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LA FOLGORE DOPO L' 8 SETTEMBRE. UN EPISODIO INEDITO AVVENUTO IN CALABRIA
Martedì, 18 Novembre 2008



di Arrigo Curiel,
già alpino, arruolatosi nella Folgore nel 1942
combattente a El Alamein nel 187mo rgt




Successe a Borgia (Catanzaro) nell’ottobre 1943 con i paracadutisti del 185° Nembo. La richiesta di suonare Giovinezza e il rifiuto del musicista del paese.


Il 185° della Divisione Nembo, venne trasferito a Borgia, una cittadina a pochi chilometri da Catanzaro, ed i reparti vennero sistemati in accantonamenti di fortuna, vecchie stalle o ambienti simili; denotavano aria e tristi condizioni di miseria di quella popolazione.

Il periodo di permanenza spesso si tradusse in episodi che procurarono seri grattacapi al comandante, maggiore Angelo Massimino ( già comandante del III battaglione ), turbando l’ambiente.

A causare questa situazione furono gli articoli pubblicati dal quotidiano “ La Nuova Calabria “ diretta da un certo Paparazzo, che desiderava dimostrare come i paracadutisti fossero portatori di una mentalità e di un regime ormai inesistente, che avevano danneggiato il popolo italiano e continuava pressapoco così : cosa si aspetta a disarmare questi soldati fascisti ?

Per comprendere origini e significato di questi fatti bisogna ritornare con il pensiero ai giorni dell’armistizio, allo stato d’animo delle popolazioni, ai neonati partiti politici di entrambe le parti, le confusioni, le condizioni di alcune regioni italiane che si erano viste aggiungere quelle conseguenti allo stato di guerra.

I paracadutisti che si trovavano al sud, sapevano di aver sempre compiuto il loro dovere di soldati e di italiani, avevano obbedito agli ordini dei loro superiori, solleciti di salvare il salvabile della dignità e dell’onore dei soldati italiani, senza abbandonarsi allo sconforto, senza cedere ad alcun sentimento o risentimento personale.

Gli episodi di intolleranza si moltplicavano, ai quali contribuiva la scarsa intelligenza delle autorità locali, che avevano autorizzato alcuni locali ad esporre cartelli che riportavano, ad esempio:” E’ consentito l’ingresso ai soli civili ed ai militari delle Forze Alleate.

Vietato ai militari italiani. “ Evidente il disprezzo per i nostri soldati, paracadututisti e non . Un giorno tre paracadutisti entrarono in un caffè chantant di media categoria.Posto vicino all’orchestra era stato appeso un cartello “ Si eseguono canzoni a richiesta “; Sul vassoio del cameriere, rimasto vuoto, dopo aver poste sul tavolo le bibite ordinate,uno di loro mise mille lire sul vassoio affinchè venisse eseguita “ Giovinezza “ la nota canzone che aveva percorso tutte le strade della Penisola.

Com’era nella previsione dei tre paracadutisti, il direttore della piccola orchestra non fece eseguire la canzone richiesta.

Erano paghi nell’aver fatto sapere agli antagonisti che ormai era giunta l’ora in cui le provocazioni avrebbero trovato le reazioni che meritavano.

Riposta la banconota nel portafoglio, pagate le consumazioni, nel silenzio generale uscirono in strada dove si trovarono di fronte un nutrito schieramento di carabinieri che avevano ricevuto l’orine di fermarli e tradurli al comando di presidio.Qualcuno aveva informato dell ‘episodio il Comando Militare. Forse in modo poco ortodosso i tre, riuscirono ad eclissarsi nelle stradette oscurate.Il mattino dopo si sparse la voce che un ufficiale del reparto era stato aggredito da un gruppo di facinorosi, costringendo gli attaccanti a prendere il largo.

La campagna denigratoria nei loro confronti, erano decisi porla al termine. Gli ammonimenti e le assicurazioni dei loro ufficiali non le ritenevano più sufficienti.

Perciò, una quarantina di paracadutisti, provenienti da vari reparti per non dare nell’occhio, prepararono un piano e passarono all’azione.Alcuni di loro si recarono in città per divulgare la notizia che il reparto si preparava ad attaccare la città e metterla a ferro e fuoco, qualcuno di lasciò sfuggire anche la data precisa. Tutto quanto in completa segretezza. Non intendevano ricorrere alle violenze, ma una ritorsione mediante una grande beffa che avrebbe ridicolizzato i cosidetti avversari.

Il giorno X, l’intero gruppetto, quella quarantina, lasciano gli accampamenti, raggiungono le prime case di Catanzaro, attraversando sentieri campestri e rustici cortili., eludendo i posti di blocco e la sorveglianza delle pattuglie autocarrate munite di mitragliatrici, e fin dalla notte, ingenti forze militari erano confluite rapridamente dai centri vicini che circondano Catanzaro.

Le truppe anglo-americane sono consegnate nei loro quartieri. Forze di polizia militare presidiano il centro cittadino.Si parla di una intera divisione di fanteria. Sul duro selciato di pietra il passo dei paracadutisti reso felpato dalle suole di gomma degli stivaletti, risuona leggero ma ha qualcosa di minaccioso, di pauroso.Basco sugli occhi, pugnale e pistola sulla cintura, sguardo duro, incedere deciso. Si va avanti in silenzio mettendo piede in centro cittadino.

Chiuse le saracinesche dei negozi, chiusi i portoni e le finestre delle abitazioni.

Questi ragazzi che hanno lasciato da poco i sentieri di guerra, calcano ora le strade di una città italiana con l’aria che si appresta ad una battaglia ? Chi avanza quel tardo mattino d’ottobre nelle vie di Catanzaro non è una squadraccia che si prepara ad una spedizione punitiva. E’ un gruppo di soldati italiani, che altri italiani hanno offeso vergognosamente.La loro presenza non è una minaccia, ma un mònito.Non faranno del male a nessuno, ma dovranno comprendere che i soldati d’Italia non lasceranno che si sputi sulle loro uniformi.

Oggi nessuno è sceso sulle strade a dirci carne venduta., perchè avete paura. Il vostro giornale tace Il suo starnazzare di anitra spennata non si è fatto sentire. Nessuno si farebbe vedere in giro con le pagine aperte del quotidiano, ed un piccolo gruppo di paracadutisti, con le mani nelle tasche, vi ha costretti al coprifuoco in pieno giorno.

La strada dove si trova la sede del giornale passa davanti alla caserma dei carabinieri ed a poca distanza della quale, schierati su tre file, armi spianate e baionette innestate, alcuni plotoni di carabinieri sbarrano la via ai paracadutisti che continuano a camminare e si fermano quando i loro corpi sfiorano le punte delle baionette., chiedendo all’ufficiale che li comanda di aprire le file per andare oltre.

”Ho l’ordine di aprire il fuoco se tenterete di passare”- “ Fate pure “ risponde il più elevato in grado dei paracadutisti, un sottufficiale proveniente dagli alpini, con quattro campagne sulle spalle e due volte ferito in combattimento, “ noi passeremo ugualmente,anche se dovremo aprirci la strada con le armi “.

L’ufficiale è interdetto, non sa più cosa fare. Per fortuna arriva il colonnello comandante della polizia militare.

Ha il volto preoccupato e sorpreso, si fa avanti e chiede “ come avete fatto ad entrare in città, con tutto lo schieramento di forze....” – “ E’ il nostro mestiere, arrivare dove gli altri non potrebbero” risponde il sottufficiale di prima. “ Sapete che abbiamo l’ordine di impedirvi il passaggio anche a costo di far uso delle armi ? “ – “ Lo sappiamo – allora evitiamo questo conflitto e lasciateci passare. – “ Dove volete andare ? “ Il sottufficiale si gira, esita un momento e guarda i suoi compagni.” Signor colonnello abbiamo con noi dell’ esplosivo.Ci lasci passare, facciamo saltare in aria una certa tipografia e poi promettiamo di andarcene, buoni, buoni, senza fare del male a nessuno....” Il Colonnello intuisce che si sta bluffando e comprende che l’obbiettivo dei paracadutisti è un altro: quello di procurare a tutti molta paura.

“ E se ve lo impediremo” dice con aria burbera.- “ Allora verranno altri paracadutisti ed allora il ferro e fuoco ci saranno davvero e non solo per il giornale...”

I carabinieri lo guardano in silenzio e, come i paracadutisti, attendono l’epilogo di quel dialogo, curiosi di sapere dove andranno a parare quei due : un alto ufficiale con gravi responsabilità di comando e mansioni ed un giovane sottufficiale, che a guardar bene, si è messo in mezzo ad un grosso pasticcio, che potrebbe costargli la degradazione. “ Una soluzione ci sarebbe forse, signor colonnello. Se qualcuno domani si prendesse la briga di far pubblicare un articolo di scuse....non so se ho reso l’idea...” – “ Ti sei spiegato abbastanza ragazzo “ risponde l’ufficiale, soddisfatto per la soluzione proposta.

Guarda ora i paracadutisti. uno ad uno, e impartendo alcuni ordini ai suoi subalterni, entra in caserma seguito dai paracadutisti.L’intelligente comandante riuscì far pubblicare dal giornale l’articolo richiesto dai paracadutisti.L’articolo descriveva ed esaltava i paracadutisti stanziati a Borgia e quelli del 185°, nei giorni dell’armistizio.

Il maggiore Massimino, malgrado lo scalpore suscitato dall’exploit dei “ quaranta “del 185°, non fece nulla per individuarne i nomi , nè alcun provvedimento venne attuato, perchè in fin dei conti essi agirono, a loro rischio e pericolo, non per fatto personale o spinti da passione politica, ma solo in difesa del buon nome del soldato italiano










 
 
 
 
 
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DUE RACCONTI DI UN ALPINO PASSATO ALLA FOLGORE IN AFRICA
Lunedì, 17 Novembre 2008


PARMA- Abbiamo ricevuto due racconti da un Reduce della Folgore del 1942.

Ci complimentiamo innanzitutto per la Sua capacità tecnologica, visto che usa regolarmente il computer.

Avevamo letto qualche suo intervento sulla rivista Folgore, e per questo gli abbiamo chiesto una biografia. Eccola:



PRIMO RACCONTO






HALAM HALFA o HALAM El-HALFA


di Arrigo Curiel



Gli storici ed i grossi papaveri britannici si servirono di un nome coloniale pomposo “ Battaglia di Halam Halfa “, assai improprio perchè Halam Halfa fu solo una speranza per l’armata attaccante e non una lotta.

Rommel dopo aver fatto attaccare all’inizio della notte fra il 30 e 31 agosto 1942, la zona di Ruweisat dalle truppe italiane, scatenò verso mezzanotte l’intero Afrika Korps, 600 carri di cui 550 germanici e fatto il pieno nel primo pomeriggio del 31 si diresse verso Quota 132. L’attraversamento dei campi minati non è facile, anche per l’intervento di artiglierie e mitragliere piazzate al punto giusto.

Notte spaventosa, particolarmente fatale ai Tedeschi. Alle 22 quattro generali hanno affrontato il campo minato alla testa delle divisioni 15^, 21^ e 90^. Uno solo dei quattro supera il limite orientale del campo minato. E’ von Gustav Vaerst, non più alla testa della sua 15^ . Rommel lamentava la perdita del generale Georg von Bismarck comandante della 21^ Panzerdivision, che era stato ucciso, nonchè quella dei generali Walter Nehring comandante dell’Afrika Korps, di Ulrich Kleeman, che erano stati feriti. In poche ore le sostituzioni sono compiute, ma l’ossatura del comando è inevitabilmente indebolita.

L’alba è livida, si è levato un ghibli furioso che, unitamente all’attraversamento molto lento nei campi minati, ha determinato un consumo enorme di carburante. Ora diventa assillante perchè la battaglia è stata iniziata senza riserve, contando sui rifornimenti che dovevano affluire in conbattimento.Ma in pochi giorni vengono affondate le cisterne e le navi Camperio, Delphi, Fassio, Abruzzi, Tergeste e la grossa petroliera Pozzarica. Poi un’altra notizia deprimente : una formazione di Stukas ha bombardato una colonna di nostri rifornimenti, scambiandola per nemica, così la benzina necessaria a proseguire l’azione si è trasformata in gigantesche nuvole nere, nel cielo della battaglia. Nuovi ritardi si sommano ai primi . La reazione britannica è assai superiore alle previsioni .
La gran zampata non è riuscita a Rommel, che invece di aggirare la lunga catena collinosa di Alam Halfa, la taglierà al nord, puntando verso il mare. Sottoposto ad un incessante bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria, e la mancanza di carburante dovette fermarsi.

La battaglia si svolse dal 30 agosto al 5 settembre.

L’aviazione fa fallire la sorpresa, i campi minati precludono la celerità
Le perdite sono ingenti da ambo le parti : 120 mezzi corazzati e 10 cannoni inglesi, 400 mezzi corazzati e 50 cannoni italo-tedeschi. Ma le perdite dell’Asse questa volta sono irrimediabili; da questo momento la sua sorte è segnata. La marcia sul Cairo era definitivamente abordita.

L’Afrika Korps era avanzata di soli 15 chilometri verso est anzichè dei 50 previsti ed il fronte si era stabilizzato a 75 chilometri da Alessandria su unostretto istmo largo circa 50 chilometri, fra la piccola stazione ferroviaria di El Alamein, a nord del Mediterraneo, e l’impraticabile depressione di El-Qattara.

I servizi segreti britannici grazie al decodificatore " ULTRA “ venivano informati di tutti i movimenti dell’Asse, dalle scelte strategiche alle rotte segrete, alla composizione dei reparti che sarebbero stati impiegati nelle operazioni, sino alla disponibilità di benzina per ogni singolo carro armato. Testimonianza di come gran parte delle sconfitte,da Matapan a El Alamein, furono anche in gran parte dovute alla testarda convinzione germanica che il loro servizio d’informazioni “ ENIGMA “ fosse impenetrabile e che informare il nemico fossero i “ traditori italiani “

Il fatto curioso dell’autoblindo truccata che gli inglesi fecero saltare in un campo minato tedesco prima della battaglia dì Alam Halfa , inscenando una verosimile avventura di una pattuglia notturna sorpresa dai razzi,con feriti ricuperati a fatica sotto il fuoco.

Nell’interno dell’autoblindo una pattuglia di ricognizione tedesca,il 21 agosto trovò tracce di sangue e documenti. Tra questi una carta delle difese britanniche nel settore meridionale, vecchia ed unta,piena di appunti , apparentemente di un ufficiale topografo incaricato di aggiornare la situazione con rilievi rigorosamente esatti, quali erano richiesti per la sicurezza di chi, nei campi minati, doveva lavorare o combattere. La carta era ricca di indicazioni : varchi sicuri, piste di emergenza, piste normali. Il documento esaminato dagli specialisti del Q.G. tedesco, venne considerato autentico e servì per stabilire le linee d’attacco con assoluta sicurezza.

Era stato Bernard Law Montgomery che aveva fatto preparare dal suo Capo di S.M. il maggior generale Freddie de Guingand, il trucco dell’autoblindo e della carta, che indusse Rommel nell’errore.








SECONDO RACCONTO




Capitano paracadutista Salvatore Pescuma : destino crudele





Alle 14,30 del 30 aprile 1941, da tre S.M. 82 , inizia il lancio su Argostoli, una delle Isole Ionie.

La zona prescelta , situata in località Krancia a sud – est di Argostoli, è brulla e sassosa, con dei muretti a secco a confine fra i magri campicelli, gli atterraggi nsono un pò bruschi, sette paracadutisti rimangono infortunati, nessuna reazione da parte dei greci.

L’ordine di partenza giunse improvviso al comando del II battaglione paracadutisti, accasermato a Civitavecchia Il comandante, maggiore Mario Zanninovich, giunse di corsa in caserma e si recò aql Comando presentandosi al generale Enrico Frattini che gli comunicò l’ordine di partenza..

Il testo diceva:” Partenza immediata con due compagnie in completo assetto ed equipaggiamento lancistico,aerorifornitori normali partenza in treno alle 22,30, gli ordini di dettaglio seguiranno più tardi “. C’era poco tempo a disposizione, ma il II battaglione paracadutisti era già pronto.

I capitani Avogadro, Macchiato e Pescuma si presentarono sull’attenti dicendo che le loro compagnie erano pronte a muovere, il maggiore Zanninovich rimase un attimo pensieroso, po rivolgendosi al capitano Pescuma disse:” Non è necessario mobilitare la tua compagnia, dovrai per il momento rimanere in sede”.

L’annuncio colpì duramente il capitano Pescuma che cercò di riprendersi dicendo che la compagnia era già pronta da un pezzo, ma ormai la scelta era fatta ed il maggiore Zanninovich spiegò brevemente il perchè doveva rinunciare alla 4^ compagnia; l’impresa sembrava davvero importante ed i paracadutisti non volevano essere esclusi per nessun motivo, ma gli ordini sono ordini ed il capitano Pescuma comprese.

Forse il suo dolore fu più forte in quella sera di aprile, che l’anno successivo quando colpito a morte nel deserto egiziano offrì la sua giovane vita alla Patria senza recriminazioni, nè rimpianti.
Da Civitavecchia partirono la 5^ e 6^ compagnia. Il viaggio durò tutta la notte e parte della mattinata, e quando scesero dal treno, la rossa terra del Salento li accolse, tra viti e olivi, con un cielo azzurro e un leggero carezzevole vento di primavera che proveniva dal vicino mare.

Oltre la liquida distesa azzurra dello Ionio, un’isola li attendeva per battezzarli nel loro primo lancio di guerra : Cefalonia !

I reparti del 1°, 2° e 3° reggimento paracadutisti giunti indivisionati in Africa Settentrionale venivano immediatamente inviati a presidiare le posizioni di prima linea di El Taga ( II battaglione maggiore Zanninovich ), depressione di El Qattara ( IV battaglione, ten.col. Alberto Bechi Luserna ) e di Forte Menthon ( IX battaglione maggiore Aurelio Rossi e X battaglione, capitano Amleto Carugno )

Alla battaglia di Alam Halfa, iniziata il 30 agosto, la divisione paracadutisti Folgore partecipò con tre raggruppamenti tattici.: battaglioni V , VII e II gruppo artiglieria, “ battaglioni II , I gruppo artiglieria e altre unità divisionali.;i battaglioni IX e X e III gruppo artiglieria.


La sera del 31 agosto 1942 il raggruppamento “ Camosso “, rinforzato dal III gruppo 185° reggimento artiglieria paracadutisti del maggiore Ferdinando Macchiato, muoveva dalle posizioni di Forte Menthon per occupare quelle di Deir el Alinda – Quota 101, mentre il II battaglione del raggruppamento “ Bechi “ raggiungeva Naqb Rala – Qaret el Himeimat. Marcia faticosa, contrastata dal continuo tiro delle artiglierie avversarie, effettuata senza automezzi, trasportando a spalla le armi e tutto il materiale necessario per vivere e combattere sulle posizioni.

Alle ore 4,30 del 4 settembre il nemico su tre colonne( la 5^ brigata neozelandese e la 132^ britannica ) sostenute da reparti corazzati ( 46° e 50° Royal Tanks. Ne seguì un violento combattimento, che si concluse con un completo successo. Alle 10 l’attacco avversario era stroncato.

Il nemico perdette, secondo loro stessa ammissione 963 uomini, e alcune decine di mezzi blindati e corazzati; i paracadutisti circa 200 uomini in morti e feriti.., e nelle nostre mani 300 prigionieri, fra i quali il comandante della 6^ brigata neozelandese, generale Alan Clifton, l’intero suo Stato Maggiore, circa 20 mezzi corazzati venivano immobilizzati; 18 cannoni anticarro, 4 Jeeps, 8 autocarri e 4 Bren Carriers restavano nella nostre mani.

I comandanti del IX e X battaglione cadevano in combattimento. Il raggruppamento “ Camosso “ ( il cui comandante era stato ferito ) perdeva il 20% dei propri effettivi.Caduti i rispettivi comandanti, i battaglioni IX e X ( assottigliati anche a causa delle malattie ) vennero riorganizzati in un unico battaglione che assume La denominazione di IX. Il capitano Salvatore Pescuma assumeva il comando del IX battaglione

Il 14.9.42 il tenente Baldassare Giubilaro, comandante la compagnia comando , mi mandò a chiamare, invitandomi ad accompagnare il capitano Pescuma, nuovo comandante del IX battaglione, per un giro d’ispezione nelle postazioni dei reparti dislocati a Deir el Alinda: 25^ , 26^, 27^ compagnia, 1^ batteria del III gruppo artiglieria. Stavamo lasciando la postazione del cannoncino anticarro 37/42, quando sentimmo partire una salva dei micidiali 77 inglesi.I proiettili arrivarono molto vicini a noi, con un tonfo assordante, sollevando molta sabbia. Mi alzai in piedi: il capitano Pescuma era disteso e una grande macchia di sangue sgorgava dal fianco.Ero sconvolto, disperato, chiamai i portaferiti. Non c’era più nulla da fare.Lo misero su una barella. Mi misi sull’attenti portando la mano aperta sul basco in segno disaluto.Conoscevo la sua storia Un destino crudele aveva voluto la sua fine.






*:
BIOGRAFIA DI ARRIGO CURIEL


Lasciati gli studi mi sono arruolato negli Alpini, avendo praticato le arrampicate su roccia nelle Alpi Giulie e Dolomiti.

Assegnato alla Scuola Centrale Militare di Alpinismo di Aosta il 16.11.1939, ho partecipato alle operazioni di guerra sul Fronte Occidentale ( Col du Mont- Villar dessous- Borg S.t Maurice in qualità di sergente e a quelle del Fronte Greco-Albanese, con il Btg. Sciatori Monte Cervino;

ferito sul Mali Scindeli( bufere di neve a 2000 metri, attaccati giorno e notte ) nel marzo 1941, in uno scontro all'arma bianca, sono stato rimpatriato ( del Btg. Cervino era rimasto solo un plotone ! ) e dopo la convalescenza ho fatto domanda per frequentare la Scuola Paracadutisti di Tarquinia - moltissimi Alpini reduci della Grecia avevano fatto altrettanto - ho seguito il corso e sono stato brevettato nell'aprile 1942.

Assegnato alla C.C. - IX Btg. - 187° Rgt. Folgore- raggiunta l'A.S. a metà luglio 1942, ho partecipato ai combattimenti di Halam Halfa- Deir Alinda - Deir el Munassib- battaglia di E Alamein ferito il 2.11.42.

Anzichè rimanere all'ospedale da campo ed eser fatto prigioniero ho preferito affrontare il ripiegamento delle Forze dell'Asse sulla Balbia, da Fuka a Tripoli, dove un Heinkel 111 mi ha trasportato a Brindisi. Ottenuta la riabilitazione ai lanci, dopo la licenza di convalescenza( Scuola di Viterbo ) ho fatto parte della 33^ Cp. - XI Btg. - 185° Rgt. Div. Nembo, da sergente maggiore, partecipando alle operazioni di guerra in Sicilia e Calabria e dopo l'8 settembre 1943 a tutta la Guerra di Liberazione.

Frequentata la British Shool sono stato assunto dal S.I.M. e con il B.L.U. dell'VIII Armata inviato in due missioni oltre le linee tedesche.Nell'ultima ( novembre 1944 ) sono stato ferito gravemente alla gamba destra.Ricoverato al'ospedale militare inglese di Maddaloni e poi a Pozzuoli , sino al giugno 1945.Congedato il 16 ottobre 1948 per invalidità di guerra. Sono stato promosso maresciallo maggiore, decorato al V.M. e nominato Cavaliere al Merito della Repubblica.



 
 
 
 
 
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ROMMEL E I PARACADUTISTI DI EL ALAMEIN
Venerdì, 7 Novembre 2008




PARMA- Spigolando tra la posta elettronica di un salvataggio di alcuni mesi orsono, abbiamo trovato un articolo che ricevuto dall'amico Maurizio Pinna, figlio dell'indimenticabile Tano, artigliere paracadutista di El Alamein.

Era stato inviato nei giorni della polemica della palma fotografata su un mezzo militare in Iraq.


Ecco l'articolo










Erwin Johannes Eugen Rommel



Novembre 1944
al POW CAMP 305 arriva la notizia della morte di Rommel




Il 14 ottobre 1944 ad Herlingen moriva suicida il Feldmaresciallo Rommel, l’amato comandante dell’Afrika Korps, detestato dagli ufficiali più preoccupati della loro carriera che del destino dei Reparti loro affidati, adorato dai semplici soldati con cui divideva il rancio ed i pericoli.
La notizia arrivò al 305 POW CAMP verso la fine di ottobre attraverso i giornali inglesi.
La morte era stata ufficialmente causata dalle ferite riportate nel mitragliamento avvenuto a Luglio durante una sua ispezione sul fronte interno della Francia, dove aveva riportato una frattura al cranio e la parziale cecità di un occhio.
La verità, ossia il suicidio, indotto per salvare la famiglia dal processo per tradimento a seguito dell’accusa di una sua partecipazione indiretta nel complotto che culminò nell’attentato ad Hitler, si venne a sapere solo dopo alcuni anni la fine della guerra.
Al pow camp 305 la notizia fu una di quelle che più colpirono gli animi.
Tra i prigionieri il Magg. Sammarco, della Div. Brescia, originario di Milano, ricordato anche da P. Caccia Dominioni come uno dei pochi gerarchi del PNF che invece di starsene nelle pinete agordine o sulle spiagge versiliesi aveva indossato la divisa e raggiunto la prima linea, restandoci fino alla fine, scrisse la poesia che segue.

Tano la copiò, anche in questo caso i piccoli fogli trasparenti vennero salvati e riportati in Patria, ora sono lì, accanto a tutti gli altri.
Molti anni fa Tano, come scrisse poi a Sepp Armbruster, ufficiale di ordinanza di Rommel, inviò la poesia al figlio del Feldmaresciallo quando era Sindaco di Stoccarda.
La risposta di Manfred Rommel non si fece attendere, e non fu formale.
Anche questa lettera è ancora conservata.









Salmo della speranza

in memoria del GeneralFeldmarshal
Erwin J. Rommel





Rommel è morto!
Rommel!

Nel nostro cuore
rimbomba il grave rullo funebre
che viene dalla sua tomba.
Là nel pallido Nord

Fanti della Savona,
carristi dell’Ariete,
Brescia, Trieste, Folgore.
Legioni della sete.
Rommel è morto!
Rommel!

Non più
la sua Cicogna sorvola la battaglia
e porta il Comandante,
tra soffi di mitraglia,
in mezzo ai suoi soldati.

Non più
dall’autoblinda,
ritto nel polverone,
traccia la strada impervia
che il fuoco del cannone spalanca
alla Vittoria.
Non batte più l’intrepido cuore del Generale.
Vedo
nell’ombra gotica di un’ampia cattedrale
compiersi il rito funebre.

Guizzano le baionette
nel tremolio dei ceri,
schiere di veterani, impietriti, severi,
e la folla in ginocchio.

Poi
ritmati
sul lento rullare dei tamburi,
risuonano gli accenti
alti,solenni,puri
del Salmo millenario

Nell’insondata tenebra,
di là da questa vita,
la voce del tuo Popolo
colma di infinita speranza
Ti accompagna.

Sono madri che pregano,
le madri dei Caduti
di Tobruk, d’Ain el Gazala,
dei ragazzi perduti
da Stalingrado a Brest.

Sanguina la Germania
chiusa in un cerchio ardente,
e la tua spada giace
sul tumulo recente.

Ma la speranza vive!

Vive
tra le rovine dei vecchi borghi in fiamme,
vive in questa prece,
che innalzano le madri
con le parole antiche.

“In te speravit Domine”
ed il salmo promette dall’arco
preparate spaventose saette
sul nemico irrompente.

“Multiplicati sunt”
che importa se i nemici gonfiano
come marosi,
se le mitragliatrici non bastano a falciarli?
Se nei limpidi cieli
che narrano la tua Pace
o Signore
quel rombo di stormi
mai non tace.

E’ viva la speranza.

Pian piano
all’imbrunire
la chiesa resta vuota,
solo la Guardia
veglia,
irrigidita, immota
intorno al catafalco

Ed ecco
dal profondo,
dalle oscure navate,
Legioni silenziose
sfilano
incolonnate
davanti al Maresciallo.

Passa la Novantesima di fanteria leggera,
passano gli adolescenti della Camicia Nera,
quelli di Bir el Gobi,
passa la Trento lacera
che insaguinò ogni pista,
da Sirte al Minareto,
e fu distrutta
in vista del Mare d’Alessandria.

I Morti di Alamein,
i Morti di Bardia
i Morti
i Morti invitti,
in lunga teoria
salutano la bara,
dileguano nel buio,
non dicono parole di trepida preghiera.

Ma raggia come un sole
nei volti
la speranza
Radiosi volti esangui.

Qualcuno ne ravviso.
Fermo compagno
dimmi,
dimmi se al tuo sorriso posso credere,
anch’io!
Dimmi quello che sai.
Ascoltami, t’imploro!

Sen’vanno.
Non rispondono

Ed il mattino d’oro già investe le vetrate.

E’il giallo sole d’Africa:
Ogni cosa svanisce.

Non rullo di tamburi,
è il mio cuore
che scandisce

Rommel è morto!
Rommel!

Ma sulle mie ginocchia
l’antico Libro giace,
lieve fruscio di fogli,
come alla brezza piace

“Eructavit cor meum.”


Maggiore Sammarco
I° Btg. 19° Rgt Ft. Div. Brescia
Novembre 1944
305 P.O.W. Criminal Camp Meadle East – Egypt - El Kassasine

Testo raccolto e conservato in originale
dall’art. parac. Gaetano Pinna della 3 ^poi 2^ Btr.
I° Gr. del 185° Rgt. Art. Parac.
P.o.w. n.346966 - 305 Criminal Camp –
El Kassasine - Regione dei Laghi Amari – Egitto







Stemma dei Veterani dell’Afrika Korps
Una spilla dei veterani con l’antico simbolo venne regalata da Sepp Armbruster, rappresentante in Italia dei veterani dell’Afrika Korps, a Tano Pinna nel ricordo dell’amicizia continuata in guerra e dopo, tra soldati che si batterono, con onore e coraggio, in terra d’Africa.

Nella lettera a Sepp,ringraziandolo del piccolo grande regalo,Tano scrisse: “Salvai dalla prigionia la divisa di guerra, ed ora è piegata accanto alla bandiera dell’Italia e dell’Istria, ed il tuo graditissimo regalo è accanto alle mie tre medaglie”.



 
 
 
 
 
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TRE GIORNI DEL RICORDO DI EL ALAMEIN DELLA SEZIONE DI PARMA ( E DEL NOSTRO SITO)
Venerdì, 31 Ottobre 2008








le foto sono di Fulvio Cenci, che le ha scattate in condizioni di luce e operative difficili, vista la folla che ha partecipato



PARMA- Si sono conclusi con un successo organizzativo e di partecipazione di paracadutisti,di pubblico e di ospiti, a Parma, nella splendida cornice di Piazzale della Pilotta, i "tre giorni del ricordo dei Leoni della Folgore".

La cerimonia col lancio, proposta dall'onorevole Paglia e dal nostro sito -che è stato sponsor e co-organizzatore- è stata ideata per condividere con i Paracadutisti di Parma una ultima giornata del ricordo, dopo la Staffetta degli ideali di Venerdì 24 e la Festa del 25 a Livorno.



Si è trattato di uno sforzo fisico, organizzativo ed economico, notevoli, che abbiamo condiviso con molti paracadutisti di tante città italiane, mettendo alla prova con successo il cameratismo che emerge in queste occasioni importanti. Siamo molto soddisfatti di avere dato una ottima copertura giornalistica agli eventi, con migliaia di visite al sito mentre gli eventi erano in pieno svolgimento. Una sorta di "diretta" all'altezza delle migliori redazioni.

E ora , la cronaca dell'ultimo emozionante impegno.

PARMA- Domenica 26 Ottobre ore 11 e 15: uno spettacolare e difficile lancio sul centro della città ha dato il via ad una toccante celebrazione del ricordo, alla presenza dell'Onorevole Paglia, la medaglia d'oro al valor militare di cui andiamo orgogliosi, con tutti i labari delle Associazioni e un pubblico e Autorità da grandi occasioni.

Due Paracadutisti in Uniforme storica -dopo il lancio,riuscito perfettamente- hanno condotto con un ordinato e uniforme corteo, centinaia di ospiti fino al Monumento ai Caduti.

Subito dopo sono stati pronunciati i discorsi del rappresentante del Sindaco, il saluto del Comandante della Folgore,rappresentato da un drappello dell'8° Reggimento, quello dell'Onorevole Paglia e del Leone della Folgore Giorgio Peruzzi, indisposto, che ha inviato alcune righe di partecipazione.









Palpabile commozione e tensione emotiva tra i presenti, mentre le note del silenzio, suonate da una tromba bravissima, hanno fatto venire a molti il groppo in gola.

Un'ora di orologio in tutto, sobria ma intensa, che ha ripagato tre settimane di intenso lavoro di squadra.

Presenti -per il Comune- gli Assessori Monteverdi e Bernini e i consiglieri Moine e Mora (paracadutista), la dottoressa Barraco col suo assistente dr Ghidini, cerimonieri del Comune, i Paracadutisti hanno guadagnato i complimenti di tutti e la promessa di farla diventare una tradizione.

Un successo che premia la collaborazione con i migliori (e fortunatamente ancora assai numerosi) uomini della sezione di Parma dell'ANPDI.

Un nutrito gruppo di Paracadutisti impeccabili, attenti, coinvolti,uniformi,entusiasti e intelligenti - e soprattutto superiori ad ogni meschinità- si è speso per giorni insieme a Walter Amatobene, per realizzare un progetto lanciato dall'Onorevole Paglia, che il webmaster e Giovanni Conforti, istruttore senior e solido punto di riferimento della sezione da venticinque annni, hanno messo in piedi in pochi giorni solo grazie alla collaorazione di tutti.

Ulteriori volani dell'iniziativa sono stati i paracadutisti Pietro del Grano e Camillo Scotti , coadiuvati dai "soliti" Giorgio Cenci (impeccabile speacker e comandantante pattuglia guida) e Fulvio Cenci, che, dopo la co-organizzazione della partecipazione del sito alla staffetta e alla Festa, ha pure fatto il servizio fotografico, che pubblicheremo in galleria fotografica entro mercoledì, insieme a tutte le altre della "tre giorni".





Giovanni Mazzitelli, Giovanni Conforti, Pietro del Grano e Walter Amatobene ( in ordine di uscita),hanno avuto il privilegio di lanciarsi nel cielo sopra il centro storico di Parma, con una meteo perfetta.

La "Pilotta", come la chiamano da secoli i parmigiani, nonostante il nome inadeguato di Piazzale della Pace, è una piazza-gioiello incastonata nel salotto cittadino, infestata da gruppi di immigrati illegali che la insozzano e la rendono impraticabile di giorno e che il Comune pulisce quotidianamente spendendo migliaia di euro per mostrarla bellissima com'è, ai turisti che a migliaia visitano la mostra del Correggio.

Per qualche ora è ritornata italiana, grazie ai paracadutisti e ai due tricolori in volo di Conforti e Amatobene.

La Brigata Folgore ha partecipato con uomini impeccabili dell' 8° Guastatori, che rappresentavano il Comandante Castellano.

Carabinieri, Finanza, Polizia Penitenziaria ,Polizia di Stato e Poizia Municipale si sono schierati a fianco dei Paracadutisti e hanno dimostrato di apprezzare l'iniziativa. La protezione civile , attivata dal loro delegato provinciale Giorgio Cenci, era massicciamente presente per la sicurezza in zona lancio.

Il Comune anche. A tutti avevamo dato pochissimo tempo.

Tutto è partito il 12 di Ottobre, compresa la richiesta di NOTAM.

E' stato un successo degli ideali.

Tutti hanno collaborato, tranne rarissimi casi, di cui parleremo a riflettori spenti (ma sito delle news acceso...)

Alla fine, in partenza per Caserta, la medaglia d'oro Paglia è stata salutata con un tonante Folgore da un picchetto che rappresentava tutte le forze schierate in campo la mattina.


 
 
 
 
 
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LA STAFFETTA PER I LEONI DELLA FOLGORE - EDIZIONE 2008
Martedì, 28 Ottobre 2008




PARMA-I due "plotoni" di paracadutisti partiti da Tradate il 23 Ottobre e da Tarquinia la mattina del 24, hanno percorso l'Italia di giorno e di notte, in una atmosfera "speciale" creata dalla sensazione di essere pochi e un pò matti. Un pò pazzi , un pò poeti, dice la canzone.

Lungo il percorso si sono incontrati con numerosi altri che hanno dedicato qualche ora all'impresa, per poi tornare al lavoro oppure proseguire per Livorno. Tutti si sono incontrati e abbracciati alla Vannucci,la notte tra il 24 Ottobre e 25 ottobre, oppure la mattina del 25.

Quelli giunti di notte -alle quattro del mattino quelli di Roma, poche ore prima quelli di Tradate- hanno reso omaggio, nell'oscurità illuminata solo dalla torcia, al Monumento ai Caduti.

Prima di tutti gli altri. Un privilegio raro.



Quelli di Tarquinia hanno addirittura "pompato" davanti al Nostro monumento. In silenzio. Poi una doccia e una branda nella palestra del 187mo Reggimento.

Mentre molti erano appena rientrati dai ristoranti del pesce, pieni di alcool, i Tedofori hanno festeggiato i 230 e 340 chilometri percorsi senza sosta, come paracadutisti.

Stanchi, bagnati, contenti come ragazzi. Come se avessero ancora vent'anni. I veri Paracadutisti rimangono forti, anche se invecchiano. Rimangono fanciulli, anche se il tempo li aggredisce. Rimangono a schiena dritta, anche se la vita cerca di piegarli. Per un giorno deve saltare fuori l'anima che ci distingue dalla massa. Si: dalla massa. Anche dalla massa dei similparacadutisti.


Insieme, i due coordinatori Aldo Falciglia e Fabio Orsini, hanno scelto coloro che avrebbero scortato la Fiaccola all'ingresso in Piazza d'Armi e chi avrebbe fatto il picchetto d'onore vicino al Braciere. Per motivi di spazio e di tempi della cerimonia, molti, moltissimi non sono comparsi. Hanno umilmente e semplicemente portato la Fiaccola per qualche chilometro, o per tutta la notte, e hanno assistito alla cerimonia dalle tribune. Così è stato per molti paracadutisti romani e di Velletri, di Parma, di Piacenza, di Massa, di Civitavecchia, di Viterbo, di Cremona, di Milano, di Monza, di Bergamo e delle atre città da cui provenivano.Così è stato per quelli che venivano dal CAPAR.



Ecco l'articolo di uno di loro, più fortunato, cha -giunto alla Vannucci- è stato scelto per terminare la cerimonia in Piazza d'Armi.

LE FOTO DEGLI ULTIMI CHILOMETRI DI TARQUINIA

ALCUNE DELLE FOTO DI TRADATE - ALTRE SEGUIRANNO -


Ecco cosa ci scrive uno dei Tedofori: (l'articolo passerà in STORIA E REDUCI , per avere una visibilità permanente, come merita, ndr)



Staffetta per i Leoni della Folgore - edizione 2008 -

di G.Salinari




Nei resoconti come quello che sto per fare si rischia sempre di essere un po’ retorici. Tanto più se si ricorre all’anafora, la più retorica tra le figure della nostra bella lingua italiana. Ma altrimenti non potrebbe essere nel nostro caso, dal momento che parlerò di “onore”: un termine che non tollera sinonimi, poiché che lo si scomoda – o almeno, lo si dovrebbe scomodare – solo in rare occasioni.

Un onore, dunque, è partecipare di buon mattino alla ristretta - direi intima – e toccante cerimonia al cimitero di Taquinia. E’ lì d’altronde che ha preso vita il paracadutismo italiano. E’ lì che si sono forgiati i Leoni di El Alamein.
E’ un onore correre la staffetta con paracadutisti di ogni ordine e grado.

E’ un onore riposare le stanche membra tra le pareti delle caserme che sono dei paracadutisti. E il pensiero – consentitemi - va a quei soldati che, pensando a noi della staffetta, hanno approntato con accurata attenzione le brande nella bella palestra della Vannucci.

E’ un grande, grandissimo onore, infine, attraversare la piazza d’armi della caserma livornese d’innanzi ai reggimenti sull’attenti; al cospetto delle autorità e di un meraviglioso pubblico appassionato.

Attraversare quel piazzale, col la Brigata Paracadutisti schierata, più che un’emozione, è un sentimento nobilitante, che non può non lasciare un segno indelebile nell’animo.

Ma il senso profondo della Staffetta della Folgore lo si afferra di notte, correndo da soli sull’Aurelia, magari, com’è successo quest’anno, sotto una pioggia scrosciante.

Da solo, e con la Fiaccola degli Ideali alzata verso il cielo, incede spavaldo e fiero il tedoforo. Da solo, ma sul collo il respiro rassicurante dei paracadutisti dietro di sé. E’ in quel momento che riaffiora nella mente del paracadutista il senso recondito di tenere accesa quella fiamma.

Non c’è attività più comunitaria e metaforica di una staffetta. Il passaggio del testimone, la necessità di tener vivo il fuoco della tradizione.

Ancor più nobile – permettetemi di dire – è la discrezione con la quale tutto ciò accade. In una società alla ricerca spasmodica del mettersi in mostra, dell’apparire, c’è ancora chi, nel silenzio, percorre la sua strada, in disparte, con disciplina e decoro, senza bisogno di riflettori o del riscontro di chicchessia. Forte, deciso, discreto, il tedoforo della Staffetta della Folgore corre sotto l’egida delle proprie convinzioni; alla luce di una morale che appare ancora vigorosa e lascia ben sperare per il futuro.

Si percorre di fatto l’Aurelia a piedi da Tarquiinia a Livorno, l’antica strada tracciata dai padri: la metafora viene fin troppo naturale. Il pensiero in quei momenti va ai paracadutisti di El Alamein così come a tutti i “Padri”, eroi della nostra Patria e della nostra cultura.

Un gesto che ai più potrebbe apparire privo di senso, ma che trova invece la sua ragion d’essere proprio nell’assenza di un tornaconto di qualsivoglia genere. Sforzo fisico fine a se stesso, impegno, sudore, fatica. E tutto il resto che non si dice, perché bisogna essere lì per sentirlo. Sentirlo in un modo, che tutte le parole, qui, diventano inutili.

L'ELENCO DEI PARACADUTISTI DELLA STAFFETTA DI TARQUINIA



Sezioni che hanno partecipato:

A.N.P.d’I. ROMA–VELLETRI-CIVITAVECCHIA E VITERBO


"Infiltrati" da nord , in ordine alfabetico:

Amatobene walter - Socio ANDPI ROMA -

Cenci Fulvio

Hauff Rodolfo

VIP

Generale di Brigata Giovanni Fantini


Da Roma:



Orsini Fabio
Venturini Stefano
Fenili Augusto
Calamai Leonardo
Salinari Giuseppe
Venturi Giampiero
De Mastrangelo Francesco (lagunare in servizio)
Tesserini Virginia

Di Paolo Umberto (reduce 183° , al check point Pasta)

Picciau Roberto - GdF


Tonicchi Gianluca
Deriu Simone

Cirillo Mario
Palazzi Lorenzo
Santamaita Fabrizio
Romagnoli Maurizio
Bernardi Marco




 
 
 
 
 
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LA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN
Lunedì, 27 Ottobre 2008

Le sezioni di Livorno e Novara hanno condotto con successo una "operazione El Alamein", composta da 330 tra paracadutisti e loro familiari. Un successo. Il Generale di Brigata (aus) Salvatore Iacono, già Vice Comandante di Brigata, ci ha inviato un sunto della relazione che ha tenuto ai partecipanti, per introdurli alla Storia che si accingevano a rivisitare col viaggio al Sacrario.

Lo ringraziamo di cuore, anche per le foto

CHE PUBBLICHIAMO QUI





LA DIVISIONE “FOLGORE” NELLA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN

Il 23 ottobre 1942 la Divisione “Folgore” era schierata con circa 3500 uomini ad El Alamein nel settore meridionale su un fronte di 14 Km.
La giornata trascorreva tranquilla nell’attesa di una offensiva nemica che si profilava minacciosa da giorni.

Sul fronte opposto il 13° Corpo britannico era schierato sulle basi di partenza occupate silenziosamente nella notte precedente. Esso inquadrava la 7° D. cor .inglese, la 44° e la 50° D. f. inglesi, la 1° Br. f. francese e la Br. f. greca per un totale di circa 50.000 uomini, dotati di 120 carri ed oltre 100 cannoni da 75 libbre.


Alle ore 20.40, ora italiana, su tutto il fronte della Divisione, l’orizzonte davanti alle linee tenute dai paracadutisti avvampò improvvisamente, mentre un uragano di fuoco si abbatteva sui capisaldi della difesa e sugli schieramenti di artiglieria. Nascosti dalle nubi i bombardieri della RAF sganciavano, a loro volta, tonnellate di bombe su tutto lo schieramento.


Alle 21.00 gli inglesi del VII Btg. Queen’s e la Task Force della 7° D. cor., su carri Scorpions, lasciate le basi di partenza, attaccarono i capisaldi avanzati presidiati da 400 uomini della 6° e 19° cp. par. inquadrati nel Raggruppamento Ruspoli. Dopo una lotta furibonda gli inglesi si attestarono su due piccole teste di ponte nel cuore dei due capisaldi della Folgore e successivamente lanciavano il 5° Royal Tanks nel tentativo di aggirare i centri di fuoco. Al sorgere del sole la Task Force inglese risultava decimata ed un ulteriore tentativo di avanzare fra i capisaldi della Folgore veniva respinto dal fuoco d’arresto del VI/186° Btg paracadutisti.

All’estremo sud l’attacco alla Folgore veniva affidato alla 1° B. francese. Fra Qaret el Himeimat e la depressione di Qattara era schierato il V/186° del T.Col. Izzo che disponeva di 400 uomini, 17 pezzi da 47/32, nove mitragliatrici e tre mortai da 81mm.
Alle ore 3.00 il 1° Btg francese si scontrò con le unità di rincalzo della 13° cp. e dopo oltre due ore di furiosi combattimenti fu costretto a ripiegare per riordinarsi sulla linea di partenza. Entrò a sua volta in lizza il 2° Btg francese che venne anch’esso respinto dal resto del rincalzo del V Btg. Verso le 8.30 il fuoco dell’artiglieria impose la ritirata generale di tutta la Brigata francese che riportava pesanti perdite.


Nelle ore successive gli scontri si fecero sempre più intensi. Gli inglesi proseguirono l’attacco con forze preponderanti contro i capisaldi della Folgore che sostenevano una selvaggia lotta corpo a corpo. I paracadutisti dopo due giorni di impari lotta non accennavano minimamente a cedere le posizioni né, men che meno, a ritirarsi. Montgomery, resosi conto della sconfitta subita e della impossibilità di sfondare nel settore tenuto dal 186° Rgt Folgore, decise di lasciar perdere quel tratto di fronte e di concentrare l’attacco più a Nord, nell’area di Deir el Munassib presidiata dal 187° Rgt. Folgore. A metà pomeriggio del 25 gli inglesi attaccarono i capisaldi della 11° e 12° cp che reagirono con tanta veemenza che in poche ore ebbero buon gioco a fermare l’attacco ed a provocare la ritirata degli inglesi che abbandonavano sul campo una ventina di carri inutilizzabili.


Alle 21.00, dopo un tiro di preparazione intensissimo, il IV/187° venne attaccato dalla 69° B.f. inglese, sostenuta da carri. Il IV Btg “Green Howard” irruppe nel cuore del caposaldo della 11° cp, ma la strenua ed aggressiva resistenza dei centri di fuoco rallentava la penetrazione che veniva arrestata verso le 4.00 del mattino davanti alla trincea del comando di cp. difeso da 8 paracadutisti.
Il V Btg “East Yorkshire” che puntò sulla 12° cp si arrestò invece davanti ai centri di fuoco avanzati e verso l’una di notte, dopo aver perduto 150 uomini, fu costretto ad una precipitosa ritirata.
A Deir el Munassib la partita si era conclusa con una chiara sconfitta degli inglesi. Le due Brigate della 44° D. f. avevano perso circa 700 uomini senza conquistare un solo metro di terreno.
Visto che l’attacco del fronte tenuto dalla Folgore era fallito, Montgomery rinunciava al piano originario e spostava l’asse di penetrazione nel settore Nord ed il 30 ottobre lanciava l’operazione “Supercharge” che prevedeva la rottura del fronte a Nord e la penetrazione in profondità per aggirare il fianco meridionale dello schieramento.

Per ottenere tale risultato la Folgore aveva perduto alcune centinaia di uomini, fra cui sette comandanti di cp., sei comandanti di btg., un comandante di Rgpt. In nove giorni di lotta la Folgore aveva infranto ogni attacco nemico, distruggendo 152 carri corazzati nemici, infliggendo alle fanterie inglesi e francesi perdite gravissime e costringendo il nemico a modificare il piano d’attacco.

La lotta proseguì con fasi alterne fino al 4 novembre. Nel settore Nord, alle ore 10.00 il 30° Corpo britannico lanciava un poderoso attacco. La 1° e la 7° D. cor inglesi e la 2° D. f. neozelandese si trovavano di fronte ai resti del XX Corpo italo-tedesco. Arrestati a 1500 m, gli Sherman cominciarono il tiro contro gli M 13 dell’Ariete ed i Panzer delle D. cor. tedesche. La lotta fu lunga ed accanita. I piccoli e scadenti carri armati italiani del XX Corpo si scontrarono con oltre 100 carri pesanti britannici. Uno dopo l’altro i carri vennero colpiti, si incendiavano ed esplodevano, mentre il fuoco dell’artiglieria copriva le posizioni della fanteria e dell’artiglieria italiane.

Alle 15.30 Rommel emanava l’ordine di ritirata generale per ripiegare nella nuova zona difensiva a sud di Fuka.

Iniziava da quel momento un calvario per la Folgore che da unità d’elite indomita ed orgogliosa era costretta ad una faticosa e vulnerabile marcia di 25 Km nel deserto, sottoposta all’attacco dei carri nemici che la martellavano a distanza. La Folgore, isolata, senza automezzi, priva di sufficienti viveri e munizioni, abbandona le postazioni eroicamente difese, ed inizia una tragica ritirata trascinando sulla sabbia i pochi pezzi da 47/32, portando sulle spalle armi,munizioni, viveri ed acqua. La marcia si prolunga fino al 6 novembre allorché l’ultimo nucleo, circondato dai mezzi corazzati nemici, distrugge ogni cosa e si schiera per l’ultimo saluto.

Erano poco meno di trecento paracadutisti al comando del Col. Camosso che agli ordini del T.Col. Zanninovic resero gli onori militari al cospetto dell’attonito ed ammirato nemico.

In questi dodici giorni di duri combattimenti innumerevoli furono gli atti di valore compiuti singolarmente dai paracadutisti della Folgore ai quali furono concesse 22 MOVM su 36 concesse in totale per questa battaglia. (22MOVM a 3600 paracadutisti, 14 MOVM agli altri 50.000 combattenti sul fronte di El Alamein). 3 MOVM vennero inoltre concesse alle Bandiere dei Reggimenti.


Il nome della Folgore non era però ancora scomparso dal tragico scenario della guerra africana, poiché, con un miracolo organizzativo, il Cap. Lombardini aveva raccolto sopravvissuti e superstiti dispersi nel deserto ed aveva costituito il 285° Btg. di circa seicento uomini. Questi, sul finire del 1942 riprendevano la lotta contro gli inglesi in Tripolitania e successivamente in Tunisia sulla linea del Mareth dove parteciparono a numerosi combattimenti fino alla conquista del caposaldo di Takrouna in mano alla 2° D. neozelandese.

Nel maggio del 1943, ridotto ormai ad un centinaio di uomini, il 285° Rgt continua a combattere nelle strade della Tunisia fino all’esaurimento delle munizioni. Poi ciò che resta della Folgore in Africa settentrionale scompare definitivamente.


Salvatore Iacono

 
 
 
 
 
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BELLUNO AEREOPORTO ( E LANCI??) IN QUOTA
Lunedì, 8 Settembre 2008


BELLUNO può vantare da ieri una pista per il volo in montagna. Si trova sul Nevegal, ricavata sul tracciato della Lieta, nelle vicinanze del rifugio Bristot.

Un tracciato di un centinaio di metri dove gli aerei ad ala alta, robusti e attrezzati a questo scopo, possono atterrare in salita e quindi ridecollare in discesa nello spazio limitato di soli 50 metri.

L'inaugurazione è avvenuta ieri mattina e per l'occasione all'aeroporto Dell'Oro di Belluno si sono ritrovati una trentina di velivoli e piloti specializzati nel volo in montagna, provenienti da tutta Europa: Germania, Austria, Francia, Svizzera, Lussemburgo e, ovviamente, Italia. A Belluno è anche nata una scuola di volo in montagna, disciplina che oggi si pratica soprattutto a livello sportivo, ma che in passato era utilizzata per interventi d'emergenza in quota e per il trasporto di attrezzature e personale nelle malghe.

La cerimonia di apertura della pista si è svolta alla presenza del sindaco di Belluno Antonio Prade e dell'assessore Luciano Reolon, che hanno ricevuto le forbici per tagliare il nastro direttamente dal cielo, portate da quattro paracadutisti, atterrati sulla Lieta.


«La pista del Nevegal oggi è utilizzabile soltanto come scuola --puntualizzano all'Aero Club di Belluno- e la nostra è ad oggi l'unica scuola italiana di volo in montagna. Ce n'era un'altra in Val d'Aosta ma è stata chiusa».

Un bel record per la città e il suo colle, il Nevegal. La scuola ha una decina di piloti già in possesso di brevetto. Si sono iscritti per acquisire questa particolare abilitazione agli ordini del comandante Giuseppe Dellai, trentino, unico istruttore italiano di volo in montagna.

Dopo l'inaugurazione, la festa è continuata al rifugio Bristot con il pranzo preparato dai gestori e con la collaborazione della Malga Toront.

ATTERRAGGIO NON AUTORIZZATO: PRIMO BRIVIDO IN PISTA


Un aereo con equipaggio austriaco ha infatti tentato, nel pomeriggio, un atterraggio non autorizzato sulla nuova pista Lieta. Le conseguenze sono state gravi.

L'aereo ha infatti rotto il carrello ed è rimasto incagliato sull'erba. Nulla di grave per i due occupanti, che se la sono cavata con un po' di paura e una bella dose di vergogna per la bravata.

La coppia è stata recuperata dai soci dell'Aero club bellunese, mentre il velivolo è stato lasciato sulla pista, in attesa di essere recuperato. Sarà portato via con tutta probabilità lunedì e trasferito all'aeroporto di Belluno per essere aggiustato.
«Peccato affermano i soci dell'aero club cittadino tutto era andato bene fino a quel momento. Fortuna che le conseguenze sono state lievi». La pista di volo in montagna verrà per ora utilizzata soltanto per le lezioni della neonata scuola di volo bellunese.


 
 
 
 
 
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GIUSEPPE IZZO: EROE A EL ALAMEIN, DECORATO DAGLI INGLESI NELLA RESISTENZA PER I FATTI DI CASE GRIZZANO
Domenica, 7 Settembre 2008


PARMA- Il nostro "amico-inviato volontario speciale" Franco Binello, giornalista della STAMPA di Torino, ci segnala l'inserto pubblicato venerdì 5 SETTEMBRE 2008 dal suo giornale, che riguarda la Medaglia d'Argento al valor militare di El Alamein, il Tenente Colonnello Giuseppe Izzo. Parla dela Sua scelta di fare la resistenza.

LEGGETE L'ARTICOLO


 
 
 
 
 
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LA NOSTRA STORIA : IN ESCLUSIVA LA VERSIONE ELETTRONICA
Giovedì, 3 Luglio 2008




la copertina del libro presentato il 2 luglio a Livorno



LIVORNO-2 LUGLIO 2008- Non ci poteva essere data più indicata della ricorrenza dei dolorosi fatti di Somalia, per presentare il libro "LA NOSTRA STORIA",un prezioso documento curato da tre generali, protagonisti ora in congedo della della Brigata Folgore: i generali Orrù Giostra e Milani.L'opera è stata patrocinata dalla brigata Folgore e sponsorizzata anche dal nostro sito, oltre che da famose aziende nazionali, ed è stata presentata ieri, prima della Santa Messa.

Si tratta della seconda parte - la prima, nel 2005 arrivava fino al 1962- che dal 1963 fino ai giorni nostri raccoglie foto, documenti ed episodi, molti dei quali inediti, che aiutano a capire come la grande unità ha operato in questi anni.

Nel libro sono presenti interessanti descrizioni di presupposti e fatti addestrativi e operativi, corredati da documenti originali,che spiegano quali fossero le strategie di impiego dagli anni '60 fino ad oggi.


Dall'utilizzo di aviotruppe in massa, sino alla controinterdizione, passando per imponenti esercitazioni anche internazionali e le numerose missioni: un lungo, costante ed intenso addestramento che negli anni si è evoluto e ha forgiato Ufficiali, sottufficiali e paracadutisti volontari, fino a farli diventare la Brigata più efficiente e coesa dell'Esercito.




Prima della messa solenne delle ore 11 in suffragio dei caduti del Check Point Pasta e della Missione in Somalia del 1992 , officiata dal Vescovo di Livorno, gli ospiti sono stati ricevuti dal Comandante Fioravanti al Circolo Ufficiali, dove i tre relatori hanno illustrato il libro che diventerà un prezioso omaggio che la Brigata riserverà ai suoi ospiti di riguardo e che non sarà messa in commercio, per salvaguardarne l'immagine.

Due anni di lavoro intenso che sarà molto apprezzato dai paracadutisti.



COPERTINA

INDICE
PREFAZIONE

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

PARTE TERZA



Il libro è stato stampato dall'azienda di un paracadutista in congedo, imprenditore nel settore tipografico: MATTEONI STAMPATORE - LUCCA, che ha prodotto il libro senza fini di lucro, ma solo per la copertura dei costi vivi, esclusa la sua opera grafica, che è stata offerta gratuitamente.


Tra gli ospiti i generali Loi e Celentano e numerosi giornalisti.




 
 
 
 
 
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LILI MARLENE : IL CANTO DEI SOLDATI
Martedì, 1 Luglio 2008





PARMA- Emilio Camozzi ci racconta uno struggente episodio avvenuto durante la sua prigionia sotto gli inglesi.


Una famosa canzone -Lili Marlene- è stata l'occasionE per riaffermare che loro erano spezzati, ma non piegati. Battuti ma non vinti. Con la schiena dritta.

Ci dice Emilio che, subito dopo, gli italiani risposero con l' INNO A ROMA.













SOLDATI IN GUERRA
sotto le stelle



Tutte le sere sotto quel fanal presso la caserma ti stavo ad aspettar. Anche stasera aspetterò, e tutto il mondo scorderò con te Lili Marleen, con te Lili Marleen


Ormai la canzoncina sarà finita nel cassettone dei ricordi inutili, fra le cose che l'orrore della guerra ha sfiorato ma non contaminato.

Io l'ho sistemata fra i più assillanti interrogativi che incombono nel mio passato ponendomi il quesito: "Si può amare il nemico?" Come ne esce l'etica militare se la risposta è SI?.

La scocciatura è che purtroppo io pencolo ancora tra il "si" e il "no".

Tutta colpa di una canzoncina forse un pò sciocca, che per una ragione che nessuno è mai riuscito a spiegare, pare che durante la guerra abbia avuto un ascolto oltre i nove miliardi.

Cifra enorme, se si pensa alla scarsità dei mezzi di comunicazione di allora. Era cantata, con voce roca ed intrisa di lacrime, da Lale Andersen , ogni sera alle 23,55, da radio Belgrado.


Unsere beide Schatten Sah'n wie einer aus Daß wir so lieb uns hatten Das sah man gleich daraus Und alle Leute soll'n es seh'n Wenn wir bei der Lanterne steh'n Wie einst Lili Marleen, Wie einst Lili Marleen.

E a quell'ora la guerra in tutto il mondo finiva. I fanti posavano i loro mitra, gli artiglieri incappucciavano i loro pezzi, i carristi spegnevano i motori, i marconisti giravano i condensatori variabili per sintonizzarsi su radio Belgrado, sistemavano le radio in modo
di offrire un ascolto il più esteso possibile. E le mamme e le fidanzatine si agrappavano a quel tenue filo di musica nell'illusione di poter far arrivare una carezza al loro amato.


Orders came for sailing, Somewhere over there All confined to barracks was more than I could bear I knew you were waiting in the street I heard your feet, But could not meet, My Lilly of the Lamplight, my own Lilly Marlene



LA STORIA DI UNA CANZONE CHE DIVENTA SIMBOLO DI LIBERTA' DELLO SPIRITO
Ero da un paio di mesi al 305 Fascist Criminal Camp in Egitto. Il campo aveva una lunga storia di sofferenza e di morte. Pare fosse stato costruito dagli egiziani come lebbrosario. Gli inglesi fecero girare la voce che i microbi della lebbra hanno effetto fino a dieci anni dopo che l'ultimo ammalato è stato dimesso, naturalmente senza renderci edotti della data. All'inizio della guerra divenne dimora dei nostri ascari catturati durante le prime scaramuccie
in Africa. Distrutti questi, forse per rendersi conto della validità della vitalità dei microbi, ci misero i tedeschi. Chi più cattivi di loro? Li trovarono! I non collaboratori. Li etichettarono come criminali fascisti giusto per mettersi a posto con la coscienza e riempirono il campo.


Si en el frente me hallo, lejos, ay! de ti oigo que tus pasos se acercan junto a mi. Y se que allá me esperas tu, junto al farol, plena de luz Lili mi dulce bien eres tu Lili Marleen


La notte aveva steso il suo prezioso manto di stelle e già nelle tende fiorivano i primi sogni e le prime speranze, quando dalla gabbia dei tedeschi improvvisamente provenne una marea di urla, di "caman", di colpi di fischietto.

Il solito pandemonio che facevano gli inglesi quando qualcuno mancava all'appello. L'usuale punizione: cambio di gabbia, trascinandosi dietro tutta, ma proprio tutta la propria chincaglieria, mentre gli inglesi, o chi per loro, si davano da fare con una scavatrice, a distruggere la gabbia, compresa una stupenda acquila stilizzata alta circa quattro metri fatta con sabbia e terra creta.

I cinquecento prigionieri furono trasferiti nelle nostra avangabbia per passare la notte.

Mentre si preparavano per la notte e tutti ritornavano alla propria cuccia, era quasi mezzanotte.

Da un angolo della avangabbia si levò, sottovoce un coro muto. Gli inglesi erano ancora lì, ed era proibito cantare. Era la melodia di "Lilì Marleen".


Un gruppo di italiani si unì al coro cantando sottovoce la canzone in italiano. Gli inglesi, che si erano già allontanati verso le loro baracche, ritornarono di corsa per imporre il silenzio, ma giunti là si unirono al coro . C'erano australiani, francesi, greci, maori e cinquemila italiani, e tutti cantavamo la stessa melodia .

Cette tendre histoire De nos chers vingt ans Chante en ma mémoire Malgré les jours, les ans. Il me semble entendre ton pas Et je te serre entre mes bras Tous deux, Lily Marlène, Tous deux, Lily Marlène.


Come fosse un immensa preghiera ad un Dio comune a tutti noi che ci innumidiva gli occhi quel tanto da da non farci scordare il nostro stato di soldati.



 
 
 
 
 
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UN AGGIORNAMENTO ALLA LISTA DELLE MEDAGLIE D'ORO
Venerdì, 20 Giugno 2008


PARMA- Riceviamo dal Cav. Cario Vincenzo Franco , calabrese, un aggiornamento su una Medaglia d'Argento alla memoria, concessa a un Paracadutista del 186°.

Per riparare all'involontario ritardo nella pubblicazione, gli dedichiamo fin da subito spazio in questa rubrica:








Cesare Bartolotta di Rosario
Paracadutista 186^ Fanteria “Folgore” - XX cp. VII btg.
Decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare

Falerna (Cz) 17.04.1921 - Africa S. 23-25.10.1942


Il Presidente della Republica
con Decreto del 10.02.1953 ha conferito la
Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla memoria”
con la seguente motivazione:

“Componente di un nucleo destinato alla guardia del varco di un campo minato attaccato da poderose formazioni motocorazzate, sotto l’infuriare del tiro delle ariglierie nemiche, provvedeva alla chiusura con mine del varco stesso. Ferito una prima volta, si medicava sommariamente e rimaneva al suo posto. Isolato e superato dal nemico il suo centro di fuoco, ne animava la resistenza e, sotto la intensa azione avversaria, generosamente usciva dalla linee per raccogliere un compagno caduto. Ferito una seconda volta alla testa, rifiutava ancora di allontanarsi. Successivamente da posizione scoperta con la sua arma automatica continuava il fuoco fino a che, colpito una terza volta, cadeva da prode - Q.125 di Quaret El Himeimat (A.S.) 23-25.10.1942”.


Brevetto del Ministro della Difesa n.42902 del 28.10.1953
Registrazione Corte dei Conti in data 14.03.1953 - registro 10 foglio 1953
Pubblicato nel Bollettino Ufficiale 1953 - disp. 1579


 
 
 
 
 
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UN LIBRO SULLA MEDAGLIA D'ORO AURELIO ROSSI
Venerdì, 18 Aprile 2008



UN LIBRO DA LEGGERE


"Aurelio Rossi - L'ufficiale soldato" dei paracadutisti Francesco Crippa (presidente ANPDI MONZA) e Claudio Ferrari.


PARMA- I due autori sono noti nell'ambiente dei Paracadutisti per la loro lunga militanza nell'ANPDI e per l'interesse alla storia della Folgore e, nel caso di Ferrari, della Guerra in Afroca Orientale. Entrambi partecipano a conferenze e cerimonie rievocative.

I fondi del libro sono parzialmente devoluti al Museo dei Paracadutisti italiani.

Per acquistarlo:
SOCIETA' EDITRICE BARBAROSSA

oppure rivolgersi a

Claudio Ferrari

 
 
 
 
 
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GRAZIE PER QUESTO RACCONTO, EMILIO!
Venerdì, 28 Marzo 2008



Un racconto che ci fa vivere qualche giorno nel deserto con lui
e ci fa apprezzare il "fattore El Alamein"

Grazie Emilio, per come sai scrivere!





COME RIUSCII A CARPIRE LA
II° PROMOZINE

Spesso, per raccontare le proprie peripezie, ti trovi di fronte ad un muro di interrogativi e non sai se la sincerità che speri di riuscire a evidenziare sia, da parte di chi legge, ritenuta tale. Bisognerebbe essere sinceri senza ritegno, spiattellare anche quelle verità che sai che generalmente non piacciono, non nascondere quelle cosucce che ti degradano, ma che sono le uniche che danno vita e sostanza ad un racconto. Se in un precedente racconto ho parlato di bucce di patate accontentando chi ha avuto il coraggio di leggermi, posso anche tentare di parlare di affari miei senza il pericolo di indurre al sonno il malcapitato lettore. Mi piace pensare che qualcuno che mi consideri almeno alla stessa stregua di una buccia di patata a questo mondo debba pur esserci. Il tutto cominciò a S.Maria Capua Vetere. Ho già Raccontato tempo fa di una degradazione subita da tutta la Compagnia Collegamenti per un cenone
pantagruelico ed inaffiatissimo consumato e non pagato in un grazioso ristorante dove il maggiore (grado) responsabile delle nostra nutrizione faceva giornalmente scaricare parte dei viveri di nostra pertinenza.Lo Stato Maggiore mandò due ufficiali
superiori per cercare di appianare la faccenda senza sollevare tanto scandalo.Il maggiore sparì. Io non ne seppi più nulla. I sottufficiali,fruitori di una mensa particolare, non avevano subìto la degradazione non avendo partecipato al cenone. Poiché il fatto era avvenuto, era giusto che i graduati fossero puniti.
Fu deciso di tenere i gradi in tasca e di riattaccarli alla prima occasione, soluzione dettata dai due ufficiali. Ci assicurarono che il foglio notizie non ne
avrebbe tenuto conto. Il Comandate la Compagnia, capitano Luigi De Lorenzo,aveva bisogno dei suoi graduati per poter costruire un organico credibile. I sottufficiali provenivano da altre specialità che nulla avevano a che fare con le stazioni radio. Gli altri gradi
li avevo praticamente proposti io, nella mia veste di istruttore, indicando quegli elementi che ritenevo idonei a gestire un apparato radio. Ma la mia responsabilità era giustificata solo se io avessi avuto un grado tale da poterla giustificare. Pare, ma non ci
giurerei su, che l’unico modo fosse quello della promozione per meriti di guerra. Per potere sfruttare questa possibilità, bisogna però avere a disposizione un campo di battaglia. Un mese dopo il mio arrivo in Africa il Comandante richiese a Roma la mia
promozione, con una motivazione un po’ fantasiosa ma possibile, e mi ordinò di fregiarmi dei gradi. Ordine non eseguito, per mancanza di negozi dove poterli acquistare.Questa fu la mia prima promozione.
Poiché sul mio foglio notizie né la prima né la seconda promozione compaiono, così come non compare nemmeno la degradazione, penso che, a seguito di tutto quel trambusto, la mia pratica sia andata persa.
Io faccio finta di non tenerci ma è uno sporco bluff. Quando voglio far colpo, non dico né come ,nè perché.
”Meriti di guerra” aprono le porte a mille supposizioniuna più valida dell’altra. Se poi le promozioni sono due puoi farti autorizzare a marciare per il centro cittadino gobbo per il peso delle medaglie che puoi appuntarti sul petto. Non ho mai capito il perché, per mandarci in Africa, dovessero farci fare quello
scomodo giro di passare dalla Grecia. Devo
comunque ringraziare chi ha avuto quella brillante idea che mi ha donato i quindici giorni più belli della mia vita. Arrivato in Africa, le mie condizioni di salute cominciarono a deteriorarsi e dopo un mese di lotte col mio intestino, l’intercolite mi aveva ridotto in uno straccetto. A parte il fatto che all’incirca ogni mezzora , bombardamento o no, dovevo correre a scaricarmi, un pezzetto di budello era fuoriuscito e mi rendeva difficile la deambulazione. Consideravo proprio questo in fila con altri folgorini davanti alla tenda dell’ospedaletto da campo a El Taqa , a ridosso della linea di combattimento. La Grecia oltre a meravigliosi
ricordi, ci aveva lasciato uno strascico di malattie veneree. Due medici si davano da fare all’interno della tenda, ed era evidente che la loro attenzione era indirizzata verso quel genere di malattie. Oltre tutto i pazienti, su ordine degli infermieri addetti all’ospedaletto, per accelerare i tempi, se soffrivano in quel reparto dovevano presentarsi con il responsabile in mano. Le cose stavano così, ed io non saprei come altro dirle se voglio spiattellare le cose come erano veramente. Mi trovavo lì per delle fastidiose piaghe che ornavano il mio prepuzio. Il tenente Damiani mi aveva ordinato di farmi visitare per l’intercolite ma ionicchiavo perché sapevo che, nelle mie condizioni rischiavo il rimpatrio. Quiè doverosa una piccola spiegazione poiché si tratta di cose successequattro o cinque generazioni fa. Cose che mi hanno procurato la patente di “cretino incallito e senza speranze”. A ragion vedutaho detto “rischiavo il rimpatrio” perché per noi, malgrado tutte le magagne che ci capitavano addosso, ritenevamo una insopportabile punizione essere mandati a casa. Cosa che al giornod’oggi giustifica la suaccennata patente. Il tenente Damianisi offrì di sostituirmi alla radio pur non sapendo dove mettere le mani.
Io ero all’ospedale, secondo Lui per l’intercolite secondo me per sapere cosa era successo al mio apparato genitale. I saccenti mi avevano pronosticato che, se le piaghette erano dispari, poteva trattarsi di sifilide,allora incurabile, se erano pari, di ulcere penetranti, nel qual caso me la cavavo con il distacco del prepuzio. Perdonateli, eravamo fatti così, senza speranza di redenzione. Toccò finalmente a me ed a quello con cuiavevo fino allora colloquiato. Il medico diede una rapida occhiata a quanto gli facevo vedere prese un modulo e scrisse “ alterazione scavo talamo prepurziale”. Pur
non avendo la minima idea di cosa si trattasse, era
stata tanta la paura che ancora me lo ricordo. Mentre mi rivestivo, vidi quello che era entrato con me che parlottava col medico. Stavo andandomene ma il medico mi si avvicinò con farequasi bellicoso. Mi
ordinò di spogliarmi e di mettermi sul lettino a pancia in giù. Diede un’occhiata là dove non batte il sole e vide il codino. Mi diede il permesso di rivestirmi, mentre io litigavo con il tizio che aveva fatto la spia.Ordinò ad un infermiere di accompagnarmi all’ambulanza diretta verso la nave ospedale. Significava il rimpatrio. Ero disperato. Mi sentivo un vigliacco disertore, ma mi rendevo soprattutto conto che tutta la rete R.T. della Divisione, senza la mia presenza era destinata ad entrare in stato
confusionale. Ero l’unico del mestiere. Ero stato addestrato ed avevo addestrato come paracadutisti e non come fanteria d’arresto. La mia lunga pratica mi permetteva, qualche volta con difficoltà, di adattarmi a qualsiasi tipo di situazione. I miei allievi avevano svolto solo una parte del programma che li abilitava all’uso di una stazione R.T. in battaglia. Sto cercando un sistema per sfuggire al solito ”cretino” di prammatica quando dico che in quei momenti la mia testa era occupata solo alla spasmodica ricerca di come riuscire a scappare. L’impellente bisogno di qualche minuto di intimità per soddisfare l’intercolite mi giunse in aiuto. Chiesi all’infermiere il permesso di appartarmi. Conosceva la mia malattia e sapeva che non baravo, anche se quasi tutti cercavano di svignarsela. Qualche giorno prima avevano portato un ferito a cui uno scheggione aveva amputato la mano destra. Si lasciò medicare senza emettere un solo lamento. Alla fine della medicazione si fece aiutare ad infilarsi la giacca, ringraziò il medico e si avviò in direzione della linea. Il medico ordinò all’infermiere di fermarlo. Lo rincorse, lo fermò e lo riportò davanti al medico. “Dove cavolo te ne vuoi andare? Devi essere ricoverato in un ospedale in Italia”. Dottore io mi sento bene. Devo tornare in linea. Hanno bisogno di me. Posso combattere bene. Non ricordavo di essere mancino.” Non conosco con esattezza la fine di questa vicenda. Pare che il dottore sia riuscito ad indurlo a montare sulla crocerossa che portava a Barce i rimpatriandi, ma che da là sia riuscito a scappare ed a tornare in linea. Io speravo di avere un futuro più facile. Appena mi accorsi che l’infermiere non poteva vedermi, mi avviai verso la linea approfittando anche di un paio di dune che facevano proprio al caso mio
nascondendomi alla sua vista. Arrivai alla mia buca dove già il tenente Damiani stava tirando moccoli per il mio ritardo. Speravo proprio di avercela fatta. Invece alle cinque, ora destinata a risolvere i problemi della stazione R.T.il tenente colonnello Ruspoli, mio comandante, dopo aver sbrigate tutte le faccende della
stazione, mentre in pace sorbivamo il solito tè da Lui
offerto :” Ehi tu, ma chi credi di avere fatto fesso!? So tutto.” Caddi dalle nuvole. Non sapevo a cosa si riferisse. Avevo la massima stima dei miei superiori e non mi ero mai permesso alcunché di poco
rispettoso. Continuò:” Il medico che ti ha visitato è venuto da me. Hai bisogno di cure urgenti. Devi rimpatriare.” “ Colonnello non posso, non ho nessuno che mi sostituisca, nemmeno a questa stazione.” “ Faremo venire qualcuno dall’Italia.” “Bene, quando arriverà gli passerò le consegne e me ne andrò”. “Sergente”. “Comandi”. “ Da quanto sei sergente?”. “Da un mese.” Solo! Non sei di carriera?”. “Signornò.” “ Da subito sei promosso sergente maggiore. Domani voglio vederti con i gradi nuovi.”. “Grazie, ma non sarà possibile. Non ci sono negozi per comprarli”. “ Ah, ecco perché girate tutti senza gradi, malgrado le promozioni che ho distribuito.”Così era Marescotti Ruspoli.E così eravamo anche noi. E ognuno di noi ha la sua piccola storia da raccontare, ma non lo fa, perché farlo è difficile erché dire oggi quello che è successo allora fa parte di un mondo bello solo per noi che lo abbiamo vissuto e sofferto.
_________________
Par Emilio Camozzi
El Alamein

 
 
 
 
 
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FINISCE IL LIBRO A PUNTATE DI EMILIO CAMOZZI , CON UN COLPO DI SCENA
Martedì, 25 Marzo 2008




25 Marzo 2008


Finisce il libro di Emilio Camozzi con un colpo di scena: Emilio non se la sente di continuare. Ha qualche dubbio sui luoghi, i fatti, le situazioni che gli ha raccontato Vittorio dal letto della lunga malattia. Dopo la sua morte, Emilio ha riordinato gli appunti ma..... Leggete l'ultimo capitolo, in fondo:


PARMA- Abbiamo convinto Emilio Camozzi, fondatore del sito di cui è presidente e direttore onorario, e titolare della sezione STORIA E REDUCI, a pubblicare
un libro (150 pagine di un racconto inedito), che intendiamo offire a puntate ai nostri lettori.

Il titolo provvisorio è " STORIA DI UN FASCISTA DEL SUD", ovvero la storia romanzata di un Paracadutista, che racconta sia al presente (durante una malattia) che con frequenti ritorni al suo passato, del arruolamento nella Folgore e successivamente, dopo tante avventure,quando approda all'esercito di liberazione sud.

Ogni Lunedì aggiungeremo un capitolo, in formato PDF scaricabile.

E' un regalo che Emilio fa a tutti noi.




INTRODUZIONE



Avevo scritto un libro su un paracadutista mio caro amico che potrebbe divenire l'emblema del cittadino sfruttato per fare la guerra ad oltranza.

Pur avendomi ormai raccontato quasi tutto della Sua vita militare, mi fece il più grande dispetto che poteva farmi: mi mollò e se ne andò a sghignazzare alle mie spalle sulla nostra cara nuvoletta, lasciandomi alle prese con una materia che non conoscevo e, soprattutto, non volevo conoscere: la cosidetta guerra di lliberazione.

Ficcai tutto nel dimenticatoio, e solo ora il dischetto mi è comparso davanti e reclama i suoi diritti. Poichè il sito è intitolato a voi, pensate sia il caso che io vi propini un malloppo che potrebbe essere stucchevole? E con quale sistema ? A piccole dosi come l'olio di ricino o a grosse porzioni, come piatti di spaghetti?


V I T T O R I O


P R E F A Z I O N E


CAPITOLO PRIMO


CAPITOLO SECONDO


CAPITOLO TERZO


CAPITOLO QUARTO


CAPITOLO QUINTO


CAPITOLO SESTO


CAPITOLO SETTIMO


CAPITOLO OTTAVO


CAPITOLO NONO


CAPITOLO DECIMO



CAPITOLO UNDICESIMO


CAPITOLO DODICESIMO



CAPITOLO TREDICESIMO




FINISCE IL LIBRO, CON UN COLPO DI SCENA













 
 
 
 
 
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CENSIMENTO STRAORDINARIO DEI REDUCI DELLA FOLGORE
Giovedì, 20 Marzo 2008





CENSIMENTO STRAORDINARIO DEI REDUCI DELLA FOLGORE


Il nostro sito segue da anni l'aggiornamento dell'elenco dei nostri Reduci, e in questo ultimo anno si è fatto carico della tristissima contabilità degli 11 Folgorini che ci hanno lasciato.

Iniziammo nel 2002, in concomitanza del 60mo di El Alamein, dopo che il Paracadutista Rodrigo Filippani di Roma lo aggiornò con un lavoro ciclopico e approfondito, che gli era costato decine di giorni di lavoro volontario e gratuito, con telefonate, lettere e contatti in tutta italia. Fu coadiuvato dal nostro Reduce Emilio Camozzi e patrocinato dal generale Merlino, allora presidente nazionale dell'ANPDI.

E', sino ad oggi, l'unico strumento attendibile cui si riferiscono vari enti, tra i quali l'ANPDI.


Grazie al Paracadutista di El Alamein Emilio Camozzi, presidente e fondatore di www.congedatifolgore, e motore atomico del Museo dei Paracadutisti, abbiamo costantemente tenuti aggiornati
quegli elenchi della Divisione Folgore, che ripubblicheremo entro domani nella sezione STORIA e REDUCI, dandovene avviso.


Invitiamo i Paracadutisti che frequentano il sito a consultarli pregandoli di segnalarci errori, omissioni o ,peggio, la mancata registrazione di una scomparsa.


DI FIANCO AI NOMINATIVI TROVERETE LE LETTERE:

F: ferito
C: caduto
D: deceduto dopo il rimpatrio

Come vedrete, mancano moltissime annotazioni. Speriamo non sia necessario aggiornare troppo pesantemente l'elenco.




CONSULTATE I RUOLINI


e segnalate eventuali variazioni a emilio.camozzi@yahoo.it

oppure al webmaster

 
 
 
 
 
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STORIA
Mercoledì, 19 Marzo 2008



PARMA- Un amico ha scannerizzato per noi un testo sul Fascismo: un vero e proprio manuale che "aggiorna" gli aspiranti Fascisti dal 1919 in poi, sull'essenza della dottrina.

LEGGETELO


 
 
 
 
 
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I RACCONTI INEDITI DI TANO PINNA, ARTIGLIERE PARACADUTISTA , LEONE DELLA FOLGORE DI EL ALAMEIN
Domenica, 9 Marzo 2008






PARMA- Maurizio Pinna sta lavorando da molto tempo al corposo archivio del Padre, Tano Pinna, indimenticabile artigliere di El Alamein,scomparso il 24 Dicembre 2005, grazie al quale molta storia della Folgore e della Battaglia è giunta sino a noi.

Questa rubrica ha iniziato a pubblicarli da 2 anni.

Sono tutti pezzi di storia vissuta, con fotografie inedite e originali, che arricchiscono il nostro sito e forniscono ai lettori una documentazione di altissimo profilo storico e umano.

Grazie Tano! Grazie Maurizio!

Qui di seguito un gruppo di racconti riorganizzati cronologicamente corredati, come sempre, di didascalie e foto originali.

Questa parte dei diari comincia dal corso di Paracadutismo e addestramento militare di Tarquinia e termina col rientro in Patria, dopo una lunga prigionia:


TARQUINIA



IL VOLO DI AMBIENTAMENTO

LA TORRE


EL ALAMEIN



L'ATTACCO

LA BATTAGLIA IL 25 E 26 OTTOBRE 1942

IL 27 E 28 OTTOBRE

DAL 29 ALL'1 NOVEMBRE


LA PRIGIONIA DEI NON COOPERATORI



Il POW 305 era un campo di prigionia inglese, in Egitto, dove sono stati internati molti Paracadutisti, dopo la Battaglia di El Alamein e la disperata resistenza lungo la ritirata.

Il trattamento era ai limiti dell'umanità, e gli inglesi erano particolarmente severi con i "non cooperatori", a cui venivano riservati trattamenti più oppressivi.

IL PRIMO GIORNO AL CAMPO 305


TRE GIORNI AL 305


LA DIETA

MALEDETTO SETTEMBRE 1943


SANTA EL ALAMEIN


IL IL SERMONE AI REPROBI

BONI ITALIANI


CELLA DI RIGORE



ARIO FIUMI RIENTRA TRA I PRIMI E SCRIVE AI SUOI CAMERATI



1944



IL BASTONE E LA CAROTA



IL BASTONE E LA CAROTA 2



8 AGOSTO 1944 SCAVANDO NELLA SABBIA








organizzazione dei testi e delle immagini a cura di Maurizio Pinna, figlio di "Tano", artigliere di El Alamein, nostro Redattore.







Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria
art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo



PRIGIONIERI NEL DESERTO

IL RACCONTO DELLA MARCIA VERSO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO
ATTRAVERSANDO IL CAMPO DI BATTAGLIA DAL 7 ALL’11 NOVEMBRE 1942

Dal 2 al 6 novembre ’42, la Folgore si ritirò dalle posizioni e cominciò l’epico ripiegamento, terminato il pomeriggio del sei novembre con la cattura dell’ultimo gruppo comandato dal col. Camosso. Ben pochi sfuggirono alla cattura, gli inglesi rastrellarono il deserto, radunando i piccoli gruppi dispersi di uomini, fanti, genieri, artiglieri, carristi, paracadutisti.
E’ questa una delle pagine meno conosciute della guerra, specie dei Folgorini.

Una naturale ritrosia nel raccontare il momento immediatamente successivo alla cattura è sempre stata presente in tutti sopravvissuti, fino alla fine. Quasi se ne “vergognavano” perché in quei momenti decadevano tutti legami, da quelli “civili” a quelli tipicamente militari, come la disciplina, la gerarchia, l’organizzazione, rimanevano solo l’istinto di vivere e, solo per alcuni, il proprio orgoglio.

Tutti sono alla ricerca del cibo e dell’acqua, di un posto dove dormire, dove riposare.

E’ il momento più amaro, dove si è vivi ma si rimpiangono i Morti.
Almeno Loro non si debbono vergognare di essere in fila, come armenti, con la fame e la sete, con la divisa che non è più una Divisa, perché il combattimento è finito, ma è solo un qualcosa di strappato e sporco che servirà a coprirsi dal freddo notturno.

E’ il momento in cui si vede l’amico implorare al soldato nemico una sigaretta, un pezzo di pane raffermo, una lattina di acqua sporca.



E’ il momento in cui è cessata la tensione del combattimento, non c’è più la Morte che incombe, le granate, le schegge, ma solo gli ordini gutturali ed incomprensibili dati dalle guardie nere con le baionette innestate, la fame che torna prepotente, e la sete, la sete maledetta.

E su tutto il silenzio, un silenzio spettrale, con solo un rumore di fondo, quello del passo strascinato, assorbito e rallentato dalla sabbia.

Anche il sole è spento, ha piovuto, il cielo è grigio, una cappa che si apre e chiude, quasi come se il sole si nascondesse di fronte a tale spettacolo.

Il sole, il sole che ha bruciato la pelle e la sabbia, le rocce e l’acciaio dei pezzi anticarro, che ha arroventato le lamiere dei carri, ormai tombe silenti nel deserto, è ora muto, quasi non si sente più il suo calore.



Non sono uomini quelli che camminano, sono ombre, tra poco saranno numeri di matricola, chiusi dietro ad un filo spinato, e tutti i giorni saranno solo cadenzati dalla conta, dalla fila per il rancio, dalla noia, che spesso travasa nella pazzia.


“Sette novembre

E’ l’alba. Corpi inermi, stanchi, avvolti in teli da tenda, in copertine da campo, con pastrani o con una sgualcita, logora giacca, riposano immobili sulla sabbia.
Il sole ci sveglia, non più il cannone.
Mi guardo attorno.
Non c’è più l lunga colonna di ieri, c’è solo qualche camion. Attorno a noi nessun soldato, siamo ancora soli. Ho l’impressione di non essere più stanco, ma cambio dea quando guardo nei volti dei miei compagni (*). Hanno volti scavati, barbe lunghe, capelli lunghi ed ispidi, di colore incerto.
Quelli del Comando sono …più presentabili, le barbe quasi rase, i capelli fatti, la divisa non logora, hanno zaini e valigie pesanti e ben guardate, una ed anche due borracce piene, scarpe in ottimo stato.

Qualcuno si prepara a farsi la barba. Noi ci guardiamo in faccia.
Me la tocco…sembrerò un fraticello…sporco, disordinato.
Iop:”Pinna noi dovemo cominciar con le forbisi, ma non le go, e ti? – mi dice – e chiede – chi ha le forbici?”. Quelli del Comando ce le prestano, Iop inizia a fare il barbiere, ed ora chiede il pennello, il sapone, la macchinetta con le lamette.

Quelli del Comando ci prestano tutto. Grazie!
Ci sentiamo più leggeri, con la barba è patita anche qualche. ..fettina di pelle, e chi ha la carne in faccia?
Nelle tasche del pastrano ci sono ancora delle caramelle. Stuzzicano la fame e la sete. Con un po’ di circospezione ci allontaniamo dal gruppo. Ci sono parecchi mezzi incendiati, chi lo sa? Forse qualcosa di buono si potrà trovare.

Con Iop dividiamo l’ispezione, il mezzo più vicino è una blinda. A terra ci sono molte taniche, raccogliamo qualche bicchiere d’acqua: buon segno.

Iop si è arrampicato sulla blinda. “Se magna!” grida, ci sono scatole di carne, gonfie, bruciate. Troviamo un barattolo vuoto.
“Un bel brodino?” propone Iop.

Versiamo la carne e l’acqua nel barattolo, cerchiamo e troviamo pezzi di legno, due sassi, accendiamo un focherello. Siamo quasi allegri.

Pronto a tavola, signori! Scodellare…dove? Posate…quali?
Ci prestano un cucchiaio, si mangia a turno.
Mai mangiato un brodo così buono, la carne è eccellente! Iop sei grande!

La pace finisce, arrivano gli inglesi, baionette in canna, rivoltelle in pugno.

Ci radunano, Gli ufficiali vengono invitati a raggiungere i camion fermi.

Ci separiamo non senza emozione, ci abbracciamo. Ci rivedremo?





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(*) Tano è stato catturato, dopo una prima fuga, a Khor el Bayat, 45 km a sud ovest di El Dabà, la località dove il solo 31° Guastatori di Caccia Dominioni riuscì a sfondare le linee inglesi. Quarant’anni più tardi proprio Caccia Dominioni, il Maggiore Sillavengo, scrivendo a Tano, gli conferma la località, coincidendo quello che ambedue vedevano alla stessa ora.
Con Tano ci sono i suoi compagni al pezzo, Mocciola e Iop, il suo tenente, Tabelli, il buon ten. Mendolesi della Cp. Minatori, poi la gente del Comando di El Dabà, il Cap. Cartasegna, il cap. Curti, i ss. ten. Monaco, Serra, Ardizzone.
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Ci dicono di camminare, direzione est. Dove ci porteranno?
Due blinde ci scortano, i soldati inglesi salgono sui loro mezzi. Camminiamo, non si parla.

Il sole è già alto, fa caldo; non poso indossare le scarpe, ho sempre ai piedi una crosta di sangue, le scarpe le metto intorno al collo.

Vorrei buttare il pastrano, ma è utile per la notte.
Qualcuno domanda agli inglesi quanta strada si deve fare. Ci rispondono:”tre chilometri”. Balle!

Non ci portano verso la litoranea, forse ci tengono lontani dalle piste di comunicazione.

Incontriamo altri gruppetti di soldati italiani, sbandati, si accodano.

Anche i nuovi arrivati sono stracci ambulanti come noi.
Si cammina brontolando, lamentandosi: “Quando ci fermeremo, non ne posso più..”

“Mi butto a terra, mi sparassero, almeno finisce tutto..”
“Devo cercar di fuggire, divento matto se penso ala prigionia, se penso al concentramento ..”
“Quarantasette, morto che pala..”
“Crepa!”

Il gruppo si ingrossa con sempre novi arrivi.
Mi sembra che gli inglesi ci portino volutamente dove sanno che ci sono gruppi di sbandati.

Si fa una sosta, i nostri ..accompagnatori mangiano.
Pochi tra noi dispongono di un tozzo di pane o di un po’ di acqua.
Si riprende la marcia: è corta ora l’ombra che ci accompagna.
Stanchezza, fame, sete, cominciano a arsi sentire.
Qualcuno piomba a terra svenuto.

Ci aiutiamo, ma nessuno ha la forza di trascinare i più deboli.
Gli inglesi sulle prime strillano e minacciano puntando le armi, qualche fanatico spara in aria.

La situazione è tragica, molti si accasciano per terra e non intendono alzarsi, sono veramente sfiniti, qualcuno è anche ferito, la massa è una turba stanca, con nel cuore odio per l’inglese: i soldati sono pochi, ma sono armati.

Cosa potrebbe succedere in caso di ribellione? Non ci voglio neanche pensare.

Qualcuno si azzarda a chiedere di poter salire sulle blinde di scorta, per tutta risposta riceve una pedata o una spinta con il calcio del fucile.

Le blinde si tengono molto discoste dalla colonna. I biondi guerrieri londinesi si sentono più sicuri?

Almeno sapessimo quanto abbiamo ancora da camminare.
Nuovi gruppi si accodano. Chi urla, chi bestemmia, chi incita alla ribellione.


Chiediamo di fare soste più lunghe, più ravvicinate, almeno potessimo trovare un mezzo per caricare i feriti e i più deboli …chi non è debole?

Qualcuno va a parlamentare, non dobbiamo cedere. Ritorna e dice che gli inglesi hanno chiesto l’invio di qualche camion per il trasporto egli ammalati. Sarà vero?

Sosta, è sera.

Mocciola e Iop sono spariti, sono solo …tra tanti.. Mi sdraio a terra, frugo i fondi delle tasche del pastrano. Nulla…polvere …sabbia.

Ho fame? Si, qualche crampo, però sempre più debole.
Provo a togliere le calze dai piedi, niente da fare. E se mi entra l’infezione?Sarà destino…è scritto!

I più giacciono a terra, qualcuno gira, forse per trovare qualche conoscente, qualche paesano …o forse cercano da bere, da mettere qualcosa sotto i denti.

La maggioranza tace.

I meridionali sono i più loquaci, si cercano, si aiutano, sono tutti paesani.

Si avvicina un soldato inglese, sta mangiando, in mano ha un pacco di biscotti.

“Mo gliene chiedo uno” dice un piccolo, fante napoletano.

“Perché gli chiedi da mangiare?” “Tengo fame”

Si avvicina all’ inglese e, stendendo la mano come un miserabile, gli dice:” Camerata Tommy dammi un biscotto, tengo fame”.

Mi sono sentito ribollire il sangue. Balzo in piedi, prendo il piccolo napoletano per un braccio, gli do uno strattone e lo spingo indietro, gli appioppo un calcio nel sedere.

L’inglese butta a terra il biscotto, poi lo schiaccia.

Il piccolo napoletano non reagisce, dice qualcosa che non comprendo e se ne và, confondendosi in mezzo alla massa.

Ma come si fa a distanza di ventiquattro ore da una battaglia ad elemosinare un biscotto al nemico? L’azione dell’ inglese avrà insegnato qualcosa?

Non odio il nemico, ma ho rispetto per me, voglio tutelare almeno la mia dignità e, se posso, quella dei miei compagni.

Dove siamo? Gli autieri, più pratici del deserto, fanno dei nomi, secondo loro battiamo la strada fatta nel ripiegamento, ad un certo punto si dovrebbe imboccare una delle piste che portano ad El Alamein, la Pista Rossa o quella dell’Acqua, o, al massimo, una delle due piste che fiancheggiavano le postazioni della Folgore.

Scende la sera, molti sono già n pieno sonno, altri parlano, l’aria si rinfresca, mi sdraio, cerco ristoro nel sono.

Le blinde, con il loro carico di biondicci, si allontanano.
Buona notte Mamma, sono stanco, infinitamente stanco, non so come le mie scarse forze non mi abbiano ancora abbandonato. Ho fame, ho sete, una sete tremenda e di tanti giorni che mi bruciava la gola, oggi non una goccia d’acqua sulle mie labbra arse, nemmeno una goccia.

Vedi mamma, non tutti abbiamo fame, molti hanno aperto lo zaino dove conservano pane, biscotti, formaggio, anche la pasta, ma non possono mangiarsela.

Hanno anche l’acqua loro, si, l’acqua.

Se li conosco? Qualcuno si, e da molto tempo.

Vedi io sono stato in una buca di un caposaldo, al mio fianco avevo le cassette delle munizioni, essi avevano i sacchi di zucchero, io bevevo l’acqua con il coperchio della borraccia, essi bevevano dalla borraccia, a garganella; venivano al caposaldo, scaricavano i viveri, le munizioni, poche, si portavano via i feriti ed i morti.
Correvano nella notte, avevano sempre fretta. Spero di non morire di fame o di sete, c’è un dio anche per gli affamati e gli assetati, mi proteggerà.





Otto novembre

L’alba ci trova soli, affamati, non assetati, perché l’umidità della notte ci è stata amica.

La macchia nera sembra una grande ameba che si agita. Arrivano gli inglesi, sono sempre gli stessi.

“Camminare piano – ci dicono – tutti assieme, tre chilometri e poi tanta acqua e tanto mangiare”

Che cosa possiamo fare? Camminare, camminare come ieri…Quanti siamo? Impossibile dire una cifra, siamo tanti, tanti.

Si va, tiro avanti, come un automa, in silenzio.

Che cosa succede? Quelli che sono in testa alla colonna si mettono a correre, man mano corriamo tutti. Perchè?



In un avvallamento del terreno c’è una specie di grande pozzanghera, sono stati appunto quelli in testa alla colonna a dare l’allarme.
Ci tuffiamo a sorbire, come le bestie, i più igienisti raccolgono l’acqua con le mani, ci si bagna la faccia, si beve, si…mangia. Si deglutisce acqua e sabbia.

Spintoni da tutte le parti, c’è chi cade, chi salta in mezzo alla pozzanghera; chi ha un barattolo, una gavetta, una borraccia cerca di fare il pieno.
La scorta inglese lascia fare.

Pochi minuti ed il terreno ritorna ad essere asciutto.

Si riprende a camminare.

Quella ..abbeverata sarà l’unico pasto della giornata.

Man mano il passo si fa più pesante, lento, affaticato. I miei piedi sono sempre avvolti e “saldati” alle calze, mentre le scarpe dondolano passando da una spalla all’altra.

Il piede affonda nella sabbia, il corpo si trascina in avanti.
Verso mezzogiorno facciamo una sosta.

Loro mangiano: loro inglesi e loro, quelli che di noi hanno da mangiare.

I più guardano in silenzio. In silenzio ci guarda il sole, ora alto in un cielo terso.

Avanti ancora, ancora, fino al tramonto.

Ancora c’è chi mangia, chi guarda ci mangia e pensa a quando potrà mangiare.

Protestare? Con chi?

Non abbiamo più la forza di protestare.

Quanti giorni ancora di marcia?, di sete?, di fame?
La macchia nera si è fermata, un brontolio cupo domina l’immenso, neppure i napoletani cantano, i friulani ed i toscani non bestemmiano. In tutti c’è l’ansia di raggiungere il campo di prigionia. Aveva ragione il napoletano: ci si riposerà.
Scende il sonno negli stanchi corpi che giacciono a terra muti.
Il deserto si fa nero, non più ombre, qui è più nero.
Nella notte qualche voce di dormienti, gli incubi del sonno, dei sogni, del fuoco di ieri.

Nove novembre

Sempre in marcia ..di avvicinamento.
Ogni ora che passa ci si abbrutisce e ci si imbruttisce. Siamo bestie inseguite, spinte in cerca di qualcosa, della vita, forse.
Ma c’è ancora in noi dell’umano?

Molti, divorati dalla dissenteria, sono ridotti a brutti spettri. Si trascinano, barcollano, molti cadono privi di forze. I compagni non li abbandonano: carità che va al di là delle umane possibilità.
Le braccia al collo degli amici, passano queste ombre, uomini aggrappati ad altri uomini, che rappresentano la vita.

Non sono molto migliori le condizioni di questi bravi ragazzi, che hanno visto i loro compagni ad un passo dalla morte e si sono chiesti se lasciarli morire nel deserto o trascinarli in qualche modo per tutto il percorso.



Di ora in ora questi casi aumentano, perciò la marcia si fa sempre più lenta.

Gli inglesi comprendono, non dicono più niente, anzi concedono spesso lunghe soste.

Qualcuno ha visto ed indicato in lontananza un fusto.

Potrebbe contenere benzina. Ma anche acqua.

C’è una corsa generale.

La gran macchia nera, che prima avanzava nel deserto con lentezza, come un enorme elastico che si allunga e si accorcia, ora si snoda, si sfalda, si allarga, si spezza, si accorcia, si restringe, si ammassa…chi urla, chi impreca, chi bestemmia, in toscano, in campano, in veneto, in romano, in siciliano…

In mezzo alla massa urlante c’è un fusto che non si fa aprire, un fusto che certamente contiene un liquido.

Le guardie sorridono beffardamente, loro devono dalle piatte borracce. Agitano le braccia, urlano, parolacce certamente.

Il fusto è stato finalmente aperto: acqua, acqua, acqua!
Tra gli spettri scoppia una zuffa.

Normale, gli spettri sono assetati, sono tanti, tanti si trovano davanti ad un bidone d’acqua. Quanta?

I più robusti sono quelli che hanno sempre bevuto e mangiato. Con poche spallate spingono lontano noi ombre. Alcuni sottufficiali cercano di mettere ordine. Lo sforzo è inutile.

Dal fusto esce l’acqua che si perde.

Intervengono gli inglesi, giustamente. Mettono ordine, facendoci assaggiare i calci dei fucili.

Con modi energici, ma necessari, ci mettono in fila. Tutti arriviamo ad avere qualche goccio d’acqua.

Non una goccia è andata più perduta.

Dove siamo?

Dovrebbe essere El Karita, non abbiamo ancora raggiunta la Pista Rossa.

Qualcuno, più fantasioso e ottimista, dice che, essendo vicini alle piste, probabilmente troveremo i camion ad aspettarci. Intanto camminiamo con una speranza.

Abbiamo passato le piste, siamo circa nella zona dove ci assestammo dopo lo sganciamento del due novembre.

Camminiamo da sette giorni….
Venga la morte, ma finisca questo tormento orribile!
Sabbia, pietrame, ricordi, ora più che mai.

E’ un ritorno ai capisaldi.

Qualcuno chiede:”Siamo sicuri con tutte le mine che ci sono? I paletti sono stati tolti durante il ripiegamento…”. L’allarme agita tutti, frena la marcia, nessuno vuole camminare in testa, si formano gruppi che non vogliono più andare avanti.
La massa, prima quasi sbandata, si riunisce.

Bisogna far presente agli inglesi il pericolo.
Quanti sono diventati i tre chilometri che dovevamo percorrere?
Un sergente inglese urla di andare avanti. Gli si avvicina un sergente maggiore carrista che parla l’inglese. Discutono animatamente qualche minuto.

“Ragazzi – dice il sottufficiale – il sergente inglese dichiara che subito dopo la vecchia linea inglese ci sono ad attenderci i camion che ci porteranno al concentramento di El Alamein. Gli ho fatto presente che ci sono i campi minati, il sergente afferma che il terreno che stiamo percorrendo è stato sminato, che le mine si trovano ammucchiate ai bordi della pista”

“Maggiò – replica uno – e le mine che sono state messe prima del ripiegamento …?”.

“E tu credi alla storia dei camion” un secondo interviene.

“Ero al X° Corpo d’Armata – dice uno del genio – questa zona la conosco bene, davanti al comando del X° c’era una fascia minata larga in media quattrocento, cinquecento metri e lunga oltre un chilometro, i varchi sono stati chiusi dopo il ripiegamento”.

“Ragazzi – replica il serg. maggiore – qui c’è poco da fare, bisogna marciare e non perdere tempo più di quanto è necessario, l’inglese dice che troveremo sulla pista i camion, se ci saranno bene, altrimenti non ci muoveremo”.

Seguono imprecazioni, brontolamenti, affermazioni, negazioni.
Chi può mettere d’accordo una massa affamata e stanca?

Ci fanno camminare verso sud, fino ad incontrare la Palificata, quindi la marcia continua sulla sua direttiva, si cammina però alla sinistra di essa, su quella pista nota come Pista dell’Ariete.
Non sono molti i segni della battaglia dei giorni scorsi; qualche automezzo bruciato, molte schegge.

Si procede molto piano, abbiamo tutti paura di incappare in qualche mina. Per la verità ora in testa ci si sono messi i minatori, il loro occhio esperto dovrebbe scoprire eventuali mine.
Nelle prime ore del pomeriggio si raggiunge il campo minato, che è però segnato da paletti.

Passiamo attraverso un varco, ai lati hanno posto le mine dissotterrate. Sono mine inglesi e tedesche in maggioranza.
Saranno le sedici quando appaiono, lontani, camion fermi.
Saranno per noi? Troppo bello crederci. Gli inglesi ci assicurano: sono i nostri, puntuali.

Sembr