PARMA- Maurizio Pinna sta lavorando da molto tempo al corposo archivio del Padre, Tano Pinna, indimenticabile artigliere di El Alamein,scomparso il 24 Dicembre 2005, grazie al quale molta storia della Folgore e della Battaglia è giunta sino a noi.
Questa rubrica ha iniziato a pubblicarli da 2 anni.
Sono tutti pezzi di storia vissuta, con fotografie inedite e originali, che arricchiscono il nostro sito e forniscono ai lettori una documentazione di altissimo profilo storico e umano.
Grazie Tano! Grazie Maurizio!
Qui di seguito un gruppo di racconti riorganizzati cronologicamente corredati, come sempre, di didascalie e foto originali.
Questa parte dei diari comincia dal corso di Paracadutismo e addestramento militare di Tarquinia e termina col rientro in Patria, dopo una lunga prigionia:
TARQUINIA
IL VOLO DI AMBIENTAMENTO
LA TORRE
EL ALAMEIN
L'ATTACCO
LA BATTAGLIA IL 25 E 26 OTTOBRE 1942
IL 27 E 28 OTTOBRE
DAL 29 ALL'1 NOVEMBRE
LA PRIGIONIA DEI NON COOPERATORI
Il POW 305 era un campo di prigionia inglese, in Egitto, dove sono stati internati molti Paracadutisti, dopo la Battaglia di El Alamein e la disperata resistenza lungo la ritirata.
Il trattamento era ai limiti dell'umanità, e gli inglesi erano particolarmente severi con i "non cooperatori", a cui venivano riservati trattamenti più oppressivi.
IL PRIMO GIORNO AL CAMPO 305
TRE GIORNI AL 305
LA DIETA
MALEDETTO SETTEMBRE 1943
SANTA EL ALAMEIN
IL IL SERMONE AI REPROBI
BONI ITALIANI
CELLA DI RIGORE
ARIO FIUMI RIENTRA TRA I PRIMI E SCRIVE AI SUOI CAMERATI
1944
IL BASTONE E LA CAROTA
IL BASTONE E LA CAROTA 2
8 AGOSTO 1944 SCAVANDO NELLA SABBIA
organizzazione dei testi e delle immagini a cura di Maurizio Pinna, figlio di "Tano", artigliere di El Alamein, nostro Redattore.
Dai diari di Tano Pinna, di Umago d’Istria art. parac. della 3^, poi 2^ btr. \ I° Gruppo
PRIGIONIERI NEL DESERTO
IL RACCONTO DELLA MARCIA VERSO I CAMPI DI CONCENTRAMENTO ATTRAVERSANDO IL CAMPO DI BATTAGLIA DAL 7 ALL’11 NOVEMBRE 1942
Dal 2 al 6 novembre ’42, la Folgore si ritirò dalle posizioni e cominciò l’epico ripiegamento, terminato il pomeriggio del sei novembre con la cattura dell’ultimo gruppo comandato dal col. Camosso. Ben pochi sfuggirono alla cattura, gli inglesi rastrellarono il deserto, radunando i piccoli gruppi dispersi di uomini, fanti, genieri, artiglieri, carristi, paracadutisti. E’ questa una delle pagine meno conosciute della guerra, specie dei Folgorini.
Una naturale ritrosia nel raccontare il momento immediatamente successivo alla cattura è sempre stata presente in tutti sopravvissuti, fino alla fine. Quasi se ne “vergognavano” perché in quei momenti decadevano tutti legami, da quelli “civili” a quelli tipicamente militari, come la disciplina, la gerarchia, l’organizzazione, rimanevano solo l’istinto di vivere e, solo per alcuni, il proprio orgoglio.
Tutti sono alla ricerca del cibo e dell’acqua, di un posto dove dormire, dove riposare.
E’ il momento più amaro, dove si è vivi ma si rimpiangono i Morti. Almeno Loro non si debbono vergognare di essere in fila, come armenti, con la fame e la sete, con la divisa che non è più una Divisa, perché il combattimento è finito, ma è solo un qualcosa di strappato e sporco che servirà a coprirsi dal freddo notturno.
E’ il momento in cui si vede l’amico implorare al soldato nemico una sigaretta, un pezzo di pane raffermo, una lattina di acqua sporca.
E’ il momento in cui è cessata la tensione del combattimento, non c’è più la Morte che incombe, le granate, le schegge, ma solo gli ordini gutturali ed incomprensibili dati dalle guardie nere con le baionette innestate, la fame che torna prepotente, e la sete, la sete maledetta.
E su tutto il silenzio, un silenzio spettrale, con solo un rumore di fondo, quello del passo strascinato, assorbito e rallentato dalla sabbia.
Anche il sole è spento, ha piovuto, il cielo è grigio, una cappa che si apre e chiude, quasi come se il sole si nascondesse di fronte a tale spettacolo.
Il sole, il sole che ha bruciato la pelle e la sabbia, le rocce e l’acciaio dei pezzi anticarro, che ha arroventato le lamiere dei carri, ormai tombe silenti nel deserto, è ora muto, quasi non si sente più il suo calore.
Non sono uomini quelli che camminano, sono ombre, tra poco saranno numeri di matricola, chiusi dietro ad un filo spinato, e tutti i giorni saranno solo cadenzati dalla conta, dalla fila per il rancio, dalla noia, che spesso travasa nella pazzia.
“Sette novembre
E’ l’alba. Corpi inermi, stanchi, avvolti in teli da tenda, in copertine da campo, con pastrani o con una sgualcita, logora giacca, riposano immobili sulla sabbia. Il sole ci sveglia, non più il cannone. Mi guardo attorno. Non c’è più l lunga colonna di ieri, c’è solo qualche camion. Attorno a noi nessun soldato, siamo ancora soli. Ho l’impressione di non essere più stanco, ma cambio dea quando guardo nei volti dei miei compagni (*). Hanno volti scavati, barbe lunghe, capelli lunghi ed ispidi, di colore incerto. Quelli del Comando sono …più presentabili, le barbe quasi rase, i capelli fatti, la divisa non logora, hanno zaini e valigie pesanti e ben guardate, una ed anche due borracce piene, scarpe in ottimo stato.
Qualcuno si prepara a farsi la barba. Noi ci guardiamo in faccia. Me la tocco…sembrerò un fraticello…sporco, disordinato. Iop:”Pinna noi dovemo cominciar con le forbisi, ma non le go, e ti? – mi dice – e chiede – chi ha le forbici?”. Quelli del Comando ce le prestano, Iop inizia a fare il barbiere, ed ora chiede il pennello, il sapone, la macchinetta con le lamette.
Quelli del Comando ci prestano tutto. Grazie! Ci sentiamo più leggeri, con la barba è patita anche qualche. ..fettina di pelle, e chi ha la carne in faccia? Nelle tasche del pastrano ci sono ancora delle caramelle. Stuzzicano la fame e la sete. Con un po’ di circospezione ci allontaniamo dal gruppo. Ci sono parecchi mezzi incendiati, chi lo sa? Forse qualcosa di buono si potrà trovare. Con Iop dividiamo l’ispezione, il mezzo più vicino è una blinda. A terra ci sono molte taniche, raccogliamo qualche bicchiere d’acqua: buon segno.
Iop si è arrampicato sulla blinda. “Se magna!” grida, ci sono scatole di carne, gonfie, bruciate. Troviamo un barattolo vuoto. “Un bel brodino?” propone Iop.
Versiamo la carne e l’acqua nel barattolo, cerchiamo e troviamo pezzi di legno, due sassi, accendiamo un focherello. Siamo quasi allegri.
Pronto a tavola, signori! Scodellare…dove? Posate…quali? Ci prestano un cucchiaio, si mangia a turno. Mai mangiato un brodo così buono, la carne è eccellente! Iop sei grande!
La pace finisce, arrivano gli inglesi, baionette in canna, rivoltelle in pugno.
Ci radunano, Gli ufficiali vengono invitati a raggiungere i camion fermi.
Ci separiamo non senza emozione, ci abbracciamo. Ci rivedremo?
___________________________________________________________________________ (*) Tano è stato catturato, dopo una prima fuga, a Khor el Bayat, 45 km a sud ovest di El Dabà, la località dove il solo 31° Guastatori di Caccia Dominioni riuscì a sfondare le linee inglesi. Quarant’anni più tardi proprio Caccia Dominioni, il Maggiore Sillavengo, scrivendo a Tano, gli conferma la località, coincidendo quello che ambedue vedevano alla stessa ora. Con Tano ci sono i suoi compagni al pezzo, Mocciola e Iop, il suo tenente, Tabelli, il buon ten. Mendolesi della Cp. Minatori, poi la gente del Comando di El Dabà, il Cap. Cartasegna, il cap. Curti, i ss. ten. Monaco, Serra, Ardizzone. __________________________________________________________________________
Ci dicono di camminare, direzione est. Dove ci porteranno? Due blinde ci scortano, i soldati inglesi salgono sui loro mezzi. Camminiamo, non si parla.
Il sole è già alto, fa caldo; non poso indossare le scarpe, ho sempre ai piedi una crosta di sangue, le scarpe le metto intorno al collo.
Vorrei buttare il pastrano, ma è utile per la notte. Qualcuno domanda agli inglesi quanta strada si deve fare. Ci rispondono:”tre chilometri”. Balle!
Non ci portano verso la litoranea, forse ci tengono lontani dalle piste di comunicazione.
Incontriamo altri gruppetti di soldati italiani, sbandati, si accodano.
Anche i nuovi arrivati sono stracci ambulanti come noi. Si cammina brontolando, lamentandosi: “Quando ci fermeremo, non ne posso più..” “Mi butto a terra, mi sparassero, almeno finisce tutto..” “Devo cercar di fuggire, divento matto se penso ala prigionia, se penso al concentramento ..” “Quarantasette, morto che pala..” “Crepa!”
Il gruppo si ingrossa con sempre novi arrivi. Mi sembra che gli inglesi ci portino volutamente dove sanno che ci sono gruppi di sbandati.
Si fa una sosta, i nostri ..accompagnatori mangiano. Pochi tra noi dispongono di un tozzo di pane o di un po’ di acqua. Si riprende la marcia: è corta ora l’ombra che ci accompagna. Stanchezza, fame, sete, cominciano a arsi sentire. Qualcuno piomba a terra svenuto.
Ci aiutiamo, ma nessuno ha la forza di trascinare i più deboli. Gli inglesi sulle prime strillano e minacciano puntando le armi, qualche fanatico spara in aria.
La situazione è tragica, molti si accasciano per terra e non intendono alzarsi, sono veramente sfiniti, qualcuno è anche ferito, la massa è una turba stanca, con nel cuore odio per l’inglese: i soldati sono pochi, ma sono armati.
Cosa potrebbe succedere in caso di ribellione? Non ci voglio neanche pensare.
Qualcuno si azzarda a chiedere di poter salire sulle blinde di scorta, per tutta risposta riceve una pedata o una spinta con il calcio del fucile.
Le blinde si tengono molto discoste dalla colonna. I biondi guerrieri londinesi si sentono più sicuri?
Almeno sapessimo quanto abbiamo ancora da camminare. Nuovi gruppi si accodano. Chi urla, chi bestemmia, chi incita alla ribellione.
Chiediamo di fare soste più lunghe, più ravvicinate, almeno potessimo trovare un mezzo per caricare i feriti e i più deboli …chi non è debole?
Qualcuno va a parlamentare, non dobbiamo cedere. Ritorna e dice che gli inglesi hanno chiesto l’invio di qualche camion per il trasporto egli ammalati. Sarà vero?
Sosta, è sera.
Mocciola e Iop sono spariti, sono solo …tra tanti.. Mi sdraio a terra, frugo i fondi delle tasche del pastrano. Nulla…polvere …sabbia.
Ho fame? Si, qualche crampo, però sempre più debole. Provo a togliere le calze dai piedi, niente da fare. E se mi entra l’infezione?Sarà destino…è scritto!
I più giacciono a terra, qualcuno gira, forse per trovare qualche conoscente, qualche paesano …o forse cercano da bere, da mettere qualcosa sotto i denti.
La maggioranza tace.
I meridionali sono i più loquaci, si cercano, si aiutano, sono tutti paesani.
Si avvicina un soldato inglese, sta mangiando, in mano ha un pacco di biscotti.
“Mo gliene chiedo uno” dice un piccolo, fante napoletano.
“Perché gli chiedi da mangiare?” “Tengo fame”
Si avvicina all’ inglese e, stendendo la mano come un miserabile, gli dice:” Camerata Tommy dammi un biscotto, tengo fame”.
Mi sono sentito ribollire il sangue. Balzo in piedi, prendo il piccolo napoletano per un braccio, gli do uno strattone e lo spingo indietro, gli appioppo un calcio nel sedere.
L’inglese butta a terra il biscotto, poi lo schiaccia.
Il piccolo napoletano non reagisce, dice qualcosa che non comprendo e se ne và, confondendosi in mezzo alla massa.
Ma come si fa a distanza di ventiquattro ore da una battaglia ad elemosinare un biscotto al nemico? L’azione dell’ inglese avrà insegnato qualcosa?
Non odio il nemico, ma ho rispetto per me, voglio tutelare almeno la mia dignità e, se posso, quella dei miei compagni.
Dove siamo? Gli autieri, più pratici del deserto, fanno dei nomi, secondo loro battiamo la strada fatta nel ripiegamento, ad un certo punto si dovrebbe imboccare una delle piste che portano ad El Alamein, la Pista Rossa o quella dell’Acqua, o, al massimo, una delle due piste che fiancheggiavano le postazioni della Folgore.
Scende la sera, molti sono già n pieno sonno, altri parlano, l’aria si rinfresca, mi sdraio, cerco ristoro nel sono.
Le blinde, con il loro carico di biondicci, si allontanano. Buona notte Mamma, sono stanco, infinitamente stanco, non so come le mie scarse forze non mi abbiano ancora abbandonato. Ho fame, ho sete, una sete tremenda e di tanti giorni che mi bruciava la gola, oggi non una goccia d’acqua sulle mie labbra arse, nemmeno una goccia.
Vedi mamma, non tutti abbiamo fame, molti hanno aperto lo zaino dove conservano pane, biscotti, formaggio, anche la pasta, ma non possono mangiarsela.
Hanno anche l’acqua loro, si, l’acqua.
Se li conosco? Qualcuno si, e da molto tempo.
Vedi io sono stato in una buca di un caposaldo, al mio fianco avevo le cassette delle munizioni, essi avevano i sacchi di zucchero, io bevevo l’acqua con il coperchio della borraccia, essi bevevano dalla borraccia, a garganella; venivano al caposaldo, scaricavano i viveri, le munizioni, poche, si portavano via i feriti ed i morti. Correvano nella notte, avevano sempre fretta. Spero di non morire di fame o di sete, c’è un dio anche per gli affamati e gli assetati, mi proteggerà.
Otto novembre
L’alba ci trova soli, affamati, non assetati, perché l’umidità della notte ci è stata amica.
La macchia nera sembra una grande ameba che si agita. Arrivano gli inglesi, sono sempre gli stessi.
“Camminare piano – ci dicono – tutti assieme, tre chilometri e poi tanta acqua e tanto mangiare”
Che cosa possiamo fare? Camminare, camminare come ieri…Quanti siamo? Impossibile dire una cifra, siamo tanti, tanti.
Si va, tiro avanti, come un automa, in silenzio.
Che cosa succede? Quelli che sono in testa alla colonna si mettono a correre, man mano corriamo tutti. Perchè?
In un avvallamento del terreno c’è una specie di grande pozzanghera, sono stati appunto quelli in testa alla colonna a dare l’allarme. Ci tuffiamo a sorbire, come le bestie, i più igienisti raccolgono l’acqua con le mani, ci si bagna la faccia, si beve, si…mangia. Si deglutisce acqua e sabbia.
Spintoni da tutte le parti, c’è chi cade, chi salta in mezzo alla pozzanghera; chi ha un barattolo, una gavetta, una borraccia cerca di fare il pieno. La scorta inglese lascia fare.
Pochi minuti ed il terreno ritorna ad essere asciutto.
Si riprende a camminare.
Quella ..abbeverata sarà l’unico pasto della giornata.
Man mano il passo si fa più pesante, lento, affaticato. I miei piedi sono sempre avvolti e “saldati” alle calze, mentre le scarpe dondolano passando da una spalla all’altra.
Il piede affonda nella sabbia, il corpo si trascina in avanti. Verso mezzogiorno facciamo una sosta.
Loro mangiano: loro inglesi e loro, quelli che di noi hanno da mangiare.
I più guardano in silenzio. In silenzio ci guarda il sole, ora alto in un cielo terso.
Avanti ancora, ancora, fino al tramonto.
Ancora c’è chi mangia, chi guarda ci mangia e pensa a quando potrà mangiare.
Protestare? Con chi?
Non abbiamo più la forza di protestare.
Quanti giorni ancora di marcia?, di sete?, di fame? La macchia nera si è fermata, un brontolio cupo domina l’immenso, neppure i napoletani cantano, i friulani ed i toscani non bestemmiano. In tutti c’è l’ansia di raggiungere il campo di prigionia. Aveva ragione il napoletano: ci si riposerà. Scende il sonno negli stanchi corpi che giacciono a terra muti. Il deserto si fa nero, non più ombre, qui è più nero. Nella notte qualche voce di dormienti, gli incubi del sonno, dei sogni, del fuoco di ieri.
Nove novembre
Sempre in marcia ..di avvicinamento. Ogni ora che passa ci si abbrutisce e ci si imbruttisce. Siamo bestie inseguite, spinte in cerca di qualcosa, della vita, forse. Ma c’è ancora in noi dell’umano?
Molti, divorati dalla dissenteria, sono ridotti a brutti spettri. Si trascinano, barcollano, molti cadono privi di forze. I compagni non li abbandonano: carità che va al di là delle umane possibilità. Le braccia al collo degli amici, passano queste ombre, uomini aggrappati ad altri uomini, che rappresentano la vita.
Non sono molto migliori le condizioni di questi bravi ragazzi, che hanno visto i loro compagni ad un passo dalla morte e si sono chiesti se lasciarli morire nel deserto o trascinarli in qualche modo per tutto il percorso.
Di ora in ora questi casi aumentano, perciò la marcia si fa sempre più lenta.
Gli inglesi comprendono, non dicono più niente, anzi concedono spesso lunghe soste.
Qualcuno ha visto ed indicato in lontananza un fusto.
Potrebbe contenere benzina. Ma anche acqua.
C’è una corsa generale.
La gran macchia nera, che prima avanzava nel deserto con lentezza, come un enorme elastico che si allunga e si accorcia, ora si snoda, si sfalda, si allarga, si spezza, si accorcia, si restringe, si ammassa…chi urla, chi impreca, chi bestemmia, in toscano, in campano, in veneto, in romano, in siciliano…
In mezzo alla massa urlante c’è un fusto che non si fa aprire, un fusto che certamente contiene un liquido.
Le guardie sorridono beffardamente, loro devono dalle piatte borracce. Agitano le braccia, urlano, parolacce certamente.
Il fusto è stato finalmente aperto: acqua, acqua, acqua! Tra gli spettri scoppia una zuffa.
Normale, gli spettri sono assetati, sono tanti, tanti si trovano davanti ad un bidone d’acqua. Quanta?
I più robusti sono quelli che hanno sempre bevuto e mangiato. Con poche spallate spingono lontano noi ombre. Alcuni sottufficiali cercano di mettere ordine. Lo sforzo è inutile.
Dal fusto esce l’acqua che si perde.
Intervengono gli inglesi, giustamente. Mettono ordine, facendoci assaggiare i calci dei fucili.
Con modi energici, ma necessari, ci mettono in fila. Tutti arriviamo ad avere qualche goccio d’acqua.
Non una goccia è andata più perduta.
Dove siamo?
Dovrebbe essere El Karita, non abbiamo ancora raggiunta la Pista Rossa.
Qualcuno, più fantasioso e ottimista, dice che, essendo vicini alle piste, probabilmente troveremo i camion ad aspettarci. Intanto camminiamo con una speranza.
Abbiamo passato le piste, siamo circa nella zona dove ci assestammo dopo lo sganciamento del due novembre.
Camminiamo da sette giorni…. Venga la morte, ma finisca questo tormento orribile! Sabbia, pietrame, ricordi, ora più che mai.
E’ un ritorno ai capisaldi.
Qualcuno chiede:”Siamo sicuri con tutte le mine che ci sono? I paletti sono stati tolti durante il ripiegamento…”. L’allarme agita tutti, frena la marcia, nessuno vuole camminare in testa, si formano gruppi che non vogliono più andare avanti. La massa, prima quasi sbandata, si riunisce.
Bisogna far presente agli inglesi il pericolo. Quanti sono diventati i tre chilometri che dovevamo percorrere? Un sergente inglese urla di andare avanti. Gli si avvicina un sergente maggiore carrista che parla l’inglese. Discutono animatamente qualche minuto.
“Ragazzi – dice il sottufficiale – il sergente inglese dichiara che subito dopo la vecchia linea inglese ci sono ad attenderci i camion che ci porteranno al concentramento di El Alamein. Gli ho fatto presente che ci sono i campi minati, il sergente afferma che il terreno che stiamo percorrendo è stato sminato, che le mine si trovano ammucchiate ai bordi della pista”
“Maggiò – replica uno – e le mine che sono state messe prima del ripiegamento …?”.
“E tu credi alla storia dei camion” un secondo interviene.
“Ero al X° Corpo d’Armata – dice uno del genio – questa zona la conosco bene, davanti al comando del X° c’era una fascia minata larga in media quattrocento, cinquecento metri e lunga oltre un chilometro, i varchi sono stati chiusi dopo il ripiegamento”.
“Ragazzi – replica il serg. maggiore – qui c’è poco da fare, bisogna marciare e non perdere tempo più di quanto è necessario, l’inglese dice che troveremo sulla pista i camion, se ci saranno bene, altrimenti non ci muoveremo”.
Seguono imprecazioni, brontolamenti, affermazioni, negazioni. Chi può mettere d’accordo una massa affamata e stanca?
Ci fanno camminare verso sud, fino ad incontrare la Palificata, quindi la marcia continua sulla sua direttiva, si cammina però alla sinistra di essa, su quella pista nota come Pista dell’Ariete. Non sono molti i segni della battaglia dei giorni scorsi; qualche automezzo bruciato, molte schegge.
Si procede molto piano, abbiamo tutti paura di incappare in qualche mina. Per la verità ora in testa ci si sono messi i minatori, il loro occhio esperto dovrebbe scoprire eventuali mine. Nelle prime ore del pomeriggio si raggiunge il campo minato, che è però segnato da paletti.
Passiamo attraverso un varco, ai lati hanno posto le mine dissotterrate. Sono mine inglesi e tedesche in maggioranza. Saranno le sedici quando appaiono, lontani, camion fermi. Saranno per noi? Troppo bello crederci. Gli inglesi ci assicurano: sono i nostri, puntuali.
Sembr
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