro oramai glorioso V° Folgore ci stringe la mano poi mi abbraccia.

Ho potuto recuperare l’orologio e la matita che erano in mano o meglio nella tasca del guidatore della camionetta mentre i soldi e i documenti sono rimasti in tasca del capitano.

E’ sperabile che lo incontri quel capitano e allora la sua pelle non avrà il valore di uno spillo vecchio.

Credo di essere stato prolisso in questa mia lettera ma ho voluto, come al mio solito, dirti sempre tutto.

...

Mandami carta da lettere e qualche lametta per barba. Mi servirebbero tante cose ma posso anche farne a meno. Se non puoi fare un pacchetto metti la carta e una o due lamette nella lettera stessa.

Grazie dei francobolli.

Baci infiniti. Ciancian


 
 
 
 
 
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RACCONTI DAL FRONTE DELL'AFRICA ORIENTALE
Martedì, 7 Agosto 2012






PARMA- Riceviamo da uno scambio di corrispondenza tra amici, Paolo Frediani e Francesco Modaudo, entrambi sabotatori in congedo, un racconto di guerra di un Ufficiale di Fanteria particolarmente ardito, padre di un loro ex collega

.

Si tratta del Capitano Virginio Bonetto, che racconta la sua avvenura in terra d'Africa.



LEGGETELO

 
 
 
 
 
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LETTERE DI UN NON COOPERATORE
Lunedì, 25 Giugno 2012




PARMA- Il Leone della Folgore Sebastiano Baron dopo il combattimento aa El Alamein fu fatto prigioniero a Takrouna, nel Marzo del 1943, dopo la battaglia contro i neozelandesi per riconquistare il paese sulla collina. Rinchiuso nel POW 305 , lo stesso di Emilio Camozzi, Glauco Vigentini, Tano Pinna, Enrico Fiumi, Vittorio Bertolini ( padre del generale Marco) e tanti altri di cui abbiamo raccontato le storie.
In seguito alla consegna della spilla per i Leoni della Folgore, Baron ha consegnato ai paracadutisti vicentini e trevigiani un prezioso documento: una lettera che scrive ai suoi familiari spiegando i motivi del suo rifiuto a cooperare.
Un esempio di saldezza d'animo, considerate le durissime condizioni di detenzione.
“ non ho mai dimenticato neanche per un momento di essere un soldato e come tale devo accettare gli ordini del mio governo e non aspirare a ricompense o altro,ho fatto il mio dovere e non me ne sono mai pentito avendo la coscienza a posto. Non ho firmato per questo e non firmero’(la collaborazione, nder)!”

Alla fine ha scritto che spera presto di tornare presto in Patria e l’ha scritto in maiuscolo!

Nella prima parte e’preoccupato del fatto che se avesse fatto qualcosa di disonorevole e avessero contattato la zia che cosa avrebbe pensato lei di lui?

Cliccate sulle immagini per ingrandire:

LETTERA PARTE 1
LETTERA PARTE 2

 
 
 
 
 
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UN'ALTRA SPILLA PER I LEONI DELA FLGORE CONSEGNATA A FRASCATI DI ROMA
Venerdì, 1 Giugno 2012




PARMA- Pubblichiamo in ritardo una notizia che riguarda un Leone della Folgore. Le terribili notizie emiliane hanno ovviamente avuto la precedenza..

Si è svolta a Frascati ( Roma) alcuni giorni orsono, la consegna al Leone della Folgore Luigi Cantarini della "Spilla per i Leoni della Folgore" che il sito CONGEDATIFOLGORECOM ha coniato e donato al Progetto El Alamein. Raffigurano il gagliardetto divisionale presente all'interno del Museo del Sacrario di El Alamein ed esclusivamente riservate ai Combattenti di El Alamein.
La Redazione ringrazia agli amici Paracaduisti Simone Romanini e Rodrigo Filippani che si sono attivati. Un cameratesco abbraccio ed un FOLGORE! ed il saluto militare, al nostro Leone, di cui pubbichiamo qui sotto uno splendido racconto di guerra che parla di una crocerossina che lo ha salvato.

Foto sotto:
Il Leone Cantarini in uniforme nel 1942 e ripreso allo stadio stadio Panathinaiko ad Atene,in transito per l'Egitto, stesso anno.









UN RICORDO


Andando avanti con gli anni, ritorna in mente qualche fatto importante della nostra vita.
Il 6 settembre del 1942 ero ad El Alamein, sul ciglione della depressione di El Qattara, si combatteva quella che fu chiamata la “seconda battaglia d’estate”.
Durante un intenso cannoneggiamento inglese rimasi ferito alla gamba sinistra da una scheggia di granata.
Portato all’ospedale da campo a El Dabat e poi all’ospedale 810 nel villaggio Mameli, subii una prima operazione per estrarre la scheggia, purtroppo senza risultato.
Non fu una passeggiata perché mi venne la febbre a 41gradi e quando aprii gli occhi vidi intorno alla mia branda una moltitudine di medici, infermieri, crocerossine e mi spaventai perché in quel padiglione c’erano un centinaio di feriti.
Vedendo tutta l’attenzione di quelle persone, attorno a me, pensai che fossi in partenza per l’altro mondo. Nei giorni successivi subii una seconda operazione, senza anestesia, per estrarre la scheggia e questa volta due infermieri mi immobilizzarono.
In questo inferno di dolore incontrai un angelo con la croce rossa sul petto, ogni mattina mi portava l’uovo fresco.
Tutto è passato e non è stato facile perché anche a vent’anni si può cadere e ci si può “rompere le penne” con un mitra in una mano e nell’altra una bomba, sopra un deserto che poteva farmi da tomba.
Tutto è passato ed ora a 92 anni (classe 1919) e con qualche acciacco tiro avanti ricordando qui duri momenti.
A Frascati ho creato una Sezione di Parà, insieme ad una caro amico: Enzo Leoni, deceduto pochi mesi orsono durante un lancio.
Tutto questo in ricordo della crocerossina di cui non ho mai conosciuto il nome, per ringraziarla- anche dopo tanto tempo- per quello che ha fatto per me.
Militarmente Saluto
Sempre Folgore!

Paracadutista Luigi Cantarini
28^ compagnia, 10° Btg.
Divisione Folgore El Alamein



 
 
 
 
 
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IN QUESTE PAGINE PARLIAMO DEI PARACADUTISTI DELLA FOLGORE
Mercoledì, 4 Aprile 2012
La lapide del Sacrario italiano di El Alamein intitolata alle Medaglie d'Oro della Battaglia

 
 
 
 
 
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I CALENDARI DELLA FOLGORE
Martedì, 7 Febbraio 2012


PARMA- Dal nostro archivio è sbucato un "back-up" fortunosamente scampato ad un trasloco del server che nel 2002 era stato attaccato da "amici", distruggendo quattro anni di archivio. Si tratta delle copertine dei calendari della Folgore fino al 2004. Un pezzo di storia.

GUARDATELE


 
 
 
 
 
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STORIE DI "LEONI" E DA LEONI -
Giovedì, 24 Novembre 2011





FRANCO SLATAPER

IN LUOGO DI COCCODRILLI …


FALZES 2001

Il 24 ottobre di questo 2009, un signore si presenta a casa di Remigio Rossi*, a Monfalcone, lo saluta e incomincia a fargli particolari domande sul suo periodo di El Alamein, stando all’ingresso, sull’uscio di casa.

( Ndr: Il Leone Remigio Rossi è mancato nel luglio 2011 )



Rossi che era un po’ costipato, non voleva prendere freddo e per essere riparato lo fa accomodare alla buona, in cucina.
Questo signore incomincia a chiedergli se lui è il puntatore, goniometrista del 4° plotone della Compagnia autonoma mortai da 81, comandata dal Cap.no Passamonti. Gli chiede tante cose, tra le quali, se si ricorda del suo comandante di plotone.
Rossi, ricordava certamente il suo tenente, anche se da quel giorno erano passati 67 anni. Era proprio il 24 ottobre quando sono stati fatti prigionieri, il 25 sono stati divisi uno lo portarono da una parte e l’altro da qualche altra. Ricordava, il comandante, come persona coraggiosa, umana, un camerata. Aveva fatto ricerche a suo tempo e da qualcuno aveva capito, non ricorda in quale circostanza, che ormai era morto. Ricordava che il tenente era persona temeraria che non si scomponeva dei tiri che arrivavano alla loro postazione da tutte le parti. L’ufficiale, mai si era premurato di proteggersi, di cercare un riparo per la sua incolumità. Il giovane Rossi ammirava il tenente anche se, più di qualche volta, aveva avuto a che dire su certi ordini e/o osservazioni fattegli a torto o a ragione. Tanto che una volta, in una situazione molto particolare il caporale e il tenente si affrontarono con le pistole in pugno, comunque senza conseguenze. Episodio che dimostra la loro determinazione, la loro personalità, la loro testardaggine, il loro carattere.
Remigio, pensando che questo signore poteva essere un suo commilitone della compagnia e, per quanto si scervellasse, non riusciva a individuarlo a trovarlo nella memoria. Insomma, il personaggio lo teneva in apprensione, tardava a qualificarsi; Rossi era curioso, voleva conoscere meglio chi era quello che gli stava di fonte. Ad un certo punto non ne poteva più e di botto gli chiede: - Ma, tu che sei così ben informato sul mio trascorso di El Alamein, chi sei? … Chi Sei? …Dimmi che se? …- Questi gli risponde: -Sono Franco Slataper di Trieste, il tuo vecchio tenente, allora il tuo comandante di plotone.
Rossi incominciò a trasecolare, a non capir più niente... Così pure vedeva l’emozione sulla faccia del vecchio tenente … Poi, commossi si abbracciarono.
La notte del 24 ottobre, erano passati proprio 67 anni dal momento che si erano separati, Rossi non ha chiuso occhio. Pensando a quei momenti come quando erano rimasti senza munizioni e Remigio con un “blitz” le aveva recuperate dagli inglesi che le avevano abbandonate, lasciate li perché incalzati dai folgorini.
A Remigio gli sono venuti in mente tanti di quei episodi che ormai non ricordava più, come quando è stato ricoverato, con la forza, per una intercolite “micidiale” ma lui appena ha potuto è scappato per rientrare al reparto.
Insomma tanti di quei avvenimenti raccontati dal tenente, Rossi non li ricordava più ma, la memoria così sollecitata, gli ha fatto affiorare momenti, uomini e situazioni che ormai si erano assopiti e correvano il rischio di passare nel dimenticatoio.
La storia non finisce qui perché i due si sono promessi di incontrarsi nuovamente a Trieste, magari con l’amico Emilio Camozzi.
Il Comm. Dott. Franco Slataper che adesso è, per un periodo in trentino, manderà un promemoria dell’incontro per poterlo magari pubblicare si Folgore: una parte da trarre da un suo scritto “In luogo di coccodrilli …”
Remigio Rossi che è attaccatissimo all’Associazione (iscritto alla Sezione di Gorizia, prima di Monfalcone, dal 1947) si è subito si è informato se il camerata è iscritto e appreso che non lo è, lo ha sollecitato a farlo.

Questo il biglietto da visita lasciato a Remigio dal:
Comm. Dott. Franco Slataper
Vai Murat, 16
34123 TRIESTE


Franco Slataper
Via Ried, 11
39030 FALZES( Bz)
Tel. 0434 528512

Caro Rossi,

mi scuso se mi faccio vivo tanti giorni dopo il nostro incontro.
Dovevamo però venire per alcuni giorni in montagna (a Falzes, in Val Pusteria), dove abbiamo un piccolo punto di riferimento ed il soggiorno si è prolungato più del previsto e non sappiamo tuttora quando torneremo a Trieste. Ho quindi pensato che per non dico colmare ma attutire 67 anni di silenzio potevo darti qualche notizia se non della mia intera vita almeno di alcuni segmenti, prima fra tutti quello che culmina con la notte tra il 23 ed 24 ottobre 1942 a el Alamein (Vedi, “In luogo di coccodrillo …”, pg. 34 e segg.). Noterai che dell’episodio due parti sono state invertite ma ciò non toglie nulla alla fedeltà del rapporto. Le altre sono storie varie che alcuni hanno trovato anche divertenti, tutte però onestamente raccontate, con il distacco che l’età e le passate esperienze inesorabilmente
Non ti nascondo che ritrovare dopo tanti anni un camerata della guerra mi ha causato una notevole emozione. Era d’altronde la prima volta che succedeva. Fa rivivere lo spirito di quegli anni, il disinvolto ardore della gioventù, lo spettacolo e direi quasi anche l’odore delle divise, delle armi, del deserto. Sono tornato una volta a Alamein nel 1954 ma la visita si è limitata al sacrario sulla costa. Credo che nell’interno dove eravamo noi non si fidino in molti di andare. Io comunque non mi fiderei: le mine sono sempre attive.
Non ho avuto mai nessun contatto con associazioni e reduci paracadutisti né ho partecipato a raduni di sorta. Penso che siamo comunque rimasti in pochi. Mi sembra che un paio d’anni fa a Trieste della Folgore eravamo cinque o sei. Nel mio caso è in parte dovuto al fatto che sono ricascato nel corpo di provenienza e quindi nell’Associazione Nazionale Alpini. Ne avremo ad ogni modo occasione di parlare.
Per ora ti saluto e ti rinvio ad un altro incontro, spero tra non molto.
Con viva cordialità.

Franco Slataper

Falzes, 28 novembre 2009


IN LUOGO DI COCCODRILLI

E’ improbabile che nel mio caso si ricorra, quando sarà il momento, a coccodrilli. Troppo insignificante, direi irrilevante, la persona. Tuttavia, per quei pochissimi a cui la persona importava, le notizie a disposizione non sono abbondanti. Mi sforzerò dunque di raccogliere ricordo, impressioni, sensazioni di fatti della mia vita, per la curiosità di coloro ai quali può interessare.


Sono nato a Trieste, in Via Zovenzoni, nelle prime ore del mattino del 20 giugno 1920. Mia madre (Almira Bernardino) mi ha dichiarato di non ricordare esattamente a che ora, il che m’ha impedito di farmi fare a Zurigo da un astrologo o, forse meglio, da uno che si piccava di astrologia, un quadro del mio passato, presente e futuro, con tutti i riferimenti ad astri, costellazioni e simili. Gli occorreva l’ora precisa della nascita. Non è stata probabilmente una gran perdita, ma a quel tempo la cosa mi aveva un po’ seccato. Ad ogni modo, in via Zovenzoni, a due passi dal Giardin Pubblico. A quei tempi si nasceva ancora in casa e quella era la casa di nonna Edvige Rascovich Bernardino e di zia Bruna. I Bernardino (nonno Ruggero) venivano dal Friuli orientale (S. Giovanni al Natisone), i Rascovich erano originari delle Bocche di Cattaro (Perasto). Ospite temporaneo della casa era anche mio padre, fresco sposo di mia madre. Mio padre si chiamava Guido Slataper. Il cognome Slataper, con l’accento sulla prima a, non ha mai creato difficoltà di pronuncia ai miei concittadini ed ai miei conterranei. Agli altri italiani faceva un po’ l’effetto di uno scioglilingua. Per semplificarlo, i soldati usavano chiamare papà “shrapnel”.

I francesi pronunciavano Slataper inevitabilmente con l’accento sulla e finale, i tedeschi quasi sempre, con l’accento sulla seconda a. Gli americani, una volta eruditi sulla sillabazione, lo pronunciavano correttamente, salvo strascicare la r finale. Del resto, la numerosa tribù degli Slataper che popola il Texas e la Louisiana, discendente da un Feliciano, zio del nonno, non ha avuto mai problemi col cognome, che conserva con la grafia e pronuncia originarie. In letteratura, il nome Slataper viene di solito reso con “Pennadoro”, da zlato=oro e pero=penna. Tuttavia, lo Slovar slovenskega knjižnega jezika (dizionario della lingua letteraria slovena) registra anche un aggettivo “zlatopér” definito come “dal piumaggio biondo/oro”. Quasi quasi mi sorriderebbe di più esser individuato, anziché da una penna, dal piumino felpato e morbido, color oro pallido, di un Labrador retriever. Il cognome Slataper ha dato ad ogni modo occasione a diversi critico letterari, che si sono occupati dell’opera di Scipio Slataper, di attribuire a mio nonno, grande patriota italiano, se mai ve ne fu uno, la dubbia qualifica di “slavo”, quando non addirittura di slovacco. Passi per quest’ultima qualifica, facilmente riconducibile alla confusione tra slavo, sloveno e slovacco, confusione abbastanza spiegabile in letterati italiani, di solito perfettamente ignoranti di ciò che esiste ad oriente del Piave. Ma la prima asserzione trascura il fatto che gli slataper erano italiani, vivi e operanti a Trieste, con lo stesso cognome e grafia, (quest’ultima tradisce, se mai, una traslitterazione di mano tedesca), di lingua italiana, con nomi propri italiani e mogli italiane, almeno dalla metà del 1700. Vi fu, ad ogni modo, anche uno Slataper Luca, definito “italus” nel catalogo generale della Società di Gesù, che nacque a Gorizia nel 1667 e morì a Fiume nel 1745, dopo una vita trascorsa tra lunghe permanenze a Trieste, Fiume, Gorizia, Judenburg, la Grecia, ecc.

La mia opinione è piuttosto semplice: verso la metà del 1600 qualche “Pennadoro” scese dall’Alto Isonzo (Tolmino?) verso Gorizia e Trieste, ci si trovò bene, si ripulì il nome e vi rimase. Non vi è comunque nulla di negativo nell’essere di origine slava, anzi, purché non si stravolga il concetto, definendo mio zio Scipio, come mi è avvenuto di leggere, “il grande scrittore sloveno di lingua italiana”. Gli Slataper, inoltre, erano dei tipi alpini, bruni e tracagnotti. La figura slanciata ed i capelli biondo-oro di mio padre e di mio zio provengono da mia nonna Sandrinelli, di famiglia veneta di origine bergamasca.

Torniamo ora in via Zovenzoni, dove rimasi poco, forse un paio d’anni. Ne ricordo solo la cucina, che mi pareva immensa. Mi hanno battezzato in Sant’Antonio nuovo. Il certificato di battesimo è ancora in latino. Padrini erano mio zio materno, Lorenzo Bernardino e Fidelia Frühbauer, cugina di mia madre. Da via Zovenzoni siamo ben presto traslocati in via Chiozza (poi Crispi) 67 e ci sono rimasto fino ai 18 anni. L’appartamento di via Crispi faceva parte dell’alloggio di zia Linda Sandrinelli, vedova del podestà di Trieste (sotto l’Austria, il primo cittadino di Trieste si chiamava podestà e non sindaco) e sorella di nonna Gina, mia nonna paterna, Sanndrinelli anch’essa. L’alloggio consisteva del secondo e terzo piano della casa di via Crispi. I piani erano collegati all’interno da una scaletta a chiocciola, di ferro massiccio. Il piano superiore conteneva le camere da letto, quello inferiore lo studio, la sala da pranzo, il salone da ricevimento, la cucina, ecc. ed era collegato mediante un ponte ad un piccolo giardino, molto ben curato, che aveva anche una porta su scala Mainati.

Zia Linda era rimasta vedova ed aveva affittato all’amato nipote Guido (mio padre) per la sua giovane famiglia il terzo piano, ripiegando sul secondo, che per lei, sola con una domestica, era più che sufficiente. La domestica era Virginia, slovena di Tolmino, che rimase con lei per un buon ventennio, fino al giorno del ritorno dell’Italia a Trieste, quando definì la bandiera italiana, che mia zia si affettò ad esporre, “… quela vecia straza” e fu sbattuta fuori in tronco. Probabilmente esprimeva più un giudizio sulle condizioni della bandiera che un’opinione politica ma la vecchia dama non era incline in campo patriottico a disquisizioni interpretative. L’appartamento includeva, tra l’altro, un salone sontuoso, con grande pianoforte a coda, nonché l’arpa. Zia Linda suonava ambedue in modo molto distinto. L’appartamento al terzo piano di via Crispi era ampio e pieno di luce. Verso nord e verso ovest la vista spaziava sulla collina di Scorcola, sul mare e sulla pianura friulana. Col bel tempo si vedevano tutte le Dolomiti d’oltre Piave. In basso si disegnavano i tetti della città Teresiana e la mode della sinagoga. Proprio di fronte alla casa vi era una villa molto dignitosa, con alcuni splendidi alberi, a sinistra un basso edificio con spiazzo verde, laboratorio d’uno scultore ed a destra una villetta fiorita e discreta.

Via Crispi era allora una via tranquilla, che si animava la mattina prima delle otto, quando da scala Mainati si scaricava una fiumana di ragazzi che da San Luigi andavano a scuola e le domeniche sera di primavera ed estate, quando dal Boschetto passavano cantando comitive allegre di vino e di giovinezza. I canti si spegnevano all’altezza dell’ingresso del loggione del teatro Rossetti. Si entrava nell’edificio n. 67 per un portone imponente, che si apriva mediante una chiave ancora più imponente, che mi veniva consegnata solennemente la sera, quando uscivo. Si arrivava al terzo piano per una scala piuttosto erta, di gradini di pietra resi più morbidi da un tappeto ed affiancati da una balaustra di metalli con un corrimano coperto di velluto rosso. Sui pianerottoli venivano sistemate piante verdi pretenziose ed ingombranti. L’appartamento era piuttosto grande, anche se non molto razionale. Fu poi modificato e di quel vecchio ricordo solo una stanza bislunga nella parte posteriore. Vi era una stufa di maiolica, incorporata nel muro, in cui finì, bruciato a mia insaputa, il mio amato cane di stoppa, Bobi. Non ricordo molto di quei primi anni di via Crispi. So che un certo momento fummo dislocati, Giuliano ed io, (perché nel frattempo era nato Giambo) nella camera d’angolo che dà su via Crispi. Vi erano solo un grosso armadio ed un certo numero di cuscini. Alla porta del salotto fu applicata una grata di legno, appesa con ganci agli stipiti.

Potevamo giocare a volontà ma non uscire. La vita in quei primi anni era tranquilla. Scendevamo spesso da zia Linda, per la scaletta a chiocciola, di cui ancora ricordo la liscia robustezza, nel salotto che dava su scala Mainati, dove la vecchia dama sbrigava il suo “corriere”, riempiendo di una calligrafia minuta ma chiarissima, ad inchiostro viola, innumerevoli cartoline postali. Ammiravo moltissimo i diamantini che portava alle dita. Andavamo sovente anche da nonna Vige, al numero 53 della stessa via. L’appartamento comprendeva un giardino più grande di quello di zia Linda, con alberi veri, su cui si poteva arrampicare. Talvolta andavamo al Giardin Pubblico ad ammirare le pantigane che traversavano nuotando il laghetto e dove la mularia si rivolgeva ai vigili urbani, cortesi, imponenti e onnipresenti, chiamandoli “siora guardia”.
D’estate passavamo molti mesi a Rosazzo, una proprietà del defunto podestà, villa con casa colonica, stalla, vigne e campi, di fronte all’Abbazia. A mezzogiorno le campane suonavano a distesa ed il sole batteva forte e luminoso.

A quanto pare di sole avevo bisogno e mia madre mi poneva nudo sull’erba al sole, separato dalla casa e dall’ombra da un viale di ghiaietta dura e tagliente, che avrebbe dovuto impedirmi di rifugiarmi al fresco. Sennonché imparai ben presto a superare le ghiaie ed allora fui legato ad un albero con una corda al piede e costretto a subire tutto il sole ritenuto necessario. I contadini guardavano in silenzio e mi compiangevano di nascosto. Ma a Rosazzo c’erano anche le vacche (la famosa Bise, di color grigio/bruno/nero), i maiali, le galline ed i contadini, che parlavano furlan, ed il fogolâr su cui la Sesa la sera mestolava la polenta, gli alberi da frutta, Toni che andava a caccia col cane Bobi e squartava poi le lepri appese al pergolato, i campi di granoturco, la fontana di Noax, dove andavamo a prendere l’acqua potabile, le donne col buinz ed io con due cesti portafiaschi (un buoni venti minuti di strada) e tante altre cose notevoli. Nella fontana di Noax per un pelo non mi annegai una sera d’estate, scivolando da un lato dei ferri e riemergendo stupefatto dall’altro, tra le donne coi secchi e rame in testa che gridavano allarmate. D’estate c’erano anche squisiti fichi bianchi e poi in settembre cominciava a maturare l’uva.

Sull’alto della salita della tesa troneggiava una quercia maestosa, su cui mi arrampicavo saltando su un ramo sporgente e dalla quale cascai, subito dopo dalla guerra e dalla prigionia, causandomi una commozione celebrale ed una paresi destra che mi procurò diversi inconvenienti negli anni successivi e che mi impedisce tuttora di fischiare e di sputare come ero uso da ragazzo. Anche questa è però una delle tante altre storie che non fan parte delle cronache dell’epoca. Una bella vita nel complesso, a Rosazzo. Dicono che a tre anni capivo e parlavo il friulano, che poi ho del tutto dimenticato. Mi son rimaste però, nel retro della memoria, delle care assonanze. La voce del “pai”, per esempio, che narrava, in un misto di friulano e di veneto, le vicende della sua vita, con la storia di quel suo paesano, tanto, tanto bravo che aveva rubato agli austriaci ai tempi di Caporetto un tre o quattro cavalli. Tanto, tanto bravo. “Dopo i lo ga fusilà, ma che bravo che el iera!”. E con fare sacrale affettava la sera con lo spago la polenta appena rovesciata dalla caldaia sul tagliere. Dopo le vendemmie tornavamo a Trieste.
A sei anni andai a scuola e frequentai per tre anni la scuola elementare di via Giotto, col maestro Adamic, il quale aveva un naso imponente. Dei compagni ricordo Schuster, che ora si chiama Calzolai ed è professore universitario in pensione. Andavamo a scuola a piedi, scendendo per via Crispi, la salita del Politeama e l’Acquedotto e tornavamo per la stessa via.

Non so cosa abbia imparato a scuola ma devo esser stato uno scolaro senza infamia e senza lode. Certamente vi imparai il triestino. I miei genitori, infatti, pur parlando sempre triestino tra loro, si rivolgevano ai figli in italiano e così facevano con noi tutti i parenti adulti. Analogamente, a scuola, gli insegnanti ci parlavano in italiano, ma tra loro, e specialmente tra noi alunni e con i bidelli ed il personale amministrativo, l’unico mezzo di comunicazione era il dialetto. I pochi compagni di classe che non lo conoscevano, o non si adeguavano prontamente, venivano inesorabilmente emarginati. Lo appresi talmente bene e mi restò talmente bene impresso che lo considero tuttora al pari della mia lingua materna. Decenni dopo, in America ed in Svizzera, mi scappava spesso di tenere i briefings in triestino agli impiegati dell’ufficio, con scarsa felicità di alcuni tra loro. Nell’estate del (credo) 1926 accompagnai mamma in montagna e trascorremmo una ventina di giorni a Sappada, all’albergo (salvo errore) Cavallino, in borgata Granvilla. L’albergo aveva una terrazza sulla strada, che era a fondo naturale. Molte case erano ancora di legno, in attesa, si usava dire, che le bruciassero per incassare l’assicurazione. Le signore passeggiavano ogni dopopranzo instancabilmente sulla strada vecchia ed io dovevo aggregarmi.

Quell’anno c’era a Sappada anche la Pina Marin con figli, che ogni tanto andavamo a trovare. Una volta la trovammo tutta sconvolta perché Falco aveva lasciato cadere i calzoni nel buco del cesso, costruito, come si usava, all’esterno della casa, con un sedile in legno. In terza elementare, mamma decise che dovevo imparare a suonare uno strumento, come si addiceva ai figli delle famiglie per bene. Forse era anche intenzione di una signora Saba (nessun rapporto col poeta), i cui figli suonavano uno il violino e l’altro il piano. Così andavo due volte alla settimana in via Battisti a lezione di piano e la maestra naturalmente diceva che ero molto dotato.

Il corso fu però preso e definitivamente interrotto perché l’anno seguente ci trasferimmo a Roma, in un appartamento al secondo piano di uno stabile di via Percalli, ai Parioli. Era una casa massiccia di color giallino, con pretese di signorilità. I locali erano molto ampi e mamma e papà li arredarono, secondo lo stile degli anni trenta, con imitazioni rinascimentali che ci seguirono poi nuovamente a Trieste e fan parte dei miei ricordi dell’adolescenza. La sala da pranzo a Trieste in via Crispi risale ancora a quegli acquisti. L’arredamento precedente comprendeva due enormi quadri di famiglia, niente affatto male, finiti, per quanto ne so, al museo Rivoltella, ma mai visti esposti al pubblico. Via Percalli segnava allora il confine tra la zona urbana ed i pascoli della campagna romana. Sotto le finestre del lato nord e sotto il poggiolo della cucina pascolavano le pecore, sorvegliate da enormi cagnoni bianchi che da principio ci impressionarono molto. Un giorno però ci decidemmo di prenderli a sassate: se la diedero a gambe e non ci badammo più. I pascoli si stendevano fino all’Acqua Acetosa ed al viale Parioli, intersecati però dalle strade, che erano già state tutte costruite e che sono sempre le stesse, anche se ora sono sovraccariche di macchine e circondate da casamenti enormi e straboccanti (a Roma li chiamano palazzi).

In questi prati giocavamo il pomeriggio, spingendoci talvolta fino a piazza del Popolo. Per ordinarci di rientrare mamma stendeva un lenzuolo bianco alla finestra della cucina, segno che erano passate le tre. Di solito non ci badavamo. Sul monte Parioli avevamo delle tane tra i rovi (il paradiso terrestre) ed un’altra tana sotto del tram che da via Bertoloni scende verso largo Flaminio. Eravamo una banda bene affiliata che ben presto dominò la zona. Ricordo che all’inizio una ganga di bulletti di periferia ci fece opposizione. Stavamo discutendo quando Giambo, senza dire una parola, alzò con ambo le mani un grosso sasso e lo abbassò a braccia tese sulla testa di uno dei più esagitati. Si squagliarono in un lampo e non ci dettero più noia. Il mondo era per noi largo e vuoto: giocavamo a calcio in via Mercalli e Giambo, che era portiere, si stendeva spesso pancia all’aria nel bel mezzo della porta sul centro della strada. Andavamo a scuola in via Tevere, marciando all’andata e al ritorno per belle via larghe e soleggiate. Il traffico era quasi inesistente. Gli scolari portavano un grembiule blu, col nome ricamato sul petto e l’indicazione della classe sul braccio. Esiste una mia fotografia dell’epoca: oltre al grembiule ed al ghigno di circostanza quel che colpisce sono i capelli, alti ricciuti, impenetrabili, come quelli di un guerriero abissino. la scuola era molto per bene. Nella mia classe c’era un ragazzone biondo-rosso, nipote dell’eroe della guerra libica cui era intitolata la scuola e, presumo, padre o parente di una, diciamo signora, dal medesimo nome che faceva notizia nelle cronache mondane degli anni sessanta. Tutti lo riverivano.

Il maestro si chiamava Panetta ed era orgoglioso di avere come alunno il figlio d’una medaglia d’oro. Rimase costernato il giorno in cui, per qualche giustificato motivo che non ricordo, sbattei malamente contro il cancello di ferro istoriato del portone principale un grosso terrone, che strillò come un maiale scuoiato. All’uscita dalla scuola c’era un venditore di castagnaccio, dolce che non mi ha mai commosso, ed uno che offriva olive verdi in acqua salata, squisite. Il maestro Panetto era anche centurione della milizia ed al lui facevan capo i balilla moschettieri della scuola, di cui io facevo orgogliosamente parte. Marciavamo la domenica mattina per via Tevere e via Po fino a villa Borghese e poi, dopo un po’, tornavamo. Non ricordo che la nostra attività sia andata al di là di questa mite coreografia. Anzi no, una volta facemmo una gita a monte Cavo e per l’occasione ci fecero comprare uno zaino, al prezzo di quindici lire. Papà era spaventato dal costo e mi fece capire che non potevamo permetterci simili grandiosità. La vita a Roma era piacevole e noi ragazzi eravamo bene ambientati. C’erano certo anche i lati negativi: mia madre ci trascinava spesso a visitare monumenti. Con la guida rossa del Touring in mano, batteva sistematicamente fori, chiese e musei, imponendomi rapporti scritti e, mi sembra, schizzi esplicativi. Non ho mai più visitato una città con la guida in mano. Per me Roma finiva a piazza Fiume: poco più in là c’era un ottima gelateria e sulla via del ritorno, in via Salaria, una cartoleria dove comperavo i libri di Salgari. Alla fine della quinta, feci il relativo esame e poi, con solennità, al Tasso, ginnasio-liceo molto quotato, l’esame di ammissione al ginnasio, con ottimi voti.

Poi tornammo a Trieste, nell’appartamento di via Crispi, che era stato ristrutturato esattamente com’è ora. Giambo ed io abitavamo nella camera centrale, con due grandi letti appaiati e due tavolinetti pieghevoli davanti alle finestre. Dal mio sgabello vedevo il tetto della casa di fronte. Così, nel 1930 incominciò un periodo storicamente definibile e classificabile, che è rimasto ben impresso nella mia memoria. Andavo a scuola in Acquedotto, al liceo ginnasio F. Petrarca, uno dei due della città ed il meno quotato. I professori erano in genere buoni, alcuni ottimi, qualcuno scadente, nessuno pessimo. Il tono della scuola era anch’esso buono e l’atmosfera serena. I miei compagni erano rappresentativi della Trieste d’allora, con un condimento di tre/quattro ebrei, un greco, due sloveni, uno scozzese, due triestini di lingua tedesca ma perfettamente trilingue (triestino, tedesco, italiano) tra i ragazzi, due o tre ebree tra le ragazze. Tuttavia, non legai in modo particolare con nessuno di loro, in parte per la mia natura, in parte perché trascorsi i tre primi anni in una parallela, i due anni del ginnasio superiore in un’altra, ed infine il liceo ancora in un’altra. La terza ginnasio guardavo però con intensità Adriana, che poi in quarta accompagnai per qualche tempo a casa. Il liceo rimase parziale, perché nel secondo anno decisi di saltare la terza e sgobbai tutto l’inverno per far simultaneamente il programma dell’anno, il programma della terza e la ripetizione del programma della prima. Uno sforzo che non farei per tutto l’oro del mondo. Ad ogni modo, i compagni di classe erano ragazzi simpatici, di cui ricordo spesso le facce.

Per esempio quella di Paolo Fonda, intelligente e pronta alla risata. Aveva un fratello, Piero, un anno avanti, con il viso pieno di brufoletti ed un altro fratello più giovane, Sergio. Morti in guerra, tutti e tre, i primi due in Russia ed il terzo a Trieste nel 1945. Altre facce invece sono proprio quelle che mi capita di rivedere talvolta per le strade di Trieste ed appartengono in genere a quelli che non mi riconoscono.
La mia giornata incominciava alle 7. Per colazione cacao e pane e burro e marmellata. La scuola incominciava alle 8 e durava fino alle 12, più spesso alle 13. Raramente abbiamo avuto lezioni al pomeriggio, di solito solo l’ora di ginnastica. Pranzo alle 13 e minuti. Dopo liberi fino alle 15: correvamo in bicicletta per via Crispi fino alla Rotonda del Boschetto, qualche volta fino al Cacciatore, oppure andavamo a piedi al Boschetto e giocavamo tra le querce ed i pini. Il Boschetto era allora un bel bosco serio. Tra le attività extrascolastiche, importanti erano le lezioni di francese, che presi regolarmente per sei anni da un insegnante la quale donna con la parrucca (Mlle. Bertal), molto brava e sistematica, la quale m’inculcò tutta la serie delle grammatiche Larousse in modo tale che tuttora rimangon nella mia mente come quello che, con molta proprietà, si usa definire in tedesco uno “schlafender Wortschatz” (patrimonio lessicale dormiente). Talvolta, infatti, mi tornano d’un tratto alla memoria come meduse bianche che balzano alla superficie del mare. In prima liceo presi anche lezioni di tedesco da una signora ebrea molto gentile, che è finita nei forni, come tanti ebrei poveri e senza relazioni.

In ginnasio avevo già fatto tedesco, prima con la Spagnol, morta poi, a quanto mi hanno detto, in qualche Lager, e indi con Gius, personaggio privo di profilo. Probabilmente più importanti per il mio fisico di quel che io allora supponessi furono le lezioni di ginnastica dal prof. Apollonio, che integravano le troppo modeste gesticolazioni a scuola, sotto la guida ritmata del bastone dell’insegnante di ginnastica, prof. Busato. Al prof. Busato piaceva accarezzare i bambini lisci e biondi. Meno successo ebbe la scherma, che mia madre voleva che imparassi. Ci andavo mal volentieri, sia per mia scarsa attitudine che per l’atteggiamento sprezzante del maestro, che mi faceva chiaramente capire che insegnare scherma a un disgraziato come me era una pura perdita di tempo. Smisi dopo poco. Poco futuro ebbe anche il canottaggio. Era molto pesante alzarsi alle cinque e mezza, per essere al Rowing prima delle sette. Poi ci si mise di mezzo la studiata straordinaria della seconda liceo, di cui ho parlato più sopra.
Le materie scolastiche non costituirono comunque mai un vero problema. Vero è amche che dovevamo passare tutto il pomeriggio a tavolino, dalle tre in poi, e che solo il rumore delle chiavi di papà che apriva la porta di entrata, segnava verso le 8 il momento di liberazione e della lettura del Corriere della Sera, in attesa della cena. E’ anche vero che in quelle ore pomeridiane ho letto molti libri non certo scolastici, facendoli volare sui vicini scaffali quando qualche rumore faceva prevedere un’irruzione della madre. Nel complesso, tuttavia, ho sempre coscienziosamente studiato, soffermandomi forse più sulle materie gradite e sorvolando su quelle antipatiche. Tra queste figuarava prima di tutte la matematica, che non ho mai capito come si possa studiare.

In matematica ho avuto in seconda ginnasio l’unico esame di riparazione di profitto (l’altro è stato in ginnastica, perché non andavo alle adunate dei balilla), il che mi fa pensare che ai nostri insegnanti di matematica non si insegnasse, né si insegni tuttora, come insegnare. Quando ebbi un insegnante come si deve, me la cavai piuttosto brillantemente. Non avevo problemi in italiano, mentre ho incontrato in liceo delle difficoltà in latino a causa di paurosi vuoti nelle conoscenze grammaticali (14-15 anni, età dei primi innamoramenti) ed analoghe ma non così serie in greco (non vi era la versione scritta dall’italiano al greco). Brillavo in storia dell’arte ed ero assai distinto in storia, un po’ meno in filosofia e spazzavo il mercato in geografia. Le scienze naturali m’han mai specialmente interessato. Degli inseganti del liceo, ricordo con rispetto Brosenbach, che ad alcuni forse verrà in mente quando nelle osterie della bassa via Crispi, a cavallo di una botte, declamava lirici greci, con rispetto anche Rossi Sabbatici, che la storia la sapeva (la filosofia un po’ meno), con un sorriso Macek, che avrebbe dovuto farci il programmane di scienze naturali, con un po’ di compianto Negri, che aveva evidentemente i suoi problemi famigliari, con considerazione Rutter, che in una singola ora alla settimana cercava di fare capire qualcosa di storia dell’arte ad una banda di selvaggi irridenti. Degli inseganti di matematica ho già parlato: la De Petris aveva le più brutte gambe di donna mai viste sulle coste dell’Adriatico (veniva da Cherso) e Bartoli puzzava sempre di sigaro toscano.

C’era poi don Marega, o come diavolo si chiamava, che avrebbe dovuto insegnarci religione e che io salutavo con un sonoro “Sia lodato Carlo Marx”.
I mesi di scuola, da ottobre a giugno, non risultano distinti nei miei ricordo. Si assomigliano troppo. Ci fu sì qualche episodio saliente, come quando per celebrare il felice superamento dell’esame della terza ginnasio (1933) papà mi portò in aereo a Zara. Partimmo in idrovolante dalla radice del molo Audace, ammarammo a Lussino (la chiglia dell’idrovolante batteva col pazzi sonori sulle onde) ed arrivammo da signori a Zara, che era un gioiello di città veneta, splendida ed amichevole. Magnifico bagno a Punta Amica, con un pranzo di triglie che saltavano vive nell’olio bollente. Un altro episodio fuori dall’ordinario un mese nell’estate del ’36, quando fummo invitati in Toscana, nella villa I Busini dei signori Nicolodi. Nicolodi era un trentino, cieco di guerra, che aveva il dono di trasformare in oro tutto quel che toccava. Aveva comprato una villa sopra La Rufina, nel comune, credo, di Pontassieve, con una dozzina o ventina di case coloniche. La villa era un tipico edificio toscano rettangolare, con due cortili interni, ampi piazzali, un grande spazio verde davanti, con vista sulla Sieve. L’edificio e gli interni erano sontuosi. A tavola serviva un cameriere siciliano in guanti bianchi ed un naso cosparsi di enormi ed orrendi punti neri. La padrona di casa era anch’essa siciliana. Presenziava all’imbandigione un monsignore con scarpe nere lucidissime e fibbie d’argento, che dottamente discettava sui gusti dei buoni vini da messa. A parte le cerimonie dei pasti, io mi ci trovai bene. Scorrazzavo sulle colline retrostanti (una volta arrivai fino a Vallombrosa), facevo bagno nella Sieve, andavo spesso a Firenze, che visitai coscienziosamente, mi recai a Siena a vedere il Palio.

I primi giorni c’era anche una ragazza valdese di nome Elda, bionda come il miele, che cantava con voce dolcissima canzoni romantiche. Negli stessi giorni scoppiò anche la guerra di Spagna.
Ad ogni modo, direi che le vacanze hanno costituito dei periodi gloriosi. Se prendo un anno tipico, normale, incominciavamo a fine giugno coi bagni al Savoia, cui seguiva un periodo di spiaggia a Grado. Abitavamo un due camere dal Signor Augusto, il quale, ahimé, possedeva anche un giardino, che per anni ho dovuto descrivere nei compiti di casa, ma senza successo. Li avrò rifatti dozzine di volte. In spiaggia andavamo disciplinatamente la mattina e ne ripartivamo, sempre disciplinatamente, a mezzogiorno, proprio quando arrivava la banda Marin, figli di vecchi amici di famiglia. Loro salpavano col pattino a pescar caperozzoli e noi marciavamo verso casa. Lo stesso avveniva il pomeriggio: noi eravamo lì da presto e loro arrivavano alle sei e oltre, quando i bagnini ripiegavano le tende e spazzavano la spiaggia. Ma loro eran figli o ospiti dei direttore dell’azienda bagni e degli orari della spiaggia se ne infischiavano. Al calar della sera sguazzavano rumorosamente in acqua mentre noi vestiti e calzati rientravamo per i viali della città balneare. Da Grado tornavamo a Trieste.
Mamma lavorava due giorni a riempire tre o forse più bauli e partivamo per la montagna. Montagna nei miei ricordi di ragazzo significa Cima Sappada ma, a dire il vero, c’eran stati alcuni precedenti. Dopo quel primo esperimento a Sappada, credo nel ’26, vi fu un soggiorno a Frassenè, sopra Agordo, di cui ricordo assai poco. Poi a Valgrande, dove avevamo in affitto una casetta che esiste ancora, abbandonata. Il posto è identico e puzza sempre di prete per via di una colonia estiva che solo negli ultimi due o tre anni è stata un poco ripulita. Incominciai ad andare in gita. Una volta al rifugio Sala, ancora esistente anche se adesso è chiuso e sostituito dal rifugio Berti. Ma il nome che più m’è rimasto impresso, forse perché non ci sono mai arrivato, e quello del Col Rosson, una quota ad oriente del Col Quaternà.

La passeggiata abituale era però a Parola e l’attività principale consisteva nella raccolta di funghi. L’andata a Cima Sappada nei primi tempi aveva un carattere epico: in treno fino a Udine, coincidenza per Carnia, coincidenza per Villa Santina, coincidenza col trenino per Comeglians, corriera per Forni Avoltri e finalmente corriera per Sappada. Successivamente le cose si sono un po’ semplificate, finché negli ultimi anni ci si arrivava con un servizio diretto di corriere Trieste-Dobbiaco (credo). L’autista era grasso e si chiamava Mario e le signore lo oberavano di pacchi, pacchetti, lettere e incarichi. Aveva un sorriso per tutte. Ad ogni modo, a Cima Sappada alloggiavamo sempre dai Pachner, della cui casa binaca sul pendio affittavamo il lato sinistro guardando. Al primo piano c’era la cucina e la sala da pranzo e soggiorno al secondo piano due camere da letto. Il lato destro, di struttura uguale, era occupato dai signori Devescovi, dal prof. Pepi, dalla signora Giordana e dalle figlie Mau e Anna. Spesso ci veniva anche la cugina Nice. A Cima ho trascorso sei estati indimenticabili. Difficile è raccontare tutto. Molto spesso era con noi il cugino Scipio. Qualche volta capitava anche Falco Marin. Poi c’eran le ragazze. Alcune le ho menzionate: spesso presenti anche Mariolina Appolonio e sua cugina Elsa (?) ed i due Fogazzaro, che dovevo ritrovare un dieci anni dopo in India, all’ala 5 del campo 25. A Sappada battevamo i boschi circostanti per funghi (porcini e galletti). Mamma ci dava una stanga di cioccolato nocciolato per ogni chilo netto, netto anche della barba dei porcini!).

Di solito la presa si aggirava sui due/tre chili, ma una volta epica la fregammo, tornando a casa con 19 chili di roba. Veniva da una plaga sotto le gallerie, nei cui pressi han fatto ora una discarica di rifiuti. Giocavamo a calcio in un campetto vicino all’albergo alle Alpi, facevamo il bagno nel Piave, costruivamo capanne di frasche nel bosco dietro la casa ed un anno edificammo tutto un villaggio (Francopoli), di cui ero presidente, ma che finì male, perché nel corso dei lavori ammazzammo una vipera e le madri proibirono alle ragazze di venire nel bosco. Costruimmo un bastione di sassi, che tuttora esiste e negli ultimi anni ci dedicammo intensamente al sassismo (ora di chiama bouldering) su un masso, sul quale tracciammo una dozzina di vie, che non sarei certamente in grado di ripetere. Lavorammo con aquiloni, tagliammo ed incidemmo innumerevoli bastoni, giocammo ore interminabili a bocce, calpestammo instancabilmente l’erba dei prati e fondammo l’associazione COPS (contro oppressori pachner secondi) in odio ad una babazza, dal cognome eguale a quello dei nostri padroni di casa, che ci tormentava con le sue pretese.

Ma soprattutto camminammo, camminammo per monti e per valli, alle malghe, ai rifugi, ai laghi d'Olbe, su tutte o quasi le cime attorno Sappada, spingendoci spesso fino al Coglians, giorno dopo giorno, per tutti i boschi, prati pascoli, brughiere, torrenti ed anfratti della vallata. I vecchi ci ricordano ancora, quei ragazzi coi berrettini dalmati e con la faccia impunita. Non avevamo rapporti con gli indigeni, salvo qualche rara volta in cui i padroni Pachner ci consentirono di aiutarli a rastrellare il fieno. Il figlio Giuseppe era già grande ed andava in Punteria ad imparare il mestiere di sarto, le figlie Maria e Barbara aiutavano i lavori domestici e solo il piccolo Pierin era qualche volta disponibile per giochi davanti alla casa. Le nostre gite avevano però dei punti fissi. Uno era malga Caseravecchia, vicino alla quale c’era una famosa plaga di funghi.

Facevamo a gara per abbassare il tempo di percorrenza, fino a riuscire una volta a raggiungerla in 50 minuti. E’ un tempo che sa molto di corsa in montagna. L’altro obiettivo preferito eran i laghi d’Olbe, sul più grande dei quali costruimmo una zattera e nel quale ci arrischiammo qualche volta a fare il bagno. Gelo. Una cerimonia particolare era costituita dalla gita sul Peralba: partenza la sera, arrivo al rifugio Calvi a notte fonda, partenza nel cuor della notte ed arrivo in cima in tempo per salutare il sole nascente. La prima volta che ci andammo, però, non trovammo la strada e passammo la notte appollaiati su certe roccette sgradevoli. Avevo otto anni e Giuliano sei. Il giorno dopo scendemmo dal Passo dell’Oregone in Val Visdende fino a Cima Canale e mai una valle mi è sembrata tanto lunga. Al termine però ci mettemmo a giocare a bocce.
A Cima Sappada imparai ad andare in montagna, il che non significa solo avere un piede sicuro, ma anche possedere un buon senso del terreno, saper intuire itinerari, raccogliere tante variegate nozioni che aiutano a cavarsela nelle più svariate circostanze. In tanti han cercato di rispondere alla domanda “Perché vai in montagna?”. Non tenterò neppure di abbozzare una risposta.

Posso solo dire che in montagna mi trovo bene e che in montagna sono di solito più felice che altrove. Feci anche i primo esperimenti di roccia, modesti ma entusiasmanti. Dimenticavo di dire che verso la metà degli anni trenta frequentai a due o tre riprese la scuola di rocca di Val Rosandra. Noi marmaglia eravamo affidati a istruttori non di spicco ed ammiravamo gente come Comici e Prato solo da lontano ma era un ambiente simpatico, retto con mano sicura da Stefanelli e tutto quel poco che so di roccia lo ho imparato lì. Non ho invece mai imparato a giocare decentemente a lavre, diporto abituale degli istruttori e dei loro ammiratori. Andando in montagna sviluppai un fisico robusto, che in parte compensava la mia mancanza di coordinamento e di agilità.

Tra gli altri sport, ho ricordato il pietoso episodio della scherma. Me la cavai meglio con lo sci. Mi portarono la prima volta a Tarvisio nel mitico inverno polare del ’29, quando la mattina in camera (albergo Schnableger) si doveva rompere il ghiaccio nella brocca per potersi lavare, cosa che non credo di aver fatto. Incominciai a sciare e continuai fino, credo, al ’35, migliorando gradualmente ma sempre col vecchio stile alpino, tanto campetto e tanto spazzaneve. Andavamo col treno bianco: partenza alle 5 da Trieste ed arrivo a Tarvisio verso le 9. Ci fermavamo di solito a Valbruna. Per le vacanze di Natale siamo stati a Sappada, Valbruna, Corsara, fino alle ultime, a Cortina, dove scendevo trionfalmente da Pocol accompagnando la Loredana. Ricordo anche numerose salite sul Monte Lussari, con catastrofiche discese per la Florianca, molte escursioni sul fondovalle di Valbruna, alcune mattinate a Postumia, nella dolina Räuberkommando (oggi Ravbarkomanda), su un castello di neve gelata e con una bora tagliente, una gita in Selva di Tarnova, dove a Lazna ci fu presentato come tè una ignobile bevanda nerastra.

L’episodio più divertente fu forse la volta che il treno bianco non partì a causa di ingenti nevicate, quando trasformammo il tram di Opcina in “tram bianco”, andando a far finta di sciare nella dolina di Percedol. Partecipai anche, sebbene poco brillantemente, ad un campionato di sci dell’opera nazionale balilla ad Asiago. Per il resto, nuotavo, a rana o a mezzanave ed ero piuttosto resistente e sicuro. Andavo molto il bicicletta e le andate a Rosazzo in bici entrarono a far parte della tradizione.

Ed infine lunghe camminate a Trieste. Non ricordo di aver mai preso il tram se non per andare a Barcola (il 6 metteva in linea d’estate seconde vetture aperte, senza pareti laterali, molto fresche e balneari) od al bagno Savoia. Anche allo stadio andavo a piedi e tornavo via Servola, la torre del Lloyd e le rive.
Il lettore osserverà che in tutta questa enumerazione di attività ho usato molto spesso il plurale. Sì, perché se è vero che non ho mai ingranato molto coi compagni di scuola, ho avuto degli amici con cui mi son ritrovato e con i quali ho passato gran parte delle ore libere di quegli anni. Il primo e più importante era Giuliano, detto Giumbo, dal nome dell’elefante omonimo, personaggio di un libro per bambini (“Giumbo, il piccolo elefante, era tristo, era un birbante”), fratello che aveva due anni e quattro mesi meno di me. Era tutto meno che un tristo od un birbante, anzi era veramente buono ed affettuoso, ossequiente alle leggi ed alle consuetudini. Direi che era molto migliore di me sotto tanti aspetti: non solo capiva senza difficoltà la matematica, ma visitava i parenti, rispettava i grandi, non infieriva sui piccoli, aveva principi saldi e fermi e si faceva rispettare. Era un ragazzo molto robusto, che sapeva quel che voleva e come ottenerlo, sempre col rispetto dell’ordine costituito e delle buone maniere. Abbiamo sempre vissuto assieme, mangiato assieme, dormito assieme, anche in modo vivace, come quando una volta a Roma gli sbattei la testa su uno spigolo del muro facendogli una ferita la cui cicatrice era visibile ancora anni dopo ed i genitori ci trovarono piangenti ed abbracciati quando tornarono a casa la sera tardi.

Abbiamo giocato molto coi soldatini di piombo, combattute molte battaglie navali seduti ai nostri due tavolini di studio, raccontato storie interminabili la sera a letto, guardato il mondo più o meno con gli stessi occhi. Dopo la matura si iscrisse al Politecnico di Milano, mi seguì mesi dopo alla scuola allievi ufficiali alpini di Bassano, fu assegnato al 5° btg Tirano e cadde ad Arnautowo, poche km a oriente di Nikolajewka, il 26 gennaio 1943 all’età di venti anni e tre mesi. Medaglia d’oro. Avevo ed ho tuttora una sorella, Maria Luisa, comunemente chiamata Marisa ed ne ho avuto un’altra, Donatella, nata nel ’38 e morta di cancro nel ’57. E’ una storia molto triste. Papà ne rimase segnato per il resto della vita.
L’altro grande compagno della mia adolescenza fu mio cugino Scipio. Aveva quattro anni e mezzo più di me, ma si comportava come un piccolo padre ed era curioso come i genitori, non solo i miei ma anche quelli degli altri ragazzi, gli affidassero senza alcun pensiero i figli.

Non avevamo molte occasioni di vederci in città, tranne per i miei pellegrinaggi a casa sua per ripetizioni di matematica, ma in compenso eravamo insieme per lunghi periodi d’estate, quando Scipio veniva da noi a Cima Sappada ed un po’ anche a Rosazzo. Con lui abbiamo fatto innumerevoli gite e due memorabili soggiorni in tenda, il primo a passo Sella nell’estate del ’37 ed il secondo sotto passo Falzarego nell’estate del ’38. C’era stato anche un primo esperimento anni prima, sotto il Peralba. Scipio era un ragazzo modello: studiava molto, leggeva libri difficili, si fabbricava le radio galena da solo, faceva innumerevoli sport, aveva partecipato ai littoriali, andava splendidamente in montagna (era sempre lui il nostro capo cordata), sciava assai bene, era amato dalle madri e stimato dai padri, s’era digerito il Politecnico come una minestra d’orzo (l’ultimo anno l’aveva fatto a Roma perché voleva lavorare con Fermi). Mancava forse di comunicazione. Non ricordo d’aver mai avuto con Scipio un dialogo, non dico intimo, ma neppure personale. Giovava forse la differenza d’età. E’ scomparso in Russia, ufficiale del 3° artiglieria alpina, divisione Julia. Medaglia d’oro anche lui. Avevo, anzi ho tuttora, un altro cugino, Giorgio, che abitava al primo piano della casa di via Crispi e che non vedo da decenni.

Anche con Giorgio abbiamo giocato, soprattutto nelle sere d’inverno, coi pupantei, che erano dei bambolotto di plastica, che maneggiavamo attribuendo loro qualità superiori ed inventando storie interminabili. Giorgio aveva un cugino, Fabio, che abitava a Zara, dotato di molta fantasia e di una notevole propensione per i fatti della vita (fumo, donne, alcool, letteratura), ed un padre, zio Gastone di cui ho un ottimo e grato ricordo. Zio Gastone era cacciatore ed al lui dovevamo innumerevoli contorni e lepri in paiz ed a cui io devo molte bellissime gite in Carso, al seguito dei cacciatori. Coronale e Duttogliano erano i loro capisaldi. Il cane era prima Tell, un cagnone color giallo che non valeva niente, e poi la Liu, una bracca bruna, assai capace, che tornava domenica sera stracca morta dalla caccia, si buttava senza mangiare nel canile e ne usciva si e no martedì. Ho anche una cugina, Livia, che è stata qualche volta con noi da piccola e che ho poi perso di vista. Nessun altro parte giovane. Tra gli amici vorrei però menzionare in modo speciale Gigi Forti. Ci siamo incontrati a Cima Sappada, abbiamo fatto molte gite assieme, eravamo poi assieme alla scuola di roccia in Val Rosandra ma, soprattutto, negli ultimi anni del liceo andavamo ogni domenica a vedere la partita allo stadio ed al cine sabato sera. E’ stato Gigi ad introdurmi alle bellezze del Weyers Flottenbuch, su cui discutevamo per ore.

A dire il vero non so proprio di cosa altro parlassimo per pomeriggi interi, certo è che andavamo perfettamente d’accordo e così siamo rimasti finché le circostanze ci hanno diviso: lui, avanti di un anno, è andato a studiare a Genova, io a Roma. Poi è venuta la guerra. Nel ’41 mi mandò una cartolina “Vorrei essere con voi”. Lui comunque ci rimase, ebreo ucciso dai tedeschi nel ’44, mentre cercava di far saltare un ponte. Un altro amico era Fulvio Ziliotto, pacioccone, anzi grasso, tormentato dalla madre, ebrea ed adorante, di cui ricordo ancora i gridi di richiamo che echeggiavano per tutta Sappada: “Fulvietiii!”. Il momento decisivo della gita per Fulvio era quando ci si fermava per mangiare. Non esitava all’osteria di Val Rosandra di ordinarsi una frittata di dodici uova. Anche lui è morto durante la guerra, ammazzato a Milano in circostanze non chiare. I genitori, alla notizia, si uccisero. Ci sono state poi diverse altre conoscenze, più o meno casuali, ma che non posso definire amici.
Un momento importante della mia adolescenza è costituito dalla guerra d’Abissinia, primo perché ci andò anche papà, secondo perché si inseriva trionfalmente in una passione per le colonie e la vita coloniale che avevo coltivato, Dio sa per quale ragione, negli anni precedenti. In ginnasio ero anche risultato primo in un compito di natura coloniale. Ricordo ancora come incominciava: “Quando penso a quelle sciagurate parole, scatolone di sabbia, …”. Insomma, la cosa mi interessava profondamente e, sotto sotto, mi proponevo di diventare funzionario coloniale, di far parte cioè del corpo dei funzionari del ministero delle colonie, popolarmente definiti “marina svizzera”.

La campagna d’Africa venne anche in un momento psicologico decisivo, quando, tra i quindici ed i sedici anni, si incomincia a guardare le ragazze e si pensa al futuro. Ed io pensavo tanto al futuro che la vita al liceo mi divenne talmente pesante da sobbarcarmi, come già detto, al lavoro improbo di saltare la terza. Papà andò dunque in Africa, con la divisione Tevere. Passò poi ad un raggruppamento arabo-somalo e si fece la campagna dell’Ogaden, guadagnandosi ancora un nastrino. Rientrò poi alla Tevere, al comando del btg. arditi, combattendo la guerriglia sulla ferrovia Addis Abeba – Diredaua. Al rientro della divisione in Italia, molti dei suoi ufficiali rimasero in Africa e caddero quasi tutti nel ’41 nell’ultima difesa di Gondar. Oggi non se ne parla, ma la campagna d’Abissinia costituisce un momento lirico nella nostra storia nazionale: mai il paese fu più compatto, unito, affratellato. Vista con gli occhi del 2000 era certo un’impresa fuori tempo, ma i fatti sono fatti ed io li ho vissuti: eravamo tutti fieri d’essere italiani e decisi ad andare sino in fondo.

Già, papà. Un personaggio molto importante della mia vita. Papà era fondamentalmente un uomo buono e retto, dalle idee e decisioni chiare. Era scappato da Trieste nel ’15, a diciassette anni, senza finire il liceo, per arruolarsi in Italia. Aveva incominciato con operazioni di soccorso per il terremoto di Avezzano, aveva partecipato ai primi combattimento sul Carso, era stato ferito al ginocchio sul Calvario davanti a Gorizia, in un episodio di pattuglia nel quale era morto suo fratello Scipio. Si guadagnò in quella occasione una medaglia d’argento (papà diceva che le medaglie d’argento del 1915 valgono più d’un ordine militare di Savoia degli anni dopo), aveva trascorso tutto il ’16 sul fronte di Gorizia, si era preso una seconda medaglia d’argento a Salcano e nel maggio del ’17 aveva conquistato, con la compagnia di cui era rimasto unico ufficiale, la cima del Monte Santo. I rincalzi non arrivarono (il btg. che doveva salire dalla Sella di Dol non riuscì neppure ad uscire dalla trincea a causa del fuoco di sbarramento dell’artiglieria austriaca) e fu fatto prigioniero. Come irredento avrebbe dovuto venir impiccato, ma non fu riconosciuto, o non vollero riconoscerlo, e nella confusione dell’ottobre del ’18 se ne uscì dal campo e si avviò verso casa. Raggiunse Marburg (oggi Maribor), dove austriaci e jugoslavi si sparavano sulle due rive della Drava mentre i treni continuavano a circolare sui ponti tra le sparatorie, ed arrivò a Sesana, dove al comando di tappa austriaco gli offersero gentilmente caffé e gli chiesero chi fosse e dove andasse. “Sono un prigioniero di guerra italiano e torno a casa, a Trieste”. “E come mai non l’hanno impiccato?”.

Alzati con una certa velocità i tacchi, raggiunse casa sua, in via Fabio Severo, riabbracciò la famiglia, salutò il fratello Gastone, reduce da cinque anni di servizio nell’esercito austriaco, con un del tutto usuale in famiglia “Porco …., come sei magro”. Rientrò nell’esercito, passò effettivo per merito di guerra, ricevette la medaglia d’oro per l’azione di Monte Santo, fece un po’ di guarnigione a S. Pietro del Carso e poi fu dislocato a Torino, dove avrebbe dovuto contrastare gli scioperi allora di moda. Non trovò la cosa di suo gusto e diede le dimissioni. Trovò un’occupazione come direttore dell’ufficio di Trieste dell’opera mutilati ed invalidi di guerra. Mon doveva essere un impiego sontuosamente retribuito e non mi ricordo infatti che nuotassimo nell’oro. Credo si desse da fare anche con altre attività, non tutte riuscite. Un certo momento, per esempio, promosse e pubblicò un “annuario degli italiani all’estero”. Se avessi potuto utilizzare allora la mia successiva conoscenza dei nostri servizi consolari e delle camere di commercio italiane all’estero glielo avrei nettamente sconsigliato. Mise su anche una rivendita tabacchi, che nei primi tempi andò piuttosto bene e dove mi rintanavo per leggere gratis tutti i giornali stesi sul banco. Si occupò di politica, in ambito locale, sempre mantenendo fede agli ideali di libertà e di unità spirituale degli italiani della Venezia Giulia ma che di libertà e dignità dei suoi conterranei slavi (rimasti alquanto perplessi, immagino, nel venir definiti alloglotti).

Non aderì al fascismo come movimento, ottenne poi la tessera del partito come tanti altri per poter continuare a lavorare e gliela ritirarono successivamente, per uno di quelli che giudico giochetti locali di potere. Seppi solo molti anni dopo del memoriale del 1930 della presidenza della Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati per un’attenuazione della pressione politica nella regione, opera di equilibrio e di saggia moderazione e giustizia, che costò ai protagonisti la estromissione dal partito ed un quinquennale spietato ostracismo. Andò poi in Africa. Riebbe la tessera ed ottenne l’agenzia dell’AGIP per le province di Trieste, Pola e Zara. Poté infine respirare economicamente. Nell’ultima guerra si fece nuovamente richiamare, passò mesi in qualche grosso comando, si fece l’Albania e fu rimpatriato nel marzo ’41, invecchiato di dieci anni e stravolto per quel che aveva visto delle condizioni spirituali e materiali dei nostri comandi e del nostro esercito. Nel ’42 tentò di farsi arruolare nei paracadutisti, ma non fu fatto idoneo a causa della vecchia mutilazione al ginocchio. Nel luglio ’43 fu nominato commissario prefettizio del comune di Trieste, ma dette subito le dimissioni quando Badoglio fece assassinare Ettore Muti. Nel triste periodo del dopoguerra, quando Trieste era sottoposta al governo militare alleato ed oggetto di complicati avvilenti intrighi diplomatici, tentò di rinsaldare lo spirito degli ex combattenti di tutte le guerre, di ristabilirne la concordia e di indirizzarne l’azione verso il raggiungimento della città alla madrepatria, nel superamento di odii settari e di faide di partito. Le sue dichiarazioni programmatiche, fatte il 26 luglio 1948 alla assemblea della Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati esprimono meglio di qualsiasi commento le sue idee riguardo alla guerra perduta ed al dilemma fascismo-antifascismo.

Esse diedero luogo a polemiche acerbe e sono sempre dolorosamente attuali, perché, a distanza di oltre cinquant’anni, incominciano appena ora a venire faticosamente ma unanimemente accettate.
Di tutte queste vicende, delle sue medaglie, delle due promozioni per merito di guerra, non ne parlò mai a casa con noi. Tutta la sua vita è stata plasmata dagli avvenimenti della giovinezza, dalla guerra insomma. Era fondamentalmente un italiano di Trieste, di impronta profondamente nazional-liberale. Provava un acuto ed ingiustificato senso di inferiorità per non averi finito gli studi, aveva un assurdo rispetto della carta stampata e probabilmente, anche se non me lo ha mai detto, mi avrebbe visto volentieri scrittore o giornalista. Mi commuove ripensare al suo orgoglio quando, appena entrato all’ICE, redassi un opuscoletto sul Pakistan, che fu poi anche pubblicato, naturalmente senza nome. Si sentiva di agire nell’ombra letteraria del suo grande fratello, ma, a parte la politica, che lo interessò sempre molto, le sue passioni andavano in altre direzioni. Adorava i fiori, la campagna, i conversari con gli amici. Di questi ultimi ne aveva molti, quasi tutti della Compagnia Volontari, con cui si ritrovava la sera alla trattoria Tamburini in via Battisti o coi quali faceva scorribande gastronomiche in Istria, ma anche altri, seminati per l’Italia. Una volta, nel ’26, andammo a trovare uno, in Abruzzo. Faceva il notaio e la clientela, in gran parte contadina, lo pagava in natura: formaggi, salami, prosciutti, polli, anche pecore e porci. Mai mangiato tanto. Conobbi li le pezzelle. Le facevano con uno stampo di ferro quadrettato, avente al centro il monogramma della famiglia. Trovai, molto tempo dopo, l’ultimo fabbricante di stampi a Cleveland, negli anni sessanta. Diceva di essere rimasto solo e che anche in Italia non ve ne erano più. Tornammo a casa dall’Abruzzo via Roma, dove alloggiammo all’Albergo Nazionale, in piazza Montecitorio.

Lo ho visto in televisione giorni fa: è sempre uguale. Tra gli amici di papà, ricordo con particolare piacere Pagnacco, che fu anche padrino di cresima di Giumbo, l’avv. Giulio Camber, il cui figlio Riccardo fu anche mio compagno al ginnasio. Quest’ultimo lo chiamavamo “ist”, perché era piuttosto, diciamo, isterico. Camber padre era un tipo originale. Una sera riaccompagnò mio padre a casa dopo una serata con gli amici e nel congedarsi gli disse: “Scusa Guido. Me sposo doman matina presto, te poderia farme de testimonio?”. Vidi l’ultima volta Camber, maggiore, in Albania, nel maggio del 1941. Dovevano trovarlo morto, poche settimane dopo, un mattino nella sua tenda, con in mano non se un vangelo o un’opera di Kant. Altri amici di papà che ho conosciuto bene: mio zio Renzo, fratello di mamma, Tommasini, Luccardi, Delcroix ed altri, rivedo le facce ma non riesco a formulare il nome. Anche se aveva taluni amici altolocati, papà era rimasto semplice. In letteratura il suo ideale era Dickens e non ha mai superato il quadro sociale, economico, politico, militare della società ottocentesca in cui era nato. Lo hanno talvolta definito “un soldato”, ma era troppo buono e diritto per essere solo quello. La vita è stata in alcuni casi molto crudele con lui, ma gli ha concesso una morte rapida senza agonie. Lo penso con venerazione e con infinito affetto.

La vita in via Crispi era modesta e, diremmo, monotona. Per noi sveglia alle sette (papà si alzava prima), brevi sciacqui, colazione con cacao, pane, burro e marmellata e corsa a scuola. Pranzo poco dopo l’una. Dalle due alle tre corse in bici o al Boschetto. Dalle tre alle otto a tavolino, a studiare e fare i compiti di casa. Alle otto cena. Negli ultimi anni qualche volta eravamo ammessi ad ascoltare commedie alla radio (incidentalmente: era gente che sapeva il mestiere, altro che la tivì di oggi) ma di solito ci ritiravamo per leggere a letto. Cosa mangiavamo: molto riso in brodo, carne lessa e verdure cotte, un’arancia o una mela. Altrimenti frutta di stagione. La sera spesso delle cosiddette creme, di cui assai appariscenti e sgradevoli erano dei groppi mal cotti. Nei giorni di festa trionfava lo strucolo di spinaci ed alle feste comandate i dolci tradizionali: presnitz, putiza, kugluf, titole, fave dolci, mandorlato, ecc. Per le feste grandi, monte bianco. Qualche volta, d’estate, comparivano tavolate di Buchtel. Bevevamo acqua di spina. Papà un po’ di vino. Per merenda a scuola, un panino. In casa veniva assai raramente gente. Talvolta a pranzo zia Linda. Poco frequentemente le zie di Fabio Severo, zia Neri e zia Vanda. La sera, che ricordi, solo per un certo tempo Sergio e Ada Devescovi, con cui i nostri genitori cenavano e giocavano a carte. La cosa è poi finita, ma questa è un’altra storia. La domenica, inevitabilmente, andavamo dai nonni.

Nonna Gina era morta che io avevo sei anni ma nonno Gigi (Luigi jr.) era sempre là, con gli occhiali d’oro e la radio galena. C’erano poi le zie e talvolta comparivano strane figure dalle parti di via Bazzoni, che ancor oggi non so classificare a memoria e per le quali devo ricorrere agli alberi genealogici ed ai documenti del cimitero. Capitava anche raramente anche zia Gigetta ed ancor più raramente Scipio. Più spesso invece zio Gastone ed anche Giorgio. Di solito eran pomeriggi piuttosto noiosi, anche se avvolti da un senso familiare di calore e di appartenenza. Molto vibranti invece le serate d’inverno dedicate alla tombola, guidate dall’interminabile presentazione di zio Gastone. A zia Neri devo anche un’altra esperienza: a parte le sue ripetizioni di latino, greco e tedesco, che dovevo subire (ma che erano anche molto efficaci), portava me, bambinastro del ginnasio inferiore, assieme ai suoi studenti del ginnasio superiore, in gita la domenica in Carso, a spasso per boschi e doline, per finir la giornata in qualche gostilna accogliente. A quei tempi le osterie del Carso eran ancora trattorie e non imitazioni di ristoranti alla moda. A zia Neri devo anche i dolcetti che mi dava a fine lezione ed un certo incoraggiamento inconscio al fumo. Lei fumava continuamente durante le lezioni ed è un fatto che proprio uscendo dalle lezioni di zia Neri abbia incominciato ad acquistare nella rivendita all’angolo Fabio Severo / Mulin a Vento le prime sigarette Sport. Ne comperavo due sciolte, che fumavo scendendo per via S. Francesco, perché meno frequentata. Questo doveva essere verso il 1934-35.
Negli ultimi anni del liceo incominciai ad unirmi alle gite guidate dalla Società Alpina delle Giulie. La prima fu al Plezzo, per l’inaugurazione del rifugio Suppan, in Val Movenza. Alloggiammo all’albergo Ostan e ci svegliammo con una pioggia intensa e persistente, quale solo l’Alto Isonzo può vantare. Il dott. Rusca mi propose di insegnarmi a giocare al biliardo ma per la mia solita timidezza rifiutai. Il dopopranzo, con ombrelli e mantelline, andammo comunque alle cerimonie. In quell’epoca bazzicavamo spesso dalle parti di Plezzo. Rimase epica una gita sul Canin, con il capo Scipio, la Lella (Marin), qualche altro che non ricordo. Partimmo dal rifugio Timeus, raggiungemmo senza problemi la cima, scendemmo sul ghiacciaio per il canalone che si trova tra lo sperone dov’è ora la ferrata e quello dove sale la via delle cenge e, nel crepaccio terminale, facemmo una famosa scivolata, armati com’eravamo solo di un martello di roccia e di una corda di manila di 20 metri. Arrivammo come Dio volle sulla morena, corremmo alla Sella Bila Pec per essere ricevuti dallo scoppio di mine (stavano costruendo il rifugio Gilberti). Con lo scuro filammo a Sella Prevala e tentammo invano sul terreno carsico con l’oscurità di raggiungere Sella Forato. Per farla breve: trascorremmo la notte a Sella Prevala. Per fortuna nelle rovine dei ricoveri di guerra c’era ancora molta legna, coperta però da cartone catramato. La puzza del fumo era insopportabile ed il vento continuava a virare, facendoci ruotare tra i blocchi di cemento. Son tornato ancora da quelle parti, anche prima dell’ultima guerra, ma la prima esperienza è rimasta indimenticabile. Poiché parliamo di montagna, merita menzionare il campo che facemmo a passo Sella nell’estate del 1937 (Scipio, Gigi, Fulvio, io, poi anche la Julia), in due tende, residuo della campagna africana di papà, con tempo splendido e pieno successo: le tre torri del Sella, la via delle Mesules, il Boè, la Marmolada dal Contin e poi giù per il ghiacciaio fino al pian di Fedaia (il lago non c’era ancora) e per il sentier del pan al Pordoi ed al campo, il Cir, il Sassoopiatto dal rifugio Vicenza, per citare le gite principali. La compagnia era allegra, non c’erano nubi oscure all’orizzonte, i viveri erano abbondanti ma non eccessivi ed il fuoco del campo accogliente e ristoratore. Facemmo un altro campo, con modalità analoghe, nell’estate del 1938, sotto passo Falzarego, ma con meno successo: l’estate fu piovosa e nel bel mezzo del campeggio capitò la notizia dei primi provvedimenti contro gli ebrei. La Stimmung era distrutta. Feci comunque la Tofana di Rozes, alcune vie sulle Cinque Torri, l’Averau, scesi con Gigi per la Val Travenanzes fino a Fiames e risalii per l’Alpe di Fanes e Valparola. Alla chiusura del campo, marciai solo soletto, sotto la pioggia, via Misurina fino al rifugio Principe Umberto. Scesi il Val Fiscalina e continuai per passo Montecroce e Santo Stefano, fino a Sappada, dove mi ospitarono i Camber. Indi, sempre a piedi, per la Val Fleons, a Forni ed a Comeglians, dove mi caricai infine su una corriera e poi su un treno per sbarcare a Valbruna.

Li gustai il mio primo periodo di gite sistematiche nelle Alpi Giulie occidentali (gruppi del Jof Fuart e del Montasio). Mangiavo alla trattoria Gelbmann. Vi mangiava anche Kugy. Quando era in vena e non preso continui ospiti dalla Germania che, si lagnava, parlavano sempre di politica, si degnava di intrattenersi con noi, mularia, e raccontava qualche episodio della sua vita alpina.
Pero tornare a Trieste, sono poi così arrivato alla matura, dopo un inverno di studio, appoggiato da mamma, che mise a mia disposizione la camera di Marisa e da papà, che pagava le ripetizioni, anzi non le lezioni. Infatti non di ripetizioni si trattava, ma di tutto il programma della terza liceo, ivi compresi i 900 e rotti versi della tragedia greca. Il prof. Mercanti mi disse: “Visto che in grammatica latina e greca sei debole ed è impossibile ora rimediare, devi sapere tutti i tuoi autori dalla a alla z e dalla z alla a.” E così fu fatto. Matematica me la faceva Zavatertanik, che la matematica la sapeva e sapeva anche farla capire, tanto è vero che ci presi un 7, episodio del tutto isolato. Storia, geografia ed economia eran affidate alla sig.na Jacchia, finita anche lei in qualche Lager e di cui ho un ottimo ricordo. Il fratello prof. Jacchia, che avevo conosciuto a Sappada, era stato sansepolcrista ed era morto combattendo coi rossi in Ispana. L’esame andò bene (mi pare con la media del 7). In autunno andai a Roma, all’università, facoltà scienze politiche. Alloggiavo alla casa dello studente e ci stavo proprio bene: camera propria, servizi puliti, libertà di movimento. C’era anche Scipio e diversi triestini e giuliani. Frequentavo zelantemente tutte le lezioni del primo anno, visitavo sistematicamente Roma e dintorni, m’ero iscritto ai corsi allievi ufficiali della milizia universitaria. Credo che in nessun paese al mondo si tenessero corsi militari con tanta irreprensibile leggerezza e superficialità. Era il primo assaggio del quel che dovevo sperimentare dopo. Le sere di libertà andavo con la circolare esterna in un cine dei Prati dove, con una lira e cinquanta, si assisteva a due film, due prossimamente ed un giornale Luce. Mi ritrovavo con un gruppo di studenti, che poi ho continuato a frequentare (Vittoria Pizzarello, Carlo Tricerri, la Franca, la Nina, Manfredi, un loro amico che poi s’è ammazzato in un incidente automobilistico, il Boris, Vittorina e la Baby, qualche altro di cui mi sfugge il nome, ecc.), avevo una ragazza ed anche studiavo. Le lezioni si tenevano tutte in facoltà, tranne i diritti, per i quali si andava al piano di sopra, a giurisprudenza. Statistica era in piazza dell’Esedra. Anche a Roma i professori avevano uno spessore diversi: di valore erano Amoroso, de Stefani, Volpe, l’innominabile G., portatore formidabile di jella (dal ponte del “Principessa Mafalda”, che affondava, gridava straziato “salvate il padre della statistica italiana”), Boucherat, la cui ugola modulava le nasali francesi come e meglio di un violinista, e forse anche altri. Taluni, ancorché simpatici e pieni di idee, non erano però all’altezza dell’insegnamento. Per esempio Barbiellini Amidei, che di geografia (politica) ne sapeva tanta per interesse, contatti e visite personali, ma senza raggiungere una visione unitaria e organica. Altri erano brillanti, come Lesiona, che faceva politica coloniale, ma che in pratica difendeva il suo operato di quando era stato al potere. Altri ancora erano squallide figure ai margini del partito, i cui testi risentivano dello sforzo di scrivere qualcosa che stesse in piedi, puntellandola con un mare di note, riferimenti, citazioni, rinvii, ecc. Lo scritto vero e proprio rimaneva quasi inesistente e comunque incomprensibile.

Il primo anno diedi in giugno i due esami più grossi ed in autunno gli altri; alla fine del secondo quasi tutti quelli del programma e, nel corso della licenza prima del servizio di prima nomina, completai la serie.
Furono due anni piacevoli quelli di Roma: frequentavo le lezioni, studiavo moderatamente, mangiavo alla mensa della casa dello studente (rigatoni e milano e patate) e, quando avevo voglia di qualcosa di meglio, mi facevo invitare da qualcheduno dei superstiti amici romani di mamma e papà, soprattutto dal Delcroix o dai Liberati. Abbastanza spesso capitava a Roma papà ed allora celebravo con una bistecca alla Bismarck alla taverna antoniana. Poi andavamo a teatro (prosa), dove mi recavo spesso anche in via autonoma. Andavo molto spesso, battendo sistematicamente Roma e dintorni, di solito con la Franca. Nella primavera Barbiellini organizzò un gita nelle isole toscane, da Piombino all’Elba e poi Pianosa fino a Livorno. A bordo, la sera, ci portarono aragoste, che io non mangiai perché non riuscii a romperne la corazza. Il resto del vitto e del viaggio fu molto gradevole. Tornai a Roma per il secondo anno, sicuro di me e pieno di buone intenzioni. Ripresi la vita di prima, mi azzardai a compilare le dispense di etnografia coloniale per Neri, che si rivelò più tardi essere un bastardo come pochi altri (chiese l’onore di leggere in facoltà la notizia della fucilazione di Mussolini e dello scempio di piazzale Loreto) e che rividi una volta, senza farmi riconoscere, negli anni sessanta a St. Johann nel Toggerburg in un albergo di sciatori, in compagnia di una figlia sposata ad un inglese, ambedue alquanto cialtroni. Comunque, compilavo le dispense, noiosissime, sugli usi e costumi di tribù africane, che lui a sua volta aveva scopiazzato da qualche libro. Andavo alle altre lezioni, nessuna particolarmente interessante, mi intrattenevo con Hans Schroedter, tedesco di Germania, anzi di Zerbst, che aveva dato le dimissioni dalla cittadinanza tedesca perché volevano riconoscergli la sua vera paternità, che, se non vado errato, era il generale, poi maresciallo, von Witzleben, impiccato nel 1944 in seguito all’attentato a Hitler. Hans divenne ufficiale del Savoia Cavalleria e, per sua fortuna, morì a Bardia nel 1941 o ’42. Alla fine del secondo anno, Barbiellini organizzò una gita a Rodi, che rimase memorabile nello spirito di, credo, tutti i partecipanti. Era maggio, una stagione di sogno nell’Egeo. La motonave era vuota (eravamo a un mese dalla guerra), le ragazze simpatiche ed una particolarmente attraente, il cibo ottimo ed i vini di Rodi eccellenti. I giardini sotto il castello odoravano di rose, illuminati a giorno dalla luna piena. I capelli della Nina erano biondi, lucenti sotto la luna. Il quadrunviro De Vecchi, governatore, ci disse le solite coglionerie e comprammo una bottiglia di “mastica” (liquore greco simile all’anicione) da portare in omaggio a quelli di mistica fascista.

Ad Atene, di ritorno, per poco non affrettai di alcuni mesi il conflitto italo-greco, perché, attirato dagli elmi dioscurici dei poliziotti, volli provarne la risonanza battendone uno con le nocche e causando così la reazione delle forze dell’ordine. Tornammo a Roma col morale alto.
Dimenticavo di dire, invertendo un po’ i tempi che, dopo gli esami del primo anno, fu la volta del campo con la milizia universitaria. Partimmo per Formia in treno, nella marcia di un tre chilometri dalla stazione d’arrivo all’uliveto, dove eran già state erette le tende, i reparti si dissolsero: alcuni allievi ufficiali si erano arrampicati su carretti di contadini, altri vagavano con gli stivaloni in mano, altri ancora giacevano seminati lungo i bordi della strada in attesa di una qualche salvezza celeste. La mia tenda era occupata da giuliani: due triestini e due fiumani. La mattina marciavamo per un paio di chilometri fino al luogo dell’esercitazione, che consisteva regolarmente ed unicamente in un attacco a sbalzi, seguito dall’assalto alla baionetta, lavoro nel complesso faticoso e poco remunerativo. Passammo quindi tutti e quattro nei mitraglieri (le mitragliatrici pesanti stavan ferme a far fuoco di accompagnamento e fermi e stravaccati tutta la mattina stavan anche i mitraglieri). Il peso dell’arma non ci impediva però durante la marcia di avvicinamento e di rientro al campo, di far corse nei frutteti a prender cedri e altra frutta. I contadini non ne eran deliziati. La sera tutti gli allievi affollavano, in divisa di panno e stivaloni di cuoio, mezzi vari di trasporto per recarsi a Formia a mangiare (il rancio al campo era abbondante ed ottimo, oltreché gratis). Noi invece filavamo in mutande verso il mare e, sotto la luna, facevamo nuotate memorabili. Finiti gli attacchi ed i bagni rientrammo a Roma, completando così la preparazione universitaria al sevizio militare.
Dopo il campo di Formia andai in Germania, in calzoni corti, col sacco in spalla. Il primo giorno viaggiai da Trieste Campomarzio a Gorizia Montesdanto, Piedicolle, Bohinjska Districa, Villaco, fino a Salisburgo. Poi me ne andai a piedi a Berchtesgaden e di là a Monaco. Alloggiavo negli Jugendherbergen e mi ci trovavo bene. Unico problema: rifare il letto. Per regolamento, la mattina poteva uscire solo chi aveva piegato come si deve coperte e sacco lenzuolo. Io provavo e riprovavo ma di solito mi lasciavano uscire per pietà o per senso di cameratismo per un camerata dell’Asse, perché il mio letto era sempre molto lontano dalla perfezione germanica. Da Monaco andai a Norimberga, allora assai attraente città (tutte le città tedesche dopo la guerra non son più riconoscibili, han perso l’anima, l’umore, l’odore dei luoghi abitati da centinaia d’anni). Norimberga era in preda ai preparativi per il congresso, o come si chiamava, del partito e gli stadi, i piazzali, le tribune erano impressionanti. Lo JH era sistemato nel castello. Ora di ritirata le nove di sera, ma c’erano quelli sventi che si arrampicavano su per le mura anche nel cuor della notte. Fu a N. che dovetti rifare la branda almeno una dozzina di volte e il sergente di turno mi lasciò andare solo perché, presumo, aveva cose più importanti da fare. Da lì marcia su Rothemburg ob der Tauber, che raggiunsi sul seggiolino d’una moto compiacente. Trovai alloggio in un ospizio evangelico, dove raccontai storie edificanti, ma non del tutto vere, perché di mia creazione, sulle comunità evangeliche italiane. Poi Würzburg, dove gironzolai un pomeriggio con un danese che portava il berretto degli studenti scandinavi, Aschaffenbug e Francoforte. Ebbi il musorotto d’andare a sentire un’opera di Shakespeare al Römerberg, senza capirci una parola. Consumavo infiniti bicchieroni di birra e fumavo sigarette dal gusto balcanico. Poi Magonza ad in marcia verso Bingen, lungo il Reno. Finalmente Bonn e Colonia. A Colonia mi prese un terribile mai di denti. Il dentista ebbe pietà di me, mi fece una riparazione provvisoria e me la fece pagare solo cinque marchi. Io con cinque marchi ci mangiavo un giorno ma mi sentivo rinato. Intanto la situazione internazionale precipitava: non continuai verso al Ruhr ma ripresi i miei passi verso sud, viaggiando sontuosamente su un battello fluviale per turisti. I passeggeri si contavan sulle dita di una mano. La notte il battello si fermava e si dormiva a terra.

A Bacharach lo JH era occupato dai militari. Arrivato finalmente a Magonza, passai il pomeriggio arrampicato sulla spalletta del ponte a vedere passare i militari. Sfilavano per ore intere, reparto su reparto, disciplinati ed in silenzio. Nulla che ricordasse la mobilitazione del 1914, che papà aveva visto in Germiania, tornando da Amburgo, tra canti, bandiere,entusiasmi. Nulla neanche che si richiamasse ai film americani sulla guerra, dove i tedeschi traboccano di auto, autocarri, moto, sidecars, carri armati, blindo, ecc. Sfilava fanteria e fanteria, tutta a piedi, artiglieria ippotrainata, automezzi requisiti, biciclette. La sera a Heidleberg, quando si seppe dell’inizio della guerra, assistetti allo spettacolo più toccante: la requisizione dei cavalli. Possenti cavalloni venivan consegnati dai proprietari ai militari, I proprietari erano commossi, presumo anche i cavalli. E’ un fatto che in guerra sono morti quasi più cavalli che soldati tedeschi. C’era qualche ragazza che piangeva abbracciando un soldato, più d’uno abbracciava un cavallo. Regnava un senso di fatalità, ma anche di decisione. Interruppi il viaggio (era diventato impossibile viaggiare con l’autostop, tutti gli JH erano requisiti, venivano introdotte le tessere alimentari), rinunciai alla Alpenstraase e filai su Monaco e su Salsburgo. Traversammo il confine a Coccau, con la polizia che sbirciava sonnecchiando i passaporti e guardava trasognata la gente che chiedeva eccitata notizie della guerra. Arrivai a Udine ed a Trieste, dove la guerra c’era al massimo sulle pagine dei giornali e tornai a Roma, dove, al solito, si discettava come nel 2001 su un possibile intervento, con distinguo, però tuttavia, in realtà, nello spirito del ecc. ecc.
L’anno fu piacevole e senza eventi. Ho accennato al viaggio a Rodi. Verso la fine dell’anno uscivo qualche volta con Marlene, una ragazza di Breslavia (chissà cosa ne sarà successo?) e studiavo (che studi! diceva il Carletto) un po’ con la Nina, sotto le arche dei caduti, nella città universitaria. Qualche mese più tardi mi scrisse che stava cucendosi il corredo, non ricordo per chi. Mi dissero anni dopo che era finita sposata in Svezia, dopo alcuni trascorsi con le forze armate del Reich. Il giugno scoppiò la guerra. Confesso che ero anch’io in piazza Venezia, mobilitato dal GUF. Malgrado le urla, atmosfera fredda. Dopo il discorso mi ritrovai con gli altri del gruppo, per intendersi, di Rodi, in casa della Baby. Io aspettavo notizie su Malta. Le aspetto ancora.
Ai primi di luglio andai a Bassano, al coro allievi ufficiali. corpo degli alpini. Ci prepararono abbastanza seriamente alla guerra del 1915. Ero allievo scelto, al comando del primo plotone. Poiché ero al solito il più giovane, mi davo un tono fumando toscani e bestemmiando. Il plotone era composto in larga maggioranza da veneti, con alcuni rappresentanti toscani ed altri. Il secondo plotone era prevalentemente lombardo, il terzo piemontese, con elementi vari. Il livello culturale più che discreto (tutti studenti universitari), quello professionale (alpino) piuttosto modesto. Lavoravamo seriamente: dapprima un campo ad Agordo con corse giornaliere a Col di Prà, poi un campo mobile verso Cencenighe e Fedaia. Dovevamo fare il giuramento in cima alla Marmolada ma quando fummo al Pian dei Fiacchi incominciò a fare freddo ed a nevicare e dalle ultime file del terzo plotone, romani e terroni o giù di lì, incominciarono a levarsi grida avanguardistiche di protesta. La cosa mi scandalizzò ma ancor più mi scandalizzò il fatto che non salimmo in cima e che la cerimonia del giuramento fu celebrata, nomen est omen, al Pian dei Fiacchi. Seguirono Malaga Ciapela, Gares, Rosetta, la Fradusta e infine di nuovo Bassano, con le quotidiane corse a S. Felcita e relative esercitazioni. Imparammo abbastanza bene a fare gli sbalzi in attacco, provammo alcune volte ad esplorare la pianura veneta e le case e stalle dei contadini, non ci degnammo quasi mai di arroccarci in difesa né tanto meno organizzammo ripiegamenti o ritirate. Del tutto ignorati i combattimenti negli abitati, i carri armati, gli aerei, la guerriglia. In compenso, marciammo e marciammo, come opportuno e necessario per reparti “motorizzati a pie’ la piuma sul cappello, lo zaino affardellato, l’alpino è sempre quello”. Invece no, porca la miseria, sono riusciti a mandar in vacca anche gli alpini. In autunno venne Giuliano a frequentare il corso successivo: il nostro corso si avviava alla fine. Avevamo preso una camera fuori per le ore di libera uscita e per poter studiare in pace, senza doverci unire ai veneti che le passavano trincando vini veronesi o ai piemontesi, che celebravano orge di latte e cioccolato in pasticceria. Sostenni gli esami, mi classificarono settimo, mi assegnarono senza difficoltà all’ottavo reggimento alpini e finalmente ci mandarono in licenza, in attesa della nomina. Filai a Roma per completare ancora qualche esame. Dovetti, anche per la brevità del periodo, alloggiare in una pensione, che era più che decorosa ma ciò nonostante, per clientela e trattamento, borghesemente squallida. Diedi un paio di esami, con voti accettabili ma tutt’altro che brillanti. Erano i mesi della prima sconfitta in Cirenaica e dei pasticci il Albania.

Tutto era piuttosto cupo. Mi sorrideva solo la Carla, che accompagnavo dall’università a casa, con fermata in via Nomentana a sgranocchiare paste di ricotta. Ci trovammo reciprocamente simpatici. Prima di partire (per il servizio militare e la guerra), le chiesi se potevo scriverle. Si schermì e la cosa finì lì. Quel che poteva accadere dopo è un’altra storia. Di ritorno da Roma, col treno della notte, mi fermai a Firenze ed un paio d’ore dopo presi un accelerato per Siena, dove studiava medicina Serena Marin. Mamma mi aveva mandato sotto Natale a prendere Marisa a lezione dal prof. Marin per riaccompagnarla a casa e avevo visto Serena ed avute sue notizie. Così andai a Siena, trascorsi con Serena l’intera giornata e restammo d’accordo che le avrei scritto. Ci scrivemmo nei sei anni seguenti e ci sposammo nell’agosto 1947. Questo ci porta però oltre i limiti di questa cronaca.
Prestai giuramento di fedeltà a Udine il 1° febbraio 1941: “Giuro di essere fedele al Re ed ai suoi Reali Successori, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di adempiere a tutti i doveri del mio stato ecc. ecc.”, nella caserma dell’8° alpini e fui assegnato al btg. Cividale reclute a Premariacco. La truppa era sistemata in una villa ex signorile e nei locali dipendenti, gli ufficiali nelle osterie del paese. Dormivo su un materasso di foglie di granoturco, che facevan un rumore spaventoso ad ogni movimento e con me dormiva un collega del corso ufficiali, un toscano, notaio di professione. L’istruzione delle reclute era agli inizi: più un lavoro da caporale che da ufficiale, ma notoriamente nel nostro esercito i buoni sergenti erano pochi e finivano regolarmente in fureria o tra gli sconci. L’attività più attraente era data dalle marcette nei dintorni. Splendida una passeggiata a Rocca Bernarda, a due passi da Rosazzo e relativa degustazione di vini della tenuta. Il tutto mi sorrideva poco e, tramite il gen. Pizzarello, chiesi d’essere mandato in Albania.
Fui subito trasferito a Cividale, ad un battaglione complementi. Gli ufficiali erano tutti richiamati ed io ero il gamel per definizione. Grandi bevute e grandi cantate. Esercitazioni zero. La truppa consisteva di richiamati del 1911 e 1912, che vantavano decine di mesi di naja, trascorsi quasi tutti in caserma a non far niente. Passammo poi a Udine, con lo stesso programma. Venne a trovarmi mamma con Marisa e la sua amica Anty. Foto ricordo, abbracci. Comprai una giacca a vento e ci feci cucire la stelletta del grado d’argento, come i carabinieri, anziché d’oro. La confusione era tale che nessun collega se ne accorse e così evitai di pagare da bere (una fortuna) a tutti gli ufficiali del battaglione. Finalmente partimmo: sfilammo per via Aquileia con tutta Udine presente e piangente (il Friuli aveva pagato caro i mesi di guerra in Albania) e ci imbarcammo alla stazione in decorosi vagoni di III classe (II per gli ufficiali). A notte inoltrata eravamo alla stazione Tiburtina di Roma ed il giorno dopo in quel di Brindisi. Il vino della zona aveva 15 gradi ed ebbe degli effetti nefasti sulla truppa. Ci imbarcammo sul Galilea, che due anni dopo divenne tristemente famoso per il naufragio del btg. Gemona, traversammo di notte il canale d’Otranto (io stavo in coperta con gli scarponi slacciati e la cintura di salvataggio a mano), ammirammo Saseno e sbarcammo il pomeriggio a Vallona in un urlio di ordini e di raccomandazioni (presto, presto perdio, possono venir gli aerei inglesi). Camminammo attorno alla baia, girammo dietro alla città e ci accampammo in un bosco che doveva aver servito allo stesso scopo per centinaia d’altri reparti. La notte piovve. Ci avevano dato un cappellano supermeridionale, che aveva portato con sé dei viveri e bevande di conforto: io finsi di sentirmi male, attenemmo la bottiglia di cognac e ce la scolammo fino all’ultima goccia. Il giorno dopo ci trasportarono a Tepeleni. In un boschetto fuori paese il battaglione complementi fu suddiviso tra i vari reparti di destinazione. Alcuni finirono sullo Scindeli ed un paio di colleghi riuscirono a morire quella stessa notte, probabilmente senza neppur sapere dove erano e cosa dovevan fare. La mia compagnia rimase unita e si mise in marcia. Era notte e faceva freddo. Raggiungemmo e traversammo un lungo ponte sulla Vojussa.

C’erano dei corpi lungo la carreggiata, danneggiata dalle granate. “Sior tenente, la vardi quei”. “No sta bazilar, i dormi”. “Ma i dormi senza testa …”. A capo del ponte voltammo a sinistra e ci avviammo per un sentiero lungo il fiume. Dopo qualche tempo ci inerpicammo verso il Golico, salimmo il monte per circa un’ora e ci fermammo sotto dei roccioni. Era un bosco rado di faggi. Oltre il costone, schierammo i plotoni lungo l’orlo, giù fin quasi al fiume. La compagnia era armata solo di fucili, nessun arma automatica. Sbarravamo così l’accesso a Tepeloni dal Bregianit e da Klisura. Dormivo sotto dei roccioni, in una buca, con in testa l’elmo perché cascavano pietre e con il tascapane delle bombe a mano come cuscino. La mattina mi schiarivo la gola con una boccetta di grappa, omaggio del partito fascista albanese. Sopra la compagnia incominciava la linea del btg. Cividale, piuttosto mal ridotto, e davanti di un vallone boscoso, terra di nessuno, dove apparentemente i greci passavano, per rifornire le loro linee. Dall’altra parte del fiume, sulle pendici dello Scindeli e del Trebescines, c’era ogni notte teatro. Fucileria, mitragliatrici, bombe a mano, urla, gemiti. Di giorno ammiravamo i mortai grevi che sparavano come dii: li ho visti far forcella su un motociclista lanciato a tutta velocità. Una sera il capitano ricevette ordini e mi chiamò. Dovevo andar nel vallone, ascoltare e possibilmente portare qualche prigioniero. Scelsi un otto uomini della 2^ squadra e ci avviammo. Le foglie secche di faggio al suolo facevano un rumore spaventoso. Arrivammo all’incirca al centro vallone: nessun greco. Restammo lì in ascolto un paio d’ore e poi tornammo: il comando di gruppo dovette per quella volta far a meno dei prigionieri. Dopo qualche giorno il capitano mi mandò al comando del 1° Gruppo Alpini Valle, cui, senza saperlo, avevamo l’onore di appartenere. Il comando era imbucato nella scarpata sud del ponte Dragori, sulla Vojussa. Ci arrivai la sera perché di giorno era poco igienico camminare lungo il fiume. C’era il colonnello Pizzi che schiacciava pidocchi sul muro del ponte. Gli mostrai sulla carta dove eravamo, gli dissi che avevamo solo fucili, mi diede una minestra Chiarizia fredda e mi comunicò che dovevamo scendere. Ripresi la strada del monte, mi venne un attacco travolgente di diarrea, mi agganciai infine alla compagnia che, ore dopo, sfilava davanti alla grotta in cui m’ero rifugiato come una processione di fantasmi. Mi ritrovai, più morto che vivo, nel pomeriggio, nella soleggiata valle di Brataj, dove stavano ricostruendo il battaglione Val Natisone …
Mi assegnarono alla 279^ compagnia, al comando del 3° plotone. Tra la truppa erano rimasti ben pochi degli originari alpini delle valli del Natisone: magazzinieri, sconci, furieri. I complementi avevano le più varie origini. Nel mio plotone, la prima squadra era prevalentemente veronese, la seconda della Val Cellina, la terza era mista. C’era anche un paio dell’Appennino parmense, che nessuno voleva, perché, dicevano, erano sporchi e puzzavano. I colleghi provenivano anch’essi dai più vari battaglioni complementi: capitano Contro, ragioniere, milanese, ten. Guazzetti, ex meharista, ten. Guerci, piemontese, ten. Bagolon, veneto di Mogliano, s.ten. Lazzaroni, professore di lettere di Pontremoli ed il dottore, anche lui padano di qualche parte. Le altre compagnie consistevano dello stesso fritto misto. Seguirono una dozzina di giorni di inquadramento e di addestramento. Il capitano passava le giornate in fureria a mettere a posto scartoffie varie e noi potevamo scorazzare per i poggi e manovrare e sparare quasi a volontà. Le vacanze furono interrotte da un rapporto ufficiali, tenuto da Messe, comandante del corpo d’armata speciale. Raccomandò di non correre avanti all’attacco, lasciandosi dietro il plotone. Imparai più tardi praticamente sul terreno che il posto del comandante non è in testa, ma su retro del plotone, per sparare nel culo a quelli che restano indietro. Il resto del rapporto non era trascinante. Giorni dopo tornammo in linea. Come ufficiale più giovane, ero ufficiale di coda. La testa della colonna arrivò su un ciglione boscoso, dove dovevamo fermarci, alle prime luci dell’alba. Io vi pervenni nel tardo pomeriggio, dopo aver stanato decine di ritardatari. Pioveva. Restammo nel fango un paio di giorni. Davanti a noi c’era la piramide nevosa del Murene ed a destra la catena boscosa, interrotta da rocce e nevai, del Plesevizza. Sotto Pasqua incominciò la preparazione d’artiglieria. La neve si cosparse di macchie nerastre. Noi ci facemmo sotto nella neve. Il Val Fella attaccò il Murene e trovò i reticolati intatti ed i nidi di mitragliatrici greci in perfetto stato. Nella neve marcia affondavano fino alla coscia. Sull’altro lato della valle, il Val Tagliamento subiva una sorta analoga. Le vedemmo scendere dai canaloni del Plesevizza. Nella notte fecero marcire anche noi e risalire dall’altro lato della valle, fino a schierarci dietro le linee del Val Tagliamento. Alle undici di mattina ci fecero attaccare. In realtà, attaccò la mia compagnia e, dalla mia compagnia, il mio plotone, sul fondo del vallone, puntando alla testa. La guerra è una cosa curiosa: presumo che nei rapporti ufficiali stia scritto che quella mattina il corpo d’armata speciale attaccò i greci in Val Smokthina. In realtà, di due interi battaglioni attestati su quei costoni, c’eran solo i quattro scalzacani del terzo plotone della 279^ che, in pieno giorno, in un vallone scoperto, avanzavano a grandi sbalzi verso posizioni ignote. Alla mia destra sarebbe dovuto esserci un altro plotone e, ancora più importante, un altro reparto avrebbe dovuto avanzare sulla cresta e coprirci il fianco destro. In effetti, la resta era la chiave dell’operazione, ma ne avevano incaricato il plotone cosiddetto arditi. Sta di fatto che dopo pochi scatti ci trovammo presi sotto il fuoco non solo delle mitragliatrici che avevamo di fronte, ma anche di quelle di fianco, che sparavano dall’alto dei canaloni. E non vedevamo niente. Mi bucarono il cappotto tra le gambe. Passai alcune ore dietro ad un sasso, fumando (quando sbuffavo troppo fumo arrivava una scarica).

Poi con l’oscurità ve e tra le rocce, dove trovai Guazzetti e Bagolan. La mattina dopo avanzammo lentamente sul costone del monte, in un merdaio di neve marcia, rocce, mughi, pioggia, fango fino a fermarci lungo un canalone nevoso battuto d’infilata dall’alto. Guazzetti provò ad attraversarlo e rimase ferito. Fu chiesto l’intervento dell’artiglieria. Sparò cinquanta colpi ma tutti o scrostavano o colpivano le rocce sotto cresta. Una granata arrivò sulla nostra squadra mortai da 45, accoppandone due. Passammo li una seconda notte, sempre con neve mista a piova e neve marcia tutt’intorno. Se ne risentì per diversi anni il mio piede destro. In compenso mi diedero un bronzino. La mattina dopo ci muovemmo cautamente. Silenzio assoluto. I greci se ne erano andati, lasciando tracce di sangue sulla neve della cresta. Poco dopo vedemmo avanzare nel vallone, in eleganti sbalzi come in esercitazione, il Val Tagliamento e lo seguimmo. Le posizioni greche erano intatte ammirevoli i loro nidi di mitragliatrici, scavati tra le radici di grandi alberi. Praticamente irraggiungibili per l’artiglieria. Marciammo sul retro delle loro posizioni, scendemmo in valle a Kuc e poi verso il mare. La costiera fino a Santi Quaranta è di una bellezza paragonabile a quella della costiera di Amalfi ma senza paesi e con poche casupole.
Arrivammo fino al confine e poi facemmo marcia indietro. Mi fu ordinato di risalire sul Plesevizza con una squadra per seppellire i morti della compagnia e potei così farmi un’idea più precisa delle posizioni. Ancora oggi non so perché non si tentò di proseguire per la cresta. Raggiunsi la compagnia nella vecchia base di Brataj e da lì ci avviammo a passo tranquillo verso Scutari. A Fieri ci fecero la grazia di caricarci su autocarri. Scutari è una bella città od almeno così ci sembrava. Forse l’aspetto più interessante era dato dalla gente: contadini ancora in costume, braghe bianche, giubbotto colorato, zuccotto bianco. Venivano prevalentemente dal nord, cattolico. Dopo due settimane con riviste, sfilate, visite ufficiali ripartimmo, sempre a piedi, per il Kossovo. A Puka mi raggiunse la licenza per esami. Filai su Durazzo e con una barca scalcinata, carica di gente come me, raggiunsi Bari ed, in treno, Trieste. A Roma diedi un esame per la forma e per il foglio di licenza, a Grado presi sole ed altro, mi ripresentai a Bari ed infine a Prizren, al battaglione.
Prizren ed i Kossovo sono posti interessanti ma poco dopo scoppiala rivolta in Montenegro. Io ero in ospedale ad ingurgitare scodellini di olio di ricino. Mi fecero subito uscire e mi ritrovai sotto passo Çakor, di fronte a Murina, dove pochi montenegrini tenevano bloccato un battaglione della divisione Puglia. Mi mandarono dall’altra parte della valle, in collegamento con bande albanesi, che lavoravano sistematicamente. Gli uomini avanti ad ammazzare tutti i montenegrini che trovavano a saccheggiare le case prima di bruciarle, le donne dietro con i somari a caricare il bottino e a riportarlo al villaggio. Mi mostrarono con orgoglio un naso con baffi infilzato sulla punta di una baionetta ad ago. Se li avessimo lasciati fare avrebbero risolto in modo radicale la questione del Montenegro. Sennonché dopo pochi giorni fu concluso un armistizio. Avanzammo allora fino ad Andreijvica, dove, voltato un angolo del sentiero, mi imbattei in una trentina di figuri armati fino ai denti. Feci loro cenno di andare avanti verso il battaglione, levai ad uno di loro il cinturone (lo ho ancora: le buffetterie dell’esercito serbo erano superbe) e mi avviai verso il paese, dove trovai una cinquantina dei nostri che eran stati fatti prigionieri dai montenegrini e che urlavano come invasati. Gestii per un paio di giorni quella gabbia di matti, fucilai un giovanotto che aveva seviziato alcuni prigionieri, accettai un caffé turco da simpatizzanti, raggiunsi il battaglione. Proseguimmo per Berane (oggi Ivangrad), dove il sindaco consegnò solennemente al tenente colonnello comandante del btg. Val Natisone le chiavi (sic) della città e dove altri ex prigionieri facevano un baccano del diavolo. Erano concentrati tutti all’ospedale e tra loro vi era anche un partigiano comunista, ferito credo alla spalla, a cui i nostri dottori avevano ingessato il braccio nel saluto romano. Da Beranie facemmo varie ricognizioni nei dintorni, senza trovare mai reparti partigiani (solo qualche volta individuai isolati che non sognavano di vederci uscire dalla cinta e che nello scorgerci saltavano come grilli nei boschi) e proseguimmo per Bijelo Polje, dove si ripetè la cerimonia delle chiavi. E’ curioso che nell’unico libro un po’ esauriente su questi avvenimenti tutte queste operazioni vengano attribuite alla divisione Venezia. Anche a Bijelo Polje ripetemmo le uscite nei dintorni. Il territorio era notoriamente in mano ai partigiani. Quando uscivamo, si facevano un pochino più in là e la sera ci seguivano fin sotto i reticolati. Questo fintanto che eravamo molti più di loro. Il giorno che il rapporto si fosse invertito, le cose si sarebbero fatte difficili. Fa Bijelo Polje facemmo un’azione su Bjelasica solo per trovare accampamenti di partigiani scrupolosamente vuoti e scendemmo a Mataševo e poi a Podgorica, Da là incominciammo a scortare le autocolonne che rifornivano i presidi disseminati in tutto il paese: battaglioni asserragliati negli abitati, con intorno trincee, reticolati, sbarramenti e, poco fuori, i partigiani che passeggiavano tranquillamente. C’era da chiedersi cosa sarebbe successo se una sera un piccolo nostro reparto di musi duri con molto volume di fuoco si fosse appostato, non visto, ad un punto di abituale passaggio. Le scorte consistevano di squadra sull’autocarro di testa con una mitragliatrice, una seconda squadra nel mezzo della colonna ed una terza in coda. Se la macchina di testa si fermava, tutte le altre serravano sotto e la colonna compatta costituita un bersaglio perfetto per i partigiani. Inutile cercar di far capire agli autisti che gli intervalli tra le macchine costituivano una delle poche misure possibili di salvaguardia. Queste autocolonne erano un incubo. Ricordo una volta, tornando da Pljevlja, che la colonna si infilò in una strada secondaria attraverso almeno sessanta chilometri di territorio privo di qualsiasi punto nostro di appoggio. Quando scorsi il posto di blocco di Podgorica, tirai veramente un sospiro di sollievo. La faccenda andò avanti per tutto settembre e buona parte di ottobre finché arrivò un’altra licenza per esami.

Traversai il Montenegro, scesi da Cettigne su Cattaro, dove mi imbarcai su una barca ex jugoslava che faceva servizio lungo la costa. Fu una crociera indimenticabile. La nave partiva da Cattaro, seguiva fedelmente la costa a poche centinaia di metri, navigava solo di giorno e di notte si riposava in porto. Così ci fermammo a Gravosa e visitammo Ragusa, poi a Spalato, poi a Zara ed infine arrivammo a Fiume. Il tempo era splendido, le cittadine dalmate che via via toccavamo luminose e prive di turisti e di traffico, la costa così vicina che sembrava di toccarla. Sulla penisola di Sabbioncello le case grandi ed ospitali dei vecchi comandanti di mare ragusei sembravano invitarci. A Trieste, tutto era normale o quasi. Sbarcai gli ultimi quattro esami (me ne rimanevano tre per la laurea), andai a Torino, o meglio a Rivoli, a trovare Giumbo (fu l’ultima volta che lo vidi), uscii molto spesso con Serena e ripartii per Fiume in una giornata di novembre priva di speranza. Nel frattempo era avvenuto a Bioce quello che doveva avvenire: autocolonna attaccata e distrutta, battaglione intervenuto, perdite, trasferimento al nord, tutto il paese in subbuglio. Arrivai a Spalato in treno, via Gospic, proseguii con mezzi di fortuna fino a Podgorica, dove mi bloccarono e dopo giorni di attesa mi spedirono a Scutari, dai muli, farmi là da mesi. Rimasi coi muli un sacco di tempo, solo intervallato da un periodo passato a far la guardia ad un campo di internamento di civili montenegrini. Finalmente, allo sbocciar della primavera, raggiunsi il battaglione in quel di Višegrad, in Bosnia, risalendo la valle del Lim con le solite autocolonne ed in ultimo, incredibile dictu, in treno. Višegrad era ancora come la ha descritta Ivo Andric: un gran paesone mussulmano bosniaco, con il famoso ponte e un vasto bazar. La popolazione era aumentata dai numerosi profughi: le colline circostanti erano infatti controllate dai cetnici e la Drina portava ogni mattina a valle cadaveri di musulmani con la gola tagliata. Una volta però il battaglione riuscì ad arrestare cinque cetnici ed a giudicarli per particolari efferatezze, ma toccò poi a me doverli fucilare. Un giorno il comando di gruppo ebbe la buona idea di mandarmi fuori la cerchia delle postazioni ad accompagnare un centinaio di musulmani, che volevano ricuperare le loro bestie sparse per le colline. Fummo circondati dai cetnici, con cui vigeva un traballante accordo di non belligeranza, e che si impegnarono a consegnarci un bel po’ di vacche ma non permisero ai musulmani di allontanarsi. Passai diverse ore a trattare coi cetnici, mentre gli alpini facevano cerchio attorno ai musulmani ed in cerchio più largo i cetnici urlavano, minacciando e gesticolando. Io, all’interno di una casa di contadini, con attorno una mezza dozzina di gentiluomini barbuti, con sipe e caricatori che penzolavano sulla pancia e che, bevendo rakia, giocavano alla roulette russa (io declinai l’invito a partecipare), attendevo. Finalmente le vacche arrivarono e ci avviammo verso le nostre linee, accompagnati dagli insulti e maledizioni dei cetnici. Ad ogni modo, la missione fu considerata un successo, anche perché tutti i musulmani erano tornati con la gola intera e perché la guarnigione si era arricchita di carne fresca. Nessuno parlò delle mie doti diplomatiche. In quell’epoca ebbi anche i problemi disciplinari perché m’ero permesso di scrivere in una lettera (poi censurata) la mia opinione, quando il mio capitano, messo al comando della 216^ compagnia, era stato sopraffatto in una operazione mal concepita e mal condotta, fatto prigioniero assieme a quel che rimaneva della compagnia e fucilato nudo nella neve cogli ufficiali la notte di Natale. Pizzi mi promise tribunali militari o, come minimo, mesi di fortezza. La cosa poi rientrò anche perché nel frattempo avevo fatto domanda di passare nei paracadutisti. Ero infatti piuttosto stufo della naja nei Balcani, dell’alternanza tra essere cacciatore e selvaggina, della mancanza di idee e di iniziative nella gestione della cosa, della brutta abitudine degli slavi meridionali di fare scempio dei cadaveri dei nemici. Mi sarei accontentato di un po’ di guerra vera, ma pulita.
Nel maggio del ’42 rifeci quindi le autocolonne giù pel Montenegro fino a Podgorica, dove, evidentemente impressionati dalla mia destinazione, mi imbarcarono su un aereo per Tirana. Là l’impressione era, a quanto pare, minore e ripresi le usuali cerimonie presso i comandi di tappa, le autocolonne, il porto di Durazzo e le FFSS finché non giunsi a Tarquinia, scuola dei paracadutisti. Mi buttarono giù dalla torre, mi fecero fare le capriole di rito e mi giudicarono degno di fare il corso. Questo consisteva in un processo accelerato di preparazione atletico-psichica al salto ed all’atterraggio. Per arrivare a terra secondo le regole bisognava fare una specie di capriola arrotondata, che alcuni facevano splendidamente ed altri no. I più malmessi erano gli ufficiali superiori, angustiati da gotta, emorroidi ed altre malattie militari di lunga seduta. Per quanto fossi atleticamente scalcinato, pero certo meglio degli ufficiali superiori. Il corso non era spiacevole: i colleghi erano simpatici, la sera si poteva andar a bagno in mare oppure salire al paese di Tarquinia, al domenica andavo a Roma a sbevazzare birra, la guerra andava piuttosto bene. Feci i lanci prescritti, mi ammaccai una volta un poco il naso arrivando con la faccia invece che con i piedi, mi attaccai il distintivo col paracadute alla manica e raggiunsi la divisione Folgore in Puglia, a Villa Castelli, assegnato alla compagnia mortai divisionale. Il capitano Passamonti era simpatico, i colleghi anche. Uno era triestino, Rinaldi. Unico inconveniente era che provenivano tutti dall’artiglieria e che per essi il goniometro e la tecnica del tiro era una cosa pacifica. In compenso io sapevo qualcosa di guerra. La truppa era tutta volontaria, con un livello minimo di licenza elementare. Era la terza volta che la guerra mi portava in Puglia. Faceva un caldo cane. La mattina un carro attraversava lentamente il paese, fermandosi davanti ad ogni casa e gli abitanti uscivano per versare nella botte del carro il contenuto del o dei vasi da notte. Malgrado l’apparenza poco invitante, l’operazione era in fondo igienica e razionale. Peccato solo che nell’ultimo tratto di strada, al traballio del carro, la botte, ormai piena, spandesse parte del suo contenuto. Correva voce che avremmo dovuto essere lanciati su Malta.
Dopo un paio di settimane, andammo invece a Lecce ed incominciarono le partenze per l’Africa, in aereo. Il nostro primo aereo si alzò e si schiantò a terra pochi metri più in là. I paracadutisti ne uscirono cantando. Gli aerei successivi partirono regolarmente. Il capitano mi lasciò a Lecce per far verbalizzare la perdita del materiale e così passai ancora un paio di giorni in quella splendida cittadina. Quando la birra tedesca finì al caffé del centro, partii anch’io. Viaggio ottimo, arrivo febbrile per timore di incursioni inglesi, accampamento nell’oasi di Derna, dove lasciammo i paracadute, autocolonna fino a el Alamein e poi, voltando di 90 gradi verso sud, traversata di tutto lo schieramento fino all’impianto di el Taqa, sopra le depressioni di el Quattara. In omaggio forse al vecchio, saggio motto degli alpini: “davanti ai muli, dietro ai cannoni e lontano dai superiori,” fui subito distaccato da resto della compagnia ed aggregato al 2° battaglione. Faceva orrendamente caldo e nei primi quindici giorni l’acqua distribuita arrivava si e no a mezzo litro a testa al giorno, per bere, cucinare, lavarsi, farsi la barba, ecc. Alcuni incominciarono a mangiare la simpamina di cui eravamo muniti ed a stiracchiare le gambe. Le mosche erano una piaga. Scavando le buche, scoprivamo di tanto in tanto delle vipere. Dalla pianura sotto di noi, autoblindo inglesi e qualche pezzo da 88 tiravano dove vedevano movimenti o tracce di lavori. Il rancio era immaginabile. Passammo così la seconda metà di luglio ed il mese di agosto. Il comando della 6^ compagnia, tutti ufficiali che provenivano dalla cavalleria, non rinunciava ad una mensa con tenda, guanti bianchi ed altre finezze. Sennonché le tende bianche si vedono da lontano ed una volta che c’ero per caso anch’io la videro evidentemente anche gli inglesi e ci innaffiarono con due dozzine di granate perfettamente centrate. Tenda a remengo, pranzo anche, due feriti. Un’altra volta mi capitò di andare alla base non mi ricordo per qual motivo e passai per il Passo del Cammello, dove pernottai ospite di un noto colonnello. Poi, alla base di el Dabà, salutare bagno di mare. Ai primi di settembre, offensiva. Le divisioni panzer tedesche avanzavano nella piana, a nord delle nostre posizioni, martellate dall’aviazione alleata (erano comparse le fortezze volanti americane). Noi marciavamo a piedi, lungo l’orlo della depressione, con armi e munizioni in spalla e guardavamo quelle formazioni di ventine di fortezze volanti che non si degnavano di prenderci in considerazione, passandoci sopra a relativamente bassa quota. Arrivammo fino a Ain el Rala ed a el Himeimat, ottime posizioni da ogni punto di vista. L’avanzata era stata però bloccata. Ci sistemammo a difesa. Ci vennero a trovare in tanti: Rommel, che mi fece cambiare la postazione di un’arma, il comandante della Folgore, che mi chiese da dove credevo sarebbe venuto il nemico. Gli feci un gesto ampio come la pancia di una vacca ed in effetti vennero (io non ero più là) proprio da sud, non da est, come pensava lui. Venne anche il capo di stato maggiore della divisione, che era stato comandante la scuola allievi ufficiali alpini di Bassano e che era celebre, perché sapeva far da fermo il salto mortale. Peccato solo che di solito, nel farlo, gli cadesse per terra il cappello con la penna bianca. Vennero gli specialisti a seminar mine un po’ dappertutto. Erano molto bravi e disinvolti, forse un po’ troppo. Una volta uno stava portando una mezza dozzina di mine già innescate quando qualcosa andò storto, caddero per terra e scoppiarono tutte. Dovettero raccoglierlo col cucchiaio. Costruirono sulla nostra altura un osservatorio di artiglieria di corpo d’armata ed era un piacere stare al fresco e quasi al sicuro a il nemico in cinque/dieci chilometri ad oriente. In mezzo giocavano i carri d’esplorazione. Ve ne erano alcuni, tedeschi, proprio vicino a noi. Uscivano ogni notte ed i tenente comandante aveva una diarrea più potente della mia. Gli portavo dei limoni e lui avrebbe voluto contraccambiare con salsicce. In quell’epoca vivevo di riso bollito e limoni. La 6^ compagnia, cui ero sempre aggregato, era riuscita, alle solite, a costruirsi un ricovero-comando-mensa ufficiali mediante pali della “palificata”, la linea, penso telegrafica, che traversava tutta la stretta di el Alamein, da nord a sud. Poi erano dovuti improvvisamente partire e nel ricovero si erano istallati i tedeschi di un osservatorio. Una mattina mi capita un sergente della 6^. Aveva avuto l’ordine di ricuperare i pali ed il materiale ma era stato cacciato via in malo modo dagli occupanti. Mi misi giacca e bustina, andai dal tenente comandante, mi presentai con sbatter di tacchi e gli dissi che avevo ordine (Befehl) di ricuperare il materiale. Abbozzò. Credo sia stato il più grande successo militare italiano sul fronte di el Alamein.
Poco dopo mi trasferirono a Deir el Munassib, sempre aggregato alla 6^ compagnia del 2° battaglione. Era un posto di una decina di chilometri a nord di el Himeimat, che si vedeva all’orizzonte. Ci assegnarono una piega sabbiosa sul retro della compagnia, attestata come caposaldo civetta davanti alle nostre linee. Alla mia sinistra fu messo un altro plotone della mia compagnia mortai. Scavammo nella sabbia e passammo delle piacevoli settimane. Il clima si era addolcito, la notte di dormiva bene con una coperta, il rancio arrivava regolarmente ed era mangiabile, l’acqua era più che sufficiente anche per sbarbarsi (solo le guance, perché m’ero lasciato crescere un barbuz biondo rossastro). L’artiglieria inglese faceva qualche tiro di inquadramento e gli aerei non davano soverchia noia. Luceva in quelle notti una luna splendida ed enorme, che illuminava il deserto come fosse giorno, rendendolo bianco, perfetto ed irreale. La sera del 23 tutto era quieto: il rancio era arrivato ed era stato consumato, la truppa fumava tranquilla. Alle nove l’orizzonte ad oriente si illuminò: tutta l’artiglieria inglese c’era messa a sparare. Il capitano Marenco mi telefonò, ordinando di incominciare il tiro di sbarramento. Fu l’ultima comunicazione. Dopo tutte le linee saltarono. Incominciammo a far fuoco. Proprio da quel momento ci trovammo anche noi sotto il bombardamento. La stampa inglese, che vidi poi, disse che era stato il bombardamento più intenso della guerra. In effetti ci pestarono per bene. Le granate sollevavano un polverone di sabbia denso ed irritante che riduceva la visibilità a pochi metri. Devo però alle postazioni nella sabbia se le perdite furono poche. Una granata arrivò strisciando nella mia buca ed ebbe il buon senso di non esplodere. Il bombardamento durò oltre due ore. Poi il tiro diminuì, si allungò e tra la povere scorsi una catena di uomini che, baionetta in canna stava giungendo alle nostre postazioni. Urlai: “Tutti fuori. Fuoco, fuoco!”. Quel cretino del sergente gridava: “Non sparate. Sono i nostri che si ritirano”. Una pallottola lo colpì però alla testa e così il male causato fu poco. Buttammo le poche bombe a mano che avevamo, scaricammo i mitra, che subito si incepparono perché la sabbia aveva otturato i caricatori, ci mettemmo a sparare con moschetti e pistole. Gli inglesi si erano messi a terra a semicerchio e sparavano coi tommy guns. Era impossibile fermarli con moschetti e pistole. Saltai dalla mia buca, filai al mortaio da 81 della 2^ squadra, misi il tubo tra le ginocchia in verticale, confidando che qualche leggero errore di inclinazione ci avrebbe risparmiato. Sparai un tre bombe di grande capacità, che caddero proprio dove dovevano cadere, ripulendo il terreno davanti. Preso dall’eccitazione, mi sporsi un poco dalla buca e ricevetti un pugno allo zigomo sinistro che mi sbatté sull’altro lato della postazione. Era una scheggia di una mia bomba che mi aveva colpito di patto. Subito dopo si inceppò il maledetto tubo e dovetti nel caldo del momento rovesciarlo pian pianino ed afferrare e tirar fuori la bomba spolettata. Intanto anche l’arma della 1^ squadra si era messa in azione e mi appoggiava, accoppando i superstiti inglesi. Ricominciammo a sparare con le armi portatili. Avevo una pistola cal. 9 lungo, Fabbrica d’armi di Herstal, col calcio di madreperla, bottino di guerra di papà sul monte Zuqualà, in A.O. Incominciai un duello che durò un mezzo caricatore con un tizio che sparava piuttosto bene. Poi il duello fini per assenza di controparte. I pochi inglesi superstiti si erano squagliati dietro al costone. Ricuperai un loro ufficiale, più intontito che ferito, che mi dichiarò fieramente in francese che non avrebbe parlato. Gli diedi una sigaretta e lo ficcai in una buca. Con tutta probabilità, lo sistemarono più tardi i suoi, quando inaffiarono di proiettili le nostre buche, rimaste vuote. Capitarono i due del rancio: camion fracassato, caposaldo sopraffatto. Li mandai al comando gruppo a riferire. Ispezionai il plotone. La postazione della 3^ squadra era andata e così la coesione della squadra. Il caporalmaggiore toscano che la comandava era inesistente. Mandai gli uomini in appoggio alla prima. La seconda squadra funzionava ancora (operai lombardi), con il tubo, che avevo azionato io. La prima squadra, benedetto Varetto, caporalmaggiore di quel di Vercelli, era perfettamente in ordine, arma rimessa in postazione, bombe pronte, uomini al loro posto. Tra le buche era disteso il corpo di un napoletano dei servizi che gemeva e piangeva, con la testa in una buca e le gambe fuori. Ci avevano bombardato per oltre due ore, avevamo combattuto per tre ore almeno e lui, illeso, era rimasto a piangere, senza guardare e senza vedere. Gli diedi un paio di calci tra le gambe che spero gli abbiano impedito in futuro di procreare. Gli uomini dei servizi, non paracadutisti, erano in genere lavativi di prima forza, di cui i distretti si erano liberati, rifilandoli alla neodivisione paracadutisti. Alla mia sinistra, l’altro plotone mortai era stato catturato: vedevo la macchia nera del gruppo dei prigionieri in mezzo alle postazioni. Chiesi al mio attendente, Simcic di Salcano, che aria tirasse col plotone. “I disi che i xe contenti che la xe qua con lori.” Si sentiva intanto rumore di cingoli. Dopo poco comparvero carri sul ciglione davanti a noi. Sparammo loro diverse salve. Se ne andarono. Dopo un po’ tornarono. Il gioco si ripeté diverse volte. Infine si accorsero di non essere sotto tiri di artiglieria e si fecero sotto a dozzine, piantandosi a pochi metri dalle nostre buche. Incominciarono a scambiarsi colpi con i nostri 47 al di là del campo minato a nord-ovest. Vi era un gran fischiare di granate e gracchiare di mitragliere sulle nostre teste, ma non avevamo più bombe a mano né avevamo mai avute bottiglie Molotov. All’inizio del bombardamento m’ero riempito la camicia di pacchetti di sigarette e non avevo smesso di fumare tutta la notte, accendendo le sigarette con la cicca della precedente. Così fumai nella luce dell’alba. Per far la festa completa, la nostra artiglieria aveva incominciato il tiro di repressione.
Dall’alto dei carri infine ci videro ed i carristi inglesi ci invitarono con gesti e con l’ausilio di raffiche di mitragliatrice ad andare verso la loro linea. Un carro era a meno di sei metri dalla mia buca, col pezzo puntato. Per istrada, saltò fuori un biondine arrabbiato che mi allungò una baionettata alla pancia. La schivai e giunsi poco dopo al mio primo recinto di fili di ferro spinato, fatto alla brava, coi loro rotoli mobili. Un loro sergente gentilmente mi pulì la faccia dal sangue rappreso e poi ci avviammo a piedi attraverso il loro schieramento. Sbaglierò, ma sul caposaldo Marengo era ammassata poco meno di una mezza brigata corazzata. Camminammo diverse ore. Poi ci fermammo e ci interrogarono, così, alla giornalistica. Proseguimmo per l’intero pomeriggio e conclusi, da quel che vedevo, che la battaglia era persa. Ero perfettamente lucido ma tranquillo: riesaminavo la condotta mia e del plotone quella notte, rilevando i punti positivi ma anche le manchevolezze. I punti positivi dovevano superare le manchevolezze se a guerra finita mi proposero per una promozione al grado superiore per merito di guerra. Poi ci ripensarono e mi diedero una medaglia d’argento. Vale di meno ma si vede meglio. Verso sera ci caricarono su autocarri e portarono al primo recinto regolare per prigionieri, dalle parti di Burg el Arab. Incominciò a piovere. Un romano di fanteria si mise a discutere con la sentinella negra: non voleva essere lasciato così sotto l’acqua, aveva diritto ad un tetto. La sentinella non se ne diede per intesa. La conversazione in romanesco-zulu proseguì per un bel po’.

Alla luce delle attuali (2001) polemiche sugli alpini, vorrei, per inciso, esporre il pensiero di uno che sessanta anni fa ha avuto la ventura di comandare in guerra sia alpini che paracadutisti.

Se dovessi fare un colpo di mano, breve, energico ed irruente, con discrete o più che discrete probabilità di successo, certamente preferirei avere con me ragazzi come quelli della 2^ squadra del 4° plotone della 185^ compagnia mortai Folgore: operai lombardi svelti, intelligenti e decisi, divenuti poi tutti o quasi tutti comunisti ferventi. Se dovessi viceversa resistere a lungo su una posizione, con pochi mezzi e meno speranze, meglio avere la 2^ squadra del 3° plotone, 279^ compagnia del btg. Val Natisone: alpini stagionati della Val Cellina, boscaioli, bracconieri, carrettieri e contadini, che partivano magari per l’Albania con il ritratto di Mussolini agganciato alla coda dei muli, ma che se c’era un lavoro da fare lo facevano, costi quel che costi, che piacesse o no. E lo facevano con un gioco mirabile di squadra, in perfetta e tacita armonia, bestemmiando Dio e il governo, ma facendolo. Dicono che questi alpini non esistono più, si sarebbe spenta la razza, ma prima di mandare i candidati alpini in sussistenza od in marina, ci fare un pensierino e cercherei di ricuperare quel mezzo battaglione ancora ricuperabile. O credete sulle crode, quando avranno finito la ferramenta di cui andate tanto fieri e che probabilmente non vi sostituiranno subito, il lavoro ve lo faranno i neonominati alpini delle varie regioni centromeridionali, senza tradizione familiare, senza coesione paesana e regionale, senza spirito di corpo, senza pratica di rocce e di neve, senza esperienza di quando lavoravano in malga o tagliavano legna in bosco? Perché, fino a prova contraria e salvo ad oriente, su quella che adesso si chiama la soglia di Gorizia, il confine italiano corre ancora in montagna. O vi disturba tanto avere un corpo armato composto da uomini che votano Lega Nord, che pensano con la propria testa, che si esprimono in linguaggi lontani dall’intonazione borbonico-pontificia del gergo militare odierno? Gli alpini dei miei tempi erano poco più di una buona fanteria di montagna. Basterebbe disporre oggi di qualche singolo reparto veramente alpino. Buoni paracadutisti, viceversa, se ne trovano comunque sempre in Italia. Amen e fine dell’inciso.
La mattina, dopo questi ed altri pensieri, ci trasferirono al campo di Alessandria. Era un campo grande ed organizzato. Feci la conoscenza gradita del tè militare inglese, così diverso della sbiadita bevanda delle nostre signore. Poi ci condussero al mare per il bagno. Chiacchierai per delle ore con cun simpatico tenente tedesco, risistemando l’Europa dell’Asse. Ricordo che non ci trovammo d’accordo sul Banato. Il giorno seguente ci dettero qualcosa da mangiare. Non era molto e per tutta la permanenza nel campi dell’Egitto fui tormentato dalla fame. La simpamina del 23 sera, i tre giorni di digiuno, i litri di tè mi avevano, a quanto pareva, curato radicalmente la diarrea: ero magro come un chiodo e anche privo di sigarette. Ci portarono all’interrogatorio: sapevano tutto, nome, cognome, reparto, colleghi. Li delusi non aggiungendo niente a qual che sapevano (citarono nomi noti di Trieste) e dicendo loro che prevedevo di restare prigioniero per cinque anni. Sbagliai di uno. Giorni dopo, in treno, traversammo il delta del Nilo (spettacolo assai interessante). Gli egiziani alle fermate si affollavano attorno al treno e ci insultavano. Un collega nato in Egitto replicava in arabo corrente, menzionando le effusioni sessuali non autorizzate dalle loro nonne. Arrivammo a Geneifa, un sistema di campi nei pressi del canale di Suez. Vi erano solo prigionieri italiani di diverse origini (ci avevano separato dai tedeschi). Da quelli della prima ritirata, a quelli della seconda, a gente dell’Africa orientale, a prigionieri fatti dai greci in Albania e ceduti agli inglesi a Creta, marinai, aviatori, un po’ di tutto. Anche là si mangiava poco e si fumava meno. Fortunatamente funzionava come sempre radio fante e la notizia del nostro arrivo, con nomi, cognomi, gradi, era sulle bocche di tutti. Così mi arrivò, inviatomi da Franz Mosetti, dall’ospedale, un pacchetto di tabacco da pipa. Franz era un triestino d’Egitto, che avevo conosciuto a Roma e con il quale avevamo preparato assieme un esame. Non lo avevo più rivisto né lo vidi quella volta od in seguito. Non so cosa ne sia successo. Però gli mando ora, a distanza di sessanta anni, un grato pensiero. Da Geneifa ci spedirono dopo qualche giorno a Suez e ci imbarcarono su una nave adibita al trasporto di truppe coloniali. Fu l’ultima spedizione di prigionieri italiani dall’Egitto per l’India. Come sempre passavo per ed ero effettivamente il più giovane e così rimasi per i quattro anni successivi, in mancanza di nuovi arrivi.

La baia di Suez era un spettacolo: era affollata da centinaia di navi, di tutti i generi, navi da guerra, navi mercantili di ogni tipo, forma, stazza. Eravamo alloggiati nelle stive, in tre strati: per terra, sui tavoli, nelle amache. M’ero piazzato in un angolo della stiva, con un’amaca. Gli ufficiali di marina s’erano invece fermati al centro, dove c’era un gran passaggio e nessun spazio libero: quanto meno di comodo si potesse immaginare. Tuttavia, la notte i boccaporti venivano chiusi e restavano solo le manichette d’aria, che sbocciavano proprio al centro, sulle teste di quelli di marina. Noi, negli angoli, sudavamo liberamente ed i sudore spesso colava attraverso il telo dell’amaca sul fesso di sotto. Il mangiare non era abbondante ma fortunatamente nell’oceano indiano fu spesso mosso ed i bidoni di verdura mista rimanevano di solito intatti. Passai una notte sotto la doccia di acqua di mare con un bidone tra le gambe, a mangiare a volontà. Là vicino una sentinella indiana, fucile abbandonato per terra, vomitava tutti gli dei dell’India. Di giorno ci facevano salire in coperto per un paio d’ore, a prender aria. Dai ponti superiori, alcuni americani ci gettavano sigarette, come si fa al giardino zoologico alle scimmie. Purtroppo alcuni dei nostri, invece di ributtarle, le accettavano. Dopo tre settimane, due toccate, una a Massaia ed una ad Aden, arrivammo finalmente a Bombay. Trasferimento in treno. Acquisto di banane. Quelli dei mezzi d’assalto di Alessandria (Del la Penne e Marceglia), che venivano da un campo di estrema sicurezza in Palestina, raccontarono per ore le loro vicende, altri continuarono, e così avrebbero continuato per anni, a rifare la “storia del caposaldo”, dell’episodio cioè in cui erano stati fatti prigionieri, altri ancora rimanevano, se Dio vuole, zitti. Traversammo così una buona fetta di India, ammirammo dal treno il Taj Mahal, sbarcammo a Dehra Dun ed, a piedi attraverso una rigogliosa vegetazione, raggiungemmo il campo 24.
La vita e l’organizzazione dei campi di prigionia inglesi è stata descritta in numerosi libri, in genere non particolarmente avvincenti, anche perché non avvincente è la materia trattata. On è il caso di ripeterla qui né di rievocare gli episodi allegri e tristi di quegli anni. Uno però è indicativo. Nell’estate del ’43 l’atmosfera dei campi era piuttosto tesa e gli inglesi pensarono bene di dare una lezione-ammonimento. Attesero che tre tentassero la fuga, (sapevano tutto di noi: vi erano naturalmente spie italiane nei campi), li fecero aspettare fuori dai soldati indiani, sentimmo fucilate ed urla, li finirono a baionette. Tutti noi passammo la notte nell’anticampo a farci contare e ricontare. Unica consolazione il fatto che il capitano dell’intelligence service, ideatore, presumo, dell’operazione, fu più tardi trasferito in Birmania e vi crepò. Doveva esser un tipo in gamba: sapeva anche il russo.
Sarebbe ad ogni modo interessante uno studio psicosociologico della reazione degli internati agli avvenimenti esterni (sconfitte, 25 luglio e 8 settembre, guerre civile, ecc.). Non mi risulta che nessuno sia riuscito a rendere adeguatamente l’atmosfera dei campi in quelle particolari situazioni, né a descrivere la pressione morale insopportabile che può venir esercitata in un ambito chiuso. C’era un capitano siciliano che faceva, presumo per istinto e dote naturale, il delatore. Giocando con una scimietta, ascoltava i colloqui tra i colleghi e denunciava ai carabinieri, dapprima gli antifascisti, successivamente i cosiddetti fascisti. Dopo il 25 luglio gli ufficiali dei carabinieri passarono notti intere nei cessi per bruciare gli incartamenti sbagliati. Non so che fine abbiano fatto quelli del periodo seguente, tra cui il mio, accusato di aver previsto brutti tempi per il nostro paese e detto male di quello sprovveduto di Badoglio. Ad ogni modo, nel campo 24 alla fine del ’42 ed ancora nel ’43, si stava abbastanza bene: il magiare era abbondante, il bar serviva paste, le camerate erano ampie (ciascuno aveva un suo angareb con zanzariera e cassettone), le cimici cadevano dal soffitto numerose e gratuite. Papà mi aveva spedito soldi, subito congelati in buoni campo, e numerosi libri. Studiavo inglese o meglio la grammatica inglese perché non avevamo contatti con i detentori, leggevo molto, tiravo di boxe ed aspettavo. Non era il caso di avere troppe iniziative: scappare in India era praticamente impossibile, meglio era praticamente impossibile fare a lungo l’indiano. A parte il pericolo materiale dell’evasione, non si rischiava però molto: 28 giorni di galaboose (cella di isolamento). Parecchi hanno tentato, finendo inevitabilmente il periodo di libertà dopo poche ore o pochi giorni. Si racconta di qualche singolo che sarebbe riuscito a raggiungere Goa (allora possedimento portoghese) per finir di rimpatriare ancora più tardi di noi. Meglio star tranquilli e tener la testa ed i nervi a posto. Certo, mancava un po’ di movimento. Eravamo come polli in stia. Avevo un buon amico, Bruno Riva, triestino di Milano e diversi cari camerati. Riva è morto molti anni fa per le conseguenze di una ferita di guerra. Morto anche il Perugini, paracadutista romagnolo, col viso cosparso di scheggette di granata, che mi chiamava “comandante”. Dovrebbero esser ancora vivi Malaguti, il “Baloo”, che si era lasciato crescere una barba socratica, Randi, il “Malo”, perché era piccolo piccolo, ed altri. Con il 25 luglio e l’armistizio incominciò la moina delle dichiarazioni e delle firme e la suddivisione dei prigionieri in categorie. Appartenevo al gruppo degli “svizzeri”, dal motto “chi si firma è perduto”, perché mi rifiutavo di prender posizione fintanto che ero prigioniero. La pressione dei neodemocratici diventò ben presto insistente ed insolente e così chiesi di esser trasferito all’ala 5, sempre del campo 24, dove dava il tono un medico romano dei mezzi d’assalto della marina, brava persona, morto dopo la guerra in Italia per il solito incidente automobilistico.
Poche settimane dopo ci trasferirono, via Amritsar e Pathankot, a Yol, vicino a Dharamshala, nel Kangra Valley, rimasto unico grande gruppo di campi per ufficiali in India. I “fascisti” erano al campo 25, noi “svizzeri” costituimmo una specie di minoranza etnica all’ala 5 del campo 27. Minoranza qualificata: nella baracca con me c’era il comandante Donda, di Trieste, della marina mercantile, catturato il primo giorno di guerra a Porto Sudan, dopo esser riuscito a sabotare la sua nave, fermata da solito controllo inglese, l’avvocato Ugo Maresca, alpino di Genova, che svolgeva interminabili discussioni giuridiche col giudice Delfini, lì accanto Angelo Giaroli, carrista di Suzzara, buon amico e più tardi direttore generale dell’ICE, un gruppo di ufficiali effettivi di artiglieria assai perbene (l’accademia di Torino doveva essere molto meglio di quella di Modena), marittimi giuliani ed altri ancora. Studiavo per i tre esami che mi mancavano, facevamo una specie di seminario di economia sulla base del corso del Pareto, ripetevo con Giaroli inglese, tedesco e storia e, più importante di tutto, uscivamo a passeggiare “sulla parola” per l’intera giornata, da circa le 10 alle 16 o 17. Le passeggiate erano state introdotte nel ’43 e gradualmente perfezionate: da marcette, inquadrati e seguiti a vista dai soldati, a libere escursioni da un punto fisso di scioglimento, con appuntamento per il rientro allo stesso punto diverse ore dopo. I campi di trovavano a 1100 metri di quota. Dietro vi era la catena prehimalayana del Dhauladhar, alta 4000 metri, con punte fino a 4690 metri. Dati i limiti di tempo, più si correva e più lontano si riusciva ad arrivare. Sempre di corsa ho raggiunto così cime e passi di 3000 metri (il vicino Nodrani o la favolosa sella di Kunda). Un singola volta, con un permesso speciale di due giorni, arrivai ad un passo oltre 4000 metri, dal quale si poteva contemplare la valle del Ravi. Conservo un ricordo vivissimo di quelle escursioni, sia per la grandiosità del panorama, la varietà del paesaggio, l’intrigo della vegetazione, lo scrosciare dei torrenti, la curiosità degli incontri (non solo pastori pahari con le loro capre, ma grosse vipere nere, lente e pesanti, branchi di scimmie grigie poco amichevoli, capre di montagna).
Non ho mai visto invece orsi (dicevano che ve ne fossero) né, fortunatamente, vipere di Russel. Credo che quelle passeggiate m’abbiano molto aiutato a sopportare la prigionia, sicuramente a mantenermi in forma.

La guerra intanto finì e noi eravamo sempre a Yol, più rincoglioniti che mai. La posta dall’Italia, che aveva registrato un’interruzione di oltre sei mesi dopo l’armistizio, si bloccò di nuovo per un periodo ancora più lungo alla fine della guerra. Erano i giorni dell’occupazione jugoslava di Trieste. Venne l’anno 1946 e la situazione si normalizzò. Ricevetti finalmente notizie: papà mamma e sorelle erano tranquille a Trieste, dopo qualche emozione, il fratello di Serena, Falco, era caduto in Slovenia il 25 luglio 1943, la città era amministrata dagli anglo-americani, si insinuava nelle mie orecchie qualche voce sulle foibe. In quel di Yol, in vista delle partenze, gli “svizzeri” furono passati al campo 25, dove ci rimproveravano la nostra mancanza di “purezza” ma dove trovai altri giuliani e dove incominciai a macinare il serbo-croato sulla grammatica del Cronia.

Col passare del tempo, la libertà aumentava ma il cibo diminuiva drasticamente. I quartiermastri inglesi non si peritavano, a quanto pare, in vista della fine della pacchia, di rubare sulle nostre razioni molto di più di quanto pacificamente tollerato. Per fortuna c’eran sempre le salsicce di soia a sostenerci.
S potrà osservare che in questi ricordi la parte relativa alla prigionia quasi supera in lunghezza quella della guerra e di altre vicende. In effetti, la prigionia, per quanto avvilente, può costituire un’esperienza formativa di prim’ordine. La guerra era stata un quasi un gioco: pochi pensieri, molta azione, un caleidoscopio di immagini e di impressioni. La prigionia permette, anzi impone, di pensare, con calma, con raccoglimento, con umiltà. Consente anche di osservare i propri simili.

Dove si possono, seguire i compagni di sventura in tutte le loro manifestazioni per anni di seguito, ora per ora, minuto per minuto? Imparai così a conoscere meglio i miei connazionali, a perdere molte illusioni ed a crearmi un sistema di valori che mi furono utili negli anni seguenti.

Fummo infine rimpatriati nel novembre del 1946. Viaggio tranquillo. L’ufficiale inglese che ci scortava partì da Bombay con un bucolico ben visibile in un calzino e quel bucolico era tuttora presente allo stesso posto all’arrivo a Napoli. Sbarcammo, svolgemmo le pratiche d’uso, mi dissero che andava bene, prendemmo il treno per Roma. Seduti sul vasone del gabinetto, Vittoria Pizzarello e Gino Canziani si tenevano teneramente per mano, guardandosi estasiati negli occhi.

A Roma mi dettero ospitalità i Pizzarello. La mattina dopo andai a trovare la Lella, divenuta baronessa Englen, con due figlie, che abitava in un casone di via Siacci, costruito proprio su un terreno che usavamo da ragazzi come campo da gioco. La sera partenza per Trieste, la sera dopo arrivo a Udine. Dopo Gorizia il vagone rimase vuoto. Mi addormentai. Mi svegliai col treno fermo ed un ferroviere che mi scuoteva. Trieste. Eran circa le due di notte. Mi avviai verso l’uscita, imbambolato, col mio sacco di prigioniero penzoloni. Alla porta, dietro il controllore, spuntava la testa di papà. La giovinezza ed i giochi erano finiti: incominciava la vita vera.




Curriculum vitae riepilogativo del anni dal 1947 al 2001.
1947: ultimi esami / in congedo dal 25.07.1947 / matrimonio con Serena a Barbaba (Grado) / laurea / inizio lavoro con impresa Zelco & Lucatelli, Trieste
1948: incominciato lavoro con agenzia AGIP, Trieste / nascita di Anna il 28/8 a Trieste
1949: trasloco in via Murat 16, Trieste
1950: iniziato lavoro all’ICE, Roma, come sottosegretario aggiunto in prova / addetto all’ufficio area del dollaro / traslocato a Roma / compilato opuscolo sul Pakistan / nascita di Guido il 30.04 a Trieste
1951: missione a Toronto per la Canadian International Trade Fair
1952: incaricato della partecipazione italiana alla CITF, Toronto
1953: incaricato della partecipazione italiana alla Fiera di Manila (seconda parte) / missione in Indonesia
1954: incaricato della partecipazione italiana alla CITF, Toronto
1955: trasferito in Canada, a Toronto, come Assistano Italian Trade Commissioner
1956: Italian Trade Commissioner a Toronto, fino al
1962: trasferito a Chicago, Ill. / stesso incarico
1964: nascita di Stefano il 15.08 a Chicago
1964: aperto l’ufficio di Kansas Citi, Mo / diretto i due uffici contemporaneamente mediante missioni pendolari fino al
1967: trasferimento a Zurigo e direzione di quell’ufficio fino al
1973: trasferimento a Colonia, RFG e direzione di quell’ufficio
1977: divorzio da Serena
1977: trasferimento a Trieste come coordinatore ICE per il Friuli – Venezia Giulia / morte di Guido
1979: matrimonio con Barbara a Vandoies (BZ)
1983: acquisto della casa a Falzes (BZ)
1985: eletto presidente della Società Alpina delle Giulie – Sezione di Trieste del C.A.I.
1985: in pensione, con la qualifica di dirigente superiore
1986: pubblicazione del “Vocabolario per alpinisti, in italiano, sloveno e tedesco”
1991: non rinnovato la candidatura a presidente dell’Alpina
2000: riedizione ampliata ed integrata col croato del “Vocabolario per alpinisti / Slovar za planince / Wörterbuch für Bergsteiger / Rjecnik” za planinare
2001: redazione dell’opuscolo “In luogo di coccodrilli …”.

Falzes, novembre 2001



MOMENTI VISSUTI DA UN PARACADUTISTA DELLA DIVISIONE FOLGORE NEI GIORNI DELLA BATTAGLIA DI OTTOBRE 1942


 
 
 
 
 
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LETTERA AL POSTERO
Martedì, 15 Novembre 2011

di Emilio Camozzi

Trieste

Caro postero. Ho il piacere di non conoscerti. Penso che, tutto sommato, il piacere sia reciproco. Il non conoscerci riesce a farci apprezzare di più. I miei difetti li ho, e tanti. Meglio che tu non li scopra. Io sarò per te solo uno di El Alamein, uno di quelli che ...bla,bla...bla,bla...bla,bla.

Tu invece avrai raccolto il testimone che le altre generazioni di paracadutisti ti hanno passato. Conservalo e passalo così lucido e senza macchie come ti è stato consegnato. Non badare se qualcuno cercherà di insozzare la divisa che indossi. Solo il sangue dei nostri morti e dei nostri feriti è riuscito a macchiarla. Credo però sia giusto che tu mi conosca un pò, perciò mi accingo a buttar giù questa specie di ricordi. Fanno parte del piccolo bagaglio di memoria che l'età mi concede. Poiché noi veterani quando ci incontriamo, il che succede spesso, abbiamo la brutta abitudine di raccontarci tutto della guerra. La mente ha amalgamato il tutto e i nostri ricordi personali sono fusi con quelli di altri. Quando per l'ennesima volta risento il racconto delle prodezze di qualche mio amico, mi guardo bene dall'avvisarlo che conosco già tutto. Non per cortesia, ma perché penso che quando lui avrà finito di raccontare, toccherà a me, e lui dovrà fingere di essere la prima volta che ascolta quelle cose.

Ora tocca a te, povero postero, raccogliere il mio sfogo. Quanto sopra detto per renderti edotto che la responsabilità del tuo sonno, quando mi leggerai, non è solo mia. Credo che una delle cose più interessanti sia conoscere le motivazioni che ci accomunano e che ci hanno permesso di compiere il gran salto nel vuoto. Con le tre o quattro generazioni che ci separano, saranno senz'altro diverse. Avrai già dentro di te il culto per una nuova Patria che si chiama Europa. Avrai imparato a considerare fratelli i francesi, i tedeschi, gli slavi, gli inglesi ecc. Probabilmente la lingua italiana, già oggi maledettamente bistrattata, entrerà a far parte del bagaglio degli studenti come lingua morta, allo stesso livello del greco e del latino. Tu parlerai una nuova lingua che, presumo, sarà l'inglese Io, che adoro la mia terra e il dolce idioma, fortunatamente non ci sarò più.

Tu ti sentirai erede più di quelli che hanno conquistato Creta o si sono buttati in Olanda, ed il povero soldatino che ha combattuto ad El Alamein, che già ha avuto l'onore di essere dimenticato negli attuali libri di storia, sarà un fantasma da non prendere nemmeno in considerazione. E' la vita che continua, e se tu occasionalmente leggerai questa mia lettera, ti renderai conto che gli unici legami con il tuo antenato sono l'orgoglio di appartenere ad un così prestigioso reparto ed il lancio che ti differenzia dal resto del mondo. Non un lancio sportivo, intendiamoci, ma un lancio verso l'ignoto per realizzare un tuo ideale ed affermare una tua convinzione. Questo ci rende fratelli come ha reso fratelli tutti gli appartenenti alla Divisione Folgore prima ed alla Brigata Folgore poi, senza distinzioni di generazioni e di età. Sono nato a Milano nel 1920, agli inizi di una rivoluzione oggi non solo dimenticata, ma avversata.

Mio padre, reduce della prima guerra mondiale, rischiava grosso se osava mettersi un distintivo che lo qualificasse come ex combattente. Uno dei ricordi più vivi della mia infanzia, avrò avuto forse tre anni, è un gruppo di soldati tutti vestiti di nero con l'elmetto in testa, probabilmente arditi, che marciavano inquadrati. Ciò che però mi è rimasto più impresso, era un vecchietto con una strana divisa rossa che tentava di seguirli, ma che ogni tanto doveva fare qualche passettino di corsa per non farsi distaccare. Ero sulle spalle di mio padre, indicavo il vecchietto e ridevo. Mio padre mi prese il braccio e me lo strattonò senza farmi troppo male. Non ridere, mi disse, è un garibaldino. E'stato il mio primo impatto con il mondo e lo spirito militare. Ci vorrebbe uno psicologo, o forse uno psichiatra, per sapere se e quale influenza abbia avuto sulle mie future scelte quell'episodio.

La prima divisa la indossai nel 1926. Ero in prima elementare ed era obbligatorio al sabato mettersi la divisa e radunarsi al campo sportivo per imparare a marciare curando l'allineamento e l'aspetto marziale. Ero un Balilla e, malgrado oggi non sia di moda ammetterlo, ero fiero di esserlo. Se qualche volta ragioni famigliari mi impedivano di andare all'adunata, erano musi lunghi e capricci. A otto anni ebbi il mio primo impatto con le armi. Erano moschetti, la copia, in piccolo, del moschetto 91. Ci raccomandarono di tenerlo bene, pulito , e di non sparare, perché era pericoloso. Ci credevamo solo perché ci faceva piacere crederci. Il culto o, meglio, la cultura della Patria, da difendersi con le armi ed a costo della propria vita, cominciava ad attecchire specie nelle menti giovanissime, che ancora non si rendevano conto dove finisse il gioco e cominciasse la realtà.

I soloni di oggi definirebbero ciò indottrinamento e plagio. In quei tempi si era appena usciti da una guerra vittoriosa, il culto della Patria era un sentimento al di fuori di ogni discussione, e tutto ciò che oggi fa inorridire sociologi, psicologi, politologi ed altri, allora era perfettamente logico e normale. A nove anni, per ragioni famigliari, fui messo in collegio. Altra divisa. Questa volta era la copia esatta dell'uniforme degli alpini. Qui la divisa non aveva "ragioni politiche", ma solo rappresentative. Mi piaceva poiché sempre divisa era, ma non rappresentava altro che il collegio. Io sentivo questa limitazione e ne soffrivo. Mi lamentai tanto che decisero di cambiarmi collegio. Andai a Rapallo in riva al mare. Qui la divisa era quella di marinaretto. Il golfo Tigullio era meta ambita per le navi da guerra di ogni tipo e di ogni nazionalità. Quando arrivavano era nostro compito andare a bordo e fare gli onori di casa. Cosa molto gradita a loro ma specialmente a noi, perché ci riempivano di cioccolate, biscotti caramelle e, di nascosto, qualche pacchetto di sigarette. Eravamo ragazzi di dodici o tredici anni, ed eravamo convinti che il solo avere una sigaretta in bocca, anche se di nascosto, ci rendesse più simili agli uomini. Ritornai poi in famiglia, a Como.

Qui le divise si susseguirono a ritmo incalzante. Avanguardista, moschettiere, giovane fascista, furono tappe importanti per la mia formazione mentale. Oggi i più direbbero che finalmente si è scoperta la ragione del perché sono un pò svitato. Può darsi che il periodo in cui tu vivi, conservi gli stessi punti di vista. Io spero di no. La storia, quando non è manipolata, finisce sempre con il diventare veritiera. Quel periodo andava forse vissuto così. Oggi non sarebbe più accettabile. Forse. Intanto avevo mandato all'aria gli studi classici perché la famiglia intendeva indirizzarmi a carriere non adatte alla mia indole. Frequentai un corso, che durava due anni, per prendere il brevetto internazionale di radiotelegrafia. Durante il mio secondo anno, l'Italia entrò in guerra. Nel 1939 avevo chiesto ed ottenuto la proroga del servizio militare per ragioni di studio. Così nel 1940,quando tutti i miei amici, che allora chiamavamo camerati, avevano l'opportunità di partecipare a imprese che fino allora avevo solo sognato, io dovevo continuare a stare dietro un banco in un'aula scolastica. Feci domanda al ministero della guerra per frequentare il corso di pilota d'aereo.

Questo era il massimo delle aspirazioni di ognuno di noi. Mi fu risposto di finire gli studi e che, quando sarebbe arrivato il mio momento, mi avrebbero mandato a chiamare. Per me fu una brutta botta. Mi sentivo inutile, e mi consideravo, ed in effetti lo ero, un imboscato. A quei tempi, era una delle peggiori qualifiche che potevi appioppare ad un individuo.Se eri imboscato, le donne non ne volevano saper di te, gli amici ti toglievano il saluto e tu eri sottoposto al disprezzo generale. Oggi la tendenza pare invertita. Gli obiettori di coscienza vanno per la maggiore e più ti defili dal servizio militare, più sei in gamba. Finalmente nel gennaio del 1941 ebbi il piacere e l'onore di indossare una divisa militare. Alla visita di leva mi avevano assegnato agli alpini. Ne ero fiero, ma, poiché volevo fare bene il mio dovere di soldato, feci notare che avevo il brevetto internazionale di radiotelegrafia. Mi mandarono a Roma, dove fui interrogato da due generali. Mi chiesero, tra le altre cose, se conoscevo bene qualche lingua. Risposi che me la cavavo bene col francese. Mi proposero di entrare a far parte del Servizio Informazioni Militari.

Risposi che avrei accettato volentieri purché potessi sempre indossare la divisa. Si misero a ridere e mi congedarono. Ritornai al distretto. Fui assegnato al I° Genio di Torino nel corpo Guardia alla Frontiera. Una specialità che oggi non esiste più. Avevamo la stessa divisa degli alpini. Solo il cappello era senza piuma.Causa il mio diploma, appena arrivato mi trovai sbattuto dietro una cattedra a insegnare segnali Morse a scocciatissima gente che non aveva alcuna intenzione di apprenderli. Malgrado un sergente che avrebbe dovuto sostenermi con la sua autorità, c'erano un'ottantina di teste che annoiate ciondolavano e che facevano un'evidente fatica a non cedere al sonno. Compresa la mia. Un urlo del sottufficiale ogni mezza ora circa (nel frattempo ciondolava anche lui), ristabiliva quello che avrebbe dovuto essere il giusto clima. Io mi sentivo doppiamente imboscato, perché avevo saputo che il reparto a cui ero stato destinato al distretto , era partito per la Russia. La mia esibizione del brevetto aveva, almeno per me, tutta l'aria di una scusa per sottrarmi all'invio in zona d'operazioni. La mia permanenza al I°Genio, data la carenza di istruttori R.T., rischiava di diventare permanente.Per circuirmi, mi avevano dato subito il grado di caporale. Ero esentato dai servizi di piantone, di guardia, dall'istruzione ginnica e militare. Trattato veramente coi guanti. Mia madre, a casa, usava una maggiore severità. In questo idiliaco dolce far niente, capitò un giorno l'angelo liberatore. Era un giovane tenente di fanteria.

Aveva due ali d'oro per mostrine. Sul braccio sinistro un paracadute pure d'oro. Avevo già sentito parlare di paracadutisti, qualcosa che riguardava l'Africa, i carabinieri,le truppe libiche, ma avevo ricordi confusi e nessuna vera informazione. Non ci pensavo nemmeno ad una cosa così bella. Il tenente si mise in cattedra, si presentò come ufficiale arruolatore, ci spiegò di cosa si trattava. Cio che più che mi entusiasmò fu la conclusione. :" Pensateci, soldati. Le prove per accedere al corso sono molto ardue, il corso é molto duro, non tutti arrivano al brevetto.La specialità é giovane, le incognite sono tante. I combattimenti riservati ai paracadutisti prevedono un'alta percentuale di perdite. Solo avendo coscienza di queste cose ed accettandole, potrete diventare dei buoni paracadutisti". Solo quando più tardi qualcuno che ci voleva poco bene ci chiamò "volontari delle mille lire" mi ricordai del fatto che l'ufficiale non aveva assolutamente accennato al fatto che avremmo avuto quella cifra come paga.

Accettammo in undici. Otto furono scartati alla visita medica. Due furono mandati via da Tarquinia, uno per blenoraggia, l'altro per tubercolosi. Rimasi l'unico degli undici, e penso che il merito, più che mio, sia stato del brevetto di R.T., come il futuro doveva confermare. I miei superiori, sia i diretti che quelli di grado superiore, fecero di tutto per dissuadermi dal mio proposito. Ero l’unico che sapesse maneggiare quel maledetto tasto Morse. Gli altri erano stati già mandati in zona d’operazioni. Molte erano le perdite fra i radiotelegrafisti, poiché nessuno aveva ancora spiegato l’esistenza del radiogoniometro. Gli operatori radio erano alla mercè delle artiglierie avversarie, che avevano l’opportunità di inquadrarli con la massima precisione. Io alla scuola ne avevo sentito parlare, ma le nozioni avute erano solo tecniche e non si riferivano all’uso militare. Per tutto questo non mi volevano mollare. Furono promesse di licenze, di rapidi avanzamenti di grado.Il colonnello comandante giunse a promettermi, nel caso fossi rimasto, di interessarsi presso il ministero della guerra per far equiparare il brevetto internazionale di radiotelegrafia alla licenza liceale onde darmi la possibilità di diventare ufficiale. La cosa era possibile perchè la marina aveva già adottato questo provvedimento.

Malgrado le difficoltà che erano state prospettate, io mi sentivo già paracadutista. E più si davano da fare per trattenermi, più mi sentivo sicuro che avrei raggiunto il mio scopo. Se mi ritenevano indispensabile qua, pensavo, a maggior ragione sarò indispensabile là. Quando si rendevano conto che la mia determinazione non era scalfita da nessun allettamento, mi trasferivano in altra sede. Così andai a Cesana torinese, da Cesana ai colli centrali, sotto il Sestrière e infine sui fortini del monte Chaberton, il forte più alto d’Europa. Il 13 agosto 1941 ricevetti l’ordine di scendere dal forte portando con me tutta la roba, e di presentarmi al comandante del VII Settore G.a.F..

Dopo una sfacchinata di quattro ore giù per le pendici del Chaberton, arrivai al comando. Puzzavo peggio di una capra di ritorno dagli alti pascoli. Ai fortini l’acqua era distribuita con il contagoccie. Fare una doccia era un sogno che mai si realizzava. La barba era fatta a “punta di forbice”.Poiché nemmeno al comando era possibile darsi una lavata, mi presentai al maggiore così come ero. Dall’espressione di disgusto notata sul viso del comandante, mi resi conto delle mie condizioni. Io non me ne accorgevo perché ormai mi ci ero abituato. Mi furono offerte due possibilità: una licenza premio di quindici giorni (era da gennaio che non vedevo mia madre) e ritorno a Cesana, oppure una base di passaggio per Tarquinia, dove sarei dovuto arrivare entro il 15 agosto. Scelsi naturalmente la seconda opzione e, dopo un freddo saluto da parte del comandante, mi precipitai alle casermette.

Erano così chiamate le stalle trasformate in caserma adibite ad ospitare le guardie alla frontiera. Fortunatamente avevo una divisa e della biancheria di ricambio. Avvolsi la roba puzzolente in un telo catramato (non esistevano i sacchetti di plastica) che ficcai in fondo allo zaino. C’erano sei casermette. Tra una casermetta e l’altra correvano dei tubi forati ogni metro e mezzo, da cui scendeva l’acqua convogliata da una sorgente a monte che serviva per le abluzioni dei soldati. Riuscii a fare una specie di bagno Dopo di che, poiché fino a sera non c’erano mezzi per arrivare fino ad Ulzio da dove partiva il treno per Torino, presi il mio armamentario e quasi di corsa mi feci tutta la strada. Meno male che era discesa, ma dieci chilometri con lo zaino affardellato sono sempre dieci chilometri! Stavo correndo verso il mio sogno, e se anche mi avessero imposto di arrivare a Tarquinia a piedi, a piedi sarei andato. Non mi ero reso però conto che la divisa che indossavo andava bene per i tremiladuecento metri dello Chaberton, e non avevo pensato che eravamo in agosto. Man mano che scendevo a passo quasi di corsa, con l’enorme pesantissimo zaino, le due coperte di lana arrotolate sopra, appesantito dalla divisa zuppa di sudore e avvolta in tela catramata, la gavetta e la borraccia doppie,come da dotazione alle truppe alpine, sentivo che mi stavo sciogliendo. Arrivai esausto alla stazione di Ulzio, appena in tempo per prendere il treno per Torino.

Arrivai a Tarquinia verso mezzogiorno, dopo una notte passata all’addiaccio a Genova. In treno mi ero assopito, e poco mancò che proseguissi il mio viaggio per Roma. Un viaggiatore a cui avevo detto che mi sarei fermato a Tarquinia, mi scosse e mi avvisò. Il treno stava per partire. Pregai il viaggiatore di buttarmi lo zaino fuori dal finestrino e feci appena in tempo a scendere. Lo zaino era fortunatamente sul marciapiede, un pò disastrato. Le due coperte si erano sfilate, la gavetta aveva una vistosa ammaccatura, le scarpe chiodate avevano fatto un volo per conto loro. Mentre quelli che erano scesi con me, probabili aspiranti paracadutisti, si stavano allontanando in gruppo, io mi davo da fare per rimettere in sesto le mie carabattole. Postero mio, ero molto giù di morale. Le premesse per un avvenire che io speravo quanto meno eroico, si prospettavano a dir poco terra a terra. Non dico che mi aspettavo all’arrivo una banda o un’ala di dolci ragazze che gettavano fiori , ma il ritrovarmi scarmigliato, sudato, inginocchiato a rimettere insieme uno zaino che, per non incorrere nelle ire di qualche ufficiale pignolo, doveva essere rassettato nel modo indicato dal sempre incombente regolamento, mi aveva ridotto ai minimi termini. Mi buttai a sedere su una panchina della stazione, e stavo quasi per riappisolarmi quando il senso del dovere mi impose di presentarmi al comando. Mi feci indicare dal copostazione la strada per la caserma paracadutisti. Disse di seguire la strada per Tarquinia. Dopo circa un chilometro, vidi sulla destra e sulla sinistra della strada baracche, la maggior parte in legno e qualcuna in muratura.Io cercavo una caserma, anzi, se dovevo dare retta ai miei sogni, mi aspettavo una caserma nuova, moderna, degna della specialità in cui stavo per entrare.

C’era un tizio seduto su un muro di cinta. Fumava una sigaretta, a torso nudo e con i calzoncini da ginnastica. Io non so come saranno fatti gli eroi che popoleranno i sogni della tua generazione. Probabilmente avranno occhiali molto grossi, saranno un pò ingobbiti, i diti delle mani consunti dalle tastiere ed i piedi piatti. Quello era invece il prototipo di come tutti noi avremmo voluto essere per poterci piazzare fra i migliori. Dimostrava trenta o trentacinque anni. Da seduto sembrava già più alto di me. Aveva la pelle lucida, colore bronzo antico, tesa su muscoli che sembravano voler schizzare fuori. La testa sembrava scolpita con l’accetta in un ciocco di quercia tolto da un fuoco del caminetto. Mi fermai per avere informazioni e mi misi sull’attenti : “ Caporale guardia alla frontiera Camozzi Emilio”. “ Cosa fai qui?”. Avevo la base di passaggio e glie la mostrai. : “Qui c’è scritto che devi presentarti a Tarquinia per frequentare il corso paracadutisti”. “ Signorsì “. “ Allora ci si presenta come allievo paracadutista!”. Signorsì, signor...” .” Quando sarai paracadutista mi chiamerai Dario”. “ Signorsì. Dove...” Là. Va”. Ancora non lo sapevo, ma avevo parlato con il sergente maggiore Dario Pirlone, uno che nella storia della Folgore sarebbe divenuto un mito. Andai dove mi aveva indicato. Era una delle poche palazzine in muratura, sede del corpo di guardia e delle prigioni. Mi dissero che il gruppo dei nuovi arrivati stava organizzandosi fra la seconda e la terza baracca. La definizione baracca mi suonava male, ma il sogno di Tarquinia, divenuto realtà, era sufficente a cancellare ogni cattiva impressione. Il gruppo al quale mi aggregai era il più eterogeneo che avessi mai visto.

Eravamo ottanta ragazzi poco più che ventenni, appartenenti a varie specialità dell’esercito. Arrivò un capitano, e scattammo sull’attenti. Ci diede il riposo. Si presentò come capitano Passamonti . Chiese se c’erano graduati. Io ed un altro che aveva il nastrino di soldato scelto, uscimmo dal gruppo. “ Tu di che arma sei?”. Del genio Guardia alla frontiera, signor capitano.” “ E tu? “ . “ Sanità”. Mettetevi a dieci metri di distanza l’uno dall’altro.” Eseguimmo. “ Ci sono anziani?”. Uscirono in sei dal gruppo. Ne scelse tre. “Voi sarete i nuovi comandanti di compagnia finché i vostri ufficiali e sottuficiali avranno fatto i lanci”. Dopo di che assegnò il resto del gruppo ad ognuno di noi, a seconda della specialità. Il più numeroso risultò il Genio, con una ventina di soldati. Il più povero risultò la sanità, con due. Eppure avrei giurato di avere visto più mostrine indicanti la “vaselina(così chiamavamo la Sanità allora). Caro postero , so che questi particolari non varrebbero la pena di essere citati e che la mia lettera possa risultare pesante, ma per poterci comprendere meglio é necessario sciorinare le componenti che caratterizzavano la vita di allora rispetto alla realtà completamente diversa che tu ora stai vivendo. Penso che nei tuoi tempi un individuo che abbia intenzione di fare il servizio militare (se questo servizio esisterà ancora) sarà sezionato sia nello spirito che nella materia, passato attraverso il tritacarne del compiuter che deciderà a quale specialità aggregarlo.

Da noi le cose erano più semplici, direi più umane. Gli amici cercavano di non distaccarsi, i compaesani neppure, questo a costo di rinunciare, di nascosto, alla propria specialità. Mi assegnarono alla seconda baracca. Andai con i miei commilitoni a prenderne possesso: Entrati, altra delusione. Non esistevano brande ma tralicci di legno, che poi chiamammo “castelli”, dove potevano prendere posto quattro persone. Ce n’erano a sufficenza per ospitare una compagnia. Su ogni posto letto un pagliericcio. Chi aveva le proprie coperte, poteva usarle, altrimenti ci avevano detto di passare al megazzino a prenderle. Al magazzino ci diedero anche la divisa ginnica. Finalmente potevo spogliarmi. Ne approvfittai subito. Pregai i miei di aver pazienza per un paio di giorni e di cercare di non procurarmi rogne . Da parte mia avrei cercato di usare il mio grado solo per ragioni indispensabili. Li trovai tutti consenzienti. Erano ancora tempi in cui un grado aveva il suo peso quando era abbinato ad una specifica mansione. Mi ero già accorto della differenza quando a Torino, nell’espletamento dei miei doveri di istruttore di R.T. ero stato promosso caporale. Mentre prima, per ottenere un istante di attenzione o di silenzio dovevo pregare, appena ottenuto il grado bastava un urlaccio e tutto tornava a posto. Squillò la tromba del rancio. Uscimmo per andare alla mensa. Quello della mensa era un sogno proibito di ogni allievo. Non tutti sapevano che esistevano le menseper la truppa. Qualcuno ne aveva sentito vagamente parlare.

Si diceva che la marina, l’aviazione e qualche reparto speciale fruiva di questo servizio, che permetteva ai soldati di sedersi a tavola con un piatto, un bicchiere, coltello forchetta e cucchiaio. Tutti attrezzi che poi sarebbero stati lavati dagli addetti. La mensa allora era appannaggio di ufficiali e sottuficiali. La truppa si metteva in fila con gavetta , coperchio della stessa che fungeva da piatto e gavettino, con pioggia e bel tempo, e attendevano il proprio turno passando poi davanti ad una grande marmitta nera di fuligine dove i cucinieri, con appositi mescoli che dosavano la razione spettante, distribuivano il rancio. La maggior parte delle volte era pastasciutta che ti arrivava nella gavetta in un blocco compatto dovuto alla sovracottura, un pezzetto di carne sfrutatissima, che era prima servita a cercare inutilmente
di dare una parvenza di sapore alla pastasciutta, e generalmente patate, cotte nell’acqua che era servita a lavare i recipienti in cui era stata cotta la carne, e che erano quindi di un pallido rosato che faceva nello stesso tempo tenerezza e disgusto. Era questo il menù principe di ogni caserma. Ed a questo i soldati erano ormai abituati, ma in un angolino era sorta la speranza che,vista l’importanza della nuova specialità, il sistema fosse modificato. Lo era infatti, ma in peggio. Non c’era pastasciutta, ma una brodaglia in cui malinconicamente navigavano pochi e stracotti tubi, probabilmente avanzati da una pastasciutta precedente. Naturalmente, poiché c’era brodo, doveva anche esserci la carne lessa. Ed infatti ci distribuirono un lesso che era stanco di essere tale poichè era stato sfruttato all’eccesso per rendere più mangiabile il brodo. Malgrado gli sforzi, non c’era riuscito ed in compenso si presentava come un insieme di fibre a malapena tenute insieme da una sostanza che non so definire.Come contorno, patate lesse cotte nel brodo e pelate male.

C’era anche il vino, a giustificare il gavettino. Avrebbe potuto, dal colore, essere un chiaretto. Dal sapore si deduceva la tendenza a divetare aceto e l’aggiunta d’acqua per ovviare a questo pericolo. Questo é quanto rimane nei miei ricordi dei ranci della naja. Bisogna però tener conto che tra i miei ricordi e quei tempi ci sono sessanta anni di gustosissime matriciane, di gigantesche fiorentine, di Valpolicella e Barbera e bagordi nobilitati dai gusti della migliore tradizione culinaria italiana. Il rancio di allora era reso gustoso dai nostri venti anni e dalle fatiche diuturne. Da notare anche che l’esiguità della razione era tale da impreziosire il prodotto ingurgitato. Consumavamo il pasto così, all’aperto e, se trovavamo posto, con le spalle appoggiate alle baracche, lottando con mosche e formiche che,ignare della bassa qualità del cibo, tentavano di partecipare al banchetto. Caro postero, se tu sei uno studioso del costume italiano, saprai anche che il “mugugno” era parte essenziale del modo di essere di ogni soldato. Quanto sopra detto potrebbe sembrare appunto il solito mugugno, mentre il mio vero scopo é renderti edotto dei tempi passati. Ormai non ci sarà nessuno che potrà confermarti quanto io affermo. Le generazioni dopo la guerra hanno avuto un trattamento molto più civile. Altrimenti le mamme protesterebbero. Una volta dicevano che i sottuficiali erano la spina dorsale dell’esercito. Già al giorno d’oggi pare che questa funzione sia passata alle mamme.

Al rancio ci avevano informati che, finché non fossero arrivati i nostri ufficiali, non avremmo potuto andare in libera uscita. Dalle casermette più in su delle nostre, uscivano soldati agghindati e tirati a lucido, ancora con le divise dei reparti di provenienza , le mostrine con l’ala ed il gladio ed il paracadute sul braccio. Li guardavamo da lontano, soggiogati da un sentimento reverenziale. Il solo pensiero che un giorno saremmo stati come loro ci riempiva di orgoglio. Ci riunimmo a crocchi e cominciammo a conoscerci. Saremmo diventati amici e, con le vicissitudini della guerra, fratelli. Era notte quando squillò il silenzio. Ci ritirammo nella nostra baracca. Preparammo i giacigli e, dopo dieci minuti, si sentiva già qualche respiro pesante e qualcuno che cominciava a russare. Era un sonno liberatore allietato probabilmente da sogni di gloria. Venti minuti dopo si notava un agitarsi generale seguito da indistinti mugolii e da qualche leggera bestemmia. Non era ancora passata mezz’ora che un coro di bestemmie inquinò la pacifica atmosfera della baracca. Uno aprì la luce. I giacigli brullicavano di cimici, ed i nostri corpi pure. A quei tempi non esistevano mezzi atti a liberarci di quegli immondi insetti. Decidemmo di uscire dalla baracca liberandoci di tutto ciò che indossavamo e di portare fuori roba ancora racchiusa nello zaino.

Eseguimmo e notammo che anche gli altri avevano eseguito il nostro stesso lavoro. Nelle baracche degli anziani invece nessun movimento. Luci spente, tutto calmo, nessun movimento. Che fosse stato un episodio di anzianità (attuale nonnismo)?. Ci smbrava impossibile che gli anziani avessero raccolto tutte le cimici e le avessero portate nelle baracche degli allievi, oppure che le avessero indotte a trasferirsi nelle nostre baracche. Come al solito, il nonnismo non c’entrava. Settimanalmente le baracche venivano sigillate e riempite di un gas velenoso che cercava di eliminare le bestiacce. Il trattamento non era stato probabilmente eseguito dopo che gli ultimi occupanti erano andati via. Dormimmo perciò tutti all’aria aperta. La stessa notte la squadra della disinfestazione provvide a sistemare le cose. Il giorno dopo, di prima mattina, arrivarono i primi sottuficiali. Erano sei, e tutti avevano sul viso i segni di una notte passata in bianco. Infatti ci confessarono di non essere andati a dormire perchè avevano festeggiato il conseguimento del brevetto di paracadutista. In quei tempi, postero mio, il sottuficiale era veramente il”Signor sergente” e nella compagnia aveva più carisma di un ufficiale.Mentre gli ufficiali di complemento tendevano ad essere paterni e condiscendenti con la truppa, gli ufficiali di cariera seguivano rigidamente il regolamento per non incorrere in guai al prossimo avanzamento, i sottuficiali facevano da tramite fra queste tendenze che talvolta cozzavano tra loro, e la truppa, che loro conoscevano meglio e con cui avevano contatti più stretti. Quelli che, oltre ad essere sottufficiali, erano anche paracadutisti, avevano su di noi un potere assoluto. Già il giorno dopo, all’arrivo degli ufficiali , poterono presentare la forza secondo la più rigida forma militare, dopo solo dieci minuti di allenamento. Nella giornata erano arrivati altri genieri. Eravamo circa ottanta. La compagnia fu presentata dal sergente Migotto, friulano dalla grinta di mastino e dal cuore di burro, al capitano Di Lorenzo, ufficiale di complemento, messo al comando di una compagnia di trasmettitori solo perché aveva fatto il servizio militare nel genio pontieri.

Il capitano ci passò in rivista fermandosi presso ciascuno di noi e chiedendoci le generalità e il luogo di provenienza. Ad ognuno di noi strinse la mano e disse qualche parola di benvenuto. Poco militare, in effetti, ma molto efficace. Ci presentò poi gli altri quattro ufficiali. Ad ognuno di loro affidò il comando di un plotone ed al più anziano il vicecomando della compagnia. Così alla luce del sole e senza tante formalità si formò la Compagnia Collegamenti.



 
 
 
 
 
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MARCIA DELLO ZILLASTRO: IN ASPROMONTE IN ONORE E MEMORIA DEI PARACADUTISTI DEL NEMBO
Sabato, 17 Settembre 2011




PARMA- Si è chiusa domenica scorsa la marcia in onore dei Paracadutisti del Nembo, conclusa dopo 60 chilometri di Aspromonte sulla spianata dello Zilastro. Ecco la cronaca di quei giorni:


REGGIO CALABRIA 11 SETTEMBRE 2011

La Marcia dello Zillastro


Sono tanti anni ormai che, attraverso le impervie montagne dell’Aspromonte, si svolge la marcia dei paracadutisti di oggi in onore di coloro che, paracadutisti anch’essi, nei primi giorni di quel lontano settembre 1943, lottarono e diedero la vita per la volontà caparbia di non cedere al nemico, di rimanere fedeli a ciò che ritenevano giusto, ad un dovere, ad un ideale.
Questo è lo spirito che ha animato i paracadutisti, appartenenti alle sezioni A.N.P.d.I di Reggio Calabria, Cosenza, Catania appartenenti alla X Zona unitamente ai camerati di Velletri, che hanno seguito l’aspro percorso allora effettuato dall’Ottavo Battaglione Paracadutisti del 185° Reggimento della Divisione Nembo.
Non ci dilungheremo nella descrizione delle difficoltà del percorso soprattutto per rispettare quelle ben più ardue affrontate 68 anni prima dai nostri militari non fosse altro che per la logorante consapevolezza di poter essere chiamati da un istante all’altro, se necessario, all’estremo sacrificio.

Venerdì 9 settembre alle 08,30 i paracadutisti Perrone, Giovinazzo, Nucera, Chilà, Mileto, Russo, Procopio, Gabriele, Sorrentino, Natoli , Ippolito e Serra R. si sono radunati a Bagaladi, in provincia di Reggio Calabria, nei pressi del monumento ai caduti e da lì hanno iniziato la prima tappa della marcia che li avrebbe condotti per circa 35 chilometri, attraverso gli scoscesi pendii dell’Aspromonte nel luogo del primo bivacco, in prossimità del monumento a Giuseppe Garibaldi, vicino Gambarie. A sera, approntato il bivacco, sono stati raggiunti dai paracadutisti Preite, Bernardi, Romagnoli, Mastrella e Palazzi delle sezioni di Cosenza, Velletri e Colline Romane. La stanchezza non ha comunque impedito di gustare il “rancio” in allegria non prima, però, di aver ricordato in raccoglimento coloro che sono già arrivati in “quell’angolo di cielo”.

E’ giusto sottolineare che quest’anno, per la prima volta da quando si svolge la Marcia dello Zillastro, il paracadutista Pino Perrone, magistrale organizzatore della manifestazione nonché guida e “comandante” del reparto, nel desiderio di rendere la marcia quanto più simile a quella realmente effettuata dai paracadutisti della Nembo, ha praticamente raddoppiato il percorso inserendo la tratta Bagaladi – monumento a Garibaldi che ha caratterizzato il primo giorno di marcia.

Sveglia alle prime luci dell’alba di sabato 10 settembre, adunata, colazione e partenza per l’obiettivo finale, il monumento ai caduti della battaglia dello Zillastro. Anche in questa seconda tappa si sono attraversati poco più di 30 chilometri di foreste e sentieri, il percorso è stato duro e spesso si sono risalite vallate e pendii spinti più dalla forza di volontà che non dai muscoli. A sera finalmente si giunge ai piani dello Zillastro, luogo dove alcune ferree croci ed un monumento ricordano i nostri caduti e dove ci si sofferma in raccoglimento per una preghiera.

Grande emozione ha suscitato l’arrivo del Generale Paracadutista Franco Monticone assieme ai paracadutisti Bruno Padovani, Narciso Piccinin e Franco Gentili della sezione di Rovigo. Il gen. Monticone è stato comandante della Brigata FOLGORE che nel 1989 si trovava in addestramento in Aspromonte con il 2° Battaglione. Colpito dalla sacralità dei luoghi e dalla partecipazione della popolazione locale nel giro di una settimana fece arrivare un blocco di marmo da Carrara, la Compagnia Genio assemblò il monumento e si fece la prima cerimonia di commemorazione (anche con un lancio).Cerimonia che da allora si ripete tutti gli anni.
Trasferimento alla ex caserma NAPS dove si cena e si va a dormire alloggiati nelle vecchie camerate che appaiono ai paracadutisti provati da 65 Km di marcia come un albergo di lusso.

Domenica 11 settembre adunata e trasferimento sul luogo della battaglia dove i paracadutisti che hanno effettuato la marcia si sono riuniti ai camerati, e agli anziani delle altre sezioni nonché con le autorità come il Sindaco Dott. Bruno Barillaro, il Vicepresidente nazionale ANPdI Vittore Spampinato il presidente della X Zona Tommaso Daidone , il già citato generale Monticone il reduce di El Alamein Pasquale Pizzuti e i genitori della medaglia d’ oro al valor civile par. Eugenio Nigro. Assente giustificato il Capitano Paolo Lucifora,reduce della battaglia dello Zillastro, il quale ha comunque mandato un messaggio di saluto. Presente nei nostri cuori il Fante dell’ aria Colonnello Giuseppe Aloi che il 13 giugno ha effettuato l’ultimo lancio.

Si marcia poi con i labari in testa, inquadrati e a passo di marcia, sino alle croci dei militari caduti ed alla radura dove davanti al monumento si tiene la cerimonia di commemorazione e la messa. Dopo la cerimonia trasferimento in un centro di attività sociali dove dopo pranzo, brindisi, ricordi e calorose manifestazioni di cameratismo tipiche tra paracadutisti si è rientrati ciascuno alla propria sede con il proposito di incontrarsi nuovamente tra un anno per la medesima occasione.


Par. Roberto Serra
Par. Antonio Serra
Par. Antonio Nucera






LA STORIA
(stralciato da un precedente articolo dello stesso autore)

Nei primi giorni del mese di settembre 1943 l’Ottavo Battaglione Paracadutisti del 185° Reggimento della Divisione Nembo, composto da circa 400 uomini, comandati dal Cap. Gianfranco Conati , sbarcato in Calabria pochi giorni prima, stava ripiegando dopo aver combattuto in Sicilia contro gli Anglo-Americani.
Dopo un primo scontro avvenuto all’alba del 4 settembre nei pressi di Gambarie e che aveva visto gli uomini del Cap. Conati attaccare reparti canadesi, forti nell’insieme di 5.000 soldati, i nostri paracadutisti avevano iniziato ad attraversare l’Aspromonte per ricongiungersi con il Comando di Reggimento.
La marcia forzata si svolse attraverso le impervie montagne dell’Aspromonte, con pochi vettovagliamenti, tallonati dagli Anglo-Americani, dormendo all’addiaccio quando si poteva e comunque costantemente sotto la pioggia.
All’imbrunire del sette settembre, in una zona denominata Piano dello Zillastro, posta tra i comuni di Oppido Mamertina e Platì, il Cap. Conati decide di acquartierare il reparto fermandosi in mezzo ad una fitta vegetazione e non accorgendosi che in quello stesso luogo si erano accampati anche i Canadesi che, meglio dotati in mezzi, li avevano preceduti in quello che era un passaggio obbligato.
All’alba, resisi conto della situazione, i nostri paracadutisti ingaggiarono comunque una violenta battaglia consapevoli di lottare contro un nemico superiore in uomini e mezzi.
Dopo la fortuita cattura del Cap. Conati i paracadutisti comandati adesso dal Cap. Diaz si prodigarono in una serie di attacchi supportati dal plotone mitraglieri e dal plotone mortai da ’81, che guidati dai S. Ten. Lucifora e Moleti, ridussero al silenzio varie postazioni nemiche.
Fu in questi frangenti che furono mietute le prime vittime di parte italiana, accanto allo stesso S. Ten. Lucifora, che ha descritto personalmente a chi scrive in modo molto lucido quei tragici istanti, cadde il Serg. L. Pappacoda, seguito dal Cap. L. Picolli de Grandi e dal Paracadutista V. Albanese.
Con il sole già alto in cielo ed esaurite le ultime munizioni i nostri paracadutisti iniziarono a ripiegare verso Platì dove appresero che un armistizio era stato firmato con gli alleati già dal 3 settembre.
Quella dello Zillastro risulta essere l’unica( o l’ultima?) battaglia combattuta sul suolo dell’Italia meridionale tra un reparto del Regio Esercito e forze Anglo-Americane prima della ufficializzazione dell’armistizio, fulgido esempio del valore e della determinazione dei nostri Paracadutisti al di là di quelle che sarebbero state le scelte di ciascuno, comunque onorevoli, all’indomani dell’armistizio stesso.


Par. Roberto Serra


 
 
 
 
 
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STORIA RECENTE: IL GIORNALINO DEI CONGEDANTI DEL 1971
Sabato, 27 Agosto 2011



PARMA- Grazie alla recensione di Giorgio Merighi, ecco un tassello della storia recente dei Paracadutisti che hanno avuto l'onore di servire nella FOLGORE:IL GIORNALINO DEI COPNGEDANTI DEL 1971.


SFOGLIATE IL GIORNALINO "LUCE VERDE"!


 
 
 
 
 
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RACCONTI INEDITI DELL'ARTIGLIERE PARACADUTISTA DI EL ALAMEIN GAETANO PINNA - LUGLIO 1942
Giovedì, 28 Luglio 2011

DAL DIARIO DI "TANO PINNA"- ARTIGLIERE PARACADUTISTA E LEONE DI EL ALAMEIN.
LA PARTENZA PER L'AFRICA: LUGLIO 1942
PRIMA PUNTATA



a cura di Maurizio Pinna


La partenza dall’aeroporto di Galatina di Lecce, il volo senza scorta sul Mediterraneo, l’arrivo a Derna Fatheia.I paracadute vanno a Derna, gli uomini con il camion raggiungono Tobruch,lungo la via Balbia, sotto il sole e la polvere.
L’acqua è salmastra, le carcasse dei carri armati e dei camion sono un lungo rosario ai lati della strada.
Si attraversa Martuba, poi a destra per el Mechili, poi a Tmimi,
a sinistra c’è il golfo di Bomba, poi Ain el Gazala.
La prima notte africana, il freddo notturno,la rabbia per essere partiti paracadutisti ed arrivati fantaccini, con Malta è sempre là, a schizzare fuori aerei e navi sulle linee di rifornimento.
Siamo alle porte di Alessandria d’Egitto, a due passi dal Canale di Suez, potremmo essere utilizzati per creare una testa di ponte in caso di avanzata…Invece ci portano a fare i fanti! Non sarà vero, è una pazzia, un tradimento, un’assurdità.Questo il pensiero di tutti nella prima notte africana.Poi si riparte, prima di Tobruch si svolta per El Adem, un altro campo d’aviazione, la sosta per il ghibli.
I racconti degli autieri, le gesta di Rommel, i viveri e gli equipaggiamenti inglesi.Poi agli aerei che porteranno tutti all’altro aeroporto, quello di Fuka, un volo sopra la pista per Bir el Gobi, per Giarabub, sopra il distrutto fortino della ridotta Capuzzo,
da Fuka ancora in camioncino a El Daba, la base logistica.
Si” trova” del materiale abbandonato, proteste tedesche, facce da bronzo italiane…per sopravvivere. Il fronte si avvicina.
Le voci si accavallano, gli inglesi perdono carri, noi siamo senza carburante. Poi la partenza per il Passo del Cammello.



Ceglie Messapico 17 luglio ’42, venerdì

Una cosa è certa, partiremo da Lecce per l’Africa.
Non si conoscono né il giorno, né l’ora.
Normale.
Del viaggio e del mezzo si parla già da qualche giorno, da troppo direi, quindi se il “salto” da Lecce a Derna andrà bene verrà dire che occhi ed orecchi nemici non hanno “percepito” niente.
Altrimenti rappresentiamo un bel boccone prelibato.

Ceglie Messapico 19 luglio ’42, domenica

Siamo rientrati al campo dalla solita esercitazione, tutti nelle tende, silenzio perfetto. Ordine:” Sfate le tende! In silenzio!”.
In libera uscita abbiamo speso ogni risparmio.
Toni Penna era in bolletta: “Tano mi presti qualche lira?”
Avevo cinquecento lire, gliene ho date duecento.
Tutti abbiamo voglia di spendere: cena, cinema, donnine.
Chi può immaginare gente gaudente prossima a partire per la guerra?
Ho girato un po’ per le vie di Lecce, belle vie, discreti palazzi, chiese barocche. Abbordaggio impossibile o quasi, nei confronti delle ragazze.

Ceglie Messapico|Galatina\volo sul Mediterraneo\ Derna\Ain el Gazala 20 luglio ’42, lunedì

E’ notte quando arrivano i camion dell’autocentro, arrivano isolati, non in colonna, si carica una sezione, con i pezzi.
Su percorsi differenti i camion raggiungono il campo d’aviazione di Galatina.
Abbiamo con noi i paracadute.
Gli aerei, S. 82, sono dislocati in vari punti del campo.
Sappiamo una cosa certa: atterreremo al campo di Derna Fatheia.
Come fosse un normale spostamento carichiamo il materiale.
Gli ufficiali si raccomandano di non bere durante il volo, perché all’arrivo ci sarà poca o niente acqua, ad ogni modo se ci sarà avrà un sapore poco gradito.
“Attenzione al sole, all’arrivo mettetevi subito il casco coloniale” ci dicono.
La notte è bellissima, non c’è una nube in cielo, con uno sbalzo di novecento chilometri arriveremo a Derna.
Divisi in gruppi raggiungiamo gli aerei, prendiamo posto.
C’è una calma perfetta, diciamo qualche mezza parola, ma gli occhi di tutti parlano perfettamente, mostrano la nostra allegria, una gioia insolita.
Pazzi? No, è il risultato di una perfetta preparazione psichica, nessuna emotività in noi, ma lucidità, non preoccupazione per ciò che si sta facendo.
Il maggiore Caruso, comandante del Gruppo, non parte con noi, rimane in Italia, il comando lo prende il capitano Curti.
Caruso faceva il leone a Tarquinia, a Viterbo, a S. Maria Capua Vetere, a Ostuni, a Ceglie Messapico.
Precedeva la colonna in marcia, bardatissimo.
Avevamo ragione quando lo …squalificavamo.
Il sergente maggiore furiere Vitolo è in licenza matrimoniale. Anche Agostino Ammazzagatti è in licenza per matrimonio.
Il sten. Krauseneck rimane per la consegna del materiale che non portiamo con noi, poi ci raggiungerà.
Gli aerei si portano sulla pista.
Il personale di bordo del mio aereo è costituito da un tenente e da un maresciallo piloti, da un motorista, da un radiotelegrafista.
Il tenente pilota ci suggerisce di fare dei turni alle armi di bordo, il motorista ci spiega il funzionamento delle mitragliere.
Così ci poniamo in due, a turno, alle armi.
Oltre a fare gli armieri dobbiamo fare anche gli osservatori.
Non ci dispiace, anzi, ci rallegra.
Si parte, qualcuno guarda l’orologio.
L’aereo prende quota al limite del campo.
Sono di turno alla mitragliera di coda, posso osservare meglio di tutti il terreno che si allontana, i campi di stoppie, i covoni di grano, isolate case di campagna.
Dopo circa dieci minuti arriviamo sulla verticale della costa.
Addio Italia, si va verso l’inferno?
Ritornerò?
Quando?
Come?
“Siamo sul mare ragazzi, addio Italia”.
Qualcuno, di rimando, risponde “Ciao Italia”.
Guardo negli occhi i compagni. In più d’uno c’è stato qualche cambiamento d’umore.
E’ naturale, è umano, non andiamo a passeggio.
Da questo momento la morte si è veramente messa al nostro fianco…non solo in cartolina.
Siamo in volo da oltre un’ora, lascio la mitragliera.
Siedo vicino a Jop.
Si è sposato da poco tempo, ma non per questo ha perso la spensieratezza, è sempre pronto allo scherzo, alla macchietta.
Si avvicina il motorista:”Fate attenzione sui 180 gradi, in alto e in basso” dice.
Se ci capitano addosso gli Spitfire siamo spacciati.
Che cosa ne facciamo del paracadute con il mare di sotto?
Il radiotelegrafista può richiedere l’intervento della caccia di stanza in Grecia, a Creta, a Derna, ma ce ne daranno il tempo i piloti della RAF?
Non voliamo alti.
Sotto, una nave naviga verso levante, verso le isole greche.
Un pensiero per i miei genitori, vi rivedrò?
Sono convinto nella predestinazione, non si sfugge al destino!
Il volo continua regolare.
Ogni tanto un falso allarme di “terra, terra!”
Infine eccola, magnifica.
Si scorge bene la costa, lontano, siamo curiosi di vedere il deserto.
Ecco Derna, la perla della Cirenaica, le case, le campagne.
La cittadina si adagia tra il mare nella verde limitata pianura.
Si distingue una moschea con tante cupole ed il minareto.
Dietro, quasi fosse un muraglione, si alza l’altipiano.
Si distingue la strada litoranea, la Balbia, altre strade si inerpicano in grandi tornanti, poi si dividono appena arrivati sul ciglione.
Il motorista fa un cenno:”Attenti siamo arrivati!”.
Confesso, durante il volo non avevo preoccupazioni, ora, però, mi sento alleggerito di un peso.
Siamo sul campo di Fatheia, circa 10 chilometri da Derna, in direzione sud-est.
Qualche aereo ha già toccato terra, una nube di polvere indica l’atterraggio avvenuto.
Il sten Tabelli ci mostra il casco.
Come automi, convinti dell’esistenza del dardo mortale del sole africano, prima di saltare a terra indossiamo il casco.
Appena fuori ci accorgiamo sì della polvere, della novità panoramica per niente esaltante, ma anche del sole che non è più cattivo di quello di Ostuni.
Posiamo lo zaino, lo zainetto, il mitra, l’elmetto, il paracadute.
Scarichiamo i pezzi e le cassette delle munizioni.
Arriva dopo poco una colonna di camion.
Riceviamo un ordine non gradito:”Caricare tutti i paracadute, devono andare a Derna”. Noi saliamo su altri camion, diretti alla base aerea di Tobruch.
Sarà quello il trampolino per il lancio?
Ma allora perché i paracadute vanno a Derna?
Nessuno sa niente, neanche gli ufficiali.
Si fanno tante supposizioni, ma la doppia destinazione ci lascia perplessi.
Se ci siamo portati il materiale da lancio significa che il lancio era previsto?
Però non ci risulta il trasferimento da Tarquinia dei ripiegatori.
Ma allora?
A Tobruch cosa ci andiamo a fare?
Sono le 10,30, inizia il trasferimento verso Tobruch, 170 chilometri.
Ci portiamo sulla litoranea, una lunga striscia di asfalto che va dalla Tunisia al confine egiziano, voluta da Balbo, lunga 1822 chilometri.
La guerra corre su questa striscia d’asfalto.
Si notano rattoppi più o meno sistemati, spesso incontriamo operai intenti a riparare qualche tratto della strada.
La polvere è in abbondanza.
Si comincia ad avere sete.
Il casco non viene indossato da tutti, c’è chi ha pensato di disfarsene.
Ma ci si chiede se poi sarà addebitato.
La strada corre sempre sull’altipiano.
Si incontrano radi boschetti, vasti tratti incolti, qualche macchia di olivastri.
Noto larghi fossati naturali, come letti di torrenti asciutti, sono gli “uadi”.
Incontriamo greggi di capre, poi l’arabo.
E’ avvolto in un mantello, indossa pantaloni molti ampi, ci saluta.
Alla partenza l’autiere ci ha detto di non guardare tanto il paesaggio, e “…se freno di botto, saltate giù, allontanatevi di corsa, il più possibile, i caccia inglesi cacciano anche l’uomo isolato, mollano solo quando si stufano…se arrivano sono guai!”.
Siamo a Martuba, un piccolo villaggio, ci sono molti olivastri, ai bordi della strada alcuni arabi.
Dopo circa cinquanta chilometri la strada corre in pianura.
Un bivio, a destra per el Mechili.
Siamo a Tmimi, a sinistra c’è il golfo di Bomba.
Noto qualche carcassa di camion bruciato.
Ain el Gazala.
Alla destra si leva un costone.
Ci portiamo sotto il costone, si rallenta, la macchina di testa si è fermata.
Finalmente!
Abbiamo fatto una mangiata di polvere!
Ho le guance asciutte, secche, incrostate di sudore e polvere.
L’alito caldo del deserto, il sole di fine luglio, la polvere minuta, dal colore del fuoco, ci hanno dato …il benvenuto.
Da qui ripartiremo domani mattina.
Il sole è a picco, sono le 14.
Non lontano c’è il mare, il costone ferma il vento caldo proveniente dal sud.
Al tramonto sembra che arrivi un debole soffio di brezza di mare.
Qui si passerà la notte, i camion si allontanano e si dispongono in ordine sparso e lontani tra loro.
Osservo numerose buche, alcune fatte ad L, altre sono piazzole di artiglieria.
Mi sistemo in una di queste buche grandi.
Buche, buche, buche…ma noi come le scaveremo le buche?
Non abbiamo una pala, un piccone.
Non abbiamo neanche un cambio di biancheria, almeno io ho indosso solo quello che indosso!
Nello zaino ho una camicia, qualche fazzoletto, la carta da lettere, cartoline in franchigia, matite.
Si attende il rancio discutendo.
Dove sarà la linea?
Corre insistente la voce che siamo destinati a fare i semplici fanti.
Non vogliamo crederci, sarebbe uno scherzo da idioti.
Certo, da idioti!
Ma come, da due anni la scuola di Tarquinia setaccia volontari, si dice che ogni paracadutista costi quarantacinque volte di più di qualsiasi altro soldato e tutto questo per mandarlo a fare il fante?
Malta è sempre là, a schizzare fuori aerei e navi, pronti ad assalirci sulle linee di rifornimento.
Siamo alle porte di Alessandria d’Egitto, a due passi dal Canale di Suez, potremmo essere utilizzati per creare una testa di ponte in caso di avanzata… Invece ci portano a fare i fanti!
Non sarà vero, è una pazzia, un tradimento, un’assurdità.
Gli ufficiali non commentano, ascoltano.
Ci distribuiscono dell’acqua, del rancio secco.
Gli autieri ci avvertono di non sciupare l’acqua, domani potrà anche mancare.
Ci dicono che il Duce è stato qui per alcuni giorni, sembra sia ripartito proprio ieri.
Altre discussioni sul viaggio del Duce.
Ne parliamo assieme a Monti, a Tabelli, a Pirlone, Giusto, Cagliani, Bergami, Ciullo ed altri.
Abbiamo visto e siamo vissuti vicino ai paracadutisti tedeschi a Viterbo.
Non eravamo secondi atleticamente, ma, a parte le armi in dotazione, ogni paracadutista tedesco era in grado di sostituire ogni camerata nei compiti specifici.
Al contrario noi abbiamo una “unica” specializzazione.
Chi potrà sostituire il bravo puntatore ferito o caduto?
Se gli uomini dell’anticarro saranno feriti o uccisi i fucilieri ed i mitraglieri della buca accanto potranno mettersi al pezzo e sparare?
Siamo da 26 mesi in guerra, non dovevamo conoscere le armi del nemico?
Nelle caserme sono state sprecate settimane per l’addestramento formale.
Sarà sempre la nostra superficialità più che la povertà a determinare l’esito della guerra? Aggiungi poi la non sempre buona preparazione dei Comandi…
Ci hanno detto gli autieri, tutti dell’Ariete, che in caso di allarme aereo bisogna allontanarsi, ma non correre se la zona è illuminata di bengala.
La notte è passata nella calma, ho dormito profondamente.
Ho inteso freddo, di mattino la copertina era umida, avremmo dovuto avere un telo di tenda, invece…
FOTO INEDITE



Al centro Siro Ursini, da Pola, nelle strade di Ceglie Messapico il 20 giugno, prima della partenza per l’Africa, con Piozzini a destra e Manetti, tutti della I^ Batteria



Anche una parte dei soldati dell’Afrika Korps sono partiti via aerea dalla Sicilia per l’Africa, ecco uno Ju 52 sul mare, senza scorta, a bassa quota.


Ecco all’interno dello Ju 52 i soldati tedeschi durante il volo verso l’Africa. Da notare il cielo della carlinga, con la lamiera ondulata tipica dello Ju 52-Ma soprattutto i giubbotti salvagente per il personale, che gli italiani …non avevano.


1941 – Foto aerea di Derna, in alto il mare


Ecco la Cirenaica, con la Balbia che si arrampica tra oliveti e campi, appena dissodati e lavorati dai coloni italiani, sullo sfondo il mare.


Aeroporto di Derna, tedeschi appena sbarcati dagli aerei, seduti all’ombra della casupola “sforacchiata”, da notare gli alti “stivali desertici” in tela.


Foto 7La Balbia


Ecco il bivio di Tmimi,con tanto di “pizzardone” della P.A.I. e con le indicazioni stradali per Tobruk e Derna, a lato due “affollati” pali con i cartelli segnalatori dei vari Comandi . ben 19 cartelli su due pali, di cui uno infilato in uno sforacchiato barile per la benzina

Ecco una foto aerea di una parte dell’isola di Malta per lo studio delle coste in previsione dell’invasione e delle zone idonee al lancio dei paracadutisti italiani e tedeschi e per le zone di atterraggio degli alianti della Luftwaffe.






 
 
 
 
 
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LUGLIO 1942 - I PRIMI GIORNI DELLA FOLGORE IN LINAE AD EL ALAMEIN
Mercoledì, 27 Luglio 2011

DAL DIARIO DI "TANO PINNA"- ARTIGLIERE PARACADUTISTA E LEONE DI EL ALAMEIN.
L'ARRIVO IN AFRICA: LUGLIO 1942



a cura di Maurizio Pinna


SECONDA PUNTATA


La prima giornata africana…



Ain el Gazala\ El Adem, 21 luglio ’42, martedì
Si parte per Tobruch, sono quaranta chilometri di strada.
Tobruch è stata ripresa da un mese.
Gli autieri ci dicono che è stata una battaglia dura, era difesa dagli inglesi, dagli indiani, dai francesi, da sudafricani, australiani, neozelandesi.
Furono fatti prima tremila prigionieri, distrutti molti carri armati.
Poi i tedeschi hanno preso alle spalle la piazzaforte, facendo altri quattromila prigionieri
. Fu preso tanto carburante e viveri di ogni genere, ancora ci si campa con quel materiale. Siamo ora in Marmarica, la zona è arida, monotona, uniforme, con poche gibbosità del terreno, nudo, paurosamente nudo, senza acqua.
E’ uno spettacolo deprimente, si procede piano, la strada è ridotta molto male.
Ai lati ci sono segni della battaglia,cannoni abbandonati, carri bruciati, mucchi di materiale abbandonato, postazioni con armi e croci.
Croci con sopra un elmetto.
Incontriamo quelli che dovevano esser dei magazzini inglesi, sono piramidi di casse, ci dicono di farina, di birra in scatola, sigarette, tabacco, vestiario, scarpe, marmellata, whisky.
Lungo la strada ci sono centinaia di mezzi corazzati e camion distrutti.
Il sole, il polverone che sembra quasi permanentemente sospeso nell’aria, rendono più aspro e crudele il paesaggio.
Non arriviamo a Tobruch, gli autieri dell’Ariete, che portano i camion, svoltano verso El Adem.
Carri italiani, tedeschi, inglesi, anneriti da fuoco, scheletri di camion bruciati, casse, proiettili abbandonati, cingoli di carri, aperti sul terreno, seguono per chilometri
Ci hanno detto che ci sono ancora mine lungo le piste, per questo la colonna è distanziata, tra ogni camion ci sono almeno quaranta metri.
Spesso qualche camion salta in aria, gli autieri ci dicono che bisogna passare sul tracciato dei primi, ma qualche volta la mina è posta in profondità, salta solo dopo che sono passati decine di volta sopra la stessa striscia, la sabbia si leva e…si salta.
Ho sulla faccia una maschera di sabbia finissima, il sole scotta, i volti sono infuocati, gli occhi bruciano, la gola è arsa.
L’acqua nella borraccia è calda, ha un forte sapore di salsedine, non disseta.
Ancora croci lungo la strada.

Arriviamo ad El Adem.
Gli aerei sono sparsi in vari punti del campo d’aviazione, ai margini ci sono pezzi antiaerei, dentro a vaste piazzole.
Ci sono le tende, si distingue una con una grande croce rossa, il posto di medicazione. Finalmente scendiamo dal camion, sono le 8 del mattino.
Gli uomini del campo ci vengono incontro.
Tutti vestono alla stesa maniera, pantaloncini corti, camicia e sandali, tutto di marca inglese.
Ci mettiamo seduti sugli zaini, non si respira.
Ci danno una specie di caffè.
Dovrebbero distribuire l’acqua, ma quando?
Monti mi dice che partiremo in aereo per il campo di Fuka.
Si dovrà raggiungere poi la base di El Daba.
E il lancio?
Monti non risponde.
Chi poteva mai pensare, qualche giorno fa, di finire in una buca a fare il fante?
Guardo gli amici negli occhi, vedo tanta stanchezza e sconforto.
Nella batteria non si nasconde il malcontento, lo si dichiara apertamente e fortemente, gli epiteti verso i responsabili non si misurano.
Gli anziani si chiedono e chiedono agli ufficiali: “…i camion che ci trasportano, resteranno a noi ? Chi ci porterà i viveri in linea, le munizioni, e tutte le altre cose?Aggregheranno alla divisione reparti autieri di altre divisioni? Gli autieri ci dicono che i mezzi sono già scarsi, bisogna arrangiarsi…”
Bianchini brontola apertamente, qualcuno invidia Torre ed Ammazzagatti, che sono rimasti in Italia.
Seduto sullo zaino scrivo queste note.
Perché ci sono gli scontenti?
Il lancio era la meta agognata, ma se in questo momento è necessaria la nostra presenza come truppe di linea, allora eccoci alla prova.
Sembra che il vento ostacoli la partenza degli aerei.
Sono S79, aerei da bombardamento, che ci trasporteranno alla base logistica di El Daba. Lasciamo il campo per accamparci nelle vicinanze.
Fa un caldo tremendo, non si respira, soffia un vento caldo.
Ci danno il pane, sotto i denti si sente la sabbia, nel rancio c’è la sabbia, è fatica tenere aperti gli occhi, i capelli sono diventati ispidi…dico io, ci daranno almeno l’acqua per lavarci almeno gli occhi?
Per ora danno un litro di acqua il giorno, ma già hanno detto che ne potranno dare anche meno e, qualche giorno, niente.
Bezzo dice a Jop:” Dante dobbiamo proprio dimenticare il vino?”
Al rancio abbiamo un bel da fare per mangiare, la sabbia condisce tutto, il deserto è una grande …formaggiera!
Gli avieri ci dicono che con il tramonto del sole tutto ritorna normale e calmo, bisogna abituarsi, questo vento diabolico dura al massimo tre giorni.
Si chiama ghibli.
Questo è niente, dicono gli autieri, il vero ghibli fa impazzire, l’aria sembra di fuoco, è irrespirabile, la sabbia portata dal vento è fitta come la nebbia, ferma ogni attività.
Qui dovrebbero passare i molti che fanno la guerra nei Ministeri ed uffici, certamente ritornerebbero con ricompense al valore e con certificati di invalidità.
Difficilmente finirebbero sotto un metro di sabbia.
Passiamo la giornata alla meglio.
Molti mezzi di trasporto sono di marca inglese, Ford, Morris, Chevrolet, Dingo, caratteristiche le Jeep, fatte apposta per i terreni più irregolari.
Molti dei… residenti portano armi inglesi, dicono che è ricercato il Tommy gun, munizioni si ritrovano in quantità.

Notizie?
Sono quelle che filtrano attraverso i camionisti che arrivano dal fronte, o dalle basi, o da Bengasi.
Le nostre forze in linea sono scarse e sfinite.
I mezzi di attacco sono ridotti a poche unità, i rifornimenti sono lenti ad arrivare e molti vengono distrutti lungo la strada.
Gli inglesi hanno le basi alle loro spalle, sembra che ci siano forze nuove, fresche. L’importante è impedire al nemico di contrattaccare e di sfondare la nostra debole linea. “Perché non si è continuata l’avanzata”.
Gli autieri sorridono:”Facile a dire, noi siamo arrivati al Alamein con una sola compagnia di carri, gli altri sono fermi lungo tutto il percorso.
Adesso gli inglesi sono difesi da vasti campi minati e da numerose artiglierie, è impossibile per noi ogni pur minimo movimento, fortunati se non ci fanno scappare all’indietro…hanno carri nuovi di costruzione certamente americana, hanno più pezzi da 88 mm. loro che noi fucili…in questi giorni hanno attaccato le postazioni della Trento e della Brescia.
Si pensa che abbiano voluto assaggiare le nostre forze, il fatto è che prima l’iniziativa era sempre nostra, ora è la loro….
Rommel è in gamba, è più in prima linea che al comando.
Quando ci sono i combattimenti lo si trova dove il pericolo è maggiore.
Durante i combattimenti si sposta con una piccola colonna mobilissima, di blinde, di carri leggeri, artiglieria leggera, …è una forza strategica che impiega nei momenti difficili, …ed è direttamente ai suoi ordini.
E’ audace, temerario, ….si dice che abbia solo paura dei bombardamenti aerei, spesso si sposta pilotando un piccolo aereo, atterrando appena può…
Tutti i tedeschi hanno lo stesso rancio, da Rommel all’ultimo soldato, mica è così da noi! Il rancio loro è più abbondante, migliore del nostro,… dispongono di più acqua, di mezzi di trasporto.
A Tobruch se ci avessero lasciato fare noi italiano avremmo portato via tutto,…. loro invece hanno messo a guardia i loro soldati, non usciva uno spillo senza l’ordine.
Adesso noi andiamo avanti con il carburante che abbiamo preso a Tobruch, ora mangiamo quello che abbiamo trovato a Tobruch, …...così per il vestiario, e se la rubavi ti fucilavano… si dice che prima di arrivare in linea sono stati per settimane nel deserto ed in riva al mare, senza far niente, per acclimatarsi al caldo ed al sole”
Quando ci sono i combattimenti lo si trova dove il pericolo è maggiore.
Durante i combattimenti si sposta con una piccola colonna mobilissima, di blinde, di carri leggeri, artiglieria leggera, …è una forza strategica che impiega nei momenti difficili, …ed è direttamente ai suoi ordini.
E’ audace, temerario, ….si dice che abbia solo paura dei bombardamenti aerei, spesso si sposta pilotando un piccolo aereo, atterrando appena può…
Tutti i tedeschi hanno lo stesso rancio, da Rommel all’ultimo soldato, mica è così da noi! Il rancio loro è più abbondante, migliore del nostro,… dispongono di più acqua, di mezzi di trasporto.
A Tobruch se ci avessero lasciato fare noi italiano avremmo portato via tutto,…. loro invece hanno messo a guardia i loro soldati, non usciva uno spillo senza l’ordine.
Adesso noi andiamo avanti con il carburante che abbiamo preso a Tobruch, ora mangiamo quello che abbiamo trovato a Tobruch, …...così per il vestiario, e se la rubavi ti fucilavano… si dice che prima di arrivare in linea sono stati per settimane nel deserto ed in riva al mare, senza far niente, per acclimatarsi al caldo ed al sole”.
Arriva la sera, il vento si è calmato, distribuiscono il rancio: un mestolo di pasta, un cucchiaio di marmellata.
Qualcuno tira fuori le carte da gioco.
Non fa più tanto caldo, si comincia a stare benino, il sole è quasi sceso del tutto, velocemente.
Ho sonno, cerco e mi sistemo in una buca, slaccio le scarpe, lo zaino fa da cuscino, mi copro con una copertina.
“Allarme, allarme! Fuori dalle buche! – qualcuno grida nella notte – bombardano Tobruch”
I bengala illuminano a giorno la zona, l’artiglieria contraerea spara alto nel cielo, numerosi traccianti segnano il cielo.
Dicono che bombardano i loro magazzini abbandonati.
La buriana dura mezz’ora, poi ritorna il silenzio. Qui nessun danno.







10 Ecc, in un disegno fatto da un tommy, il bivio per El Adem, con il cartello stradale
indicante le due direzioni di Sollum – Bardia e per Derna – Tobruk



11 Ecco la desolata Marmarica, attraversata dalla Balbia.
La foto è dell’A.D. 2000, ma la Balbia è ben poco cambiata, come la Marmarica.


12 Binocolo e soldato tedesco,ma …zanzariera inglese, forse presa a Tobruch.


13…carri bruciati, mucchi di materiale abbandonato, postazioni con armi e croci.Croci con sopra un elmetto.



14 Ecco una foto inglese del 4 dicembre 42, durante la “rincorsa” a Rommel, la quantità di camion è
tale che si corre anche fuori pista per poter correre di più, ed il risultato… arriva subito,si alza un’esplosione, indicata nella freccia, al passaggio del camion. Una delle sei milioni di mine disseminate ad El Alamein



15 Si avvicina una tempesta di sabbia, il ghibli, una “onda” che avanza mugghiando che trasforma l’aria in una fornace, che nasconde i vivi ed i Morti, le piste e talora i mezzi.




16 Malta durante un bombardamento,
con il cielo trasformato dagli scoppi della artiglieria contraerea in un tappeto di esplosioni.
La mancata occupazione ma ancor più la mancata previsione di un’operazione lampo nel primo giorno di guerra nei confronti dell’ isola, posta sulle linee di collegamento tra l’Italia e la Quarta Sponda, fu fatale.Nei verbali delle riunioni dello S.M.G., alla domanda di Mussolini a Badoglio, Capo di S.M.G. pochi giorni prima della guerra, sulla eventualità di un’occupazione dell’isola, l’anziano generale disse chiaramente che non vi era stato nessun piano allo studio. A riguardo, nelle lettere dell’addetto navale giapponese a Roma,già aiutante dell’Amm. Yamamoto, commentando l’inizio della guerra italiana senza alcuna operazione prevista ed attuata contro Malta o contro i porti di Alessandria o Gibilterra, e molto prima di Pearl Harbour, vi è una sola frase di commento:”…è incredibile!” Incapacità, menefreghismo, muoversi solo su ordini superiori o semplice applicazione del principio:”ma chi te lo fa fare? pensa allo stipendio!”. Ma eravamo nella condizione di occupare Malta?La Marina e l’Aeronautica erano pronte? Si sarebbero coordinate tra loro? … e l’Esercito?... ed i tedeschi? La copertura aerea durante lo sbarco sarebbe stata data da quanti aerei?
E le grandi corazzate ferme nei porti sarebbero intervenute con le loro potenti artiglierie? I mezzi di sbarco e di trasporto erano sufficienti per una pressione continua e crescente sull’isola?
L’operazione C3, coordinata dall’Ammiraglio Tur con pochissimi ufficiali, non era proprio un esempio né di tecnologia applicata per la scalata delle alte coste dell’isola, né di arte militare!
L’attrezzatura per gli sbarchi era data da poche scale elettriche prese dai pompieri, da passerelle messe insieme con la solita arte italica dell’arrangiamento. L’unico tentativo di sbarco a fini informativi mediante infiltrazione da parte di un “gamma” della Regia Marina con Carmelo Borg Pisani si risolse nella cattura dei due e nella impiccagione del Pisani, nativo di Malta.
E per i paracadutisti bastavano gli aerei da trasporto?
Probabilmente, dopo la prima ondata di sbarchi, la situazione si sarebbe enormemente complicata,si sarebbe forse ripetuta, in grande, la tragedia dei paracadutisti tedeschi a Creta.
E poi che cosa avrebbe prodotto nel quadro strategico generale?


17 Il piano per l’occupazione di Malta, bloccato su sollecitazione di Hitler, la conquista dell’Egitto sembrava questione di ore.



18 Erwin Johannes Eugen Rommel
Joseph Wilfried “Sepp” Armbruster, Rittmaister, capitano di cavalleria,ufficiale d’ordinanza di Rommel e suo interprete personale con gli italiani per l’intero periodo “africano”, raccontò a Tano che un giorno si trovarono in un campo minato inglese, non segnato, proprio a ridosso delle linee inglesi. Erano in cinque, Rommel e Gause, suo C.S.M. in quel momento, si misero a tastare il terreno e levare le mine, Armbruster, l’autista ed un altro ufficiale facevano “da pali” , armi alla mano, controllando che non arrivassero i tommy.Rommel era più preoccupato del campo minato non segnato che delle mine che estraeva dalla sabbia e deponeva a lato, nello stesso tempo parlava con il gen. Gause.
Cosa sarebbe successo se lo stesso episodio sarebbe accaduto a certi generali del regio Esercito?



19 Joseph Wilfried “Sepp” Armbruster, Rittmaister, capitano di cavalleria, ufficiale d’ordinanza di Rommel e suo interprete personale con gli italiani per l’intero periodo “africano”,eccolo accanto a Rommel, tenendo in mano delle mappe. Di madre italiana, cominciò la guerra nel 1938 come semplice soldato, poi partecipò alla invasione della Norvegia, venne ammesso al corso ufficiali e accanto a Rommel fu comandato per tutto il periodo africano. Rientrato in Italia combattè fino alla fine, alle porte di Berlino. Catturato, rientrò in Italia, a Milano, dove morì, investito da un auto, dopo aver inviato alcune cartoline d’auguri.Era il rappresentante per l’Italia dell’Associazione dei Veterani dell’Afrika Korps. Molto amico dei reduci di Bir El Gobi, interveniva spesso alle varie cerimonie in giro per l’IItalia,


20 Ecco Rommel tra i suoi “afrikaner”, sorridenti, informali, ufficiali e semplici soldati, accorsi per parlare con il loro GeneralFeldmarshall , un’ammirazione mai venuta meno
ed ancora oggi viva, specie nel piccolo cimitero di Herlingen. Rommel fu uno tra i pochissimi generali tedeschi a non aver fatto
il severo ed elitario corso di Stato Maggiore,
per questo non era apprezzato da molti suoi” colleghi”, di antiche famiglie” junker”, spesso di stirpe prussiana e con l’immancabile “von” nel cognome. Osservate, di contro le poche foto che ritraggono i vari generali italiani, tutti in divisa regolare e perfetta, magari con gli stivaloni in pieno deserto, tutti seri, nessun uomo di truppa intorno, e meno che mai sorridenti, con i bottoni slacciati della camicia e le maniche tirate su…
o a torso nudo



21 Ecco un Fieseler l’eccezionale aereo leggero tedesco, insuperato ancora oggi. Forse a bordo c’è proprio Rommel ai comandi…
Talvolta va in volo con il suo c.s.m. Gause, cosa vietatissima dalle regole dello Stato maggiore se l’aereo cade…addio Afrika Korps! Ma Rommel delle regole….


22 Frutta sciroppata, preda inglese, per Rommel, che non si ferma con il suo Kampfstaffel.


23 Ecco un esempio della teutonica precisione e programmazione, una striscia di cartoncino con le varie divise ed i gradi dei militari inglesi, distribuita a tutti i soldati dell’Afrika Korps.
Quando venne catturato da un artigliere paracadutista il gen. Clifton, comandante di brigata neozelandese, il paracadutista si rivolse al suo ufficiale dicendo che aveva catturato ”… un tipo con un cappello rosso da “capostazione


24 Ma non è solo questione di organizzazione o di logistica!
Rommel, venuto a conoscenza di un episodio di “bravura” di un suo soldato semplice, non ci pensa due volte, si sposta, raggiunge il reparto di artiglieria e decora della Croce di Cavaliere, la Ritterkreuz, , un semplice artigliere,il puntatore Gunther Halm,del
104° Rgt PzGr. che con freddezza e precisione il 22 luglio aveva colpito di fila otto carri inglesi con il pezzo da 76,2 mm. russo preda di guerra. Ecco la foto. E per finire lo promuove caporale.
Anche Walter Baggio, puntatore del pezzo di Pirlone, “centrò” e fermò un eguale se non superiore numero di carri, venne proposto per la MAVM, Pirlone per la MOVM alla memoria, ma per Baggio, ferito gravemente, la pratica di concessione della medaglia si perse nei meandri del Ministero… “E la pratica non si può riprendere, sono scaduti i termini per la presentazione…”


25 Tutt’altra “musica” per i germanici, ecco nella foto un semplice Hauptmann, un capitano, fatti schierare gli uomini, li decora, semplicemente, senza tante “storie” o formalità, sono in camicia, con le maniche tirate su, senza “bardature” e senza attendere chi sa chi, poi di nuovo in linea. Ogni grosso reparto aveva a disposizione un certo numero di decorazioni, le Croci di Ferro di I^ e II^ classe, bastava un atto ed una firma e…senza Ministero, Corte dei Conti e registrazioni… E finita la guerra non si sono più date decorazioni, mentre ancora oggi, in Italia, passati settanta anni…si continua.


26 Ecco la concessione della Croce di Ferro di I^ Classe a Sergio Bresciani, artigliere del 3° Rgt. Articelere,volontario, caduto a soli 17 anni, MOVM alla memoria. Firmato dal Feldmaresciallo Rommel…”in nome del Fuhrer e Comandante Superiore delle Forze Armate…”


27 A proposito di organizzazione…La scritta sembra quella del cinema…
ma una didascalia sul retro della foto indica un teutonico…casino!


28 Lussi dell’Afrika Korps: …………..la doccia nel deserto… e non era il solo. All’inizio mentre gli italiani avevano la solita “buca” loro avevano le tende . Con illuminazione elettrica, sedie e tavolini, perfino brande rialzate…


29 E per giunta …il dentista con un trapano… a pedale da …prima linea, oltre ad un servizio logistico di prim’ordine, come quello sanitario. Prima di raggiungere la prima linea un periodo di acclimatamento appena sbarcati la prima partita di acqua, portata dalla Germania, era acqua minerale in bottiglie!


30 Una leggenda tedesca, il cannone da 88 mm, originariamente progettato per il tiro contraereo, poi, con la sua alta velocità iniziale, un cacciatore di carri insuperabile, preciso e distruttivo.
Ecco il lungo proietto che sta per essere caricato. Unico neo dell’88 era l’altezza sul terreno, superava abbondantemente i 2 metri, perciò visibilissimo se non interrato in una buca ..


31 Ecco l’88 in azione, nella buca, basso sul terreno, forse il fumo nero del fondo è quello delle sue vittime corazzate, in primo piano le cassette dei colpi, semplici ed efficienti, ed i lunghi bossoli


TERZA PUNTATA


El Adem 22 luglio ’42, mercoledì


Ha ricominciato a soffiare il vento, la partenza viene ancora rinviata, i camion dell’Ariete sono rientrati alle loro basi.
Novità dagli altri reparti, il terzo battaglione rimane in Italia, gli altri, dopo aver raggiunto Atene, stanno arrivando in Africa.
Con la prima batteria è arrivato anche un …maiale.
Povera bestia, soffrirà il caldo e la sete, e la fame!
Gli faranno la festa prima di andare in prima linea.
Molti partono ad ispezionare la zona, non si sa mai, qualcosa sarà rimasto per noi ultimi arrivati!
Vorrei scrivere a casa, ma non conosciamo ancora il numero di posta militare.
Dicono che la Divisione prende il nome di “Cacciatori d’Africa”.
Avieri ed ufficiali della base hanno oltre vestiario inglese, anche degli strani occhiali, dicono che servono a proteggersi dalla sabbia, sono preda inglese.
Senza casco, pesante e scomodo, senza bustina, a testa nuda, non si sta male.
La giornata passa tra chiacchiere e pulizia alle armi.
Solito rancio, un litro di acqua salmastra.
A domani la partenza, si andrà fino a Fuka in aereo, poi in camion fino alla base di El Daba.

El Adem\ Fuka|El Daba, 23 luglio ’42, giovedì


Tutto è pronto per la partenza.
Gli aerei sono in fase di decollo, rombano i motori, per gruppi raggiungiamo gli aerei assegnati.
Sono i validissimi S79.
L’equipaggio è formato da quattro uomini, oggi sono solamente due, come ormai …di norma staremo alle armi di bordo.
Entriamo in venti nell’aereo, nessuna scorta di caccia.
Speriamo in una scorta sicurissima: la dea fortuna.
Si parte, dentro al pancione si soffoca.
Si vola molti bassi, non andiamo oltre i duecento metri.
E’ un volo piacevole, lasciamo a sinistra la rada di Tobruch, sempre a sinistra vediamo cinte di difesa in muratura, un gran fossato, cataste di materiale, lungo la strada sottostante colonne di camion.
E’ un paesaggio dannato, infernale, non una casa, non una pianta, nulla di vivo.
Alla destra si eleva un costone, sotto una pista bianca, su cui si vedono camion diretti verso sud.
L’aviere ci spiega gridando:” E’ la pista per Bir el Gobi”.
C’è poco da mimetizzare, il polverone dei camion è visibile da lontano, non è difficile ai caccia nemici intercettarli e distruggerli.
Più avanti ancora una pista, è per Giarabub.
In poco più di mezzora siamo sul vecchio confine.
Un fortino sventrato, dove si legge ancora la scritta, “Capuzzo”
A sinistra il mare, è il golfo di Sollum, poche case, terra egiziana.
Il volo continua, sempre a quota di sicurezza.
Il movimento lungo le piste è sempre più intenso.
Si avvicinano le basi logistiche.
A sinistra lasciamo Sidi el Barrani e Marsa Matruh.
Ci siamo.
Vediamo lunghe colonne di camion, accampamenti, tende con le croci rosse, sono ospedali.
Siamo sulla verticale di una strada, ai due lati sparsi qua e là ci sono numerosi aerei, tedeschi verso il mare, Stukas, Messerschmitt, italiani quelli verso l’interno.
Molti aerei sono dentro grandi piazzole.
E’ la base del IV° Stormo Caccia.
Siamo arrivati, grazie dea Fortuna!
Atterrati, scendiamo subito dagli aerei e ci allontaniamo di corsa verso la strada, dove si attendono dei camion.
Si parte per El Daba, sono cinquanta chilometri che percorriamo parte su strada, parte su una pista parallela, che serve ad alleggerire il traffico.
Le colonne sono decisamente numerose e frettolose, la caccia nemica arriva dal mare a pelo d’acqua.
Ci dicono che non passa notte senza bombardamento.
Lungo la strada compaiono cartelli indicatori italiani e tedeschi.
Sono per la maggior parte infissi in bidoni pieni di pietrisco e terra, indicano i vari comandi, su uno stesso palo ci sono più cartelli, orientati differentemente.
Sono nomi di leggenda: X C.d.A., 8° Bersaglieri, Divisione Trieste, 15^ Panzer, Div. Ariete, Div. Trento, 91^ Panzer.

Siamo arrivati a El Daba.
Ci sono baraccamenti, attendamenti, cataste di casse, camion in ordine sparso, soldati che circolano solo in pantaloncini corti e camicia.
Ci vengono incontro i nostri giunti qui da qualche giorno.
I battaglioni stanno anche loro arrivando, questione di pochi giorni.
Ci sistemiamo nella zona.
I maiali portati dalla I^ Btr. sono legati vicino alla baracca comando.
Il sten Luzi, già della II^ Btr, rimarrà per ora alla base per motivi di salute, il sten. Massoni, della II^ pure lui, è rimasto in Italia per le consegne.
Il mare è vicino, domandiamo di andare a fare un bagno: non è permesso.
Nel pomeriggio alcuni di noi gironzolando, trovano un camion inglese incustodito.
Non una guardia: da noi si mette la sentinella anche per un mucchio di paglia!
Si aprono gli sportelli, dentro ci sono sacchi di zucchero, un mitra inglese, attrezzi meccanici, una pala, un piccone, e tante altre cose utili a noi…nullatenenti.
In quattro e quattro otto lo zucchero sparisce, il resto a disposizione della batteria.
E’ sera ormai.
Arriva un ufficiale tedesco, vede il camion e…comincia ad urlare …alles Kaputt!
Il sten. Carnevale, con calma anglosassone, interviene e promette di… fare le dovute indagini. Bianchini gli spiega subito come è andata e dove è finita la roba.
Carnevale, con la massima calma, ritorna dal tedesco:” I miei soldati hanno trovato quest’arma e gliela consegno, del resto non ne sappiamo niente, arrivederci camerata”.

Oggi finalmente, dopo tre giorni, facciamo un pasto quasi normale.
Al tramonto, numerosi camion carichi di truppa si avviano verso la prima linea.
Passa una colonna di fanteria tedesca, un gruppo di artiglieria interamente autoportato. Passano anche due camion con bersaglieri, al traino i pezzi anticarro.
I “residenti”, sapendoci arrivati da poco dall’Italia, vengono da noi in cerca di paesani, di conoscenti, chiedono notizie dell’Italia, molti sono da mesi in Africa, qualcuno già da prima della guerra.
Pirlone chiede notizie di vecchie conoscenze.
In Libia prima della guerra aveva fatto parte del primo reparto di paracadutisti libici, comandato dal Magg. Tonini, fu fatto prigioniero durante la prima ritirata, ma fu liberato poco dopo.
Dario è un sottufficiale energico, ben preparato, deciso, vede la disciplina sotto un profilo particolare, non accettato da certi ufficiali da…caserma.
Pronto all’obbedienza, ma anche pronto a far osservare al superiore l’ordine errato, è un sottufficiale tagliato per i reparti speciali, dove il superiore deve essere veramente superiore, dove l’esempio deve precedere l’ordine.
“I tedeschi hanno tanti liquori, frutto della presa di Tobruch”, così ci dissero gli uomini della base.
Qui ci sono anche i tedeschi ….e si pensa come dividere con i camerati qualche bottiglia. Jop piomba tra loro, un saluto, una stretta di mano, una sigaretta.
Cominciano ad intendersi, a ridere, a scherzare.
Sono austriaci, allegri…”…friulano, molta grappa, buona…”, “…io niente grappa… voi avere whisky, bere assieme, cantare…” risponde Jop.
Arrivano le bottiglie, beviamo assieme a loro, si fanno sotto Querin, Bezzo, Missiora e tutti quelli presenti.
Si vuotano presto altre bottiglie, si canta …”….tu camerata porta ancora whisky…”
Il sole è tramontato, si comincia a stare bene.
Sono con Jop, Gentili, Missiora e Querin, abbiamo preso le copertine da campo ed andiamo verso una grossa buca per distenderci.
Passano i tre austriaci di prima, ancora alticci, vogliono cantare!
Li accontentiamo, ma ci facciamo promettere di portarci domani qualche altra bottiglia: “Ja kameraden”.
Arriva la notte ed il sonno.
Sono le ventidue quando c’è un allarme, aerei in vista.
Da levante arriva un sordo brontolio.
I tre tedeschi che sono vicini scattano in piedi e scappano via di corsa gridando “Tomy”, trascinandosi con loro le coperte.
Rimaniamo allibiti nel vederli scappare a quel modo.
Perché?
Si, arrivano gli inglesi, ci sarà un bombardamento, forse, ma non siamo sicuri qui?
Anche quelli dei baraccamenti corrono via.
Gli aerei sono sulla nostra verticale, luminaria, bengala, rimaniamo nelle buche in attesa …delle bombe. La zona è illuminata a giorno.
Primi sganci, primi scoppi, che poi si infittiscono.
Si vedono le vampate, concentrate, qualche scoppio è isolato, nei pressi dei magazzini, lungo la strada.
Rispondono le mitragliere da venti ed i pezzi da novanta.
Gli aerei volano sicuri, alti, non temono la contraerea, se ne vanno.
Ritorna il buio, il silenzio.
Qualcosa sta bruciando, carburanti?
Ritornano gli austriaci.
“Perché siete scappati?” domandiamo con curiosità.
“Gli inglesi non scendono di quota per colpire un bersaglio, hanno bombe da buttare via loro, non sono come la Luftwaffe, noi andiamo sul bersaglio”.
Jop di rimando:”I nostri 79 sfiorano il bersaglio allo sgancio”.
“I Tommy per colpire un camion sulla strada sono capaci di sganciare tutto il carico di un aereo, la loro caccia è capace di mitragliare un portaordini in pieno deserto, passando decine di volta sopra quel disgraziato, ma se il soldato risponde anche con il fucile il pilota inglese taglia la corda”.
L’amico austriaco, che parla un po’di italiano, ha ragione, ma resta in noi lo sgomento e la meraviglia per quella fuga notturna del guerriero tedesco.




32 Un S79, il “gobbo maledetto”, in volo sul porto di Tripoli



33 Ecco le rovine della ridotta “Capuzzo”


34 La strada per Marsa Matruk, sullo sfondo.


35 Un famoso cartello, scampato alla guerra, ora si trova al museo del sacrario di Q.33.




36 Predicano bene…razzolano male.
Tedeschi all’assalto di un mezzo inglese trasformato in un…deposito di materiale da utilizzare.



37 Il magg. Goffredo Tonini, MOVM, comandante del I° Battaglione Paracadutisti Libici
in una foto apparsa sul settimanale “Tempo” del 1941, in quello che fu il primo articolo
giornalistico che parlava dei paracadutisti militari italiani



38 Il Serg. magg. Dario Pirlone, cl. 1914, da Sampierdarena, Genova, MOVM alla memoria,morto suicida a El Munassib il 24 ottobre, dopo essere stato gravemente ferito.
Con i suoi uomini ed il suo 47/32 fermò nove carri, ma probabilmente furono almeno dodici,
come da più testimonianze dei pochi superstiti.



39 Eco la fascia che era applicata sulle maniche delle giacche
degli uomini dell’Afrika Korps


 
 
 
 
 
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DOCUMENTI INEDITI DEL GENERALE ARTIGLIERE PARACADUTISTA CARLO MASSONI
Giovedì, 21 Luglio 2011



Parma- Sono giunti al SIGGMI e al PROGETTO EL ALAMEIN preziosi documenti che ci ha spedito il dr Massimo Massoni, figlio del Generale artigliere paracadutista Carlo. Massimo Massoni si è anche iscritto al SIGGMI e ha donato il controvalore di un cippo che sarà posizionato in prossimità della postazione che occupava. Tra i documenti c'è anche un dettagliato schizzo che ci consentirà di individuarla.

Nella lettera con la quale ci ha inviato i preziosi documenti ci conferma che è stata pubblicata su WIKIPEDIA la pagina che parla della storia del Padre.


ATTENZIONE: IN CASO DI PUBBLICAZIONE E' RICHIESTA LA APPOSIZIONE DELLA FRASE "CORTESIA WWW.CONGEDATIFOLGORE.COM".


lettera dalla prigionia 1942




la busta della missiva spedita in prigionia



Carlo Massoni motivazione Medaglia d'Argento Valor Militare 1955



La Relazione sugli ultimi giorni di Battaglia prima della cattura




la mappa del caposaldo ROSALIA




LA PAGINA DI WIKIPEDIA

 
 
 
 
 
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"ULTIMO COLPO"
Giovedì, 7 Luglio 2011



SAVONA -Il 13 giugno “Ultimo Colpo” al secolo Bruno De Camillis ha raggiunto quell’angolo di cielo riservato ai martiri e agli eroi.

UNA VITA AVVENTUROSA E SCHIVA
Bruno De Camillis nasce in Eritrea nel 1919 dove il padre era governatore ad Asmara,rientrato ancora fanciullo in Italia si arruola nella nascente Divisione Folgore con il grado di tenente paracadutista, controcarrista, inquadrato nel 186°rgt in seguito operativo sulla linea ad El Alamein.

PERCHE' FU CHIAMATO ULTIMO COLPO
Il soprannome appena citato se lo guadagnò durante l’operazione di ripiegamento dalla linea di El Alamein,caduto il comandante della sua compagnia ne assunse il comando e con la caparbia ostinazione che fu di tutta l’eroica Divisione trascinò, lui insieme ai suoi sottoposti, il pezzo anticarro e 3 granate con le quali ormai solo,essendo i serventi nel frattempo caduti, la mattina del 6 novembre, circondato dalle soverchianti forze nemiche sparò questi ultimi colpi centrando un Breen-Carrier. Furono gli ultimi colpi della Divisione Folgore. Per questa azione dove dimostrò una grande volontà combattiva ed un ‘elevato spirito di sacrificio si guadagnò la seconda medaglia d’argento al valore militare.

Personaggio schivo e poco propenso a rimembrare il passato ( i paracadutisti savonesi non sapevano di avere un concittadino di simile statura) nella vita civile era un’ingegnere e anche nella sua professione si è fatto onore. Infatti dopo gli anni di prigionia progetta il porto nelle acque profonde di Mogadiscio e ancora il porto atlantico di Mohammedia in Marocco, dove per quest’ultimo lavoro viene insignito dell’onorificienza Officier de l’Ordre Wissan Alaoulite del Marocco rilasciata personalmete da Re Hassan, il quale attesta “ per l’impeccabile realizzazione” del porto di Mohammedia.

In seguito,sempre per questo lavoro viene onorato nel 1986 del Premio Grande Fiera di Milano perché la progettazione del Porto di Mohammedia rappresenta un’esemplare episodio di realizzazione all’estero di una grande opera italiana.
"CAPIVA" CHI SAREBBE MORTO L'INDOMANI
Un’articolo di Marzio Breda sul Corriere della Sera datato 1°marzo 2002 riporta un’intervista a lui: “che faccia ha un soldato che va a cercare la bella morte? E’ vero che ha una strana luce dentro per cui si intuisce ciò che gli capiterà? Quelli che non ce l’avrebbero fatta li vedevi la sera prima: gli diventava il naso sottile e le orecchie di carta velina,trasparenti, diventavano agitati,febbrili…ma per quanto incredibile senza paura.
Io l’Ultimo Colpo della Folgore di El Alamein ho sempre impresso il volto dei miei compagni la sera prima che cadessero”.
Bruno De Camillis, sono certo che in quell’ angolo di cielo ora li avrai ritrovati.

 
 
 
 
 
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APRILE 1943: LA FOLGORE SI IMMOLA ANCHE A TAKRUNA- TUNISIA
Sabato, 23 Aprile 2011




PARMA-Una strana coincidenza vuole che il mese di Aprile abbia significatri assai profondi che riguardano una vittoria della Folgore.

Nell'aprile del 1943, infatti,ciò che rimaneva della Folgore, dopo un ripiegamento durato mesi per centinaia di chilometri, si immolava anche in Tunisia ( leggete la storia a cura del Leone di El Alamein Gino Compagnoni su www.paracadutistibrescia.com)


Ecco perchè ogni anno, vogliamo onorare la memoria dei "vinti", ovvero quelli che nessuno ricorda mai nelle manifestazioni, che simbolicamente rappresentano anche coloro che in Patria seguirono la propria coscienza rimanendo al Nord.

Dopo El Alamein c'è infatti un altro capitolo, doloroso e onorevole per i Paracadutisti italiani: la battaglia, in Tunisia, per la conquista di una collina ed un paese dominante, chiamato Takrouna. Pagina quasi insignificante, nel libro della Soria della 2a guerra, se non fosse per l'ardimento dei Nostri Folgorini


Molti di Voi conoscono il volto del Tenente artigliere paracadutista Giampaolo, che ha comandato quegli ultimi eroi: è diventato involontariamente famoso per essere apparso su alcune foto d'epoca mentre dà il fuoco ai serventi paracadutisti di un pezzo di artiglieria e per quelle dove sorride al fotografo di guerra con il suo volto duro ma sereno.

foto sotto: paracadutisti Folgore sul Fronte tunisini. cortesia ANPDI Saronno


Gli stessi volti sereni, duri e sorridenti che troviamo in tutte le altre immagini dei giorni di Tunisia e, dopo ,di Takrouna.

Eppure ognuno di loro era reduce da una ritirata di 2000 kilometri, senza cibo e munizioni sufficienti.

Nomi che conosciamo per averne incontrato a volte i figli, in associazione o alla Folgore : il Sergente Gado, padre di chi ora custodisce ora il Museo a Pisa, il ten Andreolli, il cap Lombardini, il ten Artusi e tanti altri.
Poche centinaia di uomini che si trovarono in Tunisia, dopo El Alamein, ed onorarono la propria fama di Soldati Paracadutisti.
Fu un massacro, ovviamente. Uno contro venti anche in questo caso. Mentre in Italia i vincitori balleranno in Piazza per un altro Aprile, c'è chi a celebrare, negli stessi giorni, una vittoria dentro la sconfitta.






 
 
 
 
 
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LA STORIA DELLA FOLGORE DAL 1967 AD OGGI - OMAGGIO DEL NOSTRO SITO
Venerdì, 25 Febbraio 2011


la copertina del libro presentato il 2 luglio a Livorno



LIVORNO- Nel 2008 abbiamo stampato e presentato il libro "LA NOSTRA STORIA",un prezioso documento curato da tre generali, protagonisti ora in congedo della della Brigata Folgore: i generali Orrù Giostra e Milani.L'opera è stata patrocinata dalla brigata Folgore e sponsorizzata anche dal nostro sito, oltre che da famose aziende nazionali, ed è stata presentata ieri, prima della Santa Messa.

Si tratta della seconda parte - la prima, nel 2005 arrivava fino al 1962- che dal 1963 fino ai giorni nostri raccoglie foto, documenti ed episodi, molti dei quali inediti, che aiutano a capire come la grande unità ha operato in questi anni.

Nel libro sono presenti interessanti descrizioni di presupposti e fatti addestrativi e operativi, corredati da documenti originali,che spiegano quali fossero le strategie di impiego dagli anni '60 fino ad oggi.


Dall'utilizzo di aviotruppe in massa, sino alla controinterdizione, passando per imponenti esercitazioni anche internazionali e le numerose missioni: un lungo, costante ed intenso addestramento che negli anni si è evoluto e ha forgiato Ufficiali, sottufficiali e paracadutisti volontari, fino a farli diventare la Brigata più efficiente e coesa dell'Esercito.




Prima della messa solenne delle ore 11 in suffragio dei caduti del Check Point Pasta e della Missione in Somalia del 1992 , officiata dal Vescovo di Livorno, gli ospiti sono stati ricevuti dal Comandante Fioravanti al Circolo Ufficiali, dove i tre relatori hanno illustrato il libro che diventerà un prezioso omaggio che la Brigata riserverà ai suoi ospiti di riguardo e che non sarà messa in commercio, per salvaguardarne l'immagine.

Due anni di lavoro intenso che sarà molto apprezzato dai paracadutisti.



COPERTINA

INDICE
PREFAZIONE

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

PARTE TERZA



Il libro è stato stampato dall'azienda di un paracadutista in congedo, imprenditore nel settore tipografico: MATTEONI STAMPATORE - LUCCA, che ha prodotto il libro senza fini di lucro, ma solo per la copertura dei costi vivi, esclusa la sua opera grafica, che è stata offerta gratuitamente.



 
 
 
 
 
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LE POESIE DEI PARACADUTISTI
Mercoledì, 23 Febbraio 2011


PARMA- Il Leone artigliere paracadutista Gaetano Pinna, reduce anche dal POW 305, prima di morire mi fece avere un fascicolo che Lui aveva chiamato: Le due P: Paracadutismo e Poesia. Si tratta di una raccolta di componimenti poetici di autori vari - in prevalenza paracadutisti- molti dei quali parlano di El Alamein e di altri episodi di guerra,fino ad arrivare alla tragedia della Meloria.
Si tratta per la maggioranza di fogli battuti con vecchie macchine da scrivere, se non addirittura scritti a mano.
Li raccolse così come gli venivano consegnati dai suoi camerati e mi consegnò il voluminoso plico. Un regalo prezioso. Gli promisi che avrei digitato e pubblicato tutto.-
Ora è giunto il momento.
Il primo passo è stato quello di trasferire su supporto elettronico l'intera raccolta di 112 pagine, e presto la daremo ale stampe.
Ecco un piccolo assaggio:



GAETANO PINNA
ANTOLOGIA
2 P
PARACADUTISMO E POESIA.



Raccolta di poesie di autori vari tutti paracadutisti tutti un po’ pazzi, un po’ poeti tutti eterni RAGAZZI

Né esaltati , né mercenari, ma cittadini - soldati sempre e solo per l’Italia!

PRESENTAZIONE.


Chi non conosce la favola della cicala e la formica? La formica accumula provviste per sopravvivere durante l’inverno. L’uomo, durante l’età lavorativa , deve fare come la formica.
Non solo per il fabbisogno materiale di sopravvivenza,
ma deve anche pianificare il domani, quando non avrà più l’assillo della sveglia, dell’orario del treno,del filobus, per raggiungere il posto di lavoro. Ad un certo momento tutto ciò crolla: quiescenza ! Ci si domanda: ed ora cosa faccio? Guai a chi non ha una risposta valida: rotola nella vecchiaia, rotola verso la tomba. Si, come la cicala che non ha pensato al dopo.
Ho il vizio di conservare “tutto”. oggi quel “tutto” mi serve. Dai vecchi giornali, incantinati , rilegati per annata, polverosi, ho sciolto i nodi dei cordini e riscopro il passato. Quanti ricordi, quanta storia, dai nomi sorgono le figure di Soldati, amici scomparsi, località che si animano di spettri.
Leggo, rileggo; è un lungo esame retrospettivo. Scelgo le poesie tra gli scritti. Pensai: e se le riscrivessi, se Le raccogliessi in una ..antologia?
Detto e fatto, così è nato questo volumetto che ho chiamato “ 2 P”, con sottotitolo “ Paracadutismo e poesia”. Queste poesie così raccolte rimangono. Altrimenti, forse, sarebbero state dimenticate e non meritano la dimenticanza. Nei vari compoinimenti c’è il lirismo del soldato paracadutista, c’è l’essenza del soldato paracadutista, c’è il romanticismo del soldato.
Paracadutista, perché nei ranghi ci sono stati, ci sono e saranno i sentimentali , che nel paracadutismo sublimano il dovere verso la patria, perché nei loro cuori pulsano amore e ardimento.
Questo è il paracadutista che ha scritto la storia con il Sangue, cos’ì era il “ragazzo della Folgore”, così sono i ragazzi di oggi.
Ai giovani una lettura non farà mai male; la poesia è più incisiva di una prosa, è lirica, è musicalità empirea.
Così erano i padri dei giovani di oggi, così erano quando avevano vent’anni, quando seppero essere protagonisti, quando scrissero la storia con il loro sangue, con i loro sacrifici. Erano un po’ pazzi, un po’ poeti, ma il fior fiore degli Italiani.

Gaetano Pinna
185° Regg. Art. Par.
28 batteria
P.O.W 346966
Campo 305/33




I FIORI DEL MARE PER CHI NEL MARE CADDE

Il sole era chiaro
ma l’aria sapeva d’amaro .
Non un filo di vento
se non quello provocato dalle
eliche .
Un cielo vuoto
e la terra lontana .
I loro occhi un po’ assonnati
guardavano il mare senza timore
nell’oblio del lancio .
Non sapevano che la ossuta
nemica era in agguato
e stava per inserirsi
tra corpo e anima .
All’improvviso , vinse , senza pugna ,
fu un attimo .
Le loro vene pulsanti ,
ancor piene , non credevano ,
ma così volle .
Un tonfo , e un crisantemo bianco
si formo sull’acqua .
Cielo , mare cielo
morte e resurrezione all’istante .
Meloria ! Meloria !
Li cadde il muro della vita
ma la padrona del buio
perse la grandezza del suo mistero .
Il silenzio dei morti scese
con la tristezza dell’ultimo saluto .


Fabio Avoni



L’ISTRUTTORE


Entra
me pare er toro ne l’arena
l’occhi furminanti ,
la voce tonante ,
te sbatte sull’attenti in un istante .
E’ lui no ? E’ Forgetta .
Mamma mia bella come core :
E’ na saetta -
“Uno’ due’ , uno’ due’ “
a li mortè
te sbatte pe’ tera ,
te slonga le cianche , er collo ,
la capoccia ,
t’arintorce , t’accorcia
te spezza le ginocchia ,
te sconocchia -
poi urla co l’occhi inferociti :
“ Beh ! Ce semo capiti ? “
nun famo manco l’ars murmurandi
che t’tariva er sor morandi .” Indove vai , se la capriola nun la fai ?
Te rompi la capoccia , nun lo sai ?
Er mento va sur petto ,
li gomiti a li fianchi ,
fijo benedetto “ .
Poi carmo , tranquillo ,
piano piano ,
la lista in de la mano
comincia a interrogà -
M’agito , me sforza d’aricordà -
Ma lui , co l’occhietti furbi , fa :
“ Mi dica … Silenzio !
Questo è un macello ,
fijetto bello - D’accordo !
“ Eppure ve l’ho detto cento vorte : m’aricordo !
Ah ! Nun studiate ?
Beh, allora trenta pompate “.
Ma se gratti quella scorza
che sembra dura in superfice ,
sotto sotto scopri na vernice
che assomija tanto a l’oro giallo
come de Marc’ Aurelio fa er cavallo
perché tutt’e due , senza boria ,
lavorano cor core e solo pe la gloria .

L'allievo Ellebi





 
 
 
 
 
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25 DICEMBRE 1944: DUE LEONI DELLA FOLGORE TENTANO LA FUGA DAL CAMPO INGLESE PER NON COOPERATORI
Giovedì, 23 Dicembre 2010

l'Artigliere paracadutista di El Alamein Gaetano Pinna, a Tarquinia

PARMA- Riceviamo dal Figlio Maurizio, un racconto tratto dai
Dai diari dell'artigliere Paracadutista, Leone di El Alamein, Gaetano Pinna scomparso il 24 Dicembre 2005. Pubblicandolo oggi, rendiamo omaggio all'indimenticato "Tano" e al rimpianto Glauco Vigentini, regalando ai lettori un prezioso documento.


25 dicembre 1944
Villaggio Luigi di Savoia


E’…festa.
La cucina del campo ha preparato qualcosa di più, noi poi abbiamo completato con le nostre…riserve, frutta sciroppata, cioccolato, qualche bottiglia di vino.
Grammofono e dischi hanno chiuso la festa. E’ il terzo Natale africano, il terzo tra i reticolati. Da quando siamo partiti da Barce, otto maggio, non ho ricevuto una cartolina da casa, non ho scritto una cartolina a casa. Sono passati 8 mesi! Se non si riceve la posta dicono che sono i tedeschi che non la spediscono, ma …è colpa dei tedeschi se gli inglesi non ci danno il necessario per scrivere?
Sbaglierò, ma credo che faccia parte di un piano e di una tattica ben precisa: non scrivere, non ricevere posta possono essere determinanti per un prigioniero posto davanti all’alternativa della cooperazione. Questa mancanza di notizie è la faccia più triste di questo Natale.

Altra notizia che mi farà ricordare questo Natale è la tentata fuga di Glauco e Roberto De Jure.

Il 24 sera, tardi, ad un certo momento qualcuno del gruppo cerca Glauco. Si gira, si chiede, Glauco è introvabile. E’ stato visto girare con De Jure ed ora non si trova neanche lui. Glauco parlava spesso della possibilità di fuggire. Era convinto che da Bengasi sarebbe stato facile scappare. Partivano giornalmente aerei dal campo d’aviazione per l’Italia e da porto partivano navi sempre per l’Italia. Sarebbe bastato introdursi in qualche modo e viaggiare come clandestini. Giunti a Napoli o altrove bastava scendere a terra e…sparire, un gioco con il casino che ci sarà in Italia ora!
Glauco è stato sempre un po’ facilone, si fida sempre …della fortuna. Canta sempre una nota canzone triestina:”…che la vada ben, che la vada mal, sempre allegria e mai passion, viva la e poi bon!...” Pensiamo: “…se sono fuggiti avranno lasciato un biglietto!”. Cerchiamo tra la roba di Glauco, tra la roba di De Jure…niente.

Andiamo nella mia cameretta per decidere il da farsi senza far trapelare nulla al i fuori del gruppo. Per caso muovo la copertina e trovo un biglietto. E’ di Glauco, c’è scritto:” Caro Tano, ho deciso di scappare assieme a de Jure. Andiamo a BenGasi dove prenderemo un aereo, pOi la fortuna ci aiuterà. Domani forse sarò a casa, andrò a casa tua e da Ario. Non dir niente a nessuno.
Buon Natale a tutti. Glauco” Ci guardiamo in faccia allibiti.
Venturi dice subito di distruggere il biglietto e di ritornare in mezzo agli altri. Domani forse ne parleremo. Così passiamo in piedi tutta la nottata di Natale. Non sono ancora le sei del 25 dicembre quando mi svegliano dei colpi secchi, qualcuno bussa alla mia…finestra.
Apro: è Glauco!

Mi passa un pacco e poi entra dalla finestrella, seguito da de Jure. Sono sorridenti ma, ad osservarli bene, hanno gli occhi stanchi.
Appena entrati vorrei investirli di domande ma mi viene solo:” Come state? Come è andata? All’infuori del nostro gruppo nessuno sa niente.” “Bene – risponde Glauco – nessuno dovrà sapere della fuga, questo pacco te lo manda Quadrio, è un dolce, questi sono fazzoletti e te li manda Agnul Pascoli” Si mettono a sedere sulla branda, sono stanchi. “Vuoi sapere come è andata? – riprende Glauco – Bene, poteva finire peggio, potevamo essere sopra la Sicilia o in fondo al mare. Avevamo pensato di arrivare al campo d’aviazione di Bengasi, data la notte di vigilia di Natale speravamo in una sbornia generale degli inglesi, forse le sentinelle al campo erano assenti…e se c’erano saranno state sbronze.

Io pensavo di mettermi al posto di pilotaggio e de Jure doveva subito darsi da fare con la radio di bordo. Tutte le volte che andavo a Bengasi studiavo la strada, passando vicino al campo sapevo tutte le postazioni di guardia, anche le posizioni solite di parcheggio degli aerei lungo le piste. Avevo pensato ad un bimotore, avevo escluso i caccia. Mi ero procurato le taniche di benzina per arrivare a Bengasi, avevo preparato la macchina, studiato l’orario.
Pegola! A Bengasi il campo era allagato e gli aerei non c’erano!
Prima di arrivare a Bengasi abbiamo fatto un incontro pericoloso, avevamo appena passato Tocra quando abbiamo notato sulla strada due inglesi, dai gesti si capiva che chiedevano un passaggio. Erano ufficiali. Mi fermano e chiedono di dargli un passaggio per Bengasi.


Ecco Glauco nell’ottobre 2006, presso il Museo dei Paracadutisti
Ottantacinquenne sempre con il suo sorriso guascone ed occhi celesti,
182 cm di altezza e…se passa una bella ragazza…si gira sempre.
Un eterno “mulo”, anche nel …suo necrologio che dettò al nipote
prima della scomparsa, il 22 luglio 2007.


Aeroporto di Bengasi, bimotori Baltimore parcheggiati, foto di dicembre ’43,
forse, proprio quelli “adocchiati “ da Glauco per la sua fuga.


Per fortuna avevamo vestiti in modo che potevamo passare per inglesi, pantaloncini e camicia cachi! Io parlavo fingendomi brillo, così nascondevo il mio limitato inglese, mentre de Jure fingeva di dormire. Quando sono scesi mi hanno ringraziato ed abbracciato…erano più carichi loro di vino che una botte!
Vista la impossibilità di scappare abbiamo ripreso la strada del ritorno.
Nel piano di fuga non avevo lontanamente previsto il ritorno al campo, così appena passato il villaggio Oberdan ci siamo trovati senza benzina. Sapevo che al villaggio D’Annunzio, poco distante, c’era un campo di prigionieri. Così sono arrivato a piedi al campo.
Alle guardie nere che mi hanno fermato ho spiegato l’accaduto… a modo mio! Mi hanno lasciato passare, Ci hanno dato la benzina, abbiamo mangiato e bevuto con loro, poi Quadrio mi ha dato il dolce, Pascoli i fazzoletti. Poi siamo partiti. Ripeto, è andata male, ma poteva finire peggio!” Piccolo particolare, Glauco non ha mai pilotato un aereo, ha solo una grande passione e messo insieme un po’ di articoli e libri di aviazione…! Con lui è proprio:”…che la vadi ben, che la vada mal, sempre allegria e mai passion, viva la e poi bon!...” Metto il dolce, una magnifica torta, sotto la branda in attesa del pranzo di domani, nel pacchetto di Pascoli ci sono 12 fazzoletti ed un bigliettino:” Caro Pinna, ti mando questi fazzoletti, non sapevo cosa mandarti, spero che ti saranno utili. Auguri di buon Natale a te e a tutti gli amici. Angelo Pascoli”



 
 
 
 
 
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UNO SPLENDIDO DOCUMENTARIO SULLA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN
Domenica, 19 Dicembre 2010


PARMA- Il paracadutista Francesco Saoner, corrispondente del nostro giornale per l'alto veneto, ha partecipato alla III Missione "Munassib" del Progetto El Alamein e ha prodotto un bellissimo filmato in due tempi che inquadra la Battaglia (primo tempo) e descrive la Missione nel secondo ( IN ARRIVO )



MISSIONE A EL ALAMEIN - PRIMO TEMPO- LA BATTAGLIA

 
 
 
 
 
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LA BATTAGLIA VIRTUALE DI EL ALAMEIN
Lunedì, 6 Dicembre 2010


PARMA- Grazie al mensile FOCUS è disponibile un aversione virtuale della Battaglia di El Alamein, che rende l'idea delle forze in campo e della vastità del combattimento:

GUARDATELA



 
 
 
 
 
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DOCUMENTI
Venerdì, 26 Novembre 2010



PARMA- Gino Compagnoni, Leone di El Alamein, ci ha mandato un documento della Sua gioventù, quando a 17 anni era capo fanfara. La foto lo ritrae ad una adunata della Gioventù Fascista.

Il documento è datato 28 Novembre 1939, XVIII dell' Era Fascista, ed è uno spaccato storico di quel tempo.


PAGINA UNO

PAGINA DUE

 
 
 
 
 
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LA RITIRATA di Emilio Camozzi
Martedì, 23 Novembre 2010


PARMA- Il Leone Emilio Camozzi, a pochi giorni dal novantesimo compleanno che cade il 4 di Dicembre, ci ha anticipato facendoci Lui un regalo. Anticonformista e talvolta scontroso, ha chiesto di non fare regali a Lui nè di inaugurare una abitudine che non c'è mai stata. Stiamo ristampando il Suo Libro L'INFERNO O GIU' DI LI che sarà rimesso in vendita entro 10 giorni . Anche stavolta non sappiamo se il vero regalo l'ha fatto Lui a scriverlo.-



R I T I R A T A

Eravamo in fila già da tre ore. La radio del Comando Divisione non dava segni di vita. D’altronde non c’era stato alcun accordo fra i radiotelegrafisti per un’eventuale ripresa dei collegamenti. Il Comandante di Compagnia, capitano Di Lorenzo, era abbotonatissimo, ma penso lo fosse perché non sapeva nemmeno lui che pesci pigliare. Cominciavano a girare le scommesse. Se si andava a sinistra si attaccava, a destra invece ci si ritirava. Erano due giorni che l’artiglieria britannica non si dava da fare. Secondo una nostra ottimistica logica voleva dire che si erano stufati di prendere sberle ed avevano deciso di ritirarsi. Era la maggioranza che la pensava così. Arrivò un motociclista e consegnò un biglietto al Capitano. Dovevamo ritirarci fino alla posizione di agosto. Il messaggio era fin troppo chiaro. Loro stavano vincendo e noi stavamo scappando o, come dicevano i nostri ufficiali per addolcire la pillola, ci stavamo ritirando. Le nostre postazioni erano divenute piccoli cimiteri. I nostri caduti venivano sepolti nella loro buca. Prima per esigenze pratiche, poi per non allontanarli dal reparto. Un cimitero di guerra si era formato nei pressi dell’ospedaletto da campo.
I feriti che non ce la facevano venivano sepolti nel cimitero. Abbandonare questi posti che per noi erano divenuti sacri, ci sembrava ed era un sacrilegio. Tanto più che il “ritiro” avveniva non perché costretti dal nemico, che mai come in quei giorni se ne stava buonino buonino , ma per ragioni strategiche. E i ragazzi marciavano, marciavano, e gli stivaletti da lancio cadevano a pezzi, le camicie servivano da pezze da piedi, l’intercolite regnava incontrastata e formava una dolorosa crosta perché anche la carta era finita, la sete gonfiava la lingua fino a rendere difficile la respirazione. Le mosche, assetate, non si accontentavano delle gocce di sudore, ma preferivano il liquido che usciva dagli occhi e che avrebbe dovuto divenire lagrime. Ma era necessario marciare, marciare, per raggiungere la linea di resistenza dove i nostri guai sarebbero finiti e perché il nemico incombeva, era a pochi passi. Guardavamo con invidia quelli che non potevano quasi più respirare e non avevano il coraggio di bagnarsi le labbra con l’orina, ingoiandone, se necessario, un sorso. Loro erano costretti a darsi prigionieri e fra mezz’ora, avrebbero bevuto. Alla sera del primo giorno i ragazzi che, a costo di morire, avevano cercato, per quanto possibile, di darsi un’aria marziale, cominciarono a barcollare. Non ce la facevano proprio più. Gli inglesi si erano fermati. Linea o non linea, ci fermammo pure noi.

Era un ex accampamento tedesco. Molti indizi ci facevano pensare ad una fuga precipitosa . Infatti c’erano ancora molte tende alzate, della posta scaricata in terra e non distribuita. Molti pacchetti contenenti frutta secca e dolciumi mescolati alla posta furono per noi una manna perché sostituirono il rancio che era assente da due giorni. Le circostanze ci imponevano di considerare i tedeschi da camerati. Avevamo avuto qualche piccolo dubbio quando, nella spartizione dell’ immenso bottino conquistato a Tobruk dove combatterono con valore anche truppe italiane i tedeschi pretesero tutto i materiali rotabili. I più cattivi dissero “ Per scappare meglio”. Voleva essere una battuta senza cattiveria perchè noi all’amicizia ci teniamo, invece finì per essere una verità. Si ritirarono, motorizzati, due giorni prima di noi. E a noi non restò che maledire un’amicizia mal riposta. O era una mossa strategica!?...

Il terzo giorno cominciò alle 24. Il comando si illuse di sfuggire agli inglesi muovendoci di notte. Qui il mugugno è facile e giustificato. Arrivò il solito motociclista. La linea era spostata all’altezza di Fuka .

C’era da domandarsi se era la linea che fuggiva o eravamo noi che la inseguivamo. Fin dai primi passi, ci accorgemmo che non ce l’avremmo fatta. Non sapevamo nemmeno cosa si sarebbe potuto fare. Il capitano ci consigliò di appoggiare la mano sinistra sulla spalla di chi era avanti e dormire. Chi ci aveva preceduto aveva lasciato orme che si supponeva fossero le migliori da seguire per sfuggire alla cattura. Andavano verso ovest, e la decisione ottenne il consenso generale.

Bastava quindi seguirle al che era sufficiente che il primo della fila fosse sveglio. Sotto il profilo politico la situazione volgeva all’anarchia, un’anarchia però all’acqua di rose, poichè il rispetto verso i nostri ufficiali e verso la disciplina militare era sempre lo stesso.

Invidiavamo chi aveva il coraggio di arrendersi e continuavamo a camminare, Comandante in testa, con uno zaino semivuoto a furia di buttar via roba, ma portandoci un mitra pesante ed inutile per mancanza di munizioni ma che almeno ci faceva sembrare soldati e non mendicanti.

Ogni tanto qualcuno cadeva, sveniva o si fermava ma le due file non si rompevano. Serravamo sotto e camminavamo...camminavamo. Ogni tanto da qualche parte si accendeva una scaramuccia. Gli inglesi a piena velocità si avvicinavano con le dannatissime jeeps ,sparavano qualche raffica e poi ,giunti a distanza di tiro, se ne andavano. Lontano sempre i carri armati inglesi controllavano la situazione.
L'artiglieria della Pavia, finite le munizioni, aveva pensato bene di arrendersi.

I nostri quarantasette trentadue, ormai inutilizzabili non solo per mancanza di munizioni, erano trascinati dai ragazzi al limite di ogni resistenza. La mia compagnia, ridotta ad un terzo, si era sistemata sul camioncino della radio.

Tutti in piedi per occupare meno spazio. Il vice comandante di compagnia, che aveva diretto le operazioni, aveva dovuto accontentarsi del predellino.

Il giorno cinque piovve. Il Padreterno, che si era messo una mano sulla coscienza, dopo venti anni di completa siccità, ci elargì con gli interessi,ciò che aveva fino allora risparmiato. Per gente che in cinque mesi aveva preso l'abitudine di succhiare l'angolo di un ex fazzoletto per dissetarsi, quel ben di Dio fece l'effetto di un ottimo spumante. Successe di tutto. Ogni recipiente fu riempito, Qualcuno si spogliò per fare la doccia, qualcun altro si buttò in terra a bocca aperta per non perdere nemmeno una goccia di quell'oro colato. Nessuno della mia compagnia abbandonò il suo posto sulla camionetta nella tema di perderlo. Girammo attorno a una duna alta duna per riprendere la ritirata in direzione ovest e trovammo due soldati tedeschi.

Asserirono di essere carristi e di essere rimasti in panne col loro mezzo per mancanza di benzina. Dichiararono che la nuova linea era poco distante. Loro conoscevano i varchi, le piste sminate e le parole d'ordine ed erano lieti di farci da guida. Consgliavano però di tentare il viaggio di notte per non essere visti dagli inglesi..
Fra due dune c'era un affossamnto. Ci contenne tutti, camionetta compresa.La mattina la fossa era circondata da quattro carri armati inglesi. Troppi anche per una dozzina di paracadutisti italiani. Dei due tedeschi neache l'ombra. Gli ottimisti affermarono che erano andati a cercare rinforzi. Confesso che fu quella l'unica volta nella vita che fui pessimista.

 
 
 
 
 
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IL RACCONTO DI UN PARACADUTISTA "COOPERATORE"
Domenica, 7 Novembre 2010


PARMA- Ammiriamo e stimiamo profondamente i Paracadutisti che non cooperarono con gli inglesi e furono sottoposti al durissimo trattamento dei Fascist Criminal Camp: Emilio Camozzi, Gaetano Pinna, Andrea Fiumi,Glauco Vigentini e tanti, tantissimi altri Leoni indomabili che ho avuto ilprivilegio di conoscere.

Non possiamo tuttavia far finta di non sapere che Vi furono anche Paracadutisti della Folgore che -per avere condizioni di vita migliori- accettarono una prigionia dove lavorarono per gli inglesi in mensa, ai servizi, in cucina oppure all'esterno dei campi.

Erano i "cooperatori" che -ironia della sorte- furono traditi dal nemico con un trattamento per moltissimo tempo di poco differente dagli altri. Solo in alcune rare occasioni furono privilegiati e goderono del rimpatrio 12 o 16 mesi prima degli altri.

Alcuni di loro furono spediti in India "per premio".

Queste poche righe servono per introdurre il racconto di Gino Compagnoni, IV Battaglione, catturato il 25 Ottobre a El Alamein. Leggiamolo con benevolenza: non tutti ebbero la forza di continuare la sofferenza di una prigionia durissima, ma ad El Alamein furono Leoni come gli Altri, e non spetta a noi, indegni eredi, giudicarli.






PRIGIONIERI di GUERRA
di Gino Compagnoni



24 OTTOBRE 1942:: è l’alba, una decina di bren-carrier e autoblindo
si muove in cerchio intorno alle nostre postazioni, dalle torrette emerge il mezzo busto dei carristi. Sono fissate alle antenne radio dei mezzi corazzati bandierine triangolari giallo rosse che sventolano lentamente a destra ed a sinistra. Chiedono la nostra resa. I componenti la mia squadra stanno uscendo dalle buche . Due “ tommy “sul ciglio della mia trincea: urlano “come on, hand up” inutilmente tento di far capire che un ufficiale è ferito gravemente e deve essere aiutato. Sono chinato sul Tenente Brandi ( per questa azione è stato decorato della M.O.V.M. ) che non dà segni di vita e subisco colpi violenti sulla schiena. Esco dalla postazione convinto che non lo rivedrò mai più.

Uno dei due “tommy” mi toglie la pistola e l’orologio, l'altro mi prende il pugnale e mi strattona, vuole il binocolo mi spinge in terra e quasi mi strangola. Infatti mi è veramente difficile fargli capire che prima si deve togliere la cinghia della borraccia, poi la cinghia della borsa tattica ed infine la cinghia dell'astuccio che contiene il binocolo. Uno dei due mi indica l’autoblinda incendiata (subito però bloccato dall’altro) e mi percuote violentemente con il suo Thompson che usa come una clava , sull’elmetto, sul petto e sulla mia schiena dolorante.

Un soldato ( “Francia Libera” ? ) si avvicina e, sorridendo davanti a me, apre una lattina, me la offre e mi fa capire che posso bere, che è per me. Sono sbigottito e commosso dal gesto imprevedibile. Grazie. Rifiuto. Non vedo nessuno dei fucilieri del IV battaglione che erano vicini a noi (morti, catturati …?).
Al riparo dietro a un autocarro Piossini è stato sommariamente medicato e si lamenta per il dolore che gli provoca la ferita alla gamba destra, causata dal un cingolo di un bren-carrier che è passato sulla sua buca.
Attorno a noi bruciano alcuni carri centrati dalla nostra artiglieria; gruppetti di inglesi si sono rifugiati sotto gli innumerevoli mezzi che hanno portato in linea. La nostra artiglieria ha ripreso un intenso bombardamento. Sento le urla dei soldati inglesi feriti, due autocarri vicini a noi sono stati centrati dai colpi dei nostri cannoni e ardono simili a due grandi falò. Io ed i miei compagni rimaniamo in piedi a braccia conserte incuranti delle schegge che sfarfallano e cadono vicinissime, i soldati britannici sono appiattiti sul terreno ci guardano stupefatti. Ricordandolo - oggi - questo atteggiamento mi appare una inutile e stupida esibizione, ma in quel momento mi sembrava giusto farlo... Ritengo anche di dover sottolineare il generoso “buon senso“ dei britannici.
Quella notte avrebbero potuto fare una strage.

CAMPO 309 – P.O.W. AD ALESSANDRIA D‘EGITTO- ottobre 1942

Due soldati ci prendono in consegna e ci guidano verso le retrovie. Piossini non può camminare, a turno, lo portiamo a braccia. Camminiamo nel varco del campo minato ed incrociamo un reparto di soldati inglesi che va in prima linea, sghignazzano e sembrano ubriachi. Uno di loro mi sputa addosso, un altro mi dà uno schiaffo, un terzo allunga un calcio a Siracusa. Gli schiaffi ed i calci della lunga colonna si scaricano su di noi con effetto domino per alcuni minuti, poi la pista si allarga e ci possiamo allontanare dalla colonna. Arriva una Jeep che carica i tre feriti.
Al tramonto arriviamo in una valletta; in uno spazio aperto, delimitato da un solo filo di ferro spinato, ci sono una decina di paracadutisti e fra questi i bresciani Severino Stabilini e Ottorino Pagani, che mi informa che fra i caduti c’è Peppino Reggiani (mio amico d’infanzia, volontario con me in Albania). Degli amici del IV Battaglione che erano con noi non rivedrò più nessuno nel corso degli anni di prigionia. Soffro di un forte dolore alla schiena e sono costretto a chiedere aiuto per togliermi la giacca ed il maglione che indosso. Stabilini mi dice: “sei stato fortunato, la tua sahariana è strappata in più punti sulla schiena mentre la scapola destra della tua spalla ha un colore blu ed è gonfia, un proiettile, un sasso od una scheggia ti ha sicuramente preso di striscio”. Soffro tutta la nottata, per il freddo e per il dolore.

Il mio numero è 355288.
Per qualsiasi adempimento o necessità, sono solo un numero. Al mattino non si mangia; a mezzogiorno formiamo code interminabili per ricevere 4 biscotti (simili agli attuali crackers) e una tazzina di un liquido che sembra tè.
Alle 17.30 aprono per mezz‘ora l’unico rubinetto che dà acqua ai 600 prigionieri del mio recinto. Assisto a scene vergognose e risse furibonde. È più l’acqua che finisce nella sabbia che quella che può essere bevuta. Alle 18.00 la cena, ed il menù non cambia.

Il lavatoio è sempre disponibile, ma dai tre rubinetti e dall’unica doccia esce un filo d‘acqua di colore verdastro; lo stanzone non è illuminato, il pavimento è coperto da fango viscido, anche per gli escrementi che lo ricoprono. Sul muro qualche inglese, con poco senso dell‘umorismo, ha scritto - la calce è ancora fresca - a caratteri cubitali: “ lavati ! “La latrina è una fossa lunga circa dieci metri, profonda tre, larga, due, ed è attraversata da cinque travi larghe circa 30 cm. Questa fossa serve per 600 persone; diventiamo tutti equilibristi e fortunatamente, non mi risulta che qualche malcapitato sia mai caduto nella fossa.
Le prime due settimane trascorrono senza che avvenga il minimo miglioramento. Trascorriamo le giornate in silenzio. La fame e le sete non possono essere descritte. Nessuno fa movimenti inutili, rimaniamo il più possibile immobili, per risparmiare energie, distesi nella sabbia. Tutti i giorni arrivano colonne di soldati ed ufficiali catturati durante la ritirata. Camminano a testa bassa trascinando i piedi. E’uno spettacolo triste e deprimente.

Dopo due settimane all’alba la sveglia, poi l‘appello e la conta, mi consegnano un cucchiaio, una tazza ed una coperta. La zuppa è lievemente migliorata, Ogni due giorni una scatoletta di carne di cento grammi ed un filone di pane da un Kg. per due persone, alla sera quattro biscottini ed il tè. Ho capito la differenza tra il ricevere il mescolo preso in superficie e riceverlo, invece, preso dal fondo. Da qui la necessità di gareggiare, arrischiando di rimanere digiuno, per arrivare fra gli ultimi alla marmitta della “brodaglia”. Sono passati circa due mesi e tutti i giorni arrivano centinaia di prigionieri, gruppi di ufficiali e fra questi vedo un generale.
Gli Stati Uniti sono entrati in guerra e le loro truppe sono sbarcate in Marocco.

CERCANO FABBRI E CARPENTIERI

Gli amplificatori del Campo comunicano una notizia interessante: secondo la “Convenzione di Ginevra” chi vuole può uscire dal campo per lavorare. Si cercano operai specializzati in lavori di carpentieri. Il nostro gruppetto rifiuta e la sera stessa con un centinaio di prigionieri, arrivati in mattinata dalla Libia, lasciamo il campo e prendiamo posto su un autocarro. A notte fonda arriviamo nel delta del Nilo al


Campo 308
Gennaio 1943

Il campo ospita circa 20.000 prigionieri; un grande viale divide due file di gabbie; Ogni gabbia ospita 600 prigionieri ed è sorvegliata da soldati indiani posti di guardia su torrette a tre metri da terra. Su ogni lato, oltre ad una siepe di reticolato alta due metri, vi è anche una seconda fila di reticolati.
Da una piccola costruzione in muratura esce un delizioso profumo di rape e cavoli. Inoltre non dovrò più ricorrere (senza mutande per evitare possibili cadute nella fossa) ad esibizioni di equilibrismo. Infatti, in un angolo del campo vedo un muretto di mattoni d‘argilla che delimita e separa le latrine dal lavatoio dotato di una decina di rubinetti. Qui l‘acqua viene erogata, per un‘ora, due volte al giorno.

Volontari per decreto legge

Sono assegnato ad una tenda che ospita nove sergenti sono studenti universitari, (allievi ufficiali) che mi salutano con fredda cordialità e diffidenza, parlano a bassa voce fra loro ignorandomi. Sono volontari per “decreto legge”. Un giorno avevano letto sul Popolo d'Italia, organo del Partito Nazionale Fascista. “ … il governo, accogliendo il desiderio degli studenti universitari impazienti di indossare la divisa grigio verde aveva abolito la concessione del rinvio del servizio militare per far sì che tutti avessero l’onore di battersi contro il nemico” e si erano pertanto trovati, quasi senza rendersene conto, in divisa ed imbarcati per la Libia. Nella tenda vado solo per dormire e le giornate le passo con Stabilini ed il gruppo dei paracadutisti.
Ogni settimana riceviamo alcune monete egiziane che possiamo spendere in uno spaccio interno e due pacchetti di sigarette. D’intesa con Stabilini e Pagani, investiamo tutte le nostre piastre nell’acquisto di qualche Kg. di riso e di datteri essiccati. Una grossa latta, che in origine conteneva sugo di pomodoro, è stata trasformata in pentola; versiamo acqua, datteri e riso e facciamo bollire il tutto, quando l’impasto giunge al giusto punto di cottura lo lasciamo riposare alcune ore affinché aumenti di volume.

Achille compagnoni a Tel Aviv


Nel campo le giornate trascorrono tranquille, non si fa nulla durante il giorno. Alla sera ognuno racconta gli episodi più significativi che hanno caratterizzato la sua cattura:
Piossini, parla della sua ferita, descrive gli interminabili attimi del bren-carrier che stava per schiacciarlo e miracolosamente lo ha ferito fortunatamente in modo non grave alla gamba destra; Bottazzi, un altro bresciano, sottufficiale dell'aviazione ustionato al torace, alle braccia ed al viso, si è salvato lanciandosi dall’aereo in fiamme con il paracadute;
il sottocapo Tognon del sottomarino “ Perla “, racconta della navigazione con il mare a forza sette, del siluro che lo ha colpito, dello schianto delle mine di profondità, degli scricchioli delle pareti del suo sommergibile, degli spruzzi violenti dell'acqua che entrava dalle incrinature della struttura, la “rapida” della immersione, la fortunosa emersione ed il salvataggio dopo ore di paurosa attesa in mare.
Stabilini il quale, pochi istanti dopo la fine del bombardamento del 23 ottobre, si è trovato gli inglesi nella buca e non ha potuto sparare nemmeno un colpo.
Ottorino Pagani è rimasto miracolosamente illeso accanto al Serg. Magg. Dario Pirlone capo pezzo ( M.O.V.M ) , mentre il suo cannone 47 / 32 centrato in pieno è stato distrutto, il mio amico Pepino Reggiani e i suoi compagni serventi al pezzo, colpiti a morte…

LA SQUADRA di CALCIO

Sono state formate squadre per ogni singola gabbia e fra le varie compagini si svolgono incontri incandescenti; questi confronti servono per selezionare la squadra rappresentativa del Campo 308 la quale, non solo si confronterà con squadre di altri campi, ma anche con squadre dell‘esercito britannico. Ai giocatori viene riservato, dal Comando del Campo, un trattamento alimentare particolare: dopo l’allenamento del giovedì ed alla fine di ogni partita i titolari ricevono due piatti di pasta asciutta, abbondante. Un giorno, un bel giorno, prima dell‘inizio di un incontro mi unisco al gruppo delle riserve, scambio qualche passaggio ed effettuo alcuni fortunati tiri in porta. Il capitano che mi osserva dice, “oggi ti faccio giocare per una decina di minuti, poi vedremo”. È fatta, gioco quasi tutto il secondo tempo; mi sono assicurato un paio di piatti di pasta asciutta alla settimana.

LE LENTICCHIE

Ogni giorno, a turno, sei prigionieri vanno alla gabbia n° 1 per prelevare i viveri per la giornata; quando arriva il turno della nostra tenda riusciamo a ”prelevare” dal magazzino un sacco di lenticchie ed a portarlo nel campo. Gli interrogatori e le ispezioni accurate della sorveglianza inglese non trovano nulla. Infatti le lenticchie sono state seppellite nella sabbia sotto i giacigli della nostra tenda. Dopo alcune settimane, decidiamo di integrare il rancio con le lenticchie e, di notte, procediamo alla cerimonia della riesumazione del “tesoro”. Dopo circa una trepida attesa, la sorpresa: le lenticchie con il caldo del giorno e l’umidità della sabbia sono sbocciate e sono diventate erbetta verde. Le mettiamo ugualmente nella pentola ed anche se un po’ amare le trangugiamo

CERCANO SARTI E LAVANDAI

Passano altri interminabili mesi senza far nulla, Sono sempre affamato.
Un giorno, durante la “conta” del mattino, chiedono sarti capaci.. Mi propongo e vengo accettato. Ogni mattino in camion arriviamo all’interno di un capannone ben riparato dalla sabbia e dal sole. In un primo tempo mi assegnano un lavoro alla macchina da cucire, ma rompo troppi aghi, allora mi danno ago e filo per rammendare i buchi delle zanzariere. Il lavoro richiede grande pazienza e io non ne ho, mi pungo continuamente e il buco, frequentemente si allarga durante la lavorazione. Invento un nuovo modo per risolvere il problema: prendo i vari lembi del buco, li riunisco, li arrotolo e con ago e filo cucio il tutto. La zanzariera non ha più buchi, è diventata solo un po’ più corta, ma è migliorata esteticamente per i fiocchetti che ho cucito. Gli inglesi che lavorano con me sorridono, ma il sottufficiale responsabile del reparto non gradisce la mia trovata e ancora meno i sorrisi dei suoi compagni di lavoro. Come una furia mi strappa dalle mani la zanzariera e mi aggredisce a pugni e calci; mi difendo con un calcione ben posizionato. Non finisco la giornata perché mi fa rientrare al Campo di corsa sotto il sole rovente (una decina di chilometri) e dalla Jeep mi sprona con la lunga asta di un’antenna radio che fa sibilare dall’auto sul mio capo ad ogni mio accenno di fermata. Sono quindi “licenziato” e con me un compagno di tenda che è intervenuto in mia difesa ed al quale, almeno, è stata risparmiata la corsa nella sabbia perché ospitato sulla Jeep..
La fame sta diventando sempre più insopportabile, solo chi è ammalato veramente può trascorrere alcune giornate in infermeria mangiando a sazietà. Chi si taglia o si ferisce un dito, oppure si graffia a sangue sul filo spinato del reticolato, viene inviato in infermeria e per quel giorno mangia a sazietà.
Anche chi si fa togliere un dente può saziare la fame per una giornata.

IL VARIETÀ E LE PROCACI BALLERINE
Agosto 1943

Alcuni intraprendenti attori, professionisti e dilettanti napoletani, hanno costruito sul retro delle cucine, con il materiale fornito da un ufficiale inglese, un palcoscenico sul quale si
esibiscono recitando e cantando pezzi classici di poeti e scrittori napoletani, ( la livella, la patente, le sceneggiate, siparietti di varietà ).
Gran successo ricevono le ballerine. Le donne sono, ovviamente, uomini ma sul palcoscenico sembrano ragazze vere. In principio le difficoltà del travestimento provocano vero divertimento. Ma parecchi spettatori dopo poche esibizioni, dimenticano che sul palcoscenico ci sono loro commilitoni; visti a distanza, appaiono donne bellissime capaci di far sognare. Alcune attrici si sono immedesimate nelle parti ed hanno assimilato gli atteggiamenti ed anche la mentalità della donna. Tutti gli spettacoli si concludono con uno scatenato can – can e le “6 girls 6” raccolgono un rumorosissimo successo. Con fettucce di panno nero hanno realizzato giarrettiere provocanti; ma è, soprattutto, la soubrette che ha il fisico del ruolo, le lunghe gambe e le calze da donna (tinte di nero fornite dall’ ufficiale inglese) provoca turbamenti, litigi e gelosie morbose. La scena che precede il gran finale è il “ballo dell‘apache”. La coppia danza accompagnata dal un suggestivo coro in sottofondo. La ballerina si struscia appassionatamente al “ maschio “ e, la coppia è subissata da applausi e da lanci di datteri e sigarette.
Tra alcune coppie sono nate amicizie intense; si vedono coppie passeggiare sempre insieme, seduti sempre vicini, sempre insieme anche ai servizi igienici. Una coppia colta in “flagrante” è stata separata con il trasferimento del partner in altra gabbia. Il separato, rimasto nel campo, è stato ricoverato gravissimo in ospedale: da circa un mese a causa della separazione dall’amico ha smesso di toccare cibo.

Un giornale
che vedo posato su un sacco all’ interno della tenda richiama la mia attenzione. Inizio a sfogliarlo, ma due sergenti universitari, miei compagni di tenda, mi sono addosso e me lo tolgono bruscamente dalle mani.
Al mattino Vergnano ( il capitano della squadra di calcio ) mi prende da parte e mi dice che i suoi colleghi non si fidano di me perché i paracadutisti, a loro parere, sono tutti fascisti; lui con i compagni di tenda sono contrari al fascismo e lo combattono sin da quando erano in Italia. Mi raccomanda di non parlare con nessuno perché in altri campi si sono verificati pestaggi nei confronti di antifascisti. Lo tranquillizzo e racconto a lui ed ai compagni di tenda di mio padre fuoriuscito, morto in Francia perché perseguitato dal fascismo; dico loro che quella figura in prima pagina del giornaletto ( è l’On. Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti ) io l‘ho già vista a casa mia in una fotografia nascosta dietro un quadro del Sacro Cuore di Gesù nella camera da letto dei miei genitori. Diventiamo amici, l’equivoco è chiarito e nella tenda, finalmente, si crea un clima di reciproca simpatia e amicizia. Mi dicono che sono in contatto sia all’interno che all’esterno con antifascisti di altri Campi di P.O.W. e con militari inglesi del nostro Campo. Assicurano che mi considereranno uno dei loro e che mi terranno informato delle eventuali iniziative e delle novità relative agli sviluppi della guerra in Italia.
Dopo una quindicina di giorni nel cuore della notte, Vergnano mi sussurra: “prepara il tuo sacco, domattina il nostro gruppetto ed alcune decine di “compagni “ di altre gabbie lasceremo il 308 per essere utilizzati in Palestina”.
Sono le ore tre, tutti dormono. Una ventina di soldati indiani entra nel Campo.
Urlano: “adunata ! ”. Tutti gli ospiti della gabbia n° 20 sono raggruppati nel piazzale.
Sono le ore sei, tutti dormono. L‘orario è insolito e il fatto non si è mai verificato prima; solamente quando tutti sono riuniti ed irrigiditi sull’attenti per la “conta“, il nostro gruppo lascia la tenda e, fra gli schiamazzi ed i fischi, si avvia verso l ’uscita della “gabbia”.
IL "TRADIMENTO"
Il tam-tam del Campo 308 però ha funzionato e la notizia del tradimento si è sparsa fra i 20.000 prigionieri. Non tutti i responsabili inglesi hanno avuto l’attenzione che è stata usata per il nostro gruppo. In alcune gabbie sono in atto risse furibonde.
La mia gabbia è la n° 20 ed il cancello d'uscita è lontano. Ci ripariamo con i nostri fagotti dal lancio di pezzi di mattoni d' argilla che fioccano su di noi come grandine.
Assisto alla “liberazione” da parte delle guardie indiane, di un amico di un’altra gabbia che è stato calpestato e buttato sul reticolato dai suoi compagni ed ha una gamba fratturata. È portato a braccia , il viso, le braccia, le gambe sanguinanti.
Sento le urla dei miei amici e le loro minacce relative al trattamento particolare che, dicono, mi riserveranno al mio ritorno a Brescia.





CAMPO 322 - LATRUM ( PALESTINA )
Agosto 1943

Attraversiamo la cittadina abitata in larga maggioranza da ebrei. Diamo uno sguardo, approfittando di una lunga sosta, al grande Monastero ortodosso che appare maestoso davanti a noi e, nel tardo pomeriggio, nei pressi di un insediamento dell’esercito britannico, ci vengono assegnate due baracche decorose e bene attrezzate. Dormiremo su brande con materassi e coperte; i servizi igienici sono ottimi ed è possibile fare la doccia con acqua calda a volontà; ci danno indumenti puliti e un asciugamano.
Le sorprese non sono finite. Ci accompagnano ad un altro gruppo di baracche occupate dagli uffici di alcune unità inglesi. Nella baracca della mensa osserviamo i soldati ed i sottufficiali che stanno ultimando la cena. L’ R.S.M. con una mimica molto efficace ci fa capire che dobbiamo aiutare a sparecchiare e pulire i tavoli, subito dopo potremo prendere il vassoio e prelevare il nostro pasto al self-service. Ci saluta con un cordiale :“bon petitto“. Altra sorpresa: i militari inglesi si rivolgono a noi con cordialità.

Al mattino successivo ha luogo una riunione nel corso della quale ci informano che le truppe inglesi ed americane hanno occupato tutta l‘Africa Settentrionale e la Sicilia, nonché della attività dei partigiani nel nord Italia.

Un ufficiale che parla italiano, descrive il tipo di lavoro che ci verrà affidato. Dovremo collaborare alla sistemazione di un campo per altri P.O.W. Opereremo con tecnici civili all‘installazione dei servizi igienici, delle cucine e successivamente alla manutenzione delle baracche sia del comando che nel nuovo Campo per P.O.W. In un secondo tempo costruiremo le vie di accesso al campo, i viali interni e la recinzione di tutto il complesso. Siamo suddivisi in quattro gruppi coordinati da squadre formate da nostri compagni che nella vita civile erano elettricisti, idraulici, giardinieri, muratori, camerieri, cuochi. Ci presenta l’R.S.M. che sarà il nostro superiore diretto. L’ufficiale conclude la riunione con una domanda rivolta a tutti i presenti: “chi voi parla inglese?“. Alzo subito la mano e dico: “Yes, I do. Good morning sir.”
Dopo di me altri alzano a mano, ma Ernest Broucklabank ha già deciso: “come here ! “ e mi fa cenno di avvicinarmi. Mi è andata bene, diventerò il suo collaboratore per i rapporti fra gli italiani e gli inglesi. Avrò una scrivania nell’atrio che precede il suo ufficio, dovrò verificare le presenze al lavoro, l’aggiornamento degli elenchi, la consegna dei materiali e degli attrezzi da lavoro.
Sir Ernest ha 52 anni e mi dice che gli ricordo i suoi figli. Mi parla della sua famiglia: è padre di due gemelli, maschio e femmina di 17 anni; vive a Blackpool, una nota città balneare inglese ed è militare di carriera. Mi ha regalato una grammatica inglese unitamente a sette volumetti di esercizi che conservo tuttora; inoltre ha incaricato un caporale di correggere i miei compiti. Non potevo essere più fortunato.

IL RE HA ABBANDONATO ROMA
Ottobre 1943

Il Maresciallo Badoglio (nuovo Capo del Governo Italiano ) ha dichiarato guerra alla Germania e Mussolini è stato arrestato; poche settimane dopo, con un avventuroso blitz, è stato liberato dai tedeschi ed ha costituito la Repubblica Sociale. L’Italia ha due eserciti: uno al nord con il gen. Graziani; un altro al sud con il generale Badoglio che combatte con gli Alleati.

Dopo poco più di due mesi il nuovo Campo è agibile e cominciano ad arrivare i primi gruppi di P.O.W. Fra questi tutti quelli che ci hanno insultato, minacciato e lanciato sassi. Non sanno nulla di quanto è avvenuto in Italia. In un primo momento vi è grande imbarazzo, ma la gioia di rivederci è sincera. Riabbraccio Stabilini e Pagani.
È stata ricostituita la squadra di calcio sostenuta dal Comando inglese e gli incontri all‘interno ed all’esterno sono frequenti. Incontriamo rappresentative di prigionieri e squadre di varie unità britanniche. Gli spostamenti in autocarro mi consentono di vedere, sia pure in modo molto approssimativo: Gerusalemme, Tel Aviv - Jaffa, Rehovot e di conoscere numerosi giovani ebrei che vivono nei Kibbutz.

Il nostro gruppo (quello che per primo ha lasciato, in un momento difficile, il Campo “308“) integrato da altri prigionieri (camerieri e cuochi nella vita privata) è stato trasferito in una Scuola di allievi ufficiali britannici con gli stessi compiti svolti al 322. Dovremo, anche qui, operare nelle mense e nelle cucine oltre a collaborare ai lavori di manutenzione dell’insediamento. Saluto e ringrazio l‘ R.S.M., anche per aver acconsentito ad inserire nel mio gruppo gli amici Pagani e Stabilini.

Febbraio 1944
Mi consegnano due paia di pantaloni e due camice; sulle spalline si legge ( rosso in campo bianco) “ ITALY ”. Siamo coordinati da un ufficiale inglese che parla correttamente sette lingue. Sono assegnato in qualità di cameriere alla mensa della truppa britannica addetta ai servizi del Campo. Gli orari, il lavoro ed i rapporti con i soldati britannici sono ottimi.
Dopo alcuni mesi il primo incidente. Noi e gli inglesi, armati di mescoli e forchettoni distribuiamo il menù del giorno ai soliti commensali. Alla fine, il servizio dovrebbe proseguire anche per un centinaio di soldati di colore provenienti dal Ceylon i quali, davanti alle marmitte fumanti, sono in paziente attesa con i loro vassoi. Mentre sta per iniziare la distribuzione i “colleghi” inglesi abbandonano il lavoro. Chiedo al sergente responsabile della mensa per quale motivo noi dovremmo continuare mentre loro lasciano. La sua arrogante risposta è questa: “noi non serviamo i negri ”. Dopo una breve consultazione, questa è la risposta, provocatoria, del nostro gruppo: “ non abbiamo nulla in contrario a continuare il lavoro, ma noi, italiani, discendenti da quegli antichi romani che hanno portato la civiltà nel vostro Paese, senza di voi non lavoriamo.”
Arriva la Polizia Militare e dopo un breve tafferuglio gli inglesi riprendono il servizio e due MP (Military Police) ci accompagnano nella prigione del Campo. Siamo in cinque chiusi in una stanza di otto metri quadrati e lì ci lasciano per un giorno e due notti senza cibo, senza acqua e senza coperte. Non ci consentono di uscire dalla stanza per utilizzare i servizi e “tutto” deve essere fatto, ( in equilibrio, accucciati su una sedia ) nel “bidone” senza coperchio, introdotto nella stanza solamente dopo “rumorose” richieste. La stanza è dotata di un solo finestrino quadrato con inferriata di mezzo metro per lato.
I soldati del Ceylon (oggi Stato indipendente, Sri Lanka ) sono partiti e noi riprendiamo il solito lavoro. Quel Sergente arrogante non lo vedremo più, dicono i suoi colleghi che è stato inviato in Italia.
Il Tenente interprete che coordina la nostra attività, mi consiglia di perfezionare la conoscenza della lingua inglese e mi regala una guida utile per un turista che entra in un ristorante: “Studia, ti sarà utile”.

TRASFERITO ALLA MENSA UFFICIALI

Il Tenente Najib Tual è un arabo, ha studiato in una scuola cattolica a Gerusalemme, si è laureato in Inghilterra ed è figlio di madre cristiana (una delle tre mogli) di un ricco beduino ( i figli sono educati secondo la religione delle madre). Dopo una settimana mi chiama e mi comunica il mio trasferimento alla mensa ufficiali. L’ambiente non mi piace proprio, per una giornata osservo dalla finestrella del magazzino come lavora il cameriere inglese il quale dopo cena, mi insegna le basi necessarie per operare validamente, Mi dice che agli scozzesi devo servire il “porridge” con il sale, mentre agli inglesi deve essere servito con lo zucchero, mi fa vedere come si apparecchia la tavola, imparo a porgere i piatti da sinistra ed a toglierli da destra. Quasi tutti sono ufficiali in carriera, boriosi, altezzosi, sempre insoddisfatti del menù e di tutto quel che facciamo noi italiani; alcuni mi insultano e mi provocano. Rimpiango la genuinità e l’amicizia dei soldati che lavoravano con me alla mensa della truppa e, dopo aver sopportato per quindici giorni insulti e pesanti cattiverie, inevitabilmente reagisco.

Un maggiore che ha partecipato allo sbarco in Sicilia e dovrà ritornare in Italia nei prossimi giorni, durante la cena, racconta le sue avventure in terra di occupazione. Capisco che sta parlando con disprezzo del mio Paese, ma continuo il mio lavoro. Quando gli porgo il piatto mi dice: “ no tomatos “. Vado in cucina e ritorno senza pomodori, mi dice,“ no cabbices “, non batto ciglio; vado e ritorno senza cavolfiori; “ no potatos “ , tolgo le patate, ritorno e, lui, nonostante sia disapprovato dai suoi colleghi, sghignazzando mi urla: “It is to cold “; è troppo freddo. Torno in cucina, prendo un piatto fondo, metto un pezzetto di carne a galleggiare in un mescolo di sugo bollente e ritorno da lui; lo guardo fisso negli occhi; una breve pausa e sorridendo gli verso il tutto sulle ginocchia esclamando: “ I’m very sorry. sir “ Alcuni secondi di silenzio ed arriva, con mia grande sorpresa, la risata generale dei suoi colleghi. Lascio la sala mensa di corsa e vado direttamente verso la prigione dove mi consegno al sott‘ufficiale di servizio. Due notti e un giorno di prigione con un solo litro d’acqua e mezza pagnotta, durissima.
Verso sera del terzo giorno arriva sorridente il Tenente arabo che mi dice:“ Tutto è finito. Il Maggiore che hai maltrattato è partito per l’Italia ed a me serve uno che sappia capire la lingua. Sono certo di potermi fidare di te. Preparati perché domattina ti accompagnerò al nuovo posto di lavoro.
Najib Tual mi ha affidato un lavoro particolare : sarò quotidianamente a contatto con gli ufficiali britannici. Il tenente interprete mi dice: “ … dovrai riordinare il salone, i due salotti, la biblioteca fornita di libri, giornali, riviste e confortevoli poltrone. Inoltre, poiché la “Scuola“ è divisa in due sezioni, nord e sud, dovrai aiutarmi a migliorare il collegamento fra gli italiani ed i britannici che operano nelle due distinte parti distanti circa un chilometro una dall’altra”.

Nel mio tempo libero dovrò studiare la lingua inglese. Najib Tual mi raccomanda riservatezza e prudenza nei rapporti con gli ufficiali. Ma, dopo un paio di mesi, mi capita un altro infortunio. Alcuni ufficiali che non brillano, certamente, per la loro educazione, lasciano per terra, ovunque, mozziconi di sigarette, non si puliscono le scarpe nonostante gli zerbini, i cestini ed i portacenere che io ho sistemato nei salotti e nel giardino. Sono solo e posso fare - bene - la pulizia, spostando all‘esterno della sala mobili e tappeti solo alla domenica. Durante la settimana, anche per la presenza degli ufficiali, non trovo il tempo sufficiente e mi limito a scopare sotto i tappeti i mucchietti di polvere. Conseguentemente, in alcuni punti del salone si sono creati dei rigonfiamenti; ed e proprio in uno di questi che va ad incespicare l‘anziano claudicante Colonnello Comandante della Scuola con inevitabile rovinosa caduta: clavicola fratturata.

Najib Tual provvede alla mia sostituzione e non solo non vengo punito, ma, a causa di certi suoi “impegni personali“ esterni al Campo, mi nomina suo aiutante. Devo ritirare ogni mattino dall‘ “Orderly-Room” le disposizioni di servizio che riguardano gli italiani, e informare, conseguentemente i vari gruppi delle sostituzioni ed integrazioni necessarie al funzionamenti dei servizi.

IL RITORNO ITALIA


La guerra con il Giappone è finita.

Siamo Bombay da circa un mese senza incarichi e attendiamo con ansia notizie circa il nostro rimpatrio. Arriva un treno e ritroviamo gli italiani forzatamente imbarcati con noi circa un anno fa a porto Said in Egitto. Nessuna informazione ci viene fornita. Siamo stati separati dai britannici che continuano il loro viaggio. Il nostro gruppo si imbarca su un lungo convoglio che viaggia in senso contrario per tutta la notte attraversando boschi e paludi; nel tardo pomeriggio del giorno successivo il convoglio si ferma per alcune ore in una piccola stazione. Assistiamo ad un brutale pestaggio degli M.P. (Military Police) impegnatissimi a respingere senza pietà una folla di civili indiani che vorrebbero salire sul treno con noi.
Il mattino successivo scendiamo dal treno ed un Maresciallo dei Carabinieri assume il comando del gruppo ed, in fila indiana, dopo circa mezz’ora di marcia, arriviamo davanti ad un Campo di “Prisoner of war.” Siamo un centinaio, poco meno di quelli partiti dall’Egitto nell’aprile scorso.. Entriamo in una “gabbia” e prendiamo posto in quattro baracche ben attrezzate: brande (provviste di zanzariera) coperta e materasso, un sacchetto con piatti e posate. I servizi igienici sono puliti e decorosi; la cena, ottima, viene prelevata ad un self-service al quale è collegata una sala ritrovo con tavolo da ping–pong, libri, riviste e giochi da tavolo. Nessuno parla con noi, solo un ufficiale indiano ci sorride, ma non dice nulla. La sorpresa, clamorosa, arriva il mattino successivo.

Il recinto è chiuso fra reticolati,
ai quattro angoli guardie armate indiane ci osservano dall’ alto delle torrette. Il cancello è sbarrato. Poco lontano, da altre gabbie prigionieri di guerra italiani ci salutano festosamente, in un’altra invece, urlano al nostro indirizzo: “venduti, traditori!“. Nessun britannico si fa vivo ed immediatamente diamo luogo ad una rumorosa protesta. Urliamo e percuotiamo piatti, lamiere e quant’altro può far rumore.
Verso mezzogiorno arriva, scortato da sei guardie, un ufficiale indiano che legge una comunicazione: “siete stati qui riuniti perché il vostro ritorno in Italia è imminente“.
Il Maresciallo dei Carabinieri che comanda il nostro gruppo chiede, a nome di tutti, che il cancello venga aperto e, data la nostra posizione di cobelligeranti, ci sia permesso di uscire dal Campo.

L’equivoco dopo un paio di giorni è superato:
- siamo a Bairagarh, in provincia di Bhopal;
- il comandante del Campo sapeva della nostra condizione, ma non aveva ordini circa la nostra libertà di movimento;
- da subito, il cancello sarà aperto durante il giorno, e chiuso e sorvegliato, per ragioni di sicurezza, durante la notte. Una gabbia vicino alla nostra ospita qualche centinaio di fascisti irriducibili.
- potremo partecipare ad incontri di calcio, di palla a volo, di pallacanestro con i prigionieri di altri campi.
L’ufficiale indiano conclude l’incontro e sorridendo dice: “ queste baracche erano destinate ad ufficiali italiani, ma penso possano andar bene anche per voi“.

All’esterno della baracca c’è una piantagione di banane; per coglierle devo solo aprire la finestra ed allungare la mano.
All’esterno del nostro recinto decine di indigeni sono curvi dall’alba al tramonto, impegnati nel lavoro dei campi; sono schiavi -compresi i neonati - di proprietà del Marajà. Per noi le regole sono semplici: gli orari sono solo quelli del breakfast, del lunch e del dinner. Per il resto della giornata siamo liberi di uscire e fare quello che ci pare.
Il clima è torrido ed il termometro tocca i 30/35° di notte, 45/50° di giorno. Il bosco che confina con le nostre baracche fa si che la calura tropicale possa essere un po’ attenuata. È un susseguirsi di temporali e di ondate di caldo asfissiante. Il sole non si vede quasi mai, sembra coperto da un enorme “tendone” grigio, l’umidità è attorno al 90%. Presto arriveranno le grandi piogge ed altri saranno i problemi.

LA DIVISIONE DEI PRIGIONIERIITALIANI A BAIRAGARH

Le autorità delle Forze Armate Alleate sembra favoriscano le iniziative che, più o meno spontaneamente, si determinano nei campi. Praticamente la popolazione dei prigionieri italiani è considerata divisa in tre gruppi:

 I neri, (gli irriducibili fascisti) quelli che dopo l‘8 settembre 1943 non hanno aderito alle decisioni del Governo italiano. Sono stati isolati dalla maggioranza dei prigionieri;
 i grigi, (o papalini) la maggioranza, quelli che hanno deciso di non scegliere;
 i bianchi (noi) coloro che hanno deciso di collaborare con gli “Alleati”, prima dell‘otto settembre 1943.

Dopo circa una settimana, all’alba, ci sveglia all’improvviso lo scoppio di un petardo lanciato sul retro della nostra sala ritrovo. Dall’indagine svolta dagli inglesi, lo scoppio è attribuibile ai fascisti del campo vicino al nostro.
Il mattino successivo, d’intesa con il Comandante indiano del Campo, il nostro Maresciallo si presenta nella loro gabbia al momento della “conta” mattutina e parla a questi nostri compatrioti informandoli sugli scenari della guerra e degli sviluppi della situazione politica italiana. Con questo coraggioso intervento l‘episodio è considerato chiuso. Dopo un paio di settimane, anche gli “irriducibili” partecipano, con le loro squadre, alle gare ed ai tornei programmati.
La sabbia e le mosche del deserto, la fame, la sete, gli amici feriti, i caduti, la nostalgia della mia mamma e della mia casa sono un ricordo che diventa ogni giorno sempre più angoscioso. Alla sera, ci riuniamo all’esterno della sala ritrovo e diamo vita a nostalgici cori. Oltre alle immancabili: “ mia bela Madonnina, Marechiaro, la Montanara, ecc.” cantiamo le canzoni dei film interpretati da De Sica, Buscaglione, Luciano Tajoli, ecc. “Mamma … “ Parlami d ‘ amore Mariù …” Non dimenticar le mie parole…, “ “Come delizioso andar sulla carrozzella” … Dai film in lingua inglese, che due volte alla settimana vengono proiettati nel campo, ho imparato alcuni brani delle colonne sonore…….

when they begin the beguine
it brings back a sound music so tender ,
…..till you whisper to me darling, I love you ……
….when they begin the begin.....
You are always in my heart
Even when you are far away
... I don’t know exactly when, dear
but I know will meet again…


je suis seul ce soir avec mes rèves, “je suis seul ce soir sans ton amour…
....tout se brise dans mon coeur lourd .
né me lasse pas seul sans ton amour
I walk in the moonlight, the silver moonlight,
I talk with my echo, I walk with my shadow
the star above, ……
We three always for you, till eternity,
my echo, my shadow and me….
Kiss me again, Kiss me my darling
each time i cling to your kiss i hear music divine, .
besame, besame mucho
hold me for ever and say that you always be mine….

CHIEDIAMO NOTIZIE RELATIVE AL NOSTRO RIMPATRIO
Settembre 1945
I giornali e la radio parlano dell'Italia e del nuovo Governo Italiano. Nel mese di luglio l’Italia ha dichiarato guerra al Giappone. Sono partito da Brescia nel gennaio dell'anno 1940 e fra pochi mesi è Natale. Salvo una settimana nel gennaio 1942, sono quasi sei anni della mia vita ed è il quarto Natale che trascorro lontano da casa.
. Siamo tutti in angosciosa attesa del nostro rimpatrio. Alle nostre sollecitazioni e proteste, la risposta degli inglesi è monotonamente ripetitiva: “ ship is not available”. Un ufficiale indiano che ha fatto la guerra in Egitto ed è decisamente contrario alla permanenza degli inglesi nel suo Paese, coglie ogni occasione per parlarne con noi; senza alcun timore egli afferma che molti suoi compatrioti - ora che la guerra è finita - sono pronti alla ribellione per scacciare gli inglesi dall’India. Dice che fa parte dell‘Armata Nazionale “Jai Hind “ (India libera), che è discepolo di Gandhi. (nessuno di noi sa chi è Gandhi). Da questo amico apprendiamo alcune informazioni in merito alle sempre più insistenti voci del nostro rimpatrio.

Sembra che per primi partiranno i cobelligeranti: (noi) coloro che hanno lasciato i reticolati, per una scelta prima dell’otto settembre 1943. (gli inglesi ci chiamano il “gruppo di Italia Libera”) Unitamente a noi partiranno i veterani catturati nel 1941 e gli over fifty.
Il secondo scaglione - i grigi - Coloro che hanno accettato di collaborare dopo l’otto settembre, che partiranno secondo un rigoroso ordine di cattura e di età.
Nessun accenno viene fatto circa il rimpatrio dei “neri “per i quali “ship not available “ sarà l’ unica risposta che riceveranno per oltre un anno.
Una notte sotto una pioggia che solo in India è possibile vedere, si spalanca la porta della baracca e si accendono tutte le lampade. Sono le ore due. Dopo aver ascoltato i primi rumorosi e risentiti commenti per la sveglia imprevista, l‘ufficiale indiano, discepolo di Gandhi, sale su un tavolo ed urla con entusiasmo:

Domani tutti voi parte Italia
Da sotto le brande compaiono bottiglie di birra, di “grappa artigiana “; una bottiglia di whisky l‘ha portata l’ ufficiale indiano. Abbracci, baci, canti, pianti di gioia.. È una storica sbornia collettiva. Mi sveglio alle dieci del mattino successivo..
Si parte: la conta e l’appello nominativo vengono effettuati nel campo di calcio allagato; l‘acqua arriva alle caviglie. Cammino con grande sforzo sotto una pioggia torrenziale carico del mio sacco e della valigia. La strada, trasformatasi in un torrente di fango, mi ricorda le montagne d‘Albania. Alle ore 22.00, ansimante arriva l‘ultimo gruppetto. Dopo due giorni di viaggio, dando la precedenza agli interminabili convogli addetti al trasporto dei militari (impressionante lo spettacolo dei tetti dei vagoni letteralmente gremiti da famiglie di civili) arriviamo alla periferia di Bombay. Alcuni giorni di sosta all’ interno del porto, praticamente abbandonati come una mercanzia qualsiasi sul molo, all‘addiaccio senza nemmeno una coperta per la notte, finalmente ci imbarchiamo. Viaggiamo nella stiva, al buio, quasi tutti dormiamo sul tavolato uno addosso all’altro. Alcuni, i più anziani, in preda a crisi depressive urlano e litigano senza motivo; rimangono sdraiati per terra con gli occhi fissi nel vuoto. Il freddo è intenso. Tempeste e mal di mare sono il solo ricordo del mio ritorno..
Sorpassiamo Massaua, Suez, ed entriamo nel Canale; poi Porto Said e il mar Mediterraneo. Siamo tutti sopra coperta, fra poche ore vedremo la costa italiana; nessuno sorride, si parla a bassa voce, una gran tristezza avvolge tutti. Cosa troverò in Italia, come troverò mia madre e mio fratello ? Troverò lavoro ? Sono le domande che ognuno sussurra a se stesso.

LA NAVE È ENTRATA NEL PORTO DI TARANTO
14 gennaio 1946

Sin dalle prime luci dell’alba, sono sul ponte addossato al parapetto con tanti altri; il rimorchiatore prende a rimorchio la nostra nave; il mar Grande, il mar Piccolo, la banchina del porto. Inizia la manovra dell‘attracco; si sente il cigolio dell‘ancora che scende in mare. Il momento è inquietante ed angoscioso. Sul molo ci sono alcuni soldati italiani ed inglesi, nessun civile, nessuna autorità, nessun parente, nessun curioso, nessuno, nessuno !?
Hanno gettato la passerella; un sottufficiale britannico occupa la via d‘uscita e urla con enfasi : “ The first one ! … go on ! “ ed inizia a contare ad alta voce; di sotto, in territorio italiano, fanno la stessa cosa un ufficiale italiano ed alcuni funzionari della Croce Rossa. Il carico umano è stato sdoganato.

Un sacerdote è l’unico italiano che ci regala un sorriso; avvicina una decina di noi sdraiati sul nudo pavimento del porticato della Caserma e ci invita nei locali della parrocchia. Ci offre un abbondante minestrone caldo (sono le ore 23.00) e ci consente di dormire in un’aula della scuola di catechismo.

Le procedure: l’interrogatorio, la verifica dei dati personali, i timbri e le firme richiedono alcuni tormentati giorni di angosciosa attesa. Il rancio oltre che disgustoso è insufficiente. Dopo tre giorni, unitamente ad una pagnotta, al foglio di licenza in attesa del congedo mi consegnano il prospetto delle spettanze da me maturate dal 23 ottobre 1942 al 14 febbraio 1946 Sono senza una lira, ed ho fame, e non ci pagano. Potrò ritirare detta somma a Brescia solo il 23 marzo 1946.
Non sono previsti treni o altri mezzi di trasporto per il ritorno alle nostre case. Ognuno dovrà arrangiarsi. Il viaggio di ritorno (scacciato a pedate dai treni riscaldati riservati ai soli militari alleati) lo effettuo prevalentemente sistemandomi nella cabina del frenatore dei treni merci.
Un centinaio di ex prigionieri di guerra infreddoliti e avviliti, attendono di trovare un posto sul primo treno diretto a nord. Riesco a salire su un merci che terminerà la sua corsa a Napoli. Al posto militare di ristoro non è possibile entrare: è affollato di civili che chiedono cibo. Sono scene penose che, purtroppo, ho visto tante volte in Albania in Grecia.
Non avrei mai immaginato di rivederle in Italia.

NEVICA, rincorro un treno che si è fermato per pochi minuti, mentre si rimette in moto con una manovra spericolata riesco a salire sull’ultimo vagone. Sono semi addormentato rannicchiato sul pavimento vicino alla toilette; arrivano due soldati che urlano qualcosa nella loro lingua. Faticosamente riesco a dire: “ I’m a Prisoner of war. I’m coming from India I have left Italy six years ago. I’m going home...”. I due sono americani sorridono, mi aiutano ad alzarmi da terra, mi danno manate sulle spalle e mi invitano
entrare nel loro scompartimento; mi rifiuto e fermo sulla soglia dico: “ No shower, no bath, I’ m dirthy, filthy. My dresses are full of louses” .
Mi siedo sul seggiolino nel corridoio, mi portano una tazza di caffè caldo, pane e una scatoletta di formaggio. Altri soldati nel frattempo si sono avvicinati, mi offrono birra; dimostrano una cordialità veramente inattesa. Non capisco quasi nulla di quello che mi dicono, ma i loro atteggiamenti esprimono tutto quello di cui in questo momento ho bisogno: un po’ di calore umano. Mi addormento seduto sullo sgabello nel corridoio e poco dopo ( 2 / 3 / 4 ore ? ) mi svegliano. “ Get ready . Next stop is Rome..... Good luck ! “. Stringo alcune mani, mi danno un sacchetto che contiene due filoni di pane bianco, tre pacchetti di sigarette, una bottiglia di birra. Mi vogliono dare del denaro che rifiuto. Ho le lacrime agli occhi, sono commosso, ma riesco a trattenermi. Il treno si è fermato fuori dalla stazione e dopo pochi minuti riparte. Sono solo in piedi, in mezzo ai binari. Per la prima volta piango.

UN TRENO RISERVATO

alle truppe alleate si ferma. Lo tengo d'occhio e dopo circa mezz’ora riparte. Sono le ore 23.00 e decido di tentare. Lo rincorro e, anche se ostacolato dalla mia valigetta di legno e dal sacco, riesco a salire sull’ultimo vagone; mi chiudo nella toilette. Bussano, ma io non rispondo, esco solo quando il treno aumenta la velocità. Un soldato inglese con la mano nella patta dei pantaloni slacciati, entra furioso. Quando esce mi chiede “tu tagliano ?” rispondo affermativamente. Mi dà uno schiaffone
( la sua mano, mi sembra grande come un badile ) che mi scaraventa nello scalino della porta d‘uscita del vagone. In posizione fetale, non mi muovo e non rispondo alle sue invettive.
Siamo ad Orte, poche decine di chilometri dopo Roma; il treno rallenta e si ferma. Arriva un M.P. (Military Police) urla parole incomprensibili, ma il suo gesticolare e le espressioni del suo volto sono inequivocabili; non mi alzo da terra, anche per evitare un probabile calcione, in ginocchio apro la porta e mi lascio scivolare sul marciapiede. Sono le quattro del mattino e c’è un traffico intenso di treni affollati di truppe alleate; alcune carrozze possono ospitare anche i civili, ma è impossibile salirvi, sono prese d' assalto. Dopo un paio di tentativi rinuncio e decido di attendere un altro treno. Trascorro la notte in un sotterraneo della stazione al caldo su una branda con coperte, non ci sono docce e tanto meno acqua calda, ma dopo tanti giorni dormo bene; anche i pidocchi, mi sembra, si sono presi una vacanza.
La Polizia Ferroviaria non consente a nessun italiano di salire sui treni riservati ai militari alleati. Annunciano una “tradotta” in partenza alle 22.00. Passa un treno merci con una decina di vagoni scoperti, è gremito all’inverosimile da ex prigionieri e civili. Sembra il tetto di quei treni affollatissimi che ho visto in India.
Rinuncio al piatto caldo perché è impossibile avvicinarsi al pentolone del rancio a causa dei tanti civili che fanno la coda.. Dopo alcune ore un altro treno merci rallenta, lo prendo al volo. I vagoni sono chiusi, ma riesco a sistemarmi nella cabina del frenatore in un pianale senza sponde. Arrivo a Firenze quasi congelato. Su un altro marciapiede è in sosta un treno “riservato alle truppe alleate” diretto al Brennero, la porta dell' ultimo vagone è aperta, salgo e mi chiudo nella toilette; quando parte esco e constato che l’intero vagone è riscaldato ed è completamente vuoto, mi sdraio sul pavimento fra due sedili, non solo per non sporcarli, ma anche perché sotto i sedili c’è il radiatore che riscalda lo scompartimento
Mi sveglia un calcio replicato varie volte con rabbia. È un sergente italiano della Polizia Ferroviaria. Tento di dirgli chi sono ed egli mi dà uno schiaffo in pieno viso; inferocito mi avvento contro di lui, lo abbraccio, è molto più robusto di me, lo graffio con rabbia in viso e riesco a mordergli un dito; lui urla, sento il sapore dolciastro del sangue in bocca, ma non lascio la presa; ho perso completamente il controllo. Alcuni ufficiali inglesi ci separano e lui mi mette le manette.
A Bologna mi accompagna, ammanettato,al posto di Polizia. Al Maresciallo dei Carabinieri dice che io l’ ho insultato ed aggredito, mostra il dito fasciato ed un paio di cerotti sul viso. Io non parlo, anche se perdo sangue dal naso; sono veramente soddisfatto. Sono contento, anche perché vedo che il poliziotto si sta grattando sotto il collo della camicia e sotto le ascelle; credo proprio di avergli trasmesso qualche famigliola di pidocchi.
Quando rimango solo con il Maresciallo racconto il mio avventuroso viaggio; il sottufficiale non fa commenti e mi chiude in una stanza, riscaldata. Poco dopo un Carabiniere mi porta una buona minestra calda, pane, spezzatino di carne al sugo e sorridendo dice: “Questa branda è tutta per te, fra tre ore c’è un treno per Parma. Non preoccuparti, provvederò io a svegliarti”.
Arrivo a Parma alle ventitre. Il Centro di Ristoro è funzionante ed accogliente. Una anziana signora mi avvicina e dice: “Cosa vuoi ? tagliatelle o tortellini ? … “ la interrompo: “no grazie. Ho freddo e desidero solo dormire”. Mi sistema in una poltrona sgangherata vicino alla stufa, mi da una coperta e mi accarezza più volte il viso. Verso le due del mattino sento un brusio intenso che in breve diventa un baccano infernale. È in arrivo un treno per Verona; civili, militari, ex prigionieri lo prendono d‘assalto. Intervengono i Carabinieri che riportano l’ordine; io rimango a terra. Parto, nel pomeriggio, da Parma per Verona con un treno merci, ospita un centinaio di ex prigionieri. Mi unisco a due bresciani miei vicini di casa a Brescia, sono ben vestiti: giacche e pantaloni militari ed un confortevole cappotto, rientrano dall’Egitto.
Non mangio da ieri, anche loro sono affamati, comunque hanno un fiasco di vino che si rivela quanto mai provvidenziale per combattere il freddo gelido. Ci sistemiamo nella solita cabina del frenatore avvolti dal nevischio all’aperto; generosamente i due mi stringono in mezzo a loro e mi proteggono dal gelo con i loro cappotti. Alle quattro del mattino arriviamo a Verona, sono ormai vicinissimo a casa e decido di non approfittare dell’ospitalità dell’efficiente Centro Militare di ristoro. È in partenza un treno per Milano. Dopo un “dibattito” violento con un ferroviere che non vuole farmi salire senza biglietto, grazie anche all’energico intervento in mia difesa dei due amici bresciani (loro si fermano a Verona) riesco a salire sul treno.

ALLE SEI SCENDO ALLA STAZIONE DI BRESCIA,


vado al posto di ristoro, non c’è nessuno, solo una suora affettuosissima; mi fa sedere vicino ad una stufa che emana un delizioso tepore, mi porta caffelatte bollente, pane per una maxi zuppa e mi fa pregare con lei. Non posso avvisare la mamma del mio arrivo, il telefono (e la vasca da bagno) allora erano un lusso riservato a poche persone. Nel piazzale della stazione osservo le macerie degli edifici ammucchiate ai lati del piazzale. La testimonianza dei bombardamenti è ben visibile ai lati delle strade: in Corso Martiri della Libertà, all’incrocio di Corso Palestro ed in Piazza Rovetta. Nel mio quartiere, fortunatamente non c’è traccia di bombardamenti.
Arrivo in Via Elia Capriolo, salgo le scale, la porta è solo accostata, busso e sussurro “mamma ” . Un abbraccio interminabile.



PRIGIONIERI DI GUERRA
SI VA IN INDIA



PRIGIONIERI di GUERRA

Dopo due anni di guerra in Albania, Grecia e ad El Alamein e quattro anni da prigioniero di guerra, al mio ritorno in Italia ho recuperato su un polveroso scaffale in cantina un quaderno dove, durante e subito dopo il mio ritorno in Patria, ho scritto il mio diario di quegli anni.

Qui di seguito, così come li ho fissati, oltre settant’anni fa su un foglio di carta, trascrivo gli avvenimenti riferiti ad alcuni episodi dell’

ULTIMO PERIODO di PRIGIONIA
NATALE 1944


San Giovanni d’Acri
Il complesso nel quale presteremo la nostra attività sorge sulla riva del mare ed è formato da gruppi di baracche in mezzo al verde. Siamo a meno di un chilometro dalla cittadina fondata dai Crociati e diventata successivamente con la conquista di Gerusalemme, capitale del Regno Crociato. Dalla finestra della mia baracca vedo le mura, il forte della città, il quartiere dei Cavalieri di Malta e la magnifica spiaggia.

In una grande Caserma per Allievi Ufficiali, unitamente a soldati inglesi, una cinquantina di italiani collabora alla gestione dei servizi del Campo. Sulla spallina destra della camicia un nastrino in campo bianco è scritto in rosso “ITALY”.

Siamo una decina, liberi da impegni di lavoro e assistiamo al rito religioso celebrato da un sacerdote protestante. Dopo la cerimonia ci appartiamo nella nostra baracca. Ascoltiamo gli schiamazzi ed i canti dei britannici che festeggiano il Santo Natale con il tradizionale, anche per loro, cenone natalizio. Ci guardiamo l’uno con l‘altro in silenzio, ascoltiamo la radio e attendiamo il ritorno dei nostri compagni occupati nelle mense; dopo mezzanotte arrivano con arrosti, dolciumi, bottiglie di vino e di birra.
I nostri due cuochi hanno confezionato, un menù eccezionale, ma nessuno mangia, nessuno sorride, nessuno parla. Nel salone-ritrovo, da noi volutamente tenuto semibuio, un napoletano inizia a cantare “Marechiaro”, risponde un milanese con “Oh mia bela madunina”, continuano gli alpini con “il Capitano comandante la Compagnia ”, il “ ta-pum, ta-pum, ta-pum” il coro del “ Nabucco”….. commozione, qualche furtiva lacrima.

Sono lontano da casa da tanto tempo (è il quarto Natale dal 1940) e comincio ad immaginare le difficoltà che dovrò affrontare al mio ritorno in Patria. Un fatto mi è ben chiaro, in Italia non userò la macchina da scrivere e tanto meno coordinerò le presenze al
lavoro di camerieri, cuochi e giardinieri ecc., e nemmeno farò l‘apprendista interprete; tornerò in Italia augurandomi di trovare, in tempi brevi, lavoro in qualche officina meccanica.

Quando devo accompagnare all’Ospedale Militare di HAIFA coloro che necessitano di visite specialistiche il pass mi consente di chiedere l’autostop a tutti i mezzi inglesi.

Ne parlo con Najib Tual (un ufficiale inglese con il quale collaboro) e, tramite lui dico del mio desiderio ad un altro ufficiale che mi saluta sempre con cordialità. È innamorato dell‘Italia e quando può mi chiede di Firenze, di Venezia, di Roma e del suo desiderio, dopo la guerra, di fare un viaggio in Italia con la sua famiglia. Dopo una settimana, grazie al suo intervento ed a quello di Najib Tual il quale, anche se dispiaciuto, ha validamente sostenuto la mia richiesta, sono trasferito in una caserma di soldati inglesi a Rishon Le Zyon e poi a Tel Aviv in riva al mare.
Lavoro con altri sette italiani in un’officina meccanica su tre turni di otto ore. Il turno per noi italiani è sempre fisso, dalle 13 alle 21, mentre i due turni inglesi si alternano nelle altre 16 ore. Il lavoro consiste nella manutenzione di materiale ferroviario e, con il nostro arrivo, anche della produzione di pezzi di ricambio. I miei nuovi compagni di lavoro sono operai molto capaci e non c’è problema che venga risolto senza chiedere la nostra partecipazione.
Alla domenica possiamo muoverci liberamente. Incontriamo i giovani ebrei i quali vivono serenamente una vita di grandi sacrifici. Qualche volta prendiamo l‘autobus e con loro passeggiamo liberamente per i vicoli della Medina di Jaffa e per le strade di Tel-Aviv; oppure facciamo il bagno sulla spiaggia che si vede a circa 500 metri dal nostro alloggio. Attendiamo tranquilli il giorno del nostro ritorno in Patria


In spiaggia a Tel Aviv: da sinistra i paracadutisti bresciani: Filippini (Bagnolo Mella), Bugatti Lumezzane, Compagnoni (Brescia), Senna di S. Genesio (Pavia)

Marzo 1945
È domenica e stiamo avviandoci verso la spiaggia dove trascorreremo la giornata. Un ufficiale inglese ci ferma e dice:“ ho una notizia importante per voi ”.
Ci legge un Ordine di servizio che prevede il nostro trasferimento in Egitto.
Salutiamo gli amici inglesi e prepariamo il nostro sacco. Mi porto gli indumenti (nuovi) che ho acquistato in un magazzino militare, i miei libretti (Essential English) le mie poche cose ( il guscio di una tartaruga e di un granchio gigante ) la gavetta, le posate ed una coperta perché in Egitto, non troverò sicuramente una situazione simile a quella che sto per lasciare.
A bordo di un autocarro partiamo per la nuova destinazione. Passiamo da Gaza e rientriamo in Egitto. Attraversiamo il deserto del Sinai ed a notte fonda ci rendiamo conto di essere ritornati al Campo 308.
In un recinto del Campo con circa un centinaio di altri “cobelligeranti ” siamo in attesa di conoscere la prossima destinazione. Gli anziani prigionieri che incontro fuori dalla gabbia quando vado a fare la “spesa viveri”, mi dicono che siamo fortunati perché andremo in Italia ( a Napoli ) per lavorare nei cantieri navali.

Dopo una settimana, presentato da un R.S.M. ascoltiamo in piedi ben allineati e coperti così come vuole la rigida disciplina dell‘Esercito britannico un Colonnello che esordisce dicendo. “ tutti sedere terra,” ci guarda sorridendo e dice: “mi odiate tutti? ; riceve,un inaspettato applauso. Un po’ sorpreso continua a parlare - a braccio - in un “italiano“ incomprensibile; forse vuol elogiare la nostra decisione, forse la nostra capacità di lavoro; solo alla fine del discorso quando un ufficiale gli porge un foglio che egli legge, riusciamo a capirlo. ” ..….d’intesa con il Governo italiano la vostra destinazione è l’India …“
Urla, proteste, richieste di esonero per gli ammogliati con e senza figli, non dovrebbero partire quelli delle classi 1916 e 1917 ( sono ininterrottamente in servizio dal 1939 ).
Gli inglesi sollecitano la presentazione di domande di esonero, devono essere corredate dalla descrizione di dettagliati motivi familiari. Gli inglesi raccolgono tutto, ascoltano con interesse, ma non danno alcuna risposta né lasciano filtrare la minima indiscrezione.

Per quanto mi riguarda io non me la prendo più di tanto. Vedrò un grande ed esotico paese: l‘India. Trascorrono due settimane e finalmente si parte
Siamo 150 metalmeccanici provenienti da vari Campi . Un breve tratto in autocarro e poi in treno. Alcuni soldati inglesi che ci accompagnano dicono: “ se il treno va verso Porto Said ( Mar Mediterraneo) andrete in Italia, se invece si dirige a Sud (Mar Rosso) mettetevi il cuore in pace perché andrete in India”. Siamo tutti affacciati ai finestrini e leggiamo ripetutamente sugli indicatori stradali “ Ismailia “. La posizione del sole ci dice che stiamo andando a nord. Sembra proprio vero. Andremo in Italia.
Il convoglio arriva a Porto Said. Dalla stazione ferroviaria, carichi del nostro fagotto, marciamo ordinati e sorridenti, verso una grande nave all’ancora. Saliamo su uno zatterone che si avvicina alla nave, iniziamo la salita arrampicandoci sulle scale di corda che penzolano dal ponte.

I soldati inglesi dall’alto lanciano monetine sulla zattera e non riusciamo a capire il motivo degli insulti che ci rivolgono a squarciagola. Io sono nel mezzo del gruppo che si sta arrampicando; sul ponte è iniziata una rissa furibonda, la tensione ed il risentimento contro gli inglesi si sono accresciuti. Quando anch’io arrivo sulla nave mi butto, armato della mia gavetta, mi lancio nella mischia. Arrivano una ventina di M.P.( Military Police i quali, senza alcuna distinzione fra noi ed i loro commilitoni, distribuiscono manganellate ai protagonisti della battaglia. Gli inglesi si ritirano e noi veniamo convogliati nei posti che ci hanno assegnato. Hanno chiuso le uscite e per tutto il pomeriggio e la notte nessuno si fa vivo. Nemmeno per darci da mangiare e bere.
La nave parte, dagli oblò al pelo dell‘acqua ( siamo chiusi nella sottocoperta ) vediamo scorrere le pareti del Canale di Suez. Nascono i primi dubbi. Al mattino la conferma: ci stiamo avvicinando ai laghi salati dove vediamo ancorate due grosse navi da guerra italiane ( sono lì bloccate sin dall‘inizio della guerra ).
A destra ed a sinistra sulle rive del Canale ammiro il paesaggio: dune, palme, campi coltivati, casupole, qualche capra e tanti bambini. Arriviamo in mare aperto. Ora siamo liberi di salire sul ponte della nave. Con comprensibile piacere siamo passati dal tanfo della stiva all‘aria frizzante del mar Rosso.

Le proteste sono inutili: andiamo in India.
La guerra continua contro il Giappone e noi … siamo cobelligeranti.

“ Napoli è occupata dagli americani; gli alleati combattono a Cassino e con loro, combatte contro le truppe tedesche, un reparto dell’Esercito italiano, circa 4.000 uomini.

Il Mar Mediterraneo è ormai lontano. La speranza di andare in Italia è svanita Alcuni dei nostri piangono. Un sottufficiale inglese mi consegna un tesserino del quale, qui di seguito ne riproduco copia.
Un gruppetto di giovanissimi soldati inglesi provenienti dall’Inghilterra, chiamati alle armi da pochi mesi, ci avvicina ed inizia subito un dialogo. I motivi della rissa al momento dell’imbarco sono immediatamente chiariti. Non si capisce da chi e perché ai nostri compagni di viaggio, più di un migliaio, era stato detto che noi eravamo soldati italiani “mercenari”.

Il giorno dopo con Guffanti uno dei componenti la mia squadra e cinque giovanissimi londinesi, formiamo un gruppo con il quale trascorriamo in allegria ed amicizia i lunghi giorni di navigazione. Gli amici inglesi concordano con noi nel deplorare la spregiudicata scorrettezza commessa sulla nostra pelle dai Governi Italiano e Britannico.
Con le reclute inglesi parliamo delle atrocità della guerra e delle vicende personali vissute in Albania, in Grecia, in Libia ed in Egitto, delle nostre famiglie e della speranza di ritornare presto in pace alle nostre case.



Febbraio 1945

In Europa la guerra è finita, Berlino è caduta ed a Milano il 25 aprile il CLNAI (corpo di liberazione nazionale alta Italia) ha assunto i poteri civili e militari.

Lasciamo il Canale e passiamo davanti alla statua di Lessep, il realizzatore del Canale di Suez progettato dall‘italiano ing. Negrelli. Siamo usciti dalla incredibile e stupefacente autostrada liquida seguendo la scia di un convoglio eterogeneo di navi. Sono sul ponte di prua con gli amici e guardiamo emozionati le prime onde del Mar Rosso frangersi sotto la prua della nostra nave.
Nel Porto di Aden la nave si ferma per due giorni. Imbarca altre truppe ed effettua i rifornimenti necessari per la traversata. Al mattino mi sveglia l‘aumento del rombo dei motori, (ron-ron) un rimbombo che mi seguirà per tutta la traversata.
Un fischio prolungato di saluto e la grande nave affronta il mare aperto; attraverseremo l‘Oceano Indiano. Siamo diretti in India a Bombay.

Con il gruppetto degli inglesi sono rimasto sul ponte ad ammirare il tramonto e l‘orario della cena è stato abbondantemente superato. Per il notevole ritardo dobbiamo saltare il pasto. Torniamo sul ponte e siamo affascinati da un nuovo grandioso spettacolo.
La volta celeste è punteggiata da innumerabili stelle, la luna sembra a portata di mano ed illumina ogni angolo della nave. La nostalgia di casa nostra ci prende e cantiamo; altri inglesi si uniscono a noi. Portano birra.

Bombay.

Siamo entrati nella baia, due grandi navi da guerra inglesi sono attorniate da nugoli di barche e barchette con a bordo uomini praticamente nudi, che attendono che i marinai lancino loro qualcosa da mangiare. Sulla banchina del porto si muove freneticamente una moltitudine di ombre. Non sembrano esseri umani; sono controllati e spronati al lavoro da uomini vestiti di bianco. Inizia lo sbarco.

Arriviamo in una caserma, situata in un popoloso quartiere; ospita marinai, avieri, soldati appartenenti alle varie specialità dell' esercito britannico. Con altri italiani sono sistemato, insieme agli inglesi, in un ampio stanzone con brande fornite di lenzuola e coperte. La pulizia dei servizi igienici è ottima ed il rancio altrettanto.
Gli italiani che lavorano alla mensa sono stati catturati in Libia nel 1940-1941. Raccontano di aver trovato una situazione infernale. Non esistevano baracche, c’erano solo capanne; il tetto di lamiera metallica di giorno si arroventava, l’acqua da bere - di colore rossastro - provocava dissenterie gravi ed infine il terreno paludoso era infestato da numerosissimi topolini piccolissimi e da scorpioni giganti, senza contare l’afflusso dei serpenti in occasione delle piogge.
“Oggi - afferma il prigioniero anziano che coordina il lavoro delle cucine - ci troviamo in un vero paradiso; dovrete solo fare attenzione agli sciami di corvi i quali, durante il percorso ( 100 metri ) che separano la cucina dalla sala mensa, puntualmente, all’ora dei pasti, sorvolano numerosissimi il Campo e, con picchiate velocissime agguantano dai piatti il cibo senza nemmeno sfiorare il piatto ..”.

Siamo rimasti in ventidue, salutiamo con un arrivederci gli altri italiani che lasciano la caserma in quanto assegnati ad altri reparti. Trascorriamo nel più completo ozio circa quindici giorni. Nessuno ci avvicina e nessuno dice a quali compiti saremo assegnati.

6 agosto 1945

I soldati britannici sono impegnatissimi in dure marce e attività militari varie. Assistiamo ad un momento di intensa attività per gli inglesi noi, ancora una volta, siamo ignorati.
I nostri amici dicono che siamo vicini ad una zona che potrebbe diventare “Theater of operations.”
Una notte mi svegliano schiamazzi, spari isolati e raffiche di mitragliatrice. I “nostri alleati” sono quasi tutti ubriachi. Nella mia tenda arrivano quegli amici inglesi conosciuti sulla nave, con una cassetta di bottiglie di birra. Billy, uno scozzese simpaticissimo, mi abbraccia e dice: “le fortezze volanti americane, ( 6 agosto ) hanno lanciato la bomba atomica su una città del Giappone. La guerra è praticamente finita.”
Ci uniamo alla festa, alle abbondanti libagioni degli amici inglesi ,,, “
Il giornale del campo riporta i risultati di un torneo di calcio. Io ero nel campo 12.
Nel Campo di Bairagarh cinque giovani inglesi conosciuti sulla nave mi scrissero quanto segue (allego anche la traduzione in italiano):


Parlando di P.O.W. non posso non ricordare un caro amico che era con me in Palestina, il bresciano 0ttorino Pagani (la notte del 23 ottobre 1942, ”servente al pezzo- - rifiutò di collaborare con gli Alleati.
Meno di un anno dopo il suo ritorno in Italia fu dichiarato inabile e ci lasciò. La causa della morte: il trattamento ai limiti dell’umanità ricevuto dagli inglesi al Criminal Camp n° 305.
Voglio ricordarlo con l’amarezza di non essere riuscito a convincerlo a rimanere con noi.
----


Il Leone Compagnoni ci ha pregato di ri-aggiungere al suo articolo uno stralcio del discorso che Napolitano tenne a El Alamein qualche anno orsono.

Eseguiamo l'ordine:



Non mi stancherò mai di ripetere l’auspicio pronunciato dal Presidente della Repubblica ad El Alamein il 25 ottobre 2008 presente il Ministro della Difesa:

“… rendiamo dunque omaggio alle virtù morali e alle straordinarie doti di coraggio di cui decine di migliaia di uomini diedero incontestabile prova. Tutti furono guidati dal sentimento nazionale e dall’amor di Patria, per diverse e non comparabili che fossero le ragioni invocate dai Governi che si contrapponevano su tutti i fronti nel secondo conflitto mondiale.

Fu una sconfitta che non avrebbe gettato alcuna ombra sui valori di lealtà e di eroismo dei combattenti italiani e tedeschi, ma che fu dovuta - non solo - ad El Alamein, alla soverchiante superiorità di uomini e di mezzi dell’opposto schieramento, ma alla storica insostenibilità delle ragioni delle motivazioni e degli obiettivi dell’impresa bellica nazi-fascista.

Tutto questo è oggi e da un pezzo, alle nostre spalle: ma non va dimenticato. Ed è giusto dire che i veri sconfitti – anche sulle sabbie di El Alamein – furono i disegni di aggressione e di dominio fondati perfino su dottrine di aberrante superiorità razziale….”




 
 
 
 
 
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IL NOSTRO RICORDO DEL CAPITANO INCURSORE PARACADUTISTA ROMANI
Giovedì, 23 Settembre 2010


UN ALTRO 17 SETTEMBRE DA RICORDARE CON DOLORE
Sabato, 18 Settembre 2010


di Walter Amatobene

ROMA- Alle 1030 del 17 Settembre 2010 ero nei corridoi dello Stato Maggiore dell'Esercito per incontrare il colonnello Centritto, capo dell'Ufficio Informazione dell'Esercito e con lui andare al COI per una visita di cortesia ai numerosi paracadutisti che ci lavorano.

Poi la notizia: due incursori della Folgore sono stati feriti durante una operazione della Task Force 45. Assai grave uno, meno l'altro. Per entrambi iniziano le rapide procedure "MEDEVAC". L'ufficiale più colpito subisce una lunga operazione che dura qualche ora. Il proiettile entrato dalla spalla ha danneggiato organi interni.

L'incontro cordiale con il Generale CASTELLANO prima, e con il Colonnello Toscani subito dopo, è ogni tanto interrotto da telefonate e messaggi. Quelli che arrivano al colonnello Toscani, dell'Ufficio Operazioni, sono via via più allarmanti.Il grande schermo della sala operativa mostra un ingrandimento dell'area dove è avvenuto il conflitto a fuoco.

Sono di troppo. Per non intralciare il suo,il loro lavoro, capisco che è venuto il momento di lasciare il Coi.

Il Colonnello Toscani mi saluta alle 15. In cuor mio mi auguro di non dover tornare in argomento su quanto accaduto la mattina, se non per conoscere la data del loro rientro in Ospedale italiano, per continuare le cure.

E' il Coi - con la sua sala operativa 24/24- l "imbuto" al quale confluiscono come sempre le informazioni che vengono successivamente diramate alla catena gerarchica. Sarà proprio il colonnello Toscani a ricevere per primo quelle più brutte. Da alcune mezze frasi che sento dalla sala dove sono stato ricevuto, intuisco che i feriti potrebbero passare da Ramstein, ospedale militare americano, per proseguire cure e stabilizzazione, come in altri casi è successo, prima del rientro in Italia. Buon segno.

Il meccanismo del Centro Operativo Interforze è (purtroppo) rodato: soprattutto quando le notizie sono "cattive", corrono alla velocità della luce.Una tragica ma indispensabile efficienza.

Sono le 16 e 30 mentre rientro allo SME. So che il Colonnello Toscani avrebbe continuato le procedure insieme ai colleghi che al Coi avranno il compito di riportare a casa i feriti.

Appena entrato nel suo ufficio, capisco che c'è un aggravamento e lascio il Colonnello Centritto, che si incontra riservatamente con il Colonnello Dechigi, suo vice, per seguire gli sviluppi. Quando la porta si riapre, dal suo sguardo tristissimo capisco che il peggio è accaduto: è deceduto l'Ufficiale della Folgore ferito gravemente. Sono da poco passate le 17. Il lungo corridoio si azzittische. I volti si fanno tutti scuri.

Lascio il palazzo dello SME cogliendo gli sguardi pensierosi di ognuno dei militari che incontro e saluto.
Un altro Militare italiano, un altro Paracadutista,il nono in 12 mesi, è caduto in servizio.

Non riesco a pensare ad altro. Annullo ogni altro appuntamento. Ancora una volta ho la terribile sensazione che ai Paracadutisti, allo staff di redazione, a chi sta scrivendo, a tutti noi e ai Colleghi di ogni Arma e Specialità sia morto un Fratello. Quello che ho visto e che ho sentito subito dopo la notizia della morte del loro collega, mi ha commosso. Bersaglieri, Cavalieri,Paracadutisti, Carabinieri, Fanti: una unica famiglia, in quel palazzo di via XX Settembre.

Proprio oggi alla Caserma Bandini di Siena la Madonna di Fatima aveva ricevuto le preghiere in ricordo dei Baschi Amaranto che nel 2009 avevano subito la stessa sorte dell'Ufficiale incursore della Folgore Romani caduto sul campo oggi.

Dio vuole con sè i Figli migliori.
Un altro 17 Settembre da ricordare con dolore.




 
 
 
 
 
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UNIVERSITA' DI PADOVA: EL ALAMEIN PROJECT. UNA RELAZIONE SULLE RIPRESE AERRE DEL 1942/AGOSTO
Venerdì, 17 Settembre 2010


TRADUZIONE DI UN LAVORO DEL PROFESSOR BONDESAN SCRITTO IN LINGUA INGLESE SULLA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN :LA RICOGNIZONE AEREA DELL'ASSE NELLA BATTAGLIA DI HALAM ALFA AGOSTO-SETTEMBRE 1942

Il 31 agosto Rommel aveva iniziato un secondo tentativo di spezzare le difese nemiche (conosciuto anche come la battaglia di Alam
Halfa), con la spinta principale svolta dalle divisioni corazzate italiane e tedesche, cercando di nuovo di accerchiare a sud delle linee inglesi.

Il Gen. Montgomery (che aveva sostituito il generale Auchinleck come comandante in capo della VIII Armata britannica) ha immediatamente reagito.

Ne seguì una battaglia forte per il resto della giornata, senza una parte prevalente sull' altra. Nei giorni successivi, la lotta continuò, ma il fronte era sempre più frammentato in diversi settori. La forte reazione inglese e la mancanza di risultati (e di combustibile), ed anche una visione incerta della situazione,
costrinsero Rommel a ritirarsi sulle posizioni di partenza.

La seconda battaglia di El Alamein è stata l'ultima possibilità di Rommel - anche se durata pochissimo - che finì con perdite importanti e l'indebolimento definitivo delle Forze dell'Asse.

Un volo di ricognizione militare fu eseguito il 24 agosto 1942 dalla Aeronautica Militare italiana al fine di ottenere nuove
informazioni sulla concentrazione di truppe e veicoli e la distribuzione dei campi minati inglesi, prima dell'inizio del
l'Asse anticipato in precedenza prevista per il 26.

Il volo rscattò 210 fotografie aeree scattate da una speciale
dispositivo fotografico composto da tre camere separate, ottenendo una striscia tripla antenna lungo la linea di volo.

La missione è stata compiuta da un aereo speciale, un Cant Z 107bis appartenenti al 191 mq. B.T., 86a Gruppo B.T.,35o Stormo. Probabilmente era un aereo speciale dell'Istituto Luce / Reparto Fotocinematografico.
Gli scatti sono iniziati da El Moghra Laghi in direzione nord: purtroppo, la mancanza di strumenti di navigazione e la bassa
visibilità hanno indotto in inganno il pilotache si è diretto a nord-est. Manca quindi una parte del fronte britannico. Più tardi, dopo aver raggiunto il Mediterraneo, virò a sud, coprendo la parte settentrionale e centrale del fronte, dalla finestra di El Alamein a Deir El Munnassib.

La parte meridionale non è stata presa perchè aveva ormai consumato tutta la pellicola
L'area mancante era quella attraversata dalle divisioni italiana e tedesca durante il " raid dei 6 giorni", dove l'Asse ha incontrato le forze inglesi che aspettavano l'avanzata e dove ottengono si sono imbattuti in campi minati solo parzialmente conosciuti.
Le foto aeree sono state scannerizzate presso l'Ufficio Storico del Comando Generale dell'Aeronautica Militare italiana (USSMA), poi georeferenziate e collimata con punti di controllo e incrociando i dati con quelli del "quickbird". Le fotografie mostrano migliaia di veicoli, postazioni di artiglieria, depositi, campi minati e filo spinato, le trace dei veicoli e i depositi dei famosi manichini usati per ingannare il nemico.

Questa raccolta rappresenta un documento unico del campo di Battaglia di El Alamein e dà nuova luce sulle cause della sconfitta di Rommel, dimostrando la mancanza di una corretta informazione sul
terreno battaglia prima dello scontro di Alam Halfa. Fattori che, uniti alla penutria di carburante, la superiorità aerea e della intelligence britannica (Decription Enigma), è stata una delle cause principali del fallimento.

Inoltre, il mosaico aereo ci ha offerto l'opportunità di ricostruire l'ambiente costiero e del deserto e territorializzazione evidenziando i cambiamenti avvenuti negli ultimi 67 anni.

Sotto:dall'alto vero il basso

Foto 1: Stazione di El Alamein con depositi inglesi e veicoli sparsi (sono i "puntini" neri)
Foto 2: Batterie di artigilieria inglesi e raggruppamento di veicoli
Foto 3: Battierie di artiglieria inglesi, piste e campi minati
Foto 4: Batterie di artiglieria inglesi e piste








 
 
 
 
 
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SPECIALE EL ALAMEIN PROJECT
Martedì, 31 Agosto 2010


SPECIALE SULLE MISSIONI DELL'EL ALAMEIN PROJECT

CLICCATE QUI

 
 
 
 
 
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IN MOMORIA DEI PARACADUTISTI DI TAKROUNA
Sabato, 14 Agosto 2010



COMMEMORAZIONE ALLA STELE DI TAKROUNA
ANNO 2010


Takrouna (Tunisia), un villaggio berbero in cima ad una rocca rocciosa che si erge ripida sulla pianura di Enfidaville, che nell’aprile del 1943 costituiva una formidabile posizione difensiva per le Forze Italo-Tedesche incalzate da sud da quelle inglesi.
Il 19 aprile il 28° Btg Maori della 9° Br. neozelandese, al costo di gravissime perdite, apriva un varco tra le casupole del villaggio, conquistando la vetta e sistemandosi a difesa della posizione.

Il Comando italiano disponeva un immediato contrattacco con un reparto di Granatieri di Sardegna che si batteva valorosamente senza però riuscire a conquistare la posizione fortemente difesa dal nemico.
La missione veniva così affidata ai superstiti del 285° Btg “Folgore”, inquadrati nel 66° Rgt. Fanteria “Trieste”, schierato alcuni Km. a nord di Takrouna.

Erano sopravvissuti circa 180 paracadutisti inquadrati in due compagnie, comandate rispettivamente dal Ten. Rolando Giampaolo e dal Ten. Orciuolo che, reduci della battaglia di El Alamein, avevano continuato a combattere lungo circa 2000 Km di deserto in una manovra in ritirata dall’Egitto fino in Tunisia.

La riconquista di Takrouna era così passata ai paracadutisti che, fiaccati nel fisico per l’estenuante impari lotta affrontata tutti i giorni e nel morale per la perdita di un gran numero di commilitoni (gli ultimi a Wadi Akarit sul fronte del Mareth nei mesi di marzo-aprile), raccoglievano tutte le loro forze e tutto il loro orgoglio per affrontare l’ultima possibilità di dimostrare il loro coraggio ed il loro ancora intatto spirito combattivo.

Venivano così impegnati in due giorni di duri combattimenti lungo le balze della rocca, contro i Maori neozelandesi che, ben schierati a difesa del villaggio, contrastavano l’avanzata dei paracadutisti con precisa azione di cecchinaggio.

Giunti a contatto con i Maori, i paracadutisti li affrontavano con le baionette e le bombe a mano, stanandoli casa per casa e costringendoli ad una precipitosa fuga lungo i dirupi.

Molti Maori venivano presi prigionieri e scortati nelle retrovie.
La posizione veniva mantenuta dai paracadutisti per 48 ore. Poi si scatenava il contrattacco inglese preceduto da un massiccio fuoco di artiglieria.

I paracadutisti, terminate le munizioni, in mancanza di ogni possibilità di ricevere rifornimenti, erano costretti a ripiegare, calandosi lungo una parete rocciosa. Per due giorni avevano combattuto il nemico strenuamente, avevano riconquistato Takrouna, avevano perso circa metà degli uomini, avevano dato il massimo di se stessi.

La battaglia di Takrouna fu il più importante evento bellico nel Nord Africa, dopo El Alamein, vissuto dai paracadutisti della Divisione “Folgore”. Esso fu riconosciuto con il conferimento di diverse medaglie al valore tra cui ricordiamo le Medaglie d’Argento al Ten. Rolando Giampaolo ed al S.Ten. Cesare Andreolli che andavano ad aggiungersi a quelle conferite per gli avvenimenti a Wadi Akarit al Ten. Ludovico Artusi, al S.Ten Cesare Cristoforetti, al cap. magg. Giambattista Corlazzoli ed allo stesso Ten. Rolando Giampaolo.

Per ricordare questa battaglia il giorno 24 aprile 2010 si è tenuta presso la Stele eretta ai piedi della Rocca di Takrouna, a ricordo dei paracadutisti della Divisione “Folgore” caduti nell’adempimento del loro dovere, una cerimonia commemorativa organizzata dall’Ambasciata d’Italia a Tunisi.


Erano presenti alla cerimonia l’Ambasciatore Pietro Benassi che ha tenuto un emozionante discorso commemorativo, l’Addetto Militare C.Amm. DeFelice, il T.Col. Ugo Cantoni, perfetto organizzatore della cerimonia, le Autorità locali e molti Addetti Militari delle Ambasciate dei Paesi accreditati a Tunisi con i loro familiari.

La rappresentanza giunta dall’Italia era costituita dal T.Col. Fedele Aloè del 66° Rgt. Fanteria della Br. Friuli, accompagnato da un sottufficiale ed una soldatessa, da un Nucleo di Carabinieri dell’Associazione Carabinieri in congedo, Sezione di Bobbio (PC), dal Ten (ris) Rolando Giampaolo, dal Gen.B. (aus) Salvatore Iacono, dalla S.ra Lucilla Andreolli (figlia del S.Ten: Andreolli) che hanno partecipato a titolo personale. Erano presenti anche diversi paracadutisti in congedo residenti in Tunisia fieri di indossare il loro basco amaranto.

Al discorso dell’Ambasciatore ha fatto seguito la deposizione di 4 corone: da parte dell’Ambasciata Italiana, dell’Associazione Carabinieri, del 66° Reggimento fanteria e quella di Rolando Giampaolo e Lucilla Andreolli in ricordo ed onore dei rispettivi genitori che a Takrouna hanno scritto una pagina del loro valore di soldati.

Al termine della cerimonia tutti i partecipanti sono stati invitati al ritrovo in cima alla Rocca dove la gentilissima S.ra Aida aveva preparato un rinfresco a base di prodotti tipici locali.



NOTA
La Sezione ANPd’I di Livorno ha organizzato un Soggiorno in Tunisia con cerimonia commemorativa alla Stele di Takrouna nel periodo dal 6 al 13 settembre 2010.
Per informazioni rivolgersi alla Sezione tel. 0586887552 o al suo Segretario, par. Mario Talerico cell. 3393287164 o direttamente all’Agenzia di Viaggi Filo Rosso di Livorno, tel. 0586442220

 
 
 
 
 
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UN LEONE DELLA FOLGORE INTERVIENE SUL PROGETTO EL ALAMEIN
Giovedì, 5 Agosto 2010





Brescia

Caro Walter, caro direttore,
Mi hai chiesto riflessioni e suggerimenti sul meraviglioso progetto El Alamein.


La riflessione:

ho partecipato alla recente presentazione del libro “El Alamein” del dott. Daniele Moretto e su sua richiesta il mio intervento ha concluso la serata. Il testo è pubblicato su SU PARACADUTISTI DI BRESCIA


In quella occasione l’autore ha illustrato dettagliatamente il progetto voluto dall’ANPd’I Nazionale in collaborazione con il paracadutista Walter Amatobene del sito “CONGEDATI FOLGORE”, l’Università del Cairo, l’ Università di Padova, l’Ambasciata italiana unitamente ed un gruppo di studiosi.


L’aver immaginato, non solo dal punto di vista storico-culturale e patriottico, e realizzato con entusiasmo, soprattutto con piccone, badile e carriola, il recupero di un tanto rilevante periodo della nostra Storia, non poteva che essere opera di paracadutisti coscienti di quanto si legge all’art. 2 dello Statuto Nazionale dell’ANPd’Italia:

” la glorificazione dei paracadutisti caduti nell’adempimento del loro dovere in guerra ed in pace, perpetuandone la memoria.. “

Non posso non dirti della mia amarezza per non poter far parte di uno dei gruppi di lavoro che tu ed i tuoi collaboratori avete generosamente ideato. Infatti fra pochi giorni inizierò il 90° anno di vita e non posso più utilizzare le mie gambe e le mie braccia come richiede questo impegno.
Lo spirito della Folgore e la volontà non bastano: non “pompo” più, alla seconda flessione … cado a terra, (però vado in bicicletta e guido ancora l’auto…)



Il suggerimento:


I Congedati Folgore, le Università e la rinnovata Presidenza Nazionale dell’ANPDI garantiscono certamente iniziative corredate da contributi tecnici, culturali indubbiamente adeguate.

Da parte mia azzardo un suggerimento, che illustro con un esempio che risale al 1952 (allego scan della nota dell’epoca);

nel quale, per favorire la partecipazione dei “ Folgorini “, si fa cenno a facilitazioni di viaggio, vitto, alloggio; se nel 2011 le risorse del Ministero della Difesa non lo consentissero (vedi nota in calce…) una medaglietta, un distintivo potrebbero essere apprezzati dagli ormai pochi superstiti.

L’idea non necessità di altri particolari chiarimenti.

Non è tutto, ma per ora basta così. Al mio orizzonte vedo l’anno 2011 nel giorno dell’inaugurazione della restaurata linea del fronte. Io comunque, ci sarò !!!

Ciao, arrivederci e, FOLGORE SEMPRE !!!
Paracadutista
Gino Compagnoni


LA INTERVISTA DEL LEONE GINO COMPAGNONI A "IL GIORNO"




sotto: la convocazione ai Radunisti del 1952 che riportava la promessa di rimborso spese


Gino

 
 
 
 
 
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DORINA: COMPAGNA DI UNA VITA DI EMILIO CAMOZZI
Mercoledì, 26 Maggio 2010


DORINA

Qualche ortodosso griderà indignato:"Ora anche le mogli ci propinano questi rompiballe di Reduci".Andiamoci piano, molto piano.

Oltre ad avermi sopportato per sessantacinque due anni, il che non è poco visto il carattere piuttosto irsuto che accomuna tutti i paracadutisti, ha delle qualità che la fanno meritare la qualifica di reduce. Ha accettato il mio turbolento considerare la vita , magari con il cuore in gola, qualche volta affiancandomi nelle mie non troppo facili avventure, e rincuorandomi quando mi prendeva il magone per qualcosa non riuscita. Durante i periodi di fuoco qui a Trieste la mandai a Udine con il figlioletto che ho avuto il tempo di mettere al mondo. Aveva il compito di accogliere, sistemare, e provvedere alla sistemazione ed al vitto dei feriti che riuscivamo a far fuggire da Trieste dove, dopo le prime cure nell'infermeria del carcere dovevano subire un processo che finiva sempre in una condanna. Svolse il suo compito in modo
encomiabile.
Credo quindi si sia meritata l'onore di una citazione fra di noi.


 
 
 
 
 
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IN RICORDO DI PADRE BASSO E LA STORIA DEL "BUON PARACADUTISMO" PIONIERISTICO
Mercoledì, 5 Maggio 2010


Ricordi scaturiti da una celebrazione




di Enzo Trentin


L’occasione mi viene data dalla giornata del 2 Maggio scorso, nel corso della quale si è celebrata l'inaugurazione di un piccolo monumento e l'intitolazione di una piazzetta proprio di fronte alla casa natia di Lumignano, paesino alle porte di Vicenza, ad un cappellano militare paracadutista. E questo particolare denota l’elevata sensibilità degli organizzatori dell’intera iniziativa, poiché lì vivono ancora tre fratelli di Padre Ubaldo Lino Basso. Il francescano MAVM presente ad El Alamein nelle fila della Divisione Folgore.

Più che combattere, fratel Lino si spese al fianco delle pattuglie di folgorini che operavano di notte nella terra di nessuno. I parà facevano il loro lavoro, don Lino (allora poco più che trentenne) andava alla ricerca di resti e di qualche effetto personale dei caduti da riconsegnare alle famiglie.

Domenica 2 Maggio 2010 ho partecipato ad un bellissimo evento, curato in ogni particolare dal vicentino Guido Barbierato (Consigliere nazionale per il Triveneto) a quale va non solo il mio presonale apprezzamento, e dove ha presenziato anche il Presidente nazionale Giovanni Fantini.

Commemorazione toccante.


L’oratore: Paolo Carlan non ha mancato di commuoversi, e di commuovere il folto pubblico, nel ricordare la figura del francescano.
Per scelta personale mi sono allontanato da ogni associazione, e da ogni attività sportiva oramai da quindici anni, ma avendo conosciuto personalmente padre Lino Basso ho creduto giusto non mancare. Eppoi io quel frate l'ho sempre invidiato per la serenità che emanava da ogni suo sguardo e comportamento.
La cerimonia è stata anche l’occasione per un fraterno abbraccio a tanti vecchi amici e compagni di goliardate aeree.

Per la maggior parte ci siamo riconosciuti dagli sguardi e dai sorrisi piuttosto che dalla fisionomia. I corpi, in genere, sono diventati più… “importanti”. È stato come veder scorrere una serie di seguenze di un film immaginario, nello svolgersi del quale non di rado appare la figura di fratel Lino.


È degli anni ’60, qualche anno dopo il servizio militare, il nostro peregrinare in aeroporti. A Borgo Panigale di Bologna, dove allora operavano ben due Aermacchi-Lockheed AL-60. Lì riuscivano a volare tutti: volo a motore, volo a vela, paracadustisti, aeromodellisti. Solo qualche pausa in corrispondenza dell’atterraggio o involo dei vettori civili dell’«Itavia», per poi ricominciare daccapo.

Negli stessi anni altra attività veniva svolta a Mantova, dove gli allora responsabili della sezione ANPdI s’erano impegnati nell’acquisto di un Dornier Do.27, e dove ogni mese era appuntata in bacheca la fotocopia della cambiale regolarnmente pagata, con un scritta (in idioma mantovano) fatta di pugno dell’allora Presidente, nella quale orgogliosamente si dichiarava: «Così si fa ad acquistare gli areoplani.»

Di Mantova, poi, come non ricordare la «Coppa delle nebbie» che si disputava a cavallo tra la fine di Novembre ed inizio Dicembre sancendo la chiusura invernale dell’attività.

Mai intitolazione fu più azzeccata, poiché le condizioni atmosferiche non consentivano quasi mai un volo livellato, pena il perdere di vista la ZL.

Dopo la prima edizione, dove tutti, ovviamente, cercavamo di conquistare coppe e medaglie, i più scanzonati di noi competevano per i secondi o terzi posti, poiché i premi per quei piazzamenti consistevano i prosciutti e salami offerti da un valente produttore locale.

Allora di aeroplani per l’attività paracadutistaca ce n’erano pochi. A volte di doveva telefonare il Venerdì sera alla sezione ANPdI di Bolzano per dare i nominativi di coloro che puntualmente alle ore 08,00 della Domenica successiva dovevano presentarsi alla porta dell’aeroporto alto-atesino, dove immancabilmente un “vampiro” dell’AM, lista alla mano, controllava chi poteva accedere all’impianto e chi no.

Bolzano allora era operativa con uno -e più spesso due- Cessna 172.

In quel centro aleggiava una disciplina dovuta all’autorevolezza, non all’autorità, dei vari Landi, Trettel, Panzanini. Persone che nei successivi anni ’90 verranno messe alla berlina da certa stampa come “gladiatori” appartenenti all’organizzazione stay-behind (letteralmente "stare dietro, in retroscena"). Ovviamente, a quel tempo, nessuno di noi conosceva questa loro seconda identità.

È sempre di quegli anni l’attività saltuaria di Verona. De Monti e Bauchal ottenevano in prestito un Cessna 172 da Bolzano, ed ecco una febbrile attività per recuperare i materiali dati in comodato d’uso dalla SMIPAR, e conservati presso l’aeroclub di Boscomantico.


Caricati sulle auto i paracadute ci si spostava all’aeroporto di Villafranca, dove complice la benevola accoglienza della 3^ Aerobrigata dell’AM, si poteva operare in quell’angolo dell’impianto dove oggi sorge la struttura civile del “Valerio Catullo”.

Saltuarie puntate si potevano fare all’aeroporto del Lido di Venezia, come al “Sant'Angelo” di Treviso, sempre benevolmente ospitati, o comunque tollerati, dall’AM.

Un’attività lancistica, come si può comprendere, non “regolare” né stanziale come ai giorni nostri, dove i centri sono numerosi e l’attività incessante. Non di rado si percorrevano centinaia di Km. per poi scoprire che qualche inghippo burocratico, o qualche malfunzionamento dell’ultima ora lasciava tutti a terra.

Un’attività intervallata da lanci in sagre paesane dove a volte si poteva acciappare qualche “attenzione” femminile.

Le ZL di tali feste erano invariabilmente irte di ostacoli che necessitavano di molta concentrazione per evitare incidenti che seppure non gravi avrebbero comunque rovinato la festa. Ma la nostra frenesia di superare noi stessi ed i nostri personali limiti era tale che ci saremmo lanciati anche nel cratere dello Stromboli pur di volare.

Come non rticordare i lanci in acqua a Bardolino sul lago di Garda, dove l’allora Presidente ANPdI di Bolzano: Landi, era l’unico in Italia ad utilizzare il paracadute LISI, e non di rado s’infilava direttamente in acqua a causa dell’aggrovigliarsi di fune e carrucole?

O ancora perché dimenticare la bianca chioma di fratel Lino improvvisamente affacciatasi alla porta dell’unico Fairchild C-119 (il mio), dei cinque a disposizione, che non riuscì a decollare in occasione del raduno nazionale ANPdI di Rivolto (UD) del 1968. Solo la vista del suo saio tacitò i moccoli di delusione.

Nei successivi anni ’70 che cose si stabilizzarono.

Con il “metodo mantovano”, ovvero le cambiali, anche Vicenza acquisto un Dornier Do.27 di seconda mano. E molti altri centri, acquisendo aerei e materiali diedero vita ad attività continuative, come a prestigiose gare internazionali.

Verona primeggiava in questo, e sempre più spesso fratel Lino Basso veniva prelevato dalla sua attività di guardiano al cimitero scaligero, per venire accompagnato di qua e di là dai “suoi” paracadutisti.

Si peregrinava ancora a Gorizia, Campoformido (UD), Reggio Emilia, Casale Mnonferrato (AL), Albenga (SV) o altrove per gare o attività organizzate in tutte le salse e per tutti i gusti. Mentre d’estate era d’obbligo una puntata di quel di Pavullo nel Frignano (MO), nel frattempo divenuta (per merito di “mazzabubù” alias il Cav. Mazzacurati) Scuola Nazionale ANPdI. E sempre inaspettatamente e nei luoghi più impensabili ecco venirci incontro fratel Lino con il suo sorriso sereno ed il suo caloroso saluto.


Con gli anni ’80, invece, cominciammo a peregrinare all’estero: Bled nell’odierna Slovacchia facente ancora parte della Jugoslavia. Lì s’andava per provare i velivoli di fabbricazione russa. Aerei ed elicotteri che utilizzammo più copiosamente all’Aeroklub Kraków Pobiednik Wielki in Polonia, in occasione del primo “boogie” organizzato nei paesi d’oltrecortina nel 1989. Rientranno a casa una Domenica d’Agosto, giusto in tempo per apprendere dai mezzi d’informazione delle manifestazioni in Cecoslavacchia (21 Agosto 1989), e che il governo riformista dell'Ungheria aveva aperto le frontiere (23 Agosto 1989), e un gran numero di Tedeschi dell'Est iniziò (l'11 Settembre 1989) a emigrare verso la Germania Ovest attraverso il confine ungherese con l'Austria. Alla fine di Settembre 1989, più di 30.000 tedeschi dell'est erano scappati a ovest. il 9 novembre furono anche aperti nuovi punti di passaggio attraverso il Muro di Berlino e lungo il confine con la Germania Ovest. Con il muro anche il comunismo cadde.

L’anno precedente ci si era spinti in quel di Vichy (F) per un “boogie” nel quale si utilizzò un C-130L “Hercules”, (la versione dalla fusoliera più lunga) dal quale ci si lanciava da 5.000 metri. Tuttavia, poiché era in corso un tentativo di record di Relative Work (allora si puntava ad una stella composta da 120 elementi) molti furono i lanci anche da 6.000 metri.

L’aereo imbarcava fin’anche 220 paracadutisti, e tolti i 100/120 che cercavano il record alla fine mancato, rimaneva molto spazio per formazioni nemo numerose, ma non meno impegnative.

Da terra, nell’intervallo tra un volo e l’altro, osservavamo lo spettacolo. Il C-130L nell’atmosfera afosa di Vichy s’intravvedeva a malapena in quota. I paracadustisti si potevano scorgere solo quando le formazioni cominciavano ad infoltirsi, sui 3.500 circa. E, se isolati dagli altri spettatori, si poteva percepire anche l’«urlo» che la formazione produceva nel suo avvicinarsi al suolo. Poi a circa 1.200 metri ecco le formazioni di RW sciogliersi per dai vita ad un fiolilegio di velature multicolori che si estendeva per la lunghezza di oltre 4 Km. tanto che non di rado qualcuno fmiva fuori campo, per venire riaccompagnato da automobilisti di passaggio.

Agli inizi degli anni ’90 don Lino, all’età di 81 anni ,“va avanti”.

Noi si va a curiosare in Spagna. Un “Boogie” lo si fa a cavallo dell’ultimo dell’anno a Girona, presente per allenarsi la squadra militare sportiva italiana, mentre l’estate successiva si va poco lontano di lì, ad Ampuria Brava, non mancando di fare una capatina a Barcellona per vedere alcune finali olimpiche del ’92.

In tutto questo “girotondo” non macano gli incontri piacevoli con vecchie amicizie: Philippe Leroy, Maurizio Bambini, Roberto Besutti, solo per fare tre nomi conosciuti da tutti.

Mi si scusi per i moltissimi altri non citati a causa d’una memoria sempre meno ferrea.

Nel 1995 io ho smesso tutto ciò. Mi sono ritirato in campagna come un novello Cincinnato. Scrivo di rado e, fatta salva la giornata di Domenica 2 Maggio, non vedo più gli amici d’un tempo. Ancge per questo ho trovato bella quella giornata e quegli incontri.

Quanto a fratel Ubaldo Lino Basso MAVM e cappellano militare nella Divisione Folgore operante ad El Alamein, e a tutti quelli come lui, mi sia consentito di ricordarli a mio modo con alcune delle immortali parole di Federico Garcia Lorca tratte da “Anima assente”:

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste negli ulivi.


Scrivendo, il ricordo di molti altri affiora alla mente. Persone con le quali per una lunga stagione della vita si sono cantate canzoni stonate. Parole sempre un po’ sbagliate. Gente tesa a studiare il passato per trarre insegnamenti al fine di progettare il futuro. E nel mentre facevamo ciò, trasitavamo per il presente con un occhio distratto, che non sempre ci ha consentito di cogliere l’attimo.


 
 
 
 
 
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FUMETTI SULLA FOLGORE
Mercoledì, 24 Marzo 2010



I FUMETTI SULLA FOLGORE DI EL ALAMEIN


 
 
 
 
 
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UN'ALTRA MISSIONE IDEATA E ORGANIZZATA DAL NOSTRO SITO SI CHIUDE CON UN SUCCESSO
Venerdì, 26 Febbraio 2010



MISSIONE EL ALAMEIN 2010: IL SITO WWW.CONGEDATIFOLGORE DIVENTA PROTAGONISTA DI UNA IMPRESA STORICA


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12 Paracadutisti dell’ANPD’I accompagnati da un ricercatore dell’Università di Padova a El Alamein per censire e restaurare il Fronte della Folgore.
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E’ nata una “alleanza” tra Università di Padova, Società Italiana di GEOGRAFIA E Geologia Militare , ANPDI e sito www.congedatifolgore.com, per collaborare al progetto di ricerca universitario che nasce a Padova ma che è diventato internazionale, chiamato “EL ALAMEIN PROJECT” .

El Alamein Project si occupa del censimento e della mappatura geografica e GPS dell’intera zona di Battaglia, con missioni sui luoghi dei combattimenti. L’amizioso obbiettivo è la creazione di un parco storico museale all’aperto, che protegga quei luoghi dall’avanzata petrolifera e dalla sabbia che sta cancellando le postazioni, soprattutto quelle della Folgore.

L’intervento dei paracadutisti è stato codificato in un protocollo di intesa che l’ Università di Padova e la Società Italiana di Geologia e Geografia Militare hanno sottoscritto con la presidenza dell’ANPD’I e la direzione del sito www.congedatifolgore.com . Saranno i Paracadutisti a farsi carico del censimento secondo la metodologia scientifica universitaria e del restauro del Fronte della Folgore.


I NUMERI DELLA PRIMA MISSIONE

12 Paracadutisti
1 Accompagnatore del SIGGMI
42 postazioni censite
6 postazioni importanti restaurate e rese nuovamente visibili
18 buste di reperti ( circa 70 in tutto) di interesse storico consegnati al Museo di El Alamein: dal bossolo alla scatola di cerini perfettamente conservata, al boccetto con pastiglie di chinino, sino all'ogiva inerte di artiglieria (ndr: non era di 47/32, perchè il calibro non corrispondeva e perchè ritrovato contro le postazioni italiane)
80 KMT complessivamente percorsi a piedi dalle varie pattuglie


PRIMO INTERVENTO ALLE RAMPE DI NAQB RALA – LUOGO DEL COMBATTIMENTO DEL 23 Ottobre 1942 CONTRO LEGIONARI FRANCESI E GLI INGLESI


La prima missione, dall’11 al 14 Febbraio è rientrata dopo avere passato tre notti e quattro giorni nel deserto in vista dell’ Himeimat, sulle rampe del NAQB RALA.
I Paracadutisti, divisi in 4 squadre, hanno percorso svariati chilometri a piedi, svolgendo contemporaneamente le rilevazioni e i restauri. Il professor Bondesan ha programmato Il censimento nel quadrante che includeva le postazioni del Tenente Gola ( MOVM) e del Colonnello Izzo appoggiato dal Capitano Zingales. Ogni centimetro di sabbia raccontava quei momenti terribili dei nostri Leoni, che contrattaccavano con bombe a mano e pistola, e a volte col pugnale. Sul campo è ancora altissimo il numero di bossoli, caricatori e cuffie di SRCM, le bombe a mano italiane chiamate “balilla”.


FATICA FISICA SUI LUOGHI DELLA BATTAGLIA
AI PARACADUTISTI SPETTA LA PARTE "MANUALE" DEL RESTAURO

Rilevazione e ripristino con badile, attrezzatura minuta e carriole.
Un lavoro stancante, sotto un sole a picco che sfiorava i 36 gradi a metà giornata, che ha richiesto diversi chilometri di "pattuglie" . A volte la squadra non ha individuato la buca prefissata, perchè già scomparsa sotto la sabbia.
A fine giornata è seguito un primo esame dei dati da parte del coordinatore scientifico e si è interpretata la importanza della buca, con ricostruzioni fatte sulla base di mappe storiche, testi e testimonianze dei nostri Leoni. Scelte le postazioni più importanti, sono entrate in azione le squadre di lavoro: il comando del V Battaglione e tre buche dello schieramento sul ciglio ovest della rampa sono state completamente restaurate. La più importante ha restituito numerosi piccoli reperti, dalla scatola di fiammiferi sino ad un grande frammento di lettera battuta a macchina, con frasi scherzose inviate a un paracadutista di qual comando. Ognuno di quei pezzi di storia è stato catalogato e fotografato, per la successiva consegna al Museo del Sacrario.
I paracadutisti aggiungeranno sempre alla rilevazione scientifica il ripristino della visibilità delle postazioni con un duro lavoro manuale . Si restaureranno a secco i muretti e le difese pietrose, tramite un intervento non invasivo e l’asportazione di materiale che le ostruisce. A Nabq Rala sono riusciti addirittura a restituire l'aspetto originale al comando del V Battaglione, mentre in altri, le postazioni sono tornate ordinate e visibili.

OGNI MISSIONE SARA’ COORDINATA DA UN RICERCATORE
LA PRIMA MISSIONE E’ STATA GUIDATA DAL PROFESSOR ALDINO BONDESAN, TITOLARE DEL PROGETTO

Una funzione fondamentale, quella dell'assistenza scientifica ai paracadutisti, che il professor Aldino Bondesan -ricercatore universitario, ispiratore e presidente della Società di Geografia e Geologia Militare- ha voluto ricoprire personalmente per il primo importante viaggio. Ogni missione dell’ANPDI vedrà impegnato un esperto geologo del SIGGMI o dell'Università.
Ogni paracadutista aveva ricevuto per posta una brochure illustrativa del progetto -in qualità di neo-socio del SIGGMI- e una illustrazione dell'area di studio che si sarebbe raggiunta, ricca di approfonditi riferimenti storici, per meglio inquadrare l'operazione. Semplicemente preziose le relazioni, le cartine, le foto degli armamenti in campo e le mappe storiche allegate.
Una serie di briefing -uno dei quali addirittura in volo e l'altro poco prima di andare in tenda la sera dell'arrivo- hanno illustrato ai partecipanti le modalità di approccio alle postazioni.
Ogni squadra ha ricevuto in dotazione una cartella di lavoro con schede da compilare per ogni singola buca, più alcuni oggetti necessari ai rilevamenti ( un "nord" plastificato da mostrare in ogni foto, i rapportatori a centimetri da collocare di fianco ai reperti da fotografare e classificare pure loro). Nella stessa busta hanno trovato anche la stampa plastificata della numerazione progressiva in formato gigante che da quel momento diventava il "nome" della postazione nel software anagrafico del progetto . Le squadre devono dotarsi di GPS e mauto per la compilazione (pennarello, scheda porta documenti, sacchetti trasparenti per imbustare i reperti). In ogni buca censita è stato lasciato il numero plastificato, nascosto opportunamente, perchè sia ritrovato in futuro. Da quel momento la buca esiste e sarà periodicamente visitata per verificarne lo stato.

SICUREZZA

Una particolare maniacale attenzione è stata prestata alla sicurezza dell'operazione: i movimenti dei mezzi avvenivano su piste ufficiali oppure in zone notoriamente sicure. Le operazioni di pulizia sono state sospese in alcuni casi, avendo rilevato la presenza di oggetti metallici affioranti, di grandezza sospetta e non identificabili oppure riconducibili a materiale bellico.

PIANO DI LAVORO PRECISO PER DARE SUCCESSO ALLA NOSTRA AZIONE

Ogni futura missione avverrà seguendo la scaletta e la metodologia del coordinamento scientifico. I paracadutisti svolgeranno il doppio ruolo, uno più "amministrativo" ma ugualmente faticoso ed essenziale, e l’altro “ricostruttivo”. Ecco in breve la sequanza di lavoro:
- pattuglie a piedi di individuazione, riconoscimento e classificazione delle postazioni
- compilazione dei documenti ufficiali dell'EL ALAMEIN PROJECT
- pulizia e riordino delle buche con precedenza ai Comandi. Intervento riordinativo-ricostruttivo sulle barriere di pietre poste a difesa.
- blanda o energica asportazione di materiale ( a secondo della presenza di materiali metallici) per ridare l'aspetto alla postazione, ottenuta "scopando" la base della buca, con scelta di attrezzi adeguati, livellandola e asportando sabbia e materiali non sospetti, dove possibile .
- ricognizione a piedi o con jeep di più ampi settori del fronte,al di fuori dell'area assegnata, con ricostruzione dei fatti storici sulla base dei documenti d'epoca (carte e scritti), in possesso del SIGGMI e dell'UNIVERSITA, e percorso a terra che ricalchi gli eventi.

COORDINAMENTO OPERATIVO

Ogni squadra avrà un paracadutista che diventerà "interfaccia" operativo di quello scientifico.
Al geologo ricercatore del SIGGMI o dell'università spetterà il compito di pianificare il lavoro, mentre al paracadutista quello di verificare il rispetto delle tabelle di marcia ( sveglia, lavoro, appuntamenti)controllare gli equipaggiamenti, distribuire sul terreno e controllare le squadre per far rispettare le procedure scientifiche e le norme di sicurezza inderogabili e tassative. Dovrà anche coadiuvare il capogruppo scientifico nella gestione delle importantissime schede di rilevazione di buche e reperti e aiutarlo nella loro classificazione.
Uno degli incarichi è anche quello di verificare il rispetto dei luoghi e il grado di collaborazione e capacità delle squadre, fornendo un rapporto preciso alla Presidenza ANPDI e al SITO sull'esito della missione. Non saranno gite, ma –al contrario- operazioni stancanti e con i minuti contati, dove ogni partecipante dovrà integrarsi rapidamente per non ritardare il gruppo. I giorni di missione sono stati volutamente contenuti e concentrati in GIOVEDI-VENERDI-SABATO E DOMENICA per consentire anche ai più impegnati in Patria di non rubare troppo tempo al lavoro. Niente Alberghi e niente doccia. Si tratta di una missione di studio che ha arricchito e arricchirà chi la compie, ma che deve contribuire in maniera fondamentale alla rilevazione e al censimento della "nostra" zona del Fronte, affinchè venga tramandata alle generazioni future una visibilità geografica, storica e fisica, interrompendo l'azione della sabbia e –speriamo- dei caterpillar.

PROSSIME MISSIONI :25-26-27-28 MARZO e 29-30 APRILE/1 E 2 MAGGIO

La prossima missione si svolgerà nella piana di QUOTA 105, con un paio di distaccamenti sul NAQB RALA per terminare le rilevazioni, mentre quella di Aprile sarà al MUNASSIB.
Continuano ad arrivare prenotazioni di paracadutisti lombardi, sardi, veneti, friulani, romani, umbri, abruzzesi: una sorta di "unità d'Italia paracadutistica" che l'ANPDI realizza dalla data della sua costituzione e che il sito www.congedatifolgore.com , con la diffusione capillare, ha moltiplicato.

COSTI

Biglietto aereo alitalia acquistato direttamente dal partecipante: se prenotato con almeno 60 giorni di anticipo: € 200 circa. Oltre: prezzo massimo 380€


Spese al Cairo: da 350 a 370€max, a seconda del costo del biglietto dell'accompagnatore scientifico, che viene ripatrtito tra tutti

Mance: circa 20€ da dare allo staff che ci accompagnerà nel deserto
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COMMENTI
Uno per tutti:
Mi ha detto uno dei partecipanti alla prima missione:
"Essere venuto in questo luoghi, avere visto lo stesso orizzonte dei Leoni della FOLGORE , averne toccato le postazioni e trovato i segni della loro presenza, avere riordinato la buca facendo le stesse valutazioni di chi l’ha occupata per combattere è già stato un risultato entusiasmante. Camminare nel loro deserto, anche con tutta la fatica sopportata e ridare “vita” alle buche, è stato un atto di rispetto nei loro confronti".



LE FOTO DI LUIGI SORRENTINO


LE FOTO DEL WEBMASTER 14 FEBBRAIO

LE FOTO DI PRIMO BIONDA

 
 
 
 
 
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DOCUMENTI STORICI
Domenica, 31 Gennaio 2010


PARMA- FILMATI SULLA STORIA DELLA FOLGORE


TARQUINIA 1941

EL ALAMEIN: FILMATO DELL' ISTITUTO LUCE GIRATO IL 21 ottobre 1942

EL ALAMEIN: FILMATO DELL'ISTITUTO LUCE GIRATO IL 5 NOVEMBRE 1942


1943: LA BANDIERA DI GUERRA ALLA NEMBO

1955 - ISTITUTO LUCE: PADRE BASSO SI LANCIA A MANTOVA IN RICORDO DELLA FOLGORE

LA FOLGORE NEL 1952-

1972- CARPEGNA- ESERCITAZIONE LEONE ROSSO


1971- ISTITUTO LUCE. IL GIURAMENTO DI UNO SCAGLIONE DI ALLIEVI PARACADUTISTI

SMIPAR 1960

CELEBRAZIONE DI EL ALAMEIN -VANNUCCI 1971



 
 
 
 
 
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DOCUMENTI STORICI
Domenica, 31 Gennaio 2010


PARMA- FILMATI DELLA STORIA DELLA FOLGORE

Ricerca di archivio a cura di Giovanni Conforti.


FILMATO DELL' ISTITUTO LUCE GIRATO IL 21 ottobre 1942

FILMATO DELL'ISTITUTO LUCE GIRATO IL 5 NOVEMBRE 1942




1955 - ISTITUTO LUCE: PADRE BASSO SI LANCIA A MANTOVA IN RICORDO DELLA FOLGORE


 
 
 
 
 
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L'ELENCO DEI CADUTI E DEI DISPERSI CHE RIPOSANO A EL ALAMEIN
Domenica, 20 Dicembre 2009



PARMA- Grazie alla collaborazione con il dr Daniele Moretto, coordinatore dell ' EL ALAMEIN PROJECT, la nostra sezione di STORIA e REDUCI si arricchisce di due documenti unici e commoventi: quello dei Caduti e dei Dispersi che riposano rispettivamente nel Sacrario nelle sabbie di El Alamein, come risultano da documenti ufficiali degli enti italiani di custodia del Sacrario .

Impressionante il numero dei paracadutisti dispersi.


avviso ai lettori: si prega di citare le fonti


CADUTI

DISPERSI DI TUTTI I CORPI

DISPERSI DELLA FOLGORE -a cura del par. Luca Piccari-


Nota: la raccolta dei Corpi fatta da Caccia Dominioni e da successive spedizioni ha incontrato difficoltà nella identificazione dei corpi, perchè non tutti i Soldati Italiani erano muniti di piastrina, e non tutti i paracadutisti erano riconoscibili dall'abbigliamento.
Ecco perchè nell'elenco dei sepolti al Sacrario, sembrerebbe che i Paracadutisti siano inferioori al loro numero effettivo.

 
 
 
 
 
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Il Fattore «E.A.» Motivazione e Memoria
Venerdì, 4 Dicembre 2009




di Maurizio Manzin

nota del Direttore: *Maurizio Manzin è Ufficiale paracadutista di complemento in congedo
insegna Filosofia del Diritto alla Università di Trento, ed è uno dei relatori di una conferenza che venne tenuta durante la Presidenza ANPD'I del Generale Merlino, ai Cadetti di Accademia a Modena ( foto), sui Paracadutisti e sul misterioso "fattore El Alamein" di cui parla in questo articolo. Un ingrediente, quello dei Paracadutisti italiani a El Alamein, che è stato oggetto di studio nelle Accademie militari anglosassoni.





“«Dimmi un po’, perché sei venuto a fare il paracadutista?» domandavo talvolta. (…) «Una vocazione?» suggerivo. (…) Sì, vocazione era la parola giusta. Con il tempo e con la conoscenza di quegli uomini appresi a leggere assai bene nel loro animo e a discernere i motivi spirituali che li avevano condotti. E notai che in novanta casi su cento si trattava di Poesia, di rozza, primitiva, ma autentica Poesia.” (A. Bechi Luserna – P. Caccia Dominioni, I ragazzi della Folgore, Milano 1970, pp. 12.13)

“ Là dove la tecnica e la competenza sono di casa, mancano la fantasia e la poesia. Sono qualità che non fanno un guerriero, ma quando la tecnica e la competenza falliscono, tutto va a catafascio, mentre la fantasia e la poesia ti aiutano a compiere gesta che possono essere epiche. Tutto ciò è forse da dimostrare. Bene, non vorrei che questo sia considerato retorica, ma noi della Folgore, i carristi dell’Ariete con le loro scatolette di carne invece dei carri armati, i fanti della Pavia, della Brescia, della Bologna e di tutte le divisioni che hanno combattuto in Africa, gli alpini della Julia in Grecia e in Russia, lo hanno ampiamente dimostrato.” (E. Camozzi, L’inferno o giù di lì, Milano 2002, pp. 42-44)


Due cause principali hanno congiuntamente prodotto una radicale mutazione della figura del combattente: l’impegno consolidato nelle missioni multinazionali oltremare e la cessazione del servizio militare obbligatorio. A fronte dei cambiamenti introdotti è opportuna una riflessione sulla attuale natura del mestiere delle armi: professione o vocazione?

La percezione e l’autopercezione della condizione militare in Italia a partire dal secondo Dopoguerra risultano condizionate da una serie di vicende che qui riassumo in quattro punti.

Primo: le potenziali ambiguità interpretative della Carta costituzionale, nata dalla fine del totalitarismo e dal collasso dello stato liberale post-unitario. Lo stato-nazione di matrice idealistica e ottocentesca, esacerbato e infine dissolto dalla dittatura del Partito unico è stato sostituito, dopo il ’47, da uno “stato sociale di diritto” che vuol essere promotore attivo degli ideali di giustizia sociale.

Tuttavia la natura di tali ideali e i mezzi per conseguirli sono diversamente concepiti dalle componenti politico-ideologiche che concorsero alla elaborazione della Legge fondamentale. Gli articoli della nostra Costituzione mostrano l’apporto di concezioni di origine difforme e non di rado confliggente: quella marxista-leninista e gramsciana, quella socialista riformista, quella cristiano-sociale, quella azionista, quella liberaldemocratica.

Secondo: queste concezioni comportano una serie di riflessi sulla condizione militare e sul concetto di difesa nazionale. Si va da un’idea di “esercito di popolo” che esige la leva obbligatoria ed è fortemente contrario alla professionalizzazione (dove le distinzioni di rango e i privilegi di grado sono malvisti e si favorisce, piuttosto, la sindacalizzazione e le forme di collegialità “di base” antielitaria), a un’idea patriottica in cui s’insiste sulla laica “sacralità” del dovere di difesa in armi, purché rigidamente assoggettato alla volontà della rappresentanza politica istituzionale (dove ha buon gioco la retorica di una fedeltà individuale ad elementi astratti e collettivi quali “nazione”, “stato”, “Costituzione”, “democrazia”, ecc.), a un pacifismo utopistico che tollera il soldato come male necessario e in cui si favorisce l’obiezione di coscienza e la “pompierizzazione” delle FFAA, viste soprattutto come agenti di protezione civile e assistenza in caso di calamità pubbliche.

In diversa misura queste componenti ideologiche hanno contribuito a qualificare (o dequalificare, a seconda dei punti di vista) la condizione militare sino agli anni Settanta.


Terzo: con la fine delle ideologie e il “riflusso” reaganiano negli anni Ottanta, e soprattutto con la fine della Guerra Fredda, si afferma un “pensiero tecnico” (come lo chiamano i filosofi contemporanei) che impone al militare un modello economico-manageriale e tecnologico. Tutti noi ricordiamo la propaganda di reclutamento per gli Ufficiali in SPE che insisteva oltre misura, ispirandosi a un modello nordamericano applicato in Vietnam, sulla figura di Comandante quale abile manager di un’azienda che produce “difesa” in modo efficiente e misurabile in termini di costi/benefici (ovviamente materiali).

Quanto poi sia realistica, in Italia, la realizzazione di un apparato pubblico governato da meri criteri di efficienza, come una qualsiasi impresa privata, lascio giudicare al comune cittadino…

Quarto: nel trapasso avvenuto negli anni Novanta da una FA stanziale a coscrizione obbligatoria ad una tendenzialmente di proiezione e professionalizzata, s’inserisce il motivo epocale della crisi dei “pensieri forti”, che non sono soltanto le ideologie ispiratrici delle diverse aggregazioni politiche, ma anche la stessa “ideologia della scienza”, cioè lo scientismo, inteso come fiducia assoluta nelle capacità della scienza di “spiegare il mondo” e risolverne i problemi.

A ben guardare, le crisi locali (ex-Iugoslavia, vicino Oriente, Caucaso ecc.) che hanno necessitato o necessiterebbero l’uso della forza multinazionale sono solo l’espressione geopolitica di una condizione più generale – direi antropologica – che riguarda tutta la civiltà contemporanea: la frammentazione delle certezze e dei valori di riferimento, incluso quello di una scienza “neutrale” e rassicurante.

In questo quadro, che molto rozzamente ho sintetizzato nei quattro punti appena descritti, va collocata la condizione militare e la questione della sua specificità: “vocazione” o “professione”, nell’era del “pensiero debole”?

A mio avviso il problema motivazionale è governato dal rapporto fra alcuni fattori fondamentali e dalla gerarchia in cui siano disposti. Devo tuttavia rilevare, al riguardo, che la riduzione di tali fattori motivazionali al campo economico, psicologico e politico rischia di non fornire una risposta convincente alla questione della specificità della condizione militare.

Infatti le motivazioni di ordine economico non fanno la differenza con le altre professioni pubbliche o private: denaro, privilegi di rango, prestigio sociale sono molle potenti per qualsiasi genere di ambizione ‘laica’; allo stesso modo, le motivazioni di ordine psicologico (autostima, orgoglio di status, desiderio di novità o di avventura, idealismo sociale e umanitario, ecc.) sono fungibili presso qualsiasi forma di impiego: dall’impresa pubblica, a quella privata, alle ONG. Lo stesso dicasi per le motivazioni politiche, relative al potere contrattuale acquisibile nell’ambito dei rapporti pubblici e privati.

Cosa dunque farebbe della condizione militare una “vocazione” dotata di valore aggiunto, peculiare rispetto alle altre forme di professione?

Per rispondere a questa domanda in modo convincente dobbiamo, a mio avviso, cercare in contesti culturali precedenti a quello moderno: nella classicità, nelle radici stesse della condizione militare. In una parola, nella memoria. Non c’è identità senza memoria, e – aggiungo – nessuna memoria diventa azione (e trasformazione) se non ha un riferimento concreto.

La nostra classicità sono il mondo greco-romano, barbarico medievale e cristiano; ma essa è solo storia libresca, vuota retorica, senza un collegamento fattuale e concreto. Dov’è che la “poesia” delle guerre di Omero, dell’Eneide o della Gerusalemme liberata diventa carne e sangue?

Dove possiamo concretamente conoscerla?


La risposta, per chi ha militato nei ranghi delle Aviotruppe, è immediata, ed è stata esposta con chiarezza nei due passi che ho citato in epigrafe, tratti dal celebre libro sui Ragazzi della Folgore e dal più recente lavoro di Emilio Camozzi: si tratta di El Alamein e della sua memoria vivente!

Ciò che i due autori definiscono “poesia” mostra una direzione di ricerca assai stimolante sotto il profilo filosofico: un mix etico ed estetico che precisa la scelta militare come vocazione specifica, supererogatoria rispetto alle motivazioni (pur legittime) di tipo economico, psicologico o politico.

Essa non le annulla, ma certamente le supera, poiché supplisce in tutti i momenti e i luoghi in cui esse sono carenti o addirittura assenti. Sono i fatti stessi a dimostrarlo. Cosa inchiodava, infatti, il Fante dell’Aria alla sua buca; cosa lo spingeva all’assalto con mezzi inadeguati; cosa lo obbligava a rinunciare di sua volontà alla sostituzione o al ricovero? Non la paga, non il prestigio, non le convinzioni politiche o altro.

Direi invece un senso di fedeltà al suo dovere più prossimo: al “suo” compagno di buca, alla “sua” squadra o plotone, al “suo” comandante. Questo è confermato dalla stragrande maggioranza dei racconti che ho raccolto dalla viva voce dei reduci.

È stato scritto che “non c’è amore più grande di quello di colui che sacrifica la propria vita per quella dei suoi fratelli”, e questo è ciò che ha prodotto il «Fattore E. A.» (El Alamein): un valore aggiunto capace di surrogare la tecnica e la competenza, la vera molla dell’eroismo, un eroismo tutto particolare che trova le sue forme nella fratellanza d’arme, trasformando strumenti ed esperienze potenzialmente negativi e di morte, quali la guerra e gli artifici offensivi, in strumenti positivi di vita. Una vita, naturalmente, che merita la “v” maiuscola.

Credo che in tempi di disorientamento morale e di frammentazione del pensiero come quelli che stiamo innegabilmente vivendo, la motivazione della memoria simbolizzata dal «Fattore E. A.» possa costituire un esempio fruibile per le generazioni e, in particolare, per tutti coloro che si sentono attratti dall’antico mestiere delle armi senza magari neppure saperne spiegare dettagliatamente il perché (come i “ragazzi” immortalati da Bechi Luserna).

Per essi, e per noi che ci occupiamo di queste cose, il «Fattore E. A.» è un elemento concreto d’identità e di distinzione. Dovremmo esibirlo nelle nostre “campagne” (anche quelle umili e quotidiane) come i legionari spagnoli del Tercio fanno con l’occhio di Millan Astray o quelli francesi della Lègion con la mano di legno di Danjou.









 
 
 
 
 
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PROGETTO "EL ALAMEIN"
Venerdì, 4 Dicembre 2009





OPERAZIONE EL ALAMEIN



PARMA- Dopo la Staffetta per i Leoni di El Alamein, i contatti con "EL ALAMEIN PROJECT" sono andati avanti. Università di Padova, Università del Cairo, Ambasciata italiana e altre organizzazioni di studio stanno facendo un accurato lavoro di mappatura e rilievo cartografico e speleologico dell'intera area della Battaglia, che sarà protetta dal degrado e sarà meglio divulgata a livello internazionale.

Dopo l'eroico e titanico impegno di Paolo Caccia Dominioni che riesumò e diede un luogo benedetto alle spoglie dei nostri Leoni e degli altri Soldati italiani, ora è il momento di impedire che il tempo cancelli le tracce delle trincee. In 67 anni la sabbia ha ricoperto molte buche e dissestato quelle più importanti.

I Congedati della Folgore e i Paracadutisti ANPDI che condividono con noi questi valori si assumeranno il DOVERE di conservare anche i luoghi , oltre che gli Ideali.





MISSIONE 2010 :
ADOTTARE LE TRINCEE DELLA FOLGORE DI EL ALAMEIN PER RIPORTARLE ALLA LUCE


Il nostro sito organizzerà piccoli gruppi di paracadutisti che si occuperanno a turno, con missioni mensili di dieci unità, di riportare alla luce le buche della Folgore ora parzialmente riempite di sabbia


Tra i luoghi di cui chiediamo l'affidamento c'è l'ospedale italiano -parzialmente sotterraneo e oggi in stato di degrado- di Bab El Qattara, ad alcuni chilometri dell'area difesa dalla Folgore , dove molti paracadutisti furono trasportati e trovarono la morte per le ferite riportate.


LE MISSIONI DEL SITO SARANNO TUTTE SVOLTE SOLO NEL DESERTO . NIENTE ALBERGHI. NIENTE TURISMO BALNEARE

I gruppi partiranno dall'Italia il giovedì e rientreranno la Domenica. Dormiranno accampati nel deserto, senza contatti con i centri abitati o alberghi.

Saranno assistiti da personale egiziano in jeep E DA UNO STUDIOSO ITALIANO Di "EL ALAMEIN PROJECT" che li accompagnerà sui luoghi scelti per le operazioni di pulizia e sgombero.

I paracadutisti lavoreranno seguendo uno schema progettuale elaborato insieme ai ricercatori italiani.


I REPERTI TROVATI ARRICCHIRANNO IL MUSEO DEL SACRARIO


I molti reperti che affioreranno saranno catalogati e consegnati al Museo del Sacrario, che sarà presto affidato agli studiosi autori del progetto.


PRONTI PER IL 2011

Nel 2011 la organizzazione delle celebrazioni sarà affidata all' Italia. Per l'Ottobre di quell'anno tutte le buche, le trincee e le postazioni saranno state riportate alla luce e il campo di Battaglia ricostruito. La Staffetta sarà un evento. Non anticipiamo nulla: sarà memorabile. I nostri Leoni sono rimasti in pocchi e meritano questo sforzo.


PRIMA MISSIONE: FINE GENNAIO-INIZIO FEBBRAIO 2010.


Costo indicativo € 400/500 circa (Volo alitalia - assistenza vitto per tre giorni e tre notti- spostamenti in Jeep compresa una visita al Sacrario. Il costo potrebbe essere ovviamente maggiore nel caso di pernottamento in albergo al Cairo la notte di Sabato ( opzione da decidere )


OGNI GRUPPO ASSUMERA' IL NOME DELLA COMPAGNIA SCHIERATA NEI LUOGHI RIPORTATI ALLA LUCE.

I gruppi che si formeranno e che adotteranno una serie di buche, prenderanno il nome del reparto -o della compagnia, se conosciuta- che aveva combattuto in quel luogo, e lasceranno una targa a memoria del loro impegno.

PROGRAMMA DI MASSIMA:


PRIMO GIORNO

arrivo al Cairo intorno alle 13

formalità doganali sbrigate con personale locale che agevolerà le operazioni

spostamento in jeep al campo base nel deserto

cena - pernottamento


SECONDO GIORNO


colazione

alzabandiera

ricordo dei caduti

cenni storici del luogo da scoprore

divisione delle squadre

lavoro sino all' imbrunire con pasto a mezzogiorno


cena

TERZO GIORNO


esplorazione dei luoghi

documentazione risultati

visita alle trincee ancora da disseppellire

lavoro di squadra per terminare il "lotto" assegnato, se necessario

esplorazione dei luoghi

cena

QUARTO GIORNO


visita al Sacrario di El Alamein ( può essere fatto il pomeriggio precedente)

trasferimento al Cairo

partenza PRIMO POMERIGGIO



NOTA. stiamo studiando i costi per un pernottamento al Cairo il sabato, per essere già in città e prendere il volo senza fare le corse ( partenza 11.50). In caso contrario, si opterà per quello dell 17:30.




DATE LA VOSTRA DISPONIBILITA' DI MASSIMA PER PREDISPORRE I PRIMI TURNI


SCRIVETE A WEBMASTER@CONGEDATIFOLGORE.COM



 
 
 
 
 
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OTTOBRE-NOVEMBRE 2009: LA STAMPA SPECIALIZZATA DEDICA PRIMI PIANI A EL ALAMEIN
Martedì, 1 Dicembre 2009



Riceviamo dai nostri lettori numerose segnalazioni positive di un articolo apparso su Focus Storia di Ottobre.
Ringraziamo in particolare Giovanni Conforti e il sergente maggiore alpino paracadutista Alessandro Saggiorato, webmaster dei siti del 4° reggimento alpini paracadutisti e degli alpini paracadutisti in congedo. Alessandro ne ha messo a disposizione la copia elettronica:



Leggete la copia dell'articolo (cliccate sulla foto)




LA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN RACCONTATA SU "LIGNE DE FRONT"

di Daniele Moretto


BOLOGNA- Segnalo l'ultimo articolo di David Zambon, uscito pochi giorni fa in Francia sulla rivista Ligne de Front.

Tratta del primo combattimento di rilievo della Folgore in Africa, durante l'operazione Beresford.

L'autore vive sulle Alpi Marittime dove insegna storia in un liceo locale, oltre che scrivere ottimi articoli sulle Forze Armate Italiane durante la seconda guerra mondiale, per parecchie riviste d'Oltralpe.




 
 
 
 
 
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LE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN RICOSTRUITE SULLE CARTINE
Sabato, 21 Novembre 2009


PARMA- Le Battaglie di El Alamein sono state tre: la prima in Luglio, la seconda in Agosto e la terza ed ultima in Ottobre. In ognuna delle tre, la Folgore ha difeso le postazioni e ha contrattaccato con violenza, rintuzzando il nemico, decimandone carri e uomini.

Grazie alla ricostruzione grafica del gen Stefanon , rintracciata da Angelo PASTORI e Pietro del Grano, entrambi di Parma, Vi mostriamo la progressione delle spinte nemiche e lo sforzo difensivo della Folgore, aggredita da forze superiori di dalle quattordici alle venti volte.
Nelle ultime due tavole è evidente la situazione militarmente insostenibile della Folgore, il cui fronte aveva retto, mentre a Nord le forze inglesi dilagavano, iniziando ad accerchiare i nostri Leoni, che dovettero ripiegare per riordinarsi.

Durante quel doloroso calvario i nostri continuarono a difendersi, ad attaccare e a rifiutare la resa.


LE RAPPRESENTAZIONI GRAFICHE DELLE TRE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN - riproduzione vietata senza consenso scritto o citazione della fonte

 
 
 
 
 
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FRATELLI RITROVATI
Domenica, 8 Novembre 2009



FRATELLI RITROVATI

23 Ottobre 2009-El Alamein
Staffetta per i Leoni della Folgore. Le riflessioni di un Tedoforo


Ho speso alcuni giorni a riordinare gli appunti che ho preso durante la Staffetta per i Leoni della Folgore nel deserto di El Alamein.

Per i distratti: abbiamo corso in nove congedati, il 23 Ottobre,per 81 chilometri sulle postazioni della Folgore, dall’ Himeimat al Sacrario Italiano passando da El Munassib e Deir Alinda.

FRATELLANZA SENZA TEMPO

Viaggiando nel deserto con otto paracadutisti in congedo e condividendo con loro l’ impresa che avevamo progettato per due mesi,ho avuto conferma di valori comuni che avevano resistito al tempo.

” Le nostre radici comuni affiorano”, dice Pietro, facendomi notare la “diversità” nei comportamenti e nella non uniformità di un amico paracadutista che si è aggregato per sincero interesse, ma che non era stato nella Folgore. In nove sembravamo appena arrivati al Reggimento dopo il corso palestra, in attesa delle prime operazioni.
Estranei, ma inspiegabilmente simili.

Mariella, unica donna paracadutista, decima della spedizione, va citata per la serietà, delicatezza e spirito di adattamento, al punto che l’abbiamo immediatamente “adottata”. Anche Lei conosce e ammira la storia della Folgore e, come noi, è venuta per “incontrarla”.

La sensazione che ho avuto per tutto il periodo trascorso insieme è stata quella di far parte di una squadra di paracadutisti.
Capite cosa intendo dire?


I FRATELLI CADUTI CI ASPETTAVANO

Dopo la lunga trasferta iniziata il 22 Ottobre e appena srotolati i sacchi a pelo sulla sabbia, siamo saliti a piedi alle pendici dell’Himeimat, in silenzio, a notte fonda.

Il tricolore e lo scudetto con le ali sventolavano su un pennone portato dall’Italia.

L’unico rumore distinguibile era quello delle due bandiere mosse dal vento, sotto un cielo stellato.

Noi sotto, commossi. Si avverava il desiderio di ogni paracadutista della Folgore: eravamo accampati dove centinaia di Leoni erano caduti con le armi in pugno, coprendosi di onore. In quel momento di totale sintonia tra noi, abbiamo capito il senso profondo di quella Missione e dell’essere appartenuti alla Folgore.

E abbiamo avvertito che i Leoni della Folgore erano lì di fianco a noi.

Ci aspettavano.

All’appello di tutti i caduti col basco amaranto nelle missioni dell’era “moderna” della Brigata, abbiamo urlato altrettanti Presente! rabbiosi, che si sono propagati nel deserto fino a raggiungere gli avamposti più lontani.

Che ci hanno risposto ogni volta.

Nome per nome, abbiamo sentito distintamente i loro PRESENTE…presente..FOLGOREfolgore.. folgore..che si spegnevano in lontananza.

Il deserto non ha l’eco. Nessun altro poteva farlo.

La mattina del 23 Ottobre,prima di partire per la staffetta, sulla sommità della collina che per prima venne investita da Legionari e inglesi a migliaia, abbiamo aspettato i raggi dell’alba che illuminavano lentamente il campo di battaglia.

Volevamo una scorta di energia supplementare per correre tutto il giorno.

Era l’alba del 23 Ottobre 2009: entro dodici ore, 67 anni prima, sarebbe iniziata la Battaglia, proprio da quella spianata circondata da un catino immenso, a 170 metri sotto il livello del mare, rovente e malsano.

Guardandoci, abbiamo capito che ognuno di noi avrebbe potuto e voluto combattere con loro,67 anni prima..

Era “la squadra” che lo pensava, non i singoli.

Erano gli sguardi che ci siamo scambiati, a dichiararlo,non le parole.

Ognuno avrebbe fatto suo il coraggio degli altri, se gliene fosse mancato.

Ecco,forse, un ingrediente di quel misterioso “fattore El Alamein” a cui ricorrono gli studiosi di strategia militare delle accademie di mezzo mondo, per spiegare come la Folgore ha potuto combattere così a lungo e duramente,infliggendo sonore sconfitte a un nemico di venti volte superiore, senza viveri, acqua e munizioni.

Alla base di quella splendida miscela di eroismo e arditismo genetico dei Paracadutisti c’era la squadra e l’emulazione dei migliori –e ce n’erano tanti tra i Folgorini- che diventavano coraggio ed energia invincibile di tutto il gruppo.

Bisognerebbe sconfinare nella poesia,per descrivere meglio quello che intendo dire, e non ne ho il talento.

La forza della squadra ha fatto diventare i plotoni come magli e i battaglioni un muro infuocato di ardimento e di impeto, vincibile solo dalla morte.

Gli artiglieri erano un solo corpo con il loro 47/32, al punto di non abbandonarlo nemmeno quando i colpi erano terminati. Per tentare di capire quella forza, bisogna dormire insieme alle loro anime, lì dove sono rimaste. In questi giorni sto leggendo un saggio sul Deserto. Vi riporto alcune righe:

Il deserto si presenta come indispensabile della realtà. Il mondo spogliato di se stesso. La realtà spogliata di tutto tranne che della sua essenza.
Nel deserto Vi sono tre dimensioni: il cielo, la terra e l’uomo. Dal deserto le cose si vedono meglio, con proporzioni più eterne.


EROISMO ASSOLUTO

Come dice San Giovanni della Croce, nel deserto Si intuiscono il “todo” e il “nada”.

Sulla cima dell’Himeimat ho avvertito le stesse cose, senza essere stato capace di esprimerle così bene.

Chissà se i nostri “pazzi e poeti” e tutti gli eroi di quella Battaglia, hanno avvertito che ogni loro gesto avrebbe assunto nel tempo una dimensione assoluta: morte assoluta, coraggio assoluto, eroismo assoluto, cameratismo assoluto. Il tutto e il niente. Loro, così uniti e forti, inconsapevolmente ( o no?) parte di un disegno terribile che sarebbe stato così utile alle generazioni future.

Quelle morti hanno allevato decine di migliaia di Figli che onorano il Loro Ideale, che è diventato il nostro. C'è un disegno divino anche nella Morte, che non è mai vana.Per Loro, i nostri Leoni, una scelta.

Strana coincidenza, avere letto proprio oggi questo passo.

81 CHILOMETRI DI STORIA

Abbiamo corso in nove, per 81 chilometri, passandoci la Fiaccola urlando Folgore, correndo tra le sabbie dove affioravano mine, bombe a mano, chioccioline ( quelle chioccioline che Paolo Caccia Dominioni ha immortalato in uno dei suoi acquerelli dedicati ai Folgorini). Le buche dei nostri Padri , che abbiamo sfiorato per chilometri, sono ancora intatte nei contorni. Andrebbero svuotate della sabbia accumulata dal vento. Lo faremo ogni missione futura, riportandole allo stato iniziale.

Adotteremo quel pezzo di deserto, e sarà un modo per vivere insieme ai Nostri e tra Fratelli, per qualche notte e qualche giorno. Sarà un ricordo nobile, senza alcun ritorno, fatto per stare con Loro. In faccia al mondo infame che ci aspetterà in Patria.

L’arrivo al Sacrario, correndo nell'ultimo pezzo in fila per due, mi ha fatto sentire invincibile. Il rumore cadenzato dei passi, i volti tesi ma forti, il sudore che bagnava le magliette e la vista della Torre di Paolo Caccia Dominioni che ci aveva ipnotizzato.

Ingredienti che mi hanno dato una forza innaturale. La stanchezza di due giorni senza dormire, e della corsa sotto il sole, era scomparsa. Insieme ai miei Fratelli avrei fatto altri 180 chilometri. Il Leone Murelli, che ci aspettava sull'ingresso e che insieme a noi ha acceso il Braciere, ci ha detto :“siete delle rocce”. Lui, che a El Alamein ha combattuto come assaltatore e cacciatore di carri.

15 flessioni in suo onore sono state poche, ma fatte davanti a Quota 33, spero ne abbiano moltiplicato il valore. La Sua commozione nell’abbracciarci uno per uno è stato il nostro preziosissimo premio.

Dall’arrivo al Sacrario, ognuno è rimasto con i suoi pensieri. Silenziosamente abbiamo visitato le stanze degli avelli dove giacciono i Caduti,molte centinaia della Folgore, e ci siamo spontaneamente riuniti intorno all’Altare per recitare la Nostra preghiera.

Ancora una volta il nostro Folgore è risuonato per alcuni secondi. I nostri Padri ci avevano risposto, riconoscenti, ancora una volta.

Avevamo fatto la cosa giusta.

L'essenza del viaggio? I Fratelli ritrovati. Quelli che hanno viaggiato con me e quelli che ho trovato ad attendermi. Chi è stato a El Alamein capisce cosa intendo.

Chi non c'è stato, sarà con noi la prossima Missione, o l'altra ancora.

A.W.

 
 
 
 
 
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LE IMMAGINI DELLA STAFFETTA PE R I LEONI DELLA FOLGORE
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


sopra: Il percorso studiato prima di partire


sotto: quello realmente compiuto. Si nota un leggero allungamento per coprire tutta l'area de El Munassib e poi il riallineamento sulla pista dell'acqua







PARMA- 11 Paracadutisti sono partiti dall'Italia il 22 Ottobre e hanno corso il 23 , ricorrenza della Battaglia che lo stesso giorno di 67 anni fa ha decimato la Folgore, nel deserto di El Alamein.

81 chilometri in staffetta , dall'Himeimat fino al Sacrario Italiano.

I Tedofori sono passati attraverso luoghi le cui sabbie si sono tinte del sangue dei nostri Leoni: Himeimat - El Munassib, Bab El Qattara..

In ognuna delle zone fortificate c'erano intatte le buche dove i nostri si riparavano dalla valanga di fuoco nemica. Hanno visto i campi minati e diversi residuati che affioravano. Il silenzio ha consentito a ognuno di loro di riflettere sul Valore dei nostri Folgorini.

Poi l''arrivo al Sacrario e l'incontro con il Leone Carlo Murelli, con il quale hanno diviso una cerimonia "privata" prima di quella pubblica del giorno successivo.

Onori a Lui, sia alla voce che con le braccia.


Rientrati all'accampamento, i nostri hanno pregato all'Himeimat,la notte del 23. 67 anni prima proprio quella collina fu investita dal primo feroce attacco inglese e francese.

Lì hanno chiamato a raccolta anche i Caduti della Folgore dal 1983, urlando PRESENTE in loro vece.

Poi la lettura di alcune righe de "I RAGAZZI DELLA FOLGORE" e la Preghiera del Paracadutista recitata tutti insieme.

Il 24 mattina, prima di partire per il Sacrario, sono saliti per l'ultima volta sulle due colline che sono state il punto più avanzato delle fortificazioni difese dai Paracadutisti, a salutare le anime dei Leoni Caduti. In un luogo segreto hanno seppellito un ricordo e un pensiero.

Al Sacrario hanno dato il meglio si sè, con l' aspetto e il contegno. La Fiaccola è rimasta accesa i tutto il tempo, tenuta da un immobile Tedoforo.

E' stata spenta solo alla fine del ricordo degli Ascari, davanti alla loro cappellina, dopo la Santa Messa e dopo l'accensione del braciere al cospetto del Leone Murelli e dell'Ambasciatore s.e. Claudio Pacifico.

Le foto parlano da sole.
E altre ne pubblicheremo, insieme ai filmati.

LE IMMAGINI DEL 22 OTTOBRE - ARRIVO ALL'HIMEIMAT IN NOTTURNA



LA STAFFETTA E L'ARRIVO AL SACRARIO- CAMBIO DI UNIFORME E CERIMONIA PRIVATA



SALUTO ALL'HIMEIMAT- AMMAINA BANDIERA E CERIMONIA UFFICIALE



 
 
 
 
 
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LE RIFLESSIONI DI CHI HA PARTECIPATO ALLA STAFFETTA PER I LEONI DELLA FOGLORE
Mercoledì, 28 Ottobre 2009



RICORDERO'
di Giovanni Conforti


Ricorderò la sabbia fine trasportata dal vento a ricoprire le postazioni
le scatolette arrugginite che furono il pasto di quei ragazzi
quella brezza continua della notte a far garrire le bandiere
un cielo di stelle tridimensionale a farli sognare e piangere
quella struggente sensazione di piccolezza
le conchiglie fossili che meravigliarono anche loro
le schegge di ferro che li ferirono
le lumache aggrappate ai cespugli
una rugiada mattutina che sembrava pioggia
la fede religiosa del nostro autista
le polpette di carne di cammello speziata
l'eco infinita del nostro Folgore al Sacrario
la fiaccola che resta accesa per tutta la cerimonia
il traffico del Cairo
la fame di Renato
la frenetica attività di Walter
la paciosa bonarietà di Stefano
lo spirito di adattamento di Mariella
i silenzi di Francesco, perchè erano pochi
lo humor inglese del Tego
la determinazione di Rudy
l'applomb di Pietro
la grinta di Roberto
la cultura storica di Luca
la commozione del Reduce
la mia inadeguatezza.

E quella lunga fila di marmi bianchi con le spoglie di tanti ragazzi che amavano la Vita.

Ricorderò.
Ma per capirli a fondo ci vorrà ancora del tempo, e del cuore.
Spero che Dio me ne faccia dono.
Per tutti un arrivederci, di qua o di là.

Folgore!




QUANDO SI RIPARTE?
Di Roberto Magarini


E’ semplice, semplicissimo raccontare i quattro giorni della staffetta. E’ andato tutto bene, anzi, benissimo, al meglio nonostante le premesse operative molto vaghe … quasi aleatorie : “Andiamo a correre una staffetta nel deserto lungo il fronte di El Alamein per commemorare i Nostri Caduti e la Battaglia. Farà caldo. Sappiatevi regolare”.
Ottimo.
Con indicazioni così il mio panico pre partenza era a mille già una settimana prima.
Mai corso nel deserto, mi sono ritrovato con 11 persone delle quali non conoscevo che Walter: vero Deus ex machina del tutto. In quest’occasione quasi insostituibile, credo. Ci ha fatto trovare i biglietti pronti, le jeep che ci aspettavano, ha fatto cento altre cose, ha spronato con l’esempio a fare ed era sempre “sulla situazione”. Per andare ad alcune migliaia di km di distanza dall’Italia in autonomia logistica ed alimentare, dove il rubinetto più vicino per lavarsi le mani era a più di ottanta chilometri;

avremmo avuto sabbia ovunque per tre giorni con 31 gradi di giorno e un bel freddo di notte e l’alimentazione avrebbe risentito di tutto ciò, oltre naturalmente dipendere per gli orari dal trovare la pista giusta nel deserto per rientrare al campo -la prima sera non è successo-, dalla nostra velocità di corsa, dalle prove della Cerimonia e dalla Cerimonia vera..

Avremmo corso nel deserto … sempre di giorno, sempre con il lavandino a 80 km a scalare ma senza la certezza di poterlo utilizzare. Siamo arrivati al paradosso di essere sporchi, sudati, impolverati e appicicaticci come cammelli e di profumare come delle cortigiane, grazie a goffi tentativi di pulizia con salviettine umidificate … però con il morale sempre alle stelle e anche oltre.

Poi , si sa, quando si è stanchi o affamati o costretti in gruppi forzati o tutte e tre le cose insieme le dinamiche sono facilmente influenzabili e i rapporti ne risentono.

Ultimo ma non per importanza, era presente una donna.

Per lei disagi anche superiori, per questioni pratiche.

Bene. Viste le premesse, proviamoci.

Unico elemento certo e tranquillizzante eravamo TUTTI paracadutisti, la quasi totalità Congedati dalla Brigata.

E questo partire da basi comuni di scelta e spesso di esperienze ha determinato una situazione ottimale che ha annullato il fatto della non conoscenza formale.

Ad esempio del fatto che ci fosse una donna ci siamo resi conto quando al rientro al Cairo le è stata data una camera diversa rispetto a noi ( due piani sopra), perché l’amalgama nel periodo “desertico”era totale.

Ho scoperto in aereo, al rientro, che era anche vegetariana (si è persa il cammello fatto a polpette con spezie che era una delizia) perché non ha mai recriminato per il cibo ( ne per i bagno ne per il dormire ne per le battutacce ne … insomma, mai per nulla).

Detto di lei, anche gli altri sono stati semplicemente perfetti.

Dall’essere sempre pronti e disponibili a fare, al non lamentarsi mai ( peraltro non c’era motivo) all’essere sempre pronti all’iniziativa e al suo immediatamente successivo cambio di programma, all’ accettare anche di mettersi in gioco collettivamente e singolarmente
Doc ( Stefano Venturini, ndr) ha rinunciato a qualcosa di importante al Sacrario per documentare il tutto non apparendo;Mariella anche, ma entrambi con spontaneità.

Ad esempio: dopo aver programmato al minuto la presenza al Sacrario, abbiamo cambiato il programma durante e in trenta secondi è stata organizzata una presenza massiccia, al centro della situazione, sostenuta al meglio senza prove e senza esperienza.

Lì ho temuto il patatrac con conseguente perdita di credibilità di fronte ad Ambasciatori compresi nel ruolo, Consoli azzimati, Addetti militari in alta uniforme e un sacco di signore eleganti, ma mi dimenticavo il nostro guizzante spirito d’iniziativa e la capacità di adeguarci “sul tamburo”alle situazioni.

Ma il clou del tutto, il motivo per il quale io sono andato era questa volontà di esserci, nel deserto, per correre, celebrare i Nostri Caduti, Coloro che ci hanno preceduto creando la leggenda della Folgore di cui, in tempi assolutamente diversi dai Loro, anche noi abbiamo fatto parte, portando il nostro granellino di sabbia al solido muro di mattoni da Loro costruito in quell’epopea.

E tutti abbiamo corso, facendo tutti minimo due turni, ciascuno secondo le proprie capacità e possibilità; il bravo non riprendeva l’affannato, anzi, lo seguiva prodigo di attenzioni( grazie a Rudy per la miglior pomata lenitiva che mi abbiano mai spalmato) e chi correva nel nulla non recriminava lo sfondo da cartolina di alcuni …
Io appena partito ero emozionato: stavo passando dove la Folgore aveva combattuto. Non dico che mi sentissi osservato da migliaia di occhi invisibili, né che mi sentissi spinto dalla forza della Storia della Folgore, ma l’intensità dell’emozione era altissima, pensavo a dov’ero e speravo dentro di me che quell’insignificante atto di omaggio che stavo porgendo ai Caduti fosse Loro gradito. Spero di essere stato all’altezza del luogo e delle sue memorie.

Conservo in un angolo molto nascosto le mie emozioni più intense e più forti; le tengo per me , non le racconto, certo che i miei Amici, che con me hanno corso, le abbiano ugualmente vissute, quindi faccio senza raccontargliele; chi non le ha vissute non le può capire ed è inutile parlargliene. Avete mai provato a descrivere un lancio?.

Il contatto telefonico dal deserto con i Reduci e l’emozione del Reduce presente al Sacrario mi fanno intuire che l’omaggio , almeno a Loro, è risultato gradito. Il mio Amico Pino, Reduce Paracadutista combattente del Passo del Cammello, mi ha detto:”Avete fatto una bella cosa” e qualsiasi commento opposto non ne scalfirà la portata.


Appena rientrati la sensazione, dalle e-mail e dalle telefonate, è stata comune : mi manca il deserto e mi mancano i miei Amici Tedofori!
Io la doccia l’ho fatta.

Possiamo ripartire.


I NOSTRI VALORI
di Pietro Del Grano


Patria, Amicizia, onore sono per noi paracadutisti militari -anche se in congedo- un patrimonio genetico e condizionano le nostre scelte a volte anche scomode e i nostri comportamenti.

Amo definire questo modo di essere paracadutisti uno"stile di vita" ben diverso da quello puramente sportivo che condivide solo l'atto tecnico ma che spesso è privo degli ideali citati.

Nella staffetta in onore dei Leoni della Folgore ognuno di noi correndo su quelle sabbie cariche di sofferenza credo abbia riflettuto su questi ideali e sulla pesante responsabilità che quei "Leoni" ci hanno lasciato.

Molti dubbi hanno riempito la mia testa se fossi stato all'altezza dell'eredità trasmessa con l' esempio del loro coraggio e soprattutto se ne fossi stato degno.

I dubbi rimangono ma il cameratismo che si è creato tra di noi durante la staffetta e nei giorni passati insieme mi sprona a proseguire con quegli ideali e con rinnovato impegno nel perseguirli.

Proprio il cameratismo tra commilitoni credo sia stata la molla per cui nella battaglia del 23 ottobre 1942 tutti sono rimasti al loro posto ben consapevoli del destino a cui sarebbero andati incontro ma condividendo fino all'ultimo la sorte con i propri compagni nelle buche.

Ed è con quello spirito che abbiamo corso nel deserto, senza sentire la fatica, uno per l'altro, riserrando i ranghi con le anime di quelli rimasti a presidiare il deserto.

Il nostro gesto è stato un niente in confronto a loro ma è quello che abbiamo saputo offrire con i nostri limiti e con tanto entusiasmo.
Sono sicuro che per ognuno di noi sia stato un grande privilegio esserci.

FOLGORE!




l tracciato rilevato dal GARMIN al polso del webmaster, che ha registrato 81 kmt percorsi a El Alamein. La lunghezza reale della staffetta è stata però di 78,900 kmt. I chilometri in eccesso sono dovuti agli spostamenti che il webmaster faceva a piedi per raggiungere o seguire i Tedofori, sommati a quelli fatti all'interno del lungo viale del Sacrario.La mappa sopra identifica in giallo , (freccia) il luogo dove è stato rilevato il percorso.







LE IMPRESSIONI A CALDO DELLA PARACADUTISTA MARIELLA MANGINI, UNICA DONNA DEL GRUPPO




Unica donna, con dieci Paracadutisti; ma nessun problema, ero più che sicura. Di loro e di me.

Sono nata troppo presto, ma fin da piccola sarei voluta entrare nelle FF.AA., quindi non potendo, mi impegno in altre cose, che comunque ne abbiano lo spirito.

Lo spirito di andare ad El Alamein, forse per trovare ancora lo “spirito” che quei ragazzi hanno lasciato in quei luoghi, immolandosi.

No, non è retorica, sentimentalismo, passato. E’ una cosa viva, attuale, proprio adesso in questo mondo che ha perso i valori. E’ quei valori che sono andata a confermare a me stessa.

Il viaggio di andata è stato lungo, con l’impazienza di arrivare, e con i guidatori delle jeep, che nel buio della notte ormai arrivata, hanno perso la pista nel deserto.

Il deserto, silenzioso, enorme, solitario. Di notte i contorni non si vedono, si possono solo intuire, immaginare, ma nella distesa piatta, si intuivano solo gli arbusti della bassa vegetazione. Nella mia mente ho cominciato ad immaginare, la vita di quegli anni, quando i disagi erano ancora maggiori di adesso. Non è stato facile, abituati come siamo alla comodità. E doveva essere ancora approntato il campo. La cosa che mi ha immediatamente colpita è stato il cielo, anche lui, come il deserto, silenzioso ed enorme, vivo di stelle, come nelle città non riusciamo a vedere. Eravamo in un luogo sperso dalla cosiddetta civiltà tra deserto e stelle. Splendido!

Siamo riusciti a soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza, cenare, dormire, a lavarci abbiamo pensato poi il sabato, ma le salviette umidificate, si sono sprecate. La mattina dopo un “fuori dalle brande!” alle 6,30 ci ha “gentilmente” augurato il buongiorno.

Mi sono ritrovata in un vortice estremamente impegnativo di emozioni, che ancora devo metabolizzare per bene, alcune sono “a pelle” ancora adesso, per altre mi chiedo : ero davvero io laggiù? Ma sono cose che facevano parte della quotidianità. Del fatto che, essendo vegetariana, sono andata avanti per due giorni a barrette che mi ero portata dall’Italia. Del fatto che per i miei bisogni personali, invidiavo gli uomini, e oltre ai bassi arbusti, mi sarebbe piaciuta una bella, alta, grande palma! Ma ci penso adesso, in quei momenti erano pensieri secondari. Mi sono sempre adeguata, senza nessun problema.

Ci sono state invece le “altre” emozioni, quelle vere. Guardavo, assimilavo con gli occhi, le orecchie, la pelle. Toccavo, cercavo di sentire. Ma senza potermi immedesimare. Non sono riuscita a capire come hanno fatto, ragazzi di 20 anni a vivere certe esperienze, rischiando ogni minuto la vita, morendo. Oppure, l’ho capito, e sono rimasta esterrefatta per la loro forza, l’umanità, il coraggio che hanno dimostrato. E’ stata quella la vera emozione, capire anche solo parzialmente, quello che hanno vissuto e sorprendersi di ciò che hanno fatto.

La prima emozione forte, intensa, che non potrò mai dimenticare, nella chiesa del Sacrario. Al grido FOLGORE! L’eco è rimasta per alcuni secondi, come se quei ragazzi rispondessero “siamo qui, siamo vivi, siamo con voi”. Il brivido incredibile che mi ha percorso la schiena e fatto accapponare la pelle, non lo dimenticherò mai più. Si, sono vivi fino a che qualcuno non li dimenticherà. Fino a che saranno nei nostri cuori, fino a che il loro ricordo sarà dentro di noi, vivranno in noi. Nel Reduce che abbiamo incontrato, a cui ho stretto la mano.

La mattina seguente sulla cima dell’Himeimat, dove abbiamo reso onore alla Folgore, il cui grido si è perso nella vastità del deserto, la stessa fortissima sensazione di presenza, lo stesso brivido incontrollato lungo la schiena. Non sono un militare, purtroppo, e non vorrei che le mie parole fossero fraintese. Non voglio appropriarmi di cose che non sono mie, che non ho vissuto, ma che comunque porto da sempre nel cuore. Sono andata ad El Alamein con umiltà, solo per cercare quello che ho trovato. I miei valori sono quelli. Dignità, orgoglio, spirito di sacrificio, amore per l’Italia. E sapevo che erano sepolti là in quei luoghi, sepolti ma non morti.

Il legame con gli altri paracadutisti, è stato immediato. Non ci conoscevamo, ma credo che la forza di certi valori, rompa qualsiasi barriera. Si è subito instaurato un rapporto cameratesco, solidale, scherzoso. Ogni tanto la stanchezza portava “fuori” qualcuno,ma penso sia normale. Non ho fatto la staffetta, li seguivo con le jeep. Il loro sforzo è stato davvero commovente. Tutti chiedevano di fare “ancora” un pezzo, nessuno si è tirato indietro. Bellissimo il loro inquadramento,i loro volti stanchi, sudati, ma non domi. Degni di essere li.

Sono onorata di essere stata ad El Alamein. Sono onorata di avere avuto i dieci paracadutisti, come accompagnatori. Sono onorata di avere avuto la conferma di quello che penso di essere. Si, sono solo un’allieva, ma avere “quei” maestri, oggi come oggi, non è da tutti. Sarebbe bello che i nostri giovani capissero. Ma sono percorsi che vanno fatti da soli, nessuno li può imporre. Per cui posso solo augurarlo.

Con stima, permettetemi un

FOLGORE!





SCRIVE IL CARABINIERE PARACADUTISTA HAUFF RODOLFO(Rudy) (CLICCATE QUI)





LE RIFLESSIONI DEL PARACADUTISTA LUCCHESE FRANCESCO NAPPINI


Nota dell'Autore: malgrado io sia uno che parla molto, non sono abituato a scrivere, salvo che per motivi di lavoro. Ma ci proverò.

Credo che dopo un’esperienza come quella vissuta sarebbero necessarie alcune pagine per riassumere tutte le mie sensazioni e riflessioni rilevate in quei quattro giorni.
Ma uno dei ricordi più frequenti è che più volte, senza una ragione precisa, mi sono venuti gli occhi lucidi, ho dovuto inghiottire ed ho sentito dei brividi sulle braccia e lungo la schiena, sintomi improvvisi e legati a non so cosa, in circostanze diverse ed in luoghi diversi. Forse un richiamo dai ragazzi che in quei luoghi hanno lasciato la vita, e che sovente volevano che mi ricordassi di loro……….
Comunque sensazioni indimenticabili. Come indimenticabile sarà sempre lo spirito e l’entusiasmo comune espresso e condiviso da tutti noi nell’affrontare questa piccola parentesi della vita. Augurandomi di poter rivivere esperienze simili con un gruppo affiatato come il vostro, il mio sentito grazie di cuore a tutti voi. Folgore!

Franceso Nappini
per gli amici della Staffetta "Little Napp"




HO IMPARATO A NON MOLLARE
di Luca Bartoli

Era dal servizio militare, ventisette anni fa, che volevo andare in questo lembo di deserto, a rendermi conto dell'ambiente e delle ragioni che portarono all'estremo impegno e sacrificio dei paracadutisti della Folgore in questa cruciale battaglia della seconda guerra mondiale.

L'ho potuto fare solo oggi grazie ad una staffetta in onore dei caduti, proprio sulla linea dei combattimenti, attuata da un tenace organizzatore ed da un fantastico gruppo di commilitoni (Mariella... sei tra i congedati ad honorem...!).

Dell'esperienza rimangono fortissime emozioni che richiedono tempo per essere riordinate; l'alba che delinea di colpo lo splendido scenario in cui ci si era immersi nel buio della notte precedente, il mio tratto di corsa tra le buche delle mine disattivate segnalate da un sacchetto di juta bianca, la maestosita' di un sacrario candido che appare da lontano, il brivido prolungato che da l'eco dell'urlo FOLGORE all'interno, sono solo alcune di esse...

Su tutto la senzazione di privilegio che si ha per aver fatto parte delle aviotruppe, per aver potuto legittimamente portare un omaggio ai gloriosi combattenti di allora, per essere ancora oggi in contatto oggi con persone amichevoli e di principio. Sono convinto che, al di la delle altre motivazioni personali, sia questa sensazione di privilegio che ha reso naturale ai Ragazzi della Folgore il non mollare mai.



 
 
 
 
 
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25 OTTOBRE 2009 : GLI STAFFETTISTI TORNANO DA EL ALAMEIN
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


23 Ottobre 2009- El Alamein, Sacrario Italiano. Il Tedoforo Francesco Tegoni, all'arrivo della staffetta al Sacrario,dopo 80 chilometri (è stato aggiunto qualche chilometro di deviazione per toccare alcune postazioni a El Munassib, ndr) porge la Fiaccola al Leone Carlo Murelli.

Il giorno successivo, 24 Ottobre, la cerimonia è stata ripetuta ufficialmente e n abbigliamento più consono , davanti all'Ambasciatore e all'Addetto Militare e aperta al pubblico.





IL CAIRO - EGITTO-DOMENICA 25 OTTOBRE 2009 - I tedofori della Staffetta per i Leoni della Folgore sono sulla strada di casa.

Fra poche ore il volo Alitalia li riporterà in Patria.

Si conclude l'impresa che li ha visti correre sulla linea del Fronte della Folgore, per incontrare, nel Deserto a noi sacro , le anime dei Caduti e portarle sino al Sacrario.

Tre giorni di grandi silenzi, di fatica, di cameratismo, di ideali condivisi e di grandi emozioni.

Dopo avere pernottato il 22 Ottobre all'HIMEIMAT, le caratteristiche colline a forma di gobba di cammello, che erano il più lontano presidio della Folgore sul fronte italo-tedesco, sono partiti alle 7 del mattino del 23 Ottobre e si sono alternati sulla sabbia e sulla pista dell'acqua (gli unici 25 chilometri della Staffetta non sabbiosi, con un vecchio asfalto gettato dagli italiani nella seconda guerra mondiale,ndr) scambiandosi la fiaccola che è diventata testimone di questo gesto dedicato ai Leoni della FOLGORE.

Il sole che ha accompagnato gli 11 Paracadutisti in questa trasferta del ricordo, è stato talvolta magico, all'alba dell'Himeimat, implacabile quando era alto nel cielo sulle teste dei Tedofori, struggente e dolorante quando tingeva di rosso via via più scuro l'orizzonte.

Tutti sono rimasti colpiti da un Sacrario splendido, bianchissimo, marziale, imponente, silenzioso, mozzafiato.



23 Ottobre 2009- Cima dell'Himeimat.

Il sole cala sulla depressione il 23 Ottobre. Dopo poche ore sarebbe cominciato, 67 anni orsono, l'attacco

Le foto rendono solo parzialmente quello che i Tedofori hanno visto e provato.
La mattina del 24 Ottobre -seconda notte di campo- prima dell'ammainabandiera e della partenza in jeep verso il Sacrario per la cerimonia ufficiale di "ONORCADUTI" ( l'organismo del ministro della Difesa che si occupa dei Sacrari e degli eventi ad essi legati, ndr), il gruppo è salito sull'Himeimat, il punto più alto della Depressione di El Qattara, per rendere l'ultimo omaggio speciale da quel luogo così carico di dolore e di morte , ai nostri Reduci.

vista dalla cima: postazioni del 185mo artiglieria paracadutisti ai piedi dell'Himeimat, sulla depressione di El Qattara



Da quella cima dove si trovano ancora oggi ben visibili diverse postazioni dl 185° artiglieria paracadutisti, hanno anche chiamato telefonicamente due LEONI sopravvissuti, i sergenti (all'epoca della battaglia) Santo Pelliccia e Emilio Camozzi, urlando un FOLGORE che ha riecheggiato nella piana sottostante e ha -purtroppo- riempito di tristezza i cuori, pensando alle migliaia di Paracadutisti caduti proprio in quella grande spianata sottostante, dove i francesi della Legione e gli inglesi hanno tentato di sfondare la linea -senza successo- ricoprendo le postazioni di una valanga di fuoco, la notte del 23 Ottobre, alle 20.42.


sommità della cima più alta dell'Himeimat: postazione del 185mo artiglieria paracadutisti che guarda il fronte da cui attaccarono i legionari e gli inglesi



I Tedofori sulla sommità della cima che guarda la depressione di El Qattara, all'alba del 24 Ottobre 2009.
67 anni orsono, a quell'ora erano già cadute diverse centinaia di Folgorini


La sera prima, alla stessa ora, il gruppo si è riunito sotto la bandiera illuminata da un faro, e sotto le stelle ha recitato all'unisono la Preghiera del Paracadutista.

L'ambasciatore d'Italia e lo staff militare, con l'Addetto della Difesa e quello dell'Esercito, hanno invitato i tedofori alla cerimonia che si è tenuta il 24 MATTINA presso il Sacrario Italiano,ora diretto dal maresciallo dell'aeronautica Raffaele Portento. E lì hanno ripetuto l'accensione del braciere davanti ad un folto pubblico.

I tedofori hanno così potuto fare da picchetto d'onore al nostro Leone, vista la assenza di ogni altra rappresentativa dei paracadutisti in congedo, nonostante una gita di 300 unità fosse transitata una settimana prima proprio nel residence a cinque stelle poco lontano. Un promemoria per l'anno prossimo.

Schierati dietro l'altare, con la torcia accesa,i tedofori hanno attirato l'attenzione e l'approvazione ammirata della platea. Alla fine, un potentissimo urlo FOLGORE ha riecheggiato per alcuni secondi tra le Mura e nelle Sale a noi Sacre, commuovendo i presenti. Sfilando di fianco al Reduce col saluto dell'attenti in movimento, hanno raggiunto il Sagrato, dove, alla presenza del'ambasciatore e di tutte le autorità, il Tedoforo ha consegnato la Fiaccola al nostro Leone, che l'ha appoggiata al braciere che ardeva davanti a Lui.

Il simbolico passaggio degli Ideali e l'omaggio alle Anime dei Caduti della Folgore erano avvenuti.



Difficile non emozionarsi.

Un dietrofont perfetto e l'uscita correndo dal Sacrario, sono stati accompagnati dagli applausi dei visitatori. Alla fine del lungo viale ornato da oleandri e palme, tra i cippi dei Reggimenti che hanno combattuto in quelle sabbie, hanno reso omaggio -insieme alle Autorità- agli ascari libici, seppelliti all'ingresso del Sacrario, nella cappella musulmana.

Paolo Caccia Dominioni non ha dimenticato quei fedeli e valorosi camerati.

...seguiranno altri dettagli e i tanti ringraziamenti tra oggi e i prossimi giorni ( satellite permettendo).

Le foto saranno pubblicate in una gallery. Il tempo di rientrare.











 
 
 
 
 
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GLI STAFFETTISTI PER I LEONI : IMPECCABILI
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


PARMA- Pubblicheremo da stasera e per alcuni giorni le gallery fotografiche scattate a El Alamein, che rimarranno disponibili in "STORIA E REDUCI" e nelle prossime 24 ore sul canale Congedatifolgore di Youtube, anche alcuni spezzoni di filmati disponibili.

Nel frattempo mandiamo online una foto che premia la serietà e l'uniformità del drappello.



 
 
 
 
 
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UNA GUIDA PER VIAGGIARE A EL ALAMEIN
Giovedì, 17 Settembre 2009


PARMA- Daniele Moretto, figlio di un combattente della Ariete di El Alamein, è un appassionato di storia e geografia. Dopo un viaggio a El Alamein, ha trasformato una sua passione in qualcosa di più: è un protagonista di una iniziativa di studio insieme ad un gruppo di ricercatori italiani e stranieri, per far diventare l'intera area un parco-museo all'aperto.

Dai suoi numerosi viaggi nel deserto egiziano ha tratto preziose informazioni storiche, geologiche e turistiche , pubblicando una guida che sembra fatta apposta per i Paracadutisti che vogliono trascorrere qualche giorno tra le sabbie dove hanno combattuto i nostri padri.


UNA GUIDA PER VIAGGIARE A EL ALAMEIN

LA SCHEDA DEL LIBRO E DELL'AUTORE

CEDOLA


Informazioni più approfondite le troverete nei due siti che parlano della sua attività:

WWW.QATTARA.IT

e


WWW.ELALAMEINPROJECT.ORG

 
 
 
 
 
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ZILLASTRO:FINE SETTIMANA ADDESTRATIIVO NEI LUOGHI DELLA BATTAGLIA
Sabato, 11 Luglio 2009




di Manuel Aquila

COSENZA- Nei giorni 27-28 Giugno 2009 i Paracadutisti della X Zona (Calabria-Sicilia) si sono ritrovati sull’ altopiano dello “Zillastro” in Aspromonte nel Comune di Oppido Mamertina.

Il luogo è tristemente noto per la battaglia dell’8 Settembre 1943 che vedeva 400 Paracadutisti del 185o rgt. Della Divisone Nembo contro 5000 uomini anglo-canadesi,entrambi ignari del fatto che l’armistizio era gia stato firmato dal Maresciallo Pietro Badoglio.


Appena arrivati sul posto,i Paracadutisti delle sezioni di Cosenza, Reggio Calabria e Catania capeggiati dai rispettivi presidenti Piero PREITE, Pino PERRONE e Tommaso DAIDONE, hanno issato il tricolore per l’alzabandiera.
Alcuni hanno costruito la zona bivacco x l’accampamento usando i teli tenda di ciascun parà,altri hanno provveduto a lavori di manutenzione del Monumento. Tutto ciò sempre con quell’orgoglio e quel modo di fare operativo che distingue da sempre i Paracadutisti.

Nel pomeriggio,dopo la pausa pranzo,i Paracadutisti hanno iniziato l’attività marciando daddestrativa apprima sulla strada e poi salendo per un tratto di montagna dove dopo una buona ora e mezza di cammino,hanno raggiunto la cima dove è stato possibile godersi uno spettacolo incredibile .

Un preparatissimo Pino Perrone ha informato il gruppo sulla storia e le carateristiche dei luoghi inerenti alla zona.

La sera,dopo l’ammaina bandiera, al calar della notte, tra il silenzio e l’oscurità di quel posto meraviglioso, dove la nebbia era scesa ed aveva preso il sopravvento, i paracadutisti,attorno al fuoco, hanno passato una eccezionale serata riscaldando i cuori di tutti i presenti, tra canti e cibo cotto sul posto , come si faceva in pattuglia .

Prima di andare a riposare,i paracadutisti,inquadrati in un unico blocco ,hanno onorato e rivolto il loro pensiero dinnanzi al monumento dei fratelli della divisione Nembo.

Per lunghi secondi abbiamo sentico che i fratelli della Nembo erano lì con noi.

La mattina i paracadutisti dopo l’alzabandiera e l’ammaina bandiera (anticipata per via dell’abbandono del posto) si sono recati su "Pietra K" per visitare lo spettacolare monolite.

Una vetta difficile e pericolosa che i paracadutisti decidono di scalare.
Sulla cima,uno spettacolo meraviglioso.


I Paracadutisi si sono salutati da Fratelli, con l’augurio di ritrovarsi tutti insieme a settembre per la vera e propria marcia.





 
 
 
 
 
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E' A TRIESTE LA FIAMMA DEGLI ARDITI D'ITALIA
Domenica, 28 Giugno 2009




PARMA- 27 Giugno 2009 - Massimiliano Ursini "Max Vecchio Pioniere" è un paracadutista in congedo che da anni, da sempre, persegue solo un obbiettivo: essere degno del basco che porta e poter guardare negli occhi i Leoni del Folgore -uno di loro era Suo Padre- e divulgre la storia del reparto che fu certamente Loro esempio e che è anche il nostro: quello degli Arditi d'Italia della seconda guerra mondiale.

Noi lo seguiamo volentieri nelle imprese della attivissima sezione F.N.A.I. di cui è presidente

Gli Arditi della prima guerra mondiale,il cui 90mo della vittoria ricorreva pochi mesi orsono, fanno parte di una "razza guerriera" che seppe riconquistare a colpi di pugnale e bombe a mano , metro per metro, lembo dopo lembo, fino alla vittoria, il territorio italiano caduto nella mani del nemico. Decine di morti tra i nostri, ceentinaia e centinaia tra gli austriaci.

Max e il suo manipolo di Paracadutisti e amici triestini si erano dati dal 2007 alcuni compiti impossibili: restaurare l'Ara dove celebrare il novantesimo -e ogni anno successivo- rinnovare solennemente il loro ricordo, organizzando eventi speciali.

La attivissima sezione triestina della Federazione Nazionale Arditi d'Italia ha frequenti scambi culturali con i loro eredi, gli Incursori del Nono Reggimento Col Moschin della Folgore, a cui ha donato alcuni cimeli per la loro Stanza del Ricordo.


Con il pugnale sguaninato, Max ci ha chiesto -soavemente- di ripubblicare le gallerie di foto che si riferiscono a due eventi miliari della storia dela neo-nata sezione: il restauro dell'ARA e la festa del Novembre 2008.

Come potevamo dire di no, davanti a tanta delicatezza? Chi lo conosce, sa che si spazientisce con niente. Come un Ardito, appunto.

Scherzi a parte: da queste pagine giunga un rispettoso omaggio a questi ITALIANI, il cui codice genetico proveniva direttamente dalla migliore razza italica.



Eccole:

LE ATTIVITA' DELLA F.N.A.I. DI TRIESTE - recupero e inaugurazione dell'Ara
LE ATTIVITA' DELLA F.N.A.I. DI TRIESTE - PARTE SECONDA


 
 
 
 
 
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LA DIFESA DI ROMA DEL 1944: SESSANTACINQUE ANNI DA RICORDARE
Mercoledì, 20 Maggio 2009


Autore: Par Luca Combattelli





Sessantacinque anni.
1944-2009.




I Paracadutisti Romani si riuniscono ancora, come ogni anno, nel ricordo dei Caduti raccolti nel Sacrario del Verano.

Siamo ancora qui. Ancora qui a ricordare.
Ma vogliamo capire. Dopo tanti anni vogliamo capire.

Le date dei ricordi dei Paracadutisti Italiani sono scolpite, forti, nel nostro DNA. El Alamein è passata, lasciandoci ancora l’animo segnato, il ricordo scolpito. Ma gli eventi in questo parallelo storico ci incalzano, e noi a più di sessant’anni di distanza, li ricordiamo. La fine dell’avventura d’Africa con l’ultimo sacrificio dei Paracadutisti di Takruna. L’invasione della Sicilia. Il 25 luglio, l’8 settembre.

Capire el Alamein è stato facile: c’era un nemico dall’altra parte, con un uniforme diversa dalla nostra, che parlava un’altra lingua. Ogni Uomo della Folgore sapeva quale era il suo dovere.
Semplicemente e senza indugi hanno combattuto, hanno dimostrato il loro Valore. Sono Caduti sul campo con Onore.

Ma dopo tutto si è fatto più difficile, poi tragico.
E non solo per l’esito infausto della guerra, per i bombardamenti sui civili, per la fame.

Si è fatto più difficile capire chi era il nemico, chi era l’amico, cosa era giusto fare.

Ora vogliamo capire.

Nel 2009 i Paracadutisti Romani invitano tutti a ricordare i Ragazzi del Nembo che morirono nella Battaglia per la difesa di Roma.
Per onorarli, certamente: onorare il Coraggio, l’Ampr di Patria, il senso dell’Onore.
Ma, alla fine serve, ora, definitivamente, capire.

Non per dimenticare, non per giudicare, non per condannare né per giustificare. Solo per capire.

Capire cosa è stato quel momento storico per ogni singolo Paracadutista.

Cosa è passato per la testa di ognuno di loro, per la prima volta lasciati a decidere da soli cosa fare, come comportarsi.
Nessuno come i Paracadutisti ha vissuto la tragedia della guerra civile.

La morte di Bechi Luserna, già il 10 settembre ’43, ne fu il tragico prologo, foriero di ulteriori lutti e tragedie. La guerra civile: italiani contro italiani.

I Paracadutisti Italiani si sono schierati ed hanno combattuto con Onore su entrambi i fronti.


Capire: non un giudizio storico, non una interpretazione politica, non la volontà di convincere ad ogni costo che chi era dall’altra parte aveva torto.
Solo capire.

Capire perché a quei Ragazzi di vent’anni, che morirono per la Patria qualcuno disse che la Patria era dall’altra parte.
Capire perchè i Valori di Onore, Coraggio, Amor di Patria, che aveva mosso i loro Commilitoni di poco più anziani, e che erano gli stessi che loro avevano nel cuore, non gli furono riconosciuti. Sono passati sessantacinque anni.

Forse sono pochi…..


 
 
 
 
 
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I RACCONTI DEI NOSTRI REDUCI
Mercoledì, 22 Aprile 2009


di Arrigo Curiel



Leone della Folgore di El Alamein



Con il raggruppamento “ Camosso “
a Deir Alinda



Il raggruppamento “ Camosso “ ( ten.col. Luigi Camosso c.te. 187° Rgt. ) cui faceva parte anche il III Gruppo ( maggiore Ferdinando Macchiato ) del 185° Rgt. Artiglieria dopo aver presidiato le posizioni di prima linea di Forte Menthon , effettuarono una marcia senza automezzi, sotto il tiro delle artiglierie nemiche, portando a spalla , viveri, munizioni e armi, trainando i cannoncini anticarro 47/32 sulla sabbia e occuparono le posizioni di Deir Alinda – quota 101. Uno spostamento di circa quindici chilometri.

Pochi giorni dopo quella sera del 31 agosto, nella notte tra il 3 e il 4 settembre la 5^ Brigata neozelandese, la 132^ Brigata britannica, reparti del 44° e 50° Royal Tanks, iniziarono un violento combattimento. Il maggiore Aurelio Rossi comandante del IX battaglione diede l’ordine ai suoi reparti di lasciare infiltrare il nemico e iniziare, allora, il fuoco, con tutte le armi.Un nostro proiettile centrò un autocarro che trasportava munizioni, una decina di metri davanti le nostre linee. Ne seguì una terribile esplosione con fiamme alte che diradarono la foschia ed i fumogeni. Facili divennero i bersagli delle forze attaccanti, che subirono perdite consistenti in uomini e mezzi.

Molti anche i prigionieri, compreso il generale Alan Clifton comandante della brigata neozelandese. Jeeps, Bren-carrier, ma soprattutto camion Dodge carichi di viveri, vettovagliamento, munizioni resero anche molto contenti i paracadutisti. Scatoloni con scatolette di latta, che contenevano alimenti più svariati:. miele, marmellate, fagioli, latte ( anche in polvere ) , carne, pane biscottato, the, bottiglie di wisky, ecc.ecc.E poi , provare a guidare le jeeps, i Bren –carrier, i camion, andando anche a rastrellare prigionieri.


Ma, tutto sommato fu, la scoperta di una specie di impermeabili di tela cerata mimetizzati, molto utili per ripararsi dal freddo umido della notte, non solo;.mangiare, in genere, rappresentava quasi un problema a causa delle terribili mosche africane che camminano imperterrite sul nosro corpo, appiccicate a vestiti e vanno dentro alle narici e nelle orecchi e nella bocca che, se aperta finicono anche dentro. Strano perchè nessuno ha mai scritto di questi insetti che rendono difficile mangiare senza prima scacciarle.


Allora qualcuno cominciò tagliare dei pezzi di tela cerata degli impermeabili , riducendoli a lunghe striscioline, terminando con un manico dello stesso materiale. Così è stato creato uno “ scaccia-mosche “ che a turno, uno di noi lo usava per poter mangiare in pace !.

Arrigo Curiel

 
 
 
 
 
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I RACCONTI DEI NOSTRI REDUCI
Lunedì, 20 Aprile 2009



di Arrigo Curiel

Leone della Folgore di El Alamein




Da El Alamein a Tripoli


Le sorti delle armate di Rommel si decidevano esclusivamente sul teatro d’operazioni dell’est del Nord Africa. Ma, in questa Seconda Guerra mondiale in cui tutto il mondo era stato diviso in due grandi campi avversari, gli avvenimenti che influenzavano più o meno direttamente la situazione su un campo di battaglia potevano svolgersi a migliaia di chilometri di distanza.

Rommel per primo lo avrebbe provato sulla propria pelle, La sorte delle truppe dell’Asse in Libia e in Tripolitania si decideva anche a Londra e a Washington e l’azione di Roosevelt, che meditava nel suo lontanissimo ufficio della Casa Bianca, non avrebbe tardato a fasi sentire di fronte agli uomini dell’Afrika Korps, sotto forma di truppe bene armate e decise che li avrebbero presi alle spalle e sbaragliati. Nel momento in cui la battaglia di El Alamein stava per iniziare, Rommel sapeva già che la sorte dello scontro era segnata.


Pensava già di organizzare una difficile ritirata, Ma, guardando oltre alla ritirata, Rommel pensava di riuscire a fortificarsi in Tunisia. Forse Hitler avrebbe finalmente riconosciuto che le guerre non si vincono solo con truppe ben comandate e con la cieca volontà offensiva, ma anche con la ricchezza del materiale e delle munizioni.
Gli Alleati avevano capito questa verità e ciò avrebbe dato loro la vittoria.

I Tedeschi sarebbero crollati sotto l’impeto degli eserciti alleati, ricchi e potenti, che li avrebbero scacciati poco per volta da tutti i territori conquistati. D’altronde, per gli Americani lo sbarco in Nord Africa doveva essere la prima operazione in cui sperimentare le loro giovani forze e in cui mettere a punto la più formidabile macchina bellica che il mondo avesse mai conosciuto.

L’Afrika Korps era stato creato per salvare la Tripolitania, colonia italiana, e la sua sconfitta apriva quest territorio all’invasione e segnava la perdita dell’impero coloniale italiano, fierezza del regime mussoliniano. Inoltre, poichè il grosso della fanteria non motorizzata era stato fornito dagli Italiani, furono principalmente costoro ad alimentare le schiere di prigionieri rastrellate dagli Inglesi nel deserto egiziano dopo la battaglia di El Alamein. Al contrario il grosso dei Tedeschi, motorizzati, sfuggì alla stretta dell’armata di Montgomery.

Una visione panoramica della verità conosciuta molto tempo dopo e confermata anche dalle testimonianze dei superstiti del 285° battaglione paracadutisti Folgore che combatterono a Takruna, e la mia personale esperienza negli oltre 2.000 chilometri percorsi, con camion diversi, molti dei quali avevano dipinto sui fianchi le croci nere slavate, con uomi seduti sulle panche laterali o sdraiati sul fondo del camion. Alcuni portavano bende sanguinanti o macchiate di pus, come le mie.

Erano dei “ diavoli verdi “ i paracadutisti del battaglione Hubner che mi indicarono i due uomini che assistevano allo spettacolo penoso della disfatta di un’armata motorizzata.

Erano due sabotatori: Helmut Gruber e Karl Roehm, pirati solitari, che sapevano utilizzare ogni tipo di esplosivo, smontare proiettili per preparare trappole, mine di fortuna, innescando meccanismi sotterrati in mezzo alla pista; allora una quindicina di mine esplodeva ai lati della colonna, sfondando i fianchi dei veicoli corazzati e crivellando con mille colpi i camion carichi di soldati.
Le prime colonne inglesi non avrebbero tardato a seguire gli ultimi Tedeschi. Ma sembravano non avere molta fretta.

Forse è stato l’ufficiale medico – mi sembra si chiamasse Bini – a levarmi i proiettili conficcati vicini al femore ed al ginocchio della gamba destra , all’infermeria da campo, dopo avermi fatto ingoiare mezzo bicchiere di cognac, per stordirmi meglio.

Quì iiniziano idee confuse, intercalate da lucidità di mente. Una sosta al campo di aviazione di Fuka, mitragliati da Spitfire a bassa quota,con decine di morti e di feriti.

Marsa Matruk, la scarpata di Sollum, dove il 7 novembre si era scatenato un temporale che aveva gonfiato gli uadi, straripando paludi salate, tagliando mle piste con fiumi di fango.( fonti attendibili riportavano che Rommel il 7 novembre si trovava alla testa di 7.500 uomini,29 carri armati, 124 cannoni ! ).Tobruk, Marsa el Brega, Bengasi, il percorso della Cirenaica condizionato dai rifornimenti spesso insufficienti di carburante.; Misurata, Homs, il 22 dicembre a Tripoli.

Finalmente un ricovero ospedaliero e poco dopo un Henihel 111 mi riporterà in Italia.

 
 
 
 
 
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CI SCRIVE UN LEONE DELLA FOLGORE . COMBATTENTE FIERO ED ORGOGLIOSO
Martedì, 17 Febbraio 2009




PARMA- Non poteva giungere messaggio più apprezzato dai nostri lettori : un "fiero ed orgoglioso" leone della Folgore sardo .-Giuseppe Ortu- ci scrive, grazie al Figlio Salvatore che frequenta il nostro sito.







Caro Walter ,

tramite mio figlio Salvatore ti mando qualche ricordo della mia vita da Paracadutista e di Combattente.

La mia prima Compagnia era inizialmente la C.C. del VI Battaglione.

Il mio caposquadra era il Serg. Maggiore Nicola Pistillo, il vice comandante il Ten. Boliano,Ten. Spadaro e il Sotto Ten. Stassi.

Altri camerati del periodo del corso di Paracadutista che frequentai a Tarquinia dal 02/08/1941 al 25/09/1941 che riesco a ricordare sono: Franchi Leandro, Maracchioni, Ferrara, Piero Pieri, Lustrissimi, Cantarale Franco, Mariano Mariani, Ventura, Barbon, Motta.

Dopo i primi 5 lanci il battaglione fu trasferito a Rovezzano (Firenze) dove effettuammo altri lanci.

Rientrato da una licenza non trovai più il mio battaglione, era stato sciolto e i componenti furono assegnati ad altri btg, io fui assegnato al V al comando del quale c'era il Maggiore Izzo.

Al V vennero trasferiti anche Ferrara, Ventura, Barbon, Mariani, Bartoli e altri che non ricordo, la mia specialità era il Lanciafiammista e il porta feriti.

Nei primi mesi del 1942 partimmo da Ostuni per l'Africa, sul posto il Maggiore Izzo mi volle alla Compagnia Comando assegnandomi l' incarico di mantenere efficienti i collegamenti telefonici con gli altri Battaglioni
e le varie Divisioni assieme a Mariani e Ferrara, quest'ultimo rimase ferito da una granata mentre eravamo intenti a sistemare dei fili telefonici, io rimasi miracolosamente illeso, rimase ferito anche Mariani e restai da solo a sbrigare questo compito.

Tra i tanti episodi in cui ho rischiato di morire ne ricordo uno in particolare in cui dopo un terribile bombardamento, eravamo intenti a caricare i feriti su un camion e improvvisamente mentre l'autista si accingeva a partire iniziarono a cadere nuovamente le granate e fui l'unico a salvarsi.

Ricordo molto bene che il 23 o 24 Ottobre nel furioso combattimento che avvenne intorno alla Depressione di El Qattara ( non ricordo i nomi della località) il Maggiore Izzo rimase ferito ad una gamba, era svenuto, avendo qualche nozione di pronto soccorso riuscii con quello che si trovava a bloccargli l' emorragia subito rinvenne e assieme al suo attendente lo trasportammo sulle spalle fino al più vicino accampamento (sono dispiaciuto perchè in un libro che mi ha regalato mio figlio: Takfir..si fa riferimento a questo episodio riportando solo il nome dell'attendente) sul posto mi chiese chi fossi e mi promise che una volta rientrato in Italia si sarebbe ricordato di me, così non è stato ma pazienza.

Ricordo che dopo il 24 di Ottobre le truppe Francesi con i Neozelandesi con i loro megafoni cercavano di convincerci ad arrenderci dicendo che i nostri comandanti ci avevano tradito e che si erano arresi, ma continuammo a resistere, difatti non riuscirono a sfondare le nostre postazioni.

Gli ultimi giorni, quei pochi di noi rimasti ebbero l'ordine di ritirarsi e io ebbi da parte dell' ufficiale che sostituì il Maggiore Izzo (non ricordo il nome) di rimanere nelle retrovie per aspettare le altre truppe e informarle dove si stavano dirigendo e dopo alcuni giorni precisamente la mattina del 7 Novembre, ormai rimasto senza viveri e armi con cui difendermi venni catturato dagli Inglesi, che a bordo dei loro veicoli iniziarono a spararmi con le loro mitragliette.

Dopo 15 mesi di prigionia in un campo di concentramento (POW 310) vicino a Suez fui trasferito in Inghilterra, dove ho trascorso altri due anni e mezzo lavorando nei loro campi di lavoro, rientrai in patria sbarcando a Napoli il 9 Giugno del 1946.

Ho sempre partecipato ai vari incontri che ci sono stati in Sardegna da parte dell'A.N.P.I. assieme all' Amico Pitzalis Antonino che ci ha lasciato circa un anno fa, manifestando l' intenzione di andare in Africa per il 60° anniversario della Battaglia di El Alamein, purtroppo non ci sono riuscito chissà magari per il 70° !!!!!!!!!!!

Questi sono solo alcuni racconti della mia storia di Paracadutista, Combattente Fiero e Orgoglioso

Un Carissimo Abbraccio e tantissimi Auguri


 
 
 
 
 
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IL MIO 23 OTTOBRE 1942 A EL ALAMEIN
Domenica, 18 Gennaio 2009





di Arrigo Curiel - Leone della Folgore



IL MIO 23 OTTOBRE 1942 A EL ALAMEIN
( ricordo di colori dopo la violenza )


23 ottobre alla sera l’aria era calda a Dei el Munassib.La notte trasparente per la luce della luna. ,il silenzio accarezzava la sabbia chiara ed i bassi oscuri costoncini. Qua e là un parlottare sommesso nelle postazioni, un colpo di tosse trattenuta, una piccola risata. L’umidità già impregnava i sacchetti del parapetto delle postazioni.

Di sorpresa, in silenzio, una larga fascia su tutto l’orizzonte si è colorata di arancione intenso.. Nei successivi istanti, sempre silenziosi, le sfumature e i toni dei colori e lo spettacolo immenso mi hanno suggerito un assurdo tramontare di mille soli o un’improbabile aurora boreale nel deserto sinchè un enorme tuono mi ha annunciato che erano le vampe riunite di mille cannoni..

Mi sono gettato pancia a terra, le traiettorie sono passate alte sopra di noi . Una breve attesa, ed è arrivato, da quattro o cinque chilometri alle nostre spalle, il boato della simultanea esplosione di mille granate.

Come applaudire alla prima salva delle artiglierie migliaia di motori si sono accesi e si sono messi in moto al nostro fianco ed oltre.

La nostra divisione paracadutisti Folgore è schierata, come su di un palcoscenico, per dodici chilometri, da nord a sud, fino a Naq-Rala.

Nella parte più settentrionale il nostro reparto, che occupa un saliente di formazione triangolare,con al vertice la nostra compagnia, proteso fuori dalle linee per quattromila metri, sta come nei palchi della parte sinistra che però, essendo collocati a una quota più bassa di quella del proscenio, non consentono alcuna visuale.,

A giudicare dai rumori la grande platea brulicava di mezzi corazzati, di cingolati e di camionette. Sconcertato pensavo alla frase: “ – Nessuna traccia di forze avversarie – “ con cui avevo chiuso il rapporto sulla pattuglia di ricognizione da me condotta, due giorni prima, a perlustrare in lungo e in largo quella zona di deserto senza trovare altro che il relitto del piccolo Bren Carrier.

Anche se inverosimile era pur vero che undici paracadutisti con me, per il vento di sabbia e grazie al caso avevano,per undici ore, potuto passeggiare in mezzo a due o tre divisioni inglesi schierate per la battaglia senza essere visti e senza vedere alcuno. Con la fantasia già i trovavo davanti alla corte marziale, mentre chiamavo gli uomini testimoniare a mia discolpa, mentre osservavo, al di là del declivio che ci impediva la vista della grande piana. Discendevano sul campo di battaglia le luci bianche dei bengala appesi a piccole calotte, l’alzarsi verde e rosso dei razzi di segnalazione tra il punteggiare, colorato, in traiettoria, dei proiettili traccianti.S

iamo stati inquadrati durante la giornata successiva, da linee precise di granate che, a centinaia, miste a fumogeni,, si avventavano ad esplodere alle spalle della nostra compagnia. Le artiglierie, rallentando il tiro, poi diradandolo in salve separate di batteria, come tuoni al finire di un grande temporale, e infine cessandolo del tutto, hanno dato l’impressione che gli avversari, da veri inglesi, volessero rispettare la festa.

Poco prima delle 16, una vedetta si mette a gridare : “ All’armi, carri in vista sulla destra “.Nette si alzano dal cielo limpido e celeste le lunghe antenne, variopinte dai segnali,di novanta carri nascosti tra le alture verso sud e le piccole figure con elmetto piatto che strisciano per aprir varchi fra le mine.Rauca nel silenzio una voce : “ Squadra mitraglieri, pronta ! Alzo massimo, fuoco ! “La mitragliatrice sgretola la sabbia dura, sollevandola in segmenti polverosi.

I più si ritirano correndo, alcuni, immobili, rimangono.Alcuni carri usciti dal rilievo prendono posizione frontale a noi., discendendo a motore pieno sulla sabbia compatta del pendio.Allo spegnersi del rimbombo delle mine esplose,una pausa di silenzio. Attraverso il pulviscolo giallastro, il primo carro, sbandato di traverso, mostra sul fianco, avvolta dalle fiamme, l’insegna scarlatta: una cavallino bianco rampante. E’ un IV Cavalleria. Ancora delle parole gridate : “ Tutte le armi, fuoco a volontà! Tenere alla mano le bottiglie incendiarie !

“ Poi tutto si confonde in nero e in rosso.Vampate si alzano dovunque, il suolo si apre sussultando, si solleva in scure ondate che ricadono ricurve, morbide, pesanti.
Tutto è fumo, acre e penetrante, gli occhi bruciano, la tosse serpeggia nelle postazioni. Anche gridando non ci si intende a un metro di distanza. Nelle orecchie è tutto un frantumarsi di campane.
Placata la bufera, una leggera brezza aveva spazzato via polvere e fumo. Il sole rosso dietro di noi inclinava già sull’orizzonte.

Monumenti immobili, spigolosi in linee rette, dodici carri fuori assetto, sbandati nella sabbia, profondamente marcata a pettine, dietro di loro, dai cingoli nell’ultima virata. Sulle lamiere frontali del quarto a partire dalla sinistra, colava sangue scuro dalla torretta del cannone contorto, piegato verso il basso.Il carro portatore dello stendardo scarlatto, bruciava ancora e con lui altri tre.. Sottili spirali di fumo nero si alzavano nel cielo, in alto si allargavano disperdendosi nel vento, Dei rimanenti carri, erano ventidue, parte arrancava, ritirandosi,in salita.Parte tentava di avvicinarsi ai colpiti per salvare gli equipaggi.

Non più falò solo bracieri incandescenti erano i carri che finivano di bruciare: roghi oscuri di guerrieri sconosciuti, innalzati sulla distesa sbiancata dalla luna.Ora un’angoscia pesante nel ricordo del filo di fumo che saliva dalla postazione della prima squadra fucilieri. Lo scavo appariva silenzioso e vuoto.Al suo ingresso era caduta una bomba di mortaio,nell’interno tutto era a soqquadro : visi neri per lo scoppio, inebetiti, tanti morti e feriti gravi
Ricordo di colori dopo la violenza.

La storia reggimentale del 6° e 7° Green Howards è stata cortesemente messa a disposizione dall’ Imperial War Museum di Londra.


23 ottobre 1942. L’inizio della battaglia fu previsto per il 23 ottobre 1942 e l’attacco principale sul fronte del 13° Corpo doveva essere effettuato dalla 44^ divisione tra Himeimat e la depressione di Munassib dove le difese del nemico si pensava fossero più deboli. Non appena una breccia fosse stata aperta in questa località, la 7^ corazzata doveva passarci attraverso e prendere sul rovescio le difese nemiche dietro la zona di Munassib.

Il ruolo della 50^ divisione era di attaccare frontalmente la posizione di Munassib avendo come primo obiettivo una penetrazione di circa 1.500 yards. All’inizio era stato deciso dal comandante del 13° Corpo che l’attacco della 50^ divisione dovesse aver luogo la notte successiva a quella della 44^ divisione e non iniziare finchè la 7^ corazzata non avesse sfondato.Quello che successe, invece, fu che la 44^ divisione fallì nella penetrazione delle difese nemiche e subì pesanti perdite, e così alla 50^ fu ordinato di attaccare la notte del 25 ottobre con lo scopo di alleviare la pressione sul fronte della 44^.


( il 6° Btg Green Howards sulla destra e dal 5° Yorkshire sulla sinistra appartenevano alla 69^ Brigata della 50^ Divisione )










 
 
 
 
 
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C'E ANCHE UNA DONNA TRA I CADUTI DEL SACRARIO DI EL ALAMEIN
Sabato, 27 Dicembre 2008



Autore: Massimo Zamorani -- Giornalista del secolo XIX


Nel sacrario italiano sono raccolte le spoglie di 4.634 caduti, 2.187 sono senza nome.

Fra gli uomini morti in guerra c'è una sola donna.

Non è facile trovarne il loculo sul quale è scritto "Inferm. Maria", ma sappiamo che non era infermiera ed è dubbio si chiamasse davvero Maria.

La storia me l'ha raccontata un sergente carrista della divisione "Ariete". «Nel 1943 - ha riferito - ancora in piena guerra, eravamo prigionieri e gli inglesi hanno chiesto volontari per il recupero delle salme disperse nel deserto.

Anch'io mi sono offerto e un giorno, con la mia squadra, abbiamo trovato in una buca, proprio presso il ciglione della depressione di El Qattara, i corpi di due uomini e una donna.

Li abbiamo seppelliti nel cimitero, ma quando abbiamo piantato la croce sulla tomba della donna qualcuno ha detto che gli sembrava giusto metterci un nome e abbiamo scritto "Maria"».


Prigionieri, reduci dal combattimento, lontani da casa da anni, gli uomini della pattuglia di cercatori di ossa si sono commossi davanti a una croce sul cui braccio orizzontale hanno scritto un nome, forse il più comune tra le donne italiane, un nome che evocava tutto un mondo dal quale erano stati strappati da molto, troppo tempo.


Poi, terminata la costruzione del torrione ottagonale progettato da Paolo Caccia Dominioni, quando si trattò di esumare le salme interrate nel grande cimitero e trasferirle nei loculi del sacrario, chi si trovò di fronte alla croce con la semplice scritta "Maria" decise di qualificare meglio l'ignota vittima della guerra e sulla pietra del loculo fece scrivere "Inferm. Maria".


Però a quell'epoca e su quel fronte non risulta ci fossero crocerossine italiane e a poco per volta si è fatta strada la convinzione che la presenza femminile fosse di tutt'altra natura.


Ancora di recente un veterano carrista ha confermato d'essersi imbattuto, allora, in un autocarro dove erano indumenti femminili.

C'è chi assicura - ma la voce non ha avuto oggettivo riscontro - che per iniziativa di un generale vennero conferite due Croci di guerra al valor militare a donne.

Una alla superiora delle monache infermiere dell'ospedale di Bengasi, l'altra alla maitresse del bordello militare.

Pochi giorni or sono, ritornato a El Alamein ancora una volta, tra i cinquemila loculi ho rivisto - perchè ne ricordavo l'ubicazione - quello di Maria, di cui ben pochi conoscono l'esistenza.


 
 
 
 
 
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4 DICEMBRE 1941 : NASCE L'ARTIGLIERIA PARACADUTISTI
Domenica, 7 Dicembre 2008

4 DICEMBRE 1941

SANTA BARBARA PATRONA DELL’ARTIGLIERIA

NASCONO GLI ARTIGLIERI PARACADUTISTI



di Maurizio Pinna



Ecco la lettera che Tano, il giorno seguente il suo primo lancio,
il primo degli artiglieri paracadutisti, scrisse alla Madre.

La riportiamo per intero e senza “trascrizione”

Le notizie che possiamo ricavare sono tante, …l’ora del lancio
…la quota del lancio…l’indennità di lancio
Il probabile trasferimento a Firenze del Gruppo…
…il menù della cena per festeggiare…
e…”Era una serata d’oro. Andai a letto brillo.”

Tarquinia 5 dicembre 1941







Un 47/32 abbandonato a El Alamein, senza otturatore


 
 
 
 
 
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LA NASCITA DEGLI ALPINI PARACADUTISTI
Lunedì, 1 Dicembre 2008



di Arrigo Curiel

Penne nere sul paracadute



Negli anni 1947 - 1948 , alcuni ufficiali degli Alpini fissarono la loro attenzione sull’utilità dell’impiego dei paracadutisti in alta montagna.

Questi ufficiali intravedevano nel nuovo tipo di combattente un mezzo efficace per rendere più agile e celere la manovra nel campo d’azione proprio delle truppe di montagna e ritenevano opportuna la creazione di reparti paracadutisti appositamente costituiti.

Il problema fu rappresentato allo Stato Maggiore dell’Esercito e questo, persuaso della convenienza di avere tali unità, dava incarico nel novembre 1951 all’ufficio truppe alpine ( ex ispettorato truppe alpine ) di preparare lo studio relativo all’ordinamento, addestramento, ed impiego del plotone di paracadutisti alpini.



Lo studio veniva compiuto con cura meticolosa inerente a tutto ciò che riguarda il paracadutista; il 18 giugno 1952 , il Capo di Stato Maggiore, generale Cappa, lo approvava ed il 1° settembre successivo segnava la data di nascita della nuova specialità di truppe da montagna, con la costituzione del plotone paracadutisti alpini della Brigata “ Tridentina “ a cui, col tempo , sarebbero seguiti i plotoni delle altre brigate.


L’ideatore e realizzatore della specialità paracadutisti alpini, fu l’allora colonnello Emiliano Scotti, al quale il Capo di Stato Maggiore dava pienamente atto del suo lavoro, sanzionando ufficialmente nei suoi documenti caratteristici, la priorità dell’importante innovazione che doveva trasformare in modo radicale, determinante, impieghi in alta montagna delle tradizionali truppe alpine. Si è giunti così alla armonica combinazione dell’azione di forza per il basso, lungo i solchi vallivi, con quella manovriera per l’alto nelle zone più difficili.

I paracadutisti alpini devono essere dei buoni combattenti di alta montagna, ossia dei buoni alpinisti e sciatori. Diventare paracadutista alpino non è da tutti. L’addestramento del personale è basato sul principio che il paracadutista alpino è innanzi tutto un alpino.

L’addestramento per l’uso del paracadute, inizia al Centro Militare Paracadutismo di Viterbo e successivamente presso la Scuola Militare Paracadutismo ( S.M.P.) di Pisa. Per l’addestramento di specializzazione alpinistico e sciistico vengono trasferiti alla Scuola Militare Alpina ( S.M.A. )di Aosta. Un proficuo addestramento per le truppe alpine non si può avere che effettuandolo nel loro ambiente: le Alpi. Il ghiacciaio del Ruitor è stata la loro prima grande palestra

Memorabile il primo lancio effettuato sulle Alpi il 24 luglio 1953 col plotone paracadutisti della “ Tridentina “.

Arrigo Curiel

 
 
 
 
 
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RECENSIONE DEL FILM "EL ALAMEIN" FATTO DA UN REDUCE DELLA FOLGORE
Lunedì, 1 Dicembre 2008





EL ALAMEIN LA LINEA DEL FUOCO
Un film di Enzo Monteleone


di Arrigo Curiel

Affiorano ricordi di guerra che non possono essere cancellati o resi sbiaditi dal tempo, e le parole non sono sufficienti ad esprimere ciò che intimamente sentiamo in certi momenti, come quelli di vedere il film di Enzo Monteleone. E’ emerso che i giovani conoscono poco la nostra storia recente,
soprattutto nei passaggi più significativi. Eppure essi vorrebbero che a raccontare fossero essere informati con il diretto contatto con i protagonisti., vorrebbero che a raccontare fossero i testimoni, senza mediazioni. Sempre maggiore pertanto il dovere, il desiderio di trasferire ai giovani quel patrimonio di valori della memorie storiche, con rinnovato impegno per una più approfondita conoscenza dei sentimenti di fratellanza, di solidarietà, perseguendo la via della convivenza e della pace.
Le guerre, l’odio, la violenza, il tormento di un secolo scorso; ma, nel mondo, la violenza non è finita. La violenza nasce dall’egoismo, dal pensare a sè, dal non essere capaci di sacrificarsi per gli altri.
Peccato che tra i reduci di El Alamein che assistevano al film, non fossero stati alcuni della divisione Pavia, protagonisti del film, quelli del II/28, ceduto alla Folgore dalla sua vicina sua divisione consumata ed avvizzita, con i suoi trentasei mesi di esperienze africane, ora schierata nel margine meridionale, verso la Depressione di El Qattara. La “ tremendous activity “ che precede gli assalti cruenti, lo sferragliare dei carri, la trentina di battaglioni freschi avanzanti, contro i logori battaglioni italiani, quasi annientati nelle buche crollate. Che gli Inglesi abbiano ottenuto la sorpresa in campo tattico è dimostrato anche dal fatto che, all’inizio dell’attacco, si trovavano assenti per licenza, sia il feldmaresciallo Rommel che il generale Bayerlein, comandante il Corpo Corazzato. La crisi di comando dell’Asse fu aggravata ancor più dalla morte del generale Stumme, comandante interinale dell’Armata italo – tedesca. , avvenuta per un attacco cardiaco, poche ore dopo l’inizio dell’offensiva.; egli fu sostiutuito, a battaglia cominciata, dal generale von Thoma. Scompaiono le fanterie della Pavia, della Brescia, del Bologna, quasi nulla delle divisioni corazzate Littorio Ariete
e della paracadutisti Folgore, il 2° e 7° bersaglieri. Infine l’arretramento deciso il 3 novembre da Rommel; ma al pomeriggio giunge il messaggio di Hitler : “ Ella non può mostrare alle sue truppe altra via se non quella della vittoria o della morte “. Un’ordine che esigeva l’impossibile. Rommel sapeva che la campagna era irrimediabilmente perduta, e, per la prima volta, si rese conto del disprezzo mostruoso per la vita umana. Contrasti e indecisioni. I Tedeschi danno direttive per impedire un afflusso alla litoranea, per non intralciare il ripiegamento germanico che dispone di mezzi di trasporto, mentre i nostri reparti rimangono appiedati.
Pagine di eroismo scritte da tutti, senza distinzione, anche da tanti soldati rimasti senza nome. La scomparsa della Folgore è indescrivibile per la sua grandiosità, immersa in un bagno di sangue e di gloria. Meritevole di descrizione quel gruppo di soldati del II/28 Pavia, affamati ed assetati, di una stanchezza infinita con difficoltà di orientamento nel deserto, impossibilitati ad organizzare una difesa da terra. Riluttanti allo spostamento, abbandonando le posizioni tenute. Fanti modesti. animati da una incrollabile determinazione di non cadere prigionieri e di poter ritornare a combattere .
Ritrarre episodi e situazioni meno gloriose, ha contribuito far conoscere anche le ore buie del passato e trarre insegnamento per un futuro migliore.
Onori non meritati a Lord Montgomery, il vincitore di El Alamein, ombre su taluni comandi italiani, poca chiarezza anche nel comportamento di Rommel, comandante delle Forze dell’ Asse.
Ormai acquisito che la preparazione alla guerra fu inadeguata. Dichiarare guerra alla Francia, all’Inghilterra, alla Grecia, dimostrò l’ingerenza delle esigenze politiche su quelle militari. Ambizioni prive di responsabiltà di Mussolini che, da grande condottiero, avrebbe voluto cavalcare alla testa dei suoi reparti vittoriosi, in una sfilata trionfale ad Alessandria.
La ringrazio Enzo Monteleone. Ad El Alamein c’ero anch’io.

 
 
 
 
 
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I PARACADUTISTI VISTI DA ALFIO PELLEGRIN
Domenica, 23 Novembre 2008




PARMA-Alfio Pellegrin, anzi: il Tenente Colonnello Alfio Pellegrin, ora in congedo, ha attraversato gli anni di sviluppo, e alcuni tra quelli più difficili, della Folgore. Istruttore, comandante di Istruttori, campione del Cse, uomo di riferimento per generazioni di ufficiali che grazie a Lui hanno guadagnato le ali della caduta libera. Ora guarda il mondo amaranto con gli occhi appagati e felici di chi ha dato tanto alla Specialità e ai Paracadutisti. Forse è grazie a Lui che certe immagini di lanci, aerei e uomini si sono tramandate. Ora è nonno, con due figli chli hanno regalato tre nipotini. Alla Festa del 25 Ottobre 208 è andato con il più "g rande",Lorenzo, di due anni. Ecco le sue riflessioni e -sotto- i suoi scatti:

LIVORNO- Rotonda dell'Ardenza - 25 Ottobre 2008-
rideva qualcuno con il labbro tremante e la guancia rigata. Balbettava qualcosa …….. Sbigottito da tanto clamore, Lorenzo gli strinse forte la mano ruvida, e titubante chiese: nonno chi è questa gente?

Il nonno non rispose, aveva lo sguardo lontano e i suoi pensieri correvano all’alba della storia dei paracadutisti.

Nitida, dirompente, dolorosa, accompagnata dall’ardore della giovinezza gli passò davanti la battaglia ……. Poi, tutto si spense con l’insistente richiamo del nipotino che preoccupato gli scuoteva la mano chiedendogli: "nonno chi è questa gente?" …..


Il nonno abbassò gli occhi e guardandolo disse: "sono paracadutisti!" …

Forse anche noi, ai raduni, assistiamo guardando immagini che non comprendiamo, forse vorremmo sapere di più, scavare, conoscere.

Forse guardandole con calma anche la nostra mente può viaggiare nel tempo e vivere le emozioni della storia.

La mia cronistoria fotografica non elenca tutti i momenti della giornata, e meno ancora la storia dei paracadutisti, ma è una buona guida per condurvi, attraverso le immagini nel "nostro" mondo: quello dei paracadutisti.

Alfio PELLEGRIN


I REGGIMENTI E GLI UOMINI IN SERVIZIO ALLA FESTA DI SPECIALITA' 2008

TUTTE LE IMMAGINI DELLA FESTA DI SPECIALITA' 2008




 
 
 
 
 
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LA FOLGORE DOPO L' 8 SETTEMBRE. UN EPISODIO INEDITO AVVENUTO IN CALABRIA
Martedì, 18 Novembre 2008



L'Autore a Tarquinia, davanti alla sua baracca


di Arrigo Curiel,
già alpino, arruolatosi nella Folgore nel 1942
combattente a El Alamein nel 187mo rgt




Successe a Borgia (Catanzaro) nell’ottobre 1943 con i paracadutisti del 185° Nembo. La richiesta di suonare Giovinezza e il rifiuto del musicista del paese.


Il 185° della Divisione Nembo, venne trasferito a Borgia, una cittadina a pochi chilometri da Catanzaro, ed i reparti vennero sistemati in accantonamenti di fortuna, vecchie stalle o ambienti simili; denotavano aria e tristi condizioni di miseria di quella popolazione.

Il periodo di permanenza spesso si tradusse in episodi che procurarono seri grattacapi al comandante, maggiore Angelo Massimino ( già comandante del III battaglione ), turbando l’ambiente.

A causare questa situazione furono gli articoli pubblicati dal quotidiano “ La Nuova Calabria “ diretta da un certo Paparazzo, che desiderava dimostrare come i paracadutisti fossero portatori di una mentalità e di un regime ormai inesistente, che avevano danneggiato il popolo italiano e continuava pressapoco così : cosa si aspetta a disarmare questi soldati fascisti ?

Per comprendere origini e significato di questi fatti bisogna ritornare con il pensiero ai giorni dell’armistizio, allo stato d’animo delle popolazioni, ai neonati partiti politici di entrambe le parti, le confusioni, le condizioni di alcune regioni italiane che si erano viste aggiungere quelle conseguenti allo stato di guerra.

I paracadutisti che si trovavano al sud, sapevano di aver sempre compiuto il loro dovere di soldati e di italiani, avevano obbedito agli ordini dei loro superiori, solleciti di salvare il salvabile della dignità e dell’onore dei soldati italiani, senza abbandonarsi allo sconforto, senza cedere ad alcun sentimento o risentimento personale.

Gli episodi di intolleranza si moltplicavano, ai quali contribuiva la scarsa intelligenza delle autorità locali, che avevano autorizzato alcuni locali ad esporre cartelli che riportavano, ad esempio:” E’ consentito l’ingresso ai soli civili ed ai militari delle Forze Alleate.

Vietato ai militari italiani. “ Evidente il disprezzo per i nostri soldati, paracadututisti e non . Un giorno tre paracadutisti entrarono in un caffè chantant di media categoria.Posto vicino all’orchestra era stato appeso un cartello “ Si eseguono canzoni a richiesta “; Sul vassoio del cameriere, rimasto vuoto, dopo aver poste sul tavolo le bibite ordinate,uno di loro mise mille lire sul vassoio affinchè venisse eseguita “ Giovinezza “ la nota canzone che aveva percorso tutte le strade della Penisola.

Com’era nella previsione dei tre paracadutisti, il direttore della piccola orchestra non fece eseguire la canzone richiesta.

Erano paghi nell’aver fatto sapere agli antagonisti che ormai era giunta l’ora in cui le provocazioni avrebbero trovato le reazioni che meritavano.

Riposta la banconota nel portafoglio, pagate le consumazioni, nel silenzio generale uscirono in strada dove si trovarono di fronte un nutrito schieramento di carabinieri che avevano ricevuto l’orine di fermarli e tradurli al comando di presidio.Qualcuno aveva informato dell ‘episodio il Comando Militare. Forse in modo poco ortodosso i tre, riuscirono ad eclissarsi nelle stradette oscurate.Il mattino dopo si sparse la voce che un ufficiale del reparto era stato aggredito da un gruppo di facinorosi, costringendo gli attaccanti a prendere il largo.

La campagna denigratoria nei loro confronti, erano decisi porla al termine. Gli ammonimenti e le assicurazioni dei loro ufficiali non le ritenevano più sufficienti.

Perciò, una quarantina di paracadutisti, provenienti da vari reparti per non dare nell’occhio, prepararono un piano e passarono all’azione.Alcuni di loro si recarono in città per divulgare la notizia che il reparto si preparava ad attaccare la città e metterla a ferro e fuoco, qualcuno di lasciò sfuggire anche la data precisa. Tutto quanto in completa segretezza. Non intendevano ricorrere alle violenze, ma una ritorsione mediante una grande beffa che avrebbe ridicolizzato i cosidetti avversari.

Il giorno X, l’intero gruppetto, quella quarantina, lasciano gli accampamenti, raggiungono le prime case di Catanzaro, attraversando sentieri campestri e rustici cortili., eludendo i posti di blocco e la sorveglianza delle pattuglie autocarrate munite di mitragliatrici, e fin dalla notte, ingenti forze militari erano confluite rapridamente dai centri vicini che circondano Catanzaro.

Le truppe anglo-americane sono consegnate nei loro quartieri. Forze di polizia militare presidiano il centro cittadino.Si parla di una intera divisione di fanteria. Sul duro selciato di pietra il passo dei paracadutisti reso felpato dalle suole di gomma degli stivaletti, risuona leggero ma ha qualcosa di minaccioso, di pauroso.Basco sugli occhi, pugnale e pistola sulla cintura, sguardo duro, incedere deciso. Si va avanti in silenzio mettendo piede in centro cittadino.

Chiuse le saracinesche dei negozi, chiusi i portoni e le finestre delle abitazioni.

Questi ragazzi che hanno lasciato da poco i sentieri di guerra, calcano ora le strade di una città italiana con l’aria che si appresta ad una battaglia ? Chi avanza quel tardo mattino d’ottobre nelle vie di Catanzaro non è una squadraccia che si prepara ad una spedizione punitiva. E’ un gruppo di soldati italiani, che altri italiani hanno offeso vergognosamente.La loro presenza non è una minaccia, ma un mònito.Non faranno del male a nessuno, ma dovranno comprendere che i soldati d’Italia non lasceranno che si sputi sulle loro uniformi.

Oggi nessuno è sceso sulle strade a dirci carne venduta., perchè avete paura. Il vostro giornale tace Il suo starnazzare di anitra spennata non si è fatto sentire. Nessuno si farebbe vedere in giro con le pagine aperte del quotidiano, ed un piccolo gruppo di paracadutisti, con le mani nelle tasche, vi ha costretti al coprifuoco in pieno giorno.

La strada dove si trova la sede del giornale passa davanti alla caserma dei carabinieri ed a poca distanza della quale, schierati su tre file, armi spianate e baionette innestate, alcuni plotoni di carabinieri sbarrano la via ai paracadutisti che continuano a camminare e si fermano quando i loro corpi sfiorano le punte delle baionette., chiedendo all’ufficiale che li comanda di aprire le file per andare oltre.

”Ho l’ordine di aprire il fuoco se tenterete di passare”- “ Fate pure “ risponde il più elevato in grado dei paracadutisti, un sottufficiale proveniente dagli alpini, con quattro campagne sulle spalle e due volte ferito in combattimento, “ noi passeremo ugualmente,anche se dovremo aprirci la strada con le armi “.

L’ufficiale è interdetto, non sa più cosa fare. Per fortuna arriva il colonnello comandante della polizia militare.

Ha il volto preoccupato e sorpreso, si fa avanti e chiede “ come avete fatto ad entrare in città, con tutto lo schieramento di forze....” – “ E’ il nostro mestiere, arrivare dove gli altri non potrebbero” risponde il sottufficiale di prima. “ Sapete che abbiamo l’ordine di impedirvi il passaggio anche a costo di far uso delle armi ? “ – “ Lo sappiamo – allora evitiamo questo conflitto e lasciateci passare. – “ Dove volete andare ? “ Il sottufficiale si gira, esita un momento e guarda i suoi compagni.” Signor colonnello abbiamo con noi dell’ esplosivo.Ci lasci passare, facciamo saltare in aria una certa tipografia e poi promettiamo di andarcene, buoni, buoni, senza fare del male a nessuno....” Il Colonnello intuisce che si sta bluffando e comprende che l’obbiettivo dei paracadutisti è un altro: quello di procurare a tutti molta paura.

“ E se ve lo impediremo” dice con aria burbera.- “ Allora verranno altri paracadutisti ed allora il ferro e fuoco ci saranno davvero e non solo per il giornale...”

I carabinieri lo guardano in silenzio e, come i paracadutisti, attendono l’epilogo di quel dialogo, curiosi di sapere dove andranno a parare quei due : un alto ufficiale con gravi responsabilità di comando e mansioni ed un giovane sottufficiale, che a guardar bene, si è messo in mezzo ad un grosso pasticcio, che potrebbe costargli la degradazione. “ Una soluzione ci sarebbe forse, signor colonnello. Se qualcuno domani si prendesse la briga di far pubblicare un articolo di scuse....non so se ho reso l’idea...” – “ Ti sei spiegato abbastanza ragazzo “ risponde l’ufficiale, soddisfatto per la soluzione proposta.

Guarda ora i paracadutisti. uno ad uno, e impartendo alcuni ordini ai suoi subalterni, entra in caserma seguito dai paracadutisti.L’intelligente comandante riuscì far pubblicare dal giornale l’articolo richiesto dai paracadutisti.L’articolo descriveva ed esaltava i paracadutisti stanziati a Borgia e quelli del 185°, nei giorni dell’armistizio.

Il maggiore Massimino, malgrado lo scalpore suscitato dall’exploit dei “ quaranta “del 185°, non fece nulla per individuarne i nomi , nè alcun provvedimento venne attuato, perchè in fin dei conti essi agirono, a loro rischio e pericolo, non per fatto personale o spinti da passione politica, ma solo in difesa del buon nome del soldato italiano










 
 
 
 
 
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DUE RACCONTI DI UN ALPINO PASSATO ALLA FOLGORE IN AFRICA
Lunedì, 17 Novembre 2008


PARMA- Abbiamo ricevuto due racconti da un Reduce della Folgore del 1942.

Ci complimentiamo innanzitutto per la Sua capacità tecnologica, visto che usa regolarmente il computer.

Avevamo letto qualche suo intervento sulla rivista Folgore, e per questo gli abbiamo chiesto una biografia. Eccola:



PRIMO RACCONTO






HALAM HALFA o HALAM El-HALFA


di Arrigo Curiel



Gli storici ed i grossi papaveri britannici si servirono di un nome coloniale pomposo “ Battaglia di Halam Halfa “, assai improprio perchè Halam Halfa fu solo una speranza per l’armata attaccante e non una lotta.

Rommel dopo aver fatto attaccare all’inizio della notte fra il 30 e 31 agosto 1942, la zona di Ruweisat dalle truppe italiane, scatenò verso mezzanotte l’intero Afrika Korps, 600 carri di cui 550 germanici e fatto il pieno nel primo pomeriggio del 31 si diresse verso Quota 132. L’attraversamento dei campi minati non è facile, anche per l’intervento di artiglierie e mitragliere piazzate al punto giusto.

Notte spaventosa, particolarmente fatale ai Tedeschi. Alle 22 quattro generali hanno affrontato il campo minato alla testa delle divisioni 15^, 21^ e 90^. Uno solo dei quattro supera il limite orientale del campo minato. E’ von Gustav Vaerst, non più alla testa della sua 15^ . Rommel lamentava la perdita del generale Georg von Bismarck comandante della 21^ Panzerdivision, che era stato ucciso, nonchè quella dei generali Walter Nehring comandante dell’Afrika Korps, di Ulrich Kleeman, che erano stati feriti. In poche ore le sostituzioni sono compiute, ma l’ossatura del comando è inevitabilmente indebolita.

L’alba è livida, si è levato un ghibli furioso che, unitamente all’attraversamento molto lento nei campi minati, ha determinato un consumo enorme di carburante. Ora diventa assillante perchè la battaglia è stata iniziata senza riserve, contando sui rifornimenti che dovevano affluire in conbattimento.Ma in pochi giorni vengono affondate le cisterne e le navi Camperio, Delphi, Fassio, Abruzzi, Tergeste e la grossa petroliera Pozzarica. Poi un’altra notizia deprimente : una formazione di Stukas ha bombardato una colonna di nostri rifornimenti, scambiandola per nemica, così la benzina necessaria a proseguire l’azione si è trasformata in gigantesche nuvole nere, nel cielo della battaglia. Nuovi ritardi si sommano ai primi . La reazione britannica è assai superiore alle previsioni .
La gran zampata non è riuscita a Rommel, che invece di aggirare la lunga catena collinosa di Alam Halfa, la taglierà al nord, puntando verso il mare. Sottoposto ad un incessante bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria, e la mancanza di carburante dovette fermarsi.

La battaglia si svolse dal 30 agosto al 5 settembre.

L’aviazione fa fallire la sorpresa, i campi minati precludono la celerità
Le perdite sono ingenti da ambo le parti : 120 mezzi corazzati e 10 cannoni inglesi, 400 mezzi corazzati e 50 cannoni italo-tedeschi. Ma le perdite dell’Asse questa volta sono irrimediabili; da questo momento la sua sorte è segnata. La marcia sul Cairo era definitivamente abordita.

L’Afrika Korps era avanzata di soli 15 chilometri verso est anzichè dei 50 previsti ed il fronte si era stabilizzato a 75 chilometri da Alessandria su unostretto istmo largo circa 50 chilometri, fra la piccola stazione ferroviaria di El Alamein, a nord del Mediterraneo, e l’impraticabile depressione di El-Qattara.

I servizi segreti britannici grazie al decodificatore " ULTRA “ venivano informati di tutti i movimenti dell’Asse, dalle scelte strategiche alle rotte segrete, alla composizione dei reparti che sarebbero stati impiegati nelle operazioni, sino alla disponibilità di benzina per ogni singolo carro armato. Testimonianza di come gran parte delle sconfitte,da Matapan a El Alamein, furono anche in gran parte dovute alla testarda convinzione germanica che il loro servizio d’informazioni “ ENIGMA “ fosse impenetrabile e che informare il nemico fossero i “ traditori italiani “

Il fatto curioso dell’autoblindo truccata che gli inglesi fecero saltare in un campo minato tedesco prima della battaglia dì Alam Halfa , inscenando una verosimile avventura di una pattuglia notturna sorpresa dai razzi,con feriti ricuperati a fatica sotto il fuoco.

Nell’interno dell’autoblindo una pattuglia di ricognizione tedesca,il 21 agosto trovò tracce di sangue e documenti. Tra questi una carta delle difese britanniche nel settore meridionale, vecchia ed unta,piena di appunti , apparentemente di un ufficiale topografo incaricato di aggiornare la situazione con rilievi rigorosamente esatti, quali erano richiesti per la sicurezza di chi, nei campi minati, doveva lavorare o combattere. La carta era ricca di indicazioni : varchi sicuri, piste di emergenza, piste normali. Il documento esaminato dagli specialisti del Q.G. tedesco, venne considerato autentico e servì per stabilire le linee d’attacco con assoluta sicurezza.

Era stato Bernard Law Montgomery che aveva fatto preparare dal suo Capo di S.M. il maggior generale Freddie de Guingand, il trucco dell’autoblindo e della carta, che indusse Rommel nell’errore.








SECONDO RACCONTO




Capitano paracadutista Salvatore Pescuma : destino crudele





Alle 14,30 del 30 aprile 1941, da tre S.M. 82 , inizia il lancio su Argostoli, una delle Isole Ionie.

La zona prescelta , situata in località Krancia a sud – est di Argostoli, è brulla e sassosa, con dei muretti a secco a confine fra i magri campicelli, gli atterraggi nsono un pò bruschi, sette paracadutisti rimangono infortunati, nessuna reazione da parte dei greci.

L’ordine di partenza giunse improvviso al comando del II battaglione paracadutisti, accasermato a Civitavecchia Il comandante, maggiore Mario Zanninovich, giunse di corsa in caserma e si recò aql Comando presentandosi al generale Enrico Frattini che gli comunicò l’ordine di partenza..

Il testo diceva:” Partenza immediata con due compagnie in completo assetto ed equipaggiamento lancistico,aerorifornitori normali partenza in treno alle 22,30, gli ordini di dettaglio seguiranno più tardi “. C’era poco tempo a disposizione, ma il II battaglione paracadutisti era già pronto.

I capitani Avogadro, Macchiato e Pescuma si presentarono sull’attenti dicendo che le loro compagnie erano pronte a muovere, il maggiore Zanninovich rimase un attimo pensieroso, po rivolgendosi al capitano Pescuma disse:” Non è necessario mobilitare la tua compagnia, dovrai per il momento rimanere in sede”.

L’annuncio colpì duramente il capitano Pescuma che cercò di riprendersi dicendo che la compagnia era già pronta da un pezzo, ma ormai la scelta era fatta ed il maggiore Zanninovich spiegò brevemente il perchè doveva rinunciare alla 4^ compagnia; l’impresa sembrava davvero importante ed i paracadutisti non volevano essere esclusi per nessun motivo, ma gli ordini sono ordini ed il capitano Pescuma comprese.

Forse il suo dolore fu più forte in quella sera di aprile, che l’anno successivo quando colpito a morte nel deserto egiziano offrì la sua giovane vita alla Patria senza recriminazioni, nè rimpianti.
Da Civitavecchia partirono la 5^ e 6^ compagnia. Il viaggio durò tutta la notte e parte della mattinata, e quando scesero dal treno, la rossa terra del Salento li accolse, tra viti e olivi, con un cielo azzurro e un leggero carezzevole vento di primavera che proveniva dal vicino mare.

Oltre la liquida distesa azzurra dello Ionio, un’isola li attendeva per battezzarli nel loro primo lancio di guerra : Cefalonia !

I reparti del 1°, 2° e 3° reggimento paracadutisti giunti indivisionati in Africa Settentrionale venivano immediatamente inviati a presidiare le posizioni di prima linea di El Taga ( II battaglione maggiore Zanninovich ), depressione di El Qattara ( IV battaglione, ten.col. Alberto Bechi Luserna ) e di Forte Menthon ( IX battaglione maggiore Aurelio Rossi e X battaglione, capitano Amleto Carugno )

Alla battaglia di Alam Halfa, iniziata il 30 agosto, la divisione paracadutisti Folgore partecipò con tre raggruppamenti tattici.: battaglioni V , VII e II gruppo artiglieria, “ battaglioni II , I gruppo artiglieria e altre unità divisionali.;i battaglioni IX e X e III gruppo artiglieria.


La sera del 31 agosto 1942 il raggruppamento “ Camosso “, rinforzato dal III gruppo 185° reggimento artiglieria paracadutisti del maggiore Ferdinando Macchiato, muoveva dalle posizioni di Forte Menthon per occupare quelle di Deir el Alinda – Quota 101, mentre il II battaglione del raggruppamento “ Bechi “ raggiungeva Naqb Rala – Qaret el Himeimat. Marcia faticosa, contrastata dal continuo tiro delle artiglierie avversarie, effettuata senza automezzi, trasportando a spalla le armi e tutto il materiale necessario per vivere e combattere sulle posizioni.

Alle ore 4,30 del 4 settembre il nemico su tre colonne( la 5^ brigata neozelandese e la 132^ britannica ) sostenute da reparti corazzati ( 46° e 50° Royal Tanks. Ne seguì un violento combattimento, che si concluse con un completo successo. Alle 10 l’attacco avversario era stroncato.

Il nemico perdette, secondo loro stessa ammissione 963 uomini, e alcune decine di mezzi blindati e corazzati; i paracadutisti circa 200 uomini in morti e feriti.., e nelle nostre mani 300 prigionieri, fra i quali il comandante della 6^ brigata neozelandese, generale Alan Clifton, l’intero suo Stato Maggiore, circa 20 mezzi corazzati venivano immobilizzati; 18 cannoni anticarro, 4 Jeeps, 8 autocarri e 4 Bren Carriers restavano nella nostre mani.

I comandanti del IX e X battaglione cadevano in combattimento. Il raggruppamento “ Camosso “ ( il cui comandante era stato ferito ) perdeva il 20% dei propri effettivi.Caduti i rispettivi comandanti, i battaglioni IX e X ( assottigliati anche a causa delle malattie ) vennero riorganizzati in un unico battaglione che assume La denominazione di IX. Il capitano Salvatore Pescuma assumeva il comando del IX battaglione

Il 14.9.42 il tenente Baldassare Giubilaro, comandante la compagnia comando , mi mandò a chiamare, invitandomi ad accompagnare il capitano Pescuma, nuovo comandante del IX battaglione, per un giro d’ispezione nelle postazioni dei reparti dislocati a Deir el Alinda: 25^ , 26^, 27^ compagnia, 1^ batteria del III gruppo artiglieria. Stavamo lasciando la postazione del cannoncino anticarro 37/42, quando sentimmo partire una salva dei micidiali 77 inglesi.I proiettili arrivarono molto vicini a noi, con un tonfo assordante, sollevando molta sabbia. Mi alzai in piedi: il capitano Pescuma era disteso e una grande macchia di sangue sgorgava dal fianco.Ero sconvolto, disperato, chiamai i portaferiti. Non c’era più nulla da fare.Lo misero su una barella. Mi misi sull’attenti portando la mano aperta sul basco in segno disaluto.Conoscevo la sua storia Un destino crudele aveva voluto la sua fine.






*:
BIOGRAFIA DI ARRIGO CURIEL


Lasciati gli studi mi sono arruolato negli Alpini, avendo praticato le arrampicate su roccia nelle Alpi Giulie e Dolomiti.

Assegnato alla Scuola Centrale Militare di Alpinismo di Aosta il 16.11.1939, ho partecipato alle operazioni di guerra sul Fronte Occidentale ( Col du Mont- Villar dessous- Borg S.t Maurice in qualità di sergente e a quelle del Fronte Greco-Albanese, con il Btg. Sciatori Monte Cervino;

ferito sul Mali Scindeli( bufere di neve a 2000 metri, attaccati giorno e notte ) nel marzo 1941, in uno scontro all'arma bianca, sono stato rimpatriato ( del Btg. Cervino era rimasto solo un plotone ! ) e dopo la convalescenza ho fatto domanda per frequentare la Scuola Paracadutisti di Tarquinia - moltissimi Alpini reduci della Grecia avevano fatto altrettanto - ho seguito il corso e sono stato brevettato nell'aprile 1942.

Assegnato alla C.C. - IX Btg. - 187° Rgt. Folgore- raggiunta l'A.S. a metà luglio 1942, ho partecipato ai combattimenti di Halam Halfa- Deir Alinda - Deir el Munassib- battaglia di E Alamein ferito il 2.11.42.

Anzichè rimanere all'ospedale da campo ed eser fatto prigioniero ho preferito affrontare il ripiegamento delle Forze dell'Asse sulla Balbia, da Fuka a Tripoli, dove un Heinkel 111 mi ha trasportato a Brindisi. Ottenuta la riabilitazione ai lanci, dopo la licenza di convalescenza( Scuola di Viterbo ) ho fatto parte della 33^ Cp. - XI Btg. - 185° Rgt. Div. Nembo, da sergente maggiore, partecipando alle operazioni di guerra in Sicilia e Calabria e dopo l'8 settembre 1943 a tutta la Guerra di Liberazione.

Frequentata la British Shool sono stato assunto dal S.I.M. e con il B.L.U. dell'VIII Armata inviato in due missioni oltre le linee tedesche.Nell'ultima ( novembre 1944 ) sono stato ferito gravemente alla gamba destra.Ricoverato al'ospedale militare inglese di Maddaloni e poi a Pozzuoli , sino al giugno 1945.Congedato il 16 ottobre 1948 per invalidità di guerra. Sono stato promosso maresciallo maggiore, decorato al V.M. e nominato Cavaliere al Merito della Repubblica.



 
 
 
 
 
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ROMMEL E I PARACADUTISTI DI EL ALAMEIN
Venerdì, 7 Novembre 2008




PARMA- Spigolando tra la posta elettronica di un salvataggio di alcuni mesi orsono, abbiamo trovato un articolo che ricevuto dall'amico Maurizio Pinna, figlio dell'indimenticabile Tano, artigliere paracadutista di El Alamein.

Era stato inviato nei giorni della polemica della palma fotografata su un mezzo militare in Iraq.


Ecco l'articolo










Erwin Johannes Eugen Rommel



Novembre 1944
al POW CAMP 305 arriva la notizia della morte di Rommel




Il 14 ottobre 1944 ad Herlingen moriva suicida il Feldmaresciallo Rommel, l’amato comandante dell’Afrika Korps, detestato dagli ufficiali più preoccupati della loro carriera che del destino dei Reparti loro affidati, adorato dai semplici soldati con cui divideva il rancio ed i pericoli.
La notizia arrivò al 305 POW CAMP verso la fine di ottobre attraverso i giornali inglesi.
La morte era stata ufficialmente causata dalle ferite riportate nel mitragliamento avvenuto a Luglio durante una sua ispezione sul fronte interno della Francia, dove aveva riportato una frattura al cranio e la parziale cecità di un occhio.
La verità, ossia il suicidio, indotto per salvare la famiglia dal processo per tradimento a seguito dell’accusa di una sua partecipazione indiretta nel complotto che culminò nell’attentato ad Hitler, si venne a sapere solo dopo alcuni anni la fine della guerra.
Al pow camp 305 la notizia fu una di quelle che più colpirono gli animi.
Tra i prigionieri il Magg. Sammarco, della Div. Brescia, originario di Milano, ricordato anche da P. Caccia Dominioni come uno dei pochi gerarchi del PNF che invece di starsene nelle pinete agordine o sulle spiagge versiliesi aveva indossato la divisa e raggiunto la prima linea, restandoci fino alla fine, scrisse la poesia che segue.

Tano la copiò, anche in questo caso i piccoli fogli trasparenti vennero salvati e riportati in Patria, ora sono lì, accanto a tutti gli altri.
Molti anni fa Tano, come scrisse poi a Sepp Armbruster, ufficiale di ordinanza di Rommel, inviò la poesia al figlio del Feldmaresciallo quando era Sindaco di Stoccarda.
La risposta di Manfred Rommel non si fece attendere, e non fu formale.
Anche questa lettera è ancora conservata.









Salmo della speranza

in memoria del GeneralFeldmarshal
Erwin J. Rommel





Rommel è morto!
Rommel!

Nel nostro cuore
rimbomba il grave rullo funebre
che viene dalla sua tomba.
Là nel pallido Nord

Fanti della Savona,
carristi dell’Ariete,
Brescia, Trieste, Folgore.
Legioni della sete.
Rommel è morto!
Rommel!

Non più
la sua Cicogna sorvola la battaglia
e porta il Comandante,
tra soffi di mitraglia,
in mezzo ai suoi soldati.

Non più
dall’autoblinda,
ritto nel polverone,
traccia la strada impervia
che il fuoco del cannone spalanca
alla Vittoria.
Non batte più l’intrepido cuore del Generale.
Vedo
nell’ombra gotica di un’ampia cattedrale
compiersi il rito funebre.

Guizzano le baionette
nel tremolio dei ceri,
schiere di veterani, impietriti, severi,
e la folla in ginocchio.

Poi
ritmati
sul lento rullare dei tamburi,
risuonano gli accenti
alti,solenni,puri
del Salmo millenario

Nell’insondata tenebra,
di là da questa vita,
la voce del tuo Popolo
colma di infinita speranza
Ti accompagna.

Sono madri che pregano,
le madri dei Caduti
di Tobruk, d’Ain el Gazala,
dei ragazzi perduti
da Stalingrado a Brest.

Sanguina la Germania
chiusa in un cerchio ardente,
e la tua spada giace
sul tumulo recente.

Ma la speranza vive!

Vive
tra le rovine dei vecchi borghi in fiamme,
vive in questa prece,
che innalzano le madri
con le parole antiche.

“In te speravit Domine”
ed il salmo promette dall’arco
preparate spaventose saette
sul nemico irrompente.

“Multiplicati sunt”
che importa se i nemici gonfiano
come marosi,
se le mitragliatrici non bastano a falciarli?
Se nei limpidi cieli
che narrano la tua Pace
o Signore
quel rombo di stormi
mai non tace.

E’ viva la speranza.

Pian piano
all’imbrunire
la chiesa resta vuota,
solo la Guardia
veglia,
irrigidita, immota
intorno al catafalco

Ed ecco
dal profondo,
dalle oscure navate,
Legioni silenziose
sfilano
incolonnate
davanti al Maresciallo.

Passa la Novantesima di fanteria leggera,
passano gli adolescenti della Camicia Nera,
quelli di Bir el Gobi,
passa la Trento lacera
che insaguinò ogni pista,
da Sirte al Minareto,
e fu distrutta
in vista del Mare d’Alessandria.

I Morti di Alamein,
i Morti di Bardia
i Morti
i Morti invitti,
in lunga teoria
salutano la bara,
dileguano nel buio,
non dicono parole di trepida preghiera.

Ma raggia come un sole
nei volti
la speranza
Radiosi volti esangui.

Qualcuno ne ravviso.
Fermo compagno
dimmi,
dimmi se al tuo sorriso posso credere,
anch’io!
Dimmi quello che sai.
Ascoltami, t’imploro!

Sen’vanno.
Non rispondono

Ed il mattino d’oro già investe le vetrate.

E’il giallo sole d’Africa:
Ogni cosa svanisce.

Non rullo di tamburi,
è il mio cuore
che scandisce

Rommel è morto!
Rommel!

Ma sulle mie ginocchia
l’antico Libro giace,
lieve fruscio di fogli,
come alla brezza piace

“Eructavit cor meum.”


Maggiore Sammarco
I° Btg. 19° Rgt Ft. Div. Brescia
Novembre 1944
305 P.O.W. Criminal Camp Meadle East – Egypt - El Kassasine

Testo raccolto e conservato in originale
dall’art. parac. Gaetano Pinna della 3 ^poi 2^ Btr.
I° Gr. del 185° Rgt. Art. Parac.
P.o.w. n.346966 - 305 Criminal Camp –
El Kassasine - Regione dei Laghi Amari – Egitto







Stemma dei Veterani dell’Afrika Korps
Una spilla dei veterani con l’antico simbolo venne regalata da Sepp Armbruster, rappresentante in Italia dei veterani dell’Afrika Korps, a Tano Pinna nel ricordo dell’amicizia continuata in guerra e dopo, tra soldati che si batterono, con onore e coraggio, in terra d’Africa.

Nella lettera a Sepp,ringraziandolo del piccolo grande regalo,Tano scrisse: “Salvai dalla prigionia la divisa di guerra, ed ora è piegata accanto alla bandiera dell’Italia e dell’Istria, ed il tuo graditissimo regalo è accanto alle mie tre medaglie”.



 
 
 
 
 
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TRE GIORNI DEL RICORDO DI EL ALAMEIN DELLA SEZIONE DI PARMA ( E DEL NOSTRO SITO)
Venerdì, 31 Ottobre 2008








le foto sono di Fulvio Cenci, che le ha scattate in condizioni di luce e operative difficili, vista la folla che ha partecipato



PARMA- Si sono conclusi con un successo organizzativo e di partecipazione di paracadutisti,di pubblico e di ospiti, a Parma, nella splendida cornice di Piazzale della Pilotta, i "tre giorni del ricordo dei Leoni della Folgore".

La cerimonia col lancio, proposta dall'onorevole Paglia e dal nostro sito -che è stato sponsor e co-organizzatore- è stata ideata per condividere con i Paracadutisti di Parma una ultima giornata del ricordo, dopo la Staffetta degli ideali di Venerdì 24 e la Festa del 25 a Livorno.



Si è trattato di uno sforzo fisico, organizzativo ed economico, notevoli, che abbiamo condiviso con molti paracadutisti di tante città italiane, mettendo alla prova con successo il cameratismo che emerge in queste occasioni importanti. Siamo molto soddisfatti di avere dato una ottima copertura giornalistica agli eventi, con migliaia di visite al sito mentre gli eventi erano in pieno svolgimento. Una sorta di "diretta" all'altezza delle migliori redazioni.

E ora , la cronaca dell'ultimo emozionante impegno.

PARMA- Domenica 26 Ottobre ore 11 e 15: uno spettacolare e difficile lancio sul centro della città ha dato il via ad una toccante celebrazione del ricordo, alla presenza dell'Onorevole Paglia, la medaglia d'oro al valor militare di cui andiamo orgogliosi, con tutti i labari delle Associazioni e un pubblico e Autorità da grandi occasioni.

Due Paracadutisti in Uniforme storica -dopo il lancio,riuscito perfettamente- hanno condotto con un ordinato e uniforme corteo, centinaia di ospiti fino al Monumento ai Caduti.

Subito dopo sono stati pronunciati i discorsi del rappresentante del Sindaco, il saluto del Comandante della Folgore,rappresentato da un drappello dell'8° Reggimento, quello dell'Onorevole Paglia e del Leone della Folgore Giorgio Peruzzi, indisposto, che ha inviato alcune righe di partecipazione.









Palpabile commozione e tensione emotiva tra i presenti, mentre le note del silenzio, suonate da una tromba bravissima, hanno fatto venire a molti il groppo in gola.

Un'ora di orologio in tutto, sobria ma intensa, che ha ripagato tre settimane di intenso lavoro di squadra.

Presenti -per il Comune- gli Assessori Monteverdi e Bernini e i consiglieri Moine e Mora (paracadutista), la dottoressa Barraco col suo assistente dr Ghidini, cerimonieri del Comune, i Paracadutisti hanno guadagnato i complimenti di tutti e la promessa di farla diventare una tradizione.

Un successo che premia la collaborazione con i migliori (e fortunatamente ancora assai numerosi) uomini della sezione di Parma dell'ANPDI.

Un nutrito gruppo di Paracadutisti impeccabili, attenti, coinvolti,uniformi,entusiasti e intelligenti - e soprattutto superiori ad ogni meschinità- si è speso per giorni insieme a Walter Amatobene, per realizzare un progetto lanciato dall'Onorevole Paglia, che il webmaster e Giovanni Conforti, istruttore senior e solido punto di riferimento della sezione da venticinque annni, hanno messo in piedi in pochi giorni solo grazie alla collaorazione di tutti.

Ulteriori volani dell'iniziativa sono stati i paracadutisti Pietro del Grano e Camillo Scotti , coadiuvati dai "soliti" Giorgio Cenci (impeccabile speacker e comandantante pattuglia guida) e Fulvio Cenci, che, dopo la co-organizzazione della partecipazione del sito alla staffetta e alla Festa, ha pure fatto il servizio fotografico, che pubblicheremo in galleria fotografica entro mercoledì, insieme a tutte le altre della "tre giorni".





Giovanni Mazzitelli, Giovanni Conforti, Pietro del Grano e Walter Amatobene ( in ordine di uscita),hanno avuto il privilegio di lanciarsi nel cielo sopra il centro storico di Parma, con una meteo perfetta.

La "Pilotta", come la chiamano da secoli i parmigiani, nonostante il nome inadeguato di Piazzale della Pace, è una piazza-gioiello incastonata nel salotto cittadino, infestata da gruppi di immigrati illegali che la insozzano e la rendono impraticabile di giorno e che il Comune pulisce quotidianamente spendendo migliaia di euro per mostrarla bellissima com'è, ai turisti che a migliaia visitano la mostra del Correggio.

Per qualche ora è ritornata italiana, grazie ai paracadutisti e ai due tricolori in volo di Conforti e Amatobene.

La Brigata Folgore ha partecipato con uomini impeccabili dell' 8° Guastatori, che rappresentavano il Comandante Castellano.

Carabinieri, Finanza, Polizia Penitenziaria ,Polizia di Stato e Poizia Municipale si sono schierati a fianco dei Paracadutisti e hanno dimostrato di apprezzare l'iniziativa. La protezione civile , attivata dal loro delegato provinciale Giorgio Cenci, era massicciamente presente per la sicurezza in zona lancio.

Il Comune anche. A tutti avevamo dato pochissimo tempo.

Tutto è partito il 12 di Ottobre, compresa la richiesta di NOTAM.

E' stato un successo degli ideali.

Tutti hanno collaborato, tranne rarissimi casi, di cui parleremo a riflettori spenti (ma sito delle news acceso...)

Alla fine, in partenza per Caserta, la medaglia d'oro Paglia è stata salutata con un tonante Folgore da un picchetto che rappresentava tutte le forze schierate in campo la mattina.


 
 
 
 
 
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LA STAFFETTA PER I LEONI DELLA FOLGORE - EDIZIONE 2008
Martedì, 28 Ottobre 2008




PARMA-I due "plotoni" di paracadutisti partiti da Tradate il 23 Ottobre e da Tarquinia la mattina del 24, hanno percorso l'Italia di giorno e di notte, in una atmosfera "speciale" creata dalla sensazione di essere pochi e un pò matti. Un pò pazzi , un pò poeti, dice la canzone.

Lungo il percorso si sono incontrati con numerosi altri che hanno dedicato qualche ora all'impresa, per poi tornare al lavoro oppure proseguire per Livorno. Tutti si sono incontrati e abbracciati alla Vannucci,la notte tra il 24 Ottobre e 25 ottobre, oppure la mattina del 25.

Quelli giunti di notte -alle quattro del mattino quelli di Roma, poche ore prima quelli di Tradate- hanno reso omaggio, nell'oscurità illuminata solo dalla torcia, al Monumento ai Caduti.

Prima di tutti gli altri. Un privilegio raro.



Quelli di Tarquinia hanno addirittura "pompato" davanti al Nostro monumento. In silenzio. Poi una doccia e una branda nella palestra del 187mo Reggimento.

Mentre molti erano appena rientrati dai ristoranti del pesce, pieni di alcool, i Tedofori hanno festeggiato i 230 e 340 chilometri percorsi senza sosta, come paracadutisti.

Stanchi, bagnati, contenti come ragazzi. Come se avessero ancora vent'anni. I veri Paracadutisti rimangono forti, anche se invecchiano. Rimangono fanciulli, anche se il tempo li aggredisce. Rimangono a schiena dritta, anche se la vita cerca di piegarli. Per un giorno deve saltare fuori l'anima che ci distingue dalla massa. Si: dalla massa. Anche dalla massa dei similparacadutisti.


Insieme, i due coordinatori Aldo Falciglia e Fabio Orsini, hanno scelto coloro che avrebbero scortato la Fiaccola all'ingresso in Piazza d'Armi e chi avrebbe fatto il picchetto d'onore vicino al Braciere. Per motivi di spazio e di tempi della cerimonia, molti, moltissimi non sono comparsi. Hanno umilmente e semplicemente portato la Fiaccola per qualche chilometro, o per tutta la notte, e hanno assistito alla cerimonia dalle tribune. Così è stato per molti paracadutisti romani e di Velletri, di Parma, di Piacenza, di Massa, di Civitavecchia, di Viterbo, di Cremona, di Milano, di Monza, di Bergamo e delle atre città da cui provenivano.Così è stato per quelli che venivano dal CAPAR.



Ecco l'articolo di uno di loro, più fortunato, cha -giunto alla Vannucci- è stato scelto per terminare la cerimonia in Piazza d'Armi.

LE FOTO DEGLI ULTIMI CHILOMETRI DI TARQUINIA

ALCUNE DELLE FOTO DI TRADATE - ALTRE SEGUIRANNO -


Ecco cosa ci scrive uno dei Tedofori: (l'articolo passerà in STORIA E REDUCI , per avere una visibilità permanente, come merita, ndr)



Staffetta per i Leoni della Folgore - edizione 2008 -

di G.Salinari




Nei resoconti come quello che sto per fare si rischia sempre di essere un po’ retorici. Tanto più se si ricorre all’anafora, la più retorica tra le figure della nostra bella lingua italiana. Ma altrimenti non potrebbe essere nel nostro caso, dal momento che parlerò di “onore”: un termine che non tollera sinonimi, poiché che lo si scomoda – o almeno, lo si dovrebbe scomodare – solo in rare occasioni.

Un onore, dunque, è partecipare di buon mattino alla ristretta - direi intima – e toccante cerimonia al cimitero di Taquinia. E’ lì d’altronde che ha preso vita il paracadutismo italiano. E’ lì che si sono forgiati i Leoni di El Alamein.
E’ un onore correre la staffetta con paracadutisti di ogni ordine e grado.

E’ un onore riposare le stanche membra tra le pareti delle caserme che sono dei paracadutisti. E il pensiero – consentitemi - va a quei soldati che, pensando a noi della staffetta, hanno approntato con accurata attenzione le brande nella bella palestra della Vannucci.

E’ un grande, grandissimo onore, infine, attraversare la piazza d’armi della caserma livornese d’innanzi ai reggimenti sull’attenti; al cospetto delle autorità e di un meraviglioso pubblico appassionato.

Attraversare quel piazzale, col la Brigata Paracadutisti schierata, più che un’emozione, è un sentimento nobilitante, che non può non lasciare un segno indelebile nell’animo.

Ma il senso profondo della Staffetta della Folgore lo si afferra di notte, correndo da soli sull’Aurelia, magari, com’è successo quest’anno, sotto una pioggia scrosciante.

Da solo, e con la Fiaccola degli Ideali alzata verso il cielo, incede spavaldo e fiero il tedoforo. Da solo, ma sul collo il respiro rassicurante dei paracadutisti dietro di sé. E’ in quel momento che riaffiora nella mente del paracadutista il senso recondito di tenere accesa quella fiamma.

Non c’è attività più comunitaria e metaforica di una staffetta. Il passaggio del testimone, la necessità di tener vivo il fuoco della tradizione.

Ancor più nobile – permettetemi di dire – è la discrezione con la quale tutto ciò accade. In una società alla ricerca spasmodica del mettersi in mostra, dell’apparire, c’è ancora chi, nel silenzio, percorre la sua strada, in disparte, con disciplina e decoro, senza bisogno di riflettori o del riscontro di chicchessia. Forte, deciso, discreto, il tedoforo della Staffetta della Folgore corre sotto l’egida delle proprie convinzioni; alla luce di una morale che appare ancora vigorosa e lascia ben sperare per il futuro.

Si percorre di fatto l’Aurelia a piedi da Tarquiinia a Livorno, l’antica strada tracciata dai padri: la metafora viene fin troppo naturale. Il pensiero in quei momenti va ai paracadutisti di El Alamein così come a tutti i “Padri”, eroi della nostra Patria e della nostra cultura.

Un gesto che ai più potrebbe apparire privo di senso, ma che trova invece la sua ragion d’essere proprio nell’assenza di un tornaconto di qualsivoglia genere. Sforzo fisico fine a se stesso, impegno, sudore, fatica. E tutto il resto che non si dice, perché bisogna essere lì per sentirlo. Sentirlo in un modo, che tutte le parole, qui, diventano inutili.

L'ELENCO DEI PARACADUTISTI DELLA STAFFETTA DI TARQUINIA



Sezioni che hanno partecipato:

A.N.P.d’I. ROMA–VELLETRI-CIVITAVECCHIA E VITERBO


"Infiltrati" da nord , in ordine alfabetico:

Amatobene walter - Socio ANDPI ROMA -

Cenci Fulvio

Hauff Rodolfo

VIP

Generale di Brigata Giovanni Fantini


Da Roma:



Orsini Fabio
Venturini Stefano
Fenili Augusto
Calamai Leonardo
Salinari Giuseppe
Venturi Giampiero
De Mastrangelo Francesco (lagunare in servizio)
Tesserini Virginia

Di Paolo Umberto (reduce 183° , al check point Pasta)

Picciau Roberto - GdF


Tonicchi Gianluca
Deriu Simone

Cirillo Mario
Palazzi Lorenzo
Santamaita Fabrizio
Romagnoli Maurizio
Bernardi Marco




 
 
 
 
 
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LA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN
Lunedì, 27 Ottobre 2008

Le sezioni di Livorno e Novara hanno condotto con successo una "operazione El Alamein", composta da 330 tra paracadutisti e loro familiari. Un successo. Il Generale di Brigata (aus) Salvatore Iacono, già Vice Comandante di Brigata, ci ha inviato un sunto della relazione che ha tenuto ai partecipanti, per introdurli alla Storia che si accingevano a rivisitare col viaggio al Sacrario.

Lo ringraziamo di cuore, anche per le foto

CHE PUBBLICHIAMO QUI





LA DIVISIONE “FOLGORE” NELLA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN

Il 23 ottobre 1942 la Divisione “Folgore” era schierata con circa 3500 uomini ad El Alamein nel settore meridionale su un fronte di 14 Km.
La giornata trascorreva tranquilla nell’attesa di una offensiva nemica che si profilava minacciosa da giorni.

Sul fronte opposto il 13° Corpo britannico era schierato sulle basi di partenza occupate silenziosamente nella notte precedente. Esso inquadrava la 7° D. cor .inglese, la 44° e la 50° D. f. inglesi, la 1° Br. f. francese e la Br. f. greca per un totale di circa 50.000 uomini, dotati di 120 carri ed oltre 100 cannoni da 75 libbre.


Alle ore 20.40, ora italiana, su tutto il fronte della Divisione, l’orizzonte davanti alle linee tenute dai paracadutisti avvampò improvvisamente, mentre un uragano di fuoco si abbatteva sui capisaldi della difesa e sugli schieramenti di artiglieria. Nascosti dalle nubi i bombardieri della RAF sganciavano, a loro volta, tonnellate di bombe su tutto lo schieramento.


Alle 21.00 gli inglesi del VII Btg. Queen’s e la Task Force della 7° D. cor., su carri Scorpions, lasciate le basi di partenza, attaccarono i capisaldi avanzati presidiati da 400 uomini della 6° e 19° cp. par. inquadrati nel Raggruppamento Ruspoli. Dopo una lotta furibonda gli inglesi si attestarono su due piccole teste di ponte nel cuore dei due capisaldi della Folgore e successivamente lanciavano il 5° Royal Tanks nel tentativo di aggirare i centri di fuoco. Al sorgere del sole la Task Force inglese risultava decimata ed un ulteriore tentativo di avanzare fra i capisaldi della Folgore veniva respinto dal fuoco d’arresto del VI/186° Btg paracadutisti.

All’estremo sud l’attacco alla Folgore veniva affidato alla 1° B. francese. Fra Qaret el Himeimat e la depressione di Qattara era schierato il V/186° del T.Col. Izzo che disponeva di 400 uomini, 17 pezzi da 47/32, nove mitragliatrici e tre mortai da 81mm.
Alle ore 3.00 il 1° Btg francese si scontrò con le unità di rincalzo della 13° cp. e dopo oltre due ore di furiosi combattimenti fu costretto a ripiegare per riordinarsi sulla linea di partenza. Entrò a sua volta in lizza il 2° Btg francese che venne anch’esso respinto dal resto del rincalzo del V Btg. Verso le 8.30 il fuoco dell’artiglieria impose la ritirata generale di tutta la Brigata francese che riportava pesanti perdite.


Nelle ore successive gli scontri si fecero sempre più intensi. Gli inglesi proseguirono l’attacco con forze preponderanti contro i capisaldi della Folgore che sostenevano una selvaggia lotta corpo a corpo. I paracadutisti dopo due giorni di impari lotta non accennavano minimamente a cedere le posizioni né, men che meno, a ritirarsi. Montgomery, resosi conto della sconfitta subita e della impossibilità di sfondare nel settore tenuto dal 186° Rgt Folgore, decise di lasciar perdere quel tratto di fronte e di concentrare l’attacco più a Nord, nell’area di Deir el Munassib presidiata dal 187° Rgt. Folgore. A metà pomeriggio del 25 gli inglesi attaccarono i capisaldi della 11° e 12° cp che reagirono con tanta veemenza che in poche ore ebbero buon gioco a fermare l’attacco ed a provocare la ritirata degli inglesi che abbandonavano sul campo una ventina di carri inutilizzabili.


Alle 21.00, dopo un tiro di preparazione intensissimo, il IV/187° venne attaccato dalla 69° B.f. inglese, sostenuta da carri. Il IV Btg “Green Howard” irruppe nel cuore del caposaldo della 11° cp, ma la strenua ed aggressiva resistenza dei centri di fuoco rallentava la penetrazione che veniva arrestata verso le 4.00 del mattino davanti alla trincea del comando di cp. difeso da 8 paracadutisti.
Il V Btg “East Yorkshire” che puntò sulla 12° cp si arrestò invece davanti ai centri di fuoco avanzati e verso l’una di notte, dopo aver perduto 150 uomini, fu costretto ad una precipitosa ritirata.
A Deir el Munassib la partita si era conclusa con una chiara sconfitta degli inglesi. Le due Brigate della 44° D. f. avevano perso circa 700 uomini senza conquistare un solo metro di terreno.
Visto che l’attacco del fronte tenuto dalla Folgore era fallito, Montgomery rinunciava al piano originario e spostava l’asse di penetrazione nel settore Nord ed il 30 ottobre lanciava l’operazione “Supercharge” che prevedeva la rottura del fronte a Nord e la penetrazione in profondità per aggirare il fianco meridionale dello schieramento.

Per ottenere tale risultato la Folgore aveva perduto alcune centinaia di uomini, fra cui sette comandanti di cp., sei comandanti di btg., un comandante di Rgpt. In nove giorni di lotta la Folgore aveva infranto ogni attacco nemico, distruggendo 152 carri corazzati nemici, infliggendo alle fanterie inglesi e francesi perdite gravissime e costringendo il nemico a modificare il piano d’attacco.

La lotta proseguì con fasi alterne fino al 4 novembre. Nel settore Nord, alle ore 10.00 il 30° Corpo britannico lanciava un poderoso attacco. La 1° e la 7° D. cor inglesi e la 2° D. f. neozelandese si trovavano di fronte ai resti del XX Corpo italo-tedesco. Arrestati a 1500 m, gli Sherman cominciarono il tiro contro gli M 13 dell’Ariete ed i Panzer delle D. cor. tedesche. La lotta fu lunga ed accanita. I piccoli e scadenti carri armati italiani del XX Corpo si scontrarono con oltre 100 carri pesanti britannici. Uno dopo l’altro i carri vennero colpiti, si incendiavano ed esplodevano, mentre il fuoco dell’artiglieria copriva le posizioni della fanteria e dell’artiglieria italiane.

Alle 15.30 Rommel emanava l’ordine di ritirata generale per ripiegare nella nuova zona difensiva a sud di Fuka.

Iniziava da quel momento un calvario per la Folgore che da unità d’elite indomita ed orgogliosa era costretta ad una faticosa e vulnerabile marcia di 25 Km nel deserto, sottoposta all’attacco dei carri nemici che la martellavano a distanza. La Folgore, isolata, senza automezzi, priva di sufficienti viveri e munizioni, abbandona le postazioni eroicamente difese, ed inizia una tragica ritirata trascinando sulla sabbia i pochi pezzi da 47/32, portando sulle spalle armi,munizioni, viveri ed acqua. La marcia si prolunga fino al 6 novembre allorché l’ultimo nucleo, circondato dai mezzi corazzati nemici, distrugge ogni cosa e si schiera per l’ultimo saluto.

Erano poco meno di trecento paracadutisti al comando del Col. Camosso che agli ordini del T.Col. Zanninovic resero gli onori militari al cospetto dell’attonito ed ammirato nemico.

In questi dodici giorni di duri combattimenti innumerevoli furono gli atti di valore compiuti singolarmente dai paracadutisti della Folgore ai quali furono concesse 22 MOVM su 36 concesse in totale per questa battaglia. (22MOVM a 3600 paracadutisti, 14 MOVM agli altri 50.000 combattenti sul fronte di El Alamein). 3 MOVM vennero inoltre concesse alle Bandiere dei Reggimenti.


Il nome della Folgore non era però ancora scomparso dal tragico scenario della guerra africana, poiché, con un miracolo organizzativo, il Cap. Lombardini aveva raccolto sopravvissuti e superstiti dispersi nel deserto ed aveva costituito il 285° Btg. di circa seicento uomini. Questi, sul finire del 1942 riprendevano la lotta contro gli inglesi in Tripolitania e successivamente in Tunisia sulla linea del Mareth dove parteciparono a numerosi combattimenti fino alla conquista del caposaldo di Takrouna in mano alla 2° D. neozelandese.

Nel maggio del 1943, ridotto ormai ad un centinaio di uomini, il 285° Rgt continua a combattere nelle strade della Tunisia fino all’esaurimento delle munizioni. Poi ciò che resta della Folgore in Africa settentrionale scompare definitivamente.


Salvatore Iacono

 
 
 
 
 
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BELLUNO AEREOPORTO ( E LANCI??) IN QUOTA
Lunedì, 8 Settembre 2008


BELLUNO può vantare da ieri una pista per il volo in montagna. Si trova sul Nevegal, ricavata sul tracciato della Lieta, nelle vicinanze del rifugio Bristot.

Un tracciato di un centinaio di metri dove gli aerei ad ala alta, robusti e attrezzati a questo scopo, possono atterrare in salita e quindi ridecollare in discesa nello spazio limitato di soli 50 metri.

L'inaugurazione è avvenuta ieri mattina e per l'occasione all'aeroporto Dell'Oro di Belluno si sono ritrovati una trentina di velivoli e piloti specializzati nel volo in montagna, provenienti da tutta Europa: Germania, Austria, Francia, Svizzera, Lussemburgo e, ovviamente, Italia. A Belluno è anche nata una scuola di volo in montagna, disciplina che oggi si pratica soprattutto a livello sportivo, ma che in passato era utilizzata per interventi d'emergenza in quota e per il trasporto di attrezzature e personale nelle malghe.

La cerimonia di apertura della pista si è svolta alla presenza del sindaco di Belluno Antonio Prade e dell'assessore Luciano Reolon, che hanno ricevuto le forbici per tagliare il nastro direttamente dal cielo, portate da quattro paracadutisti, atterrati sulla Lieta.


«La pista del Nevegal oggi è utilizzabile soltanto come scuola --puntualizzano all'Aero Club di Belluno- e la nostra è ad oggi l'unica scuola italiana di volo in montagna. Ce n'era un'altra in Val d'Aosta ma è stata chiusa».

Un bel record per la città e il suo colle, il Nevegal. La scuola ha una decina di piloti già in possesso di brevetto. Si sono iscritti per acquisire questa particolare abilitazione agli ordini del comandante Giuseppe Dellai, trentino, unico istruttore italiano di volo in montagna.

Dopo l'inaugurazione, la festa è continuata al rifugio Bristot con il pranzo preparato dai gestori e con la collaborazione della Malga Toront.

ATTERRAGGIO NON AUTORIZZATO: PRIMO BRIVIDO IN PISTA


Un aereo con equipaggio austriaco ha infatti tentato, nel pomeriggio, un atterraggio non autorizzato sulla nuova pista Lieta. Le conseguenze sono state gravi.

L'aereo ha infatti rotto il carrello ed è rimasto incagliato sull'erba. Nulla di grave per i due occupanti, che se la sono cavata con un po' di paura e una bella dose di vergogna per la bravata.

La coppia è stata recuperata dai soci dell'Aero club bellunese, mentre il velivolo è stato lasciato sulla pista, in attesa di essere recuperato. Sarà portato via con tutta probabilità lunedì e trasferito all'aeroporto di Belluno per essere aggiustato.
«Peccato affermano i soci dell'aero club cittadino tutto era andato bene fino a quel momento. Fortuna che le conseguenze sono state lievi». La pista di volo in montagna verrà per ora utilizzata soltanto per le lezioni della neonata scuola di volo bellunese.


 
 
 
 
 
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GIUSEPPE IZZO: EROE A EL ALAMEIN, DECORATO DAGLI INGLESI NELLA RESISTENZA PER I FATTI DI CASE GRIZZANO
Domenica, 7 Settembre 2008


PARMA- Il nostro "amico-inviato volontario speciale" Franco Binello, giornalista della STAMPA di Torino, ci segnala l'inserto pubblicato venerdì 5 SETTEMBRE 2008 dal suo giornale, che riguarda la Medaglia d'Argento al valor militare di El Alamein, il Tenente Colonnello Giuseppe Izzo. Parla dela Sua scelta di fare la resistenza.

LEGGETE L'ARTICOLO


 
 
 
 
 
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LA NOSTRA STORIA : IN ESCLUSIVA LA VERSIONE ELETTRONICA
Giovedì, 3 Luglio 2008




la copertina del libro presentato il 2 luglio a Livorno



LIVORNO-2 LUGLIO 2008- Non ci poteva essere data più indicata della ricorrenza dei dolorosi fatti di Somalia, per presentare il libro "LA NOSTRA STORIA",un prezioso documento curato da tre generali, protagonisti ora in congedo della della Brigata Folgore: i generali Orrù Giostra e Milani.L'opera è stata patrocinata dalla brigata Folgore e sponsorizzata anche dal nostro sito, oltre che da famose aziende nazionali, ed è stata presentata ieri, prima della Santa Messa.

Si tratta della seconda parte - la prima, nel 2005 arrivava fino al 1962- che dal 1963 fino ai giorni nostri raccoglie foto, documenti ed episodi, molti dei quali inediti, che aiutano a capire come la grande unità ha operato in questi anni.

Nel libro sono presenti interessanti descrizioni di presupposti e fatti addestrativi e operativi, corredati da documenti originali,che spiegano quali fossero le strategie di impiego dagli anni '60 fino ad oggi.


Dall'utilizzo di aviotruppe in massa, sino alla controinterdizione, passando per imponenti esercitazioni anche internazionali e le numerose missioni: un lungo, costante ed intenso addestramento che negli anni si è evoluto e ha forgiato Ufficiali, sottufficiali e paracadutisti volontari, fino a farli diventare la Brigata più efficiente e coesa dell'Esercito.




Prima della messa solenne delle ore 11 in suffragio dei caduti del Check Point Pasta e della Missione in Somalia del 1992 , officiata dal Vescovo di Livorno, gli ospiti sono stati ricevuti dal Comandante Fioravanti al Circolo Ufficiali, dove i tre relatori hanno illustrato il libro che diventerà un prezioso omaggio che la Brigata riserverà ai suoi ospiti di riguardo e che non sarà messa in commercio, per salvaguardarne l'immagine.

Due anni di lavoro intenso che sarà molto apprezzato dai paracadutisti.



COPERTINA

INDICE
PREFAZIONE

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

PARTE TERZA



Il libro è stato stampato dall'azienda di un paracadutista in congedo, imprenditore nel settore tipografico: MATTEONI STAMPATORE - LUCCA, che ha prodotto il libro senza fini di lucro, ma solo per la copertura dei costi vivi, esclusa la sua opera grafica, che è stata offerta gratuitamente.


Tra gli ospiti i generali Loi e Celentano e numerosi giornalisti.




 
 
 
 
 
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LILI MARLENE : IL CANTO DEI SOLDATI
Martedì, 1 Luglio 2008





PARMA- Emilio Camozzi ci racconta uno struggente episodio avvenuto durante la sua prigionia sotto gli inglesi.


Una famosa canzone -Lili Marlene- è stata l'occasionE per riaffermare che loro erano spezzati, ma non piegati. Battuti ma non vinti. Con la schiena dritta.

Ci dice Emilio che, subito dopo, gli italiani risposero con l' INNO A ROMA.













SOLDATI IN GUERRA
sotto le stelle



Tutte le sere sotto quel fanal presso la caserma ti stavo ad aspettar. Anche stasera aspetterò, e tutto il mondo scorderò con te Lili Marleen, con te Lili Marleen


Ormai la canzoncina sarà finita nel cassettone dei ricordi inutili, fra le cose che l'orrore della guerra ha sfiorato ma non contaminato.

Io l'ho sistemata fra i più assillanti interrogativi che incombono nel mio passato ponendomi il quesito: "Si può amare il nemico?" Come ne esce l'etica militare se la risposta è SI?.

La scocciatura è che purtroppo io pencolo ancora tra il "si" e il "no".

Tutta colpa di una canzoncina forse un pò sciocca, che per una ragione che nessuno è mai riuscito a spiegare, pare che durante la guerra abbia avuto un ascolto oltre i nove miliardi.

Cifra enorme, se si pensa alla scarsità dei mezzi di comunicazione di allora. Era cantata, con voce roca ed intrisa di lacrime, da Lale Andersen , ogni sera alle 23,55, da radio Belgrado.


Unsere beide Schatten Sah'n wie einer aus Daß wir so lieb uns hatten Das sah man gleich daraus Und alle Leute soll'n es seh'n Wenn wir bei der Lanterne steh'n Wie einst Lili Marleen, Wie einst Lili Marleen.

E a quell'ora la guerra in tutto il mondo finiva. I fanti posavano i loro mitra, gli artiglieri incappucciavano i loro pezzi, i carristi spegnevano i motori, i marconisti giravano i condensatori variabili per sintonizzarsi su radio Belgrado, sistemavano le radio in modo
di offrire un ascolto il più esteso possibile. E le mamme e le fidanzatine si agrappavano a quel tenue filo di musica nell'illusione di poter far arrivare una carezza al loro amato.


Orders came for sailing, Somewhere over there All confined to barracks was more than I could bear I knew you were waiting in the street I heard your feet, But could not meet, My Lilly of the Lamplight, my own Lilly Marlene



LA STORIA DI UNA CANZONE CHE DIVENTA SIMBOLO DI LIBERTA' DELLO SPIRITO
Ero da un paio di mesi al 305 Fascist Criminal Camp in Egitto. Il campo aveva una lunga storia di sofferenza e di morte. Pare fosse stato costruito dagli egiziani come lebbrosario. Gli inglesi fecero girare la voce che i microbi della lebbra hanno effetto fino a dieci anni dopo che l'ultimo ammalato è stato dimesso, naturalmente senza renderci edotti della data. All'inizio della guerra divenne dimora dei nostri ascari catturati durante le prime scaramuccie
in Africa. Distrutti questi, forse per rendersi conto della validità della vitalità dei microbi, ci misero i tedeschi. Chi più cattivi di loro? Li trovarono! I non collaboratori. Li etichettarono come criminali fascisti giusto per mettersi a posto con la coscienza e riempirono il campo.


Si en el frente me hallo, lejos, ay! de ti oigo que tus pasos se acercan junto a mi. Y se que allá me esperas tu, junto al farol, plena de luz Lili mi dulce bien eres tu Lili Marleen


La notte aveva steso il suo prezioso manto di stelle e già nelle tende fiorivano i primi sogni e le prime speranze, quando dalla gabbia dei tedeschi improvvisamente provenne una marea di urla, di "caman", di colpi di fischietto.

Il solito pandemonio che facevano gli inglesi quando qualcuno mancava all'appello. L'usuale punizione: cambio di gabbia, trascinandosi dietro tutta, ma proprio tutta la propria chincaglieria, mentre gli inglesi, o chi per loro, si davano da fare con una scavatrice, a distruggere la gabbia, compresa una stupenda acquila stilizzata alta circa quattro metri fatta con sabbia e terra creta.

I cinquecento prigionieri furono trasferiti nelle nostra avangabbia per passare la notte.

Mentre si preparavano per la notte e tutti ritornavano alla propria cuccia, era quasi mezzanotte.

Da un angolo della avangabbia si levò, sottovoce un coro muto. Gli inglesi erano ancora lì, ed era proibito cantare. Era la melodia di "Lilì Marleen".


Un gruppo di italiani si unì al coro cantando sottovoce la canzone in italiano. Gli inglesi, che si erano già allontanati verso le loro baracche, ritornarono di corsa per imporre il silenzio, ma giunti là si unirono al coro . C'erano australiani, francesi, greci, maori e cinquemila italiani, e tutti cantavamo la stessa melodia .

Cette tendre histoire De nos chers vingt ans Chante en ma mémoire Malgré les jours, les ans. Il me semble entendre ton pas Et je te serre entre mes bras Tous deux, Lily Marlène, Tous deux, Lily Marlène.


Come fosse un immensa preghiera ad un Dio comune a tutti noi che ci innumidiva gli occhi quel tanto da da non farci scordare il nostro stato di soldati.



 
 
 
 
 
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UN AGGIORNAMENTO ALLA LISTA DELLE MEDAGLIE D'ORO
Venerdì, 20 Giugno 2008


PARMA- Riceviamo dal Cav. Cario Vincenzo Franco , calabrese, un aggiornamento su una Medaglia d'Argento alla memoria, concessa a un Paracadutista del 186°.

Per riparare all'involontario ritardo nella pubblicazione, gli dedichiamo fin da subito spazio in questa rubrica:








Cesare Bartolotta di Rosario
Paracadutista 186^ Fanteria “Folgore” - XX cp. VII btg.
Decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare

Falerna (Cz) 17.04.1921 - Africa S. 23-25.10.1942


Il Presidente della Republica
con Decreto del 10.02.1953 ha conferito la
Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla memoria”
con la seguente motivazione:

“Componente di un nucleo destinato alla guardia del varco di un campo minato attaccato da poderose formazioni motocorazzate, sotto l’infuriare del tiro delle ariglierie nemiche, provvedeva alla chiusura con mine del varco stesso. Ferito una prima volta, si medicava sommariamente e rimaneva al suo posto. Isolato e superato dal nemico il suo centro di fuoco, ne animava la resistenza e, sotto la intensa azione avversaria, generosamente usciva dalla linee per raccogliere un compagno caduto. Ferito una seconda volta alla testa, rifiutava ancora di allontanarsi. Successivamente da posizione scoperta con la sua arma automatica continuava il fuoco fino a che, colpito una terza volta, cadeva da prode - Q.125 di Quaret El Himeimat (A.S.) 23-25.10.1942”.


Brevetto del Ministro della Difesa n.42902 del 28.10.1953
Registrazione Corte dei Conti in data 14.03.1953 - registro 10 foglio 1953
Pubblicato nel Bollettino Ufficiale 1953 - disp. 1579


 
 
 
 
 
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UN LIBRO SULLA MEDAGLIA D'ORO AURELIO ROSSI
Venerdì, 18 Aprile 2008



UN LIBRO DA LEGGERE


"Aurelio Rossi - L'ufficiale soldato" dei paracadutisti Francesco Crippa (presidente ANPDI MONZA) e Claudio Ferrari.


PARMA- I due autori sono noti nell'ambiente dei Paracadutisti per la loro lunga militanza nell'ANPDI e per l'interesse alla storia della Folgore e, nel caso di Ferrari, della Guerra in Afroca Orientale. Entrambi partecipano a conferenze e cerimonie rievocative.

I fondi del libro sono parzialmente devoluti al Museo dei Paracadutisti italiani.

Per acquistarlo:
SOCIETA' EDITRICE BARBAROSSA

oppure rivolgersi a

Claudio Ferrari

 
 
 
 
 
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GRAZIE PER QUESTO RACCONTO, EMILIO!
Venerdì, 28 Marzo 2008



Un racconto che ci fa vivere qualche giorno nel deserto con lui
e ci fa apprezzare il "fattore El Alamein"

Grazie Emilio, per come sai scrivere!





COME RIUSCII A CARPIRE LA
II° PROMOZINE

Spesso, per raccontare le proprie peripezie, ti trovi di fronte ad un muro di interrogativi e non sai se la sincerità che speri di riuscire a evidenziare sia, da parte di chi legge, ritenuta tale. Bisognerebbe essere sinceri senza ritegno, spiattellare anche quelle verità che sai che generalmente non piacciono, non nascondere quelle cosucce che ti degradano, ma che sono le uniche che danno vita e sostanza ad un racconto. Se in un precedente racconto ho parlato di bucce di patate accontentando chi ha avuto il coraggio di leggermi, posso anche tentare di parlare di affari miei senza il pericolo di indurre al sonno il malcapitato lettore. Mi piace pensare che qualcuno che mi consideri almeno alla stessa stregua di una buccia di patata a questo mondo debba pur esserci. Il tutto cominciò a S.Maria Capua Vetere. Ho già Raccontato tempo fa di una degradazione subita da tutta la Compagnia Collegamenti per un cenone
pantagruelico ed inaffiatissimo consumato e non pagato in un grazioso ristorante dove il maggiore (grado) responsabile delle nostra nutrizione faceva giornalmente scaricare parte dei viveri di nostra pertinenza.Lo Stato Maggiore mandò due ufficiali
superiori per cercare di appianare la faccenda senza sollevare tanto scandalo.Il maggiore sparì. Io non ne seppi più nulla. I sottufficiali,fruitori di una mensa particolare, non avevano subìto la degradazione non avendo partecipato al cenone. Poiché il fatto era avvenuto, era giusto che i graduati fossero puniti.
Fu deciso di tenere i gradi in tasca e di riattaccarli alla prima occasione, soluzione dettata dai due ufficiali. Ci assicurarono che il foglio notizie non ne
avrebbe tenuto conto. Il Comandate la Compagnia, capitano Luigi De Lorenzo,aveva bisogno dei suoi graduati per poter costruire un organico credibile. I sottufficiali provenivano da altre specialità che nulla avevano a che fare con le stazioni radio. Gli altri gradi
li avevo praticamente proposti io, nella mia veste di istruttore, indicando quegli elementi che ritenevo idonei a gestire un apparato radio. Ma la mia responsabilità era giustificata solo se io avessi avuto un grado tale da poterla giustificare. Pare, ma non ci
giurerei su, che l’unico modo fosse quello della promozione per meriti di guerra. Per potere sfruttare questa possibilità, bisogna però avere a disposizione un campo di battaglia. Un mese dopo il mio arrivo in Africa il Comandante richiese a Roma la mia
promozione, con una motivazione un po’ fantasiosa ma possibile, e mi ordinò di fregiarmi dei gradi. Ordine non eseguito, per mancanza di negozi dove poterli acquistare.Questa fu la mia prima promozione.
Poiché sul mio foglio notizie né la prima né la seconda promozione compaiono, così come non compare nemmeno la degradazione, penso che, a seguito di tutto quel trambusto, la mia pratica sia andata persa.
Io faccio finta di non tenerci ma è uno sporco bluff. Quando voglio far colpo, non dico né come ,nè perché.
”Meriti di guerra” aprono le porte a mille supposizioniuna più valida dell’altra. Se poi le promozioni sono due puoi farti autorizzare a marciare per il centro cittadino gobbo per il peso delle medaglie che puoi appuntarti sul petto. Non ho mai capito il perché, per mandarci in Africa, dovessero farci fare quello
scomodo giro di passare dalla Grecia. Devo
comunque ringraziare chi ha avuto quella brillante idea che mi ha donato i quindici giorni più belli della mia vita. Arrivato in Africa, le mie condizioni di salute cominciarono a deteriorarsi e dopo un mese di lotte col mio intestino, l’intercolite mi aveva ridotto in uno straccetto. A parte il fatto che all’incirca ogni mezzora , bombardamento o no, dovevo correre a scaricarmi, un pezzetto di budello era fuoriuscito e mi rendeva difficile la deambulazione. Consideravo proprio questo in fila con altri folgorini davanti alla tenda dell’ospedaletto da campo a El Taqa , a ridosso della linea di combattimento. La Grecia oltre a meravigliosi
ricordi, ci aveva lasciato uno strascico di malattie veneree. Due medici si davano da fare all’interno della tenda, ed era evidente che la loro attenzione era indirizzata verso quel genere di malattie. Oltre tutto i pazienti, su ordine degli infermieri addetti all’ospedaletto, per accelerare i tempi, se soffrivano in quel reparto dovevano presentarsi con il responsabile in mano. Le cose stavano così, ed io non saprei come altro dirle se voglio spiattellare le cose come erano veramente. Mi trovavo lì per delle fastidiose piaghe che ornavano il mio prepuzio. Il tenente Damiani mi aveva ordinato di farmi visitare per l’intercolite ma ionicchiavo perché sapevo che, nelle mie condizioni rischiavo il rimpatrio. Quiè doverosa una piccola spiegazione poiché si tratta di cose successequattro o cinque generazioni fa. Cose che mi hanno procurato la patente di “cretino incallito e senza speranze”. A ragion vedutaho detto “rischiavo il rimpatrio” perché per noi, malgrado tutte le magagne che ci capitavano addosso, ritenevamo una insopportabile punizione essere mandati a casa. Cosa che al giornod’oggi giustifica la suaccennata patente. Il tenente Damianisi offrì di sostituirmi alla radio pur non sapendo dove mettere le mani.
Io ero all’ospedale, secondo Lui per l’intercolite secondo me per sapere cosa era successo al mio apparato genitale. I saccenti mi avevano pronosticato che, se le piaghette erano dispari, poteva trattarsi di sifilide,allora incurabile, se erano pari, di ulcere penetranti, nel qual caso me la cavavo con il distacco del prepuzio. Perdonateli, eravamo fatti così, senza speranza di redenzione. Toccò finalmente a me ed a quello con cuiavevo fino allora colloquiato. Il medico diede una rapida occhiata a quanto gli facevo vedere prese un modulo e scrisse “ alterazione scavo talamo prepurziale”. Pur
non avendo la minima idea di cosa si trattasse, era
stata tanta la paura che ancora me lo ricordo. Mentre mi rivestivo, vidi quello che era entrato con me che parlottava col medico. Stavo andandomene ma il medico mi si avvicinò con farequasi bellicoso. Mi
ordinò di spogliarmi e di mettermi sul lettino a pancia in giù. Diede un’occhiata là dove non batte il sole e vide il codino. Mi diede il permesso di rivestirmi, mentre io litigavo con il tizio che aveva fatto la spia.Ordinò ad un infermiere di accompagnarmi all’ambulanza diretta verso la nave ospedale. Significava il rimpatrio. Ero disperato. Mi sentivo un vigliacco disertore, ma mi rendevo soprattutto conto che tutta la rete R.T. della Divisione, senza la mia presenza era destinata ad entrare in stato
confusionale. Ero l’unico del mestiere. Ero stato addestrato ed avevo addestrato come paracadutisti e non come fanteria d’arresto. La mia lunga pratica mi permetteva, qualche volta con difficoltà, di adattarmi a qualsiasi tipo di situazione. I miei allievi avevano svolto solo una parte del programma che li abilitava all’uso di una stazione R.T. in battaglia. Sto cercando un sistema per sfuggire al solito ”cretino” di prammatica quando dico che in quei momenti la mia testa era occupata solo alla spasmodica ricerca di come riuscire a scappare. L’impellente bisogno di qualche minuto di intimità per soddisfare l’intercolite mi giunse in aiuto. Chiesi all’infermiere il permesso di appartarmi. Conosceva la mia malattia e sapeva che non baravo, anche se quasi tutti cercavano di svignarsela. Qualche giorno prima avevano portato un ferito a cui uno scheggione aveva amputato la mano destra. Si lasciò medicare senza emettere un solo lamento. Alla fine della medicazione si fece aiutare ad infilarsi la giacca, ringraziò il medico e si avviò in direzione della linea. Il medico ordinò all’infermiere di fermarlo. Lo rincorse, lo fermò e lo riportò davanti al medico. “Dove cavolo te ne vuoi andare? Devi essere ricoverato in un ospedale in Italia”. Dottore io mi sento bene. Devo tornare in linea. Hanno bisogno di me. Posso combattere bene. Non ricordavo di essere mancino.” Non conosco con esattezza la fine di questa vicenda. Pare che il dottore sia riuscito ad indurlo a montare sulla crocerossa che portava a Barce i rimpatriandi, ma che da là sia riuscito a scappare ed a tornare in linea. Io speravo di avere un futuro più facile. Appena mi accorsi che l’infermiere non poteva vedermi, mi avviai verso la linea approfittando anche di un paio di dune che facevano proprio al caso mio
nascondendomi alla sua vista. Arrivai alla mia buca dove già il tenente Damiani stava tirando moccoli per il mio ritardo. Speravo proprio di avercela fatta. Invece alle cinque, ora destinata a risolvere i problemi della stazione R.T.il tenente colonnello Ruspoli, mio comandante, dopo aver sbrigate tutte le faccende della
stazione, mentre in pace sorbivamo il solito tè da Lui
offerto :” Ehi tu, ma chi credi di avere fatto fesso!? So tutto.” Caddi dalle nuvole. Non sapevo a cosa si riferisse. Avevo la massima stima dei miei superiori e non mi ero mai permesso alcunché di poco
rispettoso. Continuò:” Il medico che ti ha visitato è venuto da me. Hai bisogno di cure urgenti. Devi rimpatriare.” “ Colonnello non posso, non ho nessuno che mi sostituisca, nemmeno a questa stazione.” “ Faremo venire qualcuno dall’Italia.” “Bene, quando arriverà gli passerò le consegne e me ne andrò”. “Sergente”. “Comandi”. “ Da quanto sei sergente?”. “Da un mese.” Solo! Non sei di carriera?”. “Signornò.” “ Da subito sei promosso sergente maggiore. Domani voglio vederti con i gradi nuovi.”. “Grazie, ma non sarà possibile. Non ci sono negozi per comprarli”. “ Ah, ecco perché girate tutti senza gradi, malgrado le promozioni che ho distribuito.”Così era Marescotti Ruspoli.E così eravamo anche noi. E ognuno di noi ha la sua piccola storia da raccontare, ma non lo fa, perché farlo è difficile erché dire oggi quello che è successo allora fa parte di un mondo bello solo per noi che lo abbiamo vissuto e sofferto.
_________________
Par Emilio Camozzi
El Alamein

 
 
 
 
 
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FINISCE IL LIBRO A PUNTATE DI EMILIO CAMOZZI , CON UN COLPO DI SCENA
Martedì, 25 Marzo 2008




25 Marzo 2008


Finisce il libro di Emilio Camozzi con un colpo di scena: Emilio non se la sente di continuare. Ha qualche dubbio sui luoghi, i fatti, le situazioni che gli ha raccontato Vittorio dal letto della lunga malattia. Dopo la sua morte, Emilio ha riordinato gli appunti ma..... Leggete l'ultimo capitolo, in fondo:


PARMA- Abbiamo convinto Emilio Camozzi, fondatore del sito di cui è presidente e direttore onorario, e titolare della sezione STORIA E REDUCI, a pubblicare
un libro (150 pagine di un racconto inedito), che intendiamo offire a puntate ai nostri lettori.

Il titolo provvisorio è " STORIA DI UN FASCISTA DEL SUD", ovvero la storia romanzata di un Paracadutista, che racconta sia al presente (durante una malattia) che con frequenti ritorni al suo passato, del arruolamento nella Folgore e successivamente, dopo tante avventure,quando approda all'esercito di liberazione sud.

Ogni Lunedì aggiungeremo un capitolo, in formato PDF scaricabile.

E' un regalo che Emilio fa a tutti noi.




INTRODUZIONE



Avevo scritto un libro su un paracadutista mio caro amico che potrebbe divenire l'emblema del cittadino sfruttato per fare la guerra ad oltranza.

Pur avendomi ormai raccontato quasi tutto della Sua vita militare, mi fece il più grande dispetto che poteva farmi: mi mollò e se ne andò a sghignazzare alle mie spalle sulla nostra cara nuvoletta, lasciandomi alle prese con una materia che non conoscevo e, soprattutto, non volevo conoscere: la cosidetta guerra di lliberazione.

Ficcai tutto nel dimenticatoio, e solo ora il dischetto mi è comparso davanti e reclama i suoi diritti. Poichè il sito è intitolato a voi, pensate sia il caso che io vi propini un malloppo che potrebbe essere stucchevole? E con quale sistema ? A piccole dosi come l'olio di ricino o a grosse porzioni, come piatti di spaghetti?


V I T T O R I O


P R E F A Z I O N E


CAPITOLO PRIMO


CAPITOLO SECONDO


CAPITOLO TERZO


CAPITOLO QUARTO


CAPITOLO QUINTO


CAPITOLO SESTO


CAPITOLO SETTIMO


CAPITOLO OTTAVO


CAPITOLO NONO


CAPITOLO DECIMO



CAPITOLO UNDICESIMO


CAPITOLO DODICESIMO



CAPITOLO TREDICESIMO




FINISCE IL LIBRO, CON UN COLPO DI SCENA













 
 
 
 
 
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CENSIMENTO STRAORDINARIO DEI REDUCI DELLA FOLGORE
Giovedì, 20 Marzo 2008





CENSIMENTO STRAORDINARIO DEI REDUCI DELLA FOLGORE


Il nostro sito segue da anni l'aggiornamento dell'elenco dei nostri Reduci, e in questo ultimo anno si è fatto carico della tristissima contabilità degli 11 Folgorini che ci hanno lasciato.

Iniziammo nel 2002, in concomitanza del 60mo di El Alamein, dopo che il Paracadutista Rodrigo Filippani di Roma lo aggiornò con un lavoro ciclopico e approfondito, che gli era costato decine di giorni di lavoro volontario e gratuito, con telefonate, lettere e contatti in tutta italia. Fu coadiuvato dal nostro Reduce Emilio Camozzi e patrocinato dal generale Merlino, allora presidente nazionale dell'ANPDI.

E', sino ad oggi, l'unico strumento attendibile cui si riferiscono vari enti, tra i quali l'ANPDI.


Grazie al Paracadutista di El Alamein Emilio Camozzi, presidente e fondatore di www.congedatifolgore, e motore atomico del Museo dei Paracadutisti, abbiamo costantemente tenuti aggiornati
quegli elenchi della Divisione Folgore, che ripubblicheremo entro domani nella sezione STORIA e REDUCI, dandovene avviso.


Invitiamo i Paracadutisti che frequentano il sito a consultarli pregandoli di segnalarci errori, omissioni o ,peggio, la mancata registrazione di una scomparsa.


DI FIANCO AI NOMINATIVI TROVERETE LE LETTERE:

F: ferito
C: caduto
D: deceduto dopo il rimpatrio

Come vedrete, mancano moltissime annotazioni. Speriamo non sia necessario aggiornare troppo pesantemente l'elenco.




CONSULTATE I RUOLINI


e segnalate eventuali variazioni a emilio.camozzi@yahoo.it

oppure al webmaster

 
 
 
 
 
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STORIA
Mercoledì, 19 Marzo 2008



PARMA- Un amico ha scannerizzato per noi un testo sul Fascismo: un vero e proprio manuale che "aggiorna" gli aspiranti Fascisti dal 1919 in poi, sull'essenza della dottrina.

LEGGETELO


 
 
 
 
 
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I RACCONTI INEDITI DI TANO PINNA, ARTIGLIERE PARACADUTISTA , LEONE DELLA FOLGORE DI EL ALAMEIN
Domenica, 9 Marzo 2008






PARMA- Maurizio Pinna sta lavorando da molto tempo al corposo archivio del Padre, Tano Pinna, indimenticabile artigliere di El Alamein,scomparso il 24 Dicembre 2005, grazie al quale molta storia della Folgore e della Battaglia è giunta sino a noi.

Questa rubrica ha iniziato a pubblicarli da 2 anni.

Sono tutti pezzi di storia vissuta, con fotografie inedite e originali, che arricchiscono il nostro sito e forniscono ai lettori una documentazione di altissimo profilo storico e umano.

Grazie Tano! Grazie Maurizio!

Qui di seguito un gruppo di racconti riorganizzati cronologicamente corredati, come sempre, di didascalie e foto originali.

Questa parte dei diari comincia dal corso di Paracadutismo e addestramento militare di Tarquinia e termina col rientro in Patria, dopo una lunga prigionia:


TARQUINIA



IL VOLO DI AMBIENTAMENTO

LA TORRE


EL ALAMEIN



L'ATTACCO

LA BATTAGLIA IL 25 E 26 OTTOBRE 1942

IL 27 E 28 OTTOBRE

DAL 29 ALL'1 NOVEMBRE


LA PRIGIONIA DEI NON COOPERATORI



Il POW 305 era un campo di prigionia inglese, in Egitto, dove sono stati internati molti Paracadutisti, dopo la Battaglia di El Alamein e la disperata resistenza lungo la ritirata.

Il trattamento era ai limiti dell'umanità, e gli inglesi erano particolarmente severi con i "non cooperatori", a cui venivano riservati trattamenti più oppressivi.

IL PRIMO GIORNO AL CAMPO 305


TRE GIORNI AL 305


LA DIETA

MALEDETTO SETTEMBRE 1943


SANTA EL ALAMEIN


IL IL SERMONE AI REPROBI

BONI ITALIANI


CELLA DI RIGORE



ARIO FIUMI RIENTRA TRA I PRIMI E SCRIVE AI SUOI CAMERATI



1944



IL BASTONE E LA CAROTA



IL BASTONE E LA CAROTA 2



8 AGOSTO 1944 SCAVANDO NELLA SABBIA








organizzazione dei testi e delle immagini a cura di Maurizio Pinna, figlio di "Tano", artigliere di El Alamein, nostro Redattore.







Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria
art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo



PRIGIONIERI NEL DESERTO

IL RACCONTO DELLA MARCIA VERSO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO
ATTRAVERSANDO IL CAMPO DI BATTAGLIA DAL 7 ALL’11 NOVEMBRE 1942

Dal 2 al 6 novembre ’42, la Folgore si ritirò dalle posizioni e cominciò l’epico ripiegamento, terminato il pomeriggio del sei novembre con la cattura dell’ultimo gruppo comandato dal col. Camosso. Ben pochi sfuggirono alla cattura, gli inglesi rastrellarono il deserto, radunando i piccoli gruppi dispersi di uomini, fanti, genieri, artiglieri, carristi, paracadutisti.
E’ questa una delle pagine meno conosciute della guerra, specie dei Folgorini.

Una naturale ritrosia nel raccontare il momento immediatamente successivo alla cattura è sempre stata presente in tutti sopravvissuti, fino alla fine. Quasi se ne “vergognavano” perché in quei momenti decadevano tutti legami, da quelli “civili” a quelli tipicamente militari, come la disciplina, la gerarchia, l’organizzazione, rimanevano solo l’istinto di vivere e, solo per alcuni, il proprio orgoglio.

Tutti sono alla ricerca del cibo e dell’acqua, di un posto dove dormire, dove riposare.

E’ il momento più amaro, dove si è vivi ma si rimpiangono i Morti.
Almeno Loro non si debbono vergognare di essere in fila, come armenti, con la fame e la sete, con la divisa che non è più una Divisa, perché il combattimento è finito, ma è solo un qualcosa di strappato e sporco che servirà a coprirsi dal freddo notturno.

E’ il momento in cui si vede l’amico implorare al soldato nemico una sigaretta, un pezzo di pane raffermo, una lattina di acqua sporca.



E’ il momento in cui è cessata la tensione del combattimento, non c’è più la Morte che incombe, le granate, le schegge, ma solo gli ordini gutturali ed incomprensibili dati dalle guardie nere con le baionette innestate, la fame che torna prepotente, e la sete, la sete maledetta.

E su tutto il silenzio, un silenzio spettrale, con solo un rumore di fondo, quello del passo strascinato, assorbito e rallentato dalla sabbia.

Anche il sole è spento, ha piovuto, il cielo è grigio, una cappa che si apre e chiude, quasi come se il sole si nascondesse di fronte a tale spettacolo.

Il sole, il sole che ha bruciato la pelle e la sabbia, le rocce e l’acciaio dei pezzi anticarro, che ha arroventato le lamiere dei carri, ormai tombe silenti nel deserto, è ora muto, quasi non si sente più il suo calore.



Non sono uomini quelli che camminano, sono ombre, tra poco saranno numeri di matricola, chiusi dietro ad un filo spinato, e tutti i giorni saranno solo cadenzati dalla conta, dalla fila per il rancio, dalla noia, che spesso travasa nella pazzia.


“Sette novembre

E’ l’alba. Corpi inermi, stanchi, avvolti in teli da tenda, in copertine da campo, con pastrani o con una sgualcita, logora giacca, riposano immobili sulla sabbia.
Il sole ci sveglia, non più il cannone.
Mi guardo attorno.
Non c’è più l lunga colonna di ieri, c’è solo qualche camion. Attorno a noi nessun soldato, siamo ancora soli. Ho l’impressione di non essere più stanco, ma cambio dea quando guardo nei volti dei miei compagni (*). Hanno volti scavati, barbe lunghe, capelli lunghi ed ispidi, di colore incerto.
Quelli del Comando sono …più presentabili, le barbe quasi rase, i capelli fatti, la divisa non logora, hanno zaini e valigie pesanti e ben guardate, una ed anche due borracce piene, scarpe in ottimo stato.

Qualcuno si prepara a farsi la barba. Noi ci guardiamo in faccia.
Me la tocco…sembrerò un fraticello…sporco, disordinato.
Iop:”Pinna noi dovemo cominciar con le forbisi, ma non le go, e ti? – mi dice – e chiede – chi ha le forbici?”. Quelli del Comando ce le prestano, Iop inizia a fare il barbiere, ed ora chiede il pennello, il sapone, la macchinetta con le lamette.

Quelli del Comando ci prestano tutto. Grazie!
Ci sentiamo più leggeri, con la barba è patita anche qualche. ..fettina di pelle, e chi ha la carne in faccia?
Nelle tasche del pastrano ci sono ancora delle caramelle. Stuzzicano la fame e la sete. Con un po’ di circospezione ci allontaniamo dal gruppo. Ci sono parecchi mezzi incendiati, chi lo sa? Forse qualcosa di buono si potrà trovare.

Con Iop dividiamo l’ispezione, il mezzo più vicino è una blinda. A terra ci sono molte taniche, raccogliamo qualche bicchiere d’acqua: buon segno.

Iop si è arrampicato sulla blinda. “Se magna!” grida, ci sono scatole di carne, gonfie, bruciate. Troviamo un barattolo vuoto.
“Un bel brodino?” propone Iop.

Versiamo la carne e l’acqua nel barattolo, cerchiamo e troviamo pezzi di legno, due sassi, accendiamo un focherello. Siamo quasi allegri.

Pronto a tavola, signori! Scodellare…dove? Posate…quali?
Ci prestano un cucchiaio, si mangia a turno.
Mai mangiato un brodo così buono, la carne è eccellente! Iop sei grande!

La pace finisce, arrivano gli inglesi, baionette in canna, rivoltelle in pugno.

Ci radunano, Gli ufficiali vengono invitati a raggiungere i camion fermi.

Ci separiamo non senza emozione, ci abbracciamo. Ci rivedremo?





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(*) Tano è stato catturato, dopo una prima fuga, a Khor el Bayat, 45 km a sud ovest di El Dabà, la località dove il solo 31° Guastatori di Caccia Dominioni riuscì a sfondare le linee inglesi. Quarant’anni più tardi proprio Caccia Dominioni, il Maggiore Sillavengo, scrivendo a Tano, gli conferma la località, coincidendo quello che ambedue vedevano alla stessa ora.
Con Tano ci sono i suoi compagni al pezzo, Mocciola e Iop, il suo tenente, Tabelli, il buon ten. Mendolesi della Cp. Minatori, poi la gente del Comando di El Dabà, il Cap. Cartasegna, il cap. Curti, i ss. ten. Monaco, Serra, Ardizzone.
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Ci dicono di camminare, direzione est. Dove ci porteranno?
Due blinde ci scortano, i soldati inglesi salgono sui loro mezzi. Camminiamo, non si parla.

Il sole è già alto, fa caldo; non poso indossare le scarpe, ho sempre ai piedi una crosta di sangue, le scarpe le metto intorno al collo.

Vorrei buttare il pastrano, ma è utile per la notte.
Qualcuno domanda agli inglesi quanta strada si deve fare. Ci rispondono:”tre chilometri”. Balle!

Non ci portano verso la litoranea, forse ci tengono lontani dalle piste di comunicazione.

Incontriamo altri gruppetti di soldati italiani, sbandati, si accodano.

Anche i nuovi arrivati sono stracci ambulanti come noi.
Si cammina brontolando, lamentandosi: “Quando ci fermeremo, non ne posso più..”

“Mi butto a terra, mi sparassero, almeno finisce tutto..”
“Devo cercar di fuggire, divento matto se penso ala prigionia, se penso al concentramento ..”
“Quarantasette, morto che pala..”
“Crepa!”

Il gruppo si ingrossa con sempre novi arrivi.
Mi sembra che gli inglesi ci portino volutamente dove sanno che ci sono gruppi di sbandati.

Si fa una sosta, i nostri ..accompagnatori mangiano.
Pochi tra noi dispongono di un tozzo di pane o di un po’ di acqua.
Si riprende la marcia: è corta ora l’ombra che ci accompagna.
Stanchezza, fame, sete, cominciano a arsi sentire.
Qualcuno piomba a terra svenuto.

Ci aiutiamo, ma nessuno ha la forza di trascinare i più deboli.
Gli inglesi sulle prime strillano e minacciano puntando le armi, qualche fanatico spara in aria.

La situazione è tragica, molti si accasciano per terra e non intendono alzarsi, sono veramente sfiniti, qualcuno è anche ferito, la massa è una turba stanca, con nel cuore odio per l’inglese: i soldati sono pochi, ma sono armati.

Cosa potrebbe succedere in caso di ribellione? Non ci voglio neanche pensare.

Qualcuno si azzarda a chiedere di poter salire sulle blinde di scorta, per tutta risposta riceve una pedata o una spinta con il calcio del fucile.

Le blinde si tengono molto discoste dalla colonna. I biondi guerrieri londinesi si sentono più sicuri?

Almeno sapessimo quanto abbiamo ancora da camminare.
Nuovi gruppi si accodano. Chi urla, chi bestemmia, chi incita alla ribellione.


Chiediamo di fare soste più lunghe, più ravvicinate, almeno potessimo trovare un mezzo per caricare i feriti e i più deboli …chi non è debole?

Qualcuno va a parlamentare, non dobbiamo cedere. Ritorna e dice che gli inglesi hanno chiesto l’invio di qualche camion per il trasporto egli ammalati. Sarà vero?

Sosta, è sera.

Mocciola e Iop sono spariti, sono solo …tra tanti.. Mi sdraio a terra, frugo i fondi delle tasche del pastrano. Nulla…polvere …sabbia.

Ho fame? Si, qualche crampo, però sempre più debole.
Provo a togliere le calze dai piedi, niente da fare. E se mi entra l’infezione?Sarà destino…è scritto!

I più giacciono a terra, qualcuno gira, forse per trovare qualche conoscente, qualche paesano …o forse cercano da bere, da mettere qualcosa sotto i denti.

La maggioranza tace.

I meridionali sono i più loquaci, si cercano, si aiutano, sono tutti paesani.

Si avvicina un soldato inglese, sta mangiando, in mano ha un pacco di biscotti.

“Mo gliene chiedo uno” dice un piccolo, fante napoletano.

“Perché gli chiedi da mangiare?” “Tengo fame”

Si avvicina all’ inglese e, stendendo la mano come un miserabile, gli dice:” Camerata Tommy dammi un biscotto, tengo fame”.

Mi sono sentito ribollire il sangue. Balzo in piedi, prendo il piccolo napoletano per un braccio, gli do uno strattone e lo spingo indietro, gli appioppo un calcio nel sedere.

L’inglese butta a terra il biscotto, poi lo schiaccia.

Il piccolo napoletano non reagisce, dice qualcosa che non comprendo e se ne và, confondendosi in mezzo alla massa.

Ma come si fa a distanza di ventiquattro ore da una battaglia ad elemosinare un biscotto al nemico? L’azione dell’ inglese avrà insegnato qualcosa?

Non odio il nemico, ma ho rispetto per me, voglio tutelare almeno la mia dignità e, se posso, quella dei miei compagni.

Dove siamo? Gli autieri, più pratici del deserto, fanno dei nomi, secondo loro battiamo la strada fatta nel ripiegamento, ad un certo punto si dovrebbe imboccare una delle piste che portano ad El Alamein, la Pista Rossa o quella dell’Acqua, o, al massimo, una delle due piste che fiancheggiavano le postazioni della Folgore.

Scende la sera, molti sono già n pieno sonno, altri parlano, l’aria si rinfresca, mi sdraio, cerco ristoro nel sono.

Le blinde, con il loro carico di biondicci, si allontanano.
Buona notte Mamma, sono stanco, infinitamente stanco, non so come le mie scarse forze non mi abbiano ancora abbandonato. Ho fame, ho sete, una sete tremenda e di tanti giorni che mi bruciava la gola, oggi non una goccia d’acqua sulle mie labbra arse, nemmeno una goccia.

Vedi mamma, non tutti abbiamo fame, molti hanno aperto lo zaino dove conservano pane, biscotti, formaggio, anche la pasta, ma non possono mangiarsela.

Hanno anche l’acqua loro, si, l’acqua.

Se li conosco? Qualcuno si, e da molto tempo.

Vedi io sono stato in una buca di un caposaldo, al mio fianco avevo le cassette delle munizioni, essi avevano i sacchi di zucchero, io bevevo l’acqua con il coperchio della borraccia, essi bevevano dalla borraccia, a garganella; venivano al caposaldo, scaricavano i viveri, le munizioni, poche, si portavano via i feriti ed i morti.
Correvano nella notte, avevano sempre fretta. Spero di non morire di fame o di sete, c’è un dio anche per gli affamati e gli assetati, mi proteggerà.





Otto novembre

L’alba ci trova soli, affamati, non assetati, perché l’umidità della notte ci è stata amica.

La macchia nera sembra una grande ameba che si agita. Arrivano gli inglesi, sono sempre gli stessi.

“Camminare piano – ci dicono – tutti assieme, tre chilometri e poi tanta acqua e tanto mangiare”

Che cosa possiamo fare? Camminare, camminare come ieri…Quanti siamo? Impossibile dire una cifra, siamo tanti, tanti.

Si va, tiro avanti, come un automa, in silenzio.

Che cosa succede? Quelli che sono in testa alla colonna si mettono a correre, man mano corriamo tutti. Perchè?



In un avvallamento del terreno c’è una specie di grande pozzanghera, sono stati appunto quelli in testa alla colonna a dare l’allarme.
Ci tuffiamo a sorbire, come le bestie, i più igienisti raccolgono l’acqua con le mani, ci si bagna la faccia, si beve, si…mangia. Si deglutisce acqua e sabbia.

Spintoni da tutte le parti, c’è chi cade, chi salta in mezzo alla pozzanghera; chi ha un barattolo, una gavetta, una borraccia cerca di fare il pieno.
La scorta inglese lascia fare.

Pochi minuti ed il terreno ritorna ad essere asciutto.

Si riprende a camminare.

Quella ..abbeverata sarà l’unico pasto della giornata.

Man mano il passo si fa più pesante, lento, affaticato. I miei piedi sono sempre avvolti e “saldati” alle calze, mentre le scarpe dondolano passando da una spalla all’altra.

Il piede affonda nella sabbia, il corpo si trascina in avanti.
Verso mezzogiorno facciamo una sosta.

Loro mangiano: loro inglesi e loro, quelli che di noi hanno da mangiare.

I più guardano in silenzio. In silenzio ci guarda il sole, ora alto in un cielo terso.

Avanti ancora, ancora, fino al tramonto.

Ancora c’è chi mangia, chi guarda ci mangia e pensa a quando potrà mangiare.

Protestare? Con chi?

Non abbiamo più la forza di protestare.

Quanti giorni ancora di marcia?, di sete?, di fame?
La macchia nera si è fermata, un brontolio cupo domina l’immenso, neppure i napoletani cantano, i friulani ed i toscani non bestemmiano. In tutti c’è l’ansia di raggiungere il campo di prigionia. Aveva ragione il napoletano: ci si riposerà.
Scende il sonno negli stanchi corpi che giacciono a terra muti.
Il deserto si fa nero, non più ombre, qui è più nero.
Nella notte qualche voce di dormienti, gli incubi del sonno, dei sogni, del fuoco di ieri.

Nove novembre

Sempre in marcia ..di avvicinamento.
Ogni ora che passa ci si abbrutisce e ci si imbruttisce. Siamo bestie inseguite, spinte in cerca di qualcosa, della vita, forse.
Ma c’è ancora in noi dell’umano?

Molti, divorati dalla dissenteria, sono ridotti a brutti spettri. Si trascinano, barcollano, molti cadono privi di forze. I compagni non li abbandonano: carità che va al di là delle umane possibilità.
Le braccia al collo degli amici, passano queste ombre, uomini aggrappati ad altri uomini, che rappresentano la vita.

Non sono molto migliori le condizioni di questi bravi ragazzi, che hanno visto i loro compagni ad un passo dalla morte e si sono chiesti se lasciarli morire nel deserto o trascinarli in qualche modo per tutto il percorso.



Di ora in ora questi casi aumentano, perciò la marcia si fa sempre più lenta.

Gli inglesi comprendono, non dicono più niente, anzi concedono spesso lunghe soste.

Qualcuno ha visto ed indicato in lontananza un fusto.

Potrebbe contenere benzina. Ma anche acqua.

C’è una corsa generale.

La gran macchia nera, che prima avanzava nel deserto con lentezza, come un enorme elastico che si allunga e si accorcia, ora si snoda, si sfalda, si allarga, si spezza, si accorcia, si restringe, si ammassa…chi urla, chi impreca, chi bestemmia, in toscano, in campano, in veneto, in romano, in siciliano…

In mezzo alla massa urlante c’è un fusto che non si fa aprire, un fusto che certamente contiene un liquido.

Le guardie sorridono beffardamente, loro devono dalle piatte borracce. Agitano le braccia, urlano, parolacce certamente.

Il fusto è stato finalmente aperto: acqua, acqua, acqua!
Tra gli spettri scoppia una zuffa.

Normale, gli spettri sono assetati, sono tanti, tanti si trovano davanti ad un bidone d’acqua. Quanta?

I più robusti sono quelli che hanno sempre bevuto e mangiato. Con poche spallate spingono lontano noi ombre. Alcuni sottufficiali cercano di mettere ordine. Lo sforzo è inutile.

Dal fusto esce l’acqua che si perde.

Intervengono gli inglesi, giustamente. Mettono ordine, facendoci assaggiare i calci dei fucili.

Con modi energici, ma necessari, ci mettono in fila. Tutti arriviamo ad avere qualche goccio d’acqua.

Non una goccia è andata più perduta.

Dove siamo?

Dovrebbe essere El Karita, non abbiamo ancora raggiunta la Pista Rossa.

Qualcuno, più fantasioso e ottimista, dice che, essendo vicini alle piste, probabilmente troveremo i camion ad aspettarci. Intanto camminiamo con una speranza.

Abbiamo passato le piste, siamo circa nella zona dove ci assestammo dopo lo sganciamento del due novembre.

Camminiamo da sette giorni….
Venga la morte, ma finisca questo tormento orribile!
Sabbia, pietrame, ricordi, ora più che mai.

E’ un ritorno ai capisaldi.

Qualcuno chiede:”Siamo sicuri con tutte le mine che ci sono? I paletti sono stati tolti durante il ripiegamento…”. L’allarme agita tutti, frena la marcia, nessuno vuole camminare in testa, si formano gruppi che non vogliono più andare avanti.
La massa, prima quasi sbandata, si riunisce.

Bisogna far presente agli inglesi il pericolo.
Quanti sono diventati i tre chilometri che dovevamo percorrere?
Un sergente inglese urla di andare avanti. Gli si avvicina un sergente maggiore carrista che parla l’inglese. Discutono animatamente qualche minuto.

“Ragazzi – dice il sottufficiale – il sergente inglese dichiara che subito dopo la vecchia linea inglese ci sono ad attenderci i camion che ci porteranno al concentramento di El Alamein. Gli ho fatto presente che ci sono i campi minati, il sergente afferma che il terreno che stiamo percorrendo è stato sminato, che le mine si trovano ammucchiate ai bordi della pista”

“Maggiò – replica uno – e le mine che sono state messe prima del ripiegamento …?”.

“E tu credi alla storia dei camion” un secondo interviene.

“Ero al X° Corpo d’Armata – dice uno del genio – questa zona la conosco bene, davanti al comando del X° c’era una fascia minata larga in media quattrocento, cinquecento metri e lunga oltre un chilometro, i varchi sono stati chiusi dopo il ripiegamento”.

“Ragazzi – replica il serg. maggiore – qui c’è poco da fare, bisogna marciare e non perdere tempo più di quanto è necessario, l’inglese dice che troveremo sulla pista i camion, se ci saranno bene, altrimenti non ci muoveremo”.

Seguono imprecazioni, brontolamenti, affermazioni, negazioni.
Chi può mettere d’accordo una massa affamata e stanca?

Ci fanno camminare verso sud, fino ad incontrare la Palificata, quindi la marcia continua sulla sua direttiva, si cammina però alla sinistra di essa, su quella pista nota come Pista dell’Ariete.
Non sono molti i segni della battaglia dei giorni scorsi; qualche automezzo bruciato, molte schegge.

Si procede molto piano, abbiamo tutti paura di incappare in qualche mina. Per la verità ora in testa ci si sono messi i minatori, il loro occhio esperto dovrebbe scoprire eventuali mine.
Nelle prime ore del pomeriggio si raggiunge il campo minato, che è però segnato da paletti.

Passiamo attraverso un varco, ai lati hanno posto le mine dissotterrate. Sono mine inglesi e tedesche in maggioranza.
Saranno le sedici quando appaiono, lontani, camion fermi.
Saranno per noi? Troppo bello crederci. Gli inglesi ci assicurano: sono i nostri, puntuali.

Sembriamo naufraghi in vista di una nave, la salvezza! Elettrizzati dalla vista dei camion corriamo tutti avanti, all’arrembaggio.
Scattano le blinde, i soldati puntano le armi.

La massa si ferma, il motivo è stato ben compreso da tutti. Ogni forma di ribellione è fuori posto ed illogica.
Vedo un ufficiale inglese, alto, bruno, con due baffoni gonfi, stretta tra i denti ha la pipa, sotto l’ascella sinistra porta un bastone scuro, indossa una camicia stirata, pantaloncini sopra il ginocchio, pulitissimi, stimatissimi. Al suo fianco un caporale.
Dietro, appoggiati ai camion, ci sono soldati di colore.
Il capo gruppo dei nostri “accompagnatori” si presenta all’ufficiale, scatta nel saluto, sembra una marionetta.
Parlano tra loro.

Finalmente il calvario è finito, la gioia in tutti noi si vede negli occhi.
Il caporale che sta al fianco dell’ufficiale è l’interprete, parla abbastanza bene, non ha accenti particolari. Sulla spallina della camicia ha scritti “ISRAEL”, è ebreo.
“Marescialli e sergenti, fuori, vi deve parlare il signor capitano” dice il caporale rivolgendosi alla massa.
Escono dai ranghi tutti i sottufficiali. Parla il capitano. L’interprete non fa a tempo a tempo a tradurre che il sergente maggiore, che già aveva fato da interprete, risponde al capitano.
Replica il capitano, brevemente.
Il sergente maggiore spiega l’ordine dell’ufficiale.
“Sui camion dovranno salire prima i feriti e gli ammalati e poi, ordinatamente, tutti gli altri. Ci sono sedici camion, staremo scomodi, ma dobbiamo salire tutti, i sergenti dovranno mantenere l’ordine. Allora avanti feriti ed ammalati”.
I soldati di colore ci guardano, ma dagli occhi sembrano assenti. Portano cappellacci ampi con una falda rialzata e fermata da una patacca di ottone con la scritta latina “Omnia Labor Vincit”.
Poveretti! Sono i facchini dell’Impero di S.M. britannica!
Abbastanza ordinatamente prendiamo posto sui camion. Siamo stretti come sardine in scatola.
Quanti siamo per camion? Oltre quaranta, tanti ne ho contati ad occhio mentre salivamo. (*)
Dopo quasi un’ora la colonna si muove. E’ quasi sera: Sono appoggiato, schiacciato, sulla fiancata destra. Si procede a velocità molto ridotta.
Entriamo presto in quello che fu il settore della Folgore. La piana, quota 105, raggruppamento Ruspali… lo afferma un autiere del 21° della Trieste, riconosce le postazioni del suo gruppo, era alle nostre spalle.
Il terreno è quello della battaglia.
Sembra una gran fetta di groviera. Schegge di ogni grandezza coprono il terreno, sembra che siano state seminate. Scorgo qualche blinda, cari, camion, immobilizzati, bruciati.
Abbiamo appena raggiunto un caposaldo, era del VII°.
Davanti e dentro al caposaldo ci sono decine e decine di carri e blinde, muti, tragicamente muti, neri per le fiamme distruttrici.
Dio mio! Attraversiamo il mio caposaldo, lo riconosco per la presenza del Messerschmitt che atterrò senza carrello ai bordi del campo minato.


Passiamo sulla pista che divideva la 24^ dalla 22^.



(*) Considerata una media di 42 uomini per camion, e moltiplicato per il numero dei camion, 16, abbiamo la stima di questo gruppo di prigionieri che hanno marciato nel deserto dal 7al 9 novembre, circa 680\700.

Ecco là il carro che tentò di prenderci di fianco: è immobile, come immobili sono tanti altri bestioni che tentarono di sfondare la 22^.
Nell’aria c’è un odore di dolciastro: sono i Morti insepolti:
Là sono Zimei, Giusto, Pellegrini, e tanti altri, i ragazzi della 22^ ed i fanti della Pavia; là nella sua buca riposa in eterno Pirlone.

Ti vedo ancora come quella sera che arrivai al tuo caposaldo, vi vedo, amici.

Riposa in pace Dario, riposate in pace, amici, il Signore abbia pietà di voi, non odiavate alcuno, amavate la Patria più di voi stessi.
Voi, fanti della Pavia, voi che cadeste sotto la furia nemica, voi che cadeste, forse, sotto i colpi del mio pezzo, non odiatemi, non maleditemi, tu fante napoletano che quella sera tremavi, forse sei tra i morti, non maledirmi. Sfiliamo prigionieri proprio dove si è consumata la nostra giovinezza.
Quando ero là, a fianco del mio pezzo, non mi sfiorava l’idea della prigionia.

Aspettavo a piè fermo la morte, era nel conto.

Il destino è stato con tutti crudele, Voi siete caduti, la cavalcata apocalittica di fuoco ha distrutto la vostra giovinezza. Fratelli! Vi ricorderò sempre.

Fisso muto quella muta piana desertica, divenuta una immensa ara sacrificale, in uno scontro ciclopico, giganti di ferro contro cuori umani.

Istintivamente saluto militarmente e non sono il solo, e prego, come un giorno mi insegnò mia madre.
Una lacrima riga il volto scarno, bruciato dal sole, sfatto dalla stanchezza.

Requiem aeternam dona eis Domine et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen.
Nessuno parla, sui volti di tutti si legge la commozione, gli occhi di tutti sono fissi a guardare, per l’ultima volta quel campo di battaglia, anche gli inglesi rendono omaggio ai loro caduti
Scorre lentamente la colonna dei vinti, tra un nuvole di polvere, davanti a quei Morti, vivi per l’eternità.

La colonna procede molto piano, punta ora verso nord, verso Deir Alinda, era il settore del IX° Battaglione. A destra la Depressione di Deir el Munassib.

Là, contro la 11^ gli inglesi si fermarono, la distrussero, ma non passarono. Il capitano Ruspoli è là, con i suoi Ragazzi, per l’eternità.
Là, a quota 77, passai le ultime giornate, di là, nella notte dei Morti, iniziò il ripiegamento.
Passiamo sulla Pista Whisky, si riconoscono le buche dei centri di fuoco…il terreno è butterato.
Lasciamo il settore italiano.
Addio camerati, addio.
Saluto militarmente quelle Ombre, che veglieranno eternamente il settore della Folgore, il più meridionale, il più infernale. Dio conceda a Voi la gloria degli Eroi, dei Martiri.
Siamo in territorio nemico, anche qui ci sono tanti carri distrutti, camion bruciati, cataste di casse di munizioni, cassette di ogni colore e grandezza, sembrano postazioni abbandonate da reparti in ritirata, non da un esercito in avanzata, lo attestano le montagne di granate lucenti, efficienti.
Quanta abbondanza!
E’ sera, la colonna si ferma, i camion si pongono in quadrato, scendiamo, dobbiamo rimanere all’interno del quadrato.
Ancora una notte sotto le stelle, nel deserto.
Per la prima volta vediamo le sentinelle attorno a noi.
I nostri volti sono maschere di sabbia, impastata di sudore.
Gli inglesi versano la benzina nella sabbia, mescolano, accendono il fuoco, sul fuoco mettono dei pentolini, si fanno il tè. I soldati di colore sono da una parte, guardano, come noi.
La notte copre tutti, i bianchi schiavisti, i bianchi prigionieri, i neri schiavi dei bianchi, i neri di sentinella ai bianchi prigionieri.
Circondato dai camion, tra questa massa di abuliche ombre che domani saranno numeri, osservato dalle sentinelle africane, in questo immenso silenzio cimiteriale, sento per la prima volta il peso della prigionia, della solitudine, del vuoto, del tempo immoto, del nulla che farà della giornata una forzata ibernazione del corpo e della mente, senza domani; il tempo sarà segnato solo dal corso del sole, dalle fasi della luna.
Il deserto si è coperto di mucchi di stracci.
Sotto gli stracci gli uomini sono silenti, per la fame, per la sete, per la stanchezza, per lo sconforto.
Scende il sonno a cancellare la fame, la sete, la stanchezza, o sconforto.
Il nero guardiano passa nella notte nera, e guarda.
Buona notte Mamma, il Signore ti aiuti, mi aiuti.

Dieci novembre

Si riparte con il sole già alto. Ci saranno ancora quaranta chilometri o poco più per raggiungere la ferrovia: El Alamein.
Si procede molto piano, il terreno è molto accidentato ma non si evitano sbalzi tremendi sia pere il terreno che per le numerose buche. Il terreno sassoso si alterna a quello sabbioso, dove i camion stentano a procedere e le ruote girano a vuoto. Un polverone enorme segna il passaggio della colonna.
L’aria brucia, e sulla faccia di tutti il cerone di polvere si fa sempre più spesso, è una crosta sulla barba ispida e lunga.
A mezzogiorno facciamo una sosta:loro …mangiano.
Ci accoccoliamo a terra cercando un filo d’ombra vicino ai camion, filo d’ombra che non c’è, è mezzogiorno.
Nell’aria c’è un puzzo dolciastro che non è il solito odore di sudore che ci accompagna da mesi.
Si riprende la marcia in perfetta colonna: pericolo mine! Ci sono mucchi di mine ai bordi della pista.
Appena al di là del costone il camion di testa gira a sinistra, si ferma, di nuovo sosta, si riforma il quadrato.
Un caporale, appena sceso dal camion, inveisce in romanesco contro gli inglesi che ci accompagnano, dice che si fermano per prolungare la nostra sete e fame: “Carogne, figli di puttana, mortaci vostri…”. Si avvicina ad un graduato inglese che gli sta vicino, ma di spalle: L’inglese è alto e ben piazzato, il romano è piccolo e magro.
E’ un attimo, l’energumeno si gira di scatto, toglie il mitra dalla spalla, lo impugna per la canna e, a mo’ di clava, lo abbassa con forza sulle spalle di quel disgraziato che cade a terra.
Corrono altri inglesi, ci puntano le armi, urlano.
Interviene subito il sergente maggiore che fa da interprete, si avvicina al povero romano che è a terra e si lamenta. Si inginocchia, gli solleva la testa, gli parla.
“Voleva semplicemente chiedergli quando arriveremo al campo alla fine di questa corsa” spiega poi ai presenti: Gli inglesi non ci degnano neanche di una risposta.
Ravvolto nel mio pastrano, le scarpe sotto la testa, cerco il sonno.
Non sento più la fame, il fresco ci fa dimenticare la sete.

Undici novembre

Il sole ci sveglia, rimaniamo seduti in silenzio, guardiamo gli inglesi che si lavano, mangiano e prendono il tè.
Fumano, parlano tra loro, ridono, sembrano allegri.
Si parte finalmente. La marcia è lenta, perché andiamo tanto piano?
A destra scorgo un relitto d’aereo: è un groviglio di ferraglia, poi ancora carri, camion, relitti, morti.
Tante croci allineate, è un cimitero inglese?
Vedo piazzole di batterie quasi intatte, con alti cigli di sacchetti di sabbia, piramidi di munizioni abbandonate, centinaia e centinaia di bossoli lucenti, cassoni di macchine interrate.
Da qui partirono le forze corazzate che sfondarono a nord.
Dopo aver passato un piccolo ciglione che si estende da est verso ovest, la colonna si ferma.
Gli inglesi mangiano di nuovo, i neri montano la guardia, non mangiano.
L’interprete ebreo si avvicina, parla con il più vicino di noi:” Prima di sera raggiungeremo il campo di El Alamein” ci dice.
La notizia vola, ci scuote, ci dona la parola, il sorriso…ritorno a sentire la fame e la sete più che mai.
E’ finito veramente il calvario?
Si va, una piccola stazione ferroviaria, una piccola costruzione in muratura, ecco El Alamein.
La presenza di attendamenti, di mezzi che corrono da ogni parte, tutto coi dice che siamo arrivata.
Soldati…multicolori ci guardano, sorridono, ci motteggiano…siamo vinti tra vincitori.



Alt, la colonna si ferma.
Scendiamo, le guardie con modi villani e sbrigativi ci incolonnano e quasi ci spingono dentro ad un campo recintato, che ospita altri disgraziati come noi.
Al cancello ci danno …la vita: ognuno di noi riceve due litri di acqua, una scatola di carne e venti biscotti.
Dobbiamo prima bere o prima mangiare?
Siamo tanti, non c’è possibilità di stare sdraiati, ma le guardie, all’esterno, ci indicano di stare seduti.
Al di là del reticolato tanti occhi ci guardano, c’è che ride, sorride, chi ci guarda con compatimento, chi si ferma a curiosare, chi passa e non si ferma.
E’ sera, cala il sole,spuntano, timide, le stelle, poi brillano più lucenti.











I^ BATTERIA - FUCINA DI EROI

RACCONTO INEDITO DI UN ARTIGLIERE PARACADUTISTA DELLA I^ BTR


Il coraggio del Serg. Magg, Pirlone, poi caduto e MOVM alla memoria, il sacrificio del serg. Pellegrino, caduto per soccorrere un ferito,
la resa degli uomini feriti, comandata dal s.ten Provini,
i pochi superstiti che continuano, nelle buche, la lotta contro la muraglia d’acciaio del nemico.



Tra le centinaia e centinaia di carte, appunti, disegni, ruolini, elenchi che Tano ha raccolto in sessant’anni, è stato ritrovato un appunto risalente ai primissimi anni ’70, scritto da Sabatino De Fabbritis, credo di Pescara, art. parac. della I^ Btr, uno dei pochi superstiti dei due pezzi comandati da Pirlone e Pellegrino. E’ la cronaca finora non conosciuta delle giornate del 24 e 25 ottobre, a Deir El Munassib, con episodi finora non conosciuti ed ora riapparsi.

Ecco il testo integrale della nota, scritta su quattro fogli ormai ingialliti.


“I giovani della Folgore erano disseminati nei caposaldi avanzati; noi eravamo comandati dal tenente Provini del quale, a giudizio di chi ha vissuto quei terrificanti momenti, si può dire che egli diede prova di tenacia e fermezza nei momenti più cruciali della battaglia. Giunse così il giorno della prova; gli Inglesi attaccarono i caposaldi avanzati con le artiglierie. Successivamente ci furono lanci di bombe fumogene, di tale intensità che era impossibile vederci l’uno con l’altro.

Ci fu un tentativo di attacco delle truppe britanniche di penetrare nel caposaldo, ma il tentativo si risolse in un contrattacco massiccio con le nostre armi portatili ed il nemico ripiegò verso le sue posizioni. Le artiglierie ripresero il loro bombardamento costante, preciso e fin dal giorno 24 una pioggia continua di ferro arroventato si riversò nelle nostre postazioni per uccidere i giovani della Folgore. Alle voragini fatte dalle esplosioni nemiche, si univano le artiglierie tedesche, le quali, ininterrottamente, per errore colpivano anche le nostre postazioni.

Tali situazioni mettevano in grave pericolo la vita di molti soldati, ma maggiormente ci sentivamo colpiti nello spirito quando dalle nostre artiglierie si sperava la protezione di una forza maggiore. Era qualcosa di indescrivibile: i proiettili tedeschi, che dovevano essere il nostro aiuto, con perfetta precisione giungevano nelle nostre postazioni.

Ogni segnalazione di allungare il tiro non serviva a nulla, perché nel cielo era tutto un saettare di luce, scoppi e di bagliori. Nessuno dei mezzi di comunicazione era funzionante, anche al comando di caposaldo le comunicazioni telefoniche erano interrotte perché i fili erano stati spazzati via dagli scoppi delle granate nemiche. Il sergente maggiore Pirlone disse che era necessario comunicare con il comando del caposaldo e dopo una breve riflessione, di sua iniziativa, lo vedemmo strisciando scomparire sotto il turbinoso bombardamento delle artiglierie e di alcuni carri armati che si erano schierati sul lato destro della postazione.

Noi soldati cercammo di dissuaderlo perché l’impresa ci sembrava impossibile, il tentativo di raggiungere il comando telefonico ci sembrava quanto mai assurdo, anche perché era impossibile orientarsi nel buio, ma tutto fu invano. Aspettammo il suo ritorno con il respiro sospeso, con gli sguardi protesi attraverso le tenebre, per lungo tempo, sperando che nel buio si delineasse la figura imponente del nostro valoroso Pirlone.

Non aspettammo invano e finalmente ci giunse la sua voce che borbottava con inquietudine qualcosa che non riuscivamo a capire e infatti lo vedemmo venire verso di noi tra i bagliori dei continui scoppi di granate. Portava tra le mani l’apparecchio telefonico e desolato ci disse cha la comando centrale non vi era più alcun uomo vivo.

Noi soldati pensammo che il nostro s.m. doveva essere invulnerabile come Achille, perché era riuscito a sopravvivere nel compimento di quella difficile impresa. Provammo l’ impressione che lui dirigesse in piedi il terrificante rullo della morte.

La staffetta, dopo l’insediamento telefonico, fu incaricata più volte di trasmettere missioni tra i diversi capisaldi: venne incaricato il soldato Chizzali che sfuggì miracolosamente allo scoppio di una granata che sembrava lo avesse distrutto, ma tra il nostro stupor lo vedemmo comparire dopo attimi di angosciosa attesa.
Noi eravamo divisi dal nemico dal campo minato; alla nostra destra il terreno formava un’altura e gli inglesi vi si erano fermati con i carri armati a 150 metri.

Qui la battaglia divenne insidiosa, riflessiva, colpire con precisione, uccidere, sparare ad un uomo con una cannonata, non più colpi alla rinfusa, non più sparatorie senza bersaglio, ma tiri che portavano scritto agli obiettivi morte sicura. I carri armati si erano disposti frontalmente e le nostre armi erano un nulla davanti a quel muro ferroso che ci minacciava con freddezza. Le nostre postazioni diventarono facili bersagli per i carri armati perché ormai eravamo stati individuati dai puntatori dei carri. Diversi morti, tanti i feriti, e tra questi diversi soldati inglesi e due ufficiali che furono vittime del loro piombo. Nel caposaldo del tenente Provini il combattimento assumeva una pericolosa situazione perchè tra i giovani della Folgore vi era stata una grave decimazione.

Il momento fu ancora più pericoloso quando la postazione del s.m. Pirlone, comandata dal sottotenente De Palma, venne attaccata e il pezzo anticarro distrutto. In questo frangente morì il s.m. Pirlone e tutti i serventi al pezzo furono feriti. Anche se quell’arma era innocua di fronte a quella massa ferrosa che continuamente ci minacciava di morte, ci aveva tolto tutto ciò che costituiva il nostro punto di appoggio e di difesa. Si combatté ancora; il s. Pellegrini, di sua iniziativa, si avviò a soccorrere un ferito che chiedeva aiuto. Avrebbe potuto anche farsi sostituire da un soldato non ferito, invece è lui ad andare e sicuro di sé percorse di corsa quella distanza che lo separava dal ferito. Riuscì appena a raggiungere il ferito che venne raggiunto da una raffica di mitragliatrice. Venne colpito e il lamento del ferito si spense assieme al valoroso Pellegrini.

Il caposaldo divenne inerme per i molti feriti e morti, il comandante Provini responsabilmente ordinò la resa e così si espresse al vice comandante, sottotenente De Palma, il quale fu visto insieme a tanti altri affrontare più volte i pericoli della battaglia: “De Palma, tu arrenditi con tutti i feriti che ti possono seguire, io invece resterò qui con i pochi uomini validi sperando di poter tornare indietro e di dare alla Patria il resto di me stesso”








Piero Provini, scomparso nel 1972 a Piacenza, dove era geometra, venne catturato e poi, fedele al suo credo, andò al 305 POW CRIMINAL CAMP, rientrando con Tano con l’ultima gabbia il 21 settembre del 1946. Eccolo in una delle sue ultime foto, al centro, con a sinistra Tano Pinna e con a destra Stefano Bezzo, all’inaugurazione della cappella voluta dalla MOVM Storace a S. Maria di Leuca, nel 1970.







40° di El Alamein - 23 ottobre 1972 – Roma – Raduno Nazionale ANPDI
ecco i “Ragazzi del I° Gruppo”
da sin. a destra, in alto : Carlo Massoni, ? , De Fabbritis Sabatino, Jop Dante, ?, Pulini Enrico, Manetti Sando; da sin. a destra in basso: Alberto Carnevale, Tardo Giovanni, Pinna Gaetano, Di Cecca Raffaele, Marchegiani Vincenzo, Fragalà Santi.








 
 
 
 
 
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IL LIBRO A PUNTATE DI EMILIO CAMOZZI , REDUCE DI EL ALAMEIN E FONDATORE DI QUESTO SITO
Domenica, 9 Marzo 2008


PARMA- Abbiamo convinto Emilio Camozzi, fondatore del sito di cui è presidente e direttore onorario, e titolare della sezione STORIA E REDUCI, a pubblicare
un libro (150 pagine di un racconto inedito), che intendiamo offire a puntate ai nostri lettori.

Il titolo provvisorio è " STORIA DI UN FASCISTA DEL SUD", ovvero la storia romanzata di un Paracadutista, che racconta sia al presente (durante una malattia) che con frequenti ritorni al suo passato, del arruolamento nella Folgore e successivamente, dopo tante avventure,quando approda all'esercito di liberazione sud.

Ogni Lunedì aggiungeremo un capitolo, in formato PDF scaricabile.

E' un regalo che Emilio fa a tutti noi.

Il nostro sito ha ripescato la tradizione dei quoditiani di fine '800, che, per aumentare le vendite, pubblicavano a puntate romanzi del calibro de "I TRE MOSCHETTIERI" di Dumas, che proprio così iniziò la sua carriera più brillante.

Un augurio per i prossimi cinquant'anni di carriera di Emilio.


INTRODUZIONE



Avevo scritto un libro su un paracadutista mio caro amico che potrebbe divenire l'emblema del cittadino sfruttato per fare la guerra ad oltranza.

Pur avendomi ormai raccontato quasi tutto della Sua vita militare, mi fece il più grande dispetto che poteva farmi: mi mollò e se ne andò a sghignazzare alle mie spalle sulla nostra cara nuvoletta, lasciandomi alle prese con una materia che non conoscevo e, soprattutto, non volevo conoscere: la cosidetta guerra di lliberazione.

Ficcai tutto nel dimenticatoio, e solo ora il dischetto mi è comparso davanti e reclama i suoi diritti. Poichè il sito è intitolato a voi, pensate sia il caso che io vi propini un malloppo che potrebbe essere stucchevole? E con quale sistema ? A piccole dosi come l'olio di ricino o a grosse porzioni, come piatti di spaghetti?


V I T T O R I O


P R E F A Z I O N E


CAPITOLO PRIMO


CAPITOLO SECONDO


CAPITOLO TERZO


CAPITOLO QUARTO


CAPITOLO QUINTO


CAPITOLO SESTO


CAPITOLO SETTIMO


CAPITOLO OTTAVO


CAPITOLO NONO


CAPITOLO DECIMO



CAPITOLO UNDICESIMO


CAPITOLO DODICESIMO



CAPITOLO TREDICESIMO




FINISCE IL LIBRO, CON UN COLPO DI SCENA






















 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
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I RAGAZZI DELLA FLGORE CON LA PREFAZIONE DEL GENERALE BERTOLINI
Martedì, 5 Febbraio 2008



PARMA- E' uscita alcuni mesi fa,in occasione del 65mo della Battaglia di El Alamein, una riedizione de

I RAGAZZI DELLA FOLGORE di Alberto Bechi Luserna e Paolo Caccia Dominioni, con la prefazione del Generale di Divisione Marco Bertolini, figlio del sergente paracadutista (non cooperatore) di El Alamein, Vittorio. Da venticinque anni non era stato ristampato.

Il Libro è la Madre di tutte le pubblicazioni, il testo di riferimento di tutti i Paracadutisti in congedo di ogni tempo.Nelle sue pagine sono contenuti gli episodi e le storie che sono diventate leggenda; è la sorgente per chi ha avuto l' onore di indossare le mostrine col Gladio Alato e per coloro che non credono nella storia scritta dai vincitori.


Il libro fa parte della collana "MEMENTO AUDERE SEMPER" della Libreria Militare Italiana e riporta le tavole originali disegnate da Paolo Caccia Dominioni e molti documenti inediti, tra i quali la relazione del Comandandte del XXXI Battaglione guastatori, comandato da Caccia Dominioni, che combatteva a fianco della Folgore.

Dice l' Editore: " il libro è per coloro che non si rassegnano al fatto che Valori quali Onore, Sacrificio , Amor di Patria, siano scomparsi. A coloro che non accettano l'appiattimento culturale della scuola italiana."

E' proprio la prefazione coraggiosa, senza peli sulla lingua, che parla dei "Ragazzi della Folgore" usando parole-tabù come "guerrieri", contro "soldato di pace", militarità contro "vignettistica cialtrona", a rendere questa lettura un dovere.

Parole scritte da un Comandante di Paracadutisti, che ben conosce "etica ed estetica" dell'ardimento e che descrive con acutezza e parole taglienti il "Soldato internazionale ed internazionalista, che spende anni per imparare a balbettare un pò di inglese,(per capirlo, invece..)" e "sempre attento all'immagine, moderna semplificazione di mercificazione dell'Onore".

Un soldato "volontario" che accetta la concorrenza con il volontarismo sparso ovunque.

Il Paracadutista descritto nel libro della Folgore -dice Bertolini- viene avvertito addirittura come estraneo. Loro, che avevano scelto il sacrificio fisico, mediato solo dall'"ipertecnologico" -per quel tempo- aereo, ma che della fisicità e del coraggio e del combattimento per la Vittoria furono espressione più alta.

Un libro commovente, che ognuno di Noi deve rileggere per rinfrescare la memoria ed emozionarsi ancora di fronte ai loro gesti di ardimento e amore per il Dovere.

Alla fine della lettura ci si sente mediocri, davanti a Loro, ma orgogliosi di aver fatto parte della stessa Specialità.

Libro sfortunato, I RAGAZZI DELLA FOLGORE, che perse uno degli autori quando era ancora una bozza, nei giorni immediatamente successivi all' 8 settembre e che per due volte andò distrutto e pazientemente ricostruito da Paolo Caccia Dominioni, che riuscì a stamparlo nel 1956.

Il Generale Bertolini ci invita a non sospendere le ricerche, tra queste pagine, dell'essenza di quegli Uomini e del valore della parola Patria, e arriva a sperare che, dopo il naufragio, dall'8 settembre 1943 in poi, sia sopravvissuto qualche naufrago di quello stampo, e che i suoi nipoti stiano cercando di ritornare in Patria dopo avere scampato su qualche isola deserta.

La firma in calce la dice lunga sullo spirito che alimenta Bertolini: Paracadutista Marco Bertolini, Incursore e Generale.



www.libreriamilitare.it



UN LETTORE SCRIVE AL GENERALE BERTOLINI



Signor Generale,

ho letto e condiviso la sua prefazione al Libro “I Ragazzi della Folgore”.

Nell’auspicare che esistano ancora uomini con determinati valori, ne sono certo, Lei sa bene che questi esistono. Non su qualche sperduta isola ma qui nella Nostra Amata Patria.
Molti senz’altro Lei ne ha conosciuti nella sua lunga e proficua permanenza in Brigata.
E’ quanto ricavo dalla Sua lettera con la quale prese commiato dalla Brigata, lettera che custodisco sotto il corrimano della mia scrivania d’ufficio.

Uomini con pari valori e dignità esistono tra le pieghe di questa nostra molle e scostumata società, in percentuale magari modesta, ma esistono. Non erano certamente molti di più quei meravigliosi ragazzi che in quel desolato angolo di mondo scrissero pagine personali e collettive tanto nobili.

I ragazzi di allora nacquero in un momento storico ed in un contesto ben diverso dal nostro odierno. La storia creò per loro un mondo fatto di guerra e delle privazioni e sofferenze che questa reca con se. Quei meravigliosi “Ragazzi” seppero sublimare in epica quei tragici momenti, conquistandosi il diritto all’immortalità.

Non con questo intendo fare raffronti improponibili. I fatti sono fatti e le presunzioni restano a zero. Tuttavia i ragazzi con i quali ho avuto l’onore di calcare i viali della Gamerra non erano in quel luogo in forza della considerazione che il CMP55 fosse senz’altro più sicuro del Salvador ovvero per la presenza del paracadute di riserva. Avrebbero saltato dalla porta dei C119 a qualunque quota, con qualunque paracadute, in qualunque condizione al seguito del loro Comandante.
Questo qualche cosa vuol ben dire.

Gli uomini ci sono, forse non moltissimi, forse non io,ma ci sono.
Io so che c’è anche un Comandante, l’ho letto negli occhi e nelle parole.
Manca solo il contesto.

Comandi!
Mauro Alasia
Paracadutista

Milano, Febbraio 2008




 
 
 
 
 
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LA FOLGORE E LA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN- RIASSUNTO DA DIVULGARE
Venerdì, 16 Novembre 2007


Mancava, nel nostro settore "STORIA", la testimonianza di un altro famoso protagonista della Battaglia di El Alamein, e quindi della nostra storia: il Tenente Paracadutista Renato Migliavacca, scrittore di emozionanti racconti sulla battaglia, e punto di riferimento dei paracadutisti lombardi.

Il paracadutista Migliavacca ha scritto un piccolo "riassunto" della storia della Folgore e della battaglia, che ci siamo impegnati a divulgare.

Si tratta di cinque pagine, che invitiamo a "scaricare" dal sito e diffondere nelle Sezioni ANPDI e tra gli amici o i giovani paracadutisti che incontrerete.


Si leggono con facilità e racchiudono le nozioni fondamentali di un evento che ha segnato il destino della Folgore.








BATTAGLIA DI EL ALAMEIN – LA FOLGORE

di Renato Migliavacca*

SCARICATE IL DOCUMENTO IN PDF


A partire dal 23 ottobre 1942, a El Alamein, un centinaio di chilometri a ovest del Nilo, è stata combattuta la più grande battaglia in terra d’Africa della 2° Guerra Mondiale. Il fronte, su terreno completamente deserti-co, era compreso, da nord a sud, fra la costa del Mediterraneo e il ciglio della Grande Depressione di El Qattara; aveva uno sviluppo di circa 60 chilometri (40 in linea d’aria) ed era inaggirabile perché di là, dalla sua estremità, meridionale la natura del suolo non si prestava al transito di reparti meccanizzati. Su questa linea era schierata a difesa l’Armata italo-tedesca di cui faceva parte la Divisione Paracadutisti Folgore.

All’inizio della battaglia la Folgore presidiava circa un quarto dell’intero fronte, quello più a sud. I paraca-dutisti in linea erano circa 3000 con 80 cannoni prestati da altre Unità, poche decine di controcarro da 47/32 (integrati da piccoli reparti di bersaglieri), pochissimi autoveicoli, proiettili contati. Ne integravano la forza alcuni reparti della Divisione Pavia e diverse squadre del famoso 31° battaglione Guastatori d’Africa. Lo schieramento sul terreno si articolava in una linea principale (di resistenza) preceduta da un’altra (di sicurez-za), sottilissima. Entrambe erano protette da campi minati che distavano fra loro da uno a tre chilometri. Sul retro, lontane, stazionavano le divisioni corazzate Ariete e 21° Panzer il cui tempestivo intervento risultava piuttosto aleatorio e che comunque non si rese necessario.

Di fronte alla Folgore, incaricato dell’assalto a sud, stava il 13° Corpo d’Armata britannico, articolato su 4 divisioni, con più di 50.000 uomini, 400 cannoni, 350 carri armati, 250 blindati, munizioni praticamente illimitate, migliaia di automezzi. A ulteriore vantaggio il totale dominio dell’aria e, cosa non meno importan-te, il terreno, favorevole all’impiego in massa dei corazzati, senz’altri ostacoli che le mine. Per i 3000 paraca-dutisti, diluiti su di un fronte di oltre 15 chilometri, organizzati in centri di fuoco di modeste dimensioni e molto intervallati, il problema della difesa risultava davvero arduo.

Oltre al resto, quasi tutti gli uomini erano affetti da dissenteria e seriamente indeboliti da tre mesi trascorsi in condizioni di vita inusualmente aspre. Tutti comunque erano pronti a sostenere l’urto, quale che fosse, ben decisi a opporsi con ogni mezzo allo strapotere avversario. Simbolo e impegno per ciascun uomo della Divisione la consegna che il comandante, generale Enrico Frattini, aveva sintetizzato in due semplici parole: “Non mollare!”.

L’offensiva britannica, largamente prevista, ebbe inizio alle 21,40 del 23 ottobre con un formidabile tiro di artiglieria. Nelle parole di un veterano del deserto, il capitano Pietro Santini del 31° Guastatori:
“assistevamo, quasi ammirati, allo spettacolo che dimostrava una potenza di fuoco mai vista prima in Africa Settentrionale. All’alba, una densa nube di fumogeni che poi, diradatisi, svelò un mare di carri armati e blindati davanti alle nostre linee, a perdita d’occhio”.
Allungatosi il tiro, intere brigate corazzate e di fanteria mossero all’attacco della Folgore investendo, sul centro della linea di sicurezza, le compagnie 6° e 19°. La lotta si accese subito, furibonda. Come precisa in un suo scritto il sergente maggiore Sisto Bodriti (6° compagnia):

“c’erano mine che esplodevano, mezzi corazzati e cingolati che si incendiavano, uomini che saltavano in aria con urla disumane”.
I paracadutisti si accanirono principalmente sulla fanteria in modo da dissociarla dai carri e, combattendo selvaggiamente, vi riuscirono quasi dovunque. Durante la notte, un solo corridoio dei quattro preventivati dall’avversario, poté essere aperto; ed ebbe allora inizio l’azione di contrassalto ai mezzi corazzati. Attaccare carri armati con ordigni lanciati a mano non è facile. Nelle parole del caporale Vincenzo Girolami (19° compagnia):
“dalla paura i denti mi battevano talmente forte che sembravo una motocicletta. Ma i carri erano nelle nostre postazioni e bisognava far qualcosa. Così saltai fuori, come gli altri, dandoci dentro con le bombe a mano”.

I carristi britannici, che non si aspettavano di essere contrassaltati a uomo, dovettero improvvisare caroselli per sottrarsi agli attacchi: pagarono tuttavia a caro prezzo la loro azione.
“Il contingente incaricato di far breccia subì pesanti perdite a causa del cannoneggiamento e della fanteria della divisione Folgore che resistette ferocemente”
si legge nella Storia del reggimento corazzato britannico dei Royal Scots Greys. Ma con il sopraggiungere della luce, finite ovunque le munizioni, i difensori furono infine tacitati: gli attaccanti poterono avanzare e investire da tergo un’altra compagnia, la 22°. Ancor più lontana però, intatta, rimaneva la linea di resistenza che, secondo i piani, sarebbe dovuta crollare prima dell’alba. Il potente assalto contro il centro della Folgore aveva subito un primo, decisivo colpo d’arresto. Di fronte a non più di 350 paracadutisti, intere brigate avevano dovuto segnare il passo perdendo lunghe, preziose ore, e con falcidie talmente elevate in uomini e carri da costringere i loro comandanti a rivoluzionare drasticamente il piano d’attacco.

Durante la stessa notte un altro violento attacco, affidato a due battaglioni francesi della Legione Straniera, sostenuti da una colonna di carri e blindati, fu sferrato contro l’estrema ala destra della Folgore. I fanti, per un totale di quasi 1500 uomini, aggirarono da sud le difese del 5° battaglione e, sfociando sulla piana di Naqb Rala, le investirono da tergo. Senza indugio il comandante del 5°, tenente colonnello Giuseppe Izzo, mobilitò la forza di rincalzo (circa 3 plotoni) costituita appunto per questa eventualità, la suddivise in due gruppi e postosi alla testa di uno di essi mosse al contrassalto. Erano circa 100 uomini che, su terreno aperto, affronta-vano avversari quindici volte superiori. La disparità delle forze era tale che il caporalmaggiore Luigi Mozzato, in posizione arretrata e in grado di abbracciare con un sol colpo d’occhio il terreno dello scontro, fu indotto a un più che giustificato pessimismo:
“la sproporzione era così evidente da far pensare che il nemico sarebbe avanzato molto in fretta: giudicai che ben presto ci saremmo trovati in mezzo anche noi e con ben poche speranze”.


Accadde invece il contrario. Suddividendosi in piccoli nuclei e facendo ricorso, oltre che all’audacia, ai più diversi stratagemmi, i difensori riuscirono a contenere l’impeto degli antagonisti e a farli indietreggiare costringendoli infine, dopo tre ore di cruenti scontri, a battere in affannosa ritirata. I legionari lasciarono sul terreno 300 uomini, i paracadutisti perdettero i due terzi degli effettivi; consistenti vuoti furono prodotti anche nella colonna mobile di supporto.
Risoluto a ottenere uno sfondamento decisivo, nella tarda serata del 24 ottobre l’avversario tornò all’attacco lanciando imponenti forze contro il centro della linea di resistenza presidiato dalle compagnie 20° e 21°. Benché opposti a grandi masse di fanti i paracadutisti riuscirono a contenere in ristretto spazio la testa di ponte creata dagli avversari. Quanto ai corazzati, fu loro impedito di esser d’aiuto alla fanteria: presi sotto tiro alle minime distanze da controcarro e mortai, soprattutto da due obici da 100 giunti in linea quel giorno stesso su iniziativa del capitano Gino Bianchini, comandante della 21° compagnia, subirono gravi perdite (84 carri sicuramente distrutti, 10-15 probabili) mentre attraversavano il varco aperto dai genieri nel campo minato cosicché la forza corazzata fu costretta a ritirarsi. Egual sorte toccò, all’imbrunire del giorno successivo, ai fanti della brigata attaccante rimasti nella testa di ponte. Riorganizzati i decimati resti delle sue compagnie il comandante del 7° battaglione, capitano Carlo Mautino di Servat, ordinò di suonare la carica e un risoluto contrattacco fece ripiegare in disordine gli avversari ristabilendo la situazione.

I combattimenti, soprattutto nei centri di fuoco più avanzati, erano stati aspri, sanguinosi, e ne erano rimaste tracce raccapriccianti. Nelle parole del tenente Giuseppe Berti (20 compagnia):
“ovunque sparsi, cadaveri, armi spezzate e contorte: due nostri artiglieri erano immobili, avvinghiati a un pezzo da 47 quasi posassero per un monumento”.
Molto gravi le perdite avversarie: oltre a centinaia di uomini, quasi cento carri armati ridotti a carcasse fumanti; meno di 300 paracadutisti erano bastati a infrangere il grande attacco alla linea di resistenza.
Falliti i precedenti tentativi l’avversario insistette organizzando potenti colpi di maglio contro il saliente di Munassib (settore nord dello schieramento divisionale), presidiato dal 4° battaglione. Nel pomeriggio del giorno 25 mossero all’attacco due reggimenti corazzati, per un totale di circa 90 unità, che operando in piena vista vennero falcidiati in breve tempo (22 carri distrutti). Ma l’assalto più violento si scatenò la sera, prepa-rato da un terrificante concentramento di artiglieria. “Munassib sembrava un vulcano in eruzione” – scrisse in proposito il capitano Felice Valletti Borgnini, comandante del 4°. Gravitando principalmente sulla 11° compagnia i fanti, appoggiati da corazzati e blindati, dilagarono fra le piccole e distanziate postazioni dei paracadutisti, sommergendole. Si accese una lotta senza quartiere che proseguì per tutta la notte. “Alle inti-mazioni di resa – dice il paracadutista Tonino Marinoni – rispondevamo gridando Folgore! e sparando”. Nell’impari lotta la compagnia fu distrutta e i superstiti, 13 in tutto, ritirati dalla fornace. Ma gli attaccanti, paurosamente falcidiati, dovettero desistere limitandosi, il giorno successivo, a un attacco senza mordente alla 10° compagnia. Dopo di che, convinti che sfondare sul fronte della Folgore era impossibile, i Comandi britannici ritirarono le restanti forze corazzate accontentandosi di saggiare le difese con puntate di fanteria che si susseguirono fino alla notte del 1/2 novembre.

Al prezzo di un terzo dei suoi effettivi l’esile linea della Folgore aveva retto all’urto di buona parte di un intero Corpo d’Armata infliggendo all’avversario perdite valutabili in circa 2500 uomini, quasi 150 carri armati e altrettanti blindati. Gli uomini della Divisione Paracadutisti avevano tenuto fede a sé stessi. Né si smentirono quando, per ordini dall’alto, dovettero abbandonate le posizioni. Per quattro giorni e quattro notti ripiegarono combattendo, appiedati, portando a spalla le armi, trainando i pezzi a braccia, senza alcun rifor-nimento di munizioni e viveri, con l’acqua di dotazione che bastò a malapena per le prime ventiquattr’ore.

Oggi, dopo più che sessant’anni, i sopravvissuti ricordano e tacciono. Custodiscono nel cuore l’immagine di quel pezzetto d’Italia, il loro, che tutti insieme costruirono nel deserto egiziano: una comunità dove i pezzi grossi erano primi nell’affrontare rischi e assumersi responsabilità, dove la solidarietà reciproca non aveva confini. Perché questo fu per loro la Folgore: una piccola, meravigliosa patria per la quale valeva davvero la pena di vivere e di morire.



* Renato Migliavacca è nato a Besate di Milano il 20 ottobre 1921. Nel giugno 1940, offertosi volontario, è stato preso in forza dalla Scuola di Artiglieria di Moncalieri dove ha conseguito il grado di sottotenente di complemento.
Il servizio di prima nomina al 14° Reggimento Artiglieri a Treviso, non appena appreso dell’esistenza della Scuola Paracadutisti di Tarquinia è riuscito a entrarvi ed una volta conseguito il brevetto è entrato a far parte dell’Unità che, a El Alamein, sotto il nome di 185° Reggimento Artiglieria Folgore, si è guadagnata una ben meritata fama.

Al comando di una Sezione della 4° Batteria ha partecipato alla battaglia di Alam Halfa e, successivamente, a quella finale di El Alamein durante la quale, rimasto da subito unico ufficiale della Batteria, ne ha assunto il comando mantenendolo per tutta la durata dei combattimenti e del successivo ripiegamento.




Unitamente agli ultimi 300 della Folgore è stato infine catturato il 6 novembre 1942 rimanendo in prigionia fino all’agosto del 1946.
Una volta rimpatriato si dedicò ad una sempre più intensa attività letteraria, dapprima collaborando a opere enciclopediche, poi pubblicando libri e articoli tecnico-scientifici e storici concentrandosi principalmente sugli eventi riguardanti la Folgore.
A questo scopo, insieme a quattro colleghi che con lui avevano combattuto in Africa, ha costituito il Centro Raccolta e Documentazione Folgore grazie alle cui attività gli è stato possibile venire a conoscenza certa dei fatti d’arme di cui la Folgore era stata protagonista. Fatti che, accuratamente controllati al riscontro di relazio-ni e documenti ufficiali di parte avversa (in particolare diari di guerra britannici, neozelandesi e francesi), gli hanno consentito di dare alle stampe quattro volumi che riassumono l’intera storia della Folgore, dalla costi-tuzione della Scuola Paracadutisti alla fine della Divisione nel deserto di Alamein.
Sempre in tema di paracadutismo militare ha inoltre dato alle stampe un libro sull’attuale Brigata Folgore, un contributo al volume Memorie Storiche 1979 edito a cura dello Stato Maggiore Esercito, nonché altri contri-buti via via apparsi su diversi quotidiani e periodici.
La sua ultima fatica è “Nel vivo della battaglia”, dato alle stampe nel 2004.



 
 
 
 
 
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CIAO MAMMA: TI SCRIVO DA EL ALAMEIN. SONO LE OTTO DI SERA DEL 23 OTTOBRE.......
Lunedì, 5 Novembre 2007


24 OTTOBRE 2007

PARMA- 65 anni orsono , a quest'ora, i nostri Leoni stavano combattendo tra le sabbie di El Alamein. Dopo quello di Tano Pinna, Vi pubblichiamo in esclusiva un altro documento prezioso, che ci fa la cronaca di quelle ore, che ci ha inviato Emilio Camozzi, il nostro Presidente.



Ogni tanto, quando sono di buzzo buono, amo rovistare fra le vecchie
cianfrusaglie. E’ un difetto che devo a mia madre, che adorava
accatastare tutto quanto trovava per la casa. Diceva che anche un
insulso pezzetto di carta aveva il diritto/dovere di entrare a far parte della vita famigliare per testimoniare la nostra nostra esistenza in terra. In un angolo di una vecchia e malandata valigia ho trovato un piccolo e altrettanto malandato tesoro. Erano le poche cartoline postali che ero riuscito a scrivere durante la battaglia di El Alamein. Erano quasi tutte arrivate a destinazione. Dal 28 ottobre fino al 25 dicembre non ricevette più nulla. Ero dato per disperso. Lei usava rileggere le mie ultime cartoline ogni giorno. Erano scritte a matita. Erano state evidentemente bagnate da lacrime e la scrittura in qualche punto era smarrita. A Lei non importava. Le conosceva a memoria. Grazie mamma.


Per ragioni pratiche, ad ogni data corrisponde una’altra cartolina postale.



23 ottobre 1942- 20,15

Mamma cara. Ho cinque minuti di tempo e li voglio dedicare a te. Ho il divieto di accendere luci, ma luna e stelle mi sono sufficienti per poterti scrivere. C’è un silenzio tale da aver paura. Gli inglesi hanno lanciato volantini che ci intimano la resa elencandoci le forze di cui dispongono.
Sperano di terrorizzarci. Ma noi puntiamo dritti alla Vittoria. Per i nostri cari, per il Duce e per chi ci vuol bene. Un bacione a te ed ai fratellini. Emilio.



24 ottobre 1942- 13,15


Cara mamma. Qui, un quarto d’ora dopo averti scritto, è successo il
finimondo. All’improvviso l’orizzonte si è illuminato di una vivida luce,e duemila cannoni ci hanno vomitato addosso il loro carico di morte.

Non avevano esagerato con i loro volantini. Hanno continuato per tutta la notte con una preferenza per le comunicazioni e l’artiglieria. Ora c’è un po’ di calma. Speriamo ce la facciano a distribuire il rancio e l’acqua. Un abbraccio. Emilio


26 ottobre 1942-sera

Mamma,ciao. Non ho lo spazio sufficiente per descriverti quanto è successo. Né lo potrei. L’altro ieri è morto il mio comandante. Lo consideravo come un padre. E’ morto anche il serg.magg. Pirlone,di cui ti parlavo e tanti altri amici. Trovo un po’ di conforto al pensiero che questa mia sarà presto da te. Non voglio più rattristarti con questi miei piagnistei. Poso un bacio qui, in questo punto. Ciao. Emilio.


28 ottobre 1942- 16,45

Cara mamma. Mi hanno trasferito al comando di un’altra Divisione, dove erano rimasti senza R.T.Ho bisogno di un po’ di riposo. E’ dal 23 ottobre che non vado a dormire perché sono solo in stazione a 24 ore di servizio continuato. Mi hanno sistemato nella buca di un carro armato. Anche qui arrivano i colpi di ottantotto, che sono ormai entrati nel nostro modo divivere. Oggi dovrebbe essere festa, ma qui non se ne accorto nessuno.Il solito bacione. Emilio


 
 
 
 
 
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LE SORTI DELLA DIVISIONE NEMBO
Sabato, 20 Ottobre 2007



Recensione a cura di Paolo Frediani.
Il libro da cui è tratta, è "FOLGORE" di Nino Arena, reperibile presso il Centro Editoriale Nazionale di Roma

LA DIVISIONE PARACADUTISTI “ NEMBO “
Di Nino Arena

Dopo la costituzione e l’impiego in Africa della prima divisione paracadutisti “ Folgore “, fu decisa dallo Stato Maggiore la formazione della seconda divisione “ Nembo “, il cui comando fu affidato al generale Ercole Ronco.

Mentre la “ Folgore “ era stata composta per la maggior parte da ufficiali effettivi, da sottufficiali e soldati selezionati che si offrirono tutti volontari, la “ Nembo “ fu formata in condizioni diverse di spirito, di clima e ambiente, quando la situazione era già disperata. La “ Nembo “ divenne per ciò un’ardua palestra di morale e di eroismo da cui uscirono però soldati che lottarono e si immolarono valorosamente per la Patria.

Sostenuta anche dall’ opera dei valorosi cappellani paracadutisti Don Lunari (183°), Don Cattadori e Don Renzicchi ( 185° ), Don Picchi (184° ) e degli altrettanto valorosi medici paracadutisti, Vergani, Ferri, Bianchini, Cutinelli, De Nittis.
Mentre in Africa la “ Folgore “ si sacrificava nella speranza di ritardare l’avanzata nemica e di permettere alle divisioni dislocate in Italia di fronteggiare l’imminente invasione, la “ Nembo “ era vittima di una persistente incomprensione sia da parte delle autorità militari, sia da parte di quelle politiche.

Tuttavia, è bene puntualizzare, a tanti anni di distanza, per il suo carattere di attualità, la strana situazione d’ incomprensione e di diffidenza in cui vivevano e vivono tuttora i paracadutisti, impotenti spesso a reagire contro le malcelate false manovre che denigravano il buon nome del soldato italiano.
Bisogna dire che il destino della “ Nembo “ fu segnato in precedenza a causa di tale strana situazione e che poi doveva travolgere tutti, insieme con la rovina della nostra Patria, in una fatale divisione degli animi difficile a superarsi.

Dopo che la “ Nembo “ terminò il suo addestramento, i battaglioni, compiuti i cinque lanci prescritti, alcuni solo tre, dovettero prepararsi per recarsi in zona d’ operazione. La preparazione era stata accurata e gli ordini dello Stato Maggiore di utilizzare subito i paracadutisti come truppa di fanteria, non solo incidevano sul buon rendimento dei reparti, per mancanza di mezzi e materiali, ma non erano neppure ispirati alle reali necessità del momento. In tale occasione il generale Caracciolo chiamò al comando della 5^ armata il comandante della divisione per rimproverarlo della critica da lui fatta agli ordini dello Stato Maggiore. Poiché più volte Caracciolo, ed il generale Chiappi, erano dovuti intervenire con provvedimenti disciplinari a carico dei paracadutisti, nel lungo discorso che egli fece, volle chiaramente far comprendere che lo Stato Maggiore era prevenuto contro i paracadutisti e che quindi era necessario adattarsi alla nuova situazione.

Alla fine del discorso avvertì:” Insegnerò io la disciplina ai paracadutisti, a cominciare dal loro comandante”.
Gli ordini dello Stato Maggiore però furono eseguiti. Di più, la divisione “Nembo” non solo fu impiegata come divisione di fanteria, ma fu anche logorata e spezzettata irrimediabilmente,, contrariamente ad ogni buona norma militare.

La “Nembo” che avrebbe potuto riunire intorno a se, nel momento delle gravi decisioni, i vacillanti e gli indecisi, raccogliendoli sotto alla propria bandiera, fu distrutta lentamente.
Primo a partire dal 185° reggimento comandato dal colonnello Parodi, che distaccò alla frontiera della Venezia Giulia il III e XI battaglione nelle operazioni di rastrellamento contro i partigiani slavi, da marzo a giugno 1943. Poi a fine maggio venne l’ordine di partenza del grosso della divisione per la Sardegna, mentre il 185° rimaneva nella penisola e gli altri battaglioni aggiuntivi a

Viterbo e a Firenze erano destinati a formare una terza divisione, inquadrati per allora nel raggruppamento “Nembo” . E poiché il comandante, generale Ercole Ronco, doveva recarsi in Sardegna, rimaneva a Firenze il vice-comandante della divisione, generale Giorgio Morigi, col comando raggruppamento e un solo battaglione di nuova formazione: il XIX “Ciclone” destinato ad essere impiegato in servizio d’ordine pubblico. Mai nessuna divisione dell’ Esercito rimase così divisa ed impotente, per volontà del comando superiore, all’avvicinarsi del supremo pericolo della nostra Patria.

In realtà l’invio del grosso della “Nembo” in Sardegna fu considerato da tutti come una punizione, un confino, a cui i paracadutisti furono condannati per aver chiesto insistentemente di essere impiegati nella loro specialità, quando ancora era possibile cambiare le sorti della guerra e quando meglio potevano essere definiti i rapporti con gli alleati tedeschi.

Era ancora possibile nell’autunno del 1942 un lancio sull’isola di Malta, per permettere i rifornimenti alle nostre truppe in Africa; era ancora possibile prolungare la resistenza in Tunisia per impedire l’invasione della nostra terra; comunque una volta deciso l’impiego della “Nembo” come truppa di fanteria era opportuno lasciarla nella penisola, pronta ad essere trasportata o lanciata in qualsiasi parte d’Italia.

La scelta della Sardegna invece della Sicilia restò sempre un mistero; giacché se era molto probabile che lo sbarco alleato fosse avvenuto in Sardegna in vece che in Sicilia a causa della sua importanza strategica e per una più rapida condotta della guerra, era anche evidente che l’arresto dei pochi segnalatori rimasti in Sardegna e l’ostilità della popolazione sarda avrebbero alla fine indotto il nemico a scegliere la Sicilia.

I trasporto della divisione in Sardegna avvenne in condizioni quanto mai precarie e drammatiche. La mancanza di naviglio adatto e il pericolo dell’offesa aerea e subacquea nel Tirreno costrinsero ad effettuare un viaggio lungo e difficile. Molti siluri tentarono di affondare le prime navi di paracadutisti giunti a Palau; sicché i convogli successivi dovettero da Livorno e da La Spezia essere trasportati prima in Corsica, e di lì a S. Teresa di Gallura. La divisione partiva solo con due reggimenti di fanteria: il 183° e il 184° oltre a due gruppi del 184° artiglieria, e subito si sistemava a difesa dell’isola svolgendo un lungo periodo di addestramento insieme con la 90^ divisione corazzata tedesca del generale Lungerhausen.

In Sardegna la “Nembo” fu ripartita in vari raggruppamenti sparsi nella zona centro-meridionale dell’isola, tra Villanova Farru, Assemini, Serramannu, Marrubiu, Sanluri.
Il raggruppamento Quadroni, con comando ad Assemini, era composto da gruppi tattici del 184° reggimento: XII battaglione Rizzati, XIV battaglione Corrias, il raggruppamento Invrea, con comando a Marrubiu era composto dal XIII battaglione Del Vita del 184° reggimento e del gruppo squadroni Cadeddu; il raggruppamento di manovra Tantillo, con comando a Sanluri, era composto da un reparto carristi e da altri reparti di mortai, batterie, ciclisti e motociclisti; il gruppo tattico Valletti ( del X battaglione del 183° reggimento) dislocato nella zona di Fertilia.

Il comando della “Nembo” era a Villanova Forru e quello della 90^ divisione tedesca nella zona di Sanluri. Sia alla Nembo che alla 90^ tedesca era stata affidata una funzione di manovra nella difesa dell’isola; mentre le divisioni costiere e le altre divisioni Sabaudia e Bari, avevano funzione difensiva.

I paracadutisti e le forze tedesche si trovarono a svolgere per necessità operative, una intensa attività addestrativa che li portò ad affiatarsi sempre più e a stabilire saldi vincoli di cameratismo.


In complesso le truppe italiane comprendevano circa 120 mila uomini, dipendenti dal XIII Corpo d’Armata nella zona centro-meridionale e dal XXX Corpo d’Armata nella zona settentrionale; le forze tedesche invece comprendevano 20 mila uomini sistemati nella zona Campidano-Oristano-Olbia-Tempio, con oltre 400 mezzi corazzati.
Tale era la situazione in Sardegna, quando improvvisamente avvenne lo sbarco alleato in Sicilia. Fu chiesto ripetutamente di essere in massa nelle retrovie nemiche: solo il 185° reggimento, reduce dalla frontiera della Venezia Giulia, fu trasportato in Sicilia alla fine di luglio, troppo tardi per poter essere impegnato nei combattimenti decisivi per la difesa dell’isola.

Dislocati dalla Gallura a Cagliari nelle zone più malsane, nelle marce notturne e nelle manovre di addestramento, i paracadutisti erano vittime di un nemico insidioso: la malaria. Morirono così senza combattere un terzo degli effettivi decimati dalla terzana e dalla perniciosa, dopo appena qualche mese dall’arrivo in Sardegna.
Mentre il destino della Patria si decideva nelle sfere dell’Alto Comando, i paracadutisti si limitavano solo a segnalare i movimenti di alcune navi nemiche, in srvizio di ricognizione alle coste, oppure si lanciavano alla ricerca e all’inseguimento di qualche “commandos” rifugiato in casa di segnalatori.
La guerra praticamente per i paracadutisti era già finita.







 
 
 
 
 
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LA MORTE DI GUIDO VISCONTI DI MODRONE
Giovedì, 20 Settembre 2007




GUIDO VISCONTI DI MODRONE

di Emilio Camozzi

Avrei voluto fare un racconto sulla morte del Duca Guido Visconti di Modrone. Non ci riesco! Ne vien fuori un freddo resoconto incomprensibile a me ed al disgraziato che si accinge a leggerlo. Le cose che dirò sono solo i fatti così come sono successi. Credo che se anche i protagonisti, fossero ancora vivi, non saprebbero dare una spiegazione convincente.

Trascriverò pari pari quanto scritto dall'allora sottotenente Vittorio Bonetti vicecomandante della compagnia di Visconti nel suo "Diario di un sottotenente e dal tenente Ceriana, medico del loro battaglione.



Deir el Munassib 8 Ottobre 1942 ore 0.

..."Là, nel varco,se ne stà il relitto sgangherato di un'autoambulanza italiana inclinata sul fianco, più avanti la pista,seguendo l'andamento del costone,curva a sinistra poi, con un'altra curva ad esse, passa attraverso la strettoia gonfia di sabbia tra Alinda e Munassib arriva al comando del IX battaglione addossato a un cocuzzolo non più alto di quindici metri.
Senza fermarci lo aggiriamo e, d'un tratto, vediamo sorgere nella sabbia due fusti neri: uno dritto, l'altro un pò inclinato,messi a segnare il varco di un campo di mine a strappo, che chiude, alle spalle , la Compagnia alla quale stiamo per dare il cambio..........................

Passando fra iu due fusti neri il Capitano (camminavo al Suo fianco)senza volgere la testa si è lasciato sfuggire,sottovoce, una citazione: "Lasciate ogni speranza voi che entrate...". Mai
quel verso mi è sembrato più appropriato . Forse sono state quelle parole a fare sì che i due fusti abbiano assunto un significato che supera la loro semplice, nera immagine: ingresso a un cimiteronel quale però, i futuri ospiti entrano camminando con le loro gambe. ........................

Pochi giorni fa il Capitano mi ha descritto il luogo dove cadrà, confidandomi che questo gli era sempre stato raffigurato da un sogno ricorrente fin dall'infanzia. Un brivido di freddo percorre la mia
schiena ora, nel constatare come la descrizione sia esatta. Guido Visconti sente il mio sguardo,i nostri occhi si incontrano,ed io vedo nei Suoi una mortale tristezza…………… .


ore 8.45

Il telefono da campo mi ha trasmesso l’ordine, per il Capitano,di recarsi al Comando di Battaglione per le 17.30.Il tragitto è allo scoperto e, a quell’ora, in piena luce. Perplesso comunico a Visconti il messaggio omicida, tenendo sospeso nella mano a mezz’aria, il ricevitore ,nella speranza di una Sua risposta che almeno ritardi il destino. I secondi passano in silenzio; Nel microfono il telefonista, con un”Pronto” verifica la linea, dal ricovero della fureria giunge il ticchettio della macchina da scrivere del serg. Magg. Pierini. Ancora nulla. Poi la voce del Capitano:” Va bene!. Conferma!.”. Con la gola stretta fatico a dire:” Confermo!. Passo e chiudo” prima di riappoggiare il ricevitore.


Ore 14

L’assurda realtà ha paralizzato il mio cervello in queste ore, ma adesso una decisa ribellione mi spinge a proporre al Capitano di chiedere un rinvio di un paio d’ore, quanto basta perché scenda il buio. Ed ecco l’occasione: Visconti mi chiama per dettarmi un rapporto ma, proprio nell’attimo in cui, con un respiro, prendo fiato per incominciare a parlare, egli inizia a dettare. Io deglutisco, ingoio il mio esordio e scrivo cinque pagine fitte. E’ un testamento che affida a un futuro comandante la Compagnia Visconti, lo informa sugli uomini, elenca le modifiche alle posizioni e i materiali occorrenti perché la Compagnia sopravviva al suo primo Comandante.
Quando consegno a Rocchi il manoscritto, per la trascrizione a macchina, mi sono ormai arreso a così lucida agonia.


Ore 16.30

Risalito nel ricovero dal trincerane, Guido Visconti,guardato l’orologio,siede su una cassetta e, acceso un sigaro Avana attende, assorto nei suoi pensieri. E’ pronto.
Dopo essersi fatto un bagno con tre cucchiai d’acqua, si è rasato accuratamente ed ha chiesto il vestiario in ordine a Chiappa che glielo ha passato, miracolosamente stirato.



Ore 17

………………………………………………………Guido Visconti scarta l’elmetto e chiede a Chiappa il casco coloniale, di seta trapunta. Esce, dopo avermi lanciato il solito affettuoso:”Ciao, Cucciolo”.
Gli occhi però, nell’ombra dell’alta tesa del casco coloniale, mi hanno parlato di una sofferenza da Getsemani ed io, impietrito dall’angoscia, sono solo riuscito ad eseguire un goffo saluto militare.
Tengo gli occhi fissi su di lui che si allontana, camminando eretto, a lunghi passi tranquilli. Il portaordini Franza impreca sommesso, gli altri muti, trattengono il respiro.
Da un paio d’ore l’artiglieria tace, ma ecco i colpi in partenza, netti ed inequivocabili: sotto i fischi dei proiettili in arrivo abbasso istintivamente la testa e stringo i denti: poi gli schianti ed un
Grido: Viva il Re!.
Una densa cortina di fumo impedisce di vedere poi dirada e per primi riappaiono i due fusti neri e la figura del Capitano che giace nella sabbia con le braccia allargate a croce. Poco distante il casco ed un frustino da cavallerizzo. Morirà il 14 ottobre.


Ora il commento di Ceriana, nel suo libro “ Il dopo El Alamein dei vinti”.


Visconti morì per colpa di un ordine impartitogli sconsideratamente che lo convocava al Comando di Battaglione per le cinque del pomeriggio,quando le figure meglio si stagliavano sulla piana, quando gli inglesi più si divertivano a fare il tiro al bersaglio.
C’era uno stato ansioso in quel comandante, lo pagò una settimana dopo con la morte, un qualche cosa, un presentimento forse, che lo costringeva ad affrettarsi, ad incalzare tutti, ad intraprendere opere,che avrebbe voluto veder finite subito dopo averle incominciate.



Non sono in grado di fare alcun commento. Non ho conosciuto nessuno che fosse presente al fatto. Molto probabilmente il fatto rientra nella logica della guerra. Un Comandante deve parlare con un subalterno ed ha a disposizione quel momento, Non ha il dovere di sapere che quanto sta accadendo è tragicamente previsto da un sogno, né il subalterno può disattendere ad un ordine che gli è stato impartito portando il sogno come scusante. Il tutto, anche la guerra, diverrebbe una buffonata!
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Par Emilio Camozzi
El Alamein

 
 
 
 
 
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RACCONTI INEDITI
Giovedì, 20 Settembre 2007


RACCONTI INEDITI DAL 1941 IN POI, DEL PARACADUTISTA DI EL ALAMEIN EMILIO CAMOZZI



Anguria nel deserto

Il viaggio con il S79, meglio conosciuto col soprannome di gobbo maledetto, da Corinto fino a Tobruk, si era svolto fortunatamente senza troppi patemi d'animo, salvo alla partenza. Per sovraccarico avevamo dovuto rinunciare ai quattro armieri di bordo, sostituiti alle mitragliere da quattro componenti la compagnia trasmissioni. Uno dei quattro ero io.

Avevamo la stessa famigliarità con una mitragliera quanta un armiere di bordo ne possa avere con un ricetrasmettitore. In un paio di minuti mi spiegarono cosa dovevo fare nella malaugurata ipotesi che qualche fortunato aviatore inglese avesse avuto l’intenzione di aggiungere un nuovo trofeo al suo palma res. Ero fiero dell’incombenza, e giuro che per tutto il viaggio ho sperato di avere a che fare con il fortunato aviatore.

La fortuna, dea qualche volta bendata, ha optato per me, e non ha permesso il realizzarsi dei miei sconsiderati desideri. La partenza fu da brivido. L’aereo stava prendendo velocità su una pista che finiva in mare quando il pilota urlò con voce agitata:” Presto, di corsa, tutti avanti”. Ci precipitammo di corsa verso la cabina del pilota. Ci spiegarono poi che, causa il peso eccessivo, c’erano state difficoltà di decollo. Essendo in piedi ed uno dei primi, ebbi la ventura di trovarmi alle spalle del pilota.


Vedevo la pista là dove finiva in mare. Vedevo il mare che si avvicinava a velocità impressionante, vedevo il pilota che millimetro per millimetro avvicinava il volante alla sua pancia, e sentivo che la parte ignobile del mio corpo non avrebbe potuto essere il ricettacolo di alcuno spillo. Il mare sfiorò le ruote del carrello e finalmente potemmo liberare l’aria trattenuta nei polmoni. Volavamo verso la guerra e i collegamenti degli allora Cacciatori d’Africa erano, almeno per metà, assicurati. Per molti di noi fu l’ultimo volo.

Non lo sapevamo ed eravamo tutti felici per lo scampato pericolo.

Così, tra lazzi, frizzi e canti, arrivammo a Tobruk. Scendemmo dalle scalette in piena euforia. Giunto sull’ultimo gradino, ebbi il primo attacco di quella che sarà il tormentone dei successivi dieci anni della mia vita : l’intercolite. Buttai a terra il mio armamentario ed andai di corsa alla ricerca di un posto dove potermi scaricare con una discreta intimità. Difficile in un aeroporto di guerra, dove gli aerei cercano di atterrare dove trovano spazio, dove gli spazi sono talmente esigui che anche il chinarti per soddisfare i tuoi bisogni diventa un affare di stato, dove anche se il caso vuole che tu possa fermarti ciò che devi fare deve essere istantaneo, pena il pericolo di farti arrotare da qualche aereo.

Usando un sistema che chiamerò “a rate”, molto usato anche in seguito anche se non previsto da alcun manuale di tecnica militare, riuscii a riprendere la mia roba. Un sergente esagitato si sbracciava per buttarci fuori dal campo , meta purtroppo di bombardamenti inglesi, e ci indicava un posto dove radunarci. A Compagnia completa, gli ufficiali ci dettero le ultime informazioni e la Compagnia si sciolse.

Ed è da questo momento che avrò qualche difficoltà a spiegarvi il mio stato d’animo. Il motivo è semplice: era come se non fossi io a vivere quello scampolo di giornata, ma in un angolo della mia testa c’era qualcosa che dipendeva dalla mia volontà e mi faceva compiere azioni che non dipendevano da me. Difficile da vivere, impossibile di ricordare, assurdo ma pur vero, inutile ma eseguito. Purtroppo confusamente memorizzato.

L’unica cosa che ricordo con precisione è che si alzò un forte ghibli. In una situazione di quel genere, tutto si ferma nel deserto. I cammelli si sdraiano con la gobba controvento, i beduini si avvolgono nel barracano e si mettono sottovento ai cammelli, il sole scompare ingoiato dalla sabbia, bocca e occhi si chiudono e si sente solo l’urlo lamentoso del vento. In questo paesaggio mai vissuto prima riuscivo a muovermi con una certa facilità.
Trovai una buca, ci buttai la mia roba e cominciai a camminare. Ero conscio di quanto stavo facendo, pur rendendomi conto dell’assurdità della cosa.

Ero arrivato là dove dovevo arrivare, e stavo andando verso la mia casa. La parte ragionante del mio cervello mi suggeriva che era tutto una cavolata perché era la prima volta che venivo in Africa. L’altra parte, che non conoscevo, mi imponeva di continuare il cammino. Continuai. Avevo perso la nozione del tempo e della realtà. Arrivai in una specie di valloncello che aveva l’aspetto di una spaccatura del terreno. Ero arrivato. Lo sentivo. Sapevo che in fondo alla spaccatura avrei trovato quello che cercavo. Feci gli ultimi passi di corsa. C’era una piccola grotta. Era proprio e solo quello il posto che cercavo.

Ero felice come quando lo si è quando si porta a compimento qualcosa che ti preme a cui stai lavorando da tempo. Davanti all’ingresso della grotta trovai un piccola anguria, attaccata alla sua pianta. La colsi e la portai con me. Il ghibli continuava. Dicono che quando si cammina nel ghibli, si compiono grandi cerchi. Io ritrovai la mia buca con la massima facilità. Mi sdraiai e mi addormentai. Dopo un’ora circa, fui svegliato dal fischietto del sergente che ordinava l’adunata. Pensavo di avere sognato e di avere dormito tutto il tempo.
Misi le mani sull’anguria. E questa…? Ma allora… E’ ancora che ci penso!.


MASCALZONATE D'ALTRI TEMPI

Forse chiamarle mascalzonate è eccessivo. Infatti non avevano nessuna caratteristica che possa giustificare tale aggettivazione. Non volevano provocare danni nè avevano alcuna motivazione economica.

Erano la conseguenza di quella esuberanza che caraterizzava ogni nostra azione. Prendiamo ad esempio il furto della statua equestre a Civitavecchia!

Un gruppo di allievi-paracadutisti del settimo battaglione erano stati benevolmente redarguiti da un quotidiano della città. Gli allievi, che si ritenevano innocenti di quanto loro si addebitava, decisero di fargliela pagare. E rubarono una statua equestre che faceva bella mostra di se nel centro cittadino: Avevano affittato un magazzino dove riporla, e per una settimana popolazione, istituzioni e media impazzirono per sapere dove diavolo erano andati cavallo e cavaliere. Qualcuno, e pare fosse un
ufficiale del settimo, provò a suggerire che se ne erano andati perchè schifati di vivere a Civitavecchia.

La faccenda era nota nel nostro ambiente, e naturalmente finì per arrivare allo stato maggiore. Dopo una settimana adunata, romanzina da parte di un alto ufficiale e promessa di non luogo a procedere se la statua fosse ritornata al suo posto. La mattina dopo la statua, tirata a lucido, faceva bella mostra di se al suo secolare posto. Non se ne parlò più, ma inspiegabilmente i rapporti tra cittadini e paracadutisti migliorarono. Provate a pensare alle difficoltà di un azione del genere e vedrete che è giustificata l'ammirazione per gli autori dell'impresa

TRENO

A Tarquinia passava la linea ferroviaria Genova Roma. La stazione era ad un paio di chilometri dal centro abitato e ad un centinaio di metri dagli alloggiamenti dei paracadutisti.

Pochi erano gli abitanti del luogo che usavano la ferrovia, quindi pochi treni si fermavano. Molti erano però i paracadutisti, ma nell'economia dei dirigenti ferroviari questi non contavano, forse perchè viaggiavano gratis.

Ragion per cui avevano pensato bene di non aumentare le fermate. All'ora della libera uscita c'era un treno verso Roma che si fermava. Era letteralmente assalito dai nostri che tra urla, spintoni e risate vi si precipitavano sù.

Erano accolti con qualche perplessità dai viaggiatori che però quando venivano a sapere di avere a che fare con paracadutisti, che a quei tempi erano considerati come oggi potrebbe essere considerato un marziano, cominciavano a subissarli di domande.

E le risposte erano degne di tanta curiosità. Il più parco verso sera si era lanciato da cinquemila metri, ma le quote salivano man mano che cresceva la credulità. Ne ho sentito uno che, con la più innocente delle facce toste, diceva che non poteva nemmeno iniziare la giornata se prima non faceva il suo lancetto da diecimila metri. Ed era tutta gente che ancora non aveva visto come è fatto un paracadute.

Erano allievi, ancora nella divisa dei corpi di origine, che nemmeno sapevano se ce l'avrebbero fatta ad ottenere il brevetto. Arrivati a Roma sciamavano in varie direzioni alla ricerca di ritrovi atti a sopportare l'esiguità di risorse che sarebbe durata fino al percepimento della prima paga da paracadutista.

I più giravano per la città alla ricerca di qualche facile passatempo o di qualche ragazza. Ma mentre i paracadutisti brevettati, con la loro bella nuova divisa, avevano in questo campo vita facile, con la solita divisa diveniva un'impresa quasi impossibile.

Ad una certa ora, tutti alla stazione con un largo anticipo sull’ora della partenza. Bisognava organizzare il treno, e non era cosa da poco. A Tarquinia, quanto a regole, erano di manica larga.

La severità, o meglio la disciplina era pretesa solo quando si aveva a che fare con il campo d’aviazione. Il comandante Bauduin era intransigente soprattutto per quanto riguardava puntualità e presenza.

Una assenza ingiustificata poteva provocare l’allontanamento dal corso. Quindi quel treno bisognava prenderlo poiché fino alla mattina dopo non ce ne erano altri. Anche a costo di rimetterci l’osso del collo, poiché a Tarquinia non era prevista la fermata. Il rimedio era stato trovato. Ogni giorno ci facevano fare un centinaio di capovolte che servivano, ci avevano assicurato, a non farci male.

Certo non erano finalizzate alla discesa dai treni in corsa, ma non c’era alcun limite al loro uso. L’anticipo serviva per metterci d’accordo col capotreno o coi macchinisti per ottenere un consistente rallentamento poco prima della stazione di Tarquinia, là dove il treno rasentava il campo d’aviazione.

C’era un punto che sembrava adattato all’atterraggio, e forse lo era. Inoltre si doveva cercare di occupare le vecchie
carrozze, quelle con il predellino e tante porte quanti erano gli scompartimenti. Con la tecnica usata sull’aereo si poteva uscire anche dalle carrozze più moderne, in uso da non molto.

La consuetudine di rallentare in quel punto era divenuta usuale per tutti i convogli, poiché c’era sempre la possibilità di vedere qualche lancio cosa che in quell’epoca faceva spettacolo.
Finalmente il treno partiva.

In prossimità di Tarquinia i ragazzi si preparavano. Aperte le porte, si posizionavano sul predellino esterno. A destinazione un bel tuffo ad angelo, una regolamentare capovolta ed il gioco era fatto. Contenti i viaggiatori, per il gratuito spettacolo, ripagandolo con la chiusura delle porte dei vagoni, contenti i ragazzi per essere arrivati a casa, contenti i macchinisti che solitamente salutavano con un doppio fischio della locomotiva.


FAME

Ci si ptrebbe scrivere un trattato, ma forse basterebbe un'elegia. Non è comunque una sensazione così semplice come appare quando ti invitano a versare un euro con il cellulare. Mi limito a raccontare della fame al primo stadio, quella riservata a ragazzi ventenni quasi atleti, torchiati per dieci ore giorno da istruttori che sapevano scovare nei più intimi recessi gli ultimi residui di ormai sopite energie.

Succedeva a Tarquinia, nel periodo della preparazione al
lancio.
A coronamento della fame a decorso naturale, avevamo anche quella gentilmente offerta dal maggiore che comandava l'accantonamento. Lo ho tanto odiato che ancora ne ricordo i dati anagrafici e le fattezze.
Ma la privacy non mi permette di farveli sapere. Il signore aveva la pessima abitudine di far fare al camion della sussistenza, d'accordo con l'autista, un giro turistico ai ristoranti della zona, dove dimenticava pezzi di carne, verdure varie e soprattutto condimenti.

Quasi tutti quegli alimenti che in quel periodo erano ottenibili solo con la tessera erano destinati a sparire.

Ciò che arrivava alle cucine era lo stretto necessario per non morire di fame. Togli quanto i cucinieri di tutto il mondo pretendono di accantonare a proprio uso, e vedrai che alla soldataglia ben poco poteva arrivare.

Anemiche minestre in cui, in un’acqua sporcata con concentrato di pomodoro navigavano solitari e tristi pochi tubi di pasta, minuscoli pezzetti di carne tentavano inutilmente di farsi luce fra due pezzi di patate immerse in un liquido rossastro che gli ottimisti cercavano di chiamare sugo. Alla festa c’era anche la mela, un po’ ammaccata ma c’era.

Solo dopo questa macabra rappresentazione, potrete comprendere il comportamento di quanti tentarono di ribellarsi. Ah! Il maggiore responsabile non ha avuto l’onore di venire in Africa con noi. Ha fatto una piccola apparizione a El Daba poco prima della ritirata ma se ne è tornato a casa immediatamente.

Dati i precedenti, pensammo che tutto si insabbiasse. Invece, per nostra fortuna e quella di tutte le altre compagnie, la cosa non finì lì.

Il maggiore non volle ingoiare il rospo. Quella stessa notte verso le due, andammo a prelevare l'autista del camion e lo portammo nella nostra palazzina.

Suo malgrado, di fronte alle nostre grinte che non promettevano nulla di sano, accettò di venire senza fare storie. Davanti alle nostre accuse circostanziate, con la minaccia di un'accusa di furto qualora non avesse aderito ad accusare il maggiore, il tizio spiattellò ogni cosa. La loro connivenza durava ancora prima di Tarquinia, quando tutti e due appartenevano ad un reparto della sussistenza.

Poiché in quel reparto le cose stavano girando male, decisero di venire a Tarquinia. Rifiutarsi alla torre, chiedere di rimanere nella servizi, riuscire ad occupare posti che nessun altro voleva, furono giochetti da ragazzi. L'autista passò il resto della notte con noi che ancora non sapevamo se ci sarebbe stato un seguito. Due ore di sonno e la tromba ci strappò ai nostri sogni un'ora prima del solito.

Capimmo subito che le cose si mettevano su una strada che non avevamo previsto. Adunata di tutte le compagnie, compreso il primo gruppo artiglieria in piazza d'armi. La nostra compagnia al centro. Agli ufficiali e sottufficiali della Collegamenti fu ingiunto di andarsene.

Si rifiutarono, asserendo che dove c'era la truppa inquadrata là avevano il dovere-diritto di esserci. Erano stati edotti di quanto era successo. Non avevamo loro chiesto l'autorizzazione per non coinvolgerli. Il maggiore tuonò una filippica che durò mezz'ora. L'attributo meno forte di cui fummo tacciati fu "criminali". Non ricordo cosa disse, perché durante il discorso si infiammava sempre più e lui diveniva sempre più paonazzo. Più che al senso di quanto diceva, seguivamo il variare del colore sul suo viso.

Quel figlio di buona donna ci aveva messo, e ci tenne, sull'attenti per tutta la durata del discorso. Se fossimo stati liberi di muoverci, da quanto si poteva dedurre dai sussurri, sarebbero girate scommesse sul momento in cui sarebbe schiattato. Finì con l'elenco delle punizioni. Degradazione per i graduati, divieto di libera uscita per la truppa per un mese.

Vi posso assicurare che l'atto della degradazione non è per nulla piacevole. Posso dirvelo perché l'ho subìto. E' scocciante specie se sei convinto che chi si merita quell'affronto è solo quello che lo esegue con un piacere che è quasi godimento.

Il tutto fruì di un lieto fine. I gradi ci furono restituiti poco dopo il nostro arrivo in Africa. Col tempo, a seguito delle mie mansioni, arrivai al grado di sergente maggiore. Le punizioni non divennero esecutive. Il maggiore sparì definitivamente dai nostri reparti. La compagnie divennero autonome anche come cucina. Fu abolita anche la trattenuta delle due lire sullo stipendio, in quanto lo stanziato era più che sufficiente per una buona cucina. E soprattutto finì la fame.

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STORIE DI EL ALAMEIN: IL SECONDO "AVVERTIMENTO" DEL TENENTE TABELLI
Mercoledì, 12 Settembre 2007


Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria
art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo

26 - 27 OTTOBRE 1942

QUOTA 77 DI DEIR EL MUNASSIB
ZONA DELLA 11^ CP.

IL SECONDO AVVERTIMENTO DEL S.TEN. TABELLI









IN RICORDO DI FERNANDO TABELLI


“La 11^ cp. del IV Btg, già al comando del capitano Guido Visconti di Modrone e poi del capitano Costantino Ruspoli, è stata completamente distrutta, si sono salvati il s.ten. Bonetti e sette uomini.
Gli inglesi non hanno occupato il caposaldo, sono attestati a 200 metri, la notte è profonda, buio profondo, così il silenzio, non una faccia da osservare, sappiano che ci sono le vedette, ma non si vedono, ci sono gli uomini nelle buche che attendono come noi, non un minimo rumore, silenzio.
Rimaniamo fermi, a terra, in silenzio, attendiamo ordini, Tabelli ritorna dal Comando, dal magg. Vagliasindi.
Abituati a spaziare in avanti, senza ostacoli alla visuale, qui ci sembra di essere chiusi in un catino, quasi che fosse una fossa di un cimitero, sembra che manchi l’aria.
Ci muoveremo con la luna o con la penombra?
Il silenzio, il buio, l’incertezza pwer la mancanza di ordini, la non presenza di un essere umano, il “dobbiamo riprendere la postazione della 11^”, il tutto messo assieme m’incute un senso di sconforto, non di paura, mi sento come svuotato, inerme.
Mi sento, come non mai, la Morte vicina, sicura, la sento, la sento nel buio, nel silenzio …”muoviti, questa volta ti fulmino!”.
Ben presto i mortai nemici ci fanno tuffare alla ricerca di una impossibile difesa, tre colpi cadono a pochi metri, quasi mordendo la sabbia, qua e là, in cerca di membra da tritare.
Una staffetta sii prepara a raggiungere il comando del settore.
Scrivo una cartolina in franchigia a mamma: “26 ottobre, ore 23.00, sto bene, a voi tutti tanti baci, Vostro figlio Tano”. La consegno alla staffetta.
Alla nostra destra riprendono i combattimenti.
Arriva subito l’ordine di piazzare il pezzo, per il momento non si va alla II^.
Il ritorno al combattimento, il frenetico lavoro per fare la piazzola, disporre una possibile difesa, hanno cancellato quel senso di rassegnazione alla morte che prima, nell’immobilità, mi aveva preso.
Il s.ten. Tabelli, dopo aver inteso il magg. Vagliasindi, ci indica dove piazzare il pezzo.
Cominciamo scavare sul fianco della gibbosità del terreno, tra il posto di medicazione ed il comando di battaglione.
Lavoriamo febbrilmente mentre l’artiglieria nemica ed i mortai battono il caposaldo con colpi sparsi di disturbo.
Si lavora di pala e picco accanitamente, penso ai sacchetti paraschegge, ne abbiamo pochi, sempre miseria in tutto. Perchè?
Alla svelta sistemiamo il pezzo. Passiamo la notte sotto le stelle.

L’alba del ventisette ci trova pieni di sonno ed intirizziti per il freddo umido della notte.
Chiediamo a Tabelli dove possiamo fare le buche.
Si dovrebbero scavare vicino alla piazzola ma non c’è terreno disponibile.
La zona è difficile, ci sono depressioni, costoncini irrilevanti, dune di sabbia, terreno durissimo e sabbie finissime.
Salgo sul costoncino alla sinistra del comando, per osservare il terreno.
Avanzo un po’ curvo, ma sicuro, ad un tratto sento una voce imperiosa: ”Giù tu, torna indietro!”.
Una raffica di mitraglia mi trova ancora curvo e fermo.
Le pallottole sibilano, mi tuffo a terra, rotolo indietro, di fianco, in basso.

“L’hai scampata bella” dice sorridendo Tabelli, la voce di prima era la sua.



FINE

 
 
 
 
 
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ADDIO TENENTE TABELLI
Domenica, 2 Settembre 2007


ADDIO TENENTE TABELLI!
di Maurizio Pinna


ottobre 2002: Nella foto, prima della partenza per El Alamein, da sin. Fernando Tabelli, MAVM ed ultimo c.te della 2^ batteria, Francesco Marini Dettina, MAVM del IX Btg, Tano Pinna, 2^ batteria, Carlo Massoni, MAVM e c.te della 1^ batteria, Giuseppe Leccese, 1^ batteria





19 Ottobre 2002 - Lo S.M. Difesa aveva organizzato la ricorrenza del 60° di El Alamein, ha “arruolato” i giovani ottantenni e novantenni, per “prudenza assicurativa”, alla fine del viaggio riceveranno tanto di indennità di missione, ed avranno un tour de force.
Arriveranno stanchi, felici, tristi, perché sanno che certamente sarà il loro ultimo viaggio al Sacrario di El Alamein.

Nella foto, il più “giovane è Tano, 81 anni, Massoni è il “vecio”, ne ha 90, ma è ancora in gambissima. Stanno per imbarcarsi sull’aereo che li porterà al Cairo.










IL TENENTE TABELLI





19 ottobre 2002 – volo verso il Cairo – Fernando Tabelli, l’ultimo comandante della 2^ btr, uomo dal sorriso sempre pronto, mite, ascoltava tutti i suoi uomini, amato da tutti, ma serio e deciso, lucido, nei momenti più “caldi”. Dopo la guerra, come ingegnere della FAO, passò molti anni in Africa Orientale. La scomparsa di Tano, l’ultimo superstite della “sua” seconda batteria, fu per lui un bruttissimo colpo, era un suo “fratello” minore, cui aveva salvato la vita ben due volte, tra le sabbie di Deir el Munassib.
Per Tano era semplicemente il “suo” tenente, amato e rispettato.
Sempre si ritrovavano ai Raduni o alle Feste della Specialità o in incontri tra i “vecchi” della sua batteria.
Rimane il ricordo della sua voce pacata, della sua intelligenza, della sua gentile arguzia, del suo sorriso, della sua “timidezza”, che in realtà era un profondo rispetto, di tutti e di tutto.



 
 
 
 
 
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DUE DOMENICHE DI MAGGIO IN LIBERA USCITA
Venerdì, 31 Agosto 2007

Le storie semiserie, comiche ma vere,
di alcuni artiglieri paracadutisti
Maggio 1942, XX° E.F.



DUE DOMENICHE DI MAGGIO IN LIBERA USCITA


Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria
art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo




nella foto:Artiglieri paracadutisti – il terzo da sinistra è il s.ten. Marcello Monti, originario di Ferrara, fu tra i primissimi ufficiali ad autoistruirsi, poi “creò” gli artiglieri paracadutisti della 3^ btr. Monti fu il primo caduto in Africa del 185°
colpito, sulla pista che portava al front,e da un bombardamento aereo.



Domenica 1… maggio 1942, XX E.F. – Loc. Pallanzana sopra Acqua Fiorita

Con Iop, Gentili, e Querin andiamo a Viterbo, abbiamo il permesso fino alle 23,00.
Non importa se il cielo promette più acqua che sole, se il bosco è bello è preferible la città.
A mezza strada ci sorprende un vero diluvio. Cerchiamo riparo sotto una quercia isolata.
Lampi e fulmini.
Querin: “Se sta pianta tira el fulmine semo fregai”.
Iop replica:” Ti mona va in mezzo alla strada, mi stago qua, proprio qua deve cascar el fulmine?”.
Tre quarti d’ora di diluvio, poi si riparte, la strada è un torrente, le scarpe fanno acqua, siamo zuppi, Che importa!
Dove si va?
“A ciapar la calda”, come dire…in casino.
Porca vacca, fuori c’è la fila, dicono che dentro ci sia altra fila, e poi ci sono i tedeschi che fanno i prepotenti, vogliono andare avanti a tutti.
Iop pronto:” I vol esser lori a sverginarle”.
Si entra, ci sono tre donne.
Querin sbotta:” Mejo la fame che andar con ste balene!”
Sono tre quintali di grasso!
Iop:”Mi vado, me stroppo i oci!”
Ci consoliamo poi con una lauta cena e migliore bevuta.

Domenica 2… maggio, XX E.F.

I soliti meno Gentili, decidiamo di andare al Lago di Vico.
Percorriamo uno stretto sentiero in mezzo al bosco, non incontriamo un cane.
Finalmente il lago che sta sotto di noi: sembra il fondo di un imbuto.
Era il cratere di un antico vulcano, il panorama è spettrale, sembra il regno dei morti.
Ai bordi del lago c’è una ricca vegetazione di canne palustri. C’è una barca legata ad un albero con una lunga fune. L’avviciniamo, all’interno ci sono quattro dita d’acqua. Pensiamo di andare al largo. Ci svestiamo, entro. Devo saltare subito fuori, appena posato nella sentina decine di sanguisughe mi si sono attaccate alle caviglie, fatico a staccarle.
Ci rivestiamo. Notiamo più aventi un casolare, lo raggiungiamo, è disabitato, c’è un pollaio.
Querin entra, ci sono i polli ma non un uovo.
Non tocchiamo i polli, anche se, come prima proposta, volevamo far piazza pulita.
Ritorniamo, ora il sentiero è in salita, molto ripido.
Ad un ratto nel fitto del bosco notiamo una costruzione in pietra.
Ci avviciniamo, è tutto sbarrato: A noi però la porta ….si apre.
E’ un fienile stalla. Da una parte sotto un mucchio di paglia vediamo una scala.
Alziamo gli occhi, c’è una botola, così prendiamo la scala, spingiamo la botola, sia apre, saliamo.
Sotto mucchi di paglia ci sono cassoni di varie grandezze.
Sono ben chiusi …ma non tanto …per noi.
Forziamo i coperchi.
Solo nei film di pirateria si può vedere quello che abbiamo visto appena aperta la prima cassa: ben riposti, avvolti in giornali, con frapposta la paglia, piatti di fine porcellana, posate, candelieri d’argento.
Ci siamo guardati in faccia, quasi impauriti:
“Qualcuno voleva nascondere per salvare?”
“E se è refurtiva?”
“E se saria el regalo per sto’ povero prossimo novizo?”
E’ Iop, prossimo al matrimonio che crede … nella buona fata!
Non tocchiamo niente, ributtiamo sopra l paglia, scendiamo, chiudiamo la porta e ce ne andiamo.
Querin pronto:” Dante – rivolgendosi a Iop – e se invece de noi iera qualchedun de la leggera?”
“I portava via anche la paja”, risponde Iop, “ma noi gavemo tute le peche, semo imbriagoni, ma mai ladri, in fondo per sposarme me basta la vera!”.
E’ meglio così, ce ne andiamo con la coscienza pulita.
Se altri scopriranno e porteranno via?
“Coscienza loro …anche lori i doverà morir sensa portarse drio niente …forse le braghe piene…”.
E’ quasi sera, nel bosco è già buio, quando siamo vicini al campo un grosso animale, come un maiale, scappa davanti a noi:
“E’ un cinghiale” grida Querin.
Di corsa raggiungiamo il campo, prendiamo il mitra e via, in cerca del cinghiale.
La corsa è inutile, nel buio è vano cercare.
Domenica movimentata, in fondo ci siamo divertiti. “



 
 
 
 
 
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1971- RADUNO DEGLI ARTIGLIERI DI EL ALAMEIN . IL 29 AGOSTO 2007 E' SCOMPARSO UN LORO COMANDANTE, CHE ERA CON LORO QUEL GIORNO
Venerdì, 31 Agosto 2007


TARQUINIA 24 OTTOBRE 1971

di Maurizio Pinna, che è anche il giovanissimo fotografo che ha immortalato gli artiglieri della prima foto




Raduno Nazionale dell’ANPDI

Sul “loro” vecchio “campo Sostegni” si ritrovano i “cinquantenni” artiglieri del I^ Gruppo, si radunano, non sono tutti, qualcheduno non si riesce a rintracciare, disperso in quel momento tra la tanta gente, come il ten. Alberto Carnevale, il buon Enrico Pulini ed altri.

Mio padre mi mette in mano la piccola macchina fotografica, del tipo “fraca el boton, salta el macaco”, ossia basta solo spingere il bottone ed è …fatta., non esiste né “fuoco” né diaframma.
Le “nuove tecnologie” Tano non le ama eccessivamente…Così scatto la foto.

Persone che sento raccontare fin da quando mi ricordo, persone e fatti raccontati da mio Padre, per anni, una volta vivi, una volta morti.
Ecco i loro nomi, bisogna sempre associare un volto ad un nome, ad una storia, alla Loro Storia.






Dal calendario del 1942 del Gruppo artiglieria riportiamo i loro gradi e la loro btr di appartenenza.

Poi, in Africa, la terza btr divenne seconda, la seconda venne sciolta ed il personale assegnato sia alla prima che alla nuova seconda btr.




da sinistra a destra, in alto:

ten. Enrico Corradini Bosco, I^ btr
c.magg. Giovanni Tardo, I^ btr
s.ten. Palma, nei ranghi successivamente al gennaio ‘42
art. parac. Stefano Bezzo, con la bustina, III^ btr
c.m. Carlo Lino, II^ btr
s.ten. Piero Provini, II^ btr
con la bustina, art.parac. Gaetano Pinna, III^ btr,
s.ten. Renato Alessandrini, I^ btr
n.n. con la bustina,
s.ten. Carlo Massoni, II^ btr.,

s.ten. Fernando Tabelli, III^ btr.(secondo da destra, in piedi)

Pierino Bianchini, III^ btr.

a terra, con il basco, serg. Luigi Agnoletto, Btr. C.do
serg. Michele Repole, II^ btr , soprannominato il “fortunello”.


Oggi , con la scomparsa del ten. Tabelli, rimane tra noi solo il Gen. Carlo Massoni, MAVM, comandante della I^ btr a Deir el Munassib.


Tutti gli altri ora sono lì, in “quell’angolo di cielo”.
F O L G O R E !!










 
 
 
 
 
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ARTIGLIERI PARACADUTISTI A TARQUINIA: ULTIMO LANCIO
Giovedì, 30 Agosto 2007


L’ULTIMO LANCIO DEGLI ARTIGLIERI PARACADUTISTI DEL I° GRUPPO

5 MAGGIO 1942


Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria
art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo



Lancio da un S.M.82, sullo sfondo il campo di Tarquinia

“Una settimana di campo alla Pallanzana, dal 23 al 30 aprile, accampati nel bosco, con il nuovo mitra cal.9, il s.ten Monti ci fa…scoppiare con marce e marce, tiri di bombe a mano, Napoletano della 3^ btr si è amputato due dita e si è giocato un occhio, traino del pezzo in salita, ci riposiamo con … l’esame del carro M\14\41.
I carristi ci hanno spiegato che i carri inglesi sono migliori per corazza ed armamento, ci indicano anche i punti deboli del carro, i più vulnerabili. Esaminiamo il nostro carro all’interno. E’ una piccola bara! Chi si salva quando è colpito!





Cinque maggio 1942, XX E.F.

Appena rientrati ….si parte dalla Rocca di Viterbo per Tarquinia, dobbiamo fare un lancio di addestramento con manovra a fuoco.
Non più la “vacca” ma il S.M. 82, Quota di lancio 90 – 100 metri….pochini.
E’ andato tutto bene, la manovra è stata ineccepibile.
Riceviamo i rallegramenti da parte degli ufficiali.
Dal lancio al montaggio del pezzo sono passati neanche otto minuti.
Veniamo a sapere che però, oltre al vento, la quota di 90\100 metri era per …i primi lanciati, il punto di uscita andava bene, poi il terreno saliva, così gli ultimi si sono trovati a terra non appena la calotta si è aperta, con grande …botto in atterraggio.
Chissà, forse erano meno di 90 metri di quota?




Come si nota il terreno non è pianeggiante e curato, e le calotte gonfie di vento fanno partire dei bei trascinamenti, chi è atterrato corre al punto di raduno. Probabilmente è una foto di un lancio di manovra, non certo un lancio di addestramento.

Alla fine della manovra si presentano tre infortunati.
Hanno fatto come tutti, hanno corso, sparato, tirato il pezzo, poi hanno “chiesto visita”.
Torre si è rotto il setto nasale e forse il braccio destro, Flamini si è slogata la spalla destra e Vesnaver il braccio sinistro.



Da sin.: Vesnaver, ignoto, Torre e Flamini, alcuni giorni dopo il lancio, all’ospedale di Tarquinia


Sante Torre, di Trieste, piccolo e scuro di carnagione, viene riformato, non è più abile per il paracadutismo. Peccato, perdiamo un ottimo ragazzo, era un ottimo puntatore. Da Padova al 5° art. c\a siamo stati sempre assieme, con Nino Penna era stato anche prima di Padova, volontari nella Milizia Contraerea di Trieste.
Iop, parlando con Monti dell’accaduto, gli dice:” Signor tenente, abbiamo perso tre ottimi elementi, forse dovranno essere sostituiti, se invece di tre fossero stati dieci, venti, che cosa avremmo fatto?”
Non è insensata la domanda di Jop, se la sono mai posta i capi che decidono?”


 
 
 
 
 
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FRAMMENTI DI MEMORIA E RACCONTI
Lunedì, 27 Agosto 2007

di Maurizio Pinna




Eccola la vecchia divisa di Tano, completa persino di calzoncini corti e mutande “tattiche”.

E’ in un buono stato di conservazione per un semplicissimo motivo: Tano, per non sciuparla, durante i quattro anni di prigionia la utilizzò come cuscino, avvolta in un telo.

Non era degna di essere “prigioniera” tra i fili spinati, era stata bagnata dal sangue di Nino Penna, di Walter Baggio, di Bezzo, di Pirlone, lì nella sua postazione, nella sua ultima buca; era stata macchiata per la prima volta dal sangue del ragazzo, ricoverato a q.164 al Passo del Cammello, che ebbe il ventre squarciato da una scheggia nel bombardamento della mattina del 7 agosto.
Non poteva essere la divisa della prigionia.

La madre a Trieste, nel 1948, mentre Tano terminava gli studi a Bagnoregio, vedendola rovinata, la rovesciò, ricucendola e rinforzando i punti in cui era stata strappata, credendo così che Tano sarebbe rimasto contento….

Alla manica il paracadute in alluminio, fatto da Ario, nel ’44, al campo di Barce, al posto dell’originale, strappato “per ordini superiori” a Derna.

Ora la divisa è al Museo dei Paracadutisti di Pisa.



LA BUSTINA




La vecchia bustina invece fece una fine peggiore, nel 1954, a Cannara, il piccolo paese umbro vicino ad Assisi dove Tano era appena rientrato dalla Valtellina e stava per nascere il suo primo figlio.

La suocera, vedendo un giorno sulla sedia della camera uno “straccio” sporco e nemmeno buono per le pulizie, non vedendo lo stemma, dovendo essere la stanza pronta a ricevere il nuovo “arrivo”, la prese e la buttò nella spazzatura.

Alla sera Tano, al rientro da scuola, non appena seppe che uno “straccetto”, messo sulla sedia in camera, era stato buttato via, corse subito dove veniva raccolta la spazzatura del paese, cercando invano di recuperare la bustina, interrogando anche l’unico spazzino del paese che raccoglieva l’immondizia a mano e con un secchio “ruotato”.

Tutto fu inutile.

Nel ’70 Tano comprò la riproduzione della bustina dagli amici del Centro Divisione Folgore, ma la dizione della ditta costruttrice all’interno della bustina:“ Ditta ….….. forniture per alberghi e ristoranti”, proprio non gli andava giù…!










ANNO 2000 : “ORA PER ALLORA”





Ad Altopascio Marco Bertolini, comandante della Scuola di Paracadutismo, si lancia, atterra, e consegna “ora per allora” il brevetto ed il libretto lanci, oltre che all’aquila di brevetto, a Camozzi e agli altri “muli” triestini, in una semplice ed essenziale cerimonia, senza fanfare ed autorità.

Bertolini è figlio di un sergente del IV Btg, poi “ospite” del 305.
Tano non è presente, gli arriverà dopo poco il brevetto, l’aquila ed il libretto lanci.

Contento e felice, non solo per il “pezzo di carta” ma per quel giovane colonnello paracadutista che dimostra di avere lo spirito folgorino, “un po’ pazzo un po’ poeta”, degno figlio di un “Folgorino” di Deir el Munassib.

Ma Tano si ricorda anche di Alfio Pellegrin, che ha firmato il brevetto “ora per allora”come Capo Sez. Matricola Voli e Lanci.


Nel 1969 era un giovane e simpatico sergente della SMIPAR, unico veneto del gruppo che assieme al ten. Bellinvia, ai serg.magg .Sacchetti, Ottaviani ed altri era stato “comandato” ad una manifestazione aerea a Foligno, con un bel lancio ritardato sul campo.

Dapprima dovevano essere ospitati in albergo, come tutti i vari piloti che prendevano parte alla manifestazione, poi, per far posto ai soliti “raccomandati”, vennero inviati a dormire presso la Scuola All. Uff. e Sottuff. di Artiglieria, in infermeria.

Un po’ “contrariati” ( per usare un eufemismo) i prodi, specie Donato Sacchetti. Unica eccezione Pellegrin, che fece battute sui suoi colleghi di poco anziani “ricoverati in infermeria”.

Tano, che con il buon magg. Valentino Cante, vecchio sergente paracadutista del Nembo, ha organizzato e pagato un piccolo rinfresco per i ragazzi, non sa nulla del loro “ricovero in infermeria”, e con Pellegrin finalmente può parlare in dialetto, e poi il “ragazzo” gli è simpatico “a prima pelle” .

Solo pochi giorni dopo, alla riunione del Comitato organizzatore dell’Aero Club, Tano si alza e, a proposito del “ricovero” dei paracadutisti della SMIPAR per far posto in albergo ai “soliti amici romani”, calmo e sorridente gliene “canta”, con il suo stile pacato e sornione, a più non posso.
Dopo la riunione Tano si dimise dall’Aero Club, di cui era stato uno dei soci fondatori.

 
 
 
 
 
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IL RIMPATRIO DEI FOLGORINI. L'INCONTRO CON IL GENERALE FRATTINI
Domenica, 19 Agosto 2007

di Maurizio Pinna

PARMA-Maurizio Pinna pubblica due racconti: uno di una pattuglia sfortunata e l'altro dell'incontro con il Generale Frattini, dopo il rimpatrio.


Dalle pagine di questi diari emerge il cameratismo e lo spirito di Corpo che, insieme al coraggio e all'ardimento dei Paracadutisti, dei Sottufficiali e ,non ultimi, degli Ufficiali comandanti, hanno reso grande la Folgore.

Lasciamo queste righe ai nostri lettori, molti dei quali giovanissimi in servizio, affinchè raccolgano il testimone, come hanno fatto sinora quelli che li hanno preceduti.

UNA PATTUGLIA SFORTUNATA

IL RIMPATRIO DAL P.O.W. 305 E L'INCONTRO C0N IL GENERALE FRATTINI




 
 
 
 
 
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7 AGOSTO 1941- 7 AGOSTO 1944
Mercoledì, 15 Agosto 2007



di Maurizio Pinna

Due onomastici trascorsi dal Padre di Maurizio. Il primo a El Alamein, il secondo come non cooperatore al Fascist Criminal Camp inglese dove scontò una lunga prigionia insieme ad Ario Fiumi, Glauco Vigentini ed Emilio Camozzi.

7 AGOSTO 1941
7 AGOSTO 1944

 
 
 
 
 
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POESIE DA EL ALAMEIN
Giovedì, 26 Luglio 2007


Pubblichiamo, grazie alla recensione di Emilio Camozzi, due splendide poesie che vengono da lontano nel tempo e nello spazio...


L'autore è
Tenente COSTANTE PASCARIELLO
(Viareggio 1916/ Viareggio 1993)
Paracadutista. V° battaglione 15à compagnia. Prigioniero 1942/1946





...e si rideva...



Pedro, alla tua giovinezza

oggi hanno mirato preciso,

bellissimo efebo;

forse lo stesso cannone deluso

che ci mancò a Gebel Kalakh;


e si rideva.



(Deir el Ankar-1942)











AVAMPOSTO



Qui sul costone piatto di pietra

dove accecati di fumo bianco

assordati di colpi

frugò la mitraglia fra noi,

poi dal basso il lamento salì

di guerrieri neozelandesi morenti,

ora nell'intensa notte d'estate,

col lezzo che sotto un immenso

stupore di stelle

profana il deserto e la vita sgomenta

siamo tornati strisciando

con gli occhi puntati nel buio

a spiare che cosa?

misere ombre di morti insepolti.




(Deir el Ankar- 1942)

 
 
 
 
 
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...ARDISCO...NON ORDISCO.. IL MOTTO DEI FOLGORINI PRIGIONIERI
Venerdì, 13 Luglio 2007



a cura di Maurizio Pinna

PARMA- Una frase di d'Annunzio che i Nostri avevano eletto come loro motto.....

ARDISCO NON ORDISCO


 
 
 
 
 
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IL NECROLOGIO DIRETTO AL "PORTIERE" DI QUELL'ANGOLO DI CIELO"
Martedì, 10 Luglio 2007




BASTA BASTA BASTA


Mi rivolgo a quel qualcuno che, si dice,sia preposto a prendere certe decisioni.

Non è giusto, in un mese, levar di mezzo in una sezione di paracadutisti tre reduci. Potevi farlo in guerra, poichè rientrava nell'ordine delle cose, e le squadre, i plotoni e persino le compagnie, sparivano inghiottite nel turbine della battaglia.

In sessanta anni di vita associativa ogni tanto qualcuno spariva. Ma avevamo il tempo di assorbire il dolore. Ora all'improvviso, quando le nostre difese sono ridotte ad un lumicino in trenta giorni ci togli Glauco, Ario e Giovanni.

Vacci piano, per favore, anche se noi invidiamo un pochino chi ci precede, se non altro perchè possono occupare i posti migliori sulla nostra tanto invocata nuvoletta.

Vacci piano perchè ogni volta che qualcuno di noi ci lascia si porta dietro un pezzo lacerato della nostra anima. Vacci piano perchè ognuno di noi che se ne va lascia un vuoto che è difficile riempire. Vacci piano perchè questa volta hanno lasciato un fosso, e il riempiimento può risultare più difficoltoso. Vacci piano... .


 
 
 
 
 
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LE RUPIE EGIZIANE DIVENTAVANO BRACCIALETTI
Giovedì, 5 Luglio 2007



PARMA- Ario Fiumi se n'è andato il 1° Luglio 2007. Lascia la Moglie Italia, generosa e forte donna Istriana, e tutti i Paracadutisti di questo sito.

Insieme a Lui, Glauco Vigentini e Gaetano Pinna, rinchiusi in un "P.O.W." inglese, si resero protagonisti di molti gesti di cameratismo e anche di "riscossa" personale, contro una carcerazione che diventava sempre più umiliante per i non cooperatori.



Pubblichiamo una lettera dove Glauco Vigentini ci parla di come il "trio" trasformava le rupie egiziane che ricevevano in pagamento per alcuni lavori, in braccialetti con impresse le frasi della Folgore. Nella lettera compaiono i nomi dei suoi Camerati scomparsi.

Ecco la foto del giorno in cui hanno consegnato al Museo il loro lavoro:









 
 
 
 
 
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16 GIUGNO 2007- LA FOLGORE SFILA NUOVAMENTE PER LE STRADE DI PISA
Giovedì, 28 Giugno 2007




Il Col. (incursore paracadutista)Luigi Lupini alla testa del Capar in marcia verso Piazza dei Miracoli, affiancato dal Ten Col. Olivieri (dx) e il Vice Comandante ten.col- Ribezzo. Dietro, sulla destra, il comandante della scorta alla Bandiera, ten col Mastrovito-
Foto: Alfio Pellegrin




16 GIUGNO 1967 - 16 GIUGNO 207
CINQUANT'ANNI DELLA FOLGORE A PISA





PISA- In una Piazza gremita di pubblico e turisti, con i 23 Tedofori della Staffetta degli Ideali, schierati a semicerchio davanti alla Basilica e l'intero Capar a fare da "tappeto amaranto" d'onore, suggestivo e insolito per quei luoghi, si è celebrato il cinquantesimo anniversario della presenza dei Paracadutisti a Pisa.



Mai la Folgore si era schierata così numerosa, salvo rarissime occasioni, una delle quali fu la premiazione del CHALLENGE 2003 (giochi militari tra le scuole di Paracadutismo).



Mai prima d'ora, aggiungo, la Folgore ha raccolto così tanti apprezzamenti dal pubblico presente.

I ripetuti "FOLGORE" urlati dai reparti, così come ogni intervento delle Autorità, sono stati sottolineati da scroscianti applausi.

Le foto in prima pagina testimoniano la bellezza di ciò che abbiamo visto e la giornata di sole splendido,con qualche nuvola bianca, anche se un vento a 30 nodi in quota ci ha privati del suggestivo spettacolo dei paracadute tricolore che si sarebbero stagliati nel cielo a fare da irripetibile contrasto col marmo bianco della Basilica e della Torre.

Impossibile lanciarsi, se non al prezzo di rovinare la festa.L'elicottero è passato sopra la piazza, a bassa quota, per un saluto ed è rientrato in aereoporto.



IL GEN. C.A. GIOVANNI RIDINO',COMANDANTE DEL 1° FOD, INSIEME AI "SUOI" PARACADUTISTI

Il Generale Ridinò,Comandante del 1° Fod -la prima autorità di Comando Superiore-, recentemente rientrato da New York, dove è stato un apprezzato ufficiale di collegamento con la parte "politica" internazionale dell'ONU per la Missione in Libano, sin dall'arrivo al Capar, in elicottero, ha dimostrato una carica di simpatia ed apprezzamento per gli Uomini della Folgore, ripetutamente manifestata durante tutta la sua permanenza.



Ha voluto salutare personalmente i Tedofori giunti poche ore prima da Tarquinia, scattando una foto insieme a loro e al Vice Comandante di Brigata, col.Perrotti e al Col Lupini, prima che ripartissero per Piazza dei Miracoli. Parlando alle numerose autorità e alla piazza gremita, ha scelto di "seguire il cuore" -come ha detto,scatenando un lungo applauso- piuttosto che la traccia scritta che si era preparato.

Ottima scelta, diciamo noi, che smentisce la sua fama di Ufficiale quasi schivo e conferma l' apprezzamento per lo spirito dei Baschi Amaranto, considerate anche le molte auorizzazioni che ha concesso per preparare la Festa del cinquantesimo.

"Sono orgoglioso della Folgore,dei miei Paracadutisti, di questi Uomini e di queste donne, espressione attiva dell'Esercito di oggi, cambiato dal di dentro e mai come ora espressione completa della migliore società italiana", ha detto , voltandosi verso il pubblico.

Pochi minuti,"a braccio", come abbiamo detto,iniziati col ricordo di coloro che hanno perso la vita in Uniforme.

CINQUANTA ANNI DI IDEALI NEL DISCORSO DEL COLONNELLO LUPINI

50 anni che hanno visto la migliore gioventù italiana varcare la soglia del Centro di Addestramento di Paracadutismo. Ragazzi pieni di coraggio, impeto e ideali, ricordati dal Generale Lupini, dopo avere rivolto insieme alla Piazza un commosso omaggio, con un minuto di silenzio, ai tanti che sono caduti in Servizio e,alla fine del discorso, un saluto speciale al Maggiore Ciardelli.



Il Comandante ha ricordato senza ipocrisie, con tono e parole pacate e chiarissime, che in cinquant'anni il Centro ha sopportato, come naturale, alterne vicende, più o meno felici, che non hanno mai intaccato il "DNA" che sta alla base del Paracadutismo militare, fatto di generosità, spirito di servizio, entusiasmo e Ideali superiori di Patria.

Il sindaco di Pisa Fontanelli ha dimostrato ottima memoria cittadina, citando cosa ha fatto il Centro di Addestramento di Paracadutismo per la città, dal soccorso alle popolazioni alluvionate, sino ai più recenti interventi di Protezione civile a supporto delle infrastrutture cittadine.Una presenza utile, anche economicamente, aggiungiamo.





PREMIATI CINQUE SOTTUFFICIALI E I BAMBINI DEL CONCORSO DI DISEGNO



Alcune delle numerose Autorità civili e militari presenti ( Gen Ridinò, Gen Bertolini, Prefetto e Assessore allo sport della città), hanno consegnato a cinque sottufficiali gli encomi per gesti di altruismo o di alta qualità sportiva. Ne parleremo a parte.

Qualche riga la spenderemo, nei prossimi giorni,anche per parlare della Staffetta degli Ideali, chiusa nel tempo record di 21 ore per 230 chilometri, a cui hanno partecipato in affiancamento anche alcuni paracadutisti in congedo ed i Carabinieri del omando provinciale di Viterbo, da sempre grande amico della Folgore e dell'ANPDI. Nel gruppo del Capar erano presenti anche due donne. Anche le foto della partenza da Tarquinia sono nel rullo di prima pagina. Ringraziamo il Mllo Schimizzi (Tedoforo), che le ha scattate, e il Col.Lupini per la cortese autorizzazione a pubblicarle.


L'INTERVISTA AL COLONNELLO LUPINI a cura di FRAMER






Emozionatissimi, i sei bambini vincitori del concorso.


GUARDATE I LORO DISEGNI


La prima classificata ha ricevuto dalle mani dell'Istruttore di Tarquinia Abelardo Jubini, il primo dei sei premi offerti dal nostro sito (buoni acquisti per libri e cartine geografiche).

MEZZI STORICI SCHIERATI AL CAPAR E IN PIAZZA

Grazie all'interessamento di alcuni appassionati, in Piazza sono stati schierati alcuni mezzi storici del periodo della 2a guerra mondiale, per arricchire la manifestazione. Jeep Wills Usa, moto Bmw e auto Kubelwagen anfibie tedesche e mezzi da trasporto truppe italiani. A bordo appassionati vestiti di tutto punto con divise della II guerra mondiale, originali come i veicoli.

GUARDATE LE FOTO DEL CAP. ART PAR RAGUSA, NOMINATO "REDATTORE SUL CAMPO" , CON CELLULARE TUTTOFARE




In prima pagina troverete altre 150 foto,frutto del lavoro del webmaster, e di Alfio Pellegrin. Le terremo in onda sino alle ore 24 del 18 Giugno, per poi passare nella sezione STORIA.


LA GALLERIA FOTOGRAFICA OFFERTA DA GIORGIO MERIGHI AL NOSTRO SITO

Come ci aveva promesso, ecco la gallery delle foto scattate da Giorgio Merighi. Si commentano da sole per la loro capacità di cogliere l'evento. Per motivi di "peso" in pixel, viste le apparechiature professionali che usa, le abbiamo dovute "alleggerire", ma ...forse una di queste la rivedrete al massimo della definizione, visto che potrebbe essere la copertina del nuovo numero di Folgore

ECCOLE


A Giorgio una menzione particolare per la disponibilità e il disinteressato lavoro che svolge a favore del nostro sito e, per questa occasione, della rivista Folgore.



TUTTE LE FOTO


 
 
 
 
 
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DUE POESIE PER I PARACADUTISTI di Chiara Zucconi
Sabato, 23 Giugno 2007


Abbiamo ricevuto, insieme ai complimenti per il nostro sito, due poesie scritte da una Ammiratrice della Folgore e delle Forze Armate, la signorina Chiara Zucconi.

Eccole:




COME FOLGORE


Non rifuggo il lampo
Mi ci avvicino
La tempesta è il mio campo
di battaglia,
il mio sicuro cammino.

Mi confondo tra nubi e vento
Arrivo in un fulmineo momento.
Non temo altro che l’aver paura.
Tra il coraggio e l’ardire
Non c’è tempo per pensare.
Io bramo l’agire.

Non attendo permessi,
non chiedo licenze,
se lo facessi
non potrei salvarti,
colpirti al cuore
e rigenerarti.

Trapassarti
Da parte a parte
Entrare ed uscire
Sfiorarti
Ma mai domarti.

Lasciarti un segno
del mio passaggio
A ferro e fuoco
Sulla tua pelle
Il mio messaggio:
FOLGORE!
Onore e coraggio.




*****************************************


HAI SEMPRE SAPUTO CHE AVREI RINCORSO IL VENTO ....



Hai sempre saputo che avrei rincorso il vento
Per raggiungerti
Domani verrò a cercarti
E saprò dove trovarti.

Io lo so dove sei.
Di dubbi non ne ho.
Con te, non potrei averne.
Mai.

Seguo i pensieri sospinti dalla brezza,
e vedo sangue, spari, soffrire,
nessuna tenerezza.
Non ti permetto di morire.

Non ricordo più cosa fare.
Non so se ti sento.
Non so cosa sento.
Ora.

Le voci arrivano subito
E mi rassereno.
Poi altre nubi, puro terrore.
Nessuna pace.
Ma non serbo rancore.

Non lo so dove sei
Ma so cosa sento:
io non ti ho abbandonato
sono con te, soldato.
Sempre.

20 Maggio 2007





 
 
 
 
 
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COMMEMORATE EL ALAMEIN
Mercoledì, 30 Maggio 2007


PARMA- Pubblichiamo una splendida poesia di Paolo Frediani (Fred), incursore in congedo, fiduciario del Comitato per i Caduti della Meloria.

Parla della "parte sbagliata", che periodicamente ognuno tira fuori.

Avvicinandosi il 2 Giugno, Festa della Repubblica, e non avendo sentito una parola di ricordo dei Paracadutisi di Ardea e Nettuno, così come un Ministro parlò di "scelta sbagliata" dei nostri Leoni della Folgore durante e dopo la Battaglia, ecco la risposta in versi ai pavidi di ogni epoca:




COMMEMORATE EL ALAMEIN



Voci cicliche senza amore,senza onore volano:
Che senso ha commemorare oggi El Alamein?
Con arte la nenia ciclica pilotata:
Combatterono dalla parte sbagliata.
Camaleonti d’accidioso oblio,ascoltatene l’epopea.

Perché scrissero la gloriosa leggenda della Folgore.
Perché non si lamentarono,al sorgere del nuovo giorno
della sorte avversa,nonostante la sconfitta.
Perché si difesero con pugnali e sassi.
Perché mancò tutto nelle sabbie infuocate,non il valore.

Perché mai si abbuiarono,covarono la fede,
restando nelle buche,incerti spettri di spiriti in lotta,
nobili ragazzi alati,degni eredi d’ardito gladio,
montagne trasparenti di eserciti schierati,
leoni indomiti su dune dai mutamenti infiniti.

Il paracadute li esaltò,scalpitarono alla Scuola,
vinse gli ostacoli la bellezza per l’Italia nostra.
Perché sognarono il lancio oltre l’ostacolo,
infiammarono i combattimenti ridimensionati a fanti,
costretti dalla sorte in furtive buche.

Perché giunta l’ora dell’immenso bagliore,
arrestarono centinaia di carri con i loro petti,
e nelle buche restarono solo mosche e sangue alla terra,
ravvolti in spiriti arati nella sabbia sconvolta,
e con la sabbia in bocca terminò l’affanno.


Perché svanirono col braccio sollevato sulla testa,
come afferrare qualcosa o arrestare un carro.
Perché si difesero dalle percosse come bambini,
con pugni serrati,alzati,scagliando l’ultima bottiglia infuocata,
avvincendo nella morte lacerante altri scavatori di buche.


Perché combattute esistenze senza rimorsi,ombre di nobile Divisione,
nei mulinelli del vento e lampeggiar di stelle,qual Folgore attaccarono.
Perché mai immaginarono di esser dalla parte sbagliata,
reagirono dando la vita,per un’idea,ormai orfani del paracadute.
Giovani,non abbattetevi alle prime difficoltà,lottate per la Libertà.



Fred/07





 
 
 
 
 
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TERZA RISTAMPA PER "TAKFIR"- CRONACA DI EL ALAMEIN
Lunedì, 2 Aprile 2007





Parma- Ha avuto un enorme successo un libro scritto a due mani da Poalo Caccia Dominioni e Giuseppe Izzo, al punto che Mursia ne annuncia la ristampa.




'Takfir. Cronaca dell'ultima battaglia di El Alamein', di Paolo Caccia Dominioni e Giuseppe Izzo (Mursia, pp. 350, euro 18,50) non e' solo la ricostruzione, quasi in presa diretta, della battaglia di El Alamein, ma anche un drammatico ricordo di chi da quell'inferno usci' vivo me segnato per sempre nell'anima.

Il resoconto dei quaranta giorni di guerra del XXI battaglione guastatori, comandato da Caccia Dominioni tra il 10 ottobre e il 20 novembre 1942, affianca l'avventura del V battaglione Folgore scritta dal maggiore Izzo.

Sono pagine scarne, dure, rapporti militari capaci di raccontare verita' dimenticate che non si perdono nelle pareti sabbiose delle buche di Deir el Munassib. Parlano nomi, volti e storie he affiorano dal taccuino dei resoconti veloci, scritti in buca. Sono capi e gregari, sempre guastatori in azione. ''Qualcuno di noi -annota il volume- non ha piu' nulla all'infuori della pistola e del pugnale: ma che importa, dal momento che i superstiti delle nostre compagnie e dei nostri plotoni stanno fieri e compatti attorno a noi?''.

Dal ricordo dei mesi affiora un notturno di giugno, sotto Sollum appena conquistata. Voci di uomini che cantavano, in pochi, in trincea. Chiudevano la cronaca di una battaglia con le semplici parole di una canzone che diceva: ''O guastastore, dammi la mano''. Ora, dal mare alle rocche di El Qattara il fronte e' crollato. Uomini soli e senza gallette conservano rabbia in corpo e tengono alto un nome leggendario: Folgore. Con la solo forza del cuore gente d'azione resistette fino al totale esaurimento di ogni mezzo di lotta, guadagnandosi il rispetto e l'ammirazione dello stesso avversario. Un nembo di gloria che continua il suo racconto nel dannato deserto dell'Unassib, che non puo' inghiottire gli eroi. Su quelle sabbie, la fortuna e' stata diversa, non l'onore.


 
 
 
 
 
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LE CARTOLINE FOLGORE DEGLI ANNI SETTANTA
Mercoledì, 14 Marzo 2007


PARMA- Grazie alla cortesia del Par. Massimiliano Ursini, cp PIONIERI-1978, pubblichiamo una serie di 33 cartoline degli anni 70 che riguardano la Folgore.

Dalle immagini si notano l'ingombrante contenitore "C", enorme, così come la "fogna" di Tassignano, stranamente semi-asciutta.

Saranno certamente gradite a coloro che si sono brevettati con il C-119....

Ringraziamo il Par Ursini, che ci ha fornito anche documentazione esclusiva che riguarda la storia dolorosa delle Foibe, che pubblicheremo più avanti.



GUARDA LE CARTOLINE

 
 
 
 
 
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EMILIO CAMOZZI RISPONDE AL SIG CURIEL
Venerdì, 2 Marzo 2007


Riprendiamo con piacere un argomento trattato dalla Rivista Folgore, che ha pubblicato una puntigliosa precisazione di tale signor Curiel,non paracadutista militare, contro una versione circa le modalità di ritirata ad El Alamein, scritta dal nostro LEONE Telino Zagati, ora scomparso.

Gli rispose il figlio Luigi, precisando che il signor Curiel non aveva alcun diritto di contestare il papà, per manifesta incompetenza.


Nello stesso periodo il par ( El Alamein) Emilio Camozzi, nostro fondatore, inviò una lettera in risposta a Curiel, che la rivista non pubblicò, essendo arrivata nel frattempo quella del Figlio di Telino. Ecco il testo che Camozzi inviò alla redazione di Folgore




La precisazione del sign. Arrigo Curiel , dato lo stato di estrema gravità in cui giaceva il paracadutista Tellino Zagati, non avrebbe dovuto essere pubblicata.Zagati è purtroppo morto
e mi sento quindi il dovere di replicare ad una precisazione insulsa e fatta solo per avere l’occasione di fruire di uno spazio della rivista Folgore. Non gli è sufficiente la prestigiosa rivista degli alpini, a cui si vanta di appartenere? Tanto più che non aveva nulla a che fare con la battaglia
e la ritirata di El Alamein, essendo da tempo rimpatriato.
Zagati ha fatto parte di quella legione di combattenti che non raccontano balle, che non amano fregiarsi di mille medaglie attestanti battaglie mai combattute, che racconta le cose come le ha vissute e come le ricorda, e che dei suoi ricordi ha quasi una sacralità. Ogni combattente ha una visione soggettiva di quanto avviene in una battaglia. Non chiedetegli dove si trova, cosa stà facendo, perché lo fa. E’ il suo dovere e lui lo fa. Tutti i bei nomi esotici, che fanno tanto colore,
i giorni, le ore precisati nelle righe di Curiel, li abbiamo depositati in un calderone che va sotto il nome di ritirata mescolati ai ragazzi morti o morenti, agli impazziti per la sete, ai debilitati per la fame, ai piedi sanguinanti, ai contrattacchi tanto patetici quanto consapevolmente inutili. Ma quali località, quali linee di combattimento!. Il deserto è tutto maledettamente uguale. Nessuna cosa
che possa giustificare i nomi di fantasia che i beduini danno alle zone desertiche. Ognuno ha vissuto il momento della resa la maggior parte piangendo, chi bestemmiando, chi pregando. Io e la mia compagnia scappando . Ci hanno beccati due giorni dopo. Ero anch’io convinto che nella piana della resa ci fossero i generali Frattini e Bignami. Non li ho visti perché siamo passati davanti al pulmann del comando a piena velocità. Sul mio camion c’era l’ultima radio delle divisione, parte della mia compagnia e tutti gli ufficiali della mia compagnia. Era il giorno sei,nel pomeriggio. Può anche essere che i generali si siano consegnati al posto di blocco il giorno sette. Tutti i prigionieri furono indirizzati a presentarsi ai posti di blocco sulla littoranea. Comunque ognuno di noi visse quei giorni con differenti stati d’animo, quindi i ricordi possono differire: Gli orologi non funzionavano più, perché il ghibli di agosto li aveva bloccati.


 
 
 
 
 
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LA XMA MAS VOLEVA ATTACCARE IL PORTO DI NEW YORK
Lunedì, 29 Gennaio 2007






Casa editrice
il Saggiatore
Pagine 253
€ 17,00
ISBN 88-428-1348-6
gennaio 2007


Per gentile concessione pubblichiamo un brano della storia scritta da Pietro Spirito per il libro «Rapidi e invisibili», curato da Alessandro Marzo Magno per il Saggiatore.

di Pietro Spirito


Nel dicembre del 1943 reparti speciali della X Flottiglia Mas erano pronti ad attaccare il porto di New York. Il piano prevedeva il trasporto di un minisommergibile del tipo CA fino a Fort Hamilton, da qui il mezzo con a bordo una squadra di Uomini-gamma avrebbe risalito il fiume Hudson fino a raggiungere il porto, dove gli incursori subacquei, sguinzagliati per i fondali, avrebbero colpito con appositi ordigni esplosivi il naviglio agli ormeggi.

Dal punto di vista strettamente militare i danni sarebbero stati limitati e di scarsa importanza, ma sotto il profilo psicologico l’azione avrebbe avuto un effetto devastante. Per la prima volta una potenza militare straniera avrebbe colpito gli Stati Uniti sul proprio territorio nazionale. Un atto di sabotaggio, un attentato che potremmo definire di terrorismo se non fosse stato ideato nell’ambito di un conflitto mondiale dove la distinzione fra obiettivi civili e militari non aveva semplicemente senso, in nessuno degli schieramenti in campo.

A oltre cinquant’anni di distanza da quella missione mai realizzata, e in un contesto nemmeno paragonabile a quello del dicembre 1943, l’attentato alle Torri gemelle compiuto dai terroristi islamici avrebbe raggiunto un risultato simile a quello che si era proposto la Regia marina italiana: portare la guerra sul suolo americano, infliggere un colpo psicologico durissimo a una nazione lontana dalle distruzioni e dal sangue sparso nel resto del mondo.

Sin dall’inizio del Secondo conflitto mondiale, per gli strateghi dell’Asse gli Stati Uniti erano un obiettivo lontano e difficile: i tedeschi non riuscirono mai a portare i loro sabotatori oltre le maglie dell’intelligence americana per colpire le industrie belliche al di là dell’oceano, mentre dopo Pearl Harbour i giapponesi avevano sì mandato un sommergibile a bombardare la costa della California, ma il risultato furono solo danni di minima entità e tanta confusione. Un episodio ascrivibile più alle curiosità e alle tragiche bizzarrie di ogni guerra che non a un’azione tale da essere ricordata nei libri di storia.

Attaccare il porto di New York avrebbe invece avuto ben altro impatto, anche sotto il profilo strategico. Lo sapeva bene il comandante della X Mas, Junio Valerio Borghese, lo sapevano i vertici della Marina, lo sapevano gli uomini che per quasi un anno si addestrarono alla missione.

L’attacco al porto di New York, al quale avrebbe dovuto fare seguito analoga incursione nella base africana di Freetown, nella Sierra Leone, non fu portato a termine per il sopravvenuto armistizio. Ma tutto era pronto per quella che sarebbe stata senza dubbio la più spettacolare delle missioni speciali dei mezzi d’assalto della marina. L’azione era affidata alla X Flottiglia Mas, reparto d’incursori le cui origini vanno rintracciate alla fine della Prima guerra mondiale.

Negli anni successivi al Primo conflitto mondiale la Regia marina lavorò al perfezionamento dei mezzi insidiosi sulla base del successo ottenuto da Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci con l’affondamento della «Viribus Unitis», pensando soprattutto a come modificare la «mignatta», l’apparecchio progettato fra mille difficoltà da Rossetti e utilizzato per affondare la corazzata austriaca. Nello stesso tempo vennero perfezionate le tecniche di immersione subacquea con la progettazione e la sperimentazione di nuovi autorespiratori. La crisi etiope favorì lo sviluppo dei mezzi insidiosi, ma fu solo nel 1939, con l’avvicinarsi della guerra in Europa, che fu deciso di assegnare più uomini e risorse al settore, in particolare alla I Flottiglia Mas.
Per meglio seguire come si sviluppò il progetto dell’attacco diretto alla costa degli Stati Uniti, bisogna tornare agli aspetti strettamente tecnici delle missioni della X Mas, quella specifica propensione a porre l’ingegno al servizio dello sforzo bellico, che certo non era esclusiva di quel reparto, ma che trovò fertile terreno nella «sostanziale impermeabilità a fattori esterni» caratteristica delle formazioni speciali, e in particolare della X Mas.
È in questo quadro che si affaccia un altro protagonista chiave del progetto dell’attacco al porto di New York, Eugenio Wolk, l’ideatore degli Uomini-gamma, protagonisti di molte missioni segrete sotto i mari fra il 1942 e il 1945 e anche nell’immediato dopoguerra. Wolk approdò nel 1941 ala Scuola sommozzatori di Livorno, diretta da Angelo Belloni (protagonista del secondo capitolo di questo libro).
Le tecniche di esplorazione subacquea sono ancora agli inizi, ma è lì, nelle basi segrete della marina, che si studia il passaggio dal vecchio palombaro al moderno sommozzatore. L’idea cara a Belloni di soldati in marcia sul fondo del mare era, come riconobbe subito lo stesso Wolk, «fuori dalla realtà». I fanti di marina erano equipaggiati con una tuta impermeabile, un autorespiratore a circuito chiuso con due bombole, scarponi zavorrati da palombaro con puntali in bronzo muniti di «denti» per non scivolare sul fondo, una bussola, orologio da polso, sacchi supplementari, compensatori di peso, manometro da profondità. L’incursore portava poi sulle spalle una bomba a forma di bidone del peso di 50 chili. Così conciato, il fante di marina doveva uscire - di notte - da un sommergibile posato sul fondo del mare, camminare anche per due o tre chilometri fra correnti improvvise e insidie nascoste, superare reti e sbarramenti a difesa dei porti, raggiungere le navi alla fonda, piazzare gli ordigni e tornare indietro. Un’evidente follia.



Insomma l’attacco così come era concepito non poteva funzionare. L’immagine da «Ventimila leghe sotto i mari» di uomini armati a passeggio sul fondo molto difficilmente avrebbe potuto portare ai risultati sperati. Bisognava cambiare tattica, anzi bisognava cambiare il modo di concepire l’incursione subacquea intesa come avvicinamento di truppe all’obiettivo. Wolk ne parlò con Borghese, e la soluzione individuata fu la più ovvia: gli uomini in acqua non dovevano camminare, ma nuotare. Gli incursori non dovevano assomigliare a guerrieri medievali ma piuttosto si dovevano confondere con i pesci, e come questi muoversi. Dunque via gli scarponi pesanti, via le zavorre e la tuta impermeabile, via gli orpelli ingombranti. Wolk progettò una muta di gomma che fosse il più possibile resistente e aderente al corpo, sotto la quale l’incursore indossava una tuta di lana e sopra la quale un’altra tuta leggera doveva proteggere dagli strappi e dalle lacerazioni. Ma soprattutto Wolk inventò un accessorio allora ancora sconosciuto e che in seguito avrebbe goduto di planetaria fortuna: le pinne.

 
 
 
 
 
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1944 - OMICIDI E VIOLENZE PARTIGIANE IN UMBRIA
Venerdì, 29 Dicembre 2006



PARMA- Due studiosi dell' Istituto storico della RSI stanno approfondendo agghiaccianti episodi di "pulizia etnica", che i partigiani hanno compiuto tra Lazio ed Umbria nel 1944, fino al 1946.

Il ritrovamento di alcuni resti di giovani Fascisti, con tanto di pallottole nel cranio, e di quelli di una giovane mamma, trucidata per avere minacciato di denunciare le razzie partigiane, che affamavano la gente dei paesi, sono lo spunto per un articolo apparso su "IL TEMPO" del 29.12.2006

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di SARINA BIRAGHI



UN po' di ossa, una pallottola e le ombre lunghe di un dopoguerra, quello degli anni 1945 e 1946, scritto solo dai vincitori, con le loro fosse Ardeatine e le innumeri stragi imputate alla Repubblica Sociale, senza che nessuno mai parlasse della strage di Oderzo e dell'eccidio di Codevigo con le loro centinaia di cadaveri o delle infinite vendette personali condotte in nome della Liberazione.


Così quelle ossa e quella pallottola, scavate fra Morro Reatino e Leonessa, riportano al periodo buio di quegli anni, tanto buio e tanto dimenticato da giacere, dopo il loro ritrovamento da parte dello storico Pietro Cappellari e dell’archeologo Mario Polia, nelle cantine del Tribunale di Rieti senza che di esse nulla si sia più saputo.

Cappellari e Polia sono due personaggi dall’accertato valore, Polia è un luminare dell’archeologia, Cappellari un ricercatore che insieme allo studioso Enrico Carloni, con la Fondazione Istituto Storico della Rsi di Terranuova Bracciolini (www.istitutostoricorsi.org) tentano da tempo di riportare un minimo di equilibrio storico nelle vicende dell’immediato dopoguerra, quando i regolamenti di conti si intrecciarono alle vicende politiche e spesso le utilizzarono quale comodo schermo.

Ma veniamo ai fatti: dopo la regolare denuncia ai carabinieri di Leonessa, l’inquietante cassetta, dal 26 agosto 2004, riposa nel tribunale di Rieti o, meglio, nel "limbo" del tribunale visto che non si sa nemmeno a quale magistrato sia stato affidato il caso, né alcun magistrato ha convocato i due ricercatori per avere qualche informazione in più, almeno capire perché e cosa i due stessero cercando.

È quella specie di censura, accompagnata da un denso velo di indifferenza che accompagna tutte le vicende legate al dopoguerra, a quegli anni 45 e 46, che sembrano cristallizzate in un equilibrio che tutti preferiscono non toccare, se non addirittura evitare. Quelle ossa, secondo Cappellari, potrebbero appartenere a due ragazzi della Rsi che furono fucilati insieme ad altri giovani di Poggio Bustone, non dai tedeschi, ma dai partigiani come accadde ad altri, uomini e donne, nel territorio reatino.

Il sottotenente Cappellari, infatti, sta conducendo da sei anni una ricerca storica sui crimini dimenticati della guerra civile che infiammò l'Appennino umbro-laziale tra le province di Perugia, Terni e Rieti. Un lavoro non facile. Viene fondato un comitato scientifico, al quale partecipa anche il ricercatore Enrico Carloni, di Napoli, che da 25 anni si occupa di queste vicende e si avvia un'opera di rivisitazione di tutto ciò che accadde su quelle montagne in quegli anni bui.

Viene raccolto materiale documentale e si avvia un lavoro di catalogazione mai fatto prima. Nel 2000 la prima scoperta sensazionale, la storia di Assunta Vannozzi, una donna di Capo d’Acqua di Leonessa, assassinata dai partigiani senza alcun apparente motivo. Accadde all’indomani dell'occupazione di Leonessa da parte delle forze "di liberazione", in quel territorio che nell’inverno freddo isola i piccoli centri l’uno dall'altro. Lì agivano gli uomini della "Brigata Gramsci" che operavano in quella terra di nessuno prendendo di mira i paesucoli. Il 15 marzo del 44 le camicie nere della Gnr vengono fatte rientrare, la loro presenza, come quella dei carabinieri ottocenteschi, pochi e male armati, non potevano certo contrastare i partigiani.

Ma gli stessi partigiani si limitavano ad azioni dimostrative, con sfilate nei paesi, temendo l’intervento delle truppe tedesche. Il 16 marzo occupano Leonessa, tutto sommato senza troppe violenze, ma dopo poche ore il passaggio di una camionetta tedesca induce i partigiani alla ritirata sulle montagne nel timore di un intervento massiccio dell'esercito germanico.

Tuttavia Leonessa, priva anche del presidio della Gnr, restava terra di nessuno, dove in pratica chiunque poteva fare quel che gli pareva. In questo clima, il giorno dell'occupazione, quattro partigiani, riconosciuti come tali nel dopoguerra, prendono e raggiungono Capo d’Acqua, poche case su per la montagna, senza nemmeno una strada. Arrivano, passando per i sentieri, entrano in una casa dove vive Assuntina Vannozzi, una donna di trent'anni con il figlioletto di due.

La donna è a letto, malata, le strappano il bambino, poi la buttano dalle scale, uccidendola. Non si sa perché: la donna non aveva contatti con la Rsi, non faceva politica, era vissuta sempre in montagna. La donna, che aveva una piccola terra e qualche animale, veniva utilizzata come "rifornimento viveri" dalle bande partigiana, fino a quando, esasperata, minacciò di andare a Rieti a denunciare le vessazioni. Il figlio Luigi Monti (che peraltro al tempo aveva solo due anni e che oggi vive a Milano) "giustifica" così l'assassinio della madre: «Era vista come un potenziale nemico».

Ma per quell’uccisione un vero motivo non c’era, se si escludono quelli personali, molte volte in quei mesi coperti dalla lotta partigiana per arrivare a regolamenti di conti privatissimi. È il primo di una serie di episodi di violenza che portano il marchio delle bande partigiane, che hanno preso coraggio dallo sbarco, a fine gennaio 44, delle truppe americane a Nettuno. Molti partigiani sono uomini renitenti alla leva, disertori o sbandati del regio esercito scappati dalle caserme che non potendo rientrare dove c’era il fronte si univano in bande.

Fino a quel momento solo imboscati nelle montagne, sull'Appennino umbro-laziale, occupati in una sorta di guerriglia che esplode dopo la liberazione in episodi cruenti. In questo clima si arriva anche all'uccisione del commissario Francesco Pietramico, abruzzese d'origine, una persona onesta, assassinato non perché fascista, ma in quanto controllore dei movimenti dei bovini e del grano stava andando a denunciare qualche episodio di mercato nero a Rieti. Viene fermata la corriera sulla quale viaggiava, l'uomo trascinato fuori, assassinato e lasciato in mutande nella neve.

L'omicidio è rivendicato da una banda comunista, perché la "Gramsci" nascerà solo qualche mese dopo. La situazione precipita e il 10 marzo c’è la strage di Poggio Bustone. Un reparto fascista che viene in paese per prelevare alcuni renitenti alla leva viene attaccato dai partigiani: alcuni riescono a fuggire, ma altri si rifugiano in paese. Vengono catturati dopo che si sono arresi, sono undici, vengono fucilati ed i loro corpi seviziati. Altri due ragazzi vengono trascinati il giorno dopo sulla montagna ed uccisi. I loro corpi mai ritrovati.

Cappellari e Polia ritengono che forse, quelle ossa ritrovate insieme al proiettile potrebbero essere proprio di quei giovani. Senza dimenticare Domenico Aquilini, accusato di essere fascista benchè fosse soltanto una guardia forestale, prelevato a Posta, ucciso e seviziato a Leonessa, perché così i partigiani evitarono la rappresaglia. E ancora, Jolanda Dobrilla, sedicenne nata a Capodistria, uccisa a Finocchieto di Stroncone, dai partigiani con una bomba in mano solo perché parlava il tedesco. A Rieti si ignorava quanto stesse accadendo su quei monti coperti di neve e nulla si seppe quando a metà marzo, dopo l'occupazione di Leonessa, Assunta Vannozzi venne "giustiziata".

Nelle cronache partigiane non c’è traccia di queste morti, ma nella memoria della gente? «Il clima di quei giorni era di terrore, nessuno fra coloro che avevano avuto parenti in camicia nera pareva volerne conservare il ricordo - spiega lo storico Cappellari - e coloro che non erano stati coinvolti con il regime se ne facevano uno scudo, osservando i primi con nemmeno tanto velato sospetto. I partigiani avevano acquisito un potere notevole, controllando il territorio con una sorta di polizia autonominata che incuteva timore. Così chi non era stato direttamente coinvolto con il fascismo si allineò subito al nuovo ordine, a molti degli altri non restò che andarsene».

Alla fine del 1944 i partigiani vengono disarmati dagli inglesi e lo stesso partito comunista li liquida. Quando nel 1949 è ormai chiaro che non c'è possibilità d'insurrezione, i partigiani non esistono più ed Alfredo Filipponi, comandante della brigata Gramsci viene addirittura espulso dal partito Comunista italiano. Restano un numero sterminato di morti, da una parte e dall'altra, la cui storia ancora non è stata scritta.

Come nel caso di Assuntina Vannozzi.

«Mi capitò per caso - è ancora Cappellari che racconta - che qualcuno mi parlasse di questa donna. Ho casa a Leonessa, mi sono sempre interessate le vicende della gente e così cerco di capire. Ho trovato omertà e silenzi. Finché qualcuno, nella frazione, mi disse: l'hanno ammazzata i tedeschi. Una versione ufficiale, partigiani o tedeschi era lo stesso. Epurata dalla memoria del territorio, nessuno sa che è successo, chi ne ha parlato ne ha infangato la memoria a livello di denuncia penale. Tutte le persone innocenti uccise dai partigiani erano spie e avevano contatti sessuali con i tedeschi, quindi puttana e che faceva la spia». C'è amarezza nelle parole del ricercatore, ricordando come nell'enciclopedia della resistenza non c'è il nome di Assuntina, ma si dice: «Uccisa giustamente dai partigiani prostituta e spia al servizio dei tedeschi».

Certo, furono fatti dei processi ad un po' di partigiani arrestati. Processi tutti finiti con il non luogo a procedere perché "si era trattato di azioni di guerra". Quindi tutti amnistiati con il "decreto Togliatti" e tutti a casa. Accanto a quelle famiglie cui avevano ammazzato padri, figli, parenti.

Azioni di guerra, anche se quelle azioni, con i tedeschi e con la guerra non c'entravano niente. Pietro Cappellari è un fiume in piena, non ci sta a quella che lui definisce una "mistificazione" della storia degli anni del dopoguerra: «Troppa gente ci ha campato, scrivendo libri e libri che indirizzavano la storia a senso unico, fino a quando si è arrivati a un punto che era impossibile sostenere ancora certe cose. Si è arrivati alle foibe ed allora quegli stessi che le negavano si son buttati sull'argomento, pur di non perdere il monopolio della ricostruzione storica a propria misura. Ma il fatto è che oggi pare non importi a nessuno, che cosa accadde davvero». Quel che oggi scrive Pansa, è il pensiero di Cappellari, lo scrisse quarant'anni fa Pisanò e nessuno gli diede credito, naturalmente, perché era fascista.

«Ma la storia d'Italia -afferma lo studioso- è stata costruita a tavolino dai sacerdoti della resistenza e sempre da loro continua ad essere gestita. Ed è difficilissimo spezzare quei circoli, scrivere una storia diversa». La storia che sta scrivendo, insieme con un gruppo di studiosi, dell'Italia dal 1945 al 1949, quella storia molto dimenticata e molto cancellata a cominciare dall'occupazione delle truppe inglesi che non fu tutta caramelle e cioccolatini. Come il vero volto del partito Comunista di allora, che puntava ad un'Italia sul modello stalinista. «Abbiamo quasi concluso il lavoro - annuncia Cappellari- ed è stata una fatica notevole.

Il volume su Rieti della "Storia della guerra civile sull’Appennino umbro-laziale" uscirà nel 2007, a quello su Terni manca la revisione documentale è quasi pronto quello su Perugia. Il materiale è vastissimo come è tanto il tempo che occorre per fare le ricerche anche perché non abbiamo neanche potuto beneficiare di quei documenti a disposizione di chi ha sempre gestito quel periodo storico». L’obiettivo del prof. Pietro Cappellari, invece, insieme al prof. Enrico Carloni è di riportare alla luce delitti dimenticati, documenti inediti sulla guerra civile, volti e persone cancellate senza motivo, ma soprattutto raccontare un pezzo di storia tentando di smantellare quella che oggi appare come una costruzione mitologica della resistenza.

 
 
 
 
 
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23 DICEMBRE 2005 : MUORE l'ARTIGLIERE PARACADUTISTA DI EL ALAMEIN GAETANO PINNA
Domenica, 24 Dicembre 2006




PARMA- Il 23 Dicembre del 2005 scompariva l' art Par. Gaetano Pinna .

Istriano, esule, Paracadutista legatissimo alla specialità,ai suoi camerati Triestini e alla sua terra irredenta. Scrittore.

Regalò al sito, nel 2000, una raccolta di centinaia di poesie sui Paracadutisti, che abbiamo pubblicato e che troverete nella sezione ARCHIVI del menù principale.

Pinna è ( non "era") un artigliere Paracadutista con una vita esemplare. Continuò sino a poche ore prima di morire a diffondere lo spirito che animava i nostri Leoni della Folgore.

Fu prigioniero al POW 305, con i suoi Camerati di Trieste.

Pochi giorni orsono il Figlio Maurizio ha fatto dono al Museo dei Paracadutisti di alcuni preziosi reperti: L'ORIGINALE di una medaglia che il Padre realizzò in prigionia, usando il metallo delle "piastre" egiziane che ricevevano in pagamento quando venivano fatti lavorare dagli Inglesi, e l'Uniforme, che è quindi "tornata a Casa", tra le altre dei nostri Leoni scomparsi.

Insieme a quei doni c'era qualcosa per il nostro sito: una copia in argento della stessa medaglia ed un archivio elettronico che racconta la Sua storia, con foto e documenti.

Li pubblicheremo uno per uno, a puntate, per dividerli con Voi, come avrebbe voluto Gaetano e come vuole suo figlio Maurizio.


Ci parlavamo spesso al telefono fino alla malattia, di cui non aveva fatto sapere nulla a nessuno.

Lo ammiravo, lo stimavo, gli volevo bene come ad un Padre, e lui ricambiava dàndomi consigli, incoraggiamenti, foto.

E' un Artigliere come me, pensavo con orgoglio. Andammo insieme ad El Alamein, nel 2002, con il Presidente ANPDI Merlino.Ero addetto alle foto. Ricambiai le mille cortesie che mi faceva scattandogliene una a bordo del jet che ci portava in Egitto, che finì sul calendario dedicato ai nostri Leoni indomabili.

I loro volti erano meglio di mille discorsi e scritti retorici come questo.


Un aneddoto, conosciuto solo pochi giorni fa, dal Figlio: i tre maschi di Gaetano Pinna hanno come secondo nome Italo, da Italia; Giuliano, in segno di amore per la sua terra abbandonata da esule; Folgore El Alamein, per ricordare i Suoi camerati.

Il prete che li battezzò tutti e tre, rifiutò di aggiungere il quarto nome: 305, dal nome del campo in cui scontò quattro lunghi anni di prigionia da non cooperatore. Lo aggiunse a penna Lui, sul libretto del battesimo, aggiungendo: il Prete non ha voluto mettercelo.

Che dire, quando perdiamo Uomini così? Che ci mancheranno. Ma è poco. Li ricorderemo: ed è ancora poco. Cercheremo di essere come loro: forse questo li renderebe felici, ma siamo troppo meschini e deboli per riuscirci.

Ci proveremo, però..

Ecco cosa ci scriveva Emilio Camozzi, quando ricevette una lettera di auguri, vergata da Gaetano poche ore prima di morire e spedita da Perugia, dove aveva sede l'ospedale dove era ricoverato nella fase terminale della malattia.E' giunta a Trieste 24 ore dopo la Sua Fine:
UNA NOVELLA DI NATALE

Pubblicheremo, nelle settimane che ci separano dal Suo anniversario di morte, tutti i documenti che il Figlio Maurizio ci ha fatto avere. Cominciamo con il ricordo delle immagini:

ECCOLE

 
 
 
 
 
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CHI ERANO I FRATELLI RUSPOLI E COME MORIRONO
Venerdì, 17 Novembre 2006




VITERBO - 23 NOVEMBRE 2006 - LA FAMIGLIA RUSPOLI CONSEGNA LA MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE DI COSANTINO RUSPOLI AL MUSEO DEI PARACADUTISTI ITALIANI


Un altro gesto di alto profilo di una Famiglia che, da sempre, ha legato il suo destino ai Paracadutisti. Una Medaglia d'Oro che brilla insieme alle altre 62 conferite ai Paracadutisti e che fra qualche giorno sarà custodita nelle sale del Museo di Pisa.


COME MORIRONO I FRATELLI RUSPOLI



Quella magnifica divisione che fu la “Folgore” contava molti ufficiali provenienti dalla cavalleria.



Tra gli ufficiali di quella specialità che vollero far parte della nuova ardita specialità c’erano due fratelli di nobile famiglia, i principi Ruspoli di Poggio Suasa.


L’uno, Marescotti ( a sinistra) , era tenente colonnello in servizio effettivo; l’altro, Costantino, più vecchio di qualche anno, era capitano di complemento. Ambedue caddero da eroi ad El Alamein ed ambedue furono decorati di medaglia d’oro. Altri due fratelli Ruspoli, Carlo Maurizio e Emanuele, erano ufficiali piloti, combattenti arditissimi e pluridecorati.

Il 26 ottobre giunse sul fronte di El Alamein Carlo Maurizio.

Aveva appreso la morte di Marescotti e desiderava rendere l’ultimo saluto alla salma del fratello.

Al suo arrivo, gli venne comunicato che anche Costantino era caduto alla testa della sua compagnia dopo aver ricacciato l’avanzata di centoventi carri armati inglesi. Marescotti era stato ucciso due giorni prima, ad un chilometro circa di distanza. Febbricitante per postumi di ferite, aveva abbandonato l’ospedaletto da campo appena venuto a conoscenza dell’imminente offensiva, ed era tornato al suo posto di comandante del raggruppamento che da lui prendeva il nome: il 7° e 8° battaglione della “Folgore”, schierati in zona avanzata, in faccia al nemico.

Una scheggia lo aveva raggiunto a tradimento, ed egli era caduto dinanzi ai suoi ragazzi. Accanto a lui era morto il fedele Giacomazzi, il carabiniere Paracadutista addetto al suo comando.

La morte dei Ruspoli fu un duro colpo per la “Folgore”. I due principi romani erano amati da tutti, ufficiali e soldati, e il vuoto che lasciarono fu grande. I paracadutisti avevano imparato a conoscerli durante l’addestramento di Tarquinia e poi durante le esercitazioni nel Viterbese ed in Puglia, nella lunga snervante attesa dello impiego.

Sapevano, quegli uomini, che non sarebbe stato difficile ai due fratelli, figli dell’ambasciatore italiano in Belgio e appartenenti ad una delle più aristocratiche famiglie romane, trovare una “decorosa sistemazione” in qualche alto comando, e che invece avevano fatto di tutto per essere in prima linea.

Il tenente colonnello Marescotti, come si è detto, era accorso tra i primi a Tarquinia, dopo aver combattuto in Jugoslavia con il “Genova” cavalleria; suo fratello Costantino, che allo scoppio della guerra si trovava in Belgio dove nessuno lo avrebbe “disturbato” era subito rientrato in Italia per arruolarsi volontario e poco dopo aveva seguito il fratello nei paracadutisti ed aveva fatto i suoi lanci, nonostante fosse cinquantenne e da parecchi anni non avesse più dimestichezza con la vita militare.

Marescotti era bruno, alto, elegante, sportivo, brillante, un vero soldato, un provetto cavaliere. Costantino, più basso, più tarchiato del fratello, era quello che si suol dire un gran signore.

Parlava pochissimo, fumava di continuo tabacco inglese in una corta pipa di radica e girava per il fronte con appeso al fianco un grosso machete tolto ad un prigioniero famoso “Anzac”, un corpo speciale di erculei neozelandesi che aveva saggiato le linee della “Folgore” subendo una sonora sconfitta.

“Può darsi – spiegava Costantino a chi gli chiedeva ragione di quella mannaia – che venga il momento di usarla. Non si può mai dire”. Ma non fece in tempo ad usarla; cadde, sparando con il moschetto 91, come semplice soldato, prima di poter ingaggiare la lotta all’arma bianca.

Marescotti era nato a New York il 17 ottobre 1893, aveva studiato in Inghilterra sino all’età di 26 anni ed aveva poi frequentato il collegio della Badia Fiesolana a Firenza. Dopo la licenza liceale era andato in Romania ad occuparsi di una azienda agricola paterna.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, si era arruolato ed aveva combattuto prima in cavalleria, quindi nella nuova arma dei bombardieri, guadagnandosi una medaglia d’argento sul campo, tre medaglie di bronzo ed una promozione per merito di guerra. Dopo la guerra, era stato ufficiale d’ordinanza del generale Diaz, accompagnandolo nelle sue missioni in Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e Stati Uniti.

Nel 1926 aveva compiuto una spedizione in Africa, alla ricerca della salma dello zio, il noto esploratore Eugenio Ruspoli, morto 34 anni prima nella regione degli Arussi, al confine tra l’Etiopia e il Sudan. Partito da Asmara con alcuni indigeni di scorta, aveva raggiunto Khartum, da qui aveva risalito il Nilo e il Sobat, quindi aveva percorso in canoa il Baro, esplorando le regioni pressoché sconosciute del Guilo e scoprendo un nuovo corso d’acqua, l’Uesciam.

Attraversata la foresta del Massongo, che sino allora nessun bianco era riuscito a percorrere per l’ostilità delle popolazioni, che penetrato nel regno di Gimma, raggiungendo la località di Burgi ove era sepolto il suo congiunto. Individuatane la tomba, aveva riportato la salma in patria, compiendo un lungo viaggio attraverso l’Etiopia e sbarcando a Napoli alla fine del 1928. Successivamente aveva prestato servizio al Ministero delle Colonie e all’Officina Militare del Genio, ove aveva messo a punto un apparecchio radiotrasmittente e ricevente someggiabile, che fu poi usato in tutti i reggimenti di cavalleria.


Nel 1935 era partito volontario per l’Etiopia come capitano dei cavalleggeri “Alessandria”. Era in procinto si sposarsi, ed aveva posto come condizione alla sposa, che pure amava di un tenerissimo amore, di non chiedergli di rinunciare alla sua partecipazione alla guerra, altrimenti avrebbe dovuto rinviare il matrimonio. Dopo qualche anno di serena parentesi familiare, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, era partito nuovamente alla testa del 4° gruppo del “Genova” cavalleria, dislocato in Jugoslavia. Nel 1941 aveva fatto domanda per passare nei paracadutisti, tra le cui file trovò morte gloriosa.



Costantino era anche lui nato a New York, due anni prima del fratello, l’8 luglio 1891. Aveva studiato anche lui prima in Inghilterra e quindi al collegio della Badia Fiesolana. Successivamente si era laureato in Belgio. Aveva preso parte come il fratello alla Prima guerra mondiale, nell’Arma di cavalleria , meritandosi una medaglia d’argento; poi, a differenza del fratello, aveva abbandonato la vita militare.

Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale risiedeva – come già detto – nel Belgio. Era tornato in patria e si era presentato ad un comando militare chiedendo di “fare il proprio dovere”. Era stato assegnato alla sua vecchia Arma, la Cavalleria, e precisamente al “Genova”. Ma non si era ritenuto soddisfatto: in quel momento il “Genova” non si trovava in zona di operazione, ed egli era venuto in Italia per combattere, non per esercitarsi ad andare a cavallo.

Saputo che il fratello era entrato a far parte di un nuovo corpo di arditi che si calavano dal cielo appesi ad un ombrello di seta, e che sarebbero stati al più presto impiegati allo stesso modo in cui erano stati impiegati i paracadutisti tedeschi in Norvegia, in Olanda, nel Belgio ed a Creta, aveva deciso di raggiungerlo. Così un giorno gli istruttori di Tarquinia si erano trovati di fronte un “vecchio” capitano legnoso con l’eterna pipetta tra i denti, che non sorrideva mai e parlava a monosillabi ed avevano temuto che si spezzasse in due nel fare la capovolta. Invece Costantino, con la sua flemma di gentiluomo annoiato, aveva sbalordito tutti: s’era dimostrato più agile e vigoroso di un ventenne e, “brevettato” paracadutista, era stato posto al comando di una compagnia ed alla testa di questa compagnia, aveva raggiunto, nel luglio 1942, la linea del fuoco in Africa settentrionale.



Erano mesi, ormai, che i folgorini avevano fatto conoscenza col deserto. Dapprima si erano imposti all’ammirazione del nemico, dell’alleato tedesco per i loro colpi di mano, per le audaci pattuglie in terra di nessuno, poi, sul finire di agosto, avevano partecipato alla “battaglia d’estate” che dalla depressione di El Qattata li aveva portati su posizioni avanzate, frammisti a reparti di altre divisioni.

Ora erano schierati tutti insieme all’ala destra del fronte. Un settore, il loro, che formava una specie di triangolo irregolare con i vertici a Deir Alinda, Deir el Mouassib, Nagb Rala. Da seimila che erano all’inizio, si erano ridotti a meno di cinquemila tra combattimenti e malattie.

I primi ad essere investiti dal fuoco nemico furono i capisaldi del raggruppamento “Ruspoli” che era schierato al centro ed aveva ai lati il 187° reggimento con i battaglioni 2°, 4° e 9°, e il 186° reggimento, con i battaglioni 5° e 6°. La compagnia avanzata, la 19^ del 7° battaglione, fu investita dalla marea dei carri della 7° divisione corazzata e fu distrutta: soltanto quindici uomini, con un ufficiale, riuscirono a salvarsi.

Gli inglesi erano penetrati nella zona di sicurezza e solo duecento metri li separavano dalle nostre linee; fu allora che il comandante del raggruppamento, tornato al combattimento dall’ospedaletto in cui si trovava ricoverato per curarsi le ferite causategli dallo scoppio di una mina, decise di contrattaccare e si portò nei capisaldi per dare ordini, organizzare, rincuorare.

I paracadutisti del 7° battaglione lo videro arrivare a bordo di una Ford bianca catturata agli inglesi, incurante degli scoppi delle granate. “In serata” egli disse “avremo ripreso la vecchia zona di sicurezza”; nel pomeriggio, con l’arrivo dei carri della 21^ divisione corazzata tedesca, contrattaccheremo. Ciascuno di voi, sono certo, farà il proprio dovere”. Poi, malgrado la violenza del fuoco nemico, volle raggiungere l’8° battaglione. Non era possibile in quel momento ergersi in piedi, bisognava strisciare per evitare di essere colpiti.

Ma un Ruspoli non poteva strisciare di fronte agli inglesi, ed il colonnello si avviò, dritto e sicuro, verso la camionetta, che partì rombando.

Dalle loro buche, i paracadutisti videro la camionetta filare, fatta segno al tiro di innumerevoli bocche di fuoco e delle armi automatiche dei carri che scorrazzavano per il campo minato. Tutto attorno – racconta un testimone oculare, il capitano Mautino, comandante del 7° battaglione – era un ribollire di scoppi e vampe; i fanti inglesi delle truppe di assalto, a gruppi, al riparo dei loro carri, erano poco lontani e stavano avanzando.

Ad un tratto fu vista la camionetta arrestarsi bruscamente, qualcuno balzò a terra, si scorsero delle figure agitarsi, poi il fragore ed il fumo della battaglia avvolsero tutto.

Il colonnello Ruspoli si era immolato, scomparso alla vista tra una nube di fumo, come un mitico eroe.

Quando portarono la notizia a Costantino, che combatteva a qualche chilometro di distanza, egli non fece commenti.

Si limitò a stringere la mascella e sdegnò il congedo che gli veniva offerto. Due giorni dopo, il 26 ottobre cadeva anche lui in combattimento. Era al comando della XI^ compagnia del 4° battaglione, investita da un tremendo fuoco nemico. Nell’ultima comunicazione telefonica che ebbe con il comando di battaglione, disse, con la sua abituale essenziale laconicità: “sono tanti, arrivano da tutte le parti, ci difenderemo”.

Alla testa dei suoi uomini, il “vecchio” capitano Costantino Ruspoli, principe di Poggio Suasa, spara con un fucile dalla sua buca. Calmissimo, prende bene la mira prima di premere il grilletto: osserva attentamente gli uomini in kaki con l’elmetto a scodella che avanzano a balzi nascondendosi dietro i carri armati e, ad ogni colpo, mormora: “ah, questi inglesi…”.

Quegli ometti in kaki continuano a venire avanti, sono ormai a portata di voce, e si ode che gridano: “italiani, arrendetevi…arrendetevi…”. Costantino Ruspoli, il principe pacato che non alza mai la voce, questa volta urla ben forte: “non ci arrenderemo mai!” E rivolto ai suoi uomini “attenzione, ragazzi, fate economia di munizioni: tirate dritto”. Poi, vedendo che gli inglesi non si vogliono fermare, decide che è venuto il momento di andargli addosso, magari all’arma bianca, e salta fuori dalla buca, ma viene colpito al petto e cade riverso.

Prima di morire ha la forza di gridare: “viva l’Italia!”.

I suoi “ragazzi” si faranno decimare sul posto, ma non cederanno di fronte al nemico.

Così morirono Marescotti e Costantino Ruspoli, ufficiali paracadutisti, degni rappresentanti della migliore aristocrazia italiana.

Ora riposano accanto a centinaia di altri paracadutisti nel cimitero eretto ad El Alamein da Paolo Caccia Dominioni, antico comandante di quel 31° battaglione guastatori che fu degno compagno di battaglia della “Folgore”.

“Mancò ad essi la fortuna, non il valore” è inciso su un cippo di quota 33, dove sorge il cimitero di guerra.

 
 
 
 
 
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I REDUCI : RAZZA IN ESTINZIONE....
Lunedì, 13 Novembre 2006


PARMA- Razza in estinzione, quella dei Reduci, che tuttavia hanno rappresentato e rappresentano il motivo per cui l'ANPDI è stata fondata e la Folgore è nella Leggenda. Interviene Emilio Camozzi con riflessioni sagge ed amare:




AUTORE : Par ( El Alamein) Emilio Camozzi



Razza in estinzione



Non c’è nessuna colpa. L’estinzione rientra nell’ordine delle cose gestite dalla natura.

Rincalzi fortunatamente non ce ne sono, e, col tipo di guerre che sono in programma, si spera che per il futuro ne saremo senza.

Con la bella usanza poi di impiccare i responsabili delle guerre perdute, i politici si guarderanno bene di rischiare la pelle per promuovere un azione che, tutto sommato, non impingua il loro conto in banca.
I reduci scompaiono, ma lasciano qualche rimpianto?

Credo proprio di no! Si può ringraziare il Cielo se qualche storico di parte li citi come fautori di una rinascita economica,che, finchè loro ne hanno avuto la forza, ha tenuto a galla l’Italia, ma meglio dimenticarli come combattenti, in quanto ritenuti responsabili delle guerre passate.

In un paese di pacifisti, obiettori di coscienza ed imboscati, questa è la gente da considerare, da applaudire, da ascoltare.

Da loro il verbo per il futuro. Ed intanto la razza dei reduci si sta estinguendo.

Molti si domandano se sia un bene o un male. Molti sono confinati negli ospedali, molti nelle case di riposo, chi ha ancora qualche barlume di forza vivacchia a casa,con sotto il letto la valigia per correre in ospedale.

Per loro è tornato di moda l’antico detto, che si usava alla fine del servizio militare “La va a pochi”. Ricordo lo si usava anche in guerra, naturalmente ridendoci su.

Devo riconoscere che in genere questo ultimo periodo è affrontato dai reduci con una buona dose di serenità.

Il ricordo degli anni passati in guerra lenisce ogni disfunzione che l’azione malefica degli anni propina. Ci si avvicina al traguardo con lo stesso distacco di quando l’ufficiale dava l’ordine del contrattacco.

Solo che allora si poteva correre, oggi nò. Cosa comune è però quell’orgogliaccio che sempre ha caratterizzato la razza.

Non chiediamo nulla a nessuno! Non fateci però fare la fine dei dinosauri. Vorremmo lasciare ai posteri qualcosa di più di povere ossa fossili.

Vorremmo che le nostre bandiere di combattimento non finissero accatastate nei musei.

Vorremmo…vorremmo … vorremmo… . Alto là,vecchio. Troppe pretese. Accontentati di un fanciullo che domandi a suo padre cosa era la Folgore e che questo non gli dica solo che è un fenomeno atmosferico.



Ai reduci quel che è dei reduci



Siamo propensi a considerare i reduci come vessilliferi di battaglie vinte o perse, come testimoni di guerre che furono, come rompiscatole con il loro aver combattuto,avere sofferto, con il loro rapporto conflittuale con la vita o con la morte.

Innegabilmente qualcuno ci marcia e contribuisce a gettare cattiva fama sulla categoria. Ma non sono molti.

Raccontare la guerra non è facile. La gioia ed il dolore raggiungono picchi tali che renderne partecipi gli altri è un'impresa non da poco.

Gli avvenimenti raggiungono sempre il superlativo. Con questa qualità restano appiccicati all’animo in modo tale che renderne partecipi gli altri genera una sorta di pudore e la paura di non essere creduti. Una specie di naturale automatismo tende a cancellare dalla mente e dal cuore tutte le brutture accumulate.

La gioia del ritorno spazza via le ultime lordure, il rimpianto dei camerati rimasti sul campo viene messo sull’altare dei ricordi e l’impatto con la vita normale genera una specie di rivalsa che spinge all’azione.
Il reduce è lì, con la sua voglia di fare, la sua forza accumulata in anni di sofferenze, i suoi sogni che urgono e vogliono tradursi in cose fatte o da fare.


Tutto è semplice, tutto è facile quando si esce dal campo di battaglia.

Buttarsi nella mischia e fare, fare, fare. Asciugare lacrime, costruire case, riagganciarsi a quella normalità che ti svesta da un vestito che ti sta stretto, quello dell’eroe e che ti ributti dentro il grande calderone della vita. E’ qui che il reduce diventa fautore della rinascita.
Con i reduci della prima guerra mondiale è nato il fascismo, è stata fatta la marcia su Roma, Fiume e il Quarnaro sono stati ammessi ad un’Italia che stava finalmente alzando la testa.

Nel dopoguerra della seconda guerra mondiale, malgrado le pesanti pastoie poste dai cosiddetti alleati, i reduci furono gli artefici di una rapida e difficile ricostruzione.

Purtroppo i nostri politici non hanno saputo fare tesoro di quanto gli avi hanno loro proposto, e ci troviamo oggi con generazioni che non sanno che farsene della loro anima, e , quel che è peggio, non sanno nemmeno di averla.


 
 
 
 
 
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ITINERARI DI STORIA:L’AFFONDAMENTO DEL “ THISTLEGORM”
Venerdì, 3 Novembre 2006



ITINERARI DI STORIA
(PUBBLICATO SU "FIAMME D'ARGENTO" DI OTTOBRE )

L’AFFONDAMENTO DEL “ THISTLEGORM”


di Luca Combattelli

Le vacanze estive sono, per ognuno di noi un momento di pausa e di riposo, un modo per allontanarsi dal normale ritmo quotidiano ed approfondire piaceri ed interessi normalmente trascurati durante i mesi lavorativi.

Ecco così che due settimane sul Mar Rosso, consueto appuntamento vacanziero per tanti connazionali, diventano lo spunto per me, appassionato subacqueo, per godere, non solo del mare e della meravigliosa varietà della vita sommersa, ma anche per scoprire una storia celata sotto circa 40 metri di mare aperto, presso Sha’ab Ali.

Qui si consumò all’una e trenta del mattino del 6 ottobre 1941 la tragedia del “Thistlegorm”, cargo armato inglese di 130 metri di lunghezza che, alla fonda con altra navi per passare il Canale di Suez e per alimentare col suo imponente carico, la battaglia contro noi Italiani nel deserto egiziano, fu affondato dagli Heinkel He111 del 26° Kamp Geswader di stanza a Creta.

In quella notte buia fu facile per quest’ultimi centrare almeno una delle 20 navi ancorate laggiù. Una bomba centrò la stiva numero 4 del cargo, carica di granate destinate alle artiglierie inglesi: l’esplosione che ne derivò uccise 9 uomini dell’equipaggio, e rapidamente fece affondare la nave con tutto il suo carico. Si adagiò sul fondo con la poppa ruotata a tribordo, torta dall’esplosione che non spezzò la nave, mantenendo la porzione restante, fino a prua, in posizione di navigazione.

Il cargo conteneva fucili Lee Enfield Mk III, granate d’artiglieria, 2 Bren Carrier (mezzi cingolati leggeri), parti di aereo, automobili Morris, camion Bedford, motociclette BSA modello WDM20, 2 locomotive e 4 vagoni ferroviari, casse di medicinali e, strana esigenza per la guerra desertica, un carico di stivaloni di gomma. Con partenza alle 3 del mattino e 4 ore di navigazione dal porto di Ras Mohammed, si giunge sul sito.

La preparazione dell’immersione, definita medio-difficile, deve essere accurata: vengono previste 2 immersioni ripetute, separate dalla necessaria “pausa di superficie” per smaltire l’azoto accumulato nel sangue. Una prima immersione prevede la ricognizione esterna del relitto, la seconda, più impegnativa, la visita interna delle stive del relitto. Scendiamo. Fortunatamente non c’è corrente e la visibilità è buona.

Dopo pochi metri di immersione già si profila in basso l’imponente sagoma scura della nave. La raggiungiamo in corrispondenza del ponte di babordo, dove subito si identifica un bren carrier adagiato su un fianco, accanto una locomotiva (l’altra è distante alcune decine di metri, sbalzata dall’esplosione). La natura sottomarina ha preso il sopravvento in questi sessant’anni: si integrano così alghe molli e lamiere contorte, branchi di carangidi e barracuda nuotano serenamente, abituati alla presenza dei subacquei. Un imponente Pesce Napoleone gironzola intorno alla grande elica a poppa, nella zona più bassa del relitto.

Una murena gigante ha preso dimora stabile nella cabina del comandante, dove si vede chiaramente una vasca da bagno, retaggio dei privilegi del rango. Sempre i manufatti umani assumono un fascino irreale inseriti nel contesto sottomarino: un relitto di guerra poi trascina con sè un retaggio affascinante di storia, dramma e coraggio.

GUARDA LE FOTO

Immagino gli ultimi attimi della nave, le urla, le esplosioni, in grande contrasto ora col silenzio del fondale. Anche il regolare ritmo del mio respiro, cadenzato dall’ erogatore, appare indiscreto, quasi a violare una pace conquistata per sempre.



 
 
 
 
 
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FUMETTO SULLA FOLGORE
Domenica, 29 Ottobre 2006


PARMA- Abbiamo ricevuto dal par Giorgio Merighi un fumetto che parla della Folgore. E' pubblicato su WWW.UOMOFOLGORE.COM, recensito dal Paracadutista Spanu.E' tratto dal Corriere dei Piccoli del 1975. Lo abbiamo ordinato alla Casa Editrice, chiedendo anche l'autorizzazione alla Pubblicazione, sicuramente coperta da COPYRIGHT.

INTANTO GUARDALO SUL SITO WWW.UOMOFOLGORE.IT


 
 
 
 
 
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MEDAGLIA D'ORO V.M. BECHI LUSERNA : CAMOZZI LO HA CONOSCIUTO
Domenica, 29 Ottobre 2006


PARMA- L'impegno del sito è di custodire racconti e frammenti di Storia della Folgore, raccontati dai nostri Folgorini. La nostra "vittima" predestinata è il fondatore del sito, Emilio Camozzi, che con l'incarico che aveva ad El Alamein è entrato in contatto con tutti i Personaggi che la storia ci ha tramandato:



TEN.COL. BECHI LUSERNA
Motivazione della M.O.V.M.


"Ufficiale di elevate qualità morali ed intellettuali, più volte decorato al valore, capo di S.M. di una divisione paracadutisti, all'atto dell'armistizio, fedele al giuramento prestato ed animato solo da inestinguibile fede e da completa dedizione alla Patria, assumeva senza esitazione e contro le insidie e le prepotenze tedesche, il nuovo posto di combattimento.

Venuto a conoscenza che uno dei reparti dipendenti, sobillato da alcuni facinorosi, si era affiancato ai tedeschi, si recava, con esigua scorta e attraverso una zona insidiata da mezzi blindati nemici, presso il reparto stesso per richiamano al dovere. Affrontato con le armi in pugno dai più accesi istigatori del movimento sedizioso, non desisteva dal suo nobile intento, finché, colpito, cadeva in mezzo a coloro che egli aveva tentato di ricondurre sulla via del dovere e dell'onore. Coronava così, col cosciente sacrificio della vita, la propria esistenza di valoroso soldato, continuatore di una gloriosa tradizione familiare di eroismo."

Sardegna, 10 settembre 1943



Non vorrei apparire di parte, come l’estensore di questa motivazione. Credo che il Col. Bechi sia stato la prima vittima del dissennato armistizio che favorì la nascita della guerra civile in Italia e della giustificata reazione tedesca. Era legato a doppia mandata alla casa reale, in quanto nobile. Parte della Sua esistenza l’aveva passata a Londra quale addetto militare dell’ambasciata italiana. A Lui il merito per l’ottima preparazione del quarto battaglione, di cui fu valoroso comandante. Solo per questo era degno di fregiarsi della medaglia d’oro.

Ho avuto a che fare con Lui in occasione dell’attacco di Rommel di fine agosto. Per la mia posizione di radiotelegrafista capo-rete, avevo l’opportunità di trattare direttamente con i miei superiori, a qualsiasi livello.

Spesso, per evitare lungaggini,erano loro che venivano nella mia postazione e si mettevano direttamente in contatto con i comandi, usando la fonia. Era una forma di comunicazione vietata,
se qualcosa andava storto ci andavo di mezzo io, ma avevo accettato il rischio con il beneplacito però del gen. Frattini.

Erano le otto di sera del 30 agosto. La notte aveva già cominciato a stendere la sua coltre di stelle dopo un rapido tramonto. Dopo un paio di innocue cannonate mi resi conto che gli inglesi sapevano della mia radio. Avevo avvisato i miei corrispondenti di passare all’altra concordata frequenza, e allo spostamento di orario. Iniziò l’attacco sferrato da Sud per tentare di prendere Alessandria con una manovra avvolgente.

Per avere maggiori facilità di collegamento avevo spostato la radio nella piana alla base del canalone di El Taqa. Mi ero sistemato in una buca vuota, abbastanza larga per contenere tutto il mio armamentario. Dal comando divisione mi avevano appena avvisato che la linea telefonica con il nostro reggimento era interrotta. Chiesi l’ascolto continuo fino alla riparazione.

Il consumo delle batterie era alto e la fornitura difficile. Come prevedevo, arrivò il ten. Col. Bechi, per mettersi in contatto direttamente.

E’ oggi un po’ difficile rendersi conto delle situazioni di allora. L’avvento dei telefonini, dei radio telefoni e aggeggi vari rende oggi ridicola la mia vecchia radio RF3C con portata massima dai dieci ai venti chilometri, a seconda delle condizioni metereologiche, e del peso di circa centocinquanta chili.

Si sedette su un sacchetto ai margini della buca. A termini di regolamento, nessuno poteva avvicinarsi ad una radio in funzione. Era un fanatico delle procedure militari. Affermava che, per poter esigere l’esecuzione di un ordine, era indispensabile attenersi a tutti gli ordini emanati.

Desistette solo quando il filo corto del microfono e delle cuffie lo obbligarono ad avvicinarsi alla radio. Riuscii anche a stabilire un buon contatto con le radio in dotazione ai reparti in movimento. L’attacco non sortì gli effetti che Rommel si aspettava. A notte inoltrata il comandante se ne andò per raggiungere i reparti che si erano arrestati.

Non ebbi più nulla a che fare con lui. Una settimana dopo fui trasferito al comando del raggruppamento Ruspoli. Durante la battaglia di ottobre seppi che era tornato in Italia per perorare il ritiro della Divisione. Era ormai troppo tardi. La Folgore stava compiendo l’ultimo sacrificio e, i primi giorni di novembre, non esisteva più come unità operativa. Della fine di Bechi Lucerna ebbi notizia solo dopo la costituzione dell’ANPdI.

I primi soci furono naturalmente solo reduci. La maggior parte provenivano dai poco salubri campi di concentramento britannici ed erano tutti avidi di vita, di notizie, di donne, di speranze. Ad ogni incontro era un subissarsi di domande per sapere di cose avvenute, di cose perdute, di amici non più visti. Ognuno raccontava il suo scampolo di guerra non come un orrore che aveva bruciato la sua gioventù ma come un avvenimento che avev