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STORIE DI "LEONI" E DA LEONI -
Giovedì, 24 Novembre 2011





FRANCO SLATAPER

IN LUOGO DI COCCODRILLI …


FALZES 2001

Il 24 ottobre di questo 2009, un signore si presenta a casa di Remigio Rossi*, a Monfalcone, lo saluta e incomincia a fargli particolari domande sul suo periodo di El Alamein, stando all’ingresso, sull’uscio di casa.

( Ndr: Il Leone Remigio Rossi è mancato nel luglio 2011 )



Rossi che era un po’ costipato, non voleva prendere freddo e per essere riparato lo fa accomodare alla buona, in cucina.
Questo signore incomincia a chiedergli se lui è il puntatore, goniometrista del 4° plotone della Compagnia autonoma mortai da 81, comandata dal Cap.no Passamonti. Gli chiede tante cose, tra le quali, se si ricorda del suo comandante di plotone.
Rossi, ricordava certamente il suo tenente, anche se da quel giorno erano passati 67 anni. Era proprio il 24 ottobre quando sono stati fatti prigionieri, il 25 sono stati divisi uno lo portarono da una parte e l’altro da qualche altra. Ricordava, il comandante, come persona coraggiosa, umana, un camerata. Aveva fatto ricerche a suo tempo e da qualcuno aveva capito, non ricorda in quale circostanza, che ormai era morto. Ricordava che il tenente era persona temeraria che non si scomponeva dei tiri che arrivavano alla loro postazione da tutte le parti. L’ufficiale, mai si era premurato di proteggersi, di cercare un riparo per la sua incolumità. Il giovane Rossi ammirava il tenente anche se, più di qualche volta, aveva avuto a che dire su certi ordini e/o osservazioni fattegli a torto o a ragione. Tanto che una volta, in una situazione molto particolare il caporale e il tenente si affrontarono con le pistole in pugno, comunque senza conseguenze. Episodio che dimostra la loro determinazione, la loro personalità, la loro testardaggine, il loro carattere.
Remigio, pensando che questo signore poteva essere un suo commilitone della compagnia e, per quanto si scervellasse, non riusciva a individuarlo a trovarlo nella memoria. Insomma, il personaggio lo teneva in apprensione, tardava a qualificarsi; Rossi era curioso, voleva conoscere meglio chi era quello che gli stava di fonte. Ad un certo punto non ne poteva più e di botto gli chiede: - Ma, tu che sei così ben informato sul mio trascorso di El Alamein, chi sei? … Chi Sei? …Dimmi che se? …- Questi gli risponde: -Sono Franco Slataper di Trieste, il tuo vecchio tenente, allora il tuo comandante di plotone.
Rossi incominciò a trasecolare, a non capir più niente... Così pure vedeva l’emozione sulla faccia del vecchio tenente … Poi, commossi si abbracciarono.
La notte del 24 ottobre, erano passati proprio 67 anni dal momento che si erano separati, Rossi non ha chiuso occhio. Pensando a quei momenti come quando erano rimasti senza munizioni e Remigio con un “blitz” le aveva recuperate dagli inglesi che le avevano abbandonate, lasciate li perché incalzati dai folgorini.
A Remigio gli sono venuti in mente tanti di quei episodi che ormai non ricordava più, come quando è stato ricoverato, con la forza, per una intercolite “micidiale” ma lui appena ha potuto è scappato per rientrare al reparto.
Insomma tanti di quei avvenimenti raccontati dal tenente, Rossi non li ricordava più ma, la memoria così sollecitata, gli ha fatto affiorare momenti, uomini e situazioni che ormai si erano assopiti e correvano il rischio di passare nel dimenticatoio.
La storia non finisce qui perché i due si sono promessi di incontrarsi nuovamente a Trieste, magari con l’amico Emilio Camozzi.
Il Comm. Dott. Franco Slataper che adesso è, per un periodo in trentino, manderà un promemoria dell’incontro per poterlo magari pubblicare si Folgore: una parte da trarre da un suo scritto “In luogo di coccodrilli …”
Remigio Rossi che è attaccatissimo all’Associazione (iscritto alla Sezione di Gorizia, prima di Monfalcone, dal 1947) si è subito si è informato se il camerata è iscritto e appreso che non lo è, lo ha sollecitato a farlo.

Questo il biglietto da visita lasciato a Remigio dal:
Comm. Dott. Franco Slataper
Vai Murat, 16
34123 TRIESTE


Franco Slataper
Via Ried, 11
39030 FALZES( Bz)
Tel. 0434 528512

Caro Rossi,

mi scuso se mi faccio vivo tanti giorni dopo il nostro incontro.
Dovevamo però venire per alcuni giorni in montagna (a Falzes, in Val Pusteria), dove abbiamo un piccolo punto di riferimento ed il soggiorno si è prolungato più del previsto e non sappiamo tuttora quando torneremo a Trieste. Ho quindi pensato che per non dico colmare ma attutire 67 anni di silenzio potevo darti qualche notizia se non della mia intera vita almeno di alcuni segmenti, prima fra tutti quello che culmina con la notte tra il 23 ed 24 ottobre 1942 a el Alamein (Vedi, “In luogo di coccodrillo …”, pg. 34 e segg.). Noterai che dell’episodio due parti sono state invertite ma ciò non toglie nulla alla fedeltà del rapporto. Le altre sono storie varie che alcuni hanno trovato anche divertenti, tutte però onestamente raccontate, con il distacco che l’età e le passate esperienze inesorabilmente
Non ti nascondo che ritrovare dopo tanti anni un camerata della guerra mi ha causato una notevole emozione. Era d’altronde la prima volta che succedeva. Fa rivivere lo spirito di quegli anni, il disinvolto ardore della gioventù, lo spettacolo e direi quasi anche l’odore delle divise, delle armi, del deserto. Sono tornato una volta a Alamein nel 1954 ma la visita si è limitata al sacrario sulla costa. Credo che nell’interno dove eravamo noi non si fidino in molti di andare. Io comunque non mi fiderei: le mine sono sempre attive.
Non ho avuto mai nessun contatto con associazioni e reduci paracadutisti né ho partecipato a raduni di sorta. Penso che siamo comunque rimasti in pochi. Mi sembra che un paio d’anni fa a Trieste della Folgore eravamo cinque o sei. Nel mio caso è in parte dovuto al fatto che sono ricascato nel corpo di provenienza e quindi nell’Associazione Nazionale Alpini. Ne avremo ad ogni modo occasione di parlare.
Per ora ti saluto e ti rinvio ad un altro incontro, spero tra non molto.
Con viva cordialità.

Franco Slataper

Falzes, 28 novembre 2009


IN LUOGO DI COCCODRILLI

E’ improbabile che nel mio caso si ricorra, quando sarà il momento, a coccodrilli. Troppo insignificante, direi irrilevante, la persona. Tuttavia, per quei pochissimi a cui la persona importava, le notizie a disposizione non sono abbondanti. Mi sforzerò dunque di raccogliere ricordo, impressioni, sensazioni di fatti della mia vita, per la curiosità di coloro ai quali può interessare.


Sono nato a Trieste, in Via Zovenzoni, nelle prime ore del mattino del 20 giugno 1920. Mia madre (Almira Bernardino) mi ha dichiarato di non ricordare esattamente a che ora, il che m’ha impedito di farmi fare a Zurigo da un astrologo o, forse meglio, da uno che si piccava di astrologia, un quadro del mio passato, presente e futuro, con tutti i riferimenti ad astri, costellazioni e simili. Gli occorreva l’ora precisa della nascita. Non è stata probabilmente una gran perdita, ma a quel tempo la cosa mi aveva un po’ seccato. Ad ogni modo, in via Zovenzoni, a due passi dal Giardin Pubblico. A quei tempi si nasceva ancora in casa e quella era la casa di nonna Edvige Rascovich Bernardino e di zia Bruna. I Bernardino (nonno Ruggero) venivano dal Friuli orientale (S. Giovanni al Natisone), i Rascovich erano originari delle Bocche di Cattaro (Perasto). Ospite temporaneo della casa era anche mio padre, fresco sposo di mia madre. Mio padre si chiamava Guido Slataper. Il cognome Slataper, con l’accento sulla prima a, non ha mai creato difficoltà di pronuncia ai miei concittadini ed ai miei conterranei. Agli altri italiani faceva un po’ l’effetto di uno scioglilingua. Per semplificarlo, i soldati usavano chiamare papà “shrapnel”.

I francesi pronunciavano Slataper inevitabilmente con l’accento sulla e finale, i tedeschi quasi sempre, con l’accento sulla seconda a. Gli americani, una volta eruditi sulla sillabazione, lo pronunciavano correttamente, salvo strascicare la r finale. Del resto, la numerosa tribù degli Slataper che popola il Texas e la Louisiana, discendente da un Feliciano, zio del nonno, non ha avuto mai problemi col cognome, che conserva con la grafia e pronuncia originarie. In letteratura, il nome Slataper viene di solito reso con “Pennadoro”, da zlato=oro e pero=penna. Tuttavia, lo Slovar slovenskega knjižnega jezika (dizionario della lingua letteraria slovena) registra anche un aggettivo “zlatopér” definito come “dal piumaggio biondo/oro”. Quasi quasi mi sorriderebbe di più esser individuato, anziché da una penna, dal piumino felpato e morbido, color oro pallido, di un Labrador retriever. Il cognome Slataper ha dato ad ogni modo occasione a diversi critico letterari, che si sono occupati dell’opera di Scipio Slataper, di attribuire a mio nonno, grande patriota italiano, se mai ve ne fu uno, la dubbia qualifica di “slavo”, quando non addirittura di slovacco. Passi per quest’ultima qualifica, facilmente riconducibile alla confusione tra slavo, sloveno e slovacco, confusione abbastanza spiegabile in letterati italiani, di solito perfettamente ignoranti di ciò che esiste ad oriente del Piave. Ma la prima asserzione trascura il fatto che gli slataper erano italiani, vivi e operanti a Trieste, con lo stesso cognome e grafia, (quest’ultima tradisce, se mai, una traslitterazione di mano tedesca), di lingua italiana, con nomi propri italiani e mogli italiane, almeno dalla metà del 1700. Vi fu, ad ogni modo, anche uno Slataper Luca, definito “italus” nel catalogo generale della Società di Gesù, che nacque a Gorizia nel 1667 e morì a Fiume nel 1745, dopo una vita trascorsa tra lunghe permanenze a Trieste, Fiume, Gorizia, Judenburg, la Grecia, ecc.

La mia opinione è piuttosto semplice: verso la metà del 1600 qualche “Pennadoro” scese dall’Alto Isonzo (Tolmino?) verso Gorizia e Trieste, ci si trovò bene, si ripulì il nome e vi rimase. Non vi è comunque nulla di negativo nell’essere di origine slava, anzi, purché non si stravolga il concetto, definendo mio zio Scipio, come mi è avvenuto di leggere, “il grande scrittore sloveno di lingua italiana”. Gli Slataper, inoltre, erano dei tipi alpini, bruni e tracagnotti. La figura slanciata ed i capelli biondo-oro di mio padre e di mio zio provengono da mia nonna Sandrinelli, di famiglia veneta di origine bergamasca.

Torniamo ora in via Zovenzoni, dove rimasi poco, forse un paio d’anni. Ne ricordo solo la cucina, che mi pareva immensa. Mi hanno battezzato in Sant’Antonio nuovo. Il certificato di battesimo è ancora in latino. Padrini erano mio zio materno, Lorenzo Bernardino e Fidelia Frühbauer, cugina di mia madre. Da via Zovenzoni siamo ben presto traslocati in via Chiozza (poi Crispi) 67 e ci sono rimasto fino ai 18 anni. L’appartamento di via Crispi faceva parte dell’alloggio di zia Linda Sandrinelli, vedova del podestà di Trieste (sotto l’Austria, il primo cittadino di Trieste si chiamava podestà e non sindaco) e sorella di nonna Gina, mia nonna paterna, Sanndrinelli anch’essa. L’alloggio consisteva del secondo e terzo piano della casa di via Crispi. I piani erano collegati all’interno da una scaletta a chiocciola, di ferro massiccio. Il piano superiore conteneva le camere da letto, quello inferiore lo studio, la sala da pranzo, il salone da ricevimento, la cucina, ecc. ed era collegato mediante un ponte ad un piccolo giardino, molto ben curato, che aveva anche una porta su scala Mainati.

Zia Linda era rimasta vedova ed aveva affittato all’amato nipote Guido (mio padre) per la sua giovane famiglia il terzo piano, ripiegando sul secondo, che per lei, sola con una domestica, era più che sufficiente. La domestica era Virginia, slovena di Tolmino, che rimase con lei per un buon ventennio, fino al giorno del ritorno dell’Italia a Trieste, quando definì la bandiera italiana, che mia zia si affettò ad esporre, “… quela vecia straza” e fu sbattuta fuori in tronco. Probabilmente esprimeva più un giudizio sulle condizioni della bandiera che un’opinione politica ma la vecchia dama non era incline in campo patriottico a disquisizioni interpretative. L’appartamento includeva, tra l’altro, un salone sontuoso, con grande pianoforte a coda, nonché l’arpa. Zia Linda suonava ambedue in modo molto distinto. L’appartamento al terzo piano di via Crispi era ampio e pieno di luce. Verso nord e verso ovest la vista spaziava sulla collina di Scorcola, sul mare e sulla pianura friulana. Col bel tempo si vedevano tutte le Dolomiti d’oltre Piave. In basso si disegnavano i tetti della città Teresiana e la mode della sinagoga. Proprio di fronte alla casa vi era una villa molto dignitosa, con alcuni splendidi alberi, a sinistra un basso edificio con spiazzo verde, laboratorio d’uno scultore ed a destra una villetta fiorita e discreta.

Via Crispi era allora una via tranquilla, che si animava la mattina prima delle otto, quando da scala Mainati si scaricava una fiumana di ragazzi che da San Luigi andavano a scuola e le domeniche sera di primavera ed estate, quando dal Boschetto passavano cantando comitive allegre di vino e di giovinezza. I canti si spegnevano all’altezza dell’ingresso del loggione del teatro Rossetti. Si entrava nell’edificio n. 67 per un portone imponente, che si apriva mediante una chiave ancora più imponente, che mi veniva consegnata solennemente la sera, quando uscivo. Si arrivava al terzo piano per una scala piuttosto erta, di gradini di pietra resi più morbidi da un tappeto ed affiancati da una balaustra di metalli con un corrimano coperto di velluto rosso. Sui pianerottoli venivano sistemate piante verdi pretenziose ed ingombranti. L’appartamento era piuttosto grande, anche se non molto razionale. Fu poi modificato e di quel vecchio ricordo solo una stanza bislunga nella parte posteriore. Vi era una stufa di maiolica, incorporata nel muro, in cui finì, bruciato a mia insaputa, il mio amato cane di stoppa, Bobi. Non ricordo molto di quei primi anni di via Crispi. So che un certo momento fummo dislocati, Giuliano ed io, (perché nel frattempo era nato Giambo) nella camera d’angolo che dà su via Crispi. Vi erano solo un grosso armadio ed un certo numero di cuscini. Alla porta del salotto fu applicata una grata di legno, appesa con ganci agli stipiti.

Potevamo giocare a volontà ma non uscire. La vita in quei primi anni era tranquilla. Scendevamo spesso da zia Linda, per la scaletta a chiocciola, di cui ancora ricordo la liscia robustezza, nel salotto che dava su scala Mainati, dove la vecchia dama sbrigava il suo “corriere”, riempiendo di una calligrafia minuta ma chiarissima, ad inchiostro viola, innumerevoli cartoline postali. Ammiravo moltissimo i diamantini che portava alle dita. Andavamo sovente anche da nonna Vige, al numero 53 della stessa via. L’appartamento comprendeva un giardino più grande di quello di zia Linda, con alberi veri, su cui si poteva arrampicare. Talvolta andavamo al Giardin Pubblico ad ammirare le pantigane che traversavano nuotando il laghetto e dove la mularia si rivolgeva ai vigili urbani, cortesi, imponenti e onnipresenti, chiamandoli “siora guardia”.
D’estate passavamo molti mesi a Rosazzo, una proprietà del defunto podestà, villa con casa colonica, stalla, vigne e campi, di fronte all’Abbazia. A mezzogiorno le campane suonavano a distesa ed il sole batteva forte e luminoso.

A quanto pare di sole avevo bisogno e mia madre mi poneva nudo sull’erba al sole, separato dalla casa e dall’ombra da un viale di ghiaietta dura e tagliente, che avrebbe dovuto impedirmi di rifugiarmi al fresco. Sennonché imparai ben presto a superare le ghiaie ed allora fui legato ad un albero con una corda al piede e costretto a subire tutto il sole ritenuto necessario. I contadini guardavano in silenzio e mi compiangevano di nascosto. Ma a Rosazzo c’erano anche le vacche (la famosa Bise, di color grigio/bruno/nero), i maiali, le galline ed i contadini, che parlavano furlan, ed il fogolâr su cui la Sesa la sera mestolava la polenta, gli alberi da frutta, Toni che andava a caccia col cane Bobi e squartava poi le lepri appese al pergolato, i campi di granoturco, la fontana di Noax, dove andavamo a prendere l’acqua potabile, le donne col buinz ed io con due cesti portafiaschi (un buoni venti minuti di strada) e tante altre cose notevoli. Nella fontana di Noax per un pelo non mi annegai una sera d’estate, scivolando da un lato dei ferri e riemergendo stupefatto dall’altro, tra le donne coi secchi e rame in testa che gridavano allarmate. D’estate c’erano anche squisiti fichi bianchi e poi in settembre cominciava a maturare l’uva.

Sull’alto della salita della tesa troneggiava una quercia maestosa, su cui mi arrampicavo saltando su un ramo sporgente e dalla quale cascai, subito dopo dalla guerra e dalla prigionia, causandomi una commozione celebrale ed una paresi destra che mi procurò diversi inconvenienti negli anni successivi e che mi impedisce tuttora di fischiare e di sputare come ero uso da ragazzo. Anche questa è però una delle tante altre storie che non fan parte delle cronache dell’epoca. Una bella vita nel complesso, a Rosazzo. Dicono che a tre anni capivo e parlavo il friulano, che poi ho del tutto dimenticato. Mi son rimaste però, nel retro della memoria, delle care assonanze. La voce del “pai”, per esempio, che narrava, in un misto di friulano e di veneto, le vicende della sua vita, con la storia di quel suo paesano, tanto, tanto bravo che aveva rubato agli austriaci ai tempi di Caporetto un tre o quattro cavalli. Tanto, tanto bravo. “Dopo i lo ga fusilà, ma che bravo che el iera!”. E con fare sacrale affettava la sera con lo spago la polenta appena rovesciata dalla caldaia sul tagliere. Dopo le vendemmie tornavamo a Trieste.
A sei anni andai a scuola e frequentai per tre anni la scuola elementare di via Giotto, col maestro Adamic, il quale aveva un naso imponente. Dei compagni ricordo Schuster, che ora si chiama Calzolai ed è professore universitario in pensione. Andavamo a scuola a piedi, scendendo per via Crispi, la salita del Politeama e l’Acquedotto e tornavamo per la stessa via.

Non so cosa abbia imparato a scuola ma devo esser stato uno scolaro senza infamia e senza lode. Certamente vi imparai il triestino. I miei genitori, infatti, pur parlando sempre triestino tra loro, si rivolgevano ai figli in italiano e così facevano con noi tutti i parenti adulti. Analogamente, a scuola, gli insegnanti ci parlavano in italiano, ma tra loro, e specialmente tra noi alunni e con i bidelli ed il personale amministrativo, l’unico mezzo di comunicazione era il dialetto. I pochi compagni di classe che non lo conoscevano, o non si adeguavano prontamente, venivano inesorabilmente emarginati. Lo appresi talmente bene e mi restò talmente bene impresso che lo considero tuttora al pari della mia lingua materna. Decenni dopo, in America ed in Svizzera, mi scappava spesso di tenere i briefings in triestino agli impiegati dell’ufficio, con scarsa felicità di alcuni tra loro. Nell’estate del (credo) 1926 accompagnai mamma in montagna e trascorremmo una ventina di giorni a Sappada, all’albergo (salvo errore) Cavallino, in borgata Granvilla. L’albergo aveva una terrazza sulla strada, che era a fondo naturale. Molte case erano ancora di legno, in attesa, si usava dire, che le bruciassero per incassare l’assicurazione. Le signore passeggiavano ogni dopopranzo instancabilmente sulla strada vecchia ed io dovevo aggregarmi.

Quell’anno c’era a Sappada anche la Pina Marin con figli, che ogni tanto andavamo a trovare. Una volta la trovammo tutta sconvolta perché Falco aveva lasciato cadere i calzoni nel buco del cesso, costruito, come si usava, all’esterno della casa, con un sedile in legno. In terza elementare, mamma decise che dovevo imparare a suonare uno strumento, come si addiceva ai figli delle famiglie per bene. Forse era anche intenzione di una signora Saba (nessun rapporto col poeta), i cui figli suonavano uno il violino e l’altro il piano. Così andavo due volte alla settimana in via Battisti a lezione di piano e la maestra naturalmente diceva che ero molto dotato.

Il corso fu però preso e definitivamente interrotto perché l’anno seguente ci trasferimmo a Roma, in un appartamento al secondo piano di uno stabile di via Percalli, ai Parioli. Era una casa massiccia di color giallino, con pretese di signorilità. I locali erano molto ampi e mamma e papà li arredarono, secondo lo stile degli anni trenta, con imitazioni rinascimentali che ci seguirono poi nuovamente a Trieste e fan parte dei miei ricordi dell’adolescenza. La sala da pranzo a Trieste in via Crispi risale ancora a quegli acquisti. L’arredamento precedente comprendeva due enormi quadri di famiglia, niente affatto male, finiti, per quanto ne so, al museo Rivoltella, ma mai visti esposti al pubblico. Via Percalli segnava allora il confine tra la zona urbana ed i pascoli della campagna romana. Sotto le finestre del lato nord e sotto il poggiolo della cucina pascolavano le pecore, sorvegliate da enormi cagnoni bianchi che da principio ci impressionarono molto. Un giorno però ci decidemmo di prenderli a sassate: se la diedero a gambe e non ci badammo più. I pascoli si stendevano fino all’Acqua Acetosa ed al viale Parioli, intersecati però dalle strade, che erano già state tutte costruite e che sono sempre le stesse, anche se ora sono sovraccariche di macchine e circondate da casamenti enormi e straboccanti (a Roma li chiamano palazzi).

In questi prati giocavamo il pomeriggio, spingendoci talvolta fino a piazza del Popolo. Per ordinarci di rientrare mamma stendeva un lenzuolo bianco alla finestra della cucina, segno che erano passate le tre. Di solito non ci badavamo. Sul monte Parioli avevamo delle tane tra i rovi (il paradiso terrestre) ed un’altra tana sotto del tram che da via Bertoloni scende verso largo Flaminio. Eravamo una banda bene affiliata che ben presto dominò la zona. Ricordo che all’inizio una ganga di bulletti di periferia ci fece opposizione. Stavamo discutendo quando Giambo, senza dire una parola, alzò con ambo le mani un grosso sasso e lo abbassò a braccia tese sulla testa di uno dei più esagitati. Si squagliarono in un lampo e non ci dettero più noia. Il mondo era per noi largo e vuoto: giocavamo a calcio in via Mercalli e Giambo, che era portiere, si stendeva spesso pancia all’aria nel bel mezzo della porta sul centro della strada. Andavamo a scuola in via Tevere, marciando all’andata e al ritorno per belle via larghe e soleggiate. Il traffico era quasi inesistente. Gli scolari portavano un grembiule blu, col nome ricamato sul petto e l’indicazione della classe sul braccio. Esiste una mia fotografia dell’epoca: oltre al grembiule ed al ghigno di circostanza quel che colpisce sono i capelli, alti ricciuti, impenetrabili, come quelli di un guerriero abissino. la scuola era molto per bene. Nella mia classe c’era un ragazzone biondo-rosso, nipote dell’eroe della guerra libica cui era intitolata la scuola e, presumo, padre o parente di una, diciamo signora, dal medesimo nome che faceva notizia nelle cronache mondane degli anni sessanta. Tutti lo riverivano.

Il maestro si chiamava Panetta ed era orgoglioso di avere come alunno il figlio d’una medaglia d’oro. Rimase costernato il giorno in cui, per qualche giustificato motivo che non ricordo, sbattei malamente contro il cancello di ferro istoriato del portone principale un grosso terrone, che strillò come un maiale scuoiato. All’uscita dalla scuola c’era un venditore di castagnaccio, dolce che non mi ha mai commosso, ed uno che offriva olive verdi in acqua salata, squisite. Il maestro Panetto era anche centurione della milizia ed al lui facevan capo i balilla moschettieri della scuola, di cui io facevo orgogliosamente parte. Marciavamo la domenica mattina per via Tevere e via Po fino a villa Borghese e poi, dopo un po’, tornavamo. Non ricordo che la nostra attività sia andata al di là di questa mite coreografia. Anzi no, una volta facemmo una gita a monte Cavo e per l’occasione ci fecero comprare uno zaino, al prezzo di quindici lire. Papà era spaventato dal costo e mi fece capire che non potevamo permetterci simili grandiosità. La vita a Roma era piacevole e noi ragazzi eravamo bene ambientati. C’erano certo anche i lati negativi: mia madre ci trascinava spesso a visitare monumenti. Con la guida rossa del Touring in mano, batteva sistematicamente fori, chiese e musei, imponendomi rapporti scritti e, mi sembra, schizzi esplicativi. Non ho mai più visitato una città con la guida in mano. Per me Roma finiva a piazza Fiume: poco più in là c’era un ottima gelateria e sulla via del ritorno, in via Salaria, una cartoleria dove comperavo i libri di Salgari. Alla fine della quinta, feci il relativo esame e poi, con solennità, al Tasso, ginnasio-liceo molto quotato, l’esame di ammissione al ginnasio, con ottimi voti.

Poi tornammo a Trieste, nell’appartamento di via Crispi, che era stato ristrutturato esattamente com’è ora. Giambo ed io abitavamo nella camera centrale, con due grandi letti appaiati e due tavolinetti pieghevoli davanti alle finestre. Dal mio sgabello vedevo il tetto della casa di fronte. Così, nel 1930 incominciò un periodo storicamente definibile e classificabile, che è rimasto ben impresso nella mia memoria. Andavo a scuola in Acquedotto, al liceo ginnasio F. Petrarca, uno dei due della città ed il meno quotato. I professori erano in genere buoni, alcuni ottimi, qualcuno scadente, nessuno pessimo. Il tono della scuola era anch’esso buono e l’atmosfera serena. I miei compagni erano rappresentativi della Trieste d’allora, con un condimento di tre/quattro ebrei, un greco, due sloveni, uno scozzese, due triestini di lingua tedesca ma perfettamente trilingue (triestino, tedesco, italiano) tra i ragazzi, due o tre ebree tra le ragazze. Tuttavia, non legai in modo particolare con nessuno di loro, in parte per la mia natura, in parte perché trascorsi i tre primi anni in una parallela, i due anni del ginnasio superiore in un’altra, ed infine il liceo ancora in un’altra. La terza ginnasio guardavo però con intensità Adriana, che poi in quarta accompagnai per qualche tempo a casa. Il liceo rimase parziale, perché nel secondo anno decisi di saltare la terza e sgobbai tutto l’inverno per far simultaneamente il programma dell’anno, il programma della terza e la ripetizione del programma della prima. Uno sforzo che non farei per tutto l’oro del mondo. Ad ogni modo, i compagni di classe erano ragazzi simpatici, di cui ricordo spesso le facce.

Per esempio quella di Paolo Fonda, intelligente e pronta alla risata. Aveva un fratello, Piero, un anno avanti, con il viso pieno di brufoletti ed un altro fratello più giovane, Sergio. Morti in guerra, tutti e tre, i primi due in Russia ed il terzo a Trieste nel 1945. Altre facce invece sono proprio quelle che mi capita di rivedere talvolta per le strade di Trieste ed appartengono in genere a quelli che non mi riconoscono.
La mia giornata incominciava alle 7. Per colazione cacao e pane e burro e marmellata. La scuola incominciava alle 8 e durava fino alle 12, più spesso alle 13. Raramente abbiamo avuto lezioni al pomeriggio, di solito solo l’ora di ginnastica. Pranzo alle 13 e minuti. Dopo liberi fino alle 15: correvamo in bicicletta per via Crispi fino alla Rotonda del Boschetto, qualche volta fino al Cacciatore, oppure andavamo a piedi al Boschetto e giocavamo tra le querce ed i pini. Il Boschetto era allora un bel bosco serio. Tra le attività extrascolastiche, importanti erano le lezioni di francese, che presi regolarmente per sei anni da un insegnante la quale donna con la parrucca (Mlle. Bertal), molto brava e sistematica, la quale m’inculcò tutta la serie delle grammatiche Larousse in modo tale che tuttora rimangon nella mia mente come quello che, con molta proprietà, si usa definire in tedesco uno “schlafender Wortschatz” (patrimonio lessicale dormiente). Talvolta, infatti, mi tornano d’un tratto alla memoria come meduse bianche che balzano alla superficie del mare. In prima liceo presi anche lezioni di tedesco da una signora ebrea molto gentile, che è finita nei forni, come tanti ebrei poveri e senza relazioni.

In ginnasio avevo già fatto tedesco, prima con la Spagnol, morta poi, a quanto mi hanno detto, in qualche Lager, e indi con Gius, personaggio privo di profilo. Probabilmente più importanti per il mio fisico di quel che io allora supponessi furono le lezioni di ginnastica dal prof. Apollonio, che integravano le troppo modeste gesticolazioni a scuola, sotto la guida ritmata del bastone dell’insegnante di ginnastica, prof. Busato. Al prof. Busato piaceva accarezzare i bambini lisci e biondi. Meno successo ebbe la scherma, che mia madre voleva che imparassi. Ci andavo mal volentieri, sia per mia scarsa attitudine che per l’atteggiamento sprezzante del maestro, che mi faceva chiaramente capire che insegnare scherma a un disgraziato come me era una pura perdita di tempo. Smisi dopo poco. Poco futuro ebbe anche il canottaggio. Era molto pesante alzarsi alle cinque e mezza, per essere al Rowing prima delle sette. Poi ci si mise di mezzo la studiata straordinaria della seconda liceo, di cui ho parlato più sopra.
Le materie scolastiche non costituirono comunque mai un vero problema. Vero è amche che dovevamo passare tutto il pomeriggio a tavolino, dalle tre in poi, e che solo il rumore delle chiavi di papà che apriva la porta di entrata, segnava verso le 8 il momento di liberazione e della lettura del Corriere della Sera, in attesa della cena. E’ anche vero che in quelle ore pomeridiane ho letto molti libri non certo scolastici, facendoli volare sui vicini scaffali quando qualche rumore faceva prevedere un’irruzione della madre. Nel complesso, tuttavia, ho sempre coscienziosamente studiato, soffermandomi forse più sulle materie gradite e sorvolando su quelle antipatiche. Tra queste figuarava prima di tutte la matematica, che non ho mai capito come si possa studiare.

In matematica ho avuto in seconda ginnasio l’unico esame di riparazione di profitto (l’altro è stato in ginnastica, perché non andavo alle adunate dei balilla), il che mi fa pensare che ai nostri insegnanti di matematica non si insegnasse, né si insegni tuttora, come insegnare. Quando ebbi un insegnante come si deve, me la cavai piuttosto brillantemente. Non avevo problemi in italiano, mentre ho incontrato in liceo delle difficoltà in latino a causa di paurosi vuoti nelle conoscenze grammaticali (14-15 anni, età dei primi innamoramenti) ed analoghe ma non così serie in greco (non vi era la versione scritta dall’italiano al greco). Brillavo in storia dell’arte ed ero assai distinto in storia, un po’ meno in filosofia e spazzavo il mercato in geografia. Le scienze naturali m’han mai specialmente interessato. Degli inseganti del liceo, ricordo con rispetto Brosenbach, che ad alcuni forse verrà in mente quando nelle osterie della bassa via Crispi, a cavallo di una botte, declamava lirici greci, con rispetto anche Rossi Sabbatici, che la storia la sapeva (la filosofia un po’ meno), con un sorriso Macek, che avrebbe dovuto farci il programmane di scienze naturali, con un po’ di compianto Negri, che aveva evidentemente i suoi problemi famigliari, con considerazione Rutter, che in una singola ora alla settimana cercava di fare capire qualcosa di storia dell’arte ad una banda di selvaggi irridenti. Degli inseganti di matematica ho già parlato: la De Petris aveva le più brutte gambe di donna mai viste sulle coste dell’Adriatico (veniva da Cherso) e Bartoli puzzava sempre di sigaro toscano.

C’era poi don Marega, o come diavolo si chiamava, che avrebbe dovuto insegnarci religione e che io salutavo con un sonoro “Sia lodato Carlo Marx”.
I mesi di scuola, da ottobre a giugno, non risultano distinti nei miei ricordo. Si assomigliano troppo. Ci fu sì qualche episodio saliente, come quando per celebrare il felice superamento dell’esame della terza ginnasio (1933) papà mi portò in aereo a Zara. Partimmo in idrovolante dalla radice del molo Audace, ammarammo a Lussino (la chiglia dell’idrovolante batteva col pazzi sonori sulle onde) ed arrivammo da signori a Zara, che era un gioiello di città veneta, splendida ed amichevole. Magnifico bagno a Punta Amica, con un pranzo di triglie che saltavano vive nell’olio bollente. Un altro episodio fuori dall’ordinario un mese nell’estate del ’36, quando fummo invitati in Toscana, nella villa I Busini dei signori Nicolodi. Nicolodi era un trentino, cieco di guerra, che aveva il dono di trasformare in oro tutto quel che toccava. Aveva comprato una villa sopra La Rufina, nel comune, credo, di Pontassieve, con una dozzina o ventina di case coloniche. La villa era un tipico edificio toscano rettangolare, con due cortili interni, ampi piazzali, un grande spazio verde davanti, con vista sulla Sieve. L’edificio e gli interni erano sontuosi. A tavola serviva un cameriere siciliano in guanti bianchi ed un naso cosparsi di enormi ed orrendi punti neri. La padrona di casa era anch’essa siciliana. Presenziava all’imbandigione un monsignore con scarpe nere lucidissime e fibbie d’argento, che dottamente discettava sui gusti dei buoni vini da messa. A parte le cerimonie dei pasti, io mi ci trovai bene. Scorrazzavo sulle colline retrostanti (una volta arrivai fino a Vallombrosa), facevo bagno nella Sieve, andavo spesso a Firenze, che visitai coscienziosamente, mi recai a Siena a vedere il Palio.

I primi giorni c’era anche una ragazza valdese di nome Elda, bionda come il miele, che cantava con voce dolcissima canzoni romantiche. Negli stessi giorni scoppiò anche la guerra di Spagna.
Ad ogni modo, direi che le vacanze hanno costituito dei periodi gloriosi. Se prendo un anno tipico, normale, incominciavamo a fine giugno coi bagni al Savoia, cui seguiva un periodo di spiaggia a Grado. Abitavamo un due camere dal Signor Augusto, il quale, ahimé, possedeva anche un giardino, che per anni ho dovuto descrivere nei compiti di casa, ma senza successo. Li avrò rifatti dozzine di volte. In spiaggia andavamo disciplinatamente la mattina e ne ripartivamo, sempre disciplinatamente, a mezzogiorno, proprio quando arrivava la banda Marin, figli di vecchi amici di famiglia. Loro salpavano col pattino a pescar caperozzoli e noi marciavamo verso casa. Lo stesso avveniva il pomeriggio: noi eravamo lì da presto e loro arrivavano alle sei e oltre, quando i bagnini ripiegavano le tende e spazzavano la spiaggia. Ma loro eran figli o ospiti dei direttore dell’azienda bagni e degli orari della spiaggia se ne infischiavano. Al calar della sera sguazzavano rumorosamente in acqua mentre noi vestiti e calzati rientravamo per i viali della città balneare. Da Grado tornavamo a Trieste.
Mamma lavorava due giorni a riempire tre o forse più bauli e partivamo per la montagna. Montagna nei miei ricordi di ragazzo significa Cima Sappada ma, a dire il vero, c’eran stati alcuni precedenti. Dopo quel primo esperimento a Sappada, credo nel ’26, vi fu un soggiorno a Frassenè, sopra Agordo, di cui ricordo assai poco. Poi a Valgrande, dove avevamo in affitto una casetta che esiste ancora, abbandonata. Il posto è identico e puzza sempre di prete per via di una colonia estiva che solo negli ultimi due o tre anni è stata un poco ripulita. Incominciai ad andare in gita. Una volta al rifugio Sala, ancora esistente anche se adesso è chiuso e sostituito dal rifugio Berti. Ma il nome che più m’è rimasto impresso, forse perché non ci sono mai arrivato, e quello del Col Rosson, una quota ad oriente del Col Quaternà.

La passeggiata abituale era però a Parola e l’attività principale consisteva nella raccolta di funghi. L’andata a Cima Sappada nei primi tempi aveva un carattere epico: in treno fino a Udine, coincidenza per Carnia, coincidenza per Villa Santina, coincidenza col trenino per Comeglians, corriera per Forni Avoltri e finalmente corriera per Sappada. Successivamente le cose si sono un po’ semplificate, finché negli ultimi anni ci si arrivava con un servizio diretto di corriere Trieste-Dobbiaco (credo). L’autista era grasso e si chiamava Mario e le signore lo oberavano di pacchi, pacchetti, lettere e incarichi. Aveva un sorriso per tutte. Ad ogni modo, a Cima Sappada alloggiavamo sempre dai Pachner, della cui casa binaca sul pendio affittavamo il lato sinistro guardando. Al primo piano c’era la cucina e la sala da pranzo e soggiorno al secondo piano due camere da letto. Il lato destro, di struttura uguale, era occupato dai signori Devescovi, dal prof. Pepi, dalla signora Giordana e dalle figlie Mau e Anna. Spesso ci veniva anche la cugina Nice. A Cima ho trascorso sei estati indimenticabili. Difficile è raccontare tutto. Molto spesso era con noi il cugino Scipio. Qualche volta capitava anche Falco Marin. Poi c’eran le ragazze. Alcune le ho menzionate: spesso presenti anche Mariolina Appolonio e sua cugina Elsa (?) ed i due Fogazzaro, che dovevo ritrovare un dieci anni dopo in India, all’ala 5 del campo 25. A Sappada battevamo i boschi circostanti per funghi (porcini e galletti). Mamma ci dava una stanga di cioccolato nocciolato per ogni chilo netto, netto anche della barba dei porcini!).

Di solito la presa si aggirava sui due/tre chili, ma una volta epica la fregammo, tornando a casa con 19 chili di roba. Veniva da una plaga sotto le gallerie, nei cui pressi han fatto ora una discarica di rifiuti. Giocavamo a calcio in un campetto vicino all’albergo alle Alpi, facevamo il bagno nel Piave, costruivamo capanne di frasche nel bosco dietro la casa ed un anno edificammo tutto un villaggio (Francopoli), di cui ero presidente, ma che finì male, perché nel corso dei lavori ammazzammo una vipera e le madri proibirono alle ragazze di venire nel bosco. Costruimmo un bastione di sassi, che tuttora esiste e negli ultimi anni ci dedicammo intensamente al sassismo (ora di chiama bouldering) su un masso, sul quale tracciammo una dozzina di vie, che non sarei certamente in grado di ripetere. Lavorammo con aquiloni, tagliammo ed incidemmo innumerevoli bastoni, giocammo ore interminabili a bocce, calpestammo instancabilmente l’erba dei prati e fondammo l’associazione COPS (contro oppressori pachner secondi) in odio ad una babazza, dal cognome eguale a quello dei nostri padroni di casa, che ci tormentava con le sue pretese.

Ma soprattutto camminammo, camminammo per monti e per valli, alle malghe, ai rifugi, ai laghi d'Olbe, su tutte o quasi le cime attorno Sappada, spingendoci spesso fino al Coglians, giorno dopo giorno, per tutti i boschi, prati pascoli, brughiere, torrenti ed anfratti della vallata. I vecchi ci ricordano ancora, quei ragazzi coi berrettini dalmati e con la faccia impunita. Non avevamo rapporti con gli indigeni, salvo qualche rara volta in cui i padroni Pachner ci consentirono di aiutarli a rastrellare il fieno. Il figlio Giuseppe era già grande ed andava in Punteria ad imparare il mestiere di sarto, le figlie Maria e Barbara aiutavano i lavori domestici e solo il piccolo Pierin era qualche volta disponibile per giochi davanti alla casa. Le nostre gite avevano però dei punti fissi. Uno era malga Caseravecchia, vicino alla quale c’era una famosa plaga di funghi.

Facevamo a gara per abbassare il tempo di percorrenza, fino a riuscire una volta a raggiungerla in 50 minuti. E’ un tempo che sa molto di corsa in montagna. L’altro obiettivo preferito eran i laghi d’Olbe, sul più grande dei quali costruimmo una zattera e nel quale ci arrischiammo qualche volta a fare il bagno. Gelo. Una cerimonia particolare era costituita dalla gita sul Peralba: partenza la sera, arrivo al rifugio Calvi a notte fonda, partenza nel cuor della notte ed arrivo in cima in tempo per salutare il sole nascente. La prima volta che ci andammo, però, non trovammo la strada e passammo la notte appollaiati su certe roccette sgradevoli. Avevo otto anni e Giuliano sei. Il giorno dopo scendemmo dal Passo dell’Oregone in Val Visdende fino a Cima Canale e mai una valle mi è sembrata tanto lunga. Al termine però ci mettemmo a giocare a bocce.
A Cima Sappada imparai ad andare in montagna, il che non significa solo avere un piede sicuro, ma anche possedere un buon senso del terreno, saper intuire itinerari, raccogliere tante variegate nozioni che aiutano a cavarsela nelle più svariate circostanze. In tanti han cercato di rispondere alla domanda “Perché vai in montagna?”. Non tenterò neppure di abbozzare una risposta.

Posso solo dire che in montagna mi trovo bene e che in montagna sono di solito più felice che altrove. Feci anche i primo esperimenti di roccia, modesti ma entusiasmanti. Dimenticavo di dire che verso la metà degli anni trenta frequentai a due o tre riprese la scuola di rocca di Val Rosandra. Noi marmaglia eravamo affidati a istruttori non di spicco ed ammiravamo gente come Comici e Prato solo da lontano ma era un ambiente simpatico, retto con mano sicura da Stefanelli e tutto quel poco che so di roccia lo ho imparato lì. Non ho invece mai imparato a giocare decentemente a lavre, diporto abituale degli istruttori e dei loro ammiratori. Andando in montagna sviluppai un fisico robusto, che in parte compensava la mia mancanza di coordinamento e di agilità.

Tra gli altri sport, ho ricordato il pietoso episodio della scherma. Me la cavai meglio con lo sci. Mi portarono la prima volta a Tarvisio nel mitico inverno polare del ’29, quando la mattina in camera (albergo Schnableger) si doveva rompere il ghiaccio nella brocca per potersi lavare, cosa che non credo di aver fatto. Incominciai a sciare e continuai fino, credo, al ’35, migliorando gradualmente ma sempre col vecchio stile alpino, tanto campetto e tanto spazzaneve. Andavamo col treno bianco: partenza alle 5 da Trieste ed arrivo a Tarvisio verso le 9. Ci fermavamo di solito a Valbruna. Per le vacanze di Natale siamo stati a Sappada, Valbruna, Corsara, fino alle ultime, a Cortina, dove scendevo trionfalmente da Pocol accompagnando la Loredana. Ricordo anche numerose salite sul Monte Lussari, con catastrofiche discese per la Florianca, molte escursioni sul fondovalle di Valbruna, alcune mattinate a Postumia, nella dolina Räuberkommando (oggi Ravbarkomanda), su un castello di neve gelata e con una bora tagliente, una gita in Selva di Tarnova, dove a Lazna ci fu presentato come tè una ignobile bevanda nerastra.

L’episodio più divertente fu forse la volta che il treno bianco non partì a causa di ingenti nevicate, quando trasformammo il tram di Opcina in “tram bianco”, andando a far finta di sciare nella dolina di Percedol. Partecipai anche, sebbene poco brillantemente, ad un campionato di sci dell’opera nazionale balilla ad Asiago. Per il resto, nuotavo, a rana o a mezzanave ed ero piuttosto resistente e sicuro. Andavo molto il bicicletta e le andate a Rosazzo in bici entrarono a far parte della tradizione.

Ed infine lunghe camminate a Trieste. Non ricordo di aver mai preso il tram se non per andare a Barcola (il 6 metteva in linea d’estate seconde vetture aperte, senza pareti laterali, molto fresche e balneari) od al bagno Savoia. Anche allo stadio andavo a piedi e tornavo via Servola, la torre del Lloyd e le rive.
Il lettore osserverà che in tutta questa enumerazione di attività ho usato molto spesso il plurale. Sì, perché se è vero che non ho mai ingranato molto coi compagni di scuola, ho avuto degli amici con cui mi son ritrovato e con i quali ho passato gran parte delle ore libere di quegli anni. Il primo e più importante era Giuliano, detto Giumbo, dal nome dell’elefante omonimo, personaggio di un libro per bambini (“Giumbo, il piccolo elefante, era tristo, era un birbante”), fratello che aveva due anni e quattro mesi meno di me. Era tutto meno che un tristo od un birbante, anzi era veramente buono ed affettuoso, ossequiente alle leggi ed alle consuetudini. Direi che era molto migliore di me sotto tanti aspetti: non solo capiva senza difficoltà la matematica, ma visitava i parenti, rispettava i grandi, non infieriva sui piccoli, aveva principi saldi e fermi e si faceva rispettare. Era un ragazzo molto robusto, che sapeva quel che voleva e come ottenerlo, sempre col rispetto dell’ordine costituito e delle buone maniere. Abbiamo sempre vissuto assieme, mangiato assieme, dormito assieme, anche in modo vivace, come quando una volta a Roma gli sbattei la testa su uno spigolo del muro facendogli una ferita la cui cicatrice era visibile ancora anni dopo ed i genitori ci trovarono piangenti ed abbracciati quando tornarono a casa la sera tardi.

Abbiamo giocato molto coi soldatini di piombo, combattute molte battaglie navali seduti ai nostri due tavolini di studio, raccontato storie interminabili la sera a letto, guardato il mondo più o meno con gli stessi occhi. Dopo la matura si iscrisse al Politecnico di Milano, mi seguì mesi dopo alla scuola allievi ufficiali alpini di Bassano, fu assegnato al 5° btg Tirano e cadde ad Arnautowo, poche km a oriente di Nikolajewka, il 26 gennaio 1943 all’età di venti anni e tre mesi. Medaglia d’oro. Avevo ed ho tuttora una sorella, Maria Luisa, comunemente chiamata Marisa ed ne ho avuto un’altra, Donatella, nata nel ’38 e morta di cancro nel ’57. E’ una storia molto triste. Papà ne rimase segnato per il resto della vita.
L’altro grande compagno della mia adolescenza fu mio cugino Scipio. Aveva quattro anni e mezzo più di me, ma si comportava come un piccolo padre ed era curioso come i genitori, non solo i miei ma anche quelli degli altri ragazzi, gli affidassero senza alcun pensiero i figli.

Non avevamo molte occasioni di vederci in città, tranne per i miei pellegrinaggi a casa sua per ripetizioni di matematica, ma in compenso eravamo insieme per lunghi periodi d’estate, quando Scipio veniva da noi a Cima Sappada ed un po’ anche a Rosazzo. Con lui abbiamo fatto innumerevoli gite e due memorabili soggiorni in tenda, il primo a passo Sella nell’estate del ’37 ed il secondo sotto passo Falzarego nell’estate del ’38. C’era stato anche un primo esperimento anni prima, sotto il Peralba. Scipio era un ragazzo modello: studiava molto, leggeva libri difficili, si fabbricava le radio galena da solo, faceva innumerevoli sport, aveva partecipato ai littoriali, andava splendidamente in montagna (era sempre lui il nostro capo cordata), sciava assai bene, era amato dalle madri e stimato dai padri, s’era digerito il Politecnico come una minestra d’orzo (l’ultimo anno l’aveva fatto a Roma perché voleva lavorare con Fermi). Mancava forse di comunicazione. Non ricordo d’aver mai avuto con Scipio un dialogo, non dico intimo, ma neppure personale. Giovava forse la differenza d’età. E’ scomparso in Russia, ufficiale del 3° artiglieria alpina, divisione Julia. Medaglia d’oro anche lui. Avevo, anzi ho tuttora, un altro cugino, Giorgio, che abitava al primo piano della casa di via Crispi e che non vedo da decenni.

Anche con Giorgio abbiamo giocato, soprattutto nelle sere d’inverno, coi pupantei, che erano dei bambolotto di plastica, che maneggiavamo attribuendo loro qualità superiori ed inventando storie interminabili. Giorgio aveva un cugino, Fabio, che abitava a Zara, dotato di molta fantasia e di una notevole propensione per i fatti della vita (fumo, donne, alcool, letteratura), ed un padre, zio Gastone di cui ho un ottimo e grato ricordo. Zio Gastone era cacciatore ed al lui dovevamo innumerevoli contorni e lepri in paiz ed a cui io devo molte bellissime gite in Carso, al seguito dei cacciatori. Coronale e Duttogliano erano i loro capisaldi. Il cane era prima Tell, un cagnone color giallo che non valeva niente, e poi la Liu, una bracca bruna, assai capace, che tornava domenica sera stracca morta dalla caccia, si buttava senza mangiare nel canile e ne usciva si e no martedì. Ho anche una cugina, Livia, che è stata qualche volta con noi da piccola e che ho poi perso di vista. Nessun altro parte giovane. Tra gli amici vorrei però menzionare in modo speciale Gigi Forti. Ci siamo incontrati a Cima Sappada, abbiamo fatto molte gite assieme, eravamo poi assieme alla scuola di roccia in Val Rosandra ma, soprattutto, negli ultimi anni del liceo andavamo ogni domenica a vedere la partita allo stadio ed al cine sabato sera. E’ stato Gigi ad introdurmi alle bellezze del Weyers Flottenbuch, su cui discutevamo per ore.

A dire il vero non so proprio di cosa altro parlassimo per pomeriggi interi, certo è che andavamo perfettamente d’accordo e così siamo rimasti finché le circostanze ci hanno diviso: lui, avanti di un anno, è andato a studiare a Genova, io a Roma. Poi è venuta la guerra. Nel ’41 mi mandò una cartolina “Vorrei essere con voi”. Lui comunque ci rimase, ebreo ucciso dai tedeschi nel ’44, mentre cercava di far saltare un ponte. Un altro amico era Fulvio Ziliotto, pacioccone, anzi grasso, tormentato dalla madre, ebrea ed adorante, di cui ricordo ancora i gridi di richiamo che echeggiavano per tutta Sappada: “Fulvietiii!”. Il momento decisivo della gita per Fulvio era quando ci si fermava per mangiare. Non esitava all’osteria di Val Rosandra di ordinarsi una frittata di dodici uova. Anche lui è morto durante la guerra, ammazzato a Milano in circostanze non chiare. I genitori, alla notizia, si uccisero. Ci sono state poi diverse altre conoscenze, più o meno casuali, ma che non posso definire amici.
Un momento importante della mia adolescenza è costituito dalla guerra d’Abissinia, primo perché ci andò anche papà, secondo perché si inseriva trionfalmente in una passione per le colonie e la vita coloniale che avevo coltivato, Dio sa per quale ragione, negli anni precedenti. In ginnasio ero anche risultato primo in un compito di natura coloniale. Ricordo ancora come incominciava: “Quando penso a quelle sciagurate parole, scatolone di sabbia, …”. Insomma, la cosa mi interessava profondamente e, sotto sotto, mi proponevo di diventare funzionario coloniale, di far parte cioè del corpo dei funzionari del ministero delle colonie, popolarmente definiti “marina svizzera”.

La campagna d’Africa venne anche in un momento psicologico decisivo, quando, tra i quindici ed i sedici anni, si incomincia a guardare le ragazze e si pensa al futuro. Ed io pensavo tanto al futuro che la vita al liceo mi divenne talmente pesante da sobbarcarmi, come già detto, al lavoro improbo di saltare la terza. Papà andò dunque in Africa, con la divisione Tevere. Passò poi ad un raggruppamento arabo-somalo e si fece la campagna dell’Ogaden, guadagnandosi ancora un nastrino. Rientrò poi alla Tevere, al comando del btg. arditi, combattendo la guerriglia sulla ferrovia Addis Abeba – Diredaua. Al rientro della divisione in Italia, molti dei suoi ufficiali rimasero in Africa e caddero quasi tutti nel ’41 nell’ultima difesa di Gondar. Oggi non se ne parla, ma la campagna d’Abissinia costituisce un momento lirico nella nostra storia nazionale: mai il paese fu più compatto, unito, affratellato. Vista con gli occhi del 2000 era certo un’impresa fuori tempo, ma i fatti sono fatti ed io li ho vissuti: eravamo tutti fieri d’essere italiani e decisi ad andare sino in fondo.

Già, papà. Un personaggio molto importante della mia vita. Papà era fondamentalmente un uomo buono e retto, dalle idee e decisioni chiare. Era scappato da Trieste nel ’15, a diciassette anni, senza finire il liceo, per arruolarsi in Italia. Aveva incominciato con operazioni di soccorso per il terremoto di Avezzano, aveva partecipato ai primi combattimento sul Carso, era stato ferito al ginocchio sul Calvario davanti a Gorizia, in un episodio di pattuglia nel quale era morto suo fratello Scipio. Si guadagnò in quella occasione una medaglia d’argento (papà diceva che le medaglie d’argento del 1915 valgono più d’un ordine militare di Savoia degli anni dopo), aveva trascorso tutto il ’16 sul fronte di Gorizia, si era preso una seconda medaglia d’argento a Salcano e nel maggio del ’17 aveva conquistato, con la compagnia di cui era rimasto unico ufficiale, la cima del Monte Santo. I rincalzi non arrivarono (il btg. che doveva salire dalla Sella di Dol non riuscì neppure ad uscire dalla trincea a causa del fuoco di sbarramento dell’artiglieria austriaca) e fu fatto prigioniero. Come irredento avrebbe dovuto venir impiccato, ma non fu riconosciuto, o non vollero riconoscerlo, e nella confusione dell’ottobre del ’18 se ne uscì dal campo e si avviò verso casa. Raggiunse Marburg (oggi Maribor), dove austriaci e jugoslavi si sparavano sulle due rive della Drava mentre i treni continuavano a circolare sui ponti tra le sparatorie, ed arrivò a Sesana, dove al comando di tappa austriaco gli offersero gentilmente caffé e gli chiesero chi fosse e dove andasse. “Sono un prigioniero di guerra italiano e torno a casa, a Trieste”. “E come mai non l’hanno impiccato?”.

Alzati con una certa velocità i tacchi, raggiunse casa sua, in via Fabio Severo, riabbracciò la famiglia, salutò il fratello Gastone, reduce da cinque anni di servizio nell’esercito austriaco, con un del tutto usuale in famiglia “Porco …., come sei magro”. Rientrò nell’esercito, passò effettivo per merito di guerra, ricevette la medaglia d’oro per l’azione di Monte Santo, fece un po’ di guarnigione a S. Pietro del Carso e poi fu dislocato a Torino, dove avrebbe dovuto contrastare gli scioperi allora di moda. Non trovò la cosa di suo gusto e diede le dimissioni. Trovò un’occupazione come direttore dell’ufficio di Trieste dell’opera mutilati ed invalidi di guerra. Mon doveva essere un impiego sontuosamente retribuito e non mi ricordo infatti che nuotassimo nell’oro. Credo si desse da fare anche con altre attività, non tutte riuscite. Un certo momento, per esempio, promosse e pubblicò un “annuario degli italiani all’estero”. Se avessi potuto utilizzare allora la mia successiva conoscenza dei nostri servizi consolari e delle camere di commercio italiane all’estero glielo avrei nettamente sconsigliato. Mise su anche una rivendita tabacchi, che nei primi tempi andò piuttosto bene e dove mi rintanavo per leggere gratis tutti i giornali stesi sul banco. Si occupò di politica, in ambito locale, sempre mantenendo fede agli ideali di libertà e di unità spirituale degli italiani della Venezia Giulia ma che di libertà e dignità dei suoi conterranei slavi (rimasti alquanto perplessi, immagino, nel venir definiti alloglotti).

Non aderì al fascismo come movimento, ottenne poi la tessera del partito come tanti altri per poter continuare a lavorare e gliela ritirarono successivamente, per uno di quelli che giudico giochetti locali di potere. Seppi solo molti anni dopo del memoriale del 1930 della presidenza della Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati per un’attenuazione della pressione politica nella regione, opera di equilibrio e di saggia moderazione e giustizia, che costò ai protagonisti la estromissione dal partito ed un quinquennale spietato ostracismo. Andò poi in Africa. Riebbe la tessera ed ottenne l’agenzia dell’AGIP per le province di Trieste, Pola e Zara. Poté infine respirare economicamente. Nell’ultima guerra si fece nuovamente richiamare, passò mesi in qualche grosso comando, si fece l’Albania e fu rimpatriato nel marzo ’41, invecchiato di dieci anni e stravolto per quel che aveva visto delle condizioni spirituali e materiali dei nostri comandi e del nostro esercito. Nel ’42 tentò di farsi arruolare nei paracadutisti, ma non fu fatto idoneo a causa della vecchia mutilazione al ginocchio. Nel luglio ’43 fu nominato commissario prefettizio del comune di Trieste, ma dette subito le dimissioni quando Badoglio fece assassinare Ettore Muti. Nel triste periodo del dopoguerra, quando Trieste era sottoposta al governo militare alleato ed oggetto di complicati avvilenti intrighi diplomatici, tentò di rinsaldare lo spirito degli ex combattenti di tutte le guerre, di ristabilirne la concordia e di indirizzarne l’azione verso il raggiungimento della città alla madrepatria, nel superamento di odii settari e di faide di partito. Le sue dichiarazioni programmatiche, fatte il 26 luglio 1948 alla assemblea della Compagnia Volontari Giuliani e Dalmati esprimono meglio di qualsiasi commento le sue idee riguardo alla guerra perduta ed al dilemma fascismo-antifascismo.

Esse diedero luogo a polemiche acerbe e sono sempre dolorosamente attuali, perché, a distanza di oltre cinquant’anni, incominciano appena ora a venire faticosamente ma unanimemente accettate.
Di tutte queste vicende, delle sue medaglie, delle due promozioni per merito di guerra, non ne parlò mai a casa con noi. Tutta la sua vita è stata plasmata dagli avvenimenti della giovinezza, dalla guerra insomma. Era fondamentalmente un italiano di Trieste, di impronta profondamente nazional-liberale. Provava un acuto ed ingiustificato senso di inferiorità per non averi finito gli studi, aveva un assurdo rispetto della carta stampata e probabilmente, anche se non me lo ha mai detto, mi avrebbe visto volentieri scrittore o giornalista. Mi commuove ripensare al suo orgoglio quando, appena entrato all’ICE, redassi un opuscoletto sul Pakistan, che fu poi anche pubblicato, naturalmente senza nome. Si sentiva di agire nell’ombra letteraria del suo grande fratello, ma, a parte la politica, che lo interessò sempre molto, le sue passioni andavano in altre direzioni. Adorava i fiori, la campagna, i conversari con gli amici. Di questi ultimi ne aveva molti, quasi tutti della Compagnia Volontari, con cui si ritrovava la sera alla trattoria Tamburini in via Battisti o coi quali faceva scorribande gastronomiche in Istria, ma anche altri, seminati per l’Italia. Una volta, nel ’26, andammo a trovare uno, in Abruzzo. Faceva il notaio e la clientela, in gran parte contadina, lo pagava in natura: formaggi, salami, prosciutti, polli, anche pecore e porci. Mai mangiato tanto. Conobbi li le pezzelle. Le facevano con uno stampo di ferro quadrettato, avente al centro il monogramma della famiglia. Trovai, molto tempo dopo, l’ultimo fabbricante di stampi a Cleveland, negli anni sessanta. Diceva di essere rimasto solo e che anche in Italia non ve ne erano più. Tornammo a casa dall’Abruzzo via Roma, dove alloggiammo all’Albergo Nazionale, in piazza Montecitorio.

Lo ho visto in televisione giorni fa: è sempre uguale. Tra gli amici di papà, ricordo con particolare piacere Pagnacco, che fu anche padrino di cresima di Giumbo, l’avv. Giulio Camber, il cui figlio Riccardo fu anche mio compagno al ginnasio. Quest’ultimo lo chiamavamo “ist”, perché era piuttosto, diciamo, isterico. Camber padre era un tipo originale. Una sera riaccompagnò mio padre a casa dopo una serata con gli amici e nel congedarsi gli disse: “Scusa Guido. Me sposo doman matina presto, te poderia farme de testimonio?”. Vidi l’ultima volta Camber, maggiore, in Albania, nel maggio del 1941. Dovevano trovarlo morto, poche settimane dopo, un mattino nella sua tenda, con in mano non se un vangelo o un’opera di Kant. Altri amici di papà che ho conosciuto bene: mio zio Renzo, fratello di mamma, Tommasini, Luccardi, Delcroix ed altri, rivedo le facce ma non riesco a formulare il nome. Anche se aveva taluni amici altolocati, papà era rimasto semplice. In letteratura il suo ideale era Dickens e non ha mai superato il quadro sociale, economico, politico, militare della società ottocentesca in cui era nato. Lo hanno talvolta definito “un soldato”, ma era troppo buono e diritto per essere solo quello. La vita è stata in alcuni casi molto crudele con lui, ma gli ha concesso una morte rapida senza agonie. Lo penso con venerazione e con infinito affetto.

La vita in via Crispi era modesta e, diremmo, monotona. Per noi sveglia alle sette (papà si alzava prima), brevi sciacqui, colazione con cacao, pane, burro e marmellata e corsa a scuola. Pranzo poco dopo l’una. Dalle due alle tre corse in bici o al Boschetto. Dalle tre alle otto a tavolino, a studiare e fare i compiti di casa. Alle otto cena. Negli ultimi anni qualche volta eravamo ammessi ad ascoltare commedie alla radio (incidentalmente: era gente che sapeva il mestiere, altro che la tivì di oggi) ma di solito ci ritiravamo per leggere a letto. Cosa mangiavamo: molto riso in brodo, carne lessa e verdure cotte, un’arancia o una mela. Altrimenti frutta di stagione. La sera spesso delle cosiddette creme, di cui assai appariscenti e sgradevoli erano dei groppi mal cotti. Nei giorni di festa trionfava lo strucolo di spinaci ed alle feste comandate i dolci tradizionali: presnitz, putiza, kugluf, titole, fave dolci, mandorlato, ecc. Per le feste grandi, monte bianco. Qualche volta, d’estate, comparivano tavolate di Buchtel. Bevevamo acqua di spina. Papà un po’ di vino. Per merenda a scuola, un panino. In casa veniva assai raramente gente. Talvolta a pranzo zia Linda. Poco frequentemente le zie di Fabio Severo, zia Neri e zia Vanda. La sera, che ricordi, solo per un certo tempo Sergio e Ada Devescovi, con cui i nostri genitori cenavano e giocavano a carte. La cosa è poi finita, ma questa è un’altra storia. La domenica, inevitabilmente, andavamo dai nonni.

Nonna Gina era morta che io avevo sei anni ma nonno Gigi (Luigi jr.) era sempre là, con gli occhiali d’oro e la radio galena. C’erano poi le zie e talvolta comparivano strane figure dalle parti di via Bazzoni, che ancor oggi non so classificare a memoria e per le quali devo ricorrere agli alberi genealogici ed ai documenti del cimitero. Capitava anche raramente anche zia Gigetta ed ancor più raramente Scipio. Più spesso invece zio Gastone ed anche Giorgio. Di solito eran pomeriggi piuttosto noiosi, anche se avvolti da un senso familiare di calore e di appartenenza. Molto vibranti invece le serate d’inverno dedicate alla tombola, guidate dall’interminabile presentazione di zio Gastone. A zia Neri devo anche un’altra esperienza: a parte le sue ripetizioni di latino, greco e tedesco, che dovevo subire (ma che erano anche molto efficaci), portava me, bambinastro del ginnasio inferiore, assieme ai suoi studenti del ginnasio superiore, in gita la domenica in Carso, a spasso per boschi e doline, per finir la giornata in qualche gostilna accogliente. A quei tempi le osterie del Carso eran ancora trattorie e non imitazioni di ristoranti alla moda. A zia Neri devo anche i dolcetti che mi dava a fine lezione ed un certo incoraggiamento inconscio al fumo. Lei fumava continuamente durante le lezioni ed è un fatto che proprio uscendo dalle lezioni di zia Neri abbia incominciato ad acquistare nella rivendita all’angolo Fabio Severo / Mulin a Vento le prime sigarette Sport. Ne comperavo due sciolte, che fumavo scendendo per via S. Francesco, perché meno frequentata. Questo doveva essere verso il 1934-35.
Negli ultimi anni del liceo incominciai ad unirmi alle gite guidate dalla Società Alpina delle Giulie. La prima fu al Plezzo, per l’inaugurazione del rifugio Suppan, in Val Movenza. Alloggiammo all’albergo Ostan e ci svegliammo con una pioggia intensa e persistente, quale solo l’Alto Isonzo può vantare. Il dott. Rusca mi propose di insegnarmi a giocare al biliardo ma per la mia solita timidezza rifiutai. Il dopopranzo, con ombrelli e mantelline, andammo comunque alle cerimonie. In quell’epoca bazzicavamo spesso dalle parti di Plezzo. Rimase epica una gita sul Canin, con il capo Scipio, la Lella (Marin), qualche altro che non ricordo. Partimmo dal rifugio Timeus, raggiungemmo senza problemi la cima, scendemmo sul ghiacciaio per il canalone che si trova tra lo sperone dov’è ora la ferrata e quello dove sale la via delle cenge e, nel crepaccio terminale, facemmo una famosa scivolata, armati com’eravamo solo di un martello di roccia e di una corda di manila di 20 metri. Arrivammo come Dio volle sulla morena, corremmo alla Sella Bila Pec per essere ricevuti dallo scoppio di mine (stavano costruendo il rifugio Gilberti). Con lo scuro filammo a Sella Prevala e tentammo invano sul terreno carsico con l’oscurità di raggiungere Sella Forato. Per farla breve: trascorremmo la notte a Sella Prevala. Per fortuna nelle rovine dei ricoveri di guerra c’era ancora molta legna, coperta però da cartone catramato. La puzza del fumo era insopportabile ed il vento continuava a virare, facendoci ruotare tra i blocchi di cemento. Son tornato ancora da quelle parti, anche prima dell’ultima guerra, ma la prima esperienza è rimasta indimenticabile. Poiché parliamo di montagna, merita menzionare il campo che facemmo a passo Sella nell’estate del 1937 (Scipio, Gigi, Fulvio, io, poi anche la Julia), in due tende, residuo della campagna africana di papà, con tempo splendido e pieno successo: le tre torri del Sella, la via delle Mesules, il Boè, la Marmolada dal Contin e poi giù per il ghiacciaio fino al pian di Fedaia (il lago non c’era ancora) e per il sentier del pan al Pordoi ed al campo, il Cir, il Sassoopiatto dal rifugio Vicenza, per citare le gite principali. La compagnia era allegra, non c’erano nubi oscure all’orizzonte, i viveri erano abbondanti ma non eccessivi ed il fuoco del campo accogliente e ristoratore. Facemmo un altro campo, con modalità analoghe, nell’estate del 1938, sotto passo Falzarego, ma con meno successo: l’estate fu piovosa e nel bel mezzo del campeggio capitò la notizia dei primi provvedimenti contro gli ebrei. La Stimmung era distrutta. Feci comunque la Tofana di Rozes, alcune vie sulle Cinque Torri, l’Averau, scesi con Gigi per la Val Travenanzes fino a Fiames e risalii per l’Alpe di Fanes e Valparola. Alla chiusura del campo, marciai solo soletto, sotto la pioggia, via Misurina fino al rifugio Principe Umberto. Scesi il Val Fiscalina e continuai per passo Montecroce e Santo Stefano, fino a Sappada, dove mi ospitarono i Camber. Indi, sempre a piedi, per la Val Fleons, a Forni ed a Comeglians, dove mi caricai infine su una corriera e poi su un treno per sbarcare a Valbruna.

Li gustai il mio primo periodo di gite sistematiche nelle Alpi Giulie occidentali (gruppi del Jof Fuart e del Montasio). Mangiavo alla trattoria Gelbmann. Vi mangiava anche Kugy. Quando era in vena e non preso continui ospiti dalla Germania che, si lagnava, parlavano sempre di politica, si degnava di intrattenersi con noi, mularia, e raccontava qualche episodio della sua vita alpina.
Pero tornare a Trieste, sono poi così arrivato alla matura, dopo un inverno di studio, appoggiato da mamma, che mise a mia disposizione la camera di Marisa e da papà, che pagava le ripetizioni, anzi non le lezioni. Infatti non di ripetizioni si trattava, ma di tutto il programma della terza liceo, ivi compresi i 900 e rotti versi della tragedia greca. Il prof. Mercanti mi disse: “Visto che in grammatica latina e greca sei debole ed è impossibile ora rimediare, devi sapere tutti i tuoi autori dalla a alla z e dalla z alla a.” E così fu fatto. Matematica me la faceva Zavatertanik, che la matematica la sapeva e sapeva anche farla capire, tanto è vero che ci presi un 7, episodio del tutto isolato. Storia, geografia ed economia eran affidate alla sig.na Jacchia, finita anche lei in qualche Lager e di cui ho un ottimo ricordo. Il fratello prof. Jacchia, che avevo conosciuto a Sappada, era stato sansepolcrista ed era morto combattendo coi rossi in Ispana. L’esame andò bene (mi pare con la media del 7). In autunno andai a Roma, all’università, facoltà scienze politiche. Alloggiavo alla casa dello studente e ci stavo proprio bene: camera propria, servizi puliti, libertà di movimento. C’era anche Scipio e diversi triestini e giuliani. Frequentavo zelantemente tutte le lezioni del primo anno, visitavo sistematicamente Roma e dintorni, m’ero iscritto ai corsi allievi ufficiali della milizia universitaria. Credo che in nessun paese al mondo si tenessero corsi militari con tanta irreprensibile leggerezza e superficialità. Era il primo assaggio del quel che dovevo sperimentare dopo. Le sere di libertà andavo con la circolare esterna in un cine dei Prati dove, con una lira e cinquanta, si assisteva a due film, due prossimamente ed un giornale Luce. Mi ritrovavo con un gruppo di studenti, che poi ho continuato a frequentare (Vittoria Pizzarello, Carlo Tricerri, la Franca, la Nina, Manfredi, un loro amico che poi s’è ammazzato in un incidente automobilistico, il Boris, Vittorina e la Baby, qualche altro di cui mi sfugge il nome, ecc.), avevo una ragazza ed anche studiavo. Le lezioni si tenevano tutte in facoltà, tranne i diritti, per i quali si andava al piano di sopra, a giurisprudenza. Statistica era in piazza dell’Esedra. Anche a Roma i professori avevano uno spessore diversi: di valore erano Amoroso, de Stefani, Volpe, l’innominabile G., portatore formidabile di jella (dal ponte del “Principessa Mafalda”, che affondava, gridava straziato “salvate il padre della statistica italiana”), Boucherat, la cui ugola modulava le nasali francesi come e meglio di un violinista, e forse anche altri. Taluni, ancorché simpatici e pieni di idee, non erano però all’altezza dell’insegnamento. Per esempio Barbiellini Amidei, che di geografia (politica) ne sapeva tanta per interesse, contatti e visite personali, ma senza raggiungere una visione unitaria e organica. Altri erano brillanti, come Lesiona, che faceva politica coloniale, ma che in pratica difendeva il suo operato di quando era stato al potere. Altri ancora erano squallide figure ai margini del partito, i cui testi risentivano dello sforzo di scrivere qualcosa che stesse in piedi, puntellandola con un mare di note, riferimenti, citazioni, rinvii, ecc. Lo scritto vero e proprio rimaneva quasi inesistente e comunque incomprensibile.

Il primo anno diedi in giugno i due esami più grossi ed in autunno gli altri; alla fine del secondo quasi tutti quelli del programma e, nel corso della licenza prima del servizio di prima nomina, completai la serie.
Furono due anni piacevoli quelli di Roma: frequentavo le lezioni, studiavo moderatamente, mangiavo alla mensa della casa dello studente (rigatoni e milano e patate) e, quando avevo voglia di qualcosa di meglio, mi facevo invitare da qualcheduno dei superstiti amici romani di mamma e papà, soprattutto dal Delcroix o dai Liberati. Abbastanza spesso capitava a Roma papà ed allora celebravo con una bistecca alla Bismarck alla taverna antoniana. Poi andavamo a teatro (prosa), dove mi recavo spesso anche in via autonoma. Andavo molto spesso, battendo sistematicamente Roma e dintorni, di solito con la Franca. Nella primavera Barbiellini organizzò un gita nelle isole toscane, da Piombino all’Elba e poi Pianosa fino a Livorno. A bordo, la sera, ci portarono aragoste, che io non mangiai perché non riuscii a romperne la corazza. Il resto del vitto e del viaggio fu molto gradevole. Tornai a Roma per il secondo anno, sicuro di me e pieno di buone intenzioni. Ripresi la vita di prima, mi azzardai a compilare le dispense di etnografia coloniale per Neri, che si rivelò più tardi essere un bastardo come pochi altri (chiese l’onore di leggere in facoltà la notizia della fucilazione di Mussolini e dello scempio di piazzale Loreto) e che rividi una volta, senza farmi riconoscere, negli anni sessanta a St. Johann nel Toggerburg in un albergo di sciatori, in compagnia di una figlia sposata ad un inglese, ambedue alquanto cialtroni. Comunque, compilavo le dispense, noiosissime, sugli usi e costumi di tribù africane, che lui a sua volta aveva scopiazzato da qualche libro. Andavo alle altre lezioni, nessuna particolarmente interessante, mi intrattenevo con Hans Schroedter, tedesco di Germania, anzi di Zerbst, che aveva dato le dimissioni dalla cittadinanza tedesca perché volevano riconoscergli la sua vera paternità, che, se non vado errato, era il generale, poi maresciallo, von Witzleben, impiccato nel 1944 in seguito all’attentato a Hitler. Hans divenne ufficiale del Savoia Cavalleria e, per sua fortuna, morì a Bardia nel 1941 o ’42. Alla fine del secondo anno, Barbiellini organizzò una gita a Rodi, che rimase memorabile nello spirito di, credo, tutti i partecipanti. Era maggio, una stagione di sogno nell’Egeo. La motonave era vuota (eravamo a un mese dalla guerra), le ragazze simpatiche ed una particolarmente attraente, il cibo ottimo ed i vini di Rodi eccellenti. I giardini sotto il castello odoravano di rose, illuminati a giorno dalla luna piena. I capelli della Nina erano biondi, lucenti sotto la luna. Il quadrunviro De Vecchi, governatore, ci disse le solite coglionerie e comprammo una bottiglia di “mastica” (liquore greco simile all’anicione) da portare in omaggio a quelli di mistica fascista.

Ad Atene, di ritorno, per poco non affrettai di alcuni mesi il conflitto italo-greco, perché, attirato dagli elmi dioscurici dei poliziotti, volli provarne la risonanza battendone uno con le nocche e causando così la reazione delle forze dell’ordine. Tornammo a Roma col morale alto.
Dimenticavo di dire, invertendo un po’ i tempi che, dopo gli esami del primo anno, fu la volta del campo con la milizia universitaria. Partimmo per Formia in treno, nella marcia di un tre chilometri dalla stazione d’arrivo all’uliveto, dove eran già state erette le tende, i reparti si dissolsero: alcuni allievi ufficiali si erano arrampicati su carretti di contadini, altri vagavano con gli stivaloni in mano, altri ancora giacevano seminati lungo i bordi della strada in attesa di una qualche salvezza celeste. La mia tenda era occupata da giuliani: due triestini e due fiumani. La mattina marciavamo per un paio di chilometri fino al luogo dell’esercitazione, che consisteva regolarmente ed unicamente in un attacco a sbalzi, seguito dall’assalto alla baionetta, lavoro nel complesso faticoso e poco remunerativo. Passammo quindi tutti e quattro nei mitraglieri (le mitragliatrici pesanti stavan ferme a far fuoco di accompagnamento e fermi e stravaccati tutta la mattina stavan anche i mitraglieri). Il peso dell’arma non ci impediva però durante la marcia di avvicinamento e di rientro al campo, di far corse nei frutteti a prender cedri e altra frutta. I contadini non ne eran deliziati. La sera tutti gli allievi affollavano, in divisa di panno e stivaloni di cuoio, mezzi vari di trasporto per recarsi a Formia a mangiare (il rancio al campo era abbondante ed ottimo, oltreché gratis). Noi invece filavamo in mutande verso il mare e, sotto la luna, facevamo nuotate memorabili. Finiti gli attacchi ed i bagni rientrammo a Roma, completando così la preparazione universitaria al sevizio militare.
Dopo il campo di Formia andai in Germania, in calzoni corti, col sacco in spalla. Il primo giorno viaggiai da Trieste Campomarzio a Gorizia Montesdanto, Piedicolle, Bohinjska Districa, Villaco, fino a Salisburgo. Poi me ne andai a piedi a Berchtesgaden e di là a Monaco. Alloggiavo negli Jugendherbergen e mi ci trovavo bene. Unico problema: rifare il letto. Per regolamento, la mattina poteva uscire solo chi aveva piegato come si deve coperte e sacco lenzuolo. Io provavo e riprovavo ma di solito mi lasciavano uscire per pietà o per senso di cameratismo per un camerata dell’Asse, perché il mio letto era sempre molto lontano dalla perfezione germanica. Da Monaco andai a Norimberga, allora assai attraente città (tutte le città tedesche dopo la guerra non son più riconoscibili, han perso l’anima, l’umore, l’odore dei luoghi abitati da centinaia d’anni). Norimberga era in preda ai preparativi per il congresso, o come si chiamava, del partito e gli stadi, i piazzali, le tribune erano impressionanti. Lo JH era sistemato nel castello. Ora di ritirata le nove di sera, ma c’erano quelli sventi che si arrampicavano su per le mura anche nel cuor della notte. Fu a N. che dovetti rifare la branda almeno una dozzina di volte e il sergente di turno mi lasciò andare solo perché, presumo, aveva cose più importanti da fare. Da lì marcia su Rothemburg ob der Tauber, che raggiunsi sul seggiolino d’una moto compiacente. Trovai alloggio in un ospizio evangelico, dove raccontai storie edificanti, ma non del tutto vere, perché di mia creazione, sulle comunità evangeliche italiane. Poi Würzburg, dove gironzolai un pomeriggio con un danese che portava il berretto degli studenti scandinavi, Aschaffenbug e Francoforte. Ebbi il musorotto d’andare a sentire un’opera di Shakespeare al Römerberg, senza capirci una parola. Consumavo infiniti bicchieroni di birra e fumavo sigarette dal gusto balcanico. Poi Magonza ad in marcia verso Bingen, lungo il Reno. Finalmente Bonn e Colonia. A Colonia mi prese un terribile mai di denti. Il dentista ebbe pietà di me, mi fece una riparazione provvisoria e me la fece pagare solo cinque marchi. Io con cinque marchi ci mangiavo un giorno ma mi sentivo rinato. Intanto la situazione internazionale precipitava: non continuai verso al Ruhr ma ripresi i miei passi verso sud, viaggiando sontuosamente su un battello fluviale per turisti. I passeggeri si contavan sulle dita di una mano. La notte il battello si fermava e si dormiva a terra.

A Bacharach lo JH era occupato dai militari. Arrivato finalmente a Magonza, passai il pomeriggio arrampicato sulla spalletta del ponte a vedere passare i militari. Sfilavano per ore intere, reparto su reparto, disciplinati ed in silenzio. Nulla che ricordasse la mobilitazione del 1914, che papà aveva visto in Germiania, tornando da Amburgo, tra canti, bandiere,entusiasmi. Nulla neanche che si richiamasse ai film americani sulla guerra, dove i tedeschi traboccano di auto, autocarri, moto, sidecars, carri armati, blindo, ecc. Sfilava fanteria e fanteria, tutta a piedi, artiglieria ippotrainata, automezzi requisiti, biciclette. La sera a Heidleberg, quando si seppe dell’inizio della guerra, assistetti allo spettacolo più toccante: la requisizione dei cavalli. Possenti cavalloni venivan consegnati dai proprietari ai militari, I proprietari erano commossi, presumo anche i cavalli. E’ un fatto che in guerra sono morti quasi più cavalli che soldati tedeschi. C’era qualche ragazza che piangeva abbracciando un soldato, più d’uno abbracciava un cavallo. Regnava un senso di fatalità, ma anche di decisione. Interruppi il viaggio (era diventato impossibile viaggiare con l’autostop, tutti gli JH erano requisiti, venivano introdotte le tessere alimentari), rinunciai alla Alpenstraase e filai su Monaco e su Salsburgo. Traversammo il confine a Coccau, con la polizia che sbirciava sonnecchiando i passaporti e guardava trasognata la gente che chiedeva eccitata notizie della guerra. Arrivai a Udine ed a Trieste, dove la guerra c’era al massimo sulle pagine dei giornali e tornai a Roma, dove, al solito, si discettava come nel 2001 su un possibile intervento, con distinguo, però tuttavia, in realtà, nello spirito del ecc. ecc.
L’anno fu piacevole e senza eventi. Ho accennato al viaggio a Rodi. Verso la fine dell’anno uscivo qualche volta con Marlene, una ragazza di Breslavia (chissà cosa ne sarà successo?) e studiavo (che studi! diceva il Carletto) un po’ con la Nina, sotto le arche dei caduti, nella città universitaria. Qualche mese più tardi mi scrisse che stava cucendosi il corredo, non ricordo per chi. Mi dissero anni dopo che era finita sposata in Svezia, dopo alcuni trascorsi con le forze armate del Reich. Il giugno scoppiò la guerra. Confesso che ero anch’io in piazza Venezia, mobilitato dal GUF. Malgrado le urla, atmosfera fredda. Dopo il discorso mi ritrovai con gli altri del gruppo, per intendersi, di Rodi, in casa della Baby. Io aspettavo notizie su Malta. Le aspetto ancora.
Ai primi di luglio andai a Bassano, al coro allievi ufficiali. corpo degli alpini. Ci prepararono abbastanza seriamente alla guerra del 1915. Ero allievo scelto, al comando del primo plotone. Poiché ero al solito il più giovane, mi davo un tono fumando toscani e bestemmiando. Il plotone era composto in larga maggioranza da veneti, con alcuni rappresentanti toscani ed altri. Il secondo plotone era prevalentemente lombardo, il terzo piemontese, con elementi vari. Il livello culturale più che discreto (tutti studenti universitari), quello professionale (alpino) piuttosto modesto. Lavoravamo seriamente: dapprima un campo ad Agordo con corse giornaliere a Col di Prà, poi un campo mobile verso Cencenighe e Fedaia. Dovevamo fare il giuramento in cima alla Marmolada ma quando fummo al Pian dei Fiacchi incominciò a fare freddo ed a nevicare e dalle ultime file del terzo plotone, romani e terroni o giù di lì, incominciarono a levarsi grida avanguardistiche di protesta. La cosa mi scandalizzò ma ancor più mi scandalizzò il fatto che non salimmo in cima e che la cerimonia del giuramento fu celebrata, nomen est omen, al Pian dei Fiacchi. Seguirono Malaga Ciapela, Gares, Rosetta, la Fradusta e infine di nuovo Bassano, con le quotidiane corse a S. Felcita e relative esercitazioni. Imparammo abbastanza bene a fare gli sbalzi in attacco, provammo alcune volte ad esplorare la pianura veneta e le case e stalle dei contadini, non ci degnammo quasi mai di arroccarci in difesa né tanto meno organizzammo ripiegamenti o ritirate. Del tutto ignorati i combattimenti negli abitati, i carri armati, gli aerei, la guerriglia. In compenso, marciammo e marciammo, come opportuno e necessario per reparti “motorizzati a pie’ la piuma sul cappello, lo zaino affardellato, l’alpino è sempre quello”. Invece no, porca la miseria, sono riusciti a mandar in vacca anche gli alpini. In autunno venne Giuliano a frequentare il corso successivo: il nostro corso si avviava alla fine. Avevamo preso una camera fuori per le ore di libera uscita e per poter studiare in pace, senza doverci unire ai veneti che le passavano trincando vini veronesi o ai piemontesi, che celebravano orge di latte e cioccolato in pasticceria. Sostenni gli esami, mi classificarono settimo, mi assegnarono senza difficoltà all’ottavo reggimento alpini e finalmente ci mandarono in licenza, in attesa della nomina. Filai a Roma per completare ancora qualche esame. Dovetti, anche per la brevità del periodo, alloggiare in una pensione, che era più che decorosa ma ciò nonostante, per clientela e trattamento, borghesemente squallida. Diedi un paio di esami, con voti accettabili ma tutt’altro che brillanti. Erano i mesi della prima sconfitta in Cirenaica e dei pasticci il Albania.

Tutto era piuttosto cupo. Mi sorrideva solo la Carla, che accompagnavo dall’università a casa, con fermata in via Nomentana a sgranocchiare paste di ricotta. Ci trovammo reciprocamente simpatici. Prima di partire (per il servizio militare e la guerra), le chiesi se potevo scriverle. Si schermì e la cosa finì lì. Quel che poteva accadere dopo è un’altra storia. Di ritorno da Roma, col treno della notte, mi fermai a Firenze ed un paio d’ore dopo presi un accelerato per Siena, dove studiava medicina Serena Marin. Mamma mi aveva mandato sotto Natale a prendere Marisa a lezione dal prof. Marin per riaccompagnarla a casa e avevo visto Serena ed avute sue notizie. Così andai a Siena, trascorsi con Serena l’intera giornata e restammo d’accordo che le avrei scritto. Ci scrivemmo nei sei anni seguenti e ci sposammo nell’agosto 1947. Questo ci porta però oltre i limiti di questa cronaca.
Prestai giuramento di fedeltà a Udine il 1° febbraio 1941: “Giuro di essere fedele al Re ed ai suoi Reali Successori, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di adempiere a tutti i doveri del mio stato ecc. ecc.”, nella caserma dell’8° alpini e fui assegnato al btg. Cividale reclute a Premariacco. La truppa era sistemata in una villa ex signorile e nei locali dipendenti, gli ufficiali nelle osterie del paese. Dormivo su un materasso di foglie di granoturco, che facevan un rumore spaventoso ad ogni movimento e con me dormiva un collega del corso ufficiali, un toscano, notaio di professione. L’istruzione delle reclute era agli inizi: più un lavoro da caporale che da ufficiale, ma notoriamente nel nostro esercito i buoni sergenti erano pochi e finivano regolarmente in fureria o tra gli sconci. L’attività più attraente era data dalle marcette nei dintorni. Splendida una passeggiata a Rocca Bernarda, a due passi da Rosazzo e relativa degustazione di vini della tenuta. Il tutto mi sorrideva poco e, tramite il gen. Pizzarello, chiesi d’essere mandato in Albania.
Fui subito trasferito a Cividale, ad un battaglione complementi. Gli ufficiali erano tutti richiamati ed io ero il gamel per definizione. Grandi bevute e grandi cantate. Esercitazioni zero. La truppa consisteva di richiamati del 1911 e 1912, che vantavano decine di mesi di naja, trascorsi quasi tutti in caserma a non far niente. Passammo poi a Udine, con lo stesso programma. Venne a trovarmi mamma con Marisa e la sua amica Anty. Foto ricordo, abbracci. Comprai una giacca a vento e ci feci cucire la stelletta del grado d’argento, come i carabinieri, anziché d’oro. La confusione era tale che nessun collega se ne accorse e così evitai di pagare da bere (una fortuna) a tutti gli ufficiali del battaglione. Finalmente partimmo: sfilammo per via Aquileia con tutta Udine presente e piangente (il Friuli aveva pagato caro i mesi di guerra in Albania) e ci imbarcammo alla stazione in decorosi vagoni di III classe (II per gli ufficiali). A notte inoltrata eravamo alla stazione Tiburtina di Roma ed il giorno dopo in quel di Brindisi. Il vino della zona aveva 15 gradi ed ebbe degli effetti nefasti sulla truppa. Ci imbarcammo sul Galilea, che due anni dopo divenne tristemente famoso per il naufragio del btg. Gemona, traversammo di notte il canale d’Otranto (io stavo in coperta con gli scarponi slacciati e la cintura di salvataggio a mano), ammirammo Saseno e sbarcammo il pomeriggio a Vallona in un urlio di ordini e di raccomandazioni (presto, presto perdio, possono venir gli aerei inglesi). Camminammo attorno alla baia, girammo dietro alla città e ci accampammo in un bosco che doveva aver servito allo stesso scopo per centinaia d’altri reparti. La notte piovve. Ci avevano dato un cappellano supermeridionale, che aveva portato con sé dei viveri e bevande di conforto: io finsi di sentirmi male, attenemmo la bottiglia di cognac e ce la scolammo fino all’ultima goccia. Il giorno dopo ci trasportarono a Tepeleni. In un boschetto fuori paese il battaglione complementi fu suddiviso tra i vari reparti di destinazione. Alcuni finirono sullo Scindeli ed un paio di colleghi riuscirono a morire quella stessa notte, probabilmente senza neppur sapere dove erano e cosa dovevan fare. La mia compagnia rimase unita e si mise in marcia. Era notte e faceva freddo. Raggiungemmo e traversammo un lungo ponte sulla Vojussa.

C’erano dei corpi lungo la carreggiata, danneggiata dalle granate. “Sior tenente, la vardi quei”. “No sta bazilar, i dormi”. “Ma i dormi senza testa …”. A capo del ponte voltammo a sinistra e ci avviammo per un sentiero lungo il fiume. Dopo qualche tempo ci inerpicammo verso il Golico, salimmo il monte per circa un’ora e ci fermammo sotto dei roccioni. Era un bosco rado di faggi. Oltre il costone, schierammo i plotoni lungo l’orlo, giù fin quasi al fiume. La compagnia era armata solo di fucili, nessun arma automatica. Sbarravamo così l’accesso a Tepeloni dal Bregianit e da Klisura. Dormivo sotto dei roccioni, in una buca, con in testa l’elmo perché cascavano pietre e con il tascapane delle bombe a mano come cuscino. La mattina mi schiarivo la gola con una boccetta di grappa, omaggio del partito fascista albanese. Sopra la compagnia incominciava la linea del btg. Cividale, piuttosto mal ridotto, e davanti di un vallone boscoso, terra di nessuno, dove apparentemente i greci passavano, per rifornire le loro linee. Dall’altra parte del fiume, sulle pendici dello Scindeli e del Trebescines, c’era ogni notte teatro. Fucileria, mitragliatrici, bombe a mano, urla, gemiti. Di giorno ammiravamo i mortai grevi che sparavano come dii: li ho visti far forcella su un motociclista lanciato a tutta velocità. Una sera il capitano ricevette ordini e mi chiamò. Dovevo andar nel vallone, ascoltare e possibilmente portare qualche prigioniero. Scelsi un otto uomini della 2^ squadra e ci avviammo. Le foglie secche di faggio al suolo facevano un rumore spaventoso. Arrivammo all’incirca al centro vallone: nessun greco. Restammo lì in ascolto un paio d’ore e poi tornammo: il comando di gruppo dovette per quella volta far a meno dei prigionieri. Dopo qualche giorno il capitano mi mandò al comando del 1° Gruppo Alpini Valle, cui, senza saperlo, avevamo l’onore di appartenere. Il comando era imbucato nella scarpata sud del ponte Dragori, sulla Vojussa. Ci arrivai la sera perché di giorno era poco igienico camminare lungo il fiume. C’era il colonnello Pizzi che schiacciava pidocchi sul muro del ponte. Gli mostrai sulla carta dove eravamo, gli dissi che avevamo solo fucili, mi diede una minestra Chiarizia fredda e mi comunicò che dovevamo scendere. Ripresi la strada del monte, mi venne un attacco travolgente di diarrea, mi agganciai infine alla compagnia che, ore dopo, sfilava davanti alla grotta in cui m’ero rifugiato come una processione di fantasmi. Mi ritrovai, più morto che vivo, nel pomeriggio, nella soleggiata valle di Brataj, dove stavano ricostruendo il battaglione Val Natisone …
Mi assegnarono alla 279^ compagnia, al comando del 3° plotone. Tra la truppa erano rimasti ben pochi degli originari alpini delle valli del Natisone: magazzinieri, sconci, furieri. I complementi avevano le più varie origini. Nel mio plotone, la prima squadra era prevalentemente veronese, la seconda della Val Cellina, la terza era mista. C’era anche un paio dell’Appennino parmense, che nessuno voleva, perché, dicevano, erano sporchi e puzzavano. I colleghi provenivano anch’essi dai più vari battaglioni complementi: capitano Contro, ragioniere, milanese, ten. Guazzetti, ex meharista, ten. Guerci, piemontese, ten. Bagolon, veneto di Mogliano, s.ten. Lazzaroni, professore di lettere di Pontremoli ed il dottore, anche lui padano di qualche parte. Le altre compagnie consistevano dello stesso fritto misto. Seguirono una dozzina di giorni di inquadramento e di addestramento. Il capitano passava le giornate in fureria a mettere a posto scartoffie varie e noi potevamo scorazzare per i poggi e manovrare e sparare quasi a volontà. Le vacanze furono interrotte da un rapporto ufficiali, tenuto da Messe, comandante del corpo d’armata speciale. Raccomandò di non correre avanti all’attacco, lasciandosi dietro il plotone. Imparai più tardi praticamente sul terreno che il posto del comandante non è in testa, ma su retro del plotone, per sparare nel culo a quelli che restano indietro. Il resto del rapporto non era trascinante. Giorni dopo tornammo in linea. Come ufficiale più giovane, ero ufficiale di coda. La testa della colonna arrivò su un ciglione boscoso, dove dovevamo fermarci, alle prime luci dell’alba. Io vi pervenni nel tardo pomeriggio, dopo aver stanato decine di ritardatari. Pioveva. Restammo nel fango un paio di giorni. Davanti a noi c’era la piramide nevosa del Murene ed a destra la catena boscosa, interrotta da rocce e nevai, del Plesevizza. Sotto Pasqua incominciò la preparazione d’artiglieria. La neve si cosparse di macchie nerastre. Noi ci facemmo sotto nella neve. Il Val Fella attaccò il Murene e trovò i reticolati intatti ed i nidi di mitragliatrici greci in perfetto stato. Nella neve marcia affondavano fino alla coscia. Sull’altro lato della valle, il Val Tagliamento subiva una sorta analoga. Le vedemmo scendere dai canaloni del Plesevizza. Nella notte fecero marcire anche noi e risalire dall’altro lato della valle, fino a schierarci dietro le linee del Val Tagliamento. Alle undici di mattina ci fecero attaccare. In realtà, attaccò la mia compagnia e, dalla mia compagnia, il mio plotone, sul fondo del vallone, puntando alla testa. La guerra è una cosa curiosa: presumo che nei rapporti ufficiali stia scritto che quella mattina il corpo d’armata speciale attaccò i greci in Val Smokthina. In realtà, di due interi battaglioni attestati su quei costoni, c’eran solo i quattro scalzacani del terzo plotone della 279^ che, in pieno giorno, in un vallone scoperto, avanzavano a grandi sbalzi verso posizioni ignote. Alla mia destra sarebbe dovuto esserci un altro plotone e, ancora più importante, un altro reparto avrebbe dovuto avanzare sulla cresta e coprirci il fianco destro. In effetti, la resta era la chiave dell’operazione, ma ne avevano incaricato il plotone cosiddetto arditi. Sta di fatto che dopo pochi scatti ci trovammo presi sotto il fuoco non solo delle mitragliatrici che avevamo di fronte, ma anche di quelle di fianco, che sparavano dall’alto dei canaloni. E non vedevamo niente. Mi bucarono il cappotto tra le gambe. Passai alcune ore dietro ad un sasso, fumando (quando sbuffavo troppo fumo arrivava una scarica).

Poi con l’oscurità ve e tra le rocce, dove trovai Guazzetti e Bagolan. La mattina dopo avanzammo lentamente sul costone del monte, in un merdaio di neve marcia, rocce, mughi, pioggia, fango fino a fermarci lungo un canalone nevoso battuto d’infilata dall’alto. Guazzetti provò ad attraversarlo e rimase ferito. Fu chiesto l’intervento dell’artiglieria. Sparò cinquanta colpi ma tutti o scrostavano o colpivano le rocce sotto cresta. Una granata arrivò sulla nostra squadra mortai da 45, accoppandone due. Passammo li una seconda notte, sempre con neve mista a piova e neve marcia tutt’intorno. Se ne risentì per diversi anni il mio piede destro. In compenso mi diedero un bronzino. La mattina dopo ci muovemmo cautamente. Silenzio assoluto. I greci se ne erano andati, lasciando tracce di sangue sulla neve della cresta. Poco dopo vedemmo avanzare nel vallone, in eleganti sbalzi come in esercitazione, il Val Tagliamento e lo seguimmo. Le posizioni greche erano intatte ammirevoli i loro nidi di mitragliatrici, scavati tra le radici di grandi alberi. Praticamente irraggiungibili per l’artiglieria. Marciammo sul retro delle loro posizioni, scendemmo in valle a Kuc e poi verso il mare. La costiera fino a Santi Quaranta è di una bellezza paragonabile a quella della costiera di Amalfi ma senza paesi e con poche casupole.
Arrivammo fino al confine e poi facemmo marcia indietro. Mi fu ordinato di risalire sul Plesevizza con una squadra per seppellire i morti della compagnia e potei così farmi un’idea più precisa delle posizioni. Ancora oggi non so perché non si tentò di proseguire per la cresta. Raggiunsi la compagnia nella vecchia base di Brataj e da lì ci avviammo a passo tranquillo verso Scutari. A Fieri ci fecero la grazia di caricarci su autocarri. Scutari è una bella città od almeno così ci sembrava. Forse l’aspetto più interessante era dato dalla gente: contadini ancora in costume, braghe bianche, giubbotto colorato, zuccotto bianco. Venivano prevalentemente dal nord, cattolico. Dopo due settimane con riviste, sfilate, visite ufficiali ripartimmo, sempre a piedi, per il Kossovo. A Puka mi raggiunse la licenza per esami. Filai su Durazzo e con una barca scalcinata, carica di gente come me, raggiunsi Bari ed, in treno, Trieste. A Roma diedi un esame per la forma e per il foglio di licenza, a Grado presi sole ed altro, mi ripresentai a Bari ed infine a Prizren, al battaglione.
Prizren ed i Kossovo sono posti interessanti ma poco dopo scoppiala rivolta in Montenegro. Io ero in ospedale ad ingurgitare scodellini di olio di ricino. Mi fecero subito uscire e mi ritrovai sotto passo Çakor, di fronte a Murina, dove pochi montenegrini tenevano bloccato un battaglione della divisione Puglia. Mi mandarono dall’altra parte della valle, in collegamento con bande albanesi, che lavoravano sistematicamente. Gli uomini avanti ad ammazzare tutti i montenegrini che trovavano a saccheggiare le case prima di bruciarle, le donne dietro con i somari a caricare il bottino e a riportarlo al villaggio. Mi mostrarono con orgoglio un naso con baffi infilzato sulla punta di una baionetta ad ago. Se li avessimo lasciati fare avrebbero risolto in modo radicale la questione del Montenegro. Sennonché dopo pochi giorni fu concluso un armistizio. Avanzammo allora fino ad Andreijvica, dove, voltato un angolo del sentiero, mi imbattei in una trentina di figuri armati fino ai denti. Feci loro cenno di andare avanti verso il battaglione, levai ad uno di loro il cinturone (lo ho ancora: le buffetterie dell’esercito serbo erano superbe) e mi avviai verso il paese, dove trovai una cinquantina dei nostri che eran stati fatti prigionieri dai montenegrini e che urlavano come invasati. Gestii per un paio di giorni quella gabbia di matti, fucilai un giovanotto che aveva seviziato alcuni prigionieri, accettai un caffé turco da simpatizzanti, raggiunsi il battaglione. Proseguimmo per Berane (oggi Ivangrad), dove il sindaco consegnò solennemente al tenente colonnello comandante del btg. Val Natisone le chiavi (sic) della città e dove altri ex prigionieri facevano un baccano del diavolo. Erano concentrati tutti all’ospedale e tra loro vi era anche un partigiano comunista, ferito credo alla spalla, a cui i nostri dottori avevano ingessato il braccio nel saluto romano. Da Beranie facemmo varie ricognizioni nei dintorni, senza trovare mai reparti partigiani (solo qualche volta individuai isolati che non sognavano di vederci uscire dalla cinta e che nello scorgerci saltavano come grilli nei boschi) e proseguimmo per Bijelo Polje, dove si ripetè la cerimonia delle chiavi. E’ curioso che nell’unico libro un po’ esauriente su questi avvenimenti tutte queste operazioni vengano attribuite alla divisione Venezia. Anche a Bijelo Polje ripetemmo le uscite nei dintorni. Il territorio era notoriamente in mano ai partigiani. Quando uscivamo, si facevano un pochino più in là e la sera ci seguivano fin sotto i reticolati. Questo fintanto che eravamo molti più di loro. Il giorno che il rapporto si fosse invertito, le cose si sarebbero fatte difficili. Fa Bijelo Polje facemmo un’azione su Bjelasica solo per trovare accampamenti di partigiani scrupolosamente vuoti e scendemmo a Mataševo e poi a Podgorica, Da là incominciammo a scortare le autocolonne che rifornivano i presidi disseminati in tutto il paese: battaglioni asserragliati negli abitati, con intorno trincee, reticolati, sbarramenti e, poco fuori, i partigiani che passeggiavano tranquillamente. C’era da chiedersi cosa sarebbe successo se una sera un piccolo nostro reparto di musi duri con molto volume di fuoco si fosse appostato, non visto, ad un punto di abituale passaggio. Le scorte consistevano di squadra sull’autocarro di testa con una mitragliatrice, una seconda squadra nel mezzo della colonna ed una terza in coda. Se la macchina di testa si fermava, tutte le altre serravano sotto e la colonna compatta costituita un bersaglio perfetto per i partigiani. Inutile cercar di far capire agli autisti che gli intervalli tra le macchine costituivano una delle poche misure possibili di salvaguardia. Queste autocolonne erano un incubo. Ricordo una volta, tornando da Pljevlja, che la colonna si infilò in una strada secondaria attraverso almeno sessanta chilometri di territorio privo di qualsiasi punto nostro di appoggio. Quando scorsi il posto di blocco di Podgorica, tirai veramente un sospiro di sollievo. La faccenda andò avanti per tutto settembre e buona parte di ottobre finché arrivò un’altra licenza per esami.

Traversai il Montenegro, scesi da Cettigne su Cattaro, dove mi imbarcai su una barca ex jugoslava che faceva servizio lungo la costa. Fu una crociera indimenticabile. La nave partiva da Cattaro, seguiva fedelmente la costa a poche centinaia di metri, navigava solo di giorno e di notte si riposava in porto. Così ci fermammo a Gravosa e visitammo Ragusa, poi a Spalato, poi a Zara ed infine arrivammo a Fiume. Il tempo era splendido, le cittadine dalmate che via via toccavamo luminose e prive di turisti e di traffico, la costa così vicina che sembrava di toccarla. Sulla penisola di Sabbioncello le case grandi ed ospitali dei vecchi comandanti di mare ragusei sembravano invitarci. A Trieste, tutto era normale o quasi. Sbarcai gli ultimi quattro esami (me ne rimanevano tre per la laurea), andai a Torino, o meglio a Rivoli, a trovare Giumbo (fu l’ultima volta che lo vidi), uscii molto spesso con Serena e ripartii per Fiume in una giornata di novembre priva di speranza. Nel frattempo era avvenuto a Bioce quello che doveva avvenire: autocolonna attaccata e distrutta, battaglione intervenuto, perdite, trasferimento al nord, tutto il paese in subbuglio. Arrivai a Spalato in treno, via Gospic, proseguii con mezzi di fortuna fino a Podgorica, dove mi bloccarono e dopo giorni di attesa mi spedirono a Scutari, dai muli, farmi là da mesi. Rimasi coi muli un sacco di tempo, solo intervallato da un periodo passato a far la guardia ad un campo di internamento di civili montenegrini. Finalmente, allo sbocciar della primavera, raggiunsi il battaglione in quel di Višegrad, in Bosnia, risalendo la valle del Lim con le solite autocolonne ed in ultimo, incredibile dictu, in treno. Višegrad era ancora come la ha descritta Ivo Andric: un gran paesone mussulmano bosniaco, con il famoso ponte e un vasto bazar. La popolazione era aumentata dai numerosi profughi: le colline circostanti erano infatti controllate dai cetnici e la Drina portava ogni mattina a valle cadaveri di musulmani con la gola tagliata. Una volta però il battaglione riuscì ad arrestare cinque cetnici ed a giudicarli per particolari efferatezze, ma toccò poi a me doverli fucilare. Un giorno il comando di gruppo ebbe la buona idea di mandarmi fuori la cerchia delle postazioni ad accompagnare un centinaio di musulmani, che volevano ricuperare le loro bestie sparse per le colline. Fummo circondati dai cetnici, con cui vigeva un traballante accordo di non belligeranza, e che si impegnarono a consegnarci un bel po’ di vacche ma non permisero ai musulmani di allontanarsi. Passai diverse ore a trattare coi cetnici, mentre gli alpini facevano cerchio attorno ai musulmani ed in cerchio più largo i cetnici urlavano, minacciando e gesticolando. Io, all’interno di una casa di contadini, con attorno una mezza dozzina di gentiluomini barbuti, con sipe e caricatori che penzolavano sulla pancia e che, bevendo rakia, giocavano alla roulette russa (io declinai l’invito a partecipare), attendevo. Finalmente le vacche arrivarono e ci avviammo verso le nostre linee, accompagnati dagli insulti e maledizioni dei cetnici. Ad ogni modo, la missione fu considerata un successo, anche perché tutti i musulmani erano tornati con la gola intera e perché la guarnigione si era arricchita di carne fresca. Nessuno parlò delle mie doti diplomatiche. In quell’epoca ebbi anche i problemi disciplinari perché m’ero permesso di scrivere in una lettera (poi censurata) la mia opinione, quando il mio capitano, messo al comando della 216^ compagnia, era stato sopraffatto in una operazione mal concepita e mal condotta, fatto prigioniero assieme a quel che rimaneva della compagnia e fucilato nudo nella neve cogli ufficiali la notte di Natale. Pizzi mi promise tribunali militari o, come minimo, mesi di fortezza. La cosa poi rientrò anche perché nel frattempo avevo fatto domanda di passare nei paracadutisti. Ero infatti piuttosto stufo della naja nei Balcani, dell’alternanza tra essere cacciatore e selvaggina, della mancanza di idee e di iniziative nella gestione della cosa, della brutta abitudine degli slavi meridionali di fare scempio dei cadaveri dei nemici. Mi sarei accontentato di un po’ di guerra vera, ma pulita.
Nel maggio del ’42 rifeci quindi le autocolonne giù pel Montenegro fino a Podgorica, dove, evidentemente impressionati dalla mia destinazione, mi imbarcarono su un aereo per Tirana. Là l’impressione era, a quanto pare, minore e ripresi le usuali cerimonie presso i comandi di tappa, le autocolonne, il porto di Durazzo e le FFSS finché non giunsi a Tarquinia, scuola dei paracadutisti. Mi buttarono giù dalla torre, mi fecero fare le capriole di rito e mi giudicarono degno di fare il corso. Questo consisteva in un processo accelerato di preparazione atletico-psichica al salto ed all’atterraggio. Per arrivare a terra secondo le regole bisognava fare una specie di capriola arrotondata, che alcuni facevano splendidamente ed altri no. I più malmessi erano gli ufficiali superiori, angustiati da gotta, emorroidi ed altre malattie militari di lunga seduta. Per quanto fossi atleticamente scalcinato, pero certo meglio degli ufficiali superiori. Il corso non era spiacevole: i colleghi erano simpatici, la sera si poteva andar a bagno in mare oppure salire al paese di Tarquinia, al domenica andavo a Roma a sbevazzare birra, la guerra andava piuttosto bene. Feci i lanci prescritti, mi ammaccai una volta un poco il naso arrivando con la faccia invece che con i piedi, mi attaccai il distintivo col paracadute alla manica e raggiunsi la divisione Folgore in Puglia, a Villa Castelli, assegnato alla compagnia mortai divisionale. Il capitano Passamonti era simpatico, i colleghi anche. Uno era triestino, Rinaldi. Unico inconveniente era che provenivano tutti dall’artiglieria e che per essi il goniometro e la tecnica del tiro era una cosa pacifica. In compenso io sapevo qualcosa di guerra. La truppa era tutta volontaria, con un livello minimo di licenza elementare. Era la terza volta che la guerra mi portava in Puglia. Faceva un caldo cane. La mattina un carro attraversava lentamente il paese, fermandosi davanti ad ogni casa e gli abitanti uscivano per versare nella botte del carro il contenuto del o dei vasi da notte. Malgrado l’apparenza poco invitante, l’operazione era in fondo igienica e razionale. Peccato solo che nell’ultimo tratto di strada, al traballio del carro, la botte, ormai piena, spandesse parte del suo contenuto. Correva voce che avremmo dovuto essere lanciati su Malta.
Dopo un paio di settimane, andammo invece a Lecce ed incominciarono le partenze per l’Africa, in aereo. Il nostro primo aereo si alzò e si schiantò a terra pochi metri più in là. I paracadutisti ne uscirono cantando. Gli aerei successivi partirono regolarmente. Il capitano mi lasciò a Lecce per far verbalizzare la perdita del materiale e così passai ancora un paio di giorni in quella splendida cittadina. Quando la birra tedesca finì al caffé del centro, partii anch’io. Viaggio ottimo, arrivo febbrile per timore di incursioni inglesi, accampamento nell’oasi di Derna, dove lasciammo i paracadute, autocolonna fino a el Alamein e poi, voltando di 90 gradi verso sud, traversata di tutto lo schieramento fino all’impianto di el Taqa, sopra le depressioni di el Quattara. In omaggio forse al vecchio, saggio motto degli alpini: “davanti ai muli, dietro ai cannoni e lontano dai superiori,” fui subito distaccato da resto della compagnia ed aggregato al 2° battaglione. Faceva orrendamente caldo e nei primi quindici giorni l’acqua distribuita arrivava si e no a mezzo litro a testa al giorno, per bere, cucinare, lavarsi, farsi la barba, ecc. Alcuni incominciarono a mangiare la simpamina di cui eravamo muniti ed a stiracchiare le gambe. Le mosche erano una piaga. Scavando le buche, scoprivamo di tanto in tanto delle vipere. Dalla pianura sotto di noi, autoblindo inglesi e qualche pezzo da 88 tiravano dove vedevano movimenti o tracce di lavori. Il rancio era immaginabile. Passammo così la seconda metà di luglio ed il mese di agosto. Il comando della 6^ compagnia, tutti ufficiali che provenivano dalla cavalleria, non rinunciava ad una mensa con tenda, guanti bianchi ed altre finezze. Sennonché le tende bianche si vedono da lontano ed una volta che c’ero per caso anch’io la videro evidentemente anche gli inglesi e ci innaffiarono con due dozzine di granate perfettamente centrate. Tenda a remengo, pranzo anche, due feriti. Un’altra volta mi capitò di andare alla base non mi ricordo per qual motivo e passai per il Passo del Cammello, dove pernottai ospite di un noto colonnello. Poi, alla base di el Dabà, salutare bagno di mare. Ai primi di settembre, offensiva. Le divisioni panzer tedesche avanzavano nella piana, a nord delle nostre posizioni, martellate dall’aviazione alleata (erano comparse le fortezze volanti americane). Noi marciavamo a piedi, lungo l’orlo della depressione, con armi e munizioni in spalla e guardavamo quelle formazioni di ventine di fortezze volanti che non si degnavano di prenderci in considerazione, passandoci sopra a relativamente bassa quota. Arrivammo fino a Ain el Rala ed a el Himeimat, ottime posizioni da ogni punto di vista. L’avanzata era stata però bloccata. Ci sistemammo a difesa. Ci vennero a trovare in tanti: Rommel, che mi fece cambiare la postazione di un’arma, il comandante della Folgore, che mi chiese da dove credevo sarebbe venuto il nemico. Gli feci un gesto ampio come la pancia di una vacca ed in effetti vennero (io non ero più là) proprio da sud, non da est, come pensava lui. Venne anche il capo di stato maggiore della divisione, che era stato comandante la scuola allievi ufficiali alpini di Bassano e che era celebre, perché sapeva far da fermo il salto mortale. Peccato solo che di solito, nel farlo, gli cadesse per terra il cappello con la penna bianca. Vennero gli specialisti a seminar mine un po’ dappertutto. Erano molto bravi e disinvolti, forse un po’ troppo. Una volta uno stava portando una mezza dozzina di mine già innescate quando qualcosa andò storto, caddero per terra e scoppiarono tutte. Dovettero raccoglierlo col cucchiaio. Costruirono sulla nostra altura un osservatorio di artiglieria di corpo d’armata ed era un piacere stare al fresco e quasi al sicuro a il nemico in cinque/dieci chilometri ad oriente. In mezzo giocavano i carri d’esplorazione. Ve ne erano alcuni, tedeschi, proprio vicino a noi. Uscivano ogni notte ed i tenente comandante aveva una diarrea più potente della mia. Gli portavo dei limoni e lui avrebbe voluto contraccambiare con salsicce. In quell’epoca vivevo di riso bollito e limoni. La 6^ compagnia, cui ero sempre aggregato, era riuscita, alle solite, a costruirsi un ricovero-comando-mensa ufficiali mediante pali della “palificata”, la linea, penso telegrafica, che traversava tutta la stretta di el Alamein, da nord a sud. Poi erano dovuti improvvisamente partire e nel ricovero si erano istallati i tedeschi di un osservatorio. Una mattina mi capita un sergente della 6^. Aveva avuto l’ordine di ricuperare i pali ed il materiale ma era stato cacciato via in malo modo dagli occupanti. Mi misi giacca e bustina, andai dal tenente comandante, mi presentai con sbatter di tacchi e gli dissi che avevo ordine (Befehl) di ricuperare il materiale. Abbozzò. Credo sia stato il più grande successo militare italiano sul fronte di el Alamein.
Poco dopo mi trasferirono a Deir el Munassib, sempre aggregato alla 6^ compagnia del 2° battaglione. Era un posto di una decina di chilometri a nord di el Himeimat, che si vedeva all’orizzonte. Ci assegnarono una piega sabbiosa sul retro della compagnia, attestata come caposaldo civetta davanti alle nostre linee. Alla mia sinistra fu messo un altro plotone della mia compagnia mortai. Scavammo nella sabbia e passammo delle piacevoli settimane. Il clima si era addolcito, la notte di dormiva bene con una coperta, il rancio arrivava regolarmente ed era mangiabile, l’acqua era più che sufficiente anche per sbarbarsi (solo le guance, perché m’ero lasciato crescere un barbuz biondo rossastro). L’artiglieria inglese faceva qualche tiro di inquadramento e gli aerei non davano soverchia noia. Luceva in quelle notti una luna splendida ed enorme, che illuminava il deserto come fosse giorno, rendendolo bianco, perfetto ed irreale. La sera del 23 tutto era quieto: il rancio era arrivato ed era stato consumato, la truppa fumava tranquilla. Alle nove l’orizzonte ad oriente si illuminò: tutta l’artiglieria inglese c’era messa a sparare. Il capitano Marenco mi telefonò, ordinando di incominciare il tiro di sbarramento. Fu l’ultima comunicazione. Dopo tutte le linee saltarono. Incominciammo a far fuoco. Proprio da quel momento ci trovammo anche noi sotto il bombardamento. La stampa inglese, che vidi poi, disse che era stato il bombardamento più intenso della guerra. In effetti ci pestarono per bene. Le granate sollevavano un polverone di sabbia denso ed irritante che riduceva la visibilità a pochi metri. Devo però alle postazioni nella sabbia se le perdite furono poche. Una granata arrivò strisciando nella mia buca ed ebbe il buon senso di non esplodere. Il bombardamento durò oltre due ore. Poi il tiro diminuì, si allungò e tra la povere scorsi una catena di uomini che, baionetta in canna stava giungendo alle nostre postazioni. Urlai: “Tutti fuori. Fuoco, fuoco!”. Quel cretino del sergente gridava: “Non sparate. Sono i nostri che si ritirano”. Una pallottola lo colpì però alla testa e così il male causato fu poco. Buttammo le poche bombe a mano che avevamo, scaricammo i mitra, che subito si incepparono perché la sabbia aveva otturato i caricatori, ci mettemmo a sparare con moschetti e pistole. Gli inglesi si erano messi a terra a semicerchio e sparavano coi tommy guns. Era impossibile fermarli con moschetti e pistole. Saltai dalla mia buca, filai al mortaio da 81 della 2^ squadra, misi il tubo tra le ginocchia in verticale, confidando che qualche leggero errore di inclinazione ci avrebbe risparmiato. Sparai un tre bombe di grande capacità, che caddero proprio dove dovevano cadere, ripulendo il terreno davanti. Preso dall’eccitazione, mi sporsi un poco dalla buca e ricevetti un pugno allo zigomo sinistro che mi sbatté sull’altro lato della postazione. Era una scheggia di una mia bomba che mi aveva colpito di patto. Subito dopo si inceppò il maledetto tubo e dovetti nel caldo del momento rovesciarlo pian pianino ed afferrare e tirar fuori la bomba spolettata. Intanto anche l’arma della 1^ squadra si era messa in azione e mi appoggiava, accoppando i superstiti inglesi. Ricominciammo a sparare con le armi portatili. Avevo una pistola cal. 9 lungo, Fabbrica d’armi di Herstal, col calcio di madreperla, bottino di guerra di papà sul monte Zuqualà, in A.O. Incominciai un duello che durò un mezzo caricatore con un tizio che sparava piuttosto bene. Poi il duello fini per assenza di controparte. I pochi inglesi superstiti si erano squagliati dietro al costone. Ricuperai un loro ufficiale, più intontito che ferito, che mi dichiarò fieramente in francese che non avrebbe parlato. Gli diedi una sigaretta e lo ficcai in una buca. Con tutta probabilità, lo sistemarono più tardi i suoi, quando inaffiarono di proiettili le nostre buche, rimaste vuote. Capitarono i due del rancio: camion fracassato, caposaldo sopraffatto. Li mandai al comando gruppo a riferire. Ispezionai il plotone. La postazione della 3^ squadra era andata e così la coesione della squadra. Il caporalmaggiore toscano che la comandava era inesistente. Mandai gli uomini in appoggio alla prima. La seconda squadra funzionava ancora (operai lombardi), con il tubo, che avevo azionato io. La prima squadra, benedetto Varetto, caporalmaggiore di quel di Vercelli, era perfettamente in ordine, arma rimessa in postazione, bombe pronte, uomini al loro posto. Tra le buche era disteso il corpo di un napoletano dei servizi che gemeva e piangeva, con la testa in una buca e le gambe fuori. Ci avevano bombardato per oltre due ore, avevamo combattuto per tre ore almeno e lui, illeso, era rimasto a piangere, senza guardare e senza vedere. Gli diedi un paio di calci tra le gambe che spero gli abbiano impedito in futuro di procreare. Gli uomini dei servizi, non paracadutisti, erano in genere lavativi di prima forza, di cui i distretti si erano liberati, rifilandoli alla neodivisione paracadutisti. Alla mia sinistra, l’altro plotone mortai era stato catturato: vedevo la macchia nera del gruppo dei prigionieri in mezzo alle postazioni. Chiesi al mio attendente, Simcic di Salcano, che aria tirasse col plotone. “I disi che i xe contenti che la xe qua con lori.” Si sentiva intanto rumore di cingoli. Dopo poco comparvero carri sul ciglione davanti a noi. Sparammo loro diverse salve. Se ne andarono. Dopo un po’ tornarono. Il gioco si ripeté diverse volte. Infine si accorsero di non essere sotto tiri di artiglieria e si fecero sotto a dozzine, piantandosi a pochi metri dalle nostre buche. Incominciarono a scambiarsi colpi con i nostri 47 al di là del campo minato a nord-ovest. Vi era un gran fischiare di granate e gracchiare di mitragliere sulle nostre teste, ma non avevamo più bombe a mano né avevamo mai avute bottiglie Molotov. All’inizio del bombardamento m’ero riempito la camicia di pacchetti di sigarette e non avevo smesso di fumare tutta la notte, accendendo le sigarette con la cicca della precedente. Così fumai nella luce dell’alba. Per far la festa completa, la nostra artiglieria aveva incominciato il tiro di repressione.
Dall’alto dei carri infine ci videro ed i carristi inglesi ci invitarono con gesti e con l’ausilio di raffiche di mitragliatrice ad andare verso la loro linea. Un carro era a meno di sei metri dalla mia buca, col pezzo puntato. Per istrada, saltò fuori un biondine arrabbiato che mi allungò una baionettata alla pancia. La schivai e giunsi poco dopo al mio primo recinto di fili di ferro spinato, fatto alla brava, coi loro rotoli mobili. Un loro sergente gentilmente mi pulì la faccia dal sangue rappreso e poi ci avviammo a piedi attraverso il loro schieramento. Sbaglierò, ma sul caposaldo Marengo era ammassata poco meno di una mezza brigata corazzata. Camminammo diverse ore. Poi ci fermammo e ci interrogarono, così, alla giornalistica. Proseguimmo per l’intero pomeriggio e conclusi, da quel che vedevo, che la battaglia era persa. Ero perfettamente lucido ma tranquillo: riesaminavo la condotta mia e del plotone quella notte, rilevando i punti positivi ma anche le manchevolezze. I punti positivi dovevano superare le manchevolezze se a guerra finita mi proposero per una promozione al grado superiore per merito di guerra. Poi ci ripensarono e mi diedero una medaglia d’argento. Vale di meno ma si vede meglio. Verso sera ci caricarono su autocarri e portarono al primo recinto regolare per prigionieri, dalle parti di Burg el Arab. Incominciò a piovere. Un romano di fanteria si mise a discutere con la sentinella negra: non voleva essere lasciato così sotto l’acqua, aveva diritto ad un tetto. La sentinella non se ne diede per intesa. La conversazione in romanesco-zulu proseguì per un bel po’.

Alla luce delle attuali (2001) polemiche sugli alpini, vorrei, per inciso, esporre il pensiero di uno che sessanta anni fa ha avuto la ventura di comandare in guerra sia alpini che paracadutisti.

Se dovessi fare un colpo di mano, breve, energico ed irruente, con discrete o più che discrete probabilità di successo, certamente preferirei avere con me ragazzi come quelli della 2^ squadra del 4° plotone della 185^ compagnia mortai Folgore: operai lombardi svelti, intelligenti e decisi, divenuti poi tutti o quasi tutti comunisti ferventi. Se dovessi viceversa resistere a lungo su una posizione, con pochi mezzi e meno speranze, meglio avere la 2^ squadra del 3° plotone, 279^ compagnia del btg. Val Natisone: alpini stagionati della Val Cellina, boscaioli, bracconieri, carrettieri e contadini, che partivano magari per l’Albania con il ritratto di Mussolini agganciato alla coda dei muli, ma che se c’era un lavoro da fare lo facevano, costi quel che costi, che piacesse o no. E lo facevano con un gioco mirabile di squadra, in perfetta e tacita armonia, bestemmiando Dio e il governo, ma facendolo. Dicono che questi alpini non esistono più, si sarebbe spenta la razza, ma prima di mandare i candidati alpini in sussistenza od in marina, ci fare un pensierino e cercherei di ricuperare quel mezzo battaglione ancora ricuperabile. O credete sulle crode, quando avranno finito la ferramenta di cui andate tanto fieri e che probabilmente non vi sostituiranno subito, il lavoro ve lo faranno i neonominati alpini delle varie regioni centromeridionali, senza tradizione familiare, senza coesione paesana e regionale, senza spirito di corpo, senza pratica di rocce e di neve, senza esperienza di quando lavoravano in malga o tagliavano legna in bosco? Perché, fino a prova contraria e salvo ad oriente, su quella che adesso si chiama la soglia di Gorizia, il confine italiano corre ancora in montagna. O vi disturba tanto avere un corpo armato composto da uomini che votano Lega Nord, che pensano con la propria testa, che si esprimono in linguaggi lontani dall’intonazione borbonico-pontificia del gergo militare odierno? Gli alpini dei miei tempi erano poco più di una buona fanteria di montagna. Basterebbe disporre oggi di qualche singolo reparto veramente alpino. Buoni paracadutisti, viceversa, se ne trovano comunque sempre in Italia. Amen e fine dell’inciso.
La mattina, dopo questi ed altri pensieri, ci trasferirono al campo di Alessandria. Era un campo grande ed organizzato. Feci la conoscenza gradita del tè militare inglese, così diverso della sbiadita bevanda delle nostre signore. Poi ci condussero al mare per il bagno. Chiacchierai per delle ore con cun simpatico tenente tedesco, risistemando l’Europa dell’Asse. Ricordo che non ci trovammo d’accordo sul Banato. Il giorno seguente ci dettero qualcosa da mangiare. Non era molto e per tutta la permanenza nel campi dell’Egitto fui tormentato dalla fame. La simpamina del 23 sera, i tre giorni di digiuno, i litri di tè mi avevano, a quanto pareva, curato radicalmente la diarrea: ero magro come un chiodo e anche privo di sigarette. Ci portarono all’interrogatorio: sapevano tutto, nome, cognome, reparto, colleghi. Li delusi non aggiungendo niente a qual che sapevano (citarono nomi noti di Trieste) e dicendo loro che prevedevo di restare prigioniero per cinque anni. Sbagliai di uno. Giorni dopo, in treno, traversammo il delta del Nilo (spettacolo assai interessante). Gli egiziani alle fermate si affollavano attorno al treno e ci insultavano. Un collega nato in Egitto replicava in arabo corrente, menzionando le effusioni sessuali non autorizzate dalle loro nonne. Arrivammo a Geneifa, un sistema di campi nei pressi del canale di Suez. Vi erano solo prigionieri italiani di diverse origini (ci avevano separato dai tedeschi). Da quelli della prima ritirata, a quelli della seconda, a gente dell’Africa orientale, a prigionieri fatti dai greci in Albania e ceduti agli inglesi a Creta, marinai, aviatori, un po’ di tutto. Anche là si mangiava poco e si fumava meno. Fortunatamente funzionava come sempre radio fante e la notizia del nostro arrivo, con nomi, cognomi, gradi, era sulle bocche di tutti. Così mi arrivò, inviatomi da Franz Mosetti, dall’ospedale, un pacchetto di tabacco da pipa. Franz era un triestino d’Egitto, che avevo conosciuto a Roma e con il quale avevamo preparato assieme un esame. Non lo avevo più rivisto né lo vidi quella volta od in seguito. Non so cosa ne sia successo. Però gli mando ora, a distanza di sessanta anni, un grato pensiero. Da Geneifa ci spedirono dopo qualche giorno a Suez e ci imbarcarono su una nave adibita al trasporto di truppe coloniali. Fu l’ultima spedizione di prigionieri italiani dall’Egitto per l’India. Come sempre passavo per ed ero effettivamente il più giovane e così rimasi per i quattro anni successivi, in mancanza di nuovi arrivi.

La baia di Suez era un spettacolo: era affollata da centinaia di navi, di tutti i generi, navi da guerra, navi mercantili di ogni tipo, forma, stazza. Eravamo alloggiati nelle stive, in tre strati: per terra, sui tavoli, nelle amache. M’ero piazzato in un angolo della stiva, con un’amaca. Gli ufficiali di marina s’erano invece fermati al centro, dove c’era un gran passaggio e nessun spazio libero: quanto meno di comodo si potesse immaginare. Tuttavia, la notte i boccaporti venivano chiusi e restavano solo le manichette d’aria, che sbocciavano proprio al centro, sulle teste di quelli di marina. Noi, negli angoli, sudavamo liberamente ed i sudore spesso colava attraverso il telo dell’amaca sul fesso di sotto. Il mangiare non era abbondante ma fortunatamente nell’oceano indiano fu spesso mosso ed i bidoni di verdura mista rimanevano di solito intatti. Passai una notte sotto la doccia di acqua di mare con un bidone tra le gambe, a mangiare a volontà. Là vicino una sentinella indiana, fucile abbandonato per terra, vomitava tutti gli dei dell’India. Di giorno ci facevano salire in coperto per un paio d’ore, a prender aria. Dai ponti superiori, alcuni americani ci gettavano sigarette, come si fa al giardino zoologico alle scimmie. Purtroppo alcuni dei nostri, invece di ributtarle, le accettavano. Dopo tre settimane, due toccate, una a Massaia ed una ad Aden, arrivammo finalmente a Bombay. Trasferimento in treno. Acquisto di banane. Quelli dei mezzi d’assalto di Alessandria (Del la Penne e Marceglia), che venivano da un campo di estrema sicurezza in Palestina, raccontarono per ore le loro vicende, altri continuarono, e così avrebbero continuato per anni, a rifare la “storia del caposaldo”, dell’episodio cioè in cui erano stati fatti prigionieri, altri ancora rimanevano, se Dio vuole, zitti. Traversammo così una buona fetta di India, ammirammo dal treno il Taj Mahal, sbarcammo a Dehra Dun ed, a piedi attraverso una rigogliosa vegetazione, raggiungemmo il campo 24.
La vita e l’organizzazione dei campi di prigionia inglesi è stata descritta in numerosi libri, in genere non particolarmente avvincenti, anche perché non avvincente è la materia trattata. On è il caso di ripeterla qui né di rievocare gli episodi allegri e tristi di quegli anni. Uno però è indicativo. Nell’estate del ’43 l’atmosfera dei campi era piuttosto tesa e gli inglesi pensarono bene di dare una lezione-ammonimento. Attesero che tre tentassero la fuga, (sapevano tutto di noi: vi erano naturalmente spie italiane nei campi), li fecero aspettare fuori dai soldati indiani, sentimmo fucilate ed urla, li finirono a baionette. Tutti noi passammo la notte nell’anticampo a farci contare e ricontare. Unica consolazione il fatto che il capitano dell’intelligence service, ideatore, presumo, dell’operazione, fu più tardi trasferito in Birmania e vi crepò. Doveva esser un tipo in gamba: sapeva anche il russo.
Sarebbe ad ogni modo interessante uno studio psicosociologico della reazione degli internati agli avvenimenti esterni (sconfitte, 25 luglio e 8 settembre, guerre civile, ecc.). Non mi risulta che nessuno sia riuscito a rendere adeguatamente l’atmosfera dei campi in quelle particolari situazioni, né a descrivere la pressione morale insopportabile che può venir esercitata in un ambito chiuso. C’era un capitano siciliano che faceva, presumo per istinto e dote naturale, il delatore. Giocando con una scimietta, ascoltava i colloqui tra i colleghi e denunciava ai carabinieri, dapprima gli antifascisti, successivamente i cosiddetti fascisti. Dopo il 25 luglio gli ufficiali dei carabinieri passarono notti intere nei cessi per bruciare gli incartamenti sbagliati. Non so che fine abbiano fatto quelli del periodo seguente, tra cui il mio, accusato di aver previsto brutti tempi per il nostro paese e detto male di quello sprovveduto di Badoglio. Ad ogni modo, nel campo 24 alla fine del ’42 ed ancora nel ’43, si stava abbastanza bene: il magiare era abbondante, il bar serviva paste, le camerate erano ampie (ciascuno aveva un suo angareb con zanzariera e cassettone), le cimici cadevano dal soffitto numerose e gratuite. Papà mi aveva spedito soldi, subito congelati in buoni campo, e numerosi libri. Studiavo inglese o meglio la grammatica inglese perché non avevamo contatti con i detentori, leggevo molto, tiravo di boxe ed aspettavo. Non era il caso di avere troppe iniziative: scappare in India era praticamente impossibile, meglio era praticamente impossibile fare a lungo l’indiano. A parte il pericolo materiale dell’evasione, non si rischiava però molto: 28 giorni di galaboose (cella di isolamento). Parecchi hanno tentato, finendo inevitabilmente il periodo di libertà dopo poche ore o pochi giorni. Si racconta di qualche singolo che sarebbe riuscito a raggiungere Goa (allora possedimento portoghese) per finir di rimpatriare ancora più tardi di noi. Meglio star tranquilli e tener la testa ed i nervi a posto. Certo, mancava un po’ di movimento. Eravamo come polli in stia. Avevo un buon amico, Bruno Riva, triestino di Milano e diversi cari camerati. Riva è morto molti anni fa per le conseguenze di una ferita di guerra. Morto anche il Perugini, paracadutista romagnolo, col viso cosparso di scheggette di granata, che mi chiamava “comandante”. Dovrebbero esser ancora vivi Malaguti, il “Baloo”, che si era lasciato crescere una barba socratica, Randi, il “Malo”, perché era piccolo piccolo, ed altri. Con il 25 luglio e l’armistizio incominciò la moina delle dichiarazioni e delle firme e la suddivisione dei prigionieri in categorie. Appartenevo al gruppo degli “svizzeri”, dal motto “chi si firma è perduto”, perché mi rifiutavo di prender posizione fintanto che ero prigioniero. La pressione dei neodemocratici diventò ben presto insistente ed insolente e così chiesi di esser trasferito all’ala 5, sempre del campo 24, dove dava il tono un medico romano dei mezzi d’assalto della marina, brava persona, morto dopo la guerra in Italia per il solito incidente automobilistico.
Poche settimane dopo ci trasferirono, via Amritsar e Pathankot, a Yol, vicino a Dharamshala, nel Kangra Valley, rimasto unico grande gruppo di campi per ufficiali in India. I “fascisti” erano al campo 25, noi “svizzeri” costituimmo una specie di minoranza etnica all’ala 5 del campo 27. Minoranza qualificata: nella baracca con me c’era il comandante Donda, di Trieste, della marina mercantile, catturato il primo giorno di guerra a Porto Sudan, dopo esser riuscito a sabotare la sua nave, fermata da solito controllo inglese, l’avvocato Ugo Maresca, alpino di Genova, che svolgeva interminabili discussioni giuridiche col giudice Delfini, lì accanto Angelo Giaroli, carrista di Suzzara, buon amico e più tardi direttore generale dell’ICE, un gruppo di ufficiali effettivi di artiglieria assai perbene (l’accademia di Torino doveva essere molto meglio di quella di Modena), marittimi giuliani ed altri ancora. Studiavo per i tre esami che mi mancavano, facevamo una specie di seminario di economia sulla base del corso del Pareto, ripetevo con Giaroli inglese, tedesco e storia e, più importante di tutto, uscivamo a passeggiare “sulla parola” per l’intera giornata, da circa le 10 alle 16 o 17. Le passeggiate erano state introdotte nel ’43 e gradualmente perfezionate: da marcette, inquadrati e seguiti a vista dai soldati, a libere escursioni da un punto fisso di scioglimento, con appuntamento per il rientro allo stesso punto diverse ore dopo. I campi di trovavano a 1100 metri di quota. Dietro vi era la catena prehimalayana del Dhauladhar, alta 4000 metri, con punte fino a 4690 metri. Dati i limiti di tempo, più si correva e più lontano si riusciva ad arrivare. Sempre di corsa ho raggiunto così cime e passi di 3000 metri (il vicino Nodrani o la favolosa sella di Kunda). Un singola volta, con un permesso speciale di due giorni, arrivai ad un passo oltre 4000 metri, dal quale si poteva contemplare la valle del Ravi. Conservo un ricordo vivissimo di quelle escursioni, sia per la grandiosità del panorama, la varietà del paesaggio, l’intrigo della vegetazione, lo scrosciare dei torrenti, la curiosità degli incontri (non solo pastori pahari con le loro capre, ma grosse vipere nere, lente e pesanti, branchi di scimmie grigie poco amichevoli, capre di montagna).
Non ho mai visto invece orsi (dicevano che ve ne fossero) né, fortunatamente, vipere di Russel. Credo che quelle passeggiate m’abbiano molto aiutato a sopportare la prigionia, sicuramente a mantenermi in forma.

La guerra intanto finì e noi eravamo sempre a Yol, più rincoglioniti che mai. La posta dall’Italia, che aveva registrato un’interruzione di oltre sei mesi dopo l’armistizio, si bloccò di nuovo per un periodo ancora più lungo alla fine della guerra. Erano i giorni dell’occupazione jugoslava di Trieste. Venne l’anno 1946 e la situazione si normalizzò. Ricevetti finalmente notizie: papà mamma e sorelle erano tranquille a Trieste, dopo qualche emozione, il fratello di Serena, Falco, era caduto in Slovenia il 25 luglio 1943, la città era amministrata dagli anglo-americani, si insinuava nelle mie orecchie qualche voce sulle foibe. In quel di Yol, in vista delle partenze, gli “svizzeri” furono passati al campo 25, dove ci rimproveravano la nostra mancanza di “purezza” ma dove trovai altri giuliani e dove incominciai a macinare il serbo-croato sulla grammatica del Cronia.

Col passare del tempo, la libertà aumentava ma il cibo diminuiva drasticamente. I quartiermastri inglesi non si peritavano, a quanto pare, in vista della fine della pacchia, di rubare sulle nostre razioni molto di più di quanto pacificamente tollerato. Per fortuna c’eran sempre le salsicce di soia a sostenerci.
S potrà osservare che in questi ricordi la parte relativa alla prigionia quasi supera in lunghezza quella della guerra e di altre vicende. In effetti, la prigionia, per quanto avvilente, può costituire un’esperienza formativa di prim’ordine. La guerra era stata un quasi un gioco: pochi pensieri, molta azione, un caleidoscopio di immagini e di impressioni. La prigionia permette, anzi impone, di pensare, con calma, con raccoglimento, con umiltà. Consente anche di osservare i propri simili.

Dove si possono, seguire i compagni di sventura in tutte le loro manifestazioni per anni di seguito, ora per ora, minuto per minuto? Imparai così a conoscere meglio i miei connazionali, a perdere molte illusioni ed a crearmi un sistema di valori che mi furono utili negli anni seguenti.

Fummo infine rimpatriati nel novembre del 1946. Viaggio tranquillo. L’ufficiale inglese che ci scortava partì da Bombay con un bucolico ben visibile in un calzino e quel bucolico era tuttora presente allo stesso posto all’arrivo a Napoli. Sbarcammo, svolgemmo le pratiche d’uso, mi dissero che andava bene, prendemmo il treno per Roma. Seduti sul vasone del gabinetto, Vittoria Pizzarello e Gino Canziani si tenevano teneramente per mano, guardandosi estasiati negli occhi.

A Roma mi dettero ospitalità i Pizzarello. La mattina dopo andai a trovare la Lella, divenuta baronessa Englen, con due figlie, che abitava in un casone di via Siacci, costruito proprio su un terreno che usavamo da ragazzi come campo da gioco. La sera partenza per Trieste, la sera dopo arrivo a Udine. Dopo Gorizia il vagone rimase vuoto. Mi addormentai. Mi svegliai col treno fermo ed un ferroviere che mi scuoteva. Trieste. Eran circa le due di notte. Mi avviai verso l’uscita, imbambolato, col mio sacco di prigioniero penzoloni. Alla porta, dietro il controllore, spuntava la testa di papà. La giovinezza ed i giochi erano finiti: incominciava la vita vera.




Curriculum vitae riepilogativo del anni dal 1947 al 2001.
1947: ultimi esami / in congedo dal 25.07.1947 / matrimonio con Serena a Barbaba (Grado) / laurea / inizio lavoro con impresa Zelco & Lucatelli, Trieste
1948: incominciato lavoro con agenzia AGIP, Trieste / nascita di Anna il 28/8 a Trieste
1949: trasloco in via Murat 16, Trieste
1950: iniziato lavoro all’ICE, Roma, come sottosegretario aggiunto in prova / addetto all’ufficio area del dollaro / traslocato a Roma / compilato opuscolo sul Pakistan / nascita di Guido il 30.04 a Trieste
1951: missione a Toronto per la Canadian International Trade Fair
1952: incaricato della partecipazione italiana alla CITF, Toronto
1953: incaricato della partecipazione italiana alla Fiera di Manila (seconda parte) / missione in Indonesia
1954: incaricato della partecipazione italiana alla CITF, Toronto
1955: trasferito in Canada, a Toronto, come Assistano Italian Trade Commissioner
1956: Italian Trade Commissioner a Toronto, fino al
1962: trasferito a Chicago, Ill. / stesso incarico
1964: nascita di Stefano il 15.08 a Chicago
1964: aperto l’ufficio di Kansas Citi, Mo / diretto i due uffici contemporaneamente mediante missioni pendolari fino al
1967: trasferimento a Zurigo e direzione di quell’ufficio fino al
1973: trasferimento a Colonia, RFG e direzione di quell’ufficio
1977: divorzio da Serena
1977: trasferimento a Trieste come coordinatore ICE per il Friuli – Venezia Giulia / morte di Guido
1979: matrimonio con Barbara a Vandoies (BZ)
1983: acquisto della casa a Falzes (BZ)
1985: eletto presidente della Società Alpina delle Giulie – Sezione di Trieste del C.A.I.
1985: in pensione, con la qualifica di dirigente superiore
1986: pubblicazione del “Vocabolario per alpinisti, in italiano, sloveno e tedesco”
1991: non rinnovato la candidatura a presidente dell’Alpina
2000: riedizione ampliata ed integrata col croato del “Vocabolario per alpinisti / Slovar za planince / Wörterbuch für Bergsteiger / Rjecnik” za planinare
2001: redazione dell’opuscolo “In luogo di coccodrilli …”.

Falzes, novembre 2001



MOMENTI VISSUTI DA UN PARACADUTISTA DELLA DIVISIONE FOLGORE NEI GIORNI DELLA BATTAGLIA DI OTTOBRE 1942


 
 
 
 
 
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LETTERA AL POSTERO
Martedì, 15 Novembre 2011

di Emilio Camozzi

Trieste

Caro postero. Ho il piacere di non conoscerti. Penso che, tutto sommato, il piacere sia reciproco. Il non conoscerci riesce a farci apprezzare di più. I miei difetti li ho, e tanti. Meglio che tu non li scopra. Io sarò per te solo uno di El Alamein, uno di quelli che ...bla,bla...bla,bla...bla,bla.

Tu invece avrai raccolto il testimone che le altre generazioni di paracadutisti ti hanno passato. Conservalo e passalo così lucido e senza macchie come ti è stato consegnato. Non badare se qualcuno cercherà di insozzare la divisa che indossi. Solo il sangue dei nostri morti e dei nostri feriti è riuscito a macchiarla. Credo però sia giusto che tu mi conosca un pò, perciò mi accingo a buttar giù questa specie di ricordi. Fanno parte del piccolo bagaglio di memoria che l'età mi concede. Poiché noi veterani quando ci incontriamo, il che succede spesso, abbiamo la brutta abitudine di raccontarci tutto della guerra. La mente ha amalgamato il tutto e i nostri ricordi personali sono fusi con quelli di altri. Quando per l'ennesima volta risento il racconto delle prodezze di qualche mio amico, mi guardo bene dall'avvisarlo che conosco già tutto. Non per cortesia, ma perché penso che quando lui avrà finito di raccontare, toccherà a me, e lui dovrà fingere di essere la prima volta che ascolta quelle cose.

Ora tocca a te, povero postero, raccogliere il mio sfogo. Quanto sopra detto per renderti edotto che la responsabilità del tuo sonno, quando mi leggerai, non è solo mia. Credo che una delle cose più interessanti sia conoscere le motivazioni che ci accomunano e che ci hanno permesso di compiere il gran salto nel vuoto. Con le tre o quattro generazioni che ci separano, saranno senz'altro diverse. Avrai già dentro di te il culto per una nuova Patria che si chiama Europa. Avrai imparato a considerare fratelli i francesi, i tedeschi, gli slavi, gli inglesi ecc. Probabilmente la lingua italiana, già oggi maledettamente bistrattata, entrerà a far parte del bagaglio degli studenti come lingua morta, allo stesso livello del greco e del latino. Tu parlerai una nuova lingua che, presumo, sarà l'inglese Io, che adoro la mia terra e il dolce idioma, fortunatamente non ci sarò più.

Tu ti sentirai erede più di quelli che hanno conquistato Creta o si sono buttati in Olanda, ed il povero soldatino che ha combattuto ad El Alamein, che già ha avuto l'onore di essere dimenticato negli attuali libri di storia, sarà un fantasma da non prendere nemmeno in considerazione. E' la vita che continua, e se tu occasionalmente leggerai questa mia lettera, ti renderai conto che gli unici legami con il tuo antenato sono l'orgoglio di appartenere ad un così prestigioso reparto ed il lancio che ti differenzia dal resto del mondo. Non un lancio sportivo, intendiamoci, ma un lancio verso l'ignoto per realizzare un tuo ideale ed affermare una tua convinzione. Questo ci rende fratelli come ha reso fratelli tutti gli appartenenti alla Divisione Folgore prima ed alla Brigata Folgore poi, senza distinzioni di generazioni e di età. Sono nato a Milano nel 1920, agli inizi di una rivoluzione oggi non solo dimenticata, ma avversata.

Mio padre, reduce della prima guerra mondiale, rischiava grosso se osava mettersi un distintivo che lo qualificasse come ex combattente. Uno dei ricordi più vivi della mia infanzia, avrò avuto forse tre anni, è un gruppo di soldati tutti vestiti di nero con l'elmetto in testa, probabilmente arditi, che marciavano inquadrati. Ciò che però mi è rimasto più impresso, era un vecchietto con una strana divisa rossa che tentava di seguirli, ma che ogni tanto doveva fare qualche passettino di corsa per non farsi distaccare. Ero sulle spalle di mio padre, indicavo il vecchietto e ridevo. Mio padre mi prese il braccio e me lo strattonò senza farmi troppo male. Non ridere, mi disse, è un garibaldino. E'stato il mio primo impatto con il mondo e lo spirito militare. Ci vorrebbe uno psicologo, o forse uno psichiatra, per sapere se e quale influenza abbia avuto sulle mie future scelte quell'episodio.

La prima divisa la indossai nel 1926. Ero in prima elementare ed era obbligatorio al sabato mettersi la divisa e radunarsi al campo sportivo per imparare a marciare curando l'allineamento e l'aspetto marziale. Ero un Balilla e, malgrado oggi non sia di moda ammetterlo, ero fiero di esserlo. Se qualche volta ragioni famigliari mi impedivano di andare all'adunata, erano musi lunghi e capricci. A otto anni ebbi il mio primo impatto con le armi. Erano moschetti, la copia, in piccolo, del moschetto 91. Ci raccomandarono di tenerlo bene, pulito , e di non sparare, perché era pericoloso. Ci credevamo solo perché ci faceva piacere crederci. Il culto o, meglio, la cultura della Patria, da difendersi con le armi ed a costo della propria vita, cominciava ad attecchire specie nelle menti giovanissime, che ancora non si rendevano conto dove finisse il gioco e cominciasse la realtà.

I soloni di oggi definirebbero ciò indottrinamento e plagio. In quei tempi si era appena usciti da una guerra vittoriosa, il culto della Patria era un sentimento al di fuori di ogni discussione, e tutto ciò che oggi fa inorridire sociologi, psicologi, politologi ed altri, allora era perfettamente logico e normale. A nove anni, per ragioni famigliari, fui messo in collegio. Altra divisa. Questa volta era la copia esatta dell'uniforme degli alpini. Qui la divisa non aveva "ragioni politiche", ma solo rappresentative. Mi piaceva poiché sempre divisa era, ma non rappresentava altro che il collegio. Io sentivo questa limitazione e ne soffrivo. Mi lamentai tanto che decisero di cambiarmi collegio. Andai a Rapallo in riva al mare. Qui la divisa era quella di marinaretto. Il golfo Tigullio era meta ambita per le navi da guerra di ogni tipo e di ogni nazionalità. Quando arrivavano era nostro compito andare a bordo e fare gli onori di casa. Cosa molto gradita a loro ma specialmente a noi, perché ci riempivano di cioccolate, biscotti caramelle e, di nascosto, qualche pacchetto di sigarette. Eravamo ragazzi di dodici o tredici anni, ed eravamo convinti che il solo avere una sigaretta in bocca, anche se di nascosto, ci rendesse più simili agli uomini. Ritornai poi in famiglia, a Como.

Qui le divise si susseguirono a ritmo incalzante. Avanguardista, moschettiere, giovane fascista, furono tappe importanti per la mia formazione mentale. Oggi i più direbbero che finalmente si è scoperta la ragione del perché sono un pò svitato. Può darsi che il periodo in cui tu vivi, conservi gli stessi punti di vista. Io spero di no. La storia, quando non è manipolata, finisce sempre con il diventare veritiera. Quel periodo andava forse vissuto così. Oggi non sarebbe più accettabile. Forse. Intanto avevo mandato all'aria gli studi classici perché la famiglia intendeva indirizzarmi a carriere non adatte alla mia indole. Frequentai un corso, che durava due anni, per prendere il brevetto internazionale di radiotelegrafia. Durante il mio secondo anno, l'Italia entrò in guerra. Nel 1939 avevo chiesto ed ottenuto la proroga del servizio militare per ragioni di studio. Così nel 1940,quando tutti i miei amici, che allora chiamavamo camerati, avevano l'opportunità di partecipare a imprese che fino allora avevo solo sognato, io dovevo continuare a stare dietro un banco in un'aula scolastica. Feci domanda al ministero della guerra per frequentare il corso di pilota d'aereo.

Questo era il massimo delle aspirazioni di ognuno di noi. Mi fu risposto di finire gli studi e che, quando sarebbe arrivato il mio momento, mi avrebbero mandato a chiamare. Per me fu una brutta botta. Mi sentivo inutile, e mi consideravo, ed in effetti lo ero, un imboscato. A quei tempi, era una delle peggiori qualifiche che potevi appioppare ad un individuo.Se eri imboscato, le donne non ne volevano saper di te, gli amici ti toglievano il saluto e tu eri sottoposto al disprezzo generale. Oggi la tendenza pare invertita. Gli obiettori di coscienza vanno per la maggiore e più ti defili dal servizio militare, più sei in gamba. Finalmente nel gennaio del 1941 ebbi il piacere e l'onore di indossare una divisa militare. Alla visita di leva mi avevano assegnato agli alpini. Ne ero fiero, ma, poiché volevo fare bene il mio dovere di soldato, feci notare che avevo il brevetto internazionale di radiotelegrafia. Mi mandarono a Roma, dove fui interrogato da due generali. Mi chiesero, tra le altre cose, se conoscevo bene qualche lingua. Risposi che me la cavavo bene col francese. Mi proposero di entrare a far parte del Servizio Informazioni Militari.

Risposi che avrei accettato volentieri purché potessi sempre indossare la divisa. Si misero a ridere e mi congedarono. Ritornai al distretto. Fui assegnato al I° Genio di Torino nel corpo Guardia alla Frontiera. Una specialità che oggi non esiste più. Avevamo la stessa divisa degli alpini. Solo il cappello era senza piuma.Causa il mio diploma, appena arrivato mi trovai sbattuto dietro una cattedra a insegnare segnali Morse a scocciatissima gente che non aveva alcuna intenzione di apprenderli. Malgrado un sergente che avrebbe dovuto sostenermi con la sua autorità, c'erano un'ottantina di teste che annoiate ciondolavano e che facevano un'evidente fatica a non cedere al sonno. Compresa la mia. Un urlo del sottufficiale ogni mezza ora circa (nel frattempo ciondolava anche lui), ristabiliva quello che avrebbe dovuto essere il giusto clima. Io mi sentivo doppiamente imboscato, perché avevo saputo che il reparto a cui ero stato destinato al distretto , era partito per la Russia. La mia esibizione del brevetto aveva, almeno per me, tutta l'aria di una scusa per sottrarmi all'invio in zona d'operazioni. La mia permanenza al I°Genio, data la carenza di istruttori R.T., rischiava di diventare permanente.Per circuirmi, mi avevano dato subito il grado di caporale. Ero esentato dai servizi di piantone, di guardia, dall'istruzione ginnica e militare. Trattato veramente coi guanti. Mia madre, a casa, usava una maggiore severità. In questo idiliaco dolce far niente, capitò un giorno l'angelo liberatore. Era un giovane tenente di fanteria.

Aveva due ali d'oro per mostrine. Sul braccio sinistro un paracadute pure d'oro. Avevo già sentito parlare di paracadutisti, qualcosa che riguardava l'Africa, i carabinieri,le truppe libiche, ma avevo ricordi confusi e nessuna vera informazione. Non ci pensavo nemmeno ad una cosa così bella. Il tenente si mise in cattedra, si presentò come ufficiale arruolatore, ci spiegò di cosa si trattava. Cio che più che mi entusiasmò fu la conclusione. :" Pensateci, soldati. Le prove per accedere al corso sono molto ardue, il corso é molto duro, non tutti arrivano al brevetto.La specialità é giovane, le incognite sono tante. I combattimenti riservati ai paracadutisti prevedono un'alta percentuale di perdite. Solo avendo coscienza di queste cose ed accettandole, potrete diventare dei buoni paracadutisti". Solo quando più tardi qualcuno che ci voleva poco bene ci chiamò "volontari delle mille lire" mi ricordai del fatto che l'ufficiale non aveva assolutamente accennato al fatto che avremmo avuto quella cifra come paga.

Accettammo in undici. Otto furono scartati alla visita medica. Due furono mandati via da Tarquinia, uno per blenoraggia, l'altro per tubercolosi. Rimasi l'unico degli undici, e penso che il merito, più che mio, sia stato del brevetto di R.T., come il futuro doveva confermare. I miei superiori, sia i diretti che quelli di grado superiore, fecero di tutto per dissuadermi dal mio proposito. Ero l’unico che sapesse maneggiare quel maledetto tasto Morse. Gli altri erano stati già mandati in zona d’operazioni. Molte erano le perdite fra i radiotelegrafisti, poiché nessuno aveva ancora spiegato l’esistenza del radiogoniometro. Gli operatori radio erano alla mercè delle artiglierie avversarie, che avevano l’opportunità di inquadrarli con la massima precisione. Io alla scuola ne avevo sentito parlare, ma le nozioni avute erano solo tecniche e non si riferivano all’uso militare. Per tutto questo non mi volevano mollare. Furono promesse di licenze, di rapidi avanzamenti di grado.Il colonnello comandante giunse a promettermi, nel caso fossi rimasto, di interessarsi presso il ministero della guerra per far equiparare il brevetto internazionale di radiotelegrafia alla licenza liceale onde darmi la possibilità di diventare ufficiale. La cosa era possibile perchè la marina aveva già adottato questo provvedimento.

Malgrado le difficoltà che erano state prospettate, io mi sentivo già paracadutista. E più si davano da fare per trattenermi, più mi sentivo sicuro che avrei raggiunto il mio scopo. Se mi ritenevano indispensabile qua, pensavo, a maggior ragione sarò indispensabile là. Quando si rendevano conto che la mia determinazione non era scalfita da nessun allettamento, mi trasferivano in altra sede. Così andai a Cesana torinese, da Cesana ai colli centrali, sotto il Sestrière e infine sui fortini del monte Chaberton, il forte più alto d’Europa. Il 13 agosto 1941 ricevetti l’ordine di scendere dal forte portando con me tutta la roba, e di presentarmi al comandante del VII Settore G.a.F..

Dopo una sfacchinata di quattro ore giù per le pendici del Chaberton, arrivai al comando. Puzzavo peggio di una capra di ritorno dagli alti pascoli. Ai fortini l’acqua era distribuita con il contagoccie. Fare una doccia era un sogno che mai si realizzava. La barba era fatta a “punta di forbice”.Poiché nemmeno al comando era possibile darsi una lavata, mi presentai al maggiore così come ero. Dall’espressione di disgusto notata sul viso del comandante, mi resi conto delle mie condizioni. Io non me ne accorgevo perché ormai mi ci ero abituato. Mi furono offerte due possibilità: una licenza premio di quindici giorni (era da gennaio che non vedevo mia madre) e ritorno a Cesana, oppure una base di passaggio per Tarquinia, dove sarei dovuto arrivare entro il 15 agosto. Scelsi naturalmente la seconda opzione e, dopo un freddo saluto da parte del comandante, mi precipitai alle casermette.

Erano così chiamate le stalle trasformate in caserma adibite ad ospitare le guardie alla frontiera. Fortunatamente avevo una divisa e della biancheria di ricambio. Avvolsi la roba puzzolente in un telo catramato (non esistevano i sacchetti di plastica) che ficcai in fondo allo zaino. C’erano sei casermette. Tra una casermetta e l’altra correvano dei tubi forati ogni metro e mezzo, da cui scendeva l’acqua convogliata da una sorgente a monte che serviva per le abluzioni dei soldati. Riuscii a fare una specie di bagno Dopo di che, poiché fino a sera non c’erano mezzi per arrivare fino ad Ulzio da dove partiva il treno per Torino, presi il mio armamentario e quasi di corsa mi feci tutta la strada. Meno male che era discesa, ma dieci chilometri con lo zaino affardellato sono sempre dieci chilometri! Stavo correndo verso il mio sogno, e se anche mi avessero imposto di arrivare a Tarquinia a piedi, a piedi sarei andato. Non mi ero reso però conto che la divisa che indossavo andava bene per i tremiladuecento metri dello Chaberton, e non avevo pensato che eravamo in agosto. Man mano che scendevo a passo quasi di corsa, con l’enorme pesantissimo zaino, le due coperte di lana arrotolate sopra, appesantito dalla divisa zuppa di sudore e avvolta in tela catramata, la gavetta e la borraccia doppie,come da dotazione alle truppe alpine, sentivo che mi stavo sciogliendo. Arrivai esausto alla stazione di Ulzio, appena in tempo per prendere il treno per Torino.

Arrivai a Tarquinia verso mezzogiorno, dopo una notte passata all’addiaccio a Genova. In treno mi ero assopito, e poco mancò che proseguissi il mio viaggio per Roma. Un viaggiatore a cui avevo detto che mi sarei fermato a Tarquinia, mi scosse e mi avvisò. Il treno stava per partire. Pregai il viaggiatore di buttarmi lo zaino fuori dal finestrino e feci appena in tempo a scendere. Lo zaino era fortunatamente sul marciapiede, un pò disastrato. Le due coperte si erano sfilate, la gavetta aveva una vistosa ammaccatura, le scarpe chiodate avevano fatto un volo per conto loro. Mentre quelli che erano scesi con me, probabili aspiranti paracadutisti, si stavano allontanando in gruppo, io mi davo da fare per rimettere in sesto le mie carabattole. Postero mio, ero molto giù di morale. Le premesse per un avvenire che io speravo quanto meno eroico, si prospettavano a dir poco terra a terra. Non dico che mi aspettavo all’arrivo una banda o un’ala di dolci ragazze che gettavano fiori , ma il ritrovarmi scarmigliato, sudato, inginocchiato a rimettere insieme uno zaino che, per non incorrere nelle ire di qualche ufficiale pignolo, doveva essere rassettato nel modo indicato dal sempre incombente regolamento, mi aveva ridotto ai minimi termini. Mi buttai a sedere su una panchina della stazione, e stavo quasi per riappisolarmi quando il senso del dovere mi impose di presentarmi al comando. Mi feci indicare dal copostazione la strada per la caserma paracadutisti. Disse di seguire la strada per Tarquinia. Dopo circa un chilometro, vidi sulla destra e sulla sinistra della strada baracche, la maggior parte in legno e qualcuna in muratura.Io cercavo una caserma, anzi, se dovevo dare retta ai miei sogni, mi aspettavo una caserma nuova, moderna, degna della specialità in cui stavo per entrare.

C’era un tizio seduto su un muro di cinta. Fumava una sigaretta, a torso nudo e con i calzoncini da ginnastica. Io non so come saranno fatti gli eroi che popoleranno i sogni della tua generazione. Probabilmente avranno occhiali molto grossi, saranno un pò ingobbiti, i diti delle mani consunti dalle tastiere ed i piedi piatti. Quello era invece il prototipo di come tutti noi avremmo voluto essere per poterci piazzare fra i migliori. Dimostrava trenta o trentacinque anni. Da seduto sembrava già più alto di me. Aveva la pelle lucida, colore bronzo antico, tesa su muscoli che sembravano voler schizzare fuori. La testa sembrava scolpita con l’accetta in un ciocco di quercia tolto da un fuoco del caminetto. Mi fermai per avere informazioni e mi misi sull’attenti : “ Caporale guardia alla frontiera Camozzi Emilio”. “ Cosa fai qui?”. Avevo la base di passaggio e glie la mostrai. : “Qui c’è scritto che devi presentarti a Tarquinia per frequentare il corso paracadutisti”. “ Signorsì “. “ Allora ci si presenta come allievo paracadutista!”. Signorsì, signor...” .” Quando sarai paracadutista mi chiamerai Dario”. “ Signorsì. Dove...” Là. Va”. Ancora non lo sapevo, ma avevo parlato con il sergente maggiore Dario Pirlone, uno che nella storia della Folgore sarebbe divenuto un mito. Andai dove mi aveva indicato. Era una delle poche palazzine in muratura, sede del corpo di guardia e delle prigioni. Mi dissero che il gruppo dei nuovi arrivati stava organizzandosi fra la seconda e la terza baracca. La definizione baracca mi suonava male, ma il sogno di Tarquinia, divenuto realtà, era sufficente a cancellare ogni cattiva impressione. Il gruppo al quale mi aggregai era il più eterogeneo che avessi mai visto.

Eravamo ottanta ragazzi poco più che ventenni, appartenenti a varie specialità dell’esercito. Arrivò un capitano, e scattammo sull’attenti. Ci diede il riposo. Si presentò come capitano Passamonti . Chiese se c’erano graduati. Io ed un altro che aveva il nastrino di soldato scelto, uscimmo dal gruppo. “ Tu di che arma sei?”. Del genio Guardia alla frontiera, signor capitano.” “ E tu? “ . “ Sanità”. Mettetevi a dieci metri di distanza l’uno dall’altro.” Eseguimmo. “ Ci sono anziani?”. Uscirono in sei dal gruppo. Ne scelse tre. “Voi sarete i nuovi comandanti di compagnia finché i vostri ufficiali e sottuficiali avranno fatto i lanci”. Dopo di che assegnò il resto del gruppo ad ognuno di noi, a seconda della specialità. Il più numeroso risultò il Genio, con una ventina di soldati. Il più povero risultò la sanità, con due. Eppure avrei giurato di avere visto più mostrine indicanti la “vaselina(così chiamavamo la Sanità allora). Caro postero , so che questi particolari non varrebbero la pena di essere citati e che la mia lettera possa risultare pesante, ma per poterci comprendere meglio é necessario sciorinare le componenti che caratterizzavano la vita di allora rispetto alla realtà completamente diversa che tu ora stai vivendo. Penso che nei tuoi tempi un individuo che abbia intenzione di fare il servizio militare (se questo servizio esisterà ancora) sarà sezionato sia nello spirito che nella materia, passato attraverso il tritacarne del compiuter che deciderà a quale specialità aggregarlo.

Da noi le cose erano più semplici, direi più umane. Gli amici cercavano di non distaccarsi, i compaesani neppure, questo a costo di rinunciare, di nascosto, alla propria specialità. Mi assegnarono alla seconda baracca. Andai con i miei commilitoni a prenderne possesso: Entrati, altra delusione. Non esistevano brande ma tralicci di legno, che poi chiamammo “castelli”, dove potevano prendere posto quattro persone. Ce n’erano a sufficenza per ospitare una compagnia. Su ogni posto letto un pagliericcio. Chi aveva le proprie coperte, poteva usarle, altrimenti ci avevano detto di passare al megazzino a prenderle. Al magazzino ci diedero anche la divisa ginnica. Finalmente potevo spogliarmi. Ne approvfittai subito. Pregai i miei di aver pazienza per un paio di giorni e di cercare di non procurarmi rogne . Da parte mia avrei cercato di usare il mio grado solo per ragioni indispensabili. Li trovai tutti consenzienti. Erano ancora tempi in cui un grado aveva il suo peso quando era abbinato ad una specifica mansione. Mi ero già accorto della differenza quando a Torino, nell’espletamento dei miei doveri di istruttore di R.T. ero stato promosso caporale. Mentre prima, per ottenere un istante di attenzione o di silenzio dovevo pregare, appena ottenuto il grado bastava un urlaccio e tutto tornava a posto. Squillò la tromba del rancio. Uscimmo per andare alla mensa. Quello della mensa era un sogno proibito di ogni allievo. Non tutti sapevano che esistevano le menseper la truppa. Qualcuno ne aveva sentito vagamente parlare.

Si diceva che la marina, l’aviazione e qualche reparto speciale fruiva di questo servizio, che permetteva ai soldati di sedersi a tavola con un piatto, un bicchiere, coltello forchetta e cucchiaio. Tutti attrezzi che poi sarebbero stati lavati dagli addetti. La mensa allora era appannaggio di ufficiali e sottuficiali. La truppa si metteva in fila con gavetta , coperchio della stessa che fungeva da piatto e gavettino, con pioggia e bel tempo, e attendevano il proprio turno passando poi davanti ad una grande marmitta nera di fuligine dove i cucinieri, con appositi mescoli che dosavano la razione spettante, distribuivano il rancio. La maggior parte delle volte era pastasciutta che ti arrivava nella gavetta in un blocco compatto dovuto alla sovracottura, un pezzetto di carne sfrutatissima, che era prima servita a cercare inutilmente
di dare una parvenza di sapore alla pastasciutta, e generalmente patate, cotte nell’acqua che era servita a lavare i recipienti in cui era stata cotta la carne, e che erano quindi di un pallido rosato che faceva nello stesso tempo tenerezza e disgusto. Era questo il menù principe di ogni caserma. Ed a questo i soldati erano ormai abituati, ma in un angolino era sorta la speranza che,vista l’importanza della nuova specialità, il sistema fosse modificato. Lo era infatti, ma in peggio. Non c’era pastasciutta, ma una brodaglia in cui malinconicamente navigavano pochi e stracotti tubi, probabilmente avanzati da una pastasciutta precedente. Naturalmente, poiché c’era brodo, doveva anche esserci la carne lessa. Ed infatti ci distribuirono un lesso che era stanco di essere tale poichè era stato sfruttato all’eccesso per rendere più mangiabile il brodo. Malgrado gli sforzi, non c’era riuscito ed in compenso si presentava come un insieme di fibre a malapena tenute insieme da una sostanza che non so definire.Come contorno, patate lesse cotte nel brodo e pelate male.

C’era anche il vino, a giustificare il gavettino. Avrebbe potuto, dal colore, essere un chiaretto. Dal sapore si deduceva la tendenza a divetare aceto e l’aggiunta d’acqua per ovviare a questo pericolo. Questo é quanto rimane nei miei ricordi dei ranci della naja. Bisogna però tener conto che tra i miei ricordi e quei tempi ci sono sessanta anni di gustosissime matriciane, di gigantesche fiorentine, di Valpolicella e Barbera e bagordi nobilitati dai gusti della migliore tradizione culinaria italiana. Il rancio di allora era reso gustoso dai nostri venti anni e dalle fatiche diuturne. Da notare anche che l’esiguità della razione era tale da impreziosire il prodotto ingurgitato. Consumavamo il pasto così, all’aperto e, se trovavamo posto, con le spalle appoggiate alle baracche, lottando con mosche e formiche che,ignare della bassa qualità del cibo, tentavano di partecipare al banchetto. Caro postero, se tu sei uno studioso del costume italiano, saprai anche che il “mugugno” era parte essenziale del modo di essere di ogni soldato. Quanto sopra detto potrebbe sembrare appunto il solito mugugno, mentre il mio vero scopo é renderti edotto dei tempi passati. Ormai non ci sarà nessuno che potrà confermarti quanto io affermo. Le generazioni dopo la guerra hanno avuto un trattamento molto più civile. Altrimenti le mamme protesterebbero. Una volta dicevano che i sottuficiali erano la spina dorsale dell’esercito. Già al giorno d’oggi pare che questa funzione sia passata alle mamme.

Al rancio ci avevano informati che, finché non fossero arrivati i nostri ufficiali, non avremmo potuto andare in libera uscita. Dalle casermette più in su delle nostre, uscivano soldati agghindati e tirati a lucido, ancora con le divise dei reparti di provenienza , le mostrine con l’ala ed il gladio ed il paracadute sul braccio. Li guardavamo da lontano, soggiogati da un sentimento reverenziale. Il solo pensiero che un giorno saremmo stati come loro ci riempiva di orgoglio. Ci riunimmo a crocchi e cominciammo a conoscerci. Saremmo diventati amici e, con le vicissitudini della guerra, fratelli. Era notte quando squillò il silenzio. Ci ritirammo nella nostra baracca. Preparammo i giacigli e, dopo dieci minuti, si sentiva già qualche respiro pesante e qualcuno che cominciava a russare. Era un sonno liberatore allietato probabilmente da sogni di gloria. Venti minuti dopo si notava un agitarsi generale seguito da indistinti mugolii e da qualche leggera bestemmia. Non era ancora passata mezz’ora che un coro di bestemmie inquinò la pacifica atmosfera della baracca. Uno aprì la luce. I giacigli brullicavano di cimici, ed i nostri corpi pure. A quei tempi non esistevano mezzi atti a liberarci di quegli immondi insetti. Decidemmo di uscire dalla baracca liberandoci di tutto ciò che indossavamo e di portare fuori roba ancora racchiusa nello zaino.

Eseguimmo e notammo che anche gli altri avevano eseguito il nostro stesso lavoro. Nelle baracche degli anziani invece nessun movimento. Luci spente, tutto calmo, nessun movimento. Che fosse stato un episodio di anzianità (attuale nonnismo)?. Ci smbrava impossibile che gli anziani avessero raccolto tutte le cimici e le avessero portate nelle baracche degli allievi, oppure che le avessero indotte a trasferirsi nelle nostre baracche. Come al solito, il nonnismo non c’entrava. Settimanalmente le baracche venivano sigillate e riempite di un gas velenoso che cercava di eliminare le bestiacce. Il trattamento non era stato probabilmente eseguito dopo che gli ultimi occupanti erano andati via. Dormimmo perciò tutti all’aria aperta. La stessa notte la squadra della disinfestazione provvide a sistemare le cose. Il giorno dopo, di prima mattina, arrivarono i primi sottuficiali. Erano sei, e tutti avevano sul viso i segni di una notte passata in bianco. Infatti ci confessarono di non essere andati a dormire perchè avevano festeggiato il conseguimento del brevetto di paracadutista. In quei tempi, postero mio, il sottuficiale era veramente il”Signor sergente” e nella compagnia aveva più carisma di un ufficiale.Mentre gli ufficiali di complemento tendevano ad essere paterni e condiscendenti con la truppa, gli ufficiali di cariera seguivano rigidamente il regolamento per non incorrere in guai al prossimo avanzamento, i sottuficiali facevano da tramite fra queste tendenze che talvolta cozzavano tra loro, e la truppa, che loro conoscevano meglio e con cui avevano contatti più stretti. Quelli che, oltre ad essere sottufficiali, erano anche paracadutisti, avevano su di noi un potere assoluto. Già il giorno dopo, all’arrivo degli ufficiali , poterono presentare la forza secondo la più rigida forma militare, dopo solo dieci minuti di allenamento. Nella giornata erano arrivati altri genieri. Eravamo circa ottanta. La compagnia fu presentata dal sergente Migotto, friulano dalla grinta di mastino e dal cuore di burro, al capitano Di Lorenzo, ufficiale di complemento, messo al comando di una compagnia di trasmettitori solo perché aveva fatto il servizio militare nel genio pontieri.

Il capitano ci passò in rivista fermandosi presso ciascuno di noi e chiedendoci le generalità e il luogo di provenienza. Ad ognuno di noi strinse la mano e disse qualche parola di benvenuto. Poco militare, in effetti, ma molto efficace. Ci presentò poi gli altri quattro ufficiali. Ad ognuno di loro affidò il comando di un plotone ed al più anziano il vicecomando della compagnia. Così alla luce del sole e senza tante formalità si formò la Compagnia Collegamenti.



 
 
 
 
 
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MARCIA DELLO ZILLASTRO: IN ASPROMONTE IN ONORE E MEMORIA DEI PARACADUTISTI DEL NEMBO
Sabato, 17 Settembre 2011




PARMA- Si è chiusa domenica scorsa la marcia in onore dei Paracadutisti del Nembo, conclusa dopo 60 chilometri di Aspromonte sulla spianata dello Zilastro. Ecco la cronaca di quei giorni:


REGGIO CALABRIA 11 SETTEMBRE 2011

La Marcia dello Zillastro


Sono tanti anni ormai che, attraverso le impervie montagne dell’Aspromonte, si svolge la marcia dei paracadutisti di oggi in onore di coloro che, paracadutisti anch’essi, nei primi giorni di quel lontano settembre 1943, lottarono e diedero la vita per la volontà caparbia di non cedere al nemico, di rimanere fedeli a ciò che ritenevano giusto, ad un dovere, ad un ideale.
Questo è lo spirito che ha animato i paracadutisti, appartenenti alle sezioni A.N.P.d.I di Reggio Calabria, Cosenza, Catania appartenenti alla X Zona unitamente ai camerati di Velletri, che hanno seguito l’aspro percorso allora effettuato dall’Ottavo Battaglione Paracadutisti del 185° Reggimento della Divisione Nembo.
Non ci dilungheremo nella descrizione delle difficoltà del percorso soprattutto per rispettare quelle ben più ardue affrontate 68 anni prima dai nostri militari non fosse altro che per la logorante consapevolezza di poter essere chiamati da un istante all’altro, se necessario, all’estremo sacrificio.

Venerdì 9 settembre alle 08,30 i paracadutisti Perrone, Giovinazzo, Nucera, Chilà, Mileto, Russo, Procopio, Gabriele, Sorrentino, Natoli , Ippolito e Serra R. si sono radunati a Bagaladi, in provincia di Reggio Calabria, nei pressi del monumento ai caduti e da lì hanno iniziato la prima tappa della marcia che li avrebbe condotti per circa 35 chilometri, attraverso gli scoscesi pendii dell’Aspromonte nel luogo del primo bivacco, in prossimità del monumento a Giuseppe Garibaldi, vicino Gambarie. A sera, approntato il bivacco, sono stati raggiunti dai paracadutisti Preite, Bernardi, Romagnoli, Mastrella e Palazzi delle sezioni di Cosenza, Velletri e Colline Romane. La stanchezza non ha comunque impedito di gustare il “rancio” in allegria non prima, però, di aver ricordato in raccoglimento coloro che sono già arrivati in “quell’angolo di cielo”.

E’ giusto sottolineare che quest’anno, per la prima volta da quando si svolge la Marcia dello Zillastro, il paracadutista Pino Perrone, magistrale organizzatore della manifestazione nonché guida e “comandante” del reparto, nel desiderio di rendere la marcia quanto più simile a quella realmente effettuata dai paracadutisti della Nembo, ha praticamente raddoppiato il percorso inserendo la tratta Bagaladi – monumento a Garibaldi che ha caratterizzato il primo giorno di marcia.

Sveglia alle prime luci dell’alba di sabato 10 settembre, adunata, colazione e partenza per l’obiettivo finale, il monumento ai caduti della battaglia dello Zillastro. Anche in questa seconda tappa si sono attraversati poco più di 30 chilometri di foreste e sentieri, il percorso è stato duro e spesso si sono risalite vallate e pendii spinti più dalla forza di volontà che non dai muscoli. A sera finalmente si giunge ai piani dello Zillastro, luogo dove alcune ferree croci ed un monumento ricordano i nostri caduti e dove ci si sofferma in raccoglimento per una preghiera.

Grande emozione ha suscitato l’arrivo del Generale Paracadutista Franco Monticone assieme ai paracadutisti Bruno Padovani, Narciso Piccinin e Franco Gentili della sezione di Rovigo. Il gen. Monticone è stato comandante della Brigata FOLGORE che nel 1989 si trovava in addestramento in Aspromonte con il 2° Battaglione. Colpito dalla sacralità dei luoghi e dalla partecipazione della popolazione locale nel giro di una settimana fece arrivare un blocco di marmo da Carrara, la Compagnia Genio assemblò il monumento e si fece la prima cerimonia di commemorazione (anche con un lancio).Cerimonia che da allora si ripete tutti gli anni.
Trasferimento alla ex caserma NAPS dove si cena e si va a dormire alloggiati nelle vecchie camerate che appaiono ai paracadutisti provati da 65 Km di marcia come un albergo di lusso.

Domenica 11 settembre adunata e trasferimento sul luogo della battaglia dove i paracadutisti che hanno effettuato la marcia si sono riuniti ai camerati, e agli anziani delle altre sezioni nonché con le autorità come il Sindaco Dott. Bruno Barillaro, il Vicepresidente nazionale ANPdI Vittore Spampinato il presidente della X Zona Tommaso Daidone , il già citato generale Monticone il reduce di El Alamein Pasquale Pizzuti e i genitori della medaglia d’ oro al valor civile par. Eugenio Nigro. Assente giustificato il Capitano Paolo Lucifora,reduce della battaglia dello Zillastro, il quale ha comunque mandato un messaggio di saluto. Presente nei nostri cuori il Fante dell’ aria Colonnello Giuseppe Aloi che il 13 giugno ha effettuato l’ultimo lancio.

Si marcia poi con i labari in testa, inquadrati e a passo di marcia, sino alle croci dei militari caduti ed alla radura dove davanti al monumento si tiene la cerimonia di commemorazione e la messa. Dopo la cerimonia trasferimento in un centro di attività sociali dove dopo pranzo, brindisi, ricordi e calorose manifestazioni di cameratismo tipiche tra paracadutisti si è rientrati ciascuno alla propria sede con il proposito di incontrarsi nuovamente tra un anno per la medesima occasione.


Par. Roberto Serra
Par. Antonio Serra
Par. Antonio Nucera






LA STORIA
(stralciato da un precedente articolo dello stesso autore)

Nei primi giorni del mese di settembre 1943 l’Ottavo Battaglione Paracadutisti del 185° Reggimento della Divisione Nembo, composto da circa 400 uomini, comandati dal Cap. Gianfranco Conati , sbarcato in Calabria pochi giorni prima, stava ripiegando dopo aver combattuto in Sicilia contro gli Anglo-Americani.
Dopo un primo scontro avvenuto all’alba del 4 settembre nei pressi di Gambarie e che aveva visto gli uomini del Cap. Conati attaccare reparti canadesi, forti nell’insieme di 5.000 soldati, i nostri paracadutisti avevano iniziato ad attraversare l’Aspromonte per ricongiungersi con il Comando di Reggimento.
La marcia forzata si svolse attraverso le impervie montagne dell’Aspromonte, con pochi vettovagliamenti, tallonati dagli Anglo-Americani, dormendo all’addiaccio quando si poteva e comunque costantemente sotto la pioggia.
All’imbrunire del sette settembre, in una zona denominata Piano dello Zillastro, posta tra i comuni di Oppido Mamertina e Platì, il Cap. Conati decide di acquartierare il reparto fermandosi in mezzo ad una fitta vegetazione e non accorgendosi che in quello stesso luogo si erano accampati anche i Canadesi che, meglio dotati in mezzi, li avevano preceduti in quello che era un passaggio obbligato.
All’alba, resisi conto della situazione, i nostri paracadutisti ingaggiarono comunque una violenta battaglia consapevoli di lottare contro un nemico superiore in uomini e mezzi.
Dopo la fortuita cattura del Cap. Conati i paracadutisti comandati adesso dal Cap. Diaz si prodigarono in una serie di attacchi supportati dal plotone mitraglieri e dal plotone mortai da ’81, che guidati dai S. Ten. Lucifora e Moleti, ridussero al silenzio varie postazioni nemiche.
Fu in questi frangenti che furono mietute le prime vittime di parte italiana, accanto allo stesso S. Ten. Lucifora, che ha descritto personalmente a chi scrive in modo molto lucido quei tragici istanti, cadde il Serg. L. Pappacoda, seguito dal Cap. L. Picolli de Grandi e dal Paracadutista V. Albanese.
Con il sole già alto in cielo ed esaurite le ultime munizioni i nostri paracadutisti iniziarono a ripiegare verso Platì dove appresero che un armistizio era stato firmato con gli alleati già dal 3 settembre.
Quella dello Zillastro risulta essere l’unica( o l’ultima?) battaglia combattuta sul suolo dell’Italia meridionale tra un reparto del Regio Esercito e forze Anglo-Americane prima della ufficializzazione dell’armistizio, fulgido esempio del valore e della determinazione dei nostri Paracadutisti al di là di quelle che sarebbero state le scelte di ciascuno, comunque onorevoli, all’indomani dell’armistizio stesso.


Par. Roberto Serra


 
 
 
 
 
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STORIA RECENTE: IL GIORNALINO DEI CONGEDANTI DEL 1971
Sabato, 27 Agosto 2011



PARMA- Grazie alla recensione di Giorgio Merighi, ecco un tassello della storia recente dei Paracadutisti che hanno avuto l'onore di servire nella FOLGORE:IL GIORNALINO DEI COPNGEDANTI DEL 1971.


SFOGLIATE IL GIORNALINO "LUCE VERDE"!


 
 
 
 
 
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RACCONTI INEDITI DELL'ARTIGLIERE PARACADUTISTA DI EL ALAMEIN GAETANO PINNA - LUGLIO 1942
Giovedì, 28 Luglio 2011

DAL DIARIO DI "TANO PINNA"- ARTIGLIERE PARACADUTISTA E LEONE DI EL ALAMEIN.
LA PARTENZA PER L'AFRICA: LUGLIO 1942
PRIMA PUNTATA



a cura di Maurizio Pinna


La partenza dall’aeroporto di Galatina di Lecce, il volo senza scorta sul Mediterraneo, l’arrivo a Derna Fatheia.I paracadute vanno a Derna, gli uomini con il camion raggiungono Tobruch,lungo la via Balbia, sotto il sole e la polvere.
L’acqua è salmastra, le carcasse dei carri armati e dei camion sono un lungo rosario ai lati della strada.
Si attraversa Martuba, poi a destra per el Mechili, poi a Tmimi,
a sinistra c’è il golfo di Bomba, poi Ain el Gazala.
La prima notte africana, il freddo notturno,la rabbia per essere partiti paracadutisti ed arrivati fantaccini, con Malta è sempre là, a schizzare fuori aerei e navi sulle linee di rifornimento.
Siamo alle porte di Alessandria d’Egitto, a due passi dal Canale di Suez, potremmo essere utilizzati per creare una testa di ponte in caso di avanzata…Invece ci portano a fare i fanti! Non sarà vero, è una pazzia, un tradimento, un’assurdità.Questo il pensiero di tutti nella prima notte africana.Poi si riparte, prima di Tobruch si svolta per El Adem, un altro campo d’aviazione, la sosta per il ghibli.
I racconti degli autieri, le gesta di Rommel, i viveri e gli equipaggiamenti inglesi.Poi agli aerei che porteranno tutti all’altro aeroporto, quello di Fuka, un volo sopra la pista per Bir el Gobi, per Giarabub, sopra il distrutto fortino della ridotta Capuzzo,
da Fuka ancora in camioncino a El Daba, la base logistica.
Si” trova” del materiale abbandonato, proteste tedesche, facce da bronzo italiane…per sopravvivere. Il fronte si avvicina.
Le voci si accavallano, gli inglesi perdono carri, noi siamo senza carburante. Poi la partenza per il Passo del Cammello.



Ceglie Messapico 17 luglio ’42, venerdì

Una cosa è certa, partiremo da Lecce per l’Africa.
Non si conoscono né il giorno, né l’ora.
Normale.
Del viaggio e del mezzo si parla già da qualche giorno, da troppo direi, quindi se il “salto” da Lecce a Derna andrà bene verrà dire che occhi ed orecchi nemici non hanno “percepito” niente.
Altrimenti rappresentiamo un bel boccone prelibato.

Ceglie Messapico 19 luglio ’42, domenica

Siamo rientrati al campo dalla solita esercitazione, tutti nelle tende, silenzio perfetto. Ordine:” Sfate le tende! In silenzio!”.
In libera uscita abbiamo speso ogni risparmio.
Toni Penna era in bolletta: “Tano mi presti qualche lira?”
Avevo cinquecento lire, gliene ho date duecento.
Tutti abbiamo voglia di spendere: cena, cinema, donnine.
Chi può immaginare gente gaudente prossima a partire per la guerra?
Ho girato un po’ per le vie di Lecce, belle vie, discreti palazzi, chiese barocche. Abbordaggio impossibile o quasi, nei confronti delle ragazze.

Ceglie Messapico|Galatina\volo sul Mediterraneo\ Derna\Ain el Gazala 20 luglio ’42, lunedì

E’ notte quando arrivano i camion dell’autocentro, arrivano isolati, non in colonna, si carica una sezione, con i pezzi.
Su percorsi differenti i camion raggiungono il campo d’aviazione di Galatina.
Abbiamo con noi i paracadute.
Gli aerei, S. 82, sono dislocati in vari punti del campo.
Sappiamo una cosa certa: atterreremo al campo di Derna Fatheia.
Come fosse un normale spostamento carichiamo il materiale.
Gli ufficiali si raccomandano di non bere durante il volo, perché all’arrivo ci sarà poca o niente acqua, ad ogni modo se ci sarà avrà un sapore poco gradito.
“Attenzione al sole, all’arrivo mettetevi subito il casco coloniale” ci dicono.
La notte è bellissima, non c’è una nube in cielo, con uno sbalzo di novecento chilometri arriveremo a Derna.
Divisi in gruppi raggiungiamo gli aerei, prendiamo posto.
C’è una calma perfetta, diciamo qualche mezza parola, ma gli occhi di tutti parlano perfettamente, mostrano la nostra allegria, una gioia insolita.
Pazzi? No, è il risultato di una perfetta preparazione psichica, nessuna emotività in noi, ma lucidità, non preoccupazione per ciò che si sta facendo.
Il maggiore Caruso, comandante del Gruppo, non parte con noi, rimane in Italia, il comando lo prende il capitano Curti.
Caruso faceva il leone a Tarquinia, a Viterbo, a S. Maria Capua Vetere, a Ostuni, a Ceglie Messapico.
Precedeva la colonna in marcia, bardatissimo.
Avevamo ragione quando lo …squalificavamo.
Il sergente maggiore furiere Vitolo è in licenza matrimoniale. Anche Agostino Ammazzagatti è in licenza per matrimonio.
Il sten. Krauseneck rimane per la consegna del materiale che non portiamo con noi, poi ci raggiungerà.
Gli aerei si portano sulla pista.
Il personale di bordo del mio aereo è costituito da un tenente e da un maresciallo piloti, da un motorista, da un radiotelegrafista.
Il tenente pilota ci suggerisce di fare dei turni alle armi di bordo, il motorista ci spiega il funzionamento delle mitragliere.
Così ci poniamo in due, a turno, alle armi.
Oltre a fare gli armieri dobbiamo fare anche gli osservatori.
Non ci dispiace, anzi, ci rallegra.
Si parte, qualcuno guarda l’orologio.
L’aereo prende quota al limite del campo.
Sono di turno alla mitragliera di coda, posso osservare meglio di tutti il terreno che si allontana, i campi di stoppie, i covoni di grano, isolate case di campagna.
Dopo circa dieci minuti arriviamo sulla verticale della costa.
Addio Italia, si va verso l’inferno?
Ritornerò?
Quando?
Come?
“Siamo sul mare ragazzi, addio Italia”.
Qualcuno, di rimando, risponde “Ciao Italia”.
Guardo negli occhi i compagni. In più d’uno c’è stato qualche cambiamento d’umore.
E’ naturale, è umano, non andiamo a passeggio.
Da questo momento la morte si è veramente messa al nostro fianco…non solo in cartolina.
Siamo in volo da oltre un’ora, lascio la mitragliera.
Siedo vicino a Jop.
Si è sposato da poco tempo, ma non per questo ha perso la spensieratezza, è sempre pronto allo scherzo, alla macchietta.
Si avvicina il motorista:”Fate attenzione sui 180 gradi, in alto e in basso” dice.
Se ci capitano addosso gli Spitfire siamo spacciati.
Che cosa ne facciamo del paracadute con il mare di sotto?
Il radiotelegrafista può richiedere l’intervento della caccia di stanza in Grecia, a Creta, a Derna, ma ce ne daranno il tempo i piloti della RAF?
Non voliamo alti.
Sotto, una nave naviga verso levante, verso le isole greche.
Un pensiero per i miei genitori, vi rivedrò?
Sono convinto nella predestinazione, non si sfugge al destino!
Il volo continua regolare.
Ogni tanto un falso allarme di “terra, terra!”
Infine eccola, magnifica.
Si scorge bene la costa, lontano, siamo curiosi di vedere il deserto.
Ecco Derna, la perla della Cirenaica, le case, le campagne.
La cittadina si adagia tra il mare nella verde limitata pianura.
Si distingue una moschea con tante cupole ed il minareto.
Dietro, quasi fosse un muraglione, si alza l’altipiano.
Si distingue la strada litoranea, la Balbia, altre strade si inerpicano in grandi tornanti, poi si dividono appena arrivati sul ciglione.
Il motorista fa un cenno:”Attenti siamo arrivati!”.
Confesso, durante il volo non avevo preoccupazioni, ora, però, mi sento alleggerito di un peso.
Siamo sul campo di Fatheia, circa 10 chilometri da Derna, in direzione sud-est.
Qualche aereo ha già toccato terra, una nube di polvere indica l’atterraggio avvenuto.
Il sten Tabelli ci mostra il casco.
Come automi, convinti dell’esistenza del dardo mortale del sole africano, prima di saltare a terra indossiamo il casco.
Appena fuori ci accorgiamo sì della polvere, della novità panoramica per niente esaltante, ma anche del sole che non è più cattivo di quello di Ostuni.
Posiamo lo zaino, lo zainetto, il mitra, l’elmetto, il paracadute.
Scarichiamo i pezzi e le cassette delle munizioni.
Arriva dopo poco una colonna di camion.
Riceviamo un ordine non gradito:”Caricare tutti i paracadute, devono andare a Derna”. Noi saliamo su altri camion, diretti alla base aerea di Tobruch.
Sarà quello il trampolino per il lancio?
Ma allora perché i paracadute vanno a Derna?
Nessuno sa niente, neanche gli ufficiali.
Si fanno tante supposizioni, ma la doppia destinazione ci lascia perplessi.
Se ci siamo portati il materiale da lancio significa che il lancio era previsto?
Però non ci risulta il trasferimento da Tarquinia dei ripiegatori.
Ma allora?
A Tobruch cosa ci andiamo a fare?
Sono le 10,30, inizia il trasferimento verso Tobruch, 170 chilometri.
Ci portiamo sulla litoranea, una lunga striscia di asfalto che va dalla Tunisia al confine egiziano, voluta da Balbo, lunga 1822 chilometri.
La guerra corre su questa striscia d’asfalto.
Si notano rattoppi più o meno sistemati, spesso incontriamo operai intenti a riparare qualche tratto della strada.
La polvere è in abbondanza.
Si comincia ad avere sete.
Il casco non viene indossato da tutti, c’è chi ha pensato di disfarsene.
Ma ci si chiede se poi sarà addebitato.
La strada corre sempre sull’altipiano.
Si incontrano radi boschetti, vasti tratti incolti, qualche macchia di olivastri.
Noto larghi fossati naturali, come letti di torrenti asciutti, sono gli “uadi”.
Incontriamo greggi di capre, poi l’arabo.
E’ avvolto in un mantello, indossa pantaloni molti ampi, ci saluta.
Alla partenza l’autiere ci ha detto di non guardare tanto il paesaggio, e “…se freno di botto, saltate giù, allontanatevi di corsa, il più possibile, i caccia inglesi cacciano anche l’uomo isolato, mollano solo quando si stufano…se arrivano sono guai!”.
Siamo a Martuba, un piccolo villaggio, ci sono molti olivastri, ai bordi della strada alcuni arabi.
Dopo circa cinquanta chilometri la strada corre in pianura.
Un bivio, a destra per el Mechili.
Siamo a Tmimi, a sinistra c’è il golfo di Bomba.
Noto qualche carcassa di camion bruciato.
Ain el Gazala.
Alla destra si leva un costone.
Ci portiamo sotto il costone, si rallenta, la macchina di testa si è fermata.
Finalmente!
Abbiamo fatto una mangiata di polvere!
Ho le guance asciutte, secche, incrostate di sudore e polvere.
L’alito caldo del deserto, il sole di fine luglio, la polvere minuta, dal colore del fuoco, ci hanno dato …il benvenuto.
Da qui ripartiremo domani mattina.
Il sole è a picco, sono le 14.
Non lontano c’è il mare, il costone ferma il vento caldo proveniente dal sud.
Al tramonto sembra che arrivi un debole soffio di brezza di mare.
Qui si passerà la notte, i camion si allontanano e si dispongono in ordine sparso e lontani tra loro.
Osservo numerose buche, alcune fatte ad L, altre sono piazzole di artiglieria.
Mi sistemo in una di queste buche grandi.
Buche, buche, buche…ma noi come le scaveremo le buche?
Non abbiamo una pala, un piccone.
Non abbiamo neanche un cambio di biancheria, almeno io ho indosso solo quello che indosso!
Nello zaino ho una camicia, qualche fazzoletto, la carta da lettere, cartoline in franchigia, matite.
Si attende il rancio discutendo.
Dove sarà la linea?
Corre insistente la voce che siamo destinati a fare i semplici fanti.
Non vogliamo crederci, sarebbe uno scherzo da idioti.
Certo, da idioti!
Ma come, da due anni la scuola di Tarquinia setaccia volontari, si dice che ogni paracadutista costi quarantacinque volte di più di qualsiasi altro soldato e tutto questo per mandarlo a fare il fante?
Malta è sempre là, a schizzare fuori aerei e navi, pronti ad assalirci sulle linee di rifornimento.
Siamo alle porte di Alessandria d’Egitto, a due passi dal Canale di Suez, potremmo essere utilizzati per creare una testa di ponte in caso di avanzata… Invece ci portano a fare i fanti!
Non sarà vero, è una pazzia, un tradimento, un’assurdità.
Gli ufficiali non commentano, ascoltano.
Ci distribuiscono dell’acqua, del rancio secco.
Gli autieri ci avvertono di non sciupare l’acqua, domani potrà anche mancare.
Ci dicono che il Duce è stato qui per alcuni giorni, sembra sia ripartito proprio ieri.
Altre discussioni sul viaggio del Duce.
Ne parliamo assieme a Monti, a Tabelli, a Pirlone, Giusto, Cagliani, Bergami, Ciullo ed altri.
Abbiamo visto e siamo vissuti vicino ai paracadutisti tedeschi a Viterbo.
Non eravamo secondi atleticamente, ma, a parte le armi in dotazione, ogni paracadutista tedesco era in grado di sostituire ogni camerata nei compiti specifici.
Al contrario noi abbiamo una “unica” specializzazione.
Chi potrà sostituire il bravo puntatore ferito o caduto?
Se gli uomini dell’anticarro saranno feriti o uccisi i fucilieri ed i mitraglieri della buca accanto potranno mettersi al pezzo e sparare?
Siamo da 26 mesi in guerra, non dovevamo conoscere le armi del nemico?
Nelle caserme sono state sprecate settimane per l’addestramento formale.
Sarà sempre la nostra superficialità più che la povertà a determinare l’esito della guerra? Aggiungi poi la non sempre buona preparazione dei Comandi…
Ci hanno detto gli autieri, tutti dell’Ariete, che in caso di allarme aereo bisogna allontanarsi, ma non correre se la zona è illuminata di bengala.
La notte è passata nella calma, ho dormito profondamente.
Ho inteso freddo, di mattino la copertina era umida, avremmo dovuto avere un telo di tenda, invece…
FOTO INEDITE



Al centro Siro Ursini, da Pola, nelle strade di Ceglie Messapico il 20 giugno, prima della partenza per l’Africa, con Piozzini a destra e Manetti, tutti della I^ Batteria



Anche una parte dei soldati dell’Afrika Korps sono partiti via aerea dalla Sicilia per l’Africa, ecco uno Ju 52 sul mare, senza scorta, a bassa quota.


Ecco all’interno dello Ju 52 i soldati tedeschi durante il volo verso l’Africa. Da notare il cielo della carlinga, con la lamiera ondulata tipica dello Ju 52-Ma soprattutto i giubbotti salvagente per il personale, che gli italiani …non avevano.


1941 – Foto aerea di Derna, in alto il mare


Ecco la Cirenaica, con la Balbia che si arrampica tra oliveti e campi, appena dissodati e lavorati dai coloni italiani, sullo sfondo il mare.


Aeroporto di Derna, tedeschi appena sbarcati dagli aerei, seduti all’ombra della casupola “sforacchiata”, da notare gli alti “stivali desertici” in tela.


Foto 7La Balbia


Ecco il bivio di Tmimi,con tanto di “pizzardone” della P.A.I. e con le indicazioni stradali per Tobruk e Derna, a lato due “affollati” pali con i cartelli segnalatori dei vari Comandi . ben 19 cartelli su due pali, di cui uno infilato in uno sforacchiato barile per la benzina

Ecco una foto aerea di una parte dell’isola di Malta per lo studio delle coste in previsione dell’invasione e delle zone idonee al lancio dei paracadutisti italiani e tedeschi e per le zone di atterraggio degli alianti della Luftwaffe.






 
 
 
 
 
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LUGLIO 1942 - I PRIMI GIORNI DELLA FOLGORE IN LINAE AD EL ALAMEIN
Mercoledì, 27 Luglio 2011

DAL DIARIO DI "TANO PINNA"- ARTIGLIERE PARACADUTISTA E LEONE DI EL ALAMEIN.
L'ARRIVO IN AFRICA: LUGLIO 1942



a cura di Maurizio Pinna


SECONDA PUNTATA


La prima giornata africana…



Ain el Gazala\ El Adem, 21 luglio ’42, martedì
Si parte per Tobruch, sono quaranta chilometri di strada.
Tobruch è stata ripresa da un mese.
Gli autieri ci dicono che è stata una battaglia dura, era difesa dagli inglesi, dagli indiani, dai francesi, da sudafricani, australiani, neozelandesi.
Furono fatti prima tremila prigionieri, distrutti molti carri armati.
Poi i tedeschi hanno preso alle spalle la piazzaforte, facendo altri quattromila prigionieri
. Fu preso tanto carburante e viveri di ogni genere, ancora ci si campa con quel materiale. Siamo ora in Marmarica, la zona è arida, monotona, uniforme, con poche gibbosità del terreno, nudo, paurosamente nudo, senza acqua.
E’ uno spettacolo deprimente, si procede piano, la strada è ridotta molto male.
Ai lati ci sono segni della battaglia,cannoni abbandonati, carri bruciati, mucchi di materiale abbandonato, postazioni con armi e croci.
Croci con sopra un elmetto.
Incontriamo quelli che dovevano esser dei magazzini inglesi, sono piramidi di casse, ci dicono di farina, di birra in scatola, sigarette, tabacco, vestiario, scarpe, marmellata, whisky.
Lungo la strada ci sono centinaia di mezzi corazzati e camion distrutti.
Il sole, il polverone che sembra quasi permanentemente sospeso nell’aria, rendono più aspro e crudele il paesaggio.
Non arriviamo a Tobruch, gli autieri dell’Ariete, che portano i camion, svoltano verso El Adem.
Carri italiani, tedeschi, inglesi, anneriti da fuoco, scheletri di camion bruciati, casse, proiettili abbandonati, cingoli di carri, aperti sul terreno, seguono per chilometri
Ci hanno detto che ci sono ancora mine lungo le piste, per questo la colonna è distanziata, tra ogni camion ci sono almeno quaranta metri.
Spesso qualche camion salta in aria, gli autieri ci dicono che bisogna passare sul tracciato dei primi, ma qualche volta la mina è posta in profondità, salta solo dopo che sono passati decine di volta sopra la stessa striscia, la sabbia si leva e…si salta.
Ho sulla faccia una maschera di sabbia finissima, il sole scotta, i volti sono infuocati, gli occhi bruciano, la gola è arsa.
L’acqua nella borraccia è calda, ha un forte sapore di salsedine, non disseta.
Ancora croci lungo la strada.

Arriviamo ad El Adem.
Gli aerei sono sparsi in vari punti del campo d’aviazione, ai margini ci sono pezzi antiaerei, dentro a vaste piazzole.
Ci sono le tende, si distingue una con una grande croce rossa, il posto di medicazione. Finalmente scendiamo dal camion, sono le 8 del mattino.
Gli uomini del campo ci vengono incontro.
Tutti vestono alla stesa maniera, pantaloncini corti, camicia e sandali, tutto di marca inglese.
Ci mettiamo seduti sugli zaini, non si respira.
Ci danno una specie di caffè.
Dovrebbero distribuire l’acqua, ma quando?
Monti mi dice che partiremo in aereo per il campo di Fuka.
Si dovrà raggiungere poi la base di El Daba.
E il lancio?
Monti non risponde.
Chi poteva mai pensare, qualche giorno fa, di finire in una buca a fare il fante?
Guardo gli amici negli occhi, vedo tanta stanchezza e sconforto.
Nella batteria non si nasconde il malcontento, lo si dichiara apertamente e fortemente, gli epiteti verso i responsabili non si misurano.
Gli anziani si chiedono e chiedono agli ufficiali: “…i camion che ci trasportano, resteranno a noi ? Chi ci porterà i viveri in linea, le munizioni, e tutte le altre cose?Aggregheranno alla divisione reparti autieri di altre divisioni? Gli autieri ci dicono che i mezzi sono già scarsi, bisogna arrangiarsi…”
Bianchini brontola apertamente, qualcuno invidia Torre ed Ammazzagatti, che sono rimasti in Italia.
Seduto sullo zaino scrivo queste note.
Perché ci sono gli scontenti?
Il lancio era la meta agognata, ma se in questo momento è necessaria la nostra presenza come truppe di linea, allora eccoci alla prova.
Sembra che il vento ostacoli la partenza degli aerei.
Sono S79, aerei da bombardamento, che ci trasporteranno alla base logistica di El Daba. Lasciamo il campo per accamparci nelle vicinanze.
Fa un caldo tremendo, non si respira, soffia un vento caldo.
Ci danno il pane, sotto i denti si sente la sabbia, nel rancio c’è la sabbia, è fatica tenere aperti gli occhi, i capelli sono diventati ispidi…dico io, ci daranno almeno l’acqua per lavarci almeno gli occhi?
Per ora danno un litro di acqua il giorno, ma già hanno detto che ne potranno dare anche meno e, qualche giorno, niente.
Bezzo dice a Jop:” Dante dobbiamo proprio dimenticare il vino?”
Al rancio abbiamo un bel da fare per mangiare, la sabbia condisce tutto, il deserto è una grande …formaggiera!
Gli avieri ci dicono che con il tramonto del sole tutto ritorna normale e calmo, bisogna abituarsi, questo vento diabolico dura al massimo tre giorni.
Si chiama ghibli.
Questo è niente, dicono gli autieri, il vero ghibli fa impazzire, l’aria sembra di fuoco, è irrespirabile, la sabbia portata dal vento è fitta come la nebbia, ferma ogni attività.
Qui dovrebbero passare i molti che fanno la guerra nei Ministeri ed uffici, certamente ritornerebbero con ricompense al valore e con certificati di invalidità.
Difficilmente finirebbero sotto un metro di sabbia.
Passiamo la giornata alla meglio.
Molti mezzi di trasporto sono di marca inglese, Ford, Morris, Chevrolet, Dingo, caratteristiche le Jeep, fatte apposta per i terreni più irregolari.
Molti dei… residenti portano armi inglesi, dicono che è ricercato il Tommy gun, munizioni si ritrovano in quantità.

Notizie?
Sono quelle che filtrano attraverso i camionisti che arrivano dal fronte, o dalle basi, o da Bengasi.
Le nostre forze in linea sono scarse e sfinite.
I mezzi di attacco sono ridotti a poche unità, i rifornimenti sono lenti ad arrivare e molti vengono distrutti lungo la strada.
Gli inglesi hanno le basi alle loro spalle, sembra che ci siano forze nuove, fresche. L’importante è impedire al nemico di contrattaccare e di sfondare la nostra debole linea. “Perché non si è continuata l’avanzata”.
Gli autieri sorridono:”Facile a dire, noi siamo arrivati al Alamein con una sola compagnia di carri, gli altri sono fermi lungo tutto il percorso.
Adesso gli inglesi sono difesi da vasti campi minati e da numerose artiglierie, è impossibile per noi ogni pur minimo movimento, fortunati se non ci fanno scappare all’indietro…hanno carri nuovi di costruzione certamente americana, hanno più pezzi da 88 mm. loro che noi fucili…in questi giorni hanno attaccato le postazioni della Trento e della Brescia.
Si pensa che abbiano voluto assaggiare le nostre forze, il fatto è che prima l’iniziativa era sempre nostra, ora è la loro….
Rommel è in gamba, è più in prima linea che al comando.
Quando ci sono i combattimenti lo si trova dove il pericolo è maggiore.
Durante i combattimenti si sposta con una piccola colonna mobilissima, di blinde, di carri leggeri, artiglieria leggera, …è una forza strategica che impiega nei momenti difficili, …ed è direttamente ai suoi ordini.
E’ audace, temerario, ….si dice che abbia solo paura dei bombardamenti aerei, spesso si sposta pilotando un piccolo aereo, atterrando appena può…
Tutti i tedeschi hanno lo stesso rancio, da Rommel all’ultimo soldato, mica è così da noi! Il rancio loro è più abbondante, migliore del nostro,… dispongono di più acqua, di mezzi di trasporto.
A Tobruch se ci avessero lasciato fare noi italiano avremmo portato via tutto,…. loro invece hanno messo a guardia i loro soldati, non usciva uno spillo senza l’ordine.
Adesso noi andiamo avanti con il carburante che abbiamo preso a Tobruch, ora mangiamo quello che abbiamo trovato a Tobruch, …...così per il vestiario, e se la rubavi ti fucilavano… si dice che prima di arrivare in linea sono stati per settimane nel deserto ed in riva al mare, senza far niente, per acclimatarsi al caldo ed al sole”
Quando ci sono i combattimenti lo si trova dove il pericolo è maggiore.
Durante i combattimenti si sposta con una piccola colonna mobilissima, di blinde, di carri leggeri, artiglieria leggera, …è una forza strategica che impiega nei momenti difficili, …ed è direttamente ai suoi ordini.
E’ audace, temerario, ….si dice che abbia solo paura dei bombardamenti aerei, spesso si sposta pilotando un piccolo aereo, atterrando appena può…
Tutti i tedeschi hanno lo stesso rancio, da Rommel all’ultimo soldato, mica è così da noi! Il rancio loro è più abbondante, migliore del nostro,… dispongono di più acqua, di mezzi di trasporto.
A Tobruch se ci avessero lasciato fare noi italiano avremmo portato via tutto,…. loro invece hanno messo a guardia i loro soldati, non usciva uno spillo senza l’ordine.
Adesso noi andiamo avanti con il carburante che abbiamo preso a Tobruch, ora mangiamo quello che abbiamo trovato a Tobruch, …...così per il vestiario, e se la rubavi ti fucilavano… si dice che prima di arrivare in linea sono stati per settimane nel deserto ed in riva al mare, senza far niente, per acclimatarsi al caldo ed al sole”.
Arriva la sera, il vento si è calmato, distribuiscono il rancio: un mestolo di pasta, un cucchiaio di marmellata.
Qualcuno tira fuori le carte da gioco.
Non fa più tanto caldo, si comincia a stare benino, il sole è quasi sceso del tutto, velocemente.
Ho sonno, cerco e mi sistemo in una buca, slaccio le scarpe, lo zaino fa da cuscino, mi copro con una copertina.
“Allarme, allarme! Fuori dalle buche! – qualcuno grida nella notte – bombardano Tobruch”
I bengala illuminano a giorno la zona, l’artiglieria contraerea spara alto nel cielo, numerosi traccianti segnano il cielo.
Dicono che bombardano i loro magazzini abbandonati.
La buriana dura mezz’ora, poi ritorna il silenzio. Qui nessun danno.







10 Ecc, in un disegno fatto da un tommy, il bivio per El Adem, con il cartello stradale
indicante le due direzioni di Sollum – Bardia e per Derna – Tobruk



11 Ecco la desolata Marmarica, attraversata dalla Balbia.
La foto è dell’A.D. 2000, ma la Balbia è ben poco cambiata, come la Marmarica.


12 Binocolo e soldato tedesco,ma …zanzariera inglese, forse presa a Tobruch.


13…carri bruciati, mucchi di materiale abbandonato, postazioni con armi e croci.Croci con sopra un elmetto.



14 Ecco una foto inglese del 4 dicembre 42, durante la “rincorsa” a Rommel, la quantità di camion è
tale che si corre anche fuori pista per poter correre di più, ed il risultato… arriva subito,si alza un’esplosione, indicata nella freccia, al passaggio del camion. Una delle sei milioni di mine disseminate ad El Alamein



15 Si avvicina una tempesta di sabbia, il ghibli, una “onda” che avanza mugghiando che trasforma l’aria in una fornace, che nasconde i vivi ed i Morti, le piste e talora i mezzi.




16 Malta durante un bombardamento,
con il cielo trasformato dagli scoppi della artiglieria contraerea in un tappeto di esplosioni.
La mancata occupazione ma ancor più la mancata previsione di un’operazione lampo nel primo giorno di guerra nei confronti dell’ isola, posta sulle linee di collegamento tra l’Italia e la Quarta Sponda, fu fatale.Nei verbali delle riunioni dello S.M.G., alla domanda di Mussolini a Badoglio, Capo di S.M.G. pochi giorni prima della guerra, sulla eventualità di un’occupazione dell’isola, l’anziano generale disse chiaramente che non vi era stato nessun piano allo studio. A riguardo, nelle lettere dell’addetto navale giapponese a Roma,già aiutante dell’Amm. Yamamoto, commentando l’inizio della guerra italiana senza alcuna operazione prevista ed attuata contro Malta o contro i porti di Alessandria o Gibilterra, e molto prima di Pearl Harbour, vi è una sola frase di commento:”…è incredibile!” Incapacità, menefreghismo, muoversi solo su ordini superiori o semplice applicazione del principio:”ma chi te lo fa fare? pensa allo stipendio!”. Ma eravamo nella condizione di occupare Malta?La Marina e l’Aeronautica erano pronte? Si sarebbero coordinate tra loro? … e l’Esercito?... ed i tedeschi? La copertura aerea durante lo sbarco sarebbe stata data da quanti aerei?
E le grandi corazzate ferme nei porti sarebbero intervenute con le loro potenti artiglierie? I mezzi di sbarco e di trasporto erano sufficienti per una pressione continua e crescente sull’isola?
L’operazione C3, coordinata dall’Ammiraglio Tur con pochissimi ufficiali, non era proprio un esempio né di tecnologia applicata per la scalata delle alte coste dell’isola, né di arte militare!
L’attrezzatura per gli sbarchi era data da poche scale elettriche prese dai pompieri, da passerelle messe insieme con la solita arte italica dell’arrangiamento. L’unico tentativo di sbarco a fini informativi mediante infiltrazione da parte di un “gamma” della Regia Marina con Carmelo Borg Pisani si risolse nella cattura dei due e nella impiccagione del Pisani, nativo di Malta.
E per i paracadutisti bastavano gli aerei da trasporto?
Probabilmente, dopo la prima ondata di sbarchi, la situazione si sarebbe enormemente complicata,si sarebbe forse ripetuta, in grande, la tragedia dei paracadutisti tedeschi a Creta.
E poi che cosa avrebbe prodotto nel quadro strategico generale?


17 Il piano per l’occupazione di Malta, bloccato su sollecitazione di Hitler, la conquista dell’Egitto sembrava questione di ore.



18 Erwin Johannes Eugen Rommel
Joseph Wilfried “Sepp” Armbruster, Rittmaister, capitano di cavalleria,ufficiale d’ordinanza di Rommel e suo interprete personale con gli italiani per l’intero periodo “africano”, raccontò a Tano che un giorno si trovarono in un campo minato inglese, non segnato, proprio a ridosso delle linee inglesi. Erano in cinque, Rommel e Gause, suo C.S.M. in quel momento, si misero a tastare il terreno e levare le mine, Armbruster, l’autista ed un altro ufficiale facevano “da pali” , armi alla mano, controllando che non arrivassero i tommy.Rommel era più preoccupato del campo minato non segnato che delle mine che estraeva dalla sabbia e deponeva a lato, nello stesso tempo parlava con il gen. Gause.
Cosa sarebbe successo se lo stesso episodio sarebbe accaduto a certi generali del regio Esercito?



19 Joseph Wilfried “Sepp” Armbruster, Rittmaister, capitano di cavalleria, ufficiale d’ordinanza di Rommel e suo interprete personale con gli italiani per l’intero periodo “africano”,eccolo accanto a Rommel, tenendo in mano delle mappe. Di madre italiana, cominciò la guerra nel 1938 come semplice soldato, poi partecipò alla invasione della Norvegia, venne ammesso al corso ufficiali e accanto a Rommel fu comandato per tutto il periodo africano. Rientrato in Italia combattè fino alla fine, alle porte di Berlino. Catturato, rientrò in Italia, a Milano, dove morì, investito da un auto, dopo aver inviato alcune cartoline d’auguri.Era il rappresentante per l’Italia dell’Associazione dei Veterani dell’Afrika Korps. Molto amico dei reduci di Bir El Gobi, interveniva spesso alle varie cerimonie in giro per l’IItalia,


20 Ecco Rommel tra i suoi “afrikaner”, sorridenti, informali, ufficiali e semplici soldati, accorsi per parlare con il loro GeneralFeldmarshall , un’ammirazione mai venuta meno
ed ancora oggi viva, specie nel piccolo cimitero di Herlingen. Rommel fu uno tra i pochissimi generali tedeschi a non aver fatto
il severo ed elitario corso di Stato Maggiore,
per questo non era apprezzato da molti suoi” colleghi”, di antiche famiglie” junker”, spesso di stirpe prussiana e con l’immancabile “von” nel cognome. Osservate, di contro le poche foto che ritraggono i vari generali italiani, tutti in divisa regolare e perfetta, magari con gli stivaloni in pieno deserto, tutti seri, nessun uomo di truppa intorno, e meno che mai sorridenti, con i bottoni slacciati della camicia e le maniche tirate su…
o a torso nudo



21 Ecco un Fieseler l’eccezionale aereo leggero tedesco, insuperato ancora oggi. Forse a bordo c’è proprio Rommel ai comandi…
Talvolta va in volo con il suo c.s.m. Gause, cosa vietatissima dalle regole dello Stato maggiore se l’aereo cade…addio Afrika Korps! Ma Rommel delle regole….


22 Frutta sciroppata, preda inglese, per Rommel, che non si ferma con il suo Kampfstaffel.


23 Ecco un esempio della teutonica precisione e programmazione, una striscia di cartoncino con le varie divise ed i gradi dei militari inglesi, distribuita a tutti i soldati dell’Afrika Korps.
Quando venne catturato da un artigliere paracadutista il gen. Clifton, comandante di brigata neozelandese, il paracadutista si rivolse al suo ufficiale dicendo che aveva catturato ”… un tipo con un cappello rosso da “capostazione


24 Ma non è solo questione di organizzazione o di logistica!
Rommel, venuto a conoscenza di un episodio di “bravura” di un suo soldato semplice, non ci pensa due volte, si sposta, raggiunge il reparto di artiglieria e decora della Croce di Cavaliere, la Ritterkreuz, , un semplice artigliere,il puntatore Gunther Halm,del
104° Rgt PzGr. che con freddezza e precisione il 22 luglio aveva colpito di fila otto carri inglesi con il pezzo da 76,2 mm. russo preda di guerra. Ecco la foto. E per finire lo promuove caporale.
Anche Walter Baggio, puntatore del pezzo di Pirlone, “centrò” e fermò un eguale se non superiore numero di carri, venne proposto per la MAVM, Pirlone per la MOVM alla memoria, ma per Baggio, ferito gravemente, la pratica di concessione della medaglia si perse nei meandri del Ministero… “E la pratica non si può riprendere, sono scaduti i termini per la presentazione…”


25 Tutt’altra “musica” per i germanici, ecco nella foto un semplice Hauptmann, un capitano, fatti schierare gli uomini, li decora, semplicemente, senza tante “storie” o formalità, sono in camicia, con le maniche tirate su, senza “bardature” e senza attendere chi sa chi, poi di nuovo in linea. Ogni grosso reparto aveva a disposizione un certo numero di decorazioni, le Croci di Ferro di I^ e II^ classe, bastava un atto ed una firma e…senza Ministero, Corte dei Conti e registrazioni… E finita la guerra non si sono più date decorazioni, mentre ancora oggi, in Italia, passati settanta anni…si continua.


26 Ecco la concessione della Croce di Ferro di I^ Classe a Sergio Bresciani, artigliere del 3° Rgt. Articelere,volontario, caduto a soli 17 anni, MOVM alla memoria. Firmato dal Feldmaresciallo Rommel…”in nome del Fuhrer e Comandante Superiore delle Forze Armate…”


27 A proposito di organizzazione…La scritta sembra quella del cinema…
ma una didascalia sul retro della foto indica un teutonico…casino!


28 Lussi dell’Afrika Korps: …………..la doccia nel deserto… e non era il solo. All’inizio mentre gli italiani avevano la solita “buca” loro avevano le tende . Con illuminazione elettrica, sedie e tavolini, perfino brande rialzate…


29 E per giunta …il dentista con un trapano… a pedale da …prima linea, oltre ad un servizio logistico di prim’ordine, come quello sanitario. Prima di raggiungere la prima linea un periodo di acclimatamento appena sbarcati la prima partita di acqua, portata dalla Germania, era acqua minerale in bottiglie!


30 Una leggenda tedesca, il cannone da 88 mm, originariamente progettato per il tiro contraereo, poi, con la sua alta velocità iniziale, un cacciatore di carri insuperabile, preciso e distruttivo.
Ecco il lungo proietto che sta per essere caricato. Unico neo dell’88 era l’altezza sul terreno, superava abbondantemente i 2 metri, perciò visibilissimo se non interrato in una buca ..


31 Ecco l’88 in azione, nella buca, basso sul terreno, forse il fumo nero del fondo è quello delle sue vittime corazzate, in primo piano le cassette dei colpi, semplici ed efficienti, ed i lunghi bossoli


TERZA PUNTATA


El Adem 22 luglio ’42, mercoledì


Ha ricominciato a soffiare il vento, la partenza viene ancora rinviata, i camion dell’Ariete sono rientrati alle loro basi.
Novità dagli altri reparti, il terzo battaglione rimane in Italia, gli altri, dopo aver raggiunto Atene, stanno arrivando in Africa.
Con la prima batteria è arrivato anche un …maiale.
Povera bestia, soffrirà il caldo e la sete, e la fame!
Gli faranno la festa prima di andare in prima linea.
Molti partono ad ispezionare la zona, non si sa mai, qualcosa sarà rimasto per noi ultimi arrivati!
Vorrei scrivere a casa, ma non conosciamo ancora il numero di posta militare.
Dicono che la Divisione prende il nome di “Cacciatori d’Africa”.
Avieri ed ufficiali della base hanno oltre vestiario inglese, anche degli strani occhiali, dicono che servono a proteggersi dalla sabbia, sono preda inglese.
Senza casco, pesante e scomodo, senza bustina, a testa nuda, non si sta male.
La giornata passa tra chiacchiere e pulizia alle armi.
Solito rancio, un litro di acqua salmastra.
A domani la partenza, si andrà fino a Fuka in aereo, poi in camion fino alla base di El Daba.

El Adem\ Fuka|El Daba, 23 luglio ’42, giovedì


Tutto è pronto per la partenza.
Gli aerei sono in fase di decollo, rombano i motori, per gruppi raggiungiamo gli aerei assegnati.
Sono i validissimi S79.
L’equipaggio è formato da quattro uomini, oggi sono solamente due, come ormai …di norma staremo alle armi di bordo.
Entriamo in venti nell’aereo, nessuna scorta di caccia.
Speriamo in una scorta sicurissima: la dea fortuna.
Si parte, dentro al pancione si soffoca.
Si vola molti bassi, non andiamo oltre i duecento metri.
E’ un volo piacevole, lasciamo a sinistra la rada di Tobruch, sempre a sinistra vediamo cinte di difesa in muratura, un gran fossato, cataste di materiale, lungo la strada sottostante colonne di camion.
E’ un paesaggio dannato, infernale, non una casa, non una pianta, nulla di vivo.
Alla destra si eleva un costone, sotto una pista bianca, su cui si vedono camion diretti verso sud.
L’aviere ci spiega gridando:” E’ la pista per Bir el Gobi”.
C’è poco da mimetizzare, il polverone dei camion è visibile da lontano, non è difficile ai caccia nemici intercettarli e distruggerli.
Più avanti ancora una pista, è per Giarabub.
In poco più di mezzora siamo sul vecchio confine.
Un fortino sventrato, dove si legge ancora la scritta, “Capuzzo”
A sinistra il mare, è il golfo di Sollum, poche case, terra egiziana.
Il volo continua, sempre a quota di sicurezza.
Il movimento lungo le piste è sempre più intenso.
Si avvicinano le basi logistiche.
A sinistra lasciamo Sidi el Barrani e Marsa Matruh.
Ci siamo.
Vediamo lunghe colonne di camion, accampamenti, tende con le croci rosse, sono ospedali.
Siamo sulla verticale di una strada, ai due lati sparsi qua e là ci sono numerosi aerei, tedeschi verso il mare, Stukas, Messerschmitt, italiani quelli verso l’interno.
Molti aerei sono dentro grandi piazzole.
E’ la base del IV° Stormo Caccia.
Siamo arrivati, grazie dea Fortuna!
Atterrati, scendiamo subito dagli aerei e ci allontaniamo di corsa verso la strada, dove si attendono dei camion.
Si parte per El Daba, sono cinquanta chilometri che percorriamo parte su strada, parte su una pista parallela, che serve ad alleggerire il traffico.
Le colonne sono decisamente numerose e frettolose, la caccia nemica arriva dal mare a pelo d’acqua.
Ci dicono che non passa notte senza bombardamento.
Lungo la strada compaiono cartelli indicatori italiani e tedeschi.
Sono per la maggior parte infissi in bidoni pieni di pietrisco e terra, indicano i vari comandi, su uno stesso palo ci sono più cartelli, orientati differentemente.
Sono nomi di leggenda: X C.d.A., 8° Bersaglieri, Divisione Trieste, 15^ Panzer, Div. Ariete, Div. Trento, 91^ Panzer.

Siamo arrivati a El Daba.
Ci sono baraccamenti, attendamenti, cataste di casse, camion in ordine sparso, soldati che circolano solo in pantaloncini corti e camicia.
Ci vengono incontro i nostri giunti qui da qualche giorno.
I battaglioni stanno anche loro arrivando, questione di pochi giorni.
Ci sistemiamo nella zona.
I maiali portati dalla I^ Btr. sono legati vicino alla baracca comando.
Il sten Luzi, già della II^ Btr, rimarrà per ora alla base per motivi di salute, il sten. Massoni, della II^ pure lui, è rimasto in Italia per le consegne.
Il mare è vicino, domandiamo di andare a fare un bagno: non è permesso.
Nel pomeriggio alcuni di noi gironzolando, trovano un camion inglese incustodito.
Non una guardia: da noi si mette la sentinella anche per un mucchio di paglia!
Si aprono gli sportelli, dentro ci sono sacchi di zucchero, un mitra inglese, attrezzi meccanici, una pala, un piccone, e tante altre cose utili a noi…nullatenenti.
In quattro e quattro otto lo zucchero sparisce, il resto a disposizione della batteria.
E’ sera ormai.
Arriva un ufficiale tedesco, vede il camion e…comincia ad urlare …alles Kaputt!
Il sten. Carnevale, con calma anglosassone, interviene e promette di… fare le dovute indagini. Bianchini gli spiega subito come è andata e dove è finita la roba.
Carnevale, con la massima calma, ritorna dal tedesco:” I miei soldati hanno trovato quest’arma e gliela consegno, del resto non ne sappiamo niente, arrivederci camerata”.

Oggi finalmente, dopo tre giorni, facciamo un pasto quasi normale.
Al tramonto, numerosi camion carichi di truppa si avviano verso la prima linea.
Passa una colonna di fanteria tedesca, un gruppo di artiglieria interamente autoportato. Passano anche due camion con bersaglieri, al traino i pezzi anticarro.
I “residenti”, sapendoci arrivati da poco dall’Italia, vengono da noi in cerca di paesani, di conoscenti, chiedono notizie dell’Italia, molti sono da mesi in Africa, qualcuno già da prima della guerra.
Pirlone chiede notizie di vecchie conoscenze.
In Libia prima della guerra aveva fatto parte del primo reparto di paracadutisti libici, comandato dal Magg. Tonini, fu fatto prigioniero durante la prima ritirata, ma fu liberato poco dopo.
Dario è un sottufficiale energico, ben preparato, deciso, vede la disciplina sotto un profilo particolare, non accettato da certi ufficiali da…caserma.
Pronto all’obbedienza, ma anche pronto a far osservare al superiore l’ordine errato, è un sottufficiale tagliato per i reparti speciali, dove il superiore deve essere veramente superiore, dove l’esempio deve precedere l’ordine.
“I tedeschi hanno tanti liquori, frutto della presa di Tobruch”, così ci dissero gli uomini della base.
Qui ci sono anche i tedeschi ….e si pensa come dividere con i camerati qualche bottiglia. Jop piomba tra loro, un saluto, una stretta di mano, una sigaretta.
Cominciano ad intendersi, a ridere, a scherzare.
Sono austriaci, allegri…”…friulano, molta grappa, buona…”, “…io niente grappa… voi avere whisky, bere assieme, cantare…” risponde Jop.
Arrivano le bottiglie, beviamo assieme a loro, si fanno sotto Querin, Bezzo, Missiora e tutti quelli presenti.
Si vuotano presto altre bottiglie, si canta …”….tu camerata porta ancora whisky…”
Il sole è tramontato, si comincia a stare bene.
Sono con Jop, Gentili, Missiora e Querin, abbiamo preso le copertine da campo ed andiamo verso una grossa buca per distenderci.
Passano i tre austriaci di prima, ancora alticci, vogliono cantare!
Li accontentiamo, ma ci facciamo promettere di portarci domani qualche altra bottiglia: “Ja kameraden”.
Arriva la notte ed il sonno.
Sono le ventidue quando c’è un allarme, aerei in vista.
Da levante arriva un sordo brontolio.
I tre tedeschi che sono vicini scattano in piedi e scappano via di corsa gridando “Tomy”, trascinandosi con loro le coperte.
Rimaniamo allibiti nel vederli scappare a quel modo.
Perché?
Si, arrivano gli inglesi, ci sarà un bombardamento, forse, ma non siamo sicuri qui?
Anche quelli dei baraccamenti corrono via.
Gli aerei sono sulla nostra verticale, luminaria, bengala, rimaniamo nelle buche in attesa …delle bombe. La zona è illuminata a giorno.
Primi sganci, primi scoppi, che poi si infittiscono.
Si vedono le vampate, concentrate, qualche scoppio è isolato, nei pressi dei magazzini, lungo la strada.
Rispondono le mitragliere da venti ed i pezzi da novanta.
Gli aerei volano sicuri, alti, non temono la contraerea, se ne vanno.
Ritorna il buio, il silenzio.
Qualcosa sta bruciando, carburanti?
Ritornano gli austriaci.
“Perché siete scappati?” domandiamo con curiosità.
“Gli inglesi non scendono di quota per colpire un bersaglio, hanno bombe da buttare via loro, non sono come la Luftwaffe, noi andiamo sul bersaglio”.
Jop di rimando:”I nostri 79 sfiorano il bersaglio allo sgancio”.
“I Tommy per colpire un camion sulla strada sono capaci di sganciare tutto il carico di un aereo, la loro caccia è capace di mitragliare un portaordini in pieno deserto, passando decine di volta sopra quel disgraziato, ma se il soldato risponde anche con il fucile il pilota inglese taglia la corda”.
L’amico austriaco, che parla un po’di italiano, ha ragione, ma resta in noi lo sgomento e la meraviglia per quella fuga notturna del guerriero tedesco.




32 Un S79, il “gobbo maledetto”, in volo sul porto di Tripoli



33 Ecco le rovine della ridotta “Capuzzo”


34 La strada per Marsa Matruk, sullo sfondo.


35 Un famoso cartello, scampato alla guerra, ora si trova al museo del sacrario di Q.33.




36 Predicano bene…razzolano male.
Tedeschi all’assalto di un mezzo inglese trasformato in un…deposito di materiale da utilizzare.



37 Il magg. Goffredo Tonini, MOVM, comandante del I° Battaglione Paracadutisti Libici
in una foto apparsa sul settimanale “Tempo” del 1941, in quello che fu il primo articolo
giornalistico che parlava dei paracadutisti militari italiani



38 Il Serg. magg. Dario Pirlone, cl. 1914, da Sampierdarena, Genova, MOVM alla memoria,morto suicida a El Munassib il 24 ottobre, dopo essere stato gravemente ferito.
Con i suoi uomini ed il suo 47/32 fermò nove carri, ma probabilmente furono almeno dodici,
come da più testimonianze dei pochi superstiti.



39 Eco la fascia che era applicata sulle maniche delle giacche
degli uomini dell’Afrika Korps


 
 
 
 
 
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DOCUMENTI INEDITI DEL GENERALE ARTIGLIERE PARACADUTISTA CARLO MASSONI
Giovedì, 21 Luglio 2011



Parma- Sono giunti al SIGGMI e al PROGETTO EL ALAMEIN preziosi documenti che ci ha spedito il dr Massimo Massoni, figlio del Generale artigliere paracadutista Carlo. Massimo Massoni si è anche iscritto al SIGGMI e ha donato il controvalore di un cippo che sarà posizionato in prossimità della postazione che occupava. Tra i documenti c'è anche un dettagliato schizzo che ci consentirà di individuarla.

Nella lettera con la quale ci ha inviato i preziosi documenti ci conferma che è stata pubblicata su WIKIPEDIA la pagina che parla della storia del Padre.


ATTENZIONE: IN CASO DI PUBBLICAZIONE E' RICHIESTA LA APPOSIZIONE DELLA FRASE "CORTESIA WWW.CONGEDATIFOLGORE.COM".


lettera dalla prigionia 1942




la busta della missiva spedita in prigionia



Carlo Massoni motivazione Medaglia d'Argento Valor Militare 1955



La Relazione sugli ultimi giorni di Battaglia prima della cattura




la mappa del caposaldo ROSALIA




LA PAGINA DI WIKIPEDIA

 
 
 
 
 
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"ULTIMO COLPO"
Giovedì, 7 Luglio 2011



SAVONA -Il 13 giugno “Ultimo Colpo” al secolo Bruno De Camillis ha raggiunto quell’angolo di cielo riservato ai martiri e agli eroi.

UNA VITA AVVENTUROSA E SCHIVA
Bruno De Camillis nasce in Eritrea nel 1919 dove il padre era governatore ad Asmara,rientrato ancora fanciullo in Italia si arruola nella nascente Divisione Folgore con il grado di tenente paracadutista, controcarrista, inquadrato nel 186°rgt in seguito operativo sulla linea ad El Alamein.

PERCHE' FU CHIAMATO ULTIMO COLPO
Il soprannome appena citato se lo guadagnò durante l’operazione di ripiegamento dalla linea di El Alamein,caduto il comandante della sua compagnia ne assunse il comando e con la caparbia ostinazione che fu di tutta l’eroica Divisione trascinò, lui insieme ai suoi sottoposti, il pezzo anticarro e 3 granate con le quali ormai solo,essendo i serventi nel frattempo caduti, la mattina del 6 novembre, circondato dalle soverchianti forze nemiche sparò questi ultimi colpi centrando un Breen-Carrier. Furono gli ultimi colpi della Divisione Folgore. Per questa azione dove dimostrò una grande volontà combattiva ed un ‘elevato spirito di sacrificio si guadagnò la seconda medaglia d’argento al valore militare.

Personaggio schivo e poco propenso a rimembrare il passato ( i paracadutisti savonesi non sapevano di avere un concittadino di simile statura) nella vita civile era un’ingegnere e anche nella sua professione si è fatto onore. Infatti dopo gli anni di prigionia progetta il porto nelle acque profonde di Mogadiscio e ancora il porto atlantico di Mohammedia in Marocco, dove per quest’ultimo lavoro viene insignito dell’onorificienza Officier de l’Ordre Wissan Alaoulite del Marocco rilasciata personalmete da Re Hassan, il quale attesta “ per l’impeccabile realizzazione” del porto di Mohammedia.

In seguito,sempre per questo lavoro viene onorato nel 1986 del Premio Grande Fiera di Milano perché la progettazione del Porto di Mohammedia rappresenta un’esemplare episodio di realizzazione all’estero di una grande opera italiana.
"CAPIVA" CHI SAREBBE MORTO L'INDOMANI
Un’articolo di Marzio Breda sul Corriere della Sera datato 1°marzo 2002 riporta un’intervista a lui: “che faccia ha un soldato che va a cercare la bella morte? E’ vero che ha una strana luce dentro per cui si intuisce ciò che gli capiterà? Quelli che non ce l’avrebbero fatta li vedevi la sera prima: gli diventava il naso sottile e le orecchie di carta velina,trasparenti, diventavano agitati,febbrili…ma per quanto incredibile senza paura.
Io l’Ultimo Colpo della Folgore di El Alamein ho sempre impresso il volto dei miei compagni la sera prima che cadessero”.
Bruno De Camillis, sono certo che in quell’ angolo di cielo ora li avrai ritrovati.

 
 
 
 
 
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APRILE 1943: LA FOLGORE SI IMMOLA ANCHE A TAKRUNA- TUNISIA
Sabato, 23 Aprile 2011




PARMA-Una strana coincidenza vuole che il mese di Aprile abbia significatri assai profondi che riguardano una vittoria della Folgore.

Nell'aprile del 1943, infatti,ciò che rimaneva della Folgore, dopo un ripiegamento durato mesi per centinaia di chilometri, si immolava anche in Tunisia ( leggete la storia a cura del Leone di El Alamein Gino Compagnoni su www.paracadutistibrescia.com)


Ecco perchè ogni anno, vogliamo onorare la memoria dei "vinti", ovvero quelli che nessuno ricorda mai nelle manifestazioni, che simbolicamente rappresentano anche coloro che in Patria seguirono la propria coscienza rimanendo al Nord.

Dopo El Alamein c'è infatti un altro capitolo, doloroso e onorevole per i Paracadutisti italiani: la battaglia, in Tunisia, per la conquista di una collina ed un paese dominante, chiamato Takrouna. Pagina quasi insignificante, nel libro della Soria della 2a guerra, se non fosse per l'ardimento dei Nostri Folgorini


Molti di Voi conoscono il volto del Tenente artigliere paracadutista Giampaolo, che ha comandato quegli ultimi eroi: è diventato involontariamente famoso per essere apparso su alcune foto d'epoca mentre dà il fuoco ai serventi paracadutisti di un pezzo di artiglieria e per quelle dove sorride al fotografo di guerra con il suo volto duro ma sereno.

foto sotto: paracadutisti Folgore sul Fronte tunisini. cortesia ANPDI Saronno


Gli stessi volti sereni, duri e sorridenti che troviamo in tutte le altre immagini dei giorni di Tunisia e, dopo ,di Takrouna.

Eppure ognuno di loro era reduce da una ritirata di 2000 kilometri, senza cibo e munizioni sufficienti.

Nomi che conosciamo per averne incontrato a volte i figli, in associazione o alla Folgore : il Sergente Gado, padre di chi ora custodisce ora il Museo a Pisa, il ten Andreolli, il cap Lombardini, il ten Artusi e tanti altri.
Poche centinaia di uomini che si trovarono in Tunisia, dopo El Alamein, ed onorarono la propria fama di Soldati Paracadutisti.
Fu un massacro, ovviamente. Uno contro venti anche in questo caso. Mentre in Italia i vincitori balleranno in Piazza per un altro Aprile, c'è chi a celebrare, negli stessi giorni, una vittoria dentro la sconfitta.






 
 
 
 
 
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LA STORIA DELLA FOLGORE DAL 1967 AD OGGI - OMAGGIO DEL NOSTRO SITO
Venerdì, 25 Febbraio 2011


la copertina del libro presentato il 2 luglio a Livorno



LIVORNO- Nel 2008 abbiamo stampato e presentato il libro "LA NOSTRA STORIA",un prezioso documento curato da tre generali, protagonisti ora in congedo della della Brigata Folgore: i generali Orrù Giostra e Milani.L'opera è stata patrocinata dalla brigata Folgore e sponsorizzata anche dal nostro sito, oltre che da famose aziende nazionali, ed è stata presentata ieri, prima della Santa Messa.

Si tratta della seconda parte - la prima, nel 2005 arrivava fino al 1962- che dal 1963 fino ai giorni nostri raccoglie foto, documenti ed episodi, molti dei quali inediti, che aiutano a capire come la grande unità ha operato in questi anni.

Nel libro sono presenti interessanti descrizioni di presupposti e fatti addestrativi e operativi, corredati da documenti originali,che spiegano quali fossero le strategie di impiego dagli anni '60 fino ad oggi.


Dall'utilizzo di aviotruppe in massa, sino alla controinterdizione, passando per imponenti esercitazioni anche internazionali e le numerose missioni: un lungo, costante ed intenso addestramento che negli anni si è evoluto e ha forgiato Ufficiali, sottufficiali e paracadutisti volontari, fino a farli diventare la Brigata più efficiente e coesa dell'Esercito.




Prima della messa solenne delle ore 11 in suffragio dei caduti del Check Point Pasta e della Missione in Somalia del 1992 , officiata dal Vescovo di Livorno, gli ospiti sono stati ricevuti dal Comandante Fioravanti al Circolo Ufficiali, dove i tre relatori hanno illustrato il libro che diventerà un prezioso omaggio che la Brigata riserverà ai suoi ospiti di riguardo e che non sarà messa in commercio, per salvaguardarne l'immagine.

Due anni di lavoro intenso che sarà molto apprezzato dai paracadutisti.



COPERTINA

INDICE
PREFAZIONE

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

PARTE TERZA



Il libro è stato stampato dall'azienda di un paracadutista in congedo, imprenditore nel settore tipografico: MATTEONI STAMPATORE - LUCCA, che ha prodotto il libro senza fini di lucro, ma solo per la copertura dei costi vivi, esclusa la sua opera grafica, che è stata offerta gratuitamente.



 
 
 
 
 
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LE POESIE DEI PARACADUTISTI
Mercoledì, 23 Febbraio 2011


PARMA- Il Leone artigliere paracadutista Gaetano Pinna, reduce anche dal POW 305, prima di morire mi fece avere un fascicolo che Lui aveva chiamato: Le due P: Paracadutismo e Poesia. Si tratta di una raccolta di componimenti poetici di autori vari - in prevalenza paracadutisti- molti dei quali parlano di El Alamein e di altri episodi di guerra,fino ad arrivare alla tragedia della Meloria.
Si tratta per la maggioranza di fogli battuti con vecchie macchine da scrivere, se non addirittura scritti a mano.
Li raccolse così come gli venivano consegnati dai suoi camerati e mi consegnò il voluminoso plico. Un regalo prezioso. Gli promisi che avrei digitato e pubblicato tutto.-
Ora è giunto il momento.
Il primo passo è stato quello di trasferire su supporto elettronico l'intera raccolta di 112 pagine, e presto la daremo ale stampe.
Ecco un piccolo assaggio:



GAETANO PINNA
ANTOLOGIA
2 P
PARACADUTISMO E POESIA.



Raccolta di poesie di autori vari tutti paracadutisti tutti un po’ pazzi, un po’ poeti tutti eterni RAGAZZI

Né esaltati , né mercenari, ma cittadini - soldati sempre e solo per l’Italia!

PRESENTAZIONE.


Chi non conosce la favola della cicala e la formica? La formica accumula provviste per sopravvivere durante l’inverno. L’uomo, durante l’età lavorativa , deve fare come la formica.
Non solo per il fabbisogno materiale di sopravvivenza,
ma deve anche pianificare il domani, quando non avrà più l’assillo della sveglia, dell’orario del treno,del filobus, per raggiungere il posto di lavoro. Ad un certo momento tutto ciò crolla: quiescenza ! Ci si domanda: ed ora cosa faccio? Guai a chi non ha una risposta valida: rotola nella vecchiaia, rotola verso la tomba. Si, come la cicala che non ha pensato al dopo.
Ho il vizio di conservare “tutto”. oggi quel “tutto” mi serve. Dai vecchi giornali, incantinati , rilegati per annata, polverosi, ho sciolto i nodi dei cordini e riscopro il passato. Quanti ricordi, quanta storia, dai nomi sorgono le figure di Soldati, amici scomparsi, località che si animano di spettri.
Leggo, rileggo; è un lungo esame retrospettivo. Scelgo le poesie tra gli scritti. Pensai: e se le riscrivessi, se Le raccogliessi in una ..antologia?
Detto e fatto, così è nato questo volumetto che ho chiamato “ 2 P”, con sottotitolo “ Paracadutismo e poesia”. Queste poesie così raccolte rimangono. Altrimenti, forse, sarebbero state dimenticate e non meritano la dimenticanza. Nei vari compoinimenti c’è il lirismo del soldato paracadutista, c’è l’essenza del soldato paracadutista, c’è il romanticismo del soldato.
Paracadutista, perché nei ranghi ci sono stati, ci sono e saranno i sentimentali , che nel paracadutismo sublimano il dovere verso la patria, perché nei loro cuori pulsano amore e ardimento.
Questo è il paracadutista che ha scritto la storia con il Sangue, cos’ì era il “ragazzo della Folgore”, così sono i ragazzi di oggi.
Ai giovani una lettura non farà mai male; la poesia è più incisiva di una prosa, è lirica, è musicalità empirea.
Così erano i padri dei giovani di oggi, così erano quando avevano vent’anni, quando seppero essere protagonisti, quando scrissero la storia con il loro sangue, con i loro sacrifici. Erano un po’ pazzi, un po’ poeti, ma il fior fiore degli Italiani.

Gaetano Pinna
185° Regg. Art. Par.
28 batteria
P.O.W 346966
Campo 305/33




I FIORI DEL MARE PER CHI NEL MARE CADDE

Il sole era chiaro
ma l’aria sapeva d’amaro .
Non un filo di vento
se non quello provocato dalle
eliche .
Un cielo vuoto
e la terra lontana .
I loro occhi un po’ assonnati
guardavano il mare senza timore
nell’oblio del lancio .
Non sapevano che la ossuta
nemica era in agguato
e stava per inserirsi
tra corpo e anima .
All’improvviso , vinse , senza pugna ,
fu un attimo .
Le loro vene pulsanti ,
ancor piene , non credevano ,
ma così volle .
Un tonfo , e un crisantemo bianco
si formo sull’acqua .
Cielo , mare cielo
morte e resurrezione all’istante .
Meloria ! Meloria !
Li cadde il muro della vita
ma la padrona del buio
perse la grandezza del suo mistero .
Il silenzio dei morti scese
con la tristezza dell’ultimo saluto .


Fabio Avoni



L’ISTRUTTORE


Entra
me pare er toro ne l’arena
l’occhi furminanti ,
la voce tonante ,
te sbatte sull’attenti in un istante .
E’ lui no ? E’ Forgetta .
Mamma mia bella come core :
E’ na saetta -
“Uno’ due’ , uno’ due’ “
a li mortè
te sbatte pe’ tera ,
te slonga le cianche , er collo ,
la capoccia ,
t’arintorce , t’accorcia
te spezza le ginocchia ,
te sconocchia -
poi urla co l’occhi inferociti :
“ Beh ! Ce semo capiti ? “
nun famo manco l’ars murmurandi
che t’tariva er sor morandi .” Indove vai , se la capriola nun la fai ?
Te rompi la capoccia , nun lo sai ?
Er mento va sur petto ,
li gomiti a li fianchi ,
fijo benedetto “ .
Poi carmo , tranquillo ,
piano piano ,
la lista in de la mano
comincia a interrogà -
M’agito , me sforza d’aricordà -
Ma lui , co l’occhietti furbi , fa :
“ Mi dica … Silenzio !
Questo è un macello ,
fijetto bello - D’accordo !
“ Eppure ve l’ho detto cento vorte : m’aricordo !
Ah ! Nun studiate ?
Beh, allora trenta pompate “.
Ma se gratti quella scorza
che sembra dura in superfice ,
sotto sotto scopri na vernice
che assomija tanto a l’oro giallo
come de Marc’ Aurelio fa er cavallo
perché tutt’e due , senza boria ,
lavorano cor core e solo pe la gloria .

L'allievo Ellebi





 
 
 
 
 
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25 DICEMBRE 1944: DUE LEONI DELLA FOLGORE TENTANO LA FUGA DAL CAMPO INGLESE PER NON COOPERATORI
Giovedì, 23 Dicembre 2010

l'Artigliere paracadutista di El Alamein Gaetano Pinna, a Tarquinia

PARMA- Riceviamo dal Figlio Maurizio, un racconto tratto dai
Dai diari dell'artigliere Paracadutista, Leone di El Alamein, Gaetano Pinna scomparso il 24 Dicembre 2005. Pubblicandolo oggi, rendiamo omaggio all'indimenticato "Tano" e al rimpianto Glauco Vigentini, regalando ai lettori un prezioso documento.


25 dicembre 1944
Villaggio Luigi di Savoia


E’…festa.
La cucina del campo ha preparato qualcosa di più, noi poi abbiamo completato con le nostre…riserve, frutta sciroppata, cioccolato, qualche bottiglia di vino.
Grammofono e dischi hanno chiuso la festa. E’ il terzo Natale africano, il terzo tra i reticolati. Da quando siamo partiti da Barce, otto maggio, non ho ricevuto una cartolina da casa, non ho scritto una cartolina a casa. Sono passati 8 mesi! Se non si riceve la posta dicono che sono i tedeschi che non la spediscono, ma …è colpa dei tedeschi se gli inglesi non ci danno il necessario per scrivere?
Sbaglierò, ma credo che faccia parte di un piano e di una tattica ben precisa: non scrivere, non ricevere posta possono essere determinanti per un prigioniero posto davanti all’alternativa della cooperazione. Questa mancanza di notizie è la faccia più triste di questo Natale.

Altra notizia che mi farà ricordare questo Natale è la tentata fuga di Glauco e Roberto De Jure.

Il 24 sera, tardi, ad un certo momento qualcuno del gruppo cerca Glauco. Si gira, si chiede, Glauco è introvabile. E’ stato visto girare con De Jure ed ora non si trova neanche lui. Glauco parlava spesso della possibilità di fuggire. Era convinto che da Bengasi sarebbe stato facile scappare. Partivano giornalmente aerei dal campo d’aviazione per l’Italia e da porto partivano navi sempre per l’Italia. Sarebbe bastato introdursi in qualche modo e viaggiare come clandestini. Giunti a Napoli o altrove bastava scendere a terra e…sparire, un gioco con il casino che ci sarà in Italia ora!
Glauco è stato sempre un po’ facilone, si fida sempre …della fortuna. Canta sempre una nota canzone triestina:”…che la vada ben, che la vada mal, sempre allegria e mai passion, viva la e poi bon!...” Pensiamo: “…se sono fuggiti avranno lasciato un biglietto!”. Cerchiamo tra la roba di Glauco, tra la roba di De Jure…niente.

Andiamo nella mia cameretta per decidere il da farsi senza far trapelare nulla al i fuori del gruppo. Per caso muovo la copertina e trovo un biglietto. E’ di Glauco, c’è scritto:” Caro Tano, ho deciso di scappare assieme a de Jure. Andiamo a BenGasi dove prenderemo un aereo, pOi la fortuna ci aiuterà. Domani forse sarò a casa, andrò a casa tua e da Ario. Non dir niente a nessuno.
Buon Natale a tutti. Glauco” Ci guardiamo in faccia allibiti.
Venturi dice subito di distruggere il biglietto e di ritornare in mezzo agli altri. Domani forse ne parleremo. Così passiamo in piedi tutta la nottata di Natale. Non sono ancora le sei del 25 dicembre quando mi svegliano dei colpi secchi, qualcuno bussa alla mia…finestra.
Apro: è Glauco!

Mi passa un pacco e poi entra dalla finestrella, seguito da de Jure. Sono sorridenti ma, ad osservarli bene, hanno gli occhi stanchi.
Appena entrati vorrei investirli di domande ma mi viene solo:” Come state? Come è andata? All’infuori del nostro gruppo nessuno sa niente.” “Bene – risponde Glauco – nessuno dovrà sapere della fuga, questo pacco te lo manda Quadrio, è un dolce, questi sono fazzoletti e te li manda Agnul Pascoli” Si mettono a sedere sulla branda, sono stanchi. “Vuoi sapere come è andata? – riprende Glauco – Bene, poteva finire peggio, potevamo essere sopra la Sicilia o in fondo al mare. Avevamo pensato di arrivare al campo d’aviazione di Bengasi, data la notte di vigilia di Natale speravamo in una sbornia generale degli inglesi, forse le sentinelle al campo erano assenti…e se c’erano saranno state sbronze.

Io pensavo di mettermi al posto di pilotaggio e de Jure doveva subito darsi da fare con la radio di bordo. Tutte le volte che andavo a Bengasi studiavo la strada, passando vicino al campo sapevo tutte le postazioni di guardia, anche le posizioni solite di parcheggio degli aerei lungo le piste. Avevo pensato ad un bimotore, avevo escluso i caccia. Mi ero procurato le taniche di benzina per arrivare a Bengasi, avevo preparato la macchina, studiato l’orario.
Pegola! A Bengasi il campo era allagato e gli aerei non c’erano!
Prima di arrivare a Bengasi abbiamo fatto un incontro pericoloso, avevamo appena passato Tocra quando abbiamo notato sulla strada due inglesi, dai gesti si capiva che chiedevano un passaggio. Erano ufficiali. Mi fermano e chiedono di dargli un passaggio per Bengasi.


Ecco Glauco nell’ottobre 2006, presso il Museo dei Paracadutisti
Ottantacinquenne sempre con il suo sorriso guascone ed occhi celesti,
182 cm di altezza e…se passa una bella ragazza…si gira sempre.
Un eterno “mulo”, anche nel …suo necrologio che dettò al nipote
prima della scomparsa, il 22 luglio 2007.


Aeroporto di Bengasi, bimotori Baltimore parcheggiati, foto di dicembre ’43,
forse, proprio quelli “adocchiati “ da Glauco per la sua fuga.


Per fortuna avevamo vestiti in modo che potevamo passare per inglesi, pantaloncini e camicia cachi! Io parlavo fingendomi brillo, così nascondevo il mio limitato inglese, mentre de Jure fingeva di dormire. Quando sono scesi mi hanno ringraziato ed abbracciato…erano più carichi loro di vino che una botte!
Vista la impossibilità di scappare abbiamo ripreso la strada del ritorno.
Nel piano di fuga non avevo lontanamente previsto il ritorno al campo, così appena passato il villaggio Oberdan ci siamo trovati senza benzina. Sapevo che al villaggio D’Annunzio, poco distante, c’era un campo di prigionieri. Così sono arrivato a piedi al campo.
Alle guardie nere che mi hanno fermato ho spiegato l’accaduto… a modo mio! Mi hanno lasciato passare, Ci hanno dato la benzina, abbiamo mangiato e bevuto con loro, poi Quadrio mi ha dato il dolce, Pascoli i fazzoletti. Poi siamo partiti. Ripeto, è andata male, ma poteva finire peggio!” Piccolo particolare, Glauco non ha mai pilotato un aereo, ha solo una grande passione e messo insieme un po’ di articoli e libri di aviazione…! Con lui è proprio:”…che la vadi ben, che la vada mal, sempre allegria e mai passion, viva la e poi bon!...” Metto il dolce, una magnifica torta, sotto la branda in attesa del pranzo di domani, nel pacchetto di Pascoli ci sono 12 fazzoletti ed un bigliettino:” Caro Pinna, ti mando questi fazzoletti, non sapevo cosa mandarti, spero che ti saranno utili. Auguri di buon Natale a te e a tutti gli amici. Angelo Pascoli”



 
 
 
 
 
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UNO SPLENDIDO DOCUMENTARIO SULLA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN
Domenica, 19 Dicembre 2010


PARMA- Il paracadutista Francesco Saoner, corrispondente del nostro giornale per l'alto veneto, ha partecipato alla III Missione "Munassib" del Progetto El Alamein e ha prodotto un bellissimo filmato in due tempi che inquadra la Battaglia (primo tempo) e descrive la Missione nel secondo ( IN ARRIVO )



MISSIONE A EL ALAMEIN - PRIMO TEMPO- LA BATTAGLIA

 
 
 
 
 
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LA BATTAGLIA VIRTUALE DI EL ALAMEIN
Lunedì, 6 Dicembre 2010


PARMA- Grazie al mensile FOCUS è disponibile un aversione virtuale della Battaglia di El Alamein, che rende l'idea delle forze in campo e della vastità del combattimento:

GUARDATELA



 
 
 
 
 
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DOCUMENTI
Venerdì, 26 Novembre 2010



PARMA- Gino Compagnoni, Leone di El Alamein, ci ha mandato un documento della Sua gioventù, quando a 17 anni era capo fanfara. La foto lo ritrae ad una adunata della Gioventù Fascista.

Il documento è datato 28 Novembre 1939, XVIII dell' Era Fascista, ed è uno spaccato storico di quel tempo.


PAGINA UNO

PAGINA DUE

 
 
 
 
 
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LA RITIRATA di Emilio Camozzi
Martedì, 23 Novembre 2010


PARMA- Il Leone Emilio Camozzi, a pochi giorni dal novantesimo compleanno che cade il 4 di Dicembre, ci ha anticipato facendoci Lui un regalo. Anticonformista e talvolta scontroso, ha chiesto di non fare regali a Lui nè di inaugurare una abitudine che non c'è mai stata. Stiamo ristampando il Suo Libro L'INFERNO O GIU' DI LI che sarà rimesso in vendita entro 10 giorni . Anche stavolta non sappiamo se il vero regalo l'ha fatto Lui a scriverlo.-



R I T I R A T A

Eravamo in fila già da tre ore. La radio del Comando Divisione non dava segni di vita. D’altronde non c’era stato alcun accordo fra i radiotelegrafisti per un’eventuale ripresa dei collegamenti. Il Comandante di Compagnia, capitano Di Lorenzo, era abbotonatissimo, ma penso lo fosse perché non sapeva nemmeno lui che pesci pigliare. Cominciavano a girare le scommesse. Se si andava a sinistra si attaccava, a destra invece ci si ritirava. Erano due giorni che l’artiglieria britannica non si dava da fare. Secondo una nostra ottimistica logica voleva dire che si erano stufati di prendere sberle ed avevano deciso di ritirarsi. Era la maggioranza che la pensava così. Arrivò un motociclista e consegnò un biglietto al Capitano. Dovevamo ritirarci fino alla posizione di agosto. Il messaggio era fin troppo chiaro. Loro stavano vincendo e noi stavamo scappando o, come dicevano i nostri ufficiali per addolcire la pillola, ci stavamo ritirando. Le nostre postazioni erano divenute piccoli cimiteri. I nostri caduti venivano sepolti nella loro buca. Prima per esigenze pratiche, poi per non allontanarli dal reparto. Un cimitero di guerra si era formato nei pressi dell’ospedaletto da campo.
I feriti che non ce la facevano venivano sepolti nel cimitero. Abbandonare questi posti che per noi erano divenuti sacri, ci sembrava ed era un sacrilegio. Tanto più che il “ritiro” avveniva non perché costretti dal nemico, che mai come in quei giorni se ne stava buonino buonino , ma per ragioni strategiche. E i ragazzi marciavano, marciavano, e gli stivaletti da lancio cadevano a pezzi, le camicie servivano da pezze da piedi, l’intercolite regnava incontrastata e formava una dolorosa crosta perché anche la carta era finita, la sete gonfiava la lingua fino a rendere difficile la respirazione. Le mosche, assetate, non si accontentavano delle gocce di sudore, ma preferivano il liquido che usciva dagli occhi e che avrebbe dovuto divenire lagrime. Ma era necessario marciare, marciare, per raggiungere la linea di resistenza dove i nostri guai sarebbero finiti e perché il nemico incombeva, era a pochi passi. Guardavamo con invidia quelli che non potevano quasi più respirare e non avevano il coraggio di bagnarsi le labbra con l’orina, ingoiandone, se necessario, un sorso. Loro erano costretti a darsi prigionieri e fra mezz’ora, avrebbero bevuto. Alla sera del primo giorno i ragazzi che, a costo di morire, avevano cercato, per quanto possibile, di darsi un’aria marziale, cominciarono a barcollare. Non ce la facevano proprio più. Gli inglesi si erano fermati. Linea o non linea, ci fermammo pure noi.

Era un ex accampamento tedesco. Molti indizi ci facevano pensare ad una fuga precipitosa . Infatti c’erano ancora molte tende alzate, della posta scaricata in terra e non distribuita. Molti pacchetti contenenti frutta secca e dolciumi mescolati alla posta furono per noi una manna perché sostituirono il rancio che era assente da due giorni. Le circostanze ci imponevano di considerare i tedeschi da camerati. Avevamo avuto qualche piccolo dubbio quando, nella spartizione dell’ immenso bottino conquistato a Tobruk dove combatterono con valore anche truppe italiane i tedeschi pretesero tutto i materiali rotabili. I più cattivi dissero “ Per scappare meglio”. Voleva essere una battuta senza cattiveria perchè noi all’amicizia ci teniamo, invece finì per essere una verità. Si ritirarono, motorizzati, due giorni prima di noi. E a noi non restò che maledire un’amicizia mal riposta. O era una mossa strategica!?...

Il terzo giorno cominciò alle 24. Il comando si illuse di sfuggire agli inglesi muovendoci di notte. Qui il mugugno è facile e giustificato. Arrivò il solito motociclista. La linea era spostata all’altezza di Fuka .

C’era da domandarsi se era la linea che fuggiva o eravamo noi che la inseguivamo. Fin dai primi passi, ci accorgemmo che non ce l’avremmo fatta. Non sapevamo nemmeno cosa si sarebbe potuto fare. Il capitano ci consigliò di appoggiare la mano sinistra sulla spalla di chi era avanti e dormire. Chi ci aveva preceduto aveva lasciato orme che si supponeva fossero le migliori da seguire per sfuggire alla cattura. Andavano verso ovest, e la decisione ottenne il consenso generale.

Bastava quindi seguirle al che era sufficiente che il primo della fila fosse sveglio. Sotto il profilo politico la situazione volgeva all’anarchia, un’anarchia però all’acqua di rose, poichè il rispetto verso i nostri ufficiali e verso la disciplina militare era sempre lo stesso.

Invidiavamo chi aveva il coraggio di arrendersi e continuavamo a camminare, Comandante in testa, con uno zaino semivuoto a furia di buttar via roba, ma portandoci un mitra pesante ed inutile per mancanza di munizioni ma che almeno ci faceva sembrare soldati e non mendicanti.

Ogni tanto qualcuno cadeva, sveniva o si fermava ma le due file non si rompevano. Serravamo sotto e camminavamo...camminavamo. Ogni tanto da qualche parte si accendeva una scaramuccia. Gli inglesi a piena velocità si avvicinavano con le dannatissime jeeps ,sparavano qualche raffica e poi ,giunti a distanza di tiro, se ne andavano. Lontano sempre i carri armati inglesi controllavano la situazione.
L'artiglieria della Pavia, finite le munizioni, aveva pensato bene di arrendersi.

I nostri quarantasette trentadue, ormai inutilizzabili non solo per mancanza di munizioni, erano trascinati dai ragazzi al limite di ogni resistenza. La mia compagnia, ridotta ad un terzo, si era sistemata sul camioncino della radio.

Tutti in piedi per occupare meno spazio. Il vice comandante di compagnia, che aveva diretto le operazioni, aveva dovuto accontentarsi del predellino.

Il giorno cinque piovve. Il Padreterno, che si era messo una mano sulla coscienza, dopo venti anni di completa siccità, ci elargì con gli interessi,ciò che aveva fino allora risparmiato. Per gente che in cinque mesi aveva preso l'abitudine di succhiare l'angolo di un ex fazzoletto per dissetarsi, quel ben di Dio fece l'effetto di un ottimo spumante. Successe di tutto. Ogni recipiente fu riempito, Qualcuno si spogliò per fare la doccia, qualcun altro si buttò in terra a bocca aperta per non perdere nemmeno una goccia di quell'oro colato. Nessuno della mia compagnia abbandonò il suo posto sulla camionetta nella tema di perderlo. Girammo attorno a una duna alta duna per riprendere la ritirata in direzione ovest e trovammo due soldati tedeschi.

Asserirono di essere carristi e di essere rimasti in panne col loro mezzo per mancanza di benzina. Dichiararono che la nuova linea era poco distante. Loro conoscevano i varchi, le piste sminate e le parole d'ordine ed erano lieti di farci da guida. Consgliavano però di tentare il viaggio di notte per non essere visti dagli inglesi..
Fra due dune c'era un affossamnto. Ci contenne tutti, camionetta compresa.La mattina la fossa era circondata da quattro carri armati inglesi. Troppi anche per una dozzina di paracadutisti italiani. Dei due tedeschi neache l'ombra. Gli ottimisti affermarono che erano andati a cercare rinforzi. Confesso che fu quella l'unica volta nella vita che fui pessimista.

 
 
 
 
 
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IL RACCONTO DI UN PARACADUTISTA "COOPERATORE"
Domenica, 7 Novembre 2010


PARMA- Ammiriamo e stimiamo profondamente i Paracadutisti che non cooperarono con gli inglesi e furono sottoposti al durissimo trattamento dei Fascist Criminal Camp: Emilio Camozzi, Gaetano Pinna, Andrea Fiumi,Glauco Vigentini e tanti, tantissimi altri Leoni indomabili che ho avuto ilprivilegio di conoscere.

Non possiamo tuttavia far finta di non sapere che Vi furono anche Paracadutisti della Folgore che -per avere condizioni di vita migliori- accettarono una prigionia dove lavorarono per gli inglesi in mensa, ai servizi, in cucina oppure all'esterno dei campi.

Erano i "cooperatori" che -ironia della sorte- furono traditi dal nemico con un trattamento per moltissimo tempo di poco differente dagli altri. Solo in alcune rare occasioni furono privilegiati e goderono del rimpatrio 12 o 16 mesi prima degli altri.

Alcuni di loro furono spediti in India "per premio".

Queste poche righe servono per introdurre il racconto di Gino Compagnoni, IV Battaglione, catturato il 25 Ottobre a El Alamein. Leggiamolo con benevolenza: non tutti ebbero la forza di continuare la sofferenza di una prigionia durissima, ma ad El Alamein furono Leoni come gli Altri, e non spetta a noi, indegni eredi, giudicarli.






PRIGIONIERI di GUERRA
di Gino Compagnoni



24 OTTOBRE 1942:: è l’alba, una decina di bren-carrier e autoblindo
si muove in cerchio intorno alle nostre postazioni, dalle torrette emerge il mezzo busto dei carristi. Sono fissate alle antenne radio dei mezzi corazzati bandierine triangolari giallo rosse che sventolano lentamente a destra ed a sinistra. Chiedono la nostra resa. I componenti la mia squadra stanno uscendo dalle buche . Due “ tommy “sul ciglio della mia trincea: urlano “come on, hand up” inutilmente tento di far capire che un ufficiale è ferito gravemente e deve essere aiutato. Sono chinato sul Tenente Brandi ( per questa azione è stato decorato della M.O.V.M. ) che non dà segni di vita e subisco colpi violenti sulla schiena. Esco dalla postazione convinto che non lo rivedrò mai più.

Uno dei due “tommy” mi toglie la pistola e l’orologio, l'altro mi prende il pugnale e mi strattona, vuole il binocolo mi spinge in terra e quasi mi strangola. Infatti mi è veramente difficile fargli capire che prima si deve togliere la cinghia della borraccia, poi la cinghia della borsa tattica ed infine la cinghia dell'astuccio che contiene il binocolo. Uno dei due mi indica l’autoblinda incendiata (subito però bloccato dall’altro) e mi percuote violentemente con il suo Thompson che usa come una clava , sull’elmetto, sul petto e sulla mia schiena dolorante.

Un soldato ( “Francia Libera” ? ) si avvicina e, sorridendo davanti a me, apre una lattina, me la offre e mi fa capire che posso bere, che è per me. Sono sbigottito e commosso dal gesto imprevedibile. Grazie. Rifiuto. Non vedo nessuno dei fucilieri del IV battaglione che erano vicini a noi (morti, catturati …?).
Al riparo dietro a un autocarro Piossini è stato sommariamente medicato e si lamenta per il dolore che gli provoca la ferita alla gamba destra, causata dal un cingolo di un bren-carrier che è passato sulla sua buca.
Attorno a noi bruciano alcuni carri centrati dalla nostra artiglieria; gruppetti di inglesi si sono rifugiati sotto gli innumerevoli mezzi che hanno portato in linea. La nostra artiglieria ha ripreso un intenso bombardamento. Sento le urla dei soldati inglesi feriti, due autocarri vicini a noi sono stati centrati dai colpi dei nostri cannoni e ardono simili a due grandi falò. Io ed i miei compagni rimaniamo in piedi a braccia conserte incuranti delle schegge che sfarfallano e cadono vicinissime, i soldati britannici sono appiattiti sul terreno ci guardano stupefatti. Ricordandolo - oggi - questo atteggiamento mi appare una inutile e stupida esibizione, ma in quel momento mi sembrava giusto farlo... Ritengo anche di dover sottolineare il generoso “buon senso“ dei britannici.
Quella notte avrebbero potuto fare una strage.

CAMPO 309 – P.O.W. AD ALESSANDRIA D‘EGITTO- ottobre 1942

Due soldati ci prendono in consegna e ci guidano verso le retrovie. Piossini non può camminare, a turno, lo portiamo a braccia. Camminiamo nel varco del campo minato ed incrociamo un reparto di soldati inglesi che va in prima linea, sghignazzano e sembrano ubriachi. Uno di loro mi sputa addosso, un altro mi dà uno schiaffo, un terzo allunga un calcio a Siracusa. Gli schiaffi ed i calci della lunga colonna si scaricano su di noi con effetto domino per alcuni minuti, poi la pista si allarga e ci possiamo allontanare dalla colonna. Arriva una Jeep che carica i tre feriti.
Al tramonto arriviamo in una valletta; in uno spazio aperto, delimitato da un solo filo di ferro spinato, ci sono una decina di paracadutisti e fra questi i bresciani Severino Stabilini e Ottorino Pagani, che mi informa che fra i caduti c’è Peppino Reggiani (mio amico d’infanzia, volontario con me in Albania). Degli amici del IV Battaglione che erano con noi non rivedrò più nessuno nel corso degli anni di prigionia. Soffro di un forte dolore alla schiena e sono costretto a chiedere aiuto per togliermi la giacca ed il maglione che indosso. Stabilini mi dice: “sei stato fortunato, la tua sahariana è strappata in più punti sulla schiena mentre la scapola destra della tua spalla ha un colore blu ed è gonfia, un proiettile, un sasso od una scheggia ti ha sicuramente preso di striscio”. Soffro tutta la nottata, per il freddo e per il dolore.

Il mio numero è 355288.
Per qualsiasi adempimento o necessità, sono solo un numero. Al mattino non si mangia; a mezzogiorno formiamo code interminabili per ricevere 4 biscotti (simili agli attuali crackers) e una tazzina di un liquido che sembra tè.
Alle 17.30 aprono per mezz‘ora l’unico rubinetto che dà acqua ai 600 prigionieri del mio recinto. Assisto a scene vergognose e risse furibonde. È più l’acqua che finisce nella sabbia che quella che può essere bevuta. Alle 18.00 la cena, ed il menù non cambia.

Il lavatoio è sempre disponibile, ma dai tre rubinetti e dall’unica doccia esce un filo d‘acqua di colore verdastro; lo stanzone non è illuminato, il pavimento è coperto da fango viscido, anche per gli escrementi che lo ricoprono. Sul muro qualche inglese, con poco senso dell‘umorismo, ha scritto - la calce è ancora fresca - a caratteri cubitali: “ lavati ! “La latrina è una fossa lunga circa dieci metri, profonda tre, larga, due, ed è attraversata da cinque travi larghe circa 30 cm. Questa fossa serve per 600 persone; diventiamo tutti equilibristi e fortunatamente, non mi risulta che qualche malcapitato sia mai caduto nella fossa.
Le prime due settimane trascorrono senza che avvenga il minimo miglioramento. Trascorriamo le giornate in silenzio. La fame e le sete non possono essere descritte. Nessuno fa movimenti inutili, rimaniamo il più possibile immobili, per risparmiare energie, distesi nella sabbia. Tutti i giorni arrivano colonne di soldati ed ufficiali catturati durante la ritirata. Camminano a testa bassa trascinando i piedi. E’uno spettacolo triste e deprimente.

Dopo due settimane all’alba la sveglia, poi l‘appello e la conta, mi consegnano un cucchiaio, una tazza ed una coperta. La zuppa è lievemente migliorata, Ogni due giorni una scatoletta di carne di cento grammi ed un filone di pane da un Kg. per due persone, alla sera quattro biscottini ed il tè. Ho capito la differenza tra il ricevere il mescolo preso in superficie e riceverlo, invece, preso dal fondo. Da qui la necessità di gareggiare, arrischiando di rimanere digiuno, per arrivare fra gli ultimi alla marmitta della “brodaglia”. Sono passati circa due mesi e tutti i giorni arrivano centinaia di prigionieri, gruppi di ufficiali e fra questi vedo un generale.
Gli Stati Uniti sono entrati in guerra e le loro truppe sono sbarcate in Marocco.

CERCANO FABBRI E CARPENTIERI

Gli amplificatori del Campo comunicano una notizia interessante: secondo la “Convenzione di Ginevra” chi vuole può uscire dal campo per lavorare. Si cercano operai specializzati in lavori di carpentieri. Il nostro gruppetto rifiuta e la sera stessa con un centinaio di prigionieri, arrivati in mattinata dalla Libia, lasciamo il campo e prendiamo posto su un autocarro. A notte fonda arriviamo nel delta del Nilo al


Campo 308
Gennaio 1943

Il campo ospita circa 20.000 prigionieri; un grande viale divide due file di gabbie; Ogni gabbia ospita 600 prigionieri ed è sorvegliata da soldati indiani posti di guardia su torrette a tre metri da terra. Su ogni lato, oltre ad una siepe di reticolato alta due metri, vi è anche una seconda fila di reticolati.
Da una piccola costruzione in muratura esce un delizioso profumo di rape e cavoli. Inoltre non dovrò più ricorrere (senza mutande per evitare possibili cadute nella fossa) ad esibizioni di equilibrismo. Infatti, in un angolo del campo vedo un muretto di mattoni d‘argilla che delimita e separa le latrine dal lavatoio dotato di una decina di rubinetti. Qui l‘acqua viene erogata, per un‘ora, due volte al giorno.

Volontari per decreto legge

Sono assegnato ad una tenda che ospita nove sergenti sono studenti universitari, (allievi ufficiali) che mi salutano con fredda cordialità e diffidenza, parlano a bassa voce fra loro ignorandomi. Sono volontari per “decreto legge”. Un giorno avevano letto sul Popolo d'Italia, organo del Partito Nazionale Fascista. “ … il governo, accogliendo il desiderio degli studenti universitari impazienti di indossare la divisa grigio verde aveva abolito la concessione del rinvio del servizio militare per far sì che tutti avessero l’onore di battersi contro il nemico” e si erano pertanto trovati, quasi senza rendersene conto, in divisa ed imbarcati per la Libia. Nella tenda vado solo per dormire e le giornate le passo con Stabilini ed il gruppo dei paracadutisti.
Ogni settimana riceviamo alcune monete egiziane che possiamo spendere in uno spaccio interno e due pacchetti di sigarette. D’intesa con Stabilini e Pagani, investiamo tutte le nostre piastre nell’acquisto di qualche Kg. di riso e di datteri essiccati. Una grossa latta, che in origine conteneva sugo di pomodoro, è stata trasformata in pentola; versiamo acqua, datteri e riso e facciamo bollire il tutto, quando l’impasto giunge al giusto punto di cottura lo lasciamo riposare alcune ore affinché aumenti di volume.

Achille compagnoni a Tel Aviv


Nel campo le giornate trascorrono tranquille, non si fa nulla durante il giorno. Alla sera ognuno racconta gli episodi più significativi che hanno caratterizzato la sua cattura:
Piossini, parla della sua ferita, descrive gli interminabili attimi del bren-carrier che stava per schiacciarlo e miracolosamente lo ha ferito fortunatamente in modo non grave alla gamba destra; Bottazzi, un altro bresciano, sottufficiale dell'aviazione ustionato al torace, alle braccia ed al viso, si è salvato lanciandosi dall’aereo in fiamme con il paracadute;
il sottocapo Tognon del sottomarino “ Perla “, racconta della navigazione con il mare a forza sette, del siluro che lo ha colpito, dello schianto delle mine di profondità, degli scricchioli delle pareti del suo sommergibile, degli spruzzi violenti dell'acqua che entrava dalle incrinature della struttura, la “rapida” della immersione, la fortunosa emersione ed il salvataggio dopo ore di paurosa attesa in mare.
Stabilini il quale, pochi istanti dopo la fine del bombardamento del 23 ottobre, si è trovato gli inglesi nella buca e non ha potuto sparare nemmeno un colpo.
Ottorino Pagani è rimasto miracolosamente illeso accanto al Serg. Magg. Dario Pirlone capo pezzo ( M.O.V.M ) , mentre il suo cannone 47 / 32 centrato in pieno è stato distrutto, il mio amico Pepino Reggiani e i suoi compagni serventi al pezzo, colpiti a morte…

LA SQUADRA di CALCIO

Sono state formate squadre per ogni singola gabbia e fra le varie compagini si svolgono incontri incandescenti; questi confronti servono per selezionare la squadra rappresentativa del Campo 308 la quale, non solo si confronterà con squadre di altri campi, ma anche con squadre dell‘esercito britannico. Ai giocatori viene riservato, dal Comando del Campo, un trattamento alimentare particolare: dopo l’allenamento del giovedì ed alla fine di ogni partita i titolari ricevono due piatti di pasta asciutta, abbondante. Un giorno, un bel giorno, prima dell‘inizio di un incontro mi unisco al gruppo delle riserve, scambio qualche passaggio ed effettuo alcuni fortunati tiri in porta. Il capitano che mi osserva dice, “oggi ti faccio giocare per una decina di minuti, poi vedremo”. È fatta, gioco quasi tutto il secondo tempo; mi sono assicurato un paio di piatti di pasta asciutta alla settimana.

LE LENTICCHIE

Ogni giorno, a turno, sei prigionieri vanno alla gabbia n° 1 per prelevare i viveri per la giornata; quando arriva il turno della nostra tenda riusciamo a ”prelevare” dal magazzino un sacco di lenticchie ed a portarlo nel campo. Gli interrogatori e le ispezioni accurate della sorveglianza inglese non trovano nulla. Infatti le lenticchie sono state seppellite nella sabbia sotto i giacigli della nostra tenda. Dopo alcune settimane, decidiamo di integrare il rancio con le lenticchie e, di notte, procediamo alla cerimonia della riesumazione del “tesoro”. Dopo circa una trepida attesa, la sorpresa: le lenticchie con il caldo del giorno e l’umidità della sabbia sono sbocciate e sono diventate erbetta verde. Le mettiamo ugualmente nella pentola ed anche se un po’ amare le trangugiamo

CERCANO SARTI E LAVANDAI

Passano altri interminabili mesi senza far nulla, Sono sempre affamato.
Un giorno, durante la “conta” del mattino, chiedono sarti capaci.. Mi propongo e vengo accettato. Ogni mattino in camion arriviamo all’interno di un capannone ben riparato dalla sabbia e dal sole. In un primo tempo mi assegnano un lavoro alla macchina da cucire, ma rompo troppi aghi, allora mi danno ago e filo per rammendare i buchi delle zanzariere. Il lavoro richiede grande pazienza e io non ne ho, mi pungo continuamente e il buco, frequentemente si allarga durante la lavorazione. Invento un nuovo modo per risolvere il problema: prendo i vari lembi del buco, li riunisco, li arrotolo e con ago e filo cucio il tutto. La zanzariera non ha più buchi, è diventata solo un po’ più corta, ma è migliorata esteticamente per i fiocchetti che ho cucito. Gli inglesi che lavorano con me sorridono, ma il sottufficiale responsabile del reparto non gradisce la mia trovata e ancora meno i sorrisi dei suoi compagni di lavoro. Come una furia mi strappa dalle mani la zanzariera e mi aggredisce a pugni e calci; mi difendo con un calcione ben posizionato. Non finisco la giornata perché mi fa rientrare al Campo di corsa sotto il sole rovente (una decina di chilometri) e dalla Jeep mi sprona con la lunga asta di un’antenna radio che fa sibilare dall’auto sul mio capo ad ogni mio accenno di fermata. Sono quindi “licenziato” e con me un compagno di tenda che è intervenuto in mia difesa ed al quale, almeno, è stata risparmiata la corsa nella sabbia perché ospitato sulla Jeep..
La fame sta diventando sempre più insopportabile, solo chi è ammalato veramente può trascorrere alcune giornate in infermeria mangiando a sazietà. Chi si taglia o si ferisce un dito, oppure si graffia a sangue sul filo spinato del reticolato, viene inviato in infermeria e per quel giorno mangia a sazietà.
Anche chi si fa togliere un dente può saziare la fame per una giornata.

IL VARIETÀ E LE PROCACI BALLERINE
Agosto 1943

Alcuni intraprendenti attori, professionisti e dilettanti napoletani, hanno costruito sul retro delle cucine, con il materiale fornito da un ufficiale inglese, un palcoscenico sul quale si
esibiscono recitando e cantando pezzi classici di poeti e scrittori napoletani, ( la livella, la patente, le sceneggiate, siparietti di varietà ).
Gran successo ricevono le ballerine. Le donne sono, ovviamente, uomini ma sul palcoscenico sembrano ragazze vere. In principio le difficoltà del travestimento provocano vero divertimento. Ma parecchi spettatori dopo poche esibizioni, dimenticano che sul palcoscenico ci sono loro commilitoni; visti a distanza, appaiono donne bellissime capaci di far sognare. Alcune attrici si sono immedesimate nelle parti ed hanno assimilato gli atteggiamenti ed anche la mentalità della donna. Tutti gli spettacoli si concludono con uno scatenato can – can e le “6 girls 6” raccolgono un rumorosissimo successo. Con fettucce di panno nero hanno realizzato giarrettiere provocanti; ma è, soprattutto, la soubrette che ha il fisico del ruolo, le lunghe gambe e le calze da donna (tinte di nero fornite dall’ ufficiale inglese) provoca turbamenti, litigi e gelosie morbose. La scena che precede il gran finale è il “ballo dell‘apache”. La coppia danza accompagnata dal un suggestivo coro in sottofondo. La ballerina si struscia appassionatamente al “ maschio “ e, la coppia è subissata da applausi e da lanci di datteri e sigarette.
Tra alcune coppie sono nate amicizie intense; si vedono coppie passeggiare sempre insieme, seduti sempre vicini, sempre insieme anche ai servizi igienici. Una coppia colta in “flagrante” è stata separata con il trasferimento del partner in altra gabbia. Il separato, rimasto nel campo, è stato ricoverato gravissimo in ospedale: da circa un mese a causa della separazione dall’amico ha smesso di toccare cibo.

Un giornale
che vedo posato su un sacco all’ interno della tenda richiama la mia attenzione. Inizio a sfogliarlo, ma due sergenti universitari, miei compagni di tenda, mi sono addosso e me lo tolgono bruscamente dalle mani.
Al mattino Vergnano ( il capitano della squadra di calcio ) mi prende da parte e mi dice che i suoi colleghi non si fidano di me perché i paracadutisti, a loro parere, sono tutti fascisti; lui con i compagni di tenda sono contrari al fascismo e lo combattono sin da quando erano in Italia. Mi raccomanda di non parlare con nessuno perché in altri campi si sono verificati pestaggi nei confronti di antifascisti. Lo tranquillizzo e racconto a lui ed ai compagni di tenda di mio padre fuoriuscito, morto in Francia perché perseguitato dal fascismo; dico loro che quella figura in prima pagina del giornaletto ( è l’On. Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti ) io l‘ho già vista a casa mia in una fotografia nascosta dietro un quadro del Sacro Cuore di Gesù nella camera da letto dei miei genitori. Diventiamo amici, l’equivoco è chiarito e nella tenda, finalmente, si crea un clima di reciproca simpatia e amicizia. Mi dicono che sono in contatto sia all’interno che all’esterno con antifascisti di altri Campi di P.O.W. e con militari inglesi del nostro Campo. Assicurano che mi considereranno uno dei loro e che mi terranno informato delle eventuali iniziative e delle novità relative agli sviluppi della guerra in Italia.
Dopo una quindicina di giorni nel cuore della notte, Vergnano mi sussurra: “prepara il tuo sacco, domattina il nostro gruppetto ed alcune decine di “compagni “ di altre gabbie lasceremo il 308 per essere utilizzati in Palestina”.
Sono le ore tre, tutti dormono. Una ventina di soldati indiani entra nel Campo.
Urlano: “adunata ! ”. Tutti gli ospiti della gabbia n° 20 sono raggruppati nel piazzale.
Sono le ore sei, tutti dormono. L‘orario è insolito e il fatto non si è mai verificato prima; solamente quando tutti sono riuniti ed irrigiditi sull’attenti per la “conta“, il nostro gruppo lascia la tenda e, fra gli schiamazzi ed i fischi, si avvia verso l ’uscita della “gabbia”.
IL "TRADIMENTO"
Il tam-tam del Campo 308 però ha funzionato e la notizia del tradimento si è sparsa fra i 20.000 prigionieri. Non tutti i responsabili inglesi hanno avuto l’attenzione che è stata usata per il nostro gruppo. In alcune gabbie sono in atto risse furibonde.
La mia gabbia è la n° 20 ed il cancello d'uscita è lontano. Ci ripariamo con i nostri fagotti dal lancio di pezzi di mattoni d' argilla che fioccano su di noi come grandine.
Assisto alla “liberazione” da parte delle guardie indiane, di un amico di un’altra gabbia che è stato calpestato e buttato sul reticolato dai suoi compagni ed ha una gamba fratturata. È portato a braccia , il viso, le braccia, le gambe sanguinanti.
Sento le urla dei miei amici e le loro minacce relative al trattamento particolare che, dicono, mi riserveranno al mio ritorno a Brescia.





CAMPO 322 - LATRUM ( PALESTINA )
Agosto 1943

Attraversiamo la cittadina abitata in larga maggioranza da ebrei. Diamo uno sguardo, approfittando di una lunga sosta, al grande Monastero ortodosso che appare maestoso davanti a noi e, nel tardo pomeriggio, nei pressi di un insediamento dell’esercito britannico, ci vengono assegnate due baracche decorose e bene attrezzate. Dormiremo su brande con materassi e coperte; i servizi igienici sono ottimi ed è possibile fare la doccia con acqua calda a volontà; ci danno indumenti puliti e un asciugamano.
Le sorprese non sono finite. Ci accompagnano ad un altro gruppo di baracche occupate dagli uffici di alcune unità inglesi. Nella baracca della mensa osserviamo i soldati ed i sottufficiali che stanno ultimando la cena. L’ R.S.M. con una mimica molto efficace ci fa capire che dobbiamo aiutare a sparecchiare e pulire i tavoli, subito dopo potremo prendere il vassoio e prelevare il nostro pasto al self-service. Ci saluta con un cordiale :“bon petitto“. Altra sorpresa: i militari inglesi si rivolgono a noi con cordialità.

Al mattino successivo ha luogo una riunione nel corso della quale ci informano che le truppe inglesi ed americane hanno occupato tutta l‘Africa Settentrionale e la Sicilia, nonché della attività dei partigiani nel nord Italia.

Un ufficiale che parla italiano, descrive il tipo di lavoro che ci verrà affidato. Dovremo collaborare alla sistemazione di un campo per altri P.O.W. Opereremo con tecnici civili all‘installazione dei servizi igienici, delle cucine e successivamente alla manutenzione delle baracche sia del comando che nel nuovo Campo per P.O.W. In un secondo tempo costruiremo le vie di accesso al campo, i viali interni e la recinzione di tutto il complesso. Siamo suddivisi in quattro gruppi coordinati da squadre formate da nostri compagni che nella vita civile erano elettricisti, idraulici, giardinieri, muratori, camerieri, cuochi. Ci presenta l’R.S.M. che sarà il nostro superiore diretto. L’ufficiale conclude la riunione con una domanda rivolta a tutti i presenti: “chi voi parla inglese?“. Alzo subito la mano e dico: “Yes, I do. Good morning sir.”
Dopo di me altri alzano a mano, ma Ernest Broucklabank ha già deciso: “come here ! “ e mi fa cenno di avvicinarmi. Mi è andata bene, diventerò il suo collaboratore per i rapporti fra gli italiani e gli inglesi. Avrò una scrivania nell’atrio che precede il suo ufficio, dovrò verificare le presenze al lavoro, l’aggiornamento degli elenchi, la consegna dei materiali e degli attrezzi da lavoro.
Sir Ernest ha 52 anni e mi dice che gli ricordo i suoi figli. Mi parla della sua famiglia: è padre di due gemelli, maschio e femmina di 17 anni; vive a Blackpool, una nota città balneare inglese ed è militare di carriera. Mi ha regalato una grammatica inglese unitamente a sette volumetti di esercizi che conservo tuttora; inoltre ha incaricato un caporale di correggere i miei compiti. Non potevo essere più fortunato.

IL RE HA ABBANDONATO ROMA
Ottobre 1943

Il Maresciallo Badoglio (nuovo Capo del Governo Italiano ) ha dichiarato guerra alla Germania e Mussolini è stato arrestato; poche settimane dopo, con un avventuroso blitz, è stato liberato dai tedeschi ed ha costituito la Repubblica Sociale. L’Italia ha due eserciti: uno al nord con il gen. Graziani; un altro al sud con il generale Badoglio che combatte con gli Alleati.

Dopo poco più di due mesi il nuovo Campo è agibile e cominciano ad arrivare i primi gruppi di P.O.W. Fra questi tutti quelli che ci hanno insultato, minacciato e lanciato sassi. Non sanno nulla di quanto è avvenuto in Italia. In un primo momento vi è grande imbarazzo, ma la gioia di rivederci è sincera. Riabbraccio Stabilini e Pagani.
È stata ricostituita la squadra di calcio sostenuta dal Comando inglese e gli incontri all‘interno ed all’esterno sono frequenti. Incontriamo rappresentative di prigionieri e squadre di varie unità britanniche. Gli spostamenti in autocarro mi consentono di vedere, sia pure in modo molto approssimativo: Gerusalemme, Tel Aviv - Jaffa, Rehovot e di conoscere numerosi giovani ebrei che vivono nei Kibbutz.

Il nostro gruppo (quello che per primo ha lasciato, in un momento difficile, il Campo “308“) integrato da altri prigionieri (camerieri e cuochi nella vita privata) è stato trasferito in una Scuola di allievi ufficiali britannici con gli stessi compiti svolti al 322. Dovremo, anche qui, operare nelle mense e nelle cucine oltre a collaborare ai lavori di manutenzione dell’insediamento. Saluto e ringrazio l‘ R.S.M., anche per aver acconsentito ad inserire nel mio gruppo gli amici Pagani e Stabilini.

Febbraio 1944
Mi consegnano due paia di pantaloni e due camice; sulle spalline si legge ( rosso in campo bianco) “ ITALY ”. Siamo coordinati da un ufficiale inglese che parla correttamente sette lingue. Sono assegnato in qualità di cameriere alla mensa della truppa britannica addetta ai servizi del Campo. Gli orari, il lavoro ed i rapporti con i soldati britannici sono ottimi.
Dopo alcuni mesi il primo incidente. Noi e gli inglesi, armati di mescoli e forchettoni distribuiamo il menù del giorno ai soliti commensali. Alla fine, il servizio dovrebbe proseguire anche per un centinaio di soldati di colore provenienti dal Ceylon i quali, davanti alle marmitte fumanti, sono in paziente attesa con i loro vassoi. Mentre sta per iniziare la distribuzione i “colleghi” inglesi abbandonano il lavoro. Chiedo al sergente responsabile della mensa per quale motivo noi dovremmo continuare mentre loro lasciano. La sua arrogante risposta è questa: “noi non serviamo i negri ”. Dopo una breve consultazione, questa è la risposta, provocatoria, del nostro gruppo: “ non abbiamo nulla in contrario a continuare il lavoro, ma noi, italiani, discendenti da quegli antichi romani che hanno portato la civiltà nel vostro Paese, senza di voi non lavoriamo.”
Arriva la Polizia Militare e dopo un breve tafferuglio gli inglesi riprendono il servizio e due MP (Military Police) ci accompagnano nella prigione del Campo. Siamo in cinque chiusi in una stanza di otto metri quadrati e lì ci lasciano per un giorno e due notti senza cibo, senza acqua e senza coperte. Non ci consentono di uscire dalla stanza per utilizzare i servizi e “tutto” deve essere fatto, ( in equilibrio, accucciati su una sedia ) nel “bidone” senza coperchio, introdotto nella stanza solamente dopo “rumorose” richieste. La stanza è dotata di un solo finestrino quadrato con inferriata di mezzo metro per lato.
I soldati del Ceylon (oggi Stato indipendente, Sri Lanka ) sono partiti e noi riprendiamo il solito lavoro. Quel Sergente arrogante non lo vedremo più, dicono i suoi colleghi che è stato inviato in Italia.
Il Tenente interprete che coordina la nostra attività, mi consiglia di perfezionare la conoscenza della lingua inglese e mi regala una guida utile per un turista che entra in un ristorante: “Studia, ti sarà utile”.

TRASFERITO ALLA MENSA UFFICIALI

Il Tenente Najib Tual è un arabo, ha studiato in una scuola cattolica a Gerusalemme, si è laureato in Inghilterra ed è figlio di madre cristiana (una delle tre mogli) di un ricco beduino ( i figli sono educati secondo la religione delle madre). Dopo una settimana mi chiama e mi comunica il mio trasferimento alla mensa ufficiali. L’ambiente non mi piace proprio, per una giornata osservo dalla finestrella del magazzino come lavora il cameriere inglese il quale dopo cena, mi insegna le basi necessarie per operare validamente, Mi dice che agli scozzesi devo servire il “porridge” con il sale, mentre agli inglesi deve essere servito con lo zucchero, mi fa vedere come si apparecchia la tavola, imparo a porgere i piatti da sinistra ed a toglierli da destra. Quasi tutti sono ufficiali in carriera, boriosi, altezzosi, sempre insoddisfatti del menù e di tutto quel che facciamo noi italiani; alcuni mi insultano e mi provocano. Rimpiango la genuinità e l’amicizia dei soldati che lavoravano con me alla mensa della truppa e, dopo aver sopportato per quindici giorni insulti e pesanti cattiverie, inevitabilmente reagisco.

Un maggiore che ha partecipato allo sbarco in Sicilia e dovrà ritornare in Italia nei prossimi giorni, durante la cena, racconta le sue avventure in terra di occupazione. Capisco che sta parlando con disprezzo del mio Paese, ma continuo il mio lavoro. Quando gli porgo il piatto mi dice: “ no tomatos “. Vado in cucina e ritorno senza pomodori, mi dice,“ no cabbices “, non batto ciglio; vado e ritorno senza cavolfiori; “ no potatos “ , tolgo le patate, ritorno e, lui, nonostante sia disapprovato dai suoi colleghi, sghignazzando mi urla: “It is to cold “; è troppo freddo. Torno in cucina, prendo un piatto fondo, metto un pezzetto di carne a galleggiare in un mescolo di sugo bollente e ritorno da lui; lo guardo fisso negli occhi; una breve pausa e sorridendo gli verso il tutto sulle ginocchia esclamando: “ I’m very sorry. sir “ Alcuni secondi di silenzio ed arriva, con mia grande sorpresa, la risata generale dei suoi colleghi. Lascio la sala mensa di corsa e vado direttamente verso la prigione dove mi consegno al sott‘ufficiale di servizio. Due notti e un giorno di prigione con un solo litro d’acqua e mezza pagnotta, durissima.
Verso sera del terzo giorno arriva sorridente il Tenente arabo che mi dice:“ Tutto è finito. Il Maggiore che hai maltrattato è partito per l’Italia ed a me serve uno che sappia capire la lingua. Sono certo di potermi fidare di te. Preparati perché domattina ti accompagnerò al nuovo posto di lavoro.
Najib Tual mi ha affidato un lavoro particolare : sarò quotidianamente a contatto con gli ufficiali britannici. Il tenente interprete mi dice: “ … dovrai riordinare il salone, i due salotti, la biblioteca fornita di libri, giornali, riviste e confortevoli poltrone. Inoltre, poiché la “Scuola“ è divisa in due sezioni, nord e sud, dovrai aiutarmi a migliorare il collegamento fra gli italiani ed i britannici che operano nelle due distinte parti distanti circa un chilometro una dall’altra”.

Nel mio tempo libero dovrò studiare la lingua inglese. Najib Tual mi raccomanda riservatezza e prudenza nei rapporti con gli ufficiali. Ma, dopo un paio di mesi, mi capita un altro infortunio. Alcuni ufficiali che non brillano, certamente, per la loro educazione, lasciano per terra, ovunque, mozziconi di sigarette, non si puliscono le scarpe nonostante gli zerbini, i cestini ed i portacenere che io ho sistemato nei salotti e nel giardino. Sono solo e posso fare - bene - la pulizia, spostando all‘esterno della sala mobili e tappeti solo alla domenica. Durante la settimana, anche per la presenza degli ufficiali, non trovo il tempo sufficiente e mi limito a scopare sotto i tappeti i mucchietti di polvere. Conseguentemente, in alcuni punti del salone si sono creati dei rigonfiamenti; ed e proprio in uno di questi che va ad incespicare l‘anziano claudicante Colonnello Comandante della Scuola con inevitabile rovinosa caduta: clavicola fratturata.

Najib Tual provvede alla mia sostituzione e non solo non vengo punito, ma, a causa di certi suoi “impegni personali“ esterni al Campo, mi nomina suo aiutante. Devo ritirare ogni mattino dall‘ “Orderly-Room” le disposizioni di servizio che riguardano gli italiani, e informare, conseguentemente i vari gruppi delle sostituzioni ed integrazioni necessarie al funzionamenti dei servizi.

IL RITORNO ITALIA


La guerra con il Giappone è finita.

Siamo Bombay da circa un mese senza incarichi e attendiamo con ansia notizie circa il nostro rimpatrio. Arriva un treno e ritroviamo gli italiani forzatamente imbarcati con noi circa un anno fa a porto Said in Egitto. Nessuna informazione ci viene fornita. Siamo stati separati dai britannici che continuano il loro viaggio. Il nostro gruppo si imbarca su un lungo convoglio che viaggia in senso contrario per tutta la notte attraversando boschi e paludi; nel tardo pomeriggio del giorno successivo il convoglio si ferma per alcune ore in una piccola stazione. Assistiamo ad un brutale pestaggio degli M.P. (Military Police) impegnatissimi a respingere senza pietà una folla di civili indiani che vorrebbero salire sul treno con noi.
Il mattino successivo scendiamo dal treno ed un Maresciallo dei Carabinieri assume il comando del gruppo ed, in fila indiana, dopo circa mezz’ora di marcia, arriviamo davanti ad un Campo di “Prisoner of war.” Siamo un centinaio, poco meno di quelli partiti dall’Egitto nell’aprile scorso.. Entriamo in una “gabbia” e prendiamo posto in quattro baracche ben attrezzate: brande (provviste di zanzariera) coperta e materasso, un sacchetto con piatti e posate. I servizi igienici sono puliti e decorosi; la cena, ottima, viene prelevata ad un self-service al quale è collegata una sala ritrovo con tavolo da ping–pong, libri, riviste e giochi da tavolo. Nessuno parla con noi, solo un ufficiale indiano ci sorride, ma non dice nulla. La sorpresa, clamorosa, arriva il mattino successivo.

Il recinto è chiuso fra reticolati,
ai quattro angoli guardie armate indiane ci osservano dall’ alto delle torrette. Il cancello è sbarrato. Poco lontano, da altre gabbie prigionieri di guerra italiani ci salutano festosamente, in un’altra invece, urlano al nostro indirizzo: “venduti, traditori!“. Nessun britannico si fa vivo ed immediatamente diamo luogo ad una rumorosa protesta. Urliamo e percuotiamo piatti, lamiere e quant’altro può far rumore.
Verso mezzogiorno arriva, scortato da sei guardie, un ufficiale indiano che legge una comunicazione: “siete stati qui riuniti perché il vostro ritorno in Italia è imminente“.
Il Maresciallo dei Carabinieri che comanda il nostro gruppo chiede, a nome di tutti, che il cancello venga aperto e, data la nostra posizione di cobelligeranti, ci sia permesso di uscire dal Campo.

L’equivoco dopo un paio di giorni è superato:
- siamo a Bairagarh, in provincia di Bhopal;
- il comandante del Campo sapeva della nostra condizione, ma non aveva ordini circa la nostra libertà di movimento;
- da subito, il cancello sarà aperto durante il giorno, e chiuso e sorvegliato, per ragioni di sicurezza, durante la notte. Una gabbia vicino alla nostra ospita qualche centinaio di fascisti irriducibili.
- potremo partecipare ad incontri di calcio, di palla a volo, di pallacanestro con i prigionieri di altri campi.
L’ufficiale indiano conclude l’incontro e sorridendo dice: “ queste baracche erano destinate ad ufficiali italiani, ma penso possano andar bene anche per voi“.

All’esterno della baracca c’è una piantagione di banane; per coglierle devo solo aprire la finestra ed allungare la mano.
All’esterno del nostro recinto decine di indigeni sono curvi dall’alba al tramonto, impegnati nel lavoro dei campi; sono schiavi -compresi i neonati - di proprietà del Marajà. Per noi le regole sono semplici: gli orari sono solo quelli del breakfast, del lunch e del dinner. Per il resto della giornata siamo liberi di uscire e fare quello che ci pare.
Il clima è torrido ed il termometro tocca i 30/35° di notte, 45/50° di giorno. Il bosco che confina con le nostre baracche fa si che la calura tropicale possa essere un po’ attenuata. È un susseguirsi di temporali e di ondate di caldo asfissiante. Il sole non si vede quasi mai, sembra coperto da un enorme “tendone” grigio, l’umidità è attorno al 90%. Presto arriveranno le grandi piogge ed altri saranno i problemi.

LA DIVISIONE DEI PRIGIONIERIITALIANI A BAIRAGARH

Le autorità delle Forze Armate Alleate sembra favoriscano le iniziative che, più o meno spontaneamente, si determinano nei campi. Praticamente la popolazione dei prigionieri italiani è considerata divisa in tre gruppi:

 I neri, (gli irriducibili fascisti) quelli che dopo l‘8 settembre 1943 non hanno aderito alle decisioni del Governo italiano. Sono stati isolati dalla maggioranza dei prigionieri;
 i grigi, (o papalini) la maggioranza, quelli che hanno deciso di non scegliere;
 i bianchi (noi) coloro che hanno deciso di collaborare con gli “Alleati”, prima dell‘otto settembre 1943.

Dopo circa una settimana, all’alba, ci sveglia all’improvviso lo scoppio di un petardo lanciato sul retro della nostra sala ritrovo. Dall’indagine svolta dagli inglesi, lo scoppio è attribuibile ai fascisti del campo vicino al nostro.
Il mattino successivo, d’intesa con il Comandante indiano del Campo, il nostro Maresciallo si presenta nella loro gabbia al momento della “conta” mattutina e parla a questi nostri compatrioti informandoli sugli scenari della guerra e degli sviluppi della situazione politica italiana. Con questo coraggioso intervento l‘episodio è considerato chiuso. Dopo un paio di settimane, anche gli “irriducibili” partecipano, con le loro squadre, alle gare ed ai tornei programmati.
La sabbia e le mosche del deserto, la fame, la sete, gli amici feriti, i caduti, la nostalgia della mia mamma e della mia casa sono un ricordo che diventa ogni giorno sempre più angoscioso. Alla sera, ci riuniamo all’esterno della sala ritrovo e diamo vita a nostalgici cori. Oltre alle immancabili: “ mia bela Madonnina, Marechiaro, la Montanara, ecc.” cantiamo le canzoni dei film interpretati da De Sica, Buscaglione, Luciano Tajoli, ecc. “Mamma … “ Parlami d ‘ amore Mariù …” Non dimenticar le mie parole…, “ “Come delizioso andar sulla carrozzella” … Dai film in lingua inglese, che due volte alla settimana vengono proiettati nel campo, ho imparato alcuni brani delle colonne sonore…….

when they begin the beguine
it brings back a sound music so tender ,
…..till you whisper to me darling, I love you ……
….when they begin the begin.....
You are always in my heart
Even when you are far away
... I don’t know exactly when, dear
but I know will meet again…


je suis seul ce soir avec mes rèves, “je suis seul ce soir sans ton amour…
....tout se brise dans mon coeur lourd .
né me lasse pas seul sans ton amour
I walk in the moonlight, the silver moonlight,
I talk with my echo, I walk with my shadow
the star above, ……
We three always for you, till eternity,
my echo, my shadow and me….
Kiss me again, Kiss me my darling
each time i cling to your kiss i hear music divine, .
besame, besame mucho
hold me for ever and say that you always be mine….

CHIEDIAMO NOTIZIE RELATIVE AL NOSTRO RIMPATRIO
Settembre 1945
I giornali e la radio parlano dell'Italia e del nuovo Governo Italiano. Nel mese di luglio l’Italia ha dichiarato guerra al Giappone. Sono partito da Brescia nel gennaio dell'anno 1940 e fra pochi mesi è Natale. Salvo una settimana nel gennaio 1942, sono quasi sei anni della mia vita ed è il quarto Natale che trascorro lontano da casa.
. Siamo tutti in angosciosa attesa del nostro rimpatrio. Alle nostre sollecitazioni e proteste, la risposta degli inglesi è monotonamente ripetitiva: “ ship is not available”. Un ufficiale indiano che ha fatto la guerra in Egitto ed è decisamente contrario alla permanenza degli inglesi nel suo Paese, coglie ogni occasione per parlarne con noi; senza alcun timore egli afferma che molti suoi compatrioti - ora che la guerra è finita - sono pronti alla ribellione per scacciare gli inglesi dall’India. Dice che fa parte dell‘Armata Nazionale “Jai Hind “ (India libera), che è discepolo di Gandhi. (nessuno di noi sa chi è Gandhi). Da questo amico apprendiamo alcune informazioni in merito alle sempre più insistenti voci del nostro rimpatrio.

Sembra che per primi partiranno i cobelligeranti: (noi) coloro che hanno lasciato i reticolati, per una scelta prima dell’otto settembre 1943. (gli inglesi ci chiamano il “gruppo di Italia Libera”) Unitamente a noi partiranno i veterani catturati nel 1941 e gli over fifty.
Il secondo scaglione - i grigi - Coloro che hanno accettato di collaborare dopo l’otto settembre, che partiranno secondo un rigoroso ordine di cattura e di età.
Nessun accenno viene fatto circa il rimpatrio dei “neri “per i quali “ship not available “ sarà l’ unica risposta che riceveranno per oltre un anno.
Una notte sotto una pioggia che solo in India è possibile vedere, si spalanca la porta della baracca e si accendono tutte le lampade. Sono le ore due. Dopo aver ascoltato i primi rumorosi e risentiti commenti per la sveglia imprevista, l‘ufficiale indiano, discepolo di Gandhi, sale su un tavolo ed urla con entusiasmo:

Domani tutti voi parte Italia
Da sotto le brande compaiono bottiglie di birra, di “grappa artigiana “; una bottiglia di whisky l‘ha portata l’ ufficiale indiano. Abbracci, baci, canti, pianti di gioia.. È una storica sbornia collettiva. Mi sveglio alle dieci del mattino successivo..
Si parte: la conta e l’appello nominativo vengono effettuati nel campo di calcio allagato; l‘acqua arriva alle caviglie. Cammino con grande sforzo sotto una pioggia torrenziale carico del mio sacco e della valigia. La strada, trasformatasi in un torrente di fango, mi ricorda le montagne d‘Albania. Alle ore 22.00, ansimante arriva l‘ultimo gruppetto. Dopo due giorni di viaggio, dando la precedenza agli interminabili convogli addetti al trasporto dei militari (impressionante lo spettacolo dei tetti dei vagoni letteralmente gremiti da famiglie di civili) arriviamo alla periferia di Bombay. Alcuni giorni di sosta all’ interno del porto, praticamente abbandonati come una mercanzia qualsiasi sul molo, all‘addiaccio senza nemmeno una coperta per la notte, finalmente ci imbarchiamo. Viaggiamo nella stiva, al buio, quasi tutti dormiamo sul tavolato uno addosso all’altro. Alcuni, i più anziani, in preda a crisi depressive urlano e litigano senza motivo; rimangono sdraiati per terra con gli occhi fissi nel vuoto. Il freddo è intenso. Tempeste e mal di mare sono il solo ricordo del mio ritorno..
Sorpassiamo Massaua, Suez, ed entriamo nel Canale; poi Porto Said e il mar Mediterraneo. Siamo tutti sopra coperta, fra poche ore vedremo la costa italiana; nessuno sorride, si parla a bassa voce, una gran tristezza avvolge tutti. Cosa troverò in Italia, come troverò mia madre e mio fratello ? Troverò lavoro ? Sono le domande che ognuno sussurra a se stesso.

LA NAVE È ENTRATA NEL PORTO DI TARANTO
14 gennaio 1946

Sin dalle prime luci dell’alba, sono sul ponte addossato al parapetto con tanti altri; il rimorchiatore prende a rimorchio la nostra nave; il mar Grande, il mar Piccolo, la banchina del porto. Inizia la manovra dell‘attracco; si sente il cigolio dell‘ancora che scende in mare. Il momento è inquietante ed angoscioso. Sul molo ci sono alcuni soldati italiani ed inglesi, nessun civile, nessuna autorità, nessun parente, nessun curioso, nessuno, nessuno !?
Hanno gettato la passerella; un sottufficiale britannico occupa la via d‘uscita e urla con enfasi : “ The first one ! … go on ! “ ed inizia a contare ad alta voce; di sotto, in territorio italiano, fanno la stessa cosa un ufficiale italiano ed alcuni funzionari della Croce Rossa. Il carico umano è stato sdoganato.

Un sacerdote è l’unico italiano che ci regala un sorriso; avvicina una decina di noi sdraiati sul nudo pavimento del porticato della Caserma e ci invita nei locali della parrocchia. Ci offre un abbondante minestrone caldo (sono le ore 23.00) e ci consente di dormire in un’aula della scuola di catechismo.

Le procedure: l’interrogatorio, la verifica dei dati personali, i timbri e le firme richiedono alcuni tormentati giorni di angosciosa attesa. Il rancio oltre che disgustoso è insufficiente. Dopo tre giorni, unitamente ad una pagnotta, al foglio di licenza in attesa del congedo mi consegnano il prospetto delle spettanze da me maturate dal 23 ottobre 1942 al 14 febbraio 1946 Sono senza una lira, ed ho fame, e non ci pagano. Potrò ritirare detta somma a Brescia solo il 23 marzo 1946.
Non sono previsti treni o altri mezzi di trasporto per il ritorno alle nostre case. Ognuno dovrà arrangiarsi. Il viaggio di ritorno (scacciato a pedate dai treni riscaldati riservati ai soli militari alleati) lo effettuo prevalentemente sistemandomi nella cabina del frenatore dei treni merci.
Un centinaio di ex prigionieri di guerra infreddoliti e avviliti, attendono di trovare un posto sul primo treno diretto a nord. Riesco a salire su un merci che terminerà la sua corsa a Napoli. Al posto militare di ristoro non è possibile entrare: è affollato di civili che chiedono cibo. Sono scene penose che, purtroppo, ho visto tante volte in Albania in Grecia.
Non avrei mai immaginato di rivederle in Italia.

NEVICA, rincorro un treno che si è fermato per pochi minuti, mentre si rimette in moto con una manovra spericolata riesco a salire sull’ultimo vagone. Sono semi addormentato rannicchiato sul pavimento vicino alla toilette; arrivano due soldati che urlano qualcosa nella loro lingua. Faticosamente riesco a dire: “ I’m a Prisoner of war. I’m coming from India I have left Italy six years ago. I’m going home...”. I due sono americani sorridono, mi aiutano ad alzarmi da terra, mi danno manate sulle spalle e mi invitano
entrare nel loro scompartimento; mi rifiuto e fermo sulla soglia dico: “ No shower, no bath, I’ m dirthy, filthy. My dresses are full of louses” .
Mi siedo sul seggiolino nel corridoio, mi portano una tazza di caffè caldo, pane e una scatoletta di formaggio. Altri soldati nel frattempo si sono avvicinati, mi offrono birra; dimostrano una cordialità veramente inattesa. Non capisco quasi nulla di quello che mi dicono, ma i loro atteggiamenti esprimono tutto quello di cui in questo momento ho bisogno: un po’ di calore umano. Mi addormento seduto sullo sgabello nel corridoio e poco dopo ( 2 / 3 / 4 ore ? ) mi svegliano. “ Get ready . Next stop is Rome..... Good luck ! “. Stringo alcune mani, mi danno un sacchetto che contiene due filoni di pane bianco, tre pacchetti di sigarette, una bottiglia di birra. Mi vogliono dare del denaro che rifiuto. Ho le lacrime agli occhi, sono commosso, ma riesco a trattenermi. Il treno si è fermato fuori dalla stazione e dopo pochi minuti riparte. Sono solo in piedi, in mezzo ai binari. Per la prima volta piango.

UN TRENO RISERVATO

alle truppe alleate si ferma. Lo tengo d'occhio e dopo circa mezz’ora riparte. Sono le ore 23.00 e decido di tentare. Lo rincorro e, anche se ostacolato dalla mia valigetta di legno e dal sacco, riesco a salire sull’ultimo vagone; mi chiudo nella toilette. Bussano, ma io non rispondo, esco solo quando il treno aumenta la velocità. Un soldato inglese con la mano nella patta dei pantaloni slacciati, entra furioso. Quando esce mi chiede “tu tagliano ?” rispondo affermativamente. Mi dà uno schiaffone
( la sua mano, mi sembra grande come un badile ) che mi scaraventa nello scalino della porta d‘uscita del vagone. In posizione fetale, non mi muovo e non rispondo alle sue invettive.
Siamo ad Orte, poche decine di chilometri dopo Roma; il treno rallenta e si ferma. Arriva un M.P. (Military Police) urla parole incomprensibili, ma il suo gesticolare e le espressioni del suo volto sono inequivocabili; non mi alzo da terra, anche per evitare un probabile calcione, in ginocchio apro la porta e mi lascio scivolare sul marciapiede. Sono le quattro del mattino e c’è un traffico intenso di treni affollati di truppe alleate; alcune carrozze possono ospitare anche i civili, ma è impossibile salirvi, sono prese d' assalto. Dopo un paio di tentativi rinuncio e decido di attendere un altro treno. Trascorro la notte in un sotterraneo della stazione al caldo su una branda con coperte, non ci sono docce e tanto meno acqua calda, ma dopo tanti giorni dormo bene; anche i pidocchi, mi sembra, si sono presi una vacanza.
La Polizia Ferroviaria non consente a nessun italiano di salire sui treni riservati ai militari alleati. Annunciano una “tradotta” in partenza alle 22.00. Passa un treno merci con una decina di vagoni scoperti, è gremito all’inverosimile da ex prigionieri e civili. Sembra il tetto di quei treni affollatissimi che ho visto in India.
Rinuncio al piatto caldo perché è impossibile avvicinarsi al pentolone del rancio a causa dei tanti civili che fanno la coda.. Dopo alcune ore un altro treno merci rallenta, lo prendo al volo. I vagoni sono chiusi, ma riesco a sistemarmi nella cabina del frenatore in un pianale senza sponde. Arrivo a Firenze quasi congelato. Su un altro marciapiede è in sosta un treno “riservato alle truppe alleate” diretto al Brennero, la porta dell' ultimo vagone è aperta, salgo e mi chiudo nella toilette; quando parte esco e constato che l’intero vagone è riscaldato ed è completamente vuoto, mi sdraio sul pavimento fra due sedili, non solo per non sporcarli, ma anche perché sotto i sedili c’è il radiatore che riscalda lo scompartimento
Mi sveglia un calcio replicato varie volte con rabbia. È un sergente italiano della Polizia Ferroviaria. Tento di dirgli chi sono ed egli mi dà uno schiaffo in pieno viso; inferocito mi avvento contro di lui, lo abbraccio, è molto più robusto di me, lo graffio con rabbia in viso e riesco a mordergli un dito; lui urla, sento il sapore dolciastro del sangue in bocca, ma non lascio la presa; ho perso completamente il controllo. Alcuni ufficiali inglesi ci separano e lui mi mette le manette.
A Bologna mi accompagna, ammanettato,al posto di Polizia. Al Maresciallo dei Carabinieri dice che io l’ ho insultato ed aggredito, mostra il dito fasciato ed un paio di cerotti sul viso. Io non parlo, anche se perdo sangue dal naso; sono veramente soddisfatto. Sono contento, anche perché vedo che il poliziotto si sta grattando sotto il collo della camicia e sotto le ascelle; credo proprio di avergli trasmesso qualche famigliola di pidocchi.
Quando rimango solo con il Maresciallo racconto il mio avventuroso viaggio; il sottufficiale non fa commenti e mi chiude in una stanza, riscaldata. Poco dopo un Carabiniere mi porta una buona minestra calda, pane, spezzatino di carne al sugo e sorridendo dice: “Questa branda è tutta per te, fra tre ore c’è un treno per Parma. Non preoccuparti, provvederò io a svegliarti”.
Arrivo a Parma alle ventitre. Il Centro di Ristoro è funzionante ed accogliente. Una anziana signora mi avvicina e dice: “Cosa vuoi ? tagliatelle o tortellini ? … “ la interrompo: “no grazie. Ho freddo e desidero solo dormire”. Mi sistema in una poltrona sgangherata vicino alla stufa, mi da una coperta e mi accarezza più volte il viso. Verso le due del mattino sento un brusio intenso che in breve diventa un baccano infernale. È in arrivo un treno per Verona; civili, militari, ex prigionieri lo prendono d‘assalto. Intervengono i Carabinieri che riportano l’ordine; io rimango a terra. Parto, nel pomeriggio, da Parma per Verona con un treno merci, ospita un centinaio di ex prigionieri. Mi unisco a due bresciani miei vicini di casa a Brescia, sono ben vestiti: giacche e pantaloni militari ed un confortevole cappotto, rientrano dall’Egitto.
Non mangio da ieri, anche loro sono affamati, comunque hanno un fiasco di vino che si rivela quanto mai provvidenziale per combattere il freddo gelido. Ci sistemiamo nella solita cabina del frenatore avvolti dal nevischio all’aperto; generosamente i due mi stringono in mezzo a loro e mi proteggono dal gelo con i loro cappotti. Alle quattro del mattino arriviamo a Verona, sono ormai vicinissimo a casa e decido di non approfittare dell’ospitalità dell’efficiente Centro Militare di ristoro. È in partenza un treno per Milano. Dopo un “dibattito” violento con un ferroviere che non vuole farmi salire senza biglietto, grazie anche all’energico intervento in mia difesa dei due amici bresciani (loro si fermano a Verona) riesco a salire sul treno.

ALLE SEI SCENDO ALLA STAZIONE DI BRESCIA,


vado al posto di ristoro, non c’è nessuno, solo una suora affettuosissima; mi fa sedere vicino ad una stufa che emana un delizioso tepore, mi porta caffelatte bollente, pane per una maxi zuppa e mi fa pregare con lei. Non posso avvisare la mamma del mio arrivo, il telefono (e la vasca da bagno) allora erano un lusso riservato a poche persone. Nel piazzale della stazione osservo le macerie degli edifici ammucchiate ai lati del piazzale. La testimonianza dei bombardamenti è ben visibile ai lati delle strade: in Corso Martiri della Libertà, all’incrocio di Corso Palestro ed in Piazza Rovetta. Nel mio quartiere, fortunatamente non c’è traccia di bombardamenti.
Arrivo in Via Elia Capriolo, salgo le scale, la porta è solo accostata, busso e sussurro “mamma ” . Un abbraccio interminabile.



PRIGIONIERI DI GUERRA
SI VA IN INDIA



PRIGIONIERI di GUERRA

Dopo due anni di guerra in Albania, Grecia e ad El Alamein e quattro anni da prigioniero di guerra, al mio ritorno in Italia ho recuperato su un polveroso scaffale in cantina un quaderno dove, durante e subito dopo il mio ritorno in Patria, ho scritto il mio diario di quegli anni.

Qui di seguito, così come li ho fissati, oltre settant’anni fa su un foglio di carta, trascrivo gli avvenimenti riferiti ad alcuni episodi dell’

ULTIMO PERIODO di PRIGIONIA
NATALE 1944


San Giovanni d’Acri
Il complesso nel quale presteremo la nostra attività sorge sulla riva del mare ed è formato da gruppi di baracche in mezzo al verde. Siamo a meno di un chilometro dalla cittadina fondata dai Crociati e diventata successivamente con la conquista di Gerusalemme, capitale del Regno Crociato. Dalla finestra della mia baracca vedo le mura, il forte della città, il quartiere dei Cavalieri di Malta e la magnifica spiaggia.

In una grande Caserma per Allievi Ufficiali, unitamente a soldati inglesi, una cinquantina di italiani collabora alla gestione dei servizi del Campo. Sulla spallina destra della camicia un nastrino in campo bianco è scritto in rosso “ITALY”.

Siamo una decina, liberi da impegni di lavoro e assistiamo al rito religioso celebrato da un sacerdote protestante. Dopo la cerimonia ci appartiamo nella nostra baracca. Ascoltiamo gli schiamazzi ed i canti dei britannici che festeggiano il Santo Natale con il tradizionale, anche per loro, cenone natalizio. Ci guardiamo l’uno con l‘altro in silenzio, ascoltiamo la radio e attendiamo il ritorno dei nostri compagni occupati nelle mense; dopo mezzanotte arrivano con arrosti, dolciumi, bottiglie di vino e di birra.
I nostri due cuochi hanno confezionato, un menù eccezionale, ma nessuno mangia, nessuno sorride, nessuno parla. Nel salone-ritrovo, da noi volutamente tenuto semibuio, un napoletano inizia a cantare “Marechiaro”, risponde un milanese con “Oh mia bela madunina”, continuano gli alpini con “il Capitano comandante la Compagnia ”, il “ ta-pum, ta-pum, ta-pum” il coro del “ Nabucco”….. commozione, qualche furtiva lacrima.

Sono lontano da casa da tanto tempo (è il quarto Natale dal 1940) e comincio ad immaginare le difficoltà che dovrò affrontare al mio ritorno in Patria. Un fatto mi è ben chiaro, in Italia non userò la macchina da scrivere e tanto meno coordinerò le presenze al
lavoro di camerieri, cuochi e giardinieri ecc., e nemmeno farò l‘apprendista interprete; tornerò in Italia augurandomi di trovare, in tempi brevi, lavoro in qualche officina meccanica.

Quando devo accompagnare all’Ospedale Militare di HAIFA coloro che necessitano di visite specialistiche il pass mi consente di chiedere l’autostop a tutti i mezzi inglesi.

Ne parlo con Najib Tual (un ufficiale inglese con il quale collaboro) e, tramite lui dico del mio desiderio ad un altro ufficiale che mi saluta sempre con cordialità. È innamorato dell‘Italia e quando può mi chiede di Firenze, di Venezia, di Roma e del suo desiderio, dopo la guerra, di fare un viaggio in Italia con la sua famiglia. Dopo una settimana, grazie al suo intervento ed a quello di Najib Tual il quale, anche se dispiaciuto, ha validamente sostenuto la mia richiesta, sono trasferito in una caserma di soldati inglesi a Rishon Le Zyon e poi a Tel Aviv in riva al mare.
Lavoro con altri sette italiani in un’officina meccanica su tre turni di otto ore. Il turno per noi italiani è sempre fisso, dalle 13 alle 21, mentre i due turni inglesi si alternano nelle altre 16 ore. Il lavoro consiste nella manutenzione di materiale ferroviario e, con il nostro arrivo, anche della produzione di pezzi di ricambio. I miei nuovi compagni di lavoro sono operai molto capaci e non c’è problema che venga risolto senza chiedere la nostra partecipazione.
Alla domenica possiamo muoverci liberamente. Incontriamo i giovani ebrei i quali vivono serenamente una vita di grandi sacrifici. Qualche volta prendiamo l‘autobus e con loro passeggiamo liberamente per i vicoli della Medina di Jaffa e per le strade di Tel-Aviv; oppure facciamo il bagno sulla spiaggia che si vede a circa 500 metri dal nostro alloggio. Attendiamo tranquilli il giorno del nostro ritorno in Patria


In spiaggia a Tel Aviv: da sinistra i paracadutisti bresciani: Filippini (Bagnolo Mella), Bugatti Lumezzane, Compagnoni (Brescia), Senna di S. Genesio (Pavia)

Marzo 1945
È domenica e stiamo avviandoci verso la spiaggia dove trascorreremo la giornata. Un ufficiale inglese ci ferma e dice:“ ho una notizia importante per voi ”.
Ci legge un Ordine di servizio che prevede il nostro trasferimento in Egitto.
Salutiamo gli amici inglesi e prepariamo il nostro sacco. Mi porto gli indumenti (nuovi) che ho acquistato in un magazzino militare, i miei libretti (Essential English) le mie poche cose ( il guscio di una tartaruga e di un granchio gigante ) la gavetta, le posate ed una coperta perché in Egitto, non troverò sicuramente una situazione simile a quella che sto per lasciare.
A bordo di un autocarro partiamo per la nuova destinazione. Passiamo da Gaza e rientriamo in Egitto. Attraversiamo il deserto del Sinai ed a notte fonda ci rendiamo conto di essere ritornati al Campo 308.
In un recinto del Campo con circa un centinaio di altri “cobelligeranti ” siamo in attesa di conoscere la prossima destinazione. Gli anziani prigionieri che incontro fuori dalla gabbia quando vado a fare la “spesa viveri”, mi dicono che siamo fortunati perché andremo in Italia ( a Napoli ) per lavorare nei cantieri navali.

Dopo una settimana, presentato da un R.S.M. ascoltiamo in piedi ben allineati e coperti così come vuole la rigida disciplina dell‘Esercito britannico un Colonnello che esordisce dicendo. “ tutti sedere terra,” ci guarda sorridendo e dice: “mi odiate tutti? ; riceve,un inaspettato applauso. Un po’ sorpreso continua a parlare - a braccio - in un “italiano“ incomprensibile; forse vuol elogiare la nostra decisione, forse la nostra capacità di lavoro; solo alla fine del discorso quando un ufficiale gli porge un foglio che egli legge, riusciamo a capirlo. ” ..….d’intesa con il Governo italiano la vostra destinazione è l’India …“
Urla, proteste, richieste di esonero per gli ammogliati con e senza figli, non dovrebbero partire quelli delle classi 1916 e 1917 ( sono ininterrottamente in servizio dal 1939 ).
Gli inglesi sollecitano la presentazione di domande di esonero, devono essere corredate dalla descrizione di dettagliati motivi familiari. Gli inglesi raccolgono tutto, ascoltano con interesse, ma non danno alcuna risposta né lasciano filtrare la minima indiscrezione.

Per quanto mi riguarda io non me la prendo più di tanto. Vedrò un grande ed esotico paese: l‘India. Trascorrono due settimane e finalmente si parte
Siamo 150 metalmeccanici provenienti da vari Campi . Un breve tratto in autocarro e poi in treno. Alcuni soldati inglesi che ci accompagnano dicono: “ se il treno va verso Porto Said ( Mar Mediterraneo) andrete in Italia, se invece si dirige a Sud (Mar Rosso) mettetevi il cuore in pace perché andrete in India”. Siamo tutti affacciati ai finestrini e leggiamo ripetutamente sugli indicatori stradali “ Ismailia “. La posizione del sole ci dice che stiamo andando a nord. Sembra proprio vero. Andremo in Italia.
Il convoglio arriva a Porto Said. Dalla stazione ferroviaria, carichi del nostro fagotto, marciamo ordinati e sorridenti, verso una grande nave all’ancora. Saliamo su uno zatterone che si avvicina alla nave, iniziamo la salita arrampicandoci sulle scale di corda che penzolano dal ponte.

I soldati inglesi dall’alto lanciano monetine sulla zattera e non riusciamo a capire il motivo degli insulti che ci rivolgono a squarciagola. Io sono nel mezzo del gruppo che si sta arrampicando; sul ponte è iniziata una rissa furibonda, la tensione ed il risentimento contro gli inglesi si sono accresciuti. Quando anch’io arrivo sulla nave mi butto, armato della mia gavetta, mi lancio nella mischia. Arrivano una ventina di M.P.( Military Police i quali, senza alcuna distinzione fra noi ed i loro commilitoni, distribuiscono manganellate ai protagonisti della battaglia. Gli inglesi si ritirano e noi veniamo convogliati nei posti che ci hanno assegnato. Hanno chiuso le uscite e per tutto il pomeriggio e la notte nessuno si fa vivo. Nemmeno per darci da mangiare e bere.
La nave parte, dagli oblò al pelo dell‘acqua ( siamo chiusi nella sottocoperta ) vediamo scorrere le pareti del Canale di Suez. Nascono i primi dubbi. Al mattino la conferma: ci stiamo avvicinando ai laghi salati dove vediamo ancorate due grosse navi da guerra italiane ( sono lì bloccate sin dall‘inizio della guerra ).
A destra ed a sinistra sulle rive del Canale ammiro il paesaggio: dune, palme, campi coltivati, casupole, qualche capra e tanti bambini. Arriviamo in mare aperto. Ora siamo liberi di salire sul ponte della nave. Con comprensibile piacere siamo passati dal tanfo della stiva all‘aria frizzante del mar Rosso.

Le proteste sono inutili: andiamo in India.
La guerra continua contro il Giappone e noi … siamo cobelligeranti.

“ Napoli è occupata dagli americani; gli alleati combattono a Cassino e con loro, combatte contro le truppe tedesche, un reparto dell’Esercito italiano, circa 4.000 uomini.

Il Mar Mediterraneo è ormai lontano. La speranza di andare in Italia è svanita Alcuni dei nostri piangono. Un sottufficiale inglese mi consegna un tesserino del quale, qui di seguito ne riproduco copia.
Un gruppetto di giovanissimi soldati inglesi provenienti dall’Inghilterra, chiamati alle armi da pochi mesi, ci avvicina ed inizia subito un dialogo. I motivi della rissa al momento dell’imbarco sono immediatamente chiariti. Non si capisce da chi e perché ai nostri compagni di viaggio, più di un migliaio, era stato detto che noi eravamo soldati italiani “mercenari”.

Il giorno dopo con Guffanti uno dei componenti la mia squadra e cinque giovanissimi londinesi, formiamo un gruppo con il quale trascorriamo in allegria ed amicizia i lunghi giorni di navigazione. Gli amici inglesi concordano con noi nel deplorare la spregiudicata scorrettezza commessa sulla nostra pelle dai Governi Italiano e Britannico.
Con le reclute inglesi parliamo delle atrocità della guerra e delle vicende personali vissute in Albania, in Grecia, in Libia ed in Egitto, delle nostre famiglie e della speranza di ritornare presto in pace alle nostre case.



Febbraio 1945

In Europa la guerra è finita, Berlino è caduta ed a Milano il 25 aprile il CLNAI (corpo di liberazione nazionale alta Italia) ha assunto i poteri civili e militari.

Lasciamo il Canale e passiamo davanti alla statua di Lessep, il realizzatore del Canale di Suez progettato dall‘italiano ing. Negrelli. Siamo usciti dalla incredibile e stupefacente autostrada liquida seguendo la scia di un convoglio eterogeneo di navi. Sono sul ponte di prua con gli amici e guardiamo emozionati le prime onde del Mar Rosso frangersi sotto la prua della nostra nave.
Nel Porto di Aden la nave si ferma per due giorni. Imbarca altre truppe ed effettua i rifornimenti necessari per la traversata. Al mattino mi sveglia l‘aumento del rombo dei motori, (ron-ron) un rimbombo che mi seguirà per tutta la traversata.
Un fischio prolungato di saluto e la grande nave affronta il mare aperto; attraverseremo l‘Oceano Indiano. Siamo diretti in India a Bombay.

Con il gruppetto degli inglesi sono rimasto sul ponte ad ammirare il tramonto e l‘orario della cena è stato abbondantemente superato. Per il notevole ritardo dobbiamo saltare il pasto. Torniamo sul ponte e siamo affascinati da un nuovo grandioso spettacolo.
La volta celeste è punteggiata da innumerabili stelle, la luna sembra a portata di mano ed illumina ogni angolo della nave. La nostalgia di casa nostra ci prende e cantiamo; altri inglesi si uniscono a noi. Portano birra.

Bombay.

Siamo entrati nella baia, due grandi navi da guerra inglesi sono attorniate da nugoli di barche e barchette con a bordo uomini praticamente nudi, che attendono che i marinai lancino loro qualcosa da mangiare. Sulla banchina del porto si muove freneticamente una moltitudine di ombre. Non sembrano esseri umani; sono controllati e spronati al lavoro da uomini vestiti di bianco. Inizia lo sbarco.

Arriviamo in una caserma, situata in un popoloso quartiere; ospita marinai, avieri, soldati appartenenti alle varie specialità dell' esercito britannico. Con altri italiani sono sistemato, insieme agli inglesi, in un ampio stanzone con brande fornite di lenzuola e coperte. La pulizia dei servizi igienici è ottima ed il rancio altrettanto.
Gli italiani che lavorano alla mensa sono stati catturati in Libia nel 1940-1941. Raccontano di aver trovato una situazione infernale. Non esistevano baracche, c’erano solo capanne; il tetto di lamiera metallica di giorno si arroventava, l’acqua da bere - di colore rossastro - provocava dissenterie gravi ed infine il terreno paludoso era infestato da numerosissimi topolini piccolissimi e da scorpioni giganti, senza contare l’afflusso dei serpenti in occasione delle piogge.
“Oggi - afferma il prigioniero anziano che coordina il lavoro delle cucine - ci troviamo in un vero paradiso; dovrete solo fare attenzione agli sciami di corvi i quali, durante il percorso ( 100 metri ) che separano la cucina dalla sala mensa, puntualmente, all’ora dei pasti, sorvolano numerosissimi il Campo e, con picchiate velocissime agguantano dai piatti il cibo senza nemmeno sfiorare il piatto ..”.

Siamo rimasti in ventidue, salutiamo con un arrivederci gli altri italiani che lasciano la caserma in quanto assegnati ad altri reparti. Trascorriamo nel più completo ozio circa quindici giorni. Nessuno ci avvicina e nessuno dice a quali compiti saremo assegnati.

6 agosto 1945

I soldati britannici sono impegnatissimi in dure marce e attività militari varie. Assistiamo ad un momento di intensa attività per gli inglesi noi, ancora una volta, siamo ignorati.
I nostri amici dicono che siamo vicini ad una zona che potrebbe diventare “Theater of operations.”
Una notte mi svegliano schiamazzi, spari isolati e raffiche di mitragliatrice. I “nostri alleati” sono quasi tutti ubriachi. Nella mia tenda arrivano quegli amici inglesi conosciuti sulla nave, con una cassetta di bottiglie di birra. Billy, uno scozzese simpaticissimo, mi abbraccia e dice: “le fortezze volanti americane, ( 6 agosto ) hanno lanciato la bomba atomica su una città del Giappone. La guerra è praticamente finita.”
Ci uniamo alla festa, alle abbondanti libagioni degli amici inglesi ,,, “
Il giornale del campo riporta i risultati di un torneo di calcio. Io ero nel campo 12.
Nel Campo di Bairagarh cinque giovani inglesi conosciuti sulla nave mi scrissero quanto segue (allego anche la traduzione in italiano):


Parlando di P.O.W. non posso non ricordare un caro amico che era con me in Palestina, il bresciano 0ttorino Pagani (la notte del 23 ottobre 1942, ”servente al pezzo- - rifiutò di collaborare con gli Alleati.
Meno di un anno dopo il suo ritorno in Italia fu dichiarato inabile e ci lasciò. La causa della morte: il trattamento ai limiti dell’umanità ricevuto dagli inglesi al Criminal Camp n° 305.
Voglio ricordarlo con l’amarezza di non essere riuscito a convincerlo a rimanere con noi.
----


Il Leone Compagnoni ci ha pregato di ri-aggiungere al suo articolo uno stralcio del discorso che Napolitano tenne a El Alamein qualche anno orsono.

Eseguiamo l'ordine:



Non mi stancherò mai di ripetere l’auspicio pronunciato dal Presidente della Repubblica ad El Alamein il 25 ottobre 2008 presente il Ministro della Difesa:

“… rendiamo dunque omaggio alle virtù morali e alle straordinarie doti di coraggio di cui decine di migliaia di uomini diedero incontestabile prova. Tutti furono guidati dal sentimento nazionale e dall’amor di Patria, per diverse e non comparabili che fossero le ragioni invocate dai Governi che si contrapponevano su tutti i fronti nel secondo conflitto mondiale.

Fu una sconfitta che non avrebbe gettato alcuna ombra sui valori di lealtà e di eroismo dei combattenti italiani e tedeschi, ma che fu dovuta - non solo - ad El Alamein, alla soverchiante superiorità di uomini e di mezzi dell’opposto schieramento, ma alla storica insostenibilità delle ragioni delle motivazioni e degli obiettivi dell’impresa bellica nazi-fascista.

Tutto questo è oggi e da un pezzo, alle nostre spalle: ma non va dimenticato. Ed è giusto dire che i veri sconfitti – anche sulle sabbie di El Alamein – furono i disegni di aggressione e di dominio fondati perfino su dottrine di aberrante superiorità razziale….”




 
 
 
 
 
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IL NOSTRO RICORDO DEL CAPITANO INCURSORE PARACADUTISTA ROMANI
Giovedì, 23 Settembre 2010


UN ALTRO 17 SETTEMBRE DA RICORDARE CON DOLORE
Sabato, 18 Settembre 2010


di Walter Amatobene

ROMA- Alle 1030 del 17 Settembre 2010 ero nei corridoi dello Stato Maggiore dell'Esercito per incontrare il colonnello Centritto, capo dell'Ufficio Informazione dell'Esercito e con lui andare al COI per una visita di cortesia ai numerosi paracadutisti che ci lavorano.

Poi la notizia: due incursori della Folgore sono stati feriti durante una operazione della Task Force 45. Assai grave uno, meno l'altro. Per entrambi iniziano le rapide procedure "MEDEVAC". L'ufficiale più colpito subisce una lunga operazione che dura qualche ora. Il proiettile entrato dalla spalla ha danneggiato organi interni.

L'incontro cordiale con il Generale CASTELLANO prima, e con il Colonnello Toscani subito dopo, è ogni tanto interrotto da telefonate e messaggi. Quelli che arrivano al colonnello Toscani, dell'Ufficio Operazioni, sono via via più allarmanti.Il grande schermo della sala operativa mostra un ingrandimento dell'area dove è avvenuto il conflitto a fuoco.

Sono di troppo. Per non intralciare il suo,il loro lavoro, capisco che è venuto il momento di lasciare il Coi.

Il Colonnello Toscani mi saluta alle 15. In cuor mio mi auguro di non dover tornare in argomento su quanto accaduto la mattina, se non per conoscere la data del loro rientro in Ospedale italiano, per continuare le cure.

E' il Coi - con la sua sala operativa 24/24- l "imbuto" al quale confluiscono come sempre le informazioni che vengono successivamente diramate alla catena gerarchica. Sarà proprio il colonnello Toscani a ricevere per primo quelle più brutte. Da alcune mezze frasi che sento dalla sala dove sono stato ricevuto, intuisco che i feriti potrebbero passare da Ramstein, ospedale militare americano, per proseguire cure e stabilizzazione, come in altri casi è successo, prima del rientro in Italia. Buon segno.

Il meccanismo del Centro Operativo Interforze è (purtroppo) rodato: soprattutto quando le notizie sono "cattive", corrono alla velocità della luce.Una tragica ma indispensabile efficienza.

Sono le 16 e 30 mentre rientro allo SME. So che il Colonnello Toscani avrebbe continuato le procedure insieme ai colleghi che al Coi avranno il compito di riportare a casa i feriti.

Appena entrato nel suo ufficio, capisco che c'è un aggravamento e lascio il Colonnello Centritto, che si incontra riservatamente con il Colonnello Dechigi, suo vice, per seguire gli sviluppi. Quando la porta si riapre, dal suo sguardo tristissimo capisco che il peggio è accaduto: è deceduto l'Ufficiale della Folgore ferito gravemente. Sono da poco passate le 17. Il lungo corridoio si azzittische. I volti si fanno tutti scuri.

Lascio il palazzo dello SME cogliendo gli sguardi pensierosi di ognuno dei militari che incontro e saluto.
Un altro Militare italiano, un altro Paracadutista,il nono in 12 mesi, è caduto in servizio.

Non riesco a pensare ad altro. Annullo ogni altro appuntamento. Ancora una volta ho la terribile sensazione che ai Paracadutisti, allo staff di redazione, a chi sta scrivendo, a tutti noi e ai Colleghi di ogni Arma e Specialità sia morto un Fratello. Quello che ho visto e che ho sentito subito dopo la notizia della morte del loro collega, mi ha commosso. Bersaglieri, Cavalieri,Paracadutisti, Carabinieri, Fanti: una unica famiglia, in quel palazzo di via XX Settembre.

Proprio oggi alla Caserma Bandini di Siena la Madonna di Fatima aveva ricevuto le preghiere in ricordo dei Baschi Amaranto che nel 2009 avevano subito la stessa sorte dell'Ufficiale incursore della Folgore Romani caduto sul campo oggi.

Dio vuole con sè i Figli migliori.
Un altro 17 Settembre da ricordare con dolore.




 
 
 
 
 
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UNIVERSITA' DI PADOVA: EL ALAMEIN PROJECT. UNA RELAZIONE SULLE RIPRESE AERRE DEL 1942/AGOSTO
Venerdì, 17 Settembre 2010


TRADUZIONE DI UN LAVORO DEL PROFESSOR BONDESAN SCRITTO IN LINGUA INGLESE SULLA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN :LA RICOGNIZONE AEREA DELL'ASSE NELLA BATTAGLIA DI HALAM ALFA AGOSTO-SETTEMBRE 1942

Il 31 agosto Rommel aveva iniziato un secondo tentativo di spezzare le difese nemiche (conosciuto anche come la battaglia di Alam
Halfa), con la spinta principale svolta dalle divisioni corazzate italiane e tedesche, cercando di nuovo di accerchiare a sud delle linee inglesi.

Il Gen. Montgomery (che aveva sostituito il generale Auchinleck come comandante in capo della VIII Armata britannica) ha immediatamente reagito.

Ne seguì una battaglia forte per il resto della giornata, senza una parte prevalente sull' altra. Nei giorni successivi, la lotta continuò, ma il fronte era sempre più frammentato in diversi settori. La forte reazione inglese e la mancanza di risultati (e di combustibile), ed anche una visione incerta della situazione,
costrinsero Rommel a ritirarsi sulle posizioni di partenza.

La seconda battaglia di El Alamein è stata l'ultima possibilità di Rommel - anche se durata pochissimo - che finì con perdite importanti e l'indebolimento definitivo delle Forze dell'Asse.

Un volo di ricognizione militare fu eseguito il 24 agosto 1942 dalla Aeronautica Militare italiana al fine di ottenere nuove
informazioni sulla concentrazione di truppe e veicoli e la distribuzione dei campi minati inglesi, prima dell'inizio del
l'Asse anticipato in precedenza prevista per il 26.

Il volo rscattò 210 fotografie aeree scattate da una speciale
dispositivo fotografico composto da tre camere separate, ottenendo una striscia tripla antenna lungo la linea di volo.

La missione è stata compiuta da un aereo speciale, un Cant Z 107bis appartenenti al 191 mq. B.T., 86a Gruppo B.T.,35o Stormo. Probabilmente era un aereo speciale dell'Istituto Luce / Reparto Fotocinematografico.
Gli scatti sono iniziati da El Moghra Laghi in direzione nord: purtroppo, la mancanza di strumenti di navigazione e la bassa
visibilità hanno indotto in inganno il pilotache si è diretto a nord-est. Manca quindi una parte del fronte britannico. Più tardi, dopo aver raggiunto il Mediterraneo, virò a sud, coprendo la parte settentrionale e centrale del fronte, dalla finestra di El Alamein a Deir El Munnassib.

La parte meridionale non è stata presa perchè aveva ormai consumato tutta la pellicola
L'area mancante era quella attraversata dalle divisioni italiana e tedesca durante il " raid dei 6 giorni", dove l'Asse ha incontrato le forze inglesi che aspettavano l'avanzata e dove ottengono si sono imbattuti in campi minati solo parzialmente conosciuti.
Le foto aeree sono state scannerizzate presso l'Ufficio Storico del Comando Generale dell'Aeronautica Militare italiana (USSMA), poi georeferenziate e collimata con punti di controllo e incrociando i dati con quelli del "quickbird". Le fotografie mostrano migliaia di veicoli, postazioni di artiglieria, depositi, campi minati e filo spinato, le trace dei veicoli e i depositi dei famosi manichini usati per ingannare il nemico.

Questa raccolta rappresenta un documento unico del campo di Battaglia di El Alamein e dà nuova luce sulle cause della sconfitta di Rommel, dimostrando la mancanza di una corretta informazione sul
terreno battaglia prima dello scontro di Alam Halfa. Fattori che, uniti alla penutria di carburante, la superiorità aerea e della intelligence britannica (Decription Enigma), è stata una delle cause principali del fallimento.

Inoltre, il mosaico aereo ci ha offerto l'opportunità di ricostruire l'ambiente costiero e del deserto e territorializzazione evidenziando i cambiamenti avvenuti negli ultimi 67 anni.

Sotto:dall'alto vero il basso

Foto 1: Stazione di El Alamein con depositi inglesi e veicoli sparsi (sono i "puntini" neri)
Foto 2: Batterie di artigilieria inglesi e raggruppamento di veicoli
Foto 3: Battierie di artiglieria inglesi, piste e campi minati
Foto 4: Batterie di artiglieria inglesi e piste








 
 
 
 
 
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SPECIALE EL ALAMEIN PROJECT
Martedì, 31 Agosto 2010


SPECIALE SULLE MISSIONI DELL'EL ALAMEIN PROJECT

CLICCATE QUI

 
 
 
 
 
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IN MOMORIA DEI PARACADUTISTI DI TAKROUNA
Sabato, 14 Agosto 2010



COMMEMORAZIONE ALLA STELE DI TAKROUNA
ANNO 2010


Takrouna (Tunisia), un villaggio berbero in cima ad una rocca rocciosa che si erge ripida sulla pianura di Enfidaville, che nell’aprile del 1943 costituiva una formidabile posizione difensiva per le Forze Italo-Tedesche incalzate da sud da quelle inglesi.
Il 19 aprile il 28° Btg Maori della 9° Br. neozelandese, al costo di gravissime perdite, apriva un varco tra le casupole del villaggio, conquistando la vetta e sistemandosi a difesa della posizione.

Il Comando italiano disponeva un immediato contrattacco con un reparto di Granatieri di Sardegna che si batteva valorosamente senza però riuscire a conquistare la posizione fortemente difesa dal nemico.
La missione veniva così affidata ai superstiti del 285° Btg “Folgore”, inquadrati nel 66° Rgt. Fanteria “Trieste”, schierato alcuni Km. a nord di Takrouna.

Erano sopravvissuti circa 180 paracadutisti inquadrati in due compagnie, comandate rispettivamente dal Ten. Rolando Giampaolo e dal Ten. Orciuolo che, reduci della battaglia di El Alamein, avevano continuato a combattere lungo circa 2000 Km di deserto in una manovra in ritirata dall’Egitto fino in Tunisia.

La riconquista di Takrouna era così passata ai paracadutisti che, fiaccati nel fisico per l’estenuante impari lotta affrontata tutti i giorni e nel morale per la perdita di un gran numero di commilitoni (gli ultimi a Wadi Akarit sul fronte del Mareth nei mesi di marzo-aprile), raccoglievano tutte le loro forze e tutto il loro orgoglio per affrontare l’ultima possibilità di dimostrare il loro coraggio ed il loro ancora intatto spirito combattivo.

Venivano così impegnati in due giorni di duri combattimenti lungo le balze della rocca, contro i Maori neozelandesi che, ben schierati a difesa del villaggio, contrastavano l’avanzata dei paracadutisti con precisa azione di cecchinaggio.

Giunti a contatto con i Maori, i paracadutisti li affrontavano con le baionette e le bombe a mano, stanandoli casa per casa e costringendoli ad una precipitosa fuga lungo i dirupi.

Molti Maori venivano presi prigionieri e scortati nelle retrovie.
La posizione veniva mantenuta dai paracadutisti per 48 ore. Poi si scatenava il contrattacco inglese preceduto da un massiccio fuoco di artiglieria.

I paracadutisti, terminate le munizioni, in mancanza di ogni possibilità di ricevere rifornimenti, erano costretti a ripiegare, calandosi lungo una parete rocciosa. Per due giorni avevano combattuto il nemico strenuamente, avevano riconquistato Takrouna, avevano perso circa metà degli uomini, avevano dato il massimo di se stessi.

La battaglia di Takrouna fu il più importante evento bellico nel Nord Africa, dopo El Alamein, vissuto dai paracadutisti della Divisione “Folgore”. Esso fu riconosciuto con il conferimento di diverse medaglie al valore tra cui ricordiamo le Medaglie d’Argento al Ten. Rolando Giampaolo ed al S.Ten. Cesare Andreolli che andavano ad aggiungersi a quelle conferite per gli avvenimenti a Wadi Akarit al Ten. Ludovico Artusi, al S.Ten Cesare Cristoforetti, al cap. magg. Giambattista Corlazzoli ed allo stesso Ten. Rolando Giampaolo.

Per ricordare questa battaglia il giorno 24 aprile 2010 si è tenuta presso la Stele eretta ai piedi della Rocca di Takrouna, a ricordo dei paracadutisti della Divisione “Folgore” caduti nell’adempimento del loro dovere, una cerimonia commemorativa organizzata dall’Ambasciata d’Italia a Tunisi.


Erano presenti alla cerimonia l’Ambasciatore Pietro Benassi che ha tenuto un emozionante discorso commemorativo, l’Addetto Militare C.Amm. DeFelice, il T.Col. Ugo Cantoni, perfetto organizzatore della cerimonia, le Autorità locali e molti Addetti Militari delle Ambasciate dei Paesi accreditati a Tunisi con i loro familiari.

La rappresentanza giunta dall’Italia era costituita dal T.Col. Fedele Aloè del 66° Rgt. Fanteria della Br. Friuli, accompagnato da un sottufficiale ed una soldatessa, da un Nucleo di Carabinieri dell’Associazione Carabinieri in congedo, Sezione di Bobbio (PC), dal Ten (ris) Rolando Giampaolo, dal Gen.B. (aus) Salvatore Iacono, dalla S.ra Lucilla Andreolli (figlia del S.Ten: Andreolli) che hanno partecipato a titolo personale. Erano presenti anche diversi paracadutisti in congedo residenti in Tunisia fieri di indossare il loro basco amaranto.

Al discorso dell’Ambasciatore ha fatto seguito la deposizione di 4 corone: da parte dell’Ambasciata Italiana, dell’Associazione Carabinieri, del 66° Reggimento fanteria e quella di Rolando Giampaolo e Lucilla Andreolli in ricordo ed onore dei rispettivi genitori che a Takrouna hanno scritto una pagina del loro valore di soldati.

Al termine della cerimonia tutti i partecipanti sono stati invitati al ritrovo in cima alla Rocca dove la gentilissima S.ra Aida aveva preparato un rinfresco a base di prodotti tipici locali.



NOTA
La Sezione ANPd’I di Livorno ha organizzato un Soggiorno in Tunisia con cerimonia commemorativa alla Stele di Takrouna nel periodo dal 6 al 13 settembre 2010.
Per informazioni rivolgersi alla Sezione tel. 0586887552 o al suo Segretario, par. Mario Talerico cell. 3393287164 o direttamente all’Agenzia di Viaggi Filo Rosso di Livorno, tel. 0586442220

 
 
 
 
 
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UN LEONE DELLA FOLGORE INTERVIENE SUL PROGETTO EL ALAMEIN
Giovedì, 5 Agosto 2010





Brescia

Caro Walter, caro direttore,
Mi hai chiesto riflessioni e suggerimenti sul meraviglioso progetto El Alamein.


La riflessione:

ho partecipato alla recente presentazione del libro “El Alamein” del dott. Daniele Moretto e su sua richiesta il mio intervento ha concluso la serata. Il testo è pubblicato su SU PARACADUTISTI DI BRESCIA


In quella occasione l’autore ha illustrato dettagliatamente il progetto voluto dall’ANPd’I Nazionale in collaborazione con il paracadutista Walter Amatobene del sito “CONGEDATI FOLGORE”, l’Università del Cairo, l’ Università di Padova, l’Ambasciata italiana unitamente ed un gruppo di studiosi.


L’aver immaginato, non solo dal punto di vista storico-culturale e patriottico, e realizzato con entusiasmo, soprattutto con piccone, badile e carriola, il recupero di un tanto rilevante periodo della nostra Storia, non poteva che essere opera di paracadutisti coscienti di quanto si legge all’art. 2 dello Statuto Nazionale dell’ANPd’Italia:

” la glorificazione dei paracadutisti caduti nell’adempimento del loro dovere in guerra ed in pace, perpetuandone la memoria.. “

Non posso non dirti della mia amarezza per non poter far parte di uno dei gruppi di lavoro che tu ed i tuoi collaboratori avete generosamente ideato. Infatti fra pochi giorni inizierò il 90° anno di vita e non posso più utilizzare le mie gambe e le mie braccia come richiede questo impegno.
Lo spirito della Folgore e la volontà non bastano: non “pompo” più, alla seconda flessione … cado a terra, (però vado in bicicletta e guido ancora l’auto…)



Il suggerimento:


I Congedati Folgore, le Università e la rinnovata Presidenza Nazionale dell’ANPDI garantiscono certamente iniziative corredate da contributi tecnici, culturali indubbiamente adeguate.

Da parte mia azzardo un suggerimento, che illustro con un esempio che risale al 1952 (allego scan della nota dell’epoca);

nel quale, per favorire la partecipazione dei “ Folgorini “, si fa cenno a facilitazioni di viaggio, vitto, alloggio; se nel 2011 le risorse del Ministero della Difesa non lo consentissero (vedi nota in calce…) una medaglietta, un distintivo potrebbero essere apprezzati dagli ormai pochi superstiti.

L’idea non necessità di altri particolari chiarimenti.

Non è tutto, ma per ora basta così. Al mio orizzonte vedo l’anno 2011 nel giorno dell’inaugurazione della restaurata linea del fronte. Io comunque, ci sarò !!!

Ciao, arrivederci e, FOLGORE SEMPRE !!!
Paracadutista
Gino Compagnoni


LA INTERVISTA DEL LEONE GINO COMPAGNONI A "IL GIORNO"




sotto: la convocazione ai Radunisti del 1952 che riportava la promessa di rimborso spese


Gino

 
 
 
 
 
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DORINA: COMPAGNA DI UNA VITA DI EMILIO CAMOZZI
Mercoledì, 26 Maggio 2010


DORINA

Qualche ortodosso griderà indignato:"Ora anche le mogli ci propinano questi rompiballe di Reduci".Andiamoci piano, molto piano.

Oltre ad avermi sopportato per sessantacinque due anni, il che non è poco visto il carattere piuttosto irsuto che accomuna tutti i paracadutisti, ha delle qualità che la fanno meritare la qualifica di reduce. Ha accettato il mio turbolento considerare la vita , magari con il cuore in gola, qualche volta affiancandomi nelle mie non troppo facili avventure, e rincuorandomi quando mi prendeva il magone per qualcosa non riuscita. Durante i periodi di fuoco qui a Trieste la mandai a Udine con il figlioletto che ho avuto il tempo di mettere al mondo. Aveva il compito di accogliere, sistemare, e provvedere alla sistemazione ed al vitto dei feriti che riuscivamo a far fuggire da Trieste dove, dopo le prime cure nell'infermeria del carcere dovevano subire un processo che finiva sempre in una condanna. Svolse il suo compito in modo
encomiabile.
Credo quindi si sia meritata l'onore di una citazione fra di noi.


 
 
 
 
 
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IN RICORDO DI PADRE BASSO E LA STORIA DEL "BUON PARACADUTISMO" PIONIERISTICO
Mercoledì, 5 Maggio 2010


Ricordi scaturiti da una celebrazione




di Enzo Trentin


L’occasione mi viene data dalla giornata del 2 Maggio scorso, nel corso della quale si è celebrata l'inaugurazione di un piccolo monumento e l'intitolazione di una piazzetta proprio di fronte alla casa natia di Lumignano, paesino alle porte di Vicenza, ad un cappellano militare paracadutista. E questo particolare denota l’elevata sensibilità degli organizzatori dell’intera iniziativa, poiché lì vivono ancora tre fratelli di Padre Ubaldo Lino Basso. Il francescano MAVM presente ad El Alamein nelle fila della Divisione Folgore.

Più che combattere, fratel Lino si spese al fianco delle pattuglie di folgorini che operavano di notte nella terra di nessuno. I parà facevano il loro lavoro, don Lino (allora poco più che trentenne) andava alla ricerca di resti e di qualche effetto personale dei caduti da riconsegnare alle famiglie.

Domenica 2 Maggio 2010 ho partecipato ad un bellissimo evento, curato in ogni particolare dal vicentino Guido Barbierato (Consigliere nazionale per il Triveneto) a quale va non solo il mio presonale apprezzamento, e dove ha presenziato anche il Presidente nazionale Giovanni Fantini.

Commemorazione toccante.


L’oratore: Paolo Carlan non ha mancato di commuoversi, e di commuovere il folto pubblico, nel ricordare la figura del francescano.
Per scelta personale mi sono allontanato da ogni associazione, e da ogni attività sportiva oramai da quindici anni, ma avendo conosciuto personalmente padre Lino Basso ho creduto giusto non mancare. Eppoi io quel frate l'ho sempre invidiato per la serenità che emanava da ogni suo sguardo e comportamento.
La cerimonia è stata anche l’occasione per un fraterno abbraccio a tanti vecchi amici e compagni di goliardate aeree.

Per la maggior parte ci siamo riconosciuti dagli sguardi e dai sorrisi piuttosto che dalla fisionomia. I corpi, in genere, sono diventati più… “importanti”. È stato come veder scorrere una serie di seguenze di un film immaginario, nello svolgersi del quale non di rado appare la figura di fratel Lino.


È degli anni ’60, qualche anno dopo il servizio militare, il nostro peregrinare in aeroporti. A Borgo Panigale di Bologna, dove allora operavano ben due Aermacchi-Lockheed AL-60. Lì riuscivano a volare tutti: volo a motore, volo a vela, paracadustisti, aeromodellisti. Solo qualche pausa in corrispondenza dell’atterraggio o involo dei vettori civili dell’«Itavia», per poi ricominciare daccapo.

Negli stessi anni altra attività veniva svolta a Mantova, dove gli allora responsabili della sezione ANPdI s’erano impegnati nell’acquisto di un Dornier Do.27, e dove ogni mese era appuntata in bacheca la fotocopia della cambiale regolarnmente pagata, con un scritta (in idioma mantovano) fatta di pugno dell’allora Presidente, nella quale orgogliosamente si dichiarava: «Così si fa ad acquistare gli areoplani.»

Di Mantova, poi, come non ricordare la «Coppa delle nebbie» che si disputava a cavallo tra la fine di Novembre ed inizio Dicembre sancendo la chiusura invernale dell’attività.

Mai intitolazione fu più azzeccata, poiché le condizioni atmosferiche non consentivano quasi mai un volo livellato, pena il perdere di vista la ZL.

Dopo la prima edizione, dove tutti, ovviamente, cercavamo di conquistare coppe e medaglie, i più scanzonati di noi competevano per i secondi o terzi posti, poiché i premi per quei piazzamenti consistevano i prosciutti e salami offerti da un valente produttore locale.

Allora di aeroplani per l’attività paracadutistaca ce n’erano pochi. A volte di doveva telefonare il Venerdì sera alla sezione ANPdI di Bolzano per dare i nominativi di coloro che puntualmente alle ore 08,00 della Domenica successiva dovevano presentarsi alla porta dell’aeroporto alto-atesino, dove immancabilmente un “vampiro” dell’AM, lista alla mano, controllava chi poteva accedere all’impianto e chi no.

Bolzano allora era operativa con uno -e più spesso due- Cessna 172.

In quel centro aleggiava una disciplina dovuta all’autorevolezza, non all’autorità, dei vari Landi, Trettel, Panzanini. Persone che nei successivi anni ’90 verranno messe alla berlina da certa stampa come “gladiatori” appartenenti all’organizzazione stay-behind (letteralmente "stare dietro, in retroscena"). Ovviamente, a quel tempo, nessuno di noi conosceva questa loro seconda identità.

È sempre di quegli anni l’attività saltuaria di Verona. De Monti e Bauchal ottenevano in prestito un Cessna 172 da Bolzano, ed ecco una febbrile attività per recuperare i materiali dati in comodato d’uso dalla SMIPAR, e conservati presso l’aeroclub di Boscomantico.


Caricati sulle auto i paracadute ci si spostava all’aeroporto di Villafranca, dove complice la benevola accoglienza della 3^ Aerobrigata dell’AM, si poteva operare in quell’angolo dell’impianto dove oggi sorge la struttura civile del “Valerio Catullo”.

Saltuarie puntate si potevano fare all’aeroporto del Lido di Venezia, come al “Sant'Angelo” di Treviso, sempre benevolmente ospitati, o comunque tollerati, dall’AM.

Un’attività lancistica, come si può comprendere, non “regolare” né stanziale come ai giorni nostri, dove i centri sono numerosi e l’attività incessante. Non di rado si percorrevano centinaia di Km. per poi scoprire che qualche inghippo burocratico, o qualche malfunzionamento dell’ultima ora lasciava tutti a terra.

Un’attività intervallata da lanci in sagre paesane dove a volte si poteva acciappare qualche “attenzione” femminile.

Le ZL di tali feste erano invariabilmente irte di ostacoli che necessitavano di molta concentrazione per evitare incidenti che seppure non gravi avrebbero comunque rovinato la festa. Ma la nostra frenesia di superare noi stessi ed i nostri personali limiti era tale che ci saremmo lanciati anche nel cratere dello Stromboli pur di volare.

Come non rticordare i lanci in acqua a Bardolino sul lago di Garda, dove l’allora Presidente ANPdI di Bolzano: Landi, era l’unico in Italia ad utilizzare il paracadute LISI, e non di rado s’infilava direttamente in acqua a causa dell’aggrovigliarsi di fune e carrucole?

O ancora perché dimenticare la bianca chioma di fratel Lino improvvisamente affacciatasi alla porta dell’unico Fairchild C-119 (il mio), dei cinque a disposizione, che non riuscì a decollare in occasione del raduno nazionale ANPdI di Rivolto (UD) del 1968. Solo la vista del suo saio tacitò i moccoli di delusione.

Nei successivi anni ’70 che cose si stabilizzarono.

Con il “metodo mantovano”, ovvero le cambiali, anche Vicenza acquisto un Dornier Do.27 di seconda mano. E molti altri centri, acquisendo aerei e materiali diedero vita ad attività continuative, come a prestigiose gare internazionali.

Verona primeggiava in questo, e sempre più spesso fratel Lino Basso veniva prelevato dalla sua attività di guardiano al cimitero scaligero, per venire accompagnato di qua e di là dai “suoi” paracadutisti.

Si peregrinava ancora a Gorizia, Campoformido (UD), Reggio Emilia, Casale Mnonferrato (AL), Albenga (SV) o altrove per gare o attività organizzate in tutte le salse e per tutti i gusti. Mentre d’estate era d’obbligo una puntata di quel di Pavullo nel Frignano (MO), nel frattempo divenuta (per merito di “mazzabubù” alias il Cav. Mazzacurati) Scuola Nazionale ANPdI. E sempre inaspettatamente e nei luoghi più impensabili ecco venirci incontro fratel Lino con il suo sorriso sereno ed il suo caloroso saluto.


Con gli anni ’80, invece, cominciammo a peregrinare all’estero: Bled nell’odierna Slovacchia facente ancora parte della Jugoslavia. Lì s’andava per provare i velivoli di fabbricazione russa. Aerei ed elicotteri che utilizzammo più copiosamente all’Aeroklub Kraków Pobiednik Wielki in Polonia, in occasione del primo “boogie” organizzato nei paesi d’oltrecortina nel 1989. Rientranno a casa una Domenica d’Agosto, giusto in tempo per apprendere dai mezzi d’informazione delle manifestazioni in Cecoslavacchia (21 Agosto 1989), e che il governo riformista dell'Ungheria aveva aperto le frontiere (23 Agosto 1989), e un gran numero di Tedeschi dell'Est iniziò (l'11 Settembre 1989) a emigrare verso la Germania Ovest attraverso il confine ungherese con l'Austria. Alla fine di Settembre 1989, più di 30.000 tedeschi dell'est erano scappati a ovest. il 9 novembre furono anche aperti nuovi punti di passaggio attraverso il Muro di Berlino e lungo il confine con la Germania Ovest. Con il muro anche il comunismo cadde.

L’anno precedente ci si era spinti in quel di Vichy (F) per un “boogie” nel quale si utilizzò un C-130L “Hercules”, (la versione dalla fusoliera più lunga) dal quale ci si lanciava da 5.000 metri. Tuttavia, poiché era in corso un tentativo di record di Relative Work (allora si puntava ad una stella composta da 120 elementi) molti furono i lanci anche da 6.000 metri.

L’aereo imbarcava fin’anche 220 paracadutisti, e tolti i 100/120 che cercavano il record alla fine mancato, rimaneva molto spazio per formazioni nemo numerose, ma non meno impegnative.

Da terra, nell’intervallo tra un volo e l’altro, osservavamo lo spettacolo. Il C-130L nell’atmosfera afosa di Vichy s’intravvedeva a malapena in quota. I paracadustisti si potevano scorgere solo quando le formazioni cominciavano ad infoltirsi, sui 3.500 circa. E, se isolati dagli altri spettatori, si poteva percepire anche l’«urlo» che la formazione produceva nel suo avvicinarsi al suolo. Poi a circa 1.200 metri ecco le formazioni di RW sciogliersi per dai vita ad un fiolilegio di velature multicolori che si estendeva per la lunghezza di oltre 4 Km. tanto che non di rado qualcuno fmiva fuori campo, per venire riaccompagnato da automobilisti di passaggio.

Agli inizi degli anni ’90 don Lino, all’età di 81 anni ,“va avanti”.

Noi si va a curiosare in Spagna. Un “Boogie” lo si fa a cavallo dell’ultimo dell’anno a Girona, presente per allenarsi la squadra militare sportiva italiana, mentre l’estate successiva si va poco lontano di lì, ad Ampuria Brava, non mancando di fare una capatina a Barcellona per vedere alcune finali olimpiche del ’92.

In tutto questo “girotondo” non macano gli incontri piacevoli con vecchie amicizie: Philippe Leroy, Maurizio Bambini, Roberto Besutti, solo per fare tre nomi conosciuti da tutti.

Mi si scusi per i moltissimi altri non citati a causa d’una memoria sempre meno ferrea.

Nel 1995 io ho smesso tutto ciò. Mi sono ritirato in campagna come un novello Cincinnato. Scrivo di rado e, fatta salva la giornata di Domenica 2 Maggio, non vedo più gli amici d’un tempo. Ancge per questo ho trovato bella quella giornata e quegli incontri.

Quanto a fratel Ubaldo Lino Basso MAVM e cappellano militare nella Divisione Folgore operante ad El Alamein, e a tutti quelli come lui, mi sia consentito di ricordarli a mio modo con alcune delle immortali parole di Federico Garcia Lorca tratte da “Anima assente”:

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste negli ulivi.


Scrivendo, il ricordo di molti altri affiora alla mente. Persone con le quali per una lunga stagione della vita si sono cantate canzoni stonate. Parole sempre un po’ sbagliate. Gente tesa a studiare il passato per trarre insegnamenti al fine di progettare il futuro. E nel mentre facevamo ciò, trasitavamo per il presente con un occhio distratto, che non sempre ci ha consentito di cogliere l’attimo.


 
 
 
 
 
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FUMETTI SULLA FOLGORE
Mercoledì, 24 Marzo 2010



I FUMETTI SULLA FOLGORE DI EL ALAMEIN


 
 
 
 
 
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UN'ALTRA MISSIONE IDEATA E ORGANIZZATA DAL NOSTRO SITO SI CHIUDE CON UN SUCCESSO
Venerdì, 26 Febbraio 2010



MISSIONE EL ALAMEIN 2010: IL SITO WWW.CONGEDATIFOLGORE DIVENTA PROTAGONISTA DI UNA IMPRESA STORICA


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12 Paracadutisti dell’ANPD’I accompagnati da un ricercatore dell’Università di Padova a El Alamein per censire e restaurare il Fronte della Folgore.
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E’ nata una “alleanza” tra Università di Padova, Società Italiana di GEOGRAFIA E Geologia Militare , ANPDI e sito www.congedatifolgore.com, per collaborare al progetto di ricerca universitario che nasce a Padova ma che è diventato internazionale, chiamato “EL ALAMEIN PROJECT” .

El Alamein Project si occupa del censimento e della mappatura geografica e GPS dell’intera zona di Battaglia, con missioni sui luoghi dei combattimenti. L’amizioso obbiettivo è la creazione di un parco storico museale all’aperto, che protegga quei luoghi dall’avanzata petrolifera e dalla sabbia che sta cancellando le postazioni, soprattutto quelle della Folgore.

L’intervento dei paracadutisti è stato codificato in un protocollo di intesa che l’ Università di Padova e la Società Italiana di Geologia e Geografia Militare hanno sottoscritto con la presidenza dell’ANPD’I e la direzione del sito www.congedatifolgore.com . Saranno i Paracadutisti a farsi carico del censimento secondo la metodologia scientifica universitaria e del restauro del Fronte della Folgore.


I NUMERI DELLA PRIMA MISSIONE

12 Paracadutisti
1 Accompagnatore del SIGGMI
42 postazioni censite
6 postazioni importanti restaurate e rese nuovamente visibili
18 buste di reperti ( circa 70 in tutto) di interesse storico consegnati al Museo di El Alamein: dal bossolo alla scatola di cerini perfettamente conservata, al boccetto con pastiglie di chinino, sino all'ogiva inerte di artiglieria (ndr: non era di 47/32, perchè il calibro non corrispondeva e perchè ritrovato contro le postazioni italiane)
80 KMT complessivamente percorsi a piedi dalle varie pattuglie


PRIMO INTERVENTO ALLE RAMPE DI NAQB RALA – LUOGO DEL COMBATTIMENTO DEL 23 Ottobre 1942 CONTRO LEGIONARI FRANCESI E GLI INGLESI


La prima missione, dall’11 al 14 Febbraio è rientrata dopo avere passato tre notti e quattro giorni nel deserto in vista dell’ Himeimat, sulle rampe del NAQB RALA.
I Paracadutisti, divisi in 4 squadre, hanno percorso svariati chilometri a piedi, svolgendo contemporaneamente le rilevazioni e i restauri. Il professor Bondesan ha programmato Il censimento nel quadrante che includeva le postazioni del Tenente Gola ( MOVM) e del Colonnello Izzo appoggiato dal Capitano Zingales. Ogni centimetro di sabbia raccontava quei momenti terribili dei nostri Leoni, che contrattaccavano con bombe a mano e pistola, e a volte col pugnale. Sul campo è ancora altissimo il numero di bossoli, caricatori e cuffie di SRCM, le bombe a mano italiane chiamate “balilla”.


FATICA FISICA SUI LUOGHI DELLA BATTAGLIA
AI PARACADUTISTI SPETTA LA PARTE "MANUALE" DEL RESTAURO

Rilevazione e ripristino con badile, attrezzatura minuta e carriole.
Un lavoro stancante, sotto un sole a picco che sfiorava i 36 gradi a metà giornata, che ha richiesto diversi chilometri di "pattuglie" . A volte la squadra non ha individuato la buca prefissata, perchè già scomparsa sotto la sabbia.
A fine giornata è seguito un primo esame dei dati da parte del coordinatore scientifico e si è interpretata la importanza della buca, con ricostruzioni fatte sulla base di mappe storiche, testi e testimonianze dei nostri Leoni. Scelte le postazioni più importanti, sono entrate in azione le squadre di lavoro: il comando del V Battaglione e tre buche dello schieramento sul ciglio ovest della rampa sono state completamente restaurate. La più importante ha restituito numerosi piccoli reperti, dalla scatola di fiammiferi sino ad un grande frammento di lettera battuta a macchina, con frasi scherzose inviate a un paracadutista di qual comando. Ognuno di quei pezzi di storia è stato catalogato e fotografato, per la successiva consegna al Museo del Sacrario.
I paracadutisti aggiungeranno sempre alla rilevazione scientifica il ripristino della visibilità delle postazioni con un duro lavoro manuale . Si restaureranno a secco i muretti e le difese pietrose, tramite un intervento non invasivo e l’asportazione di materiale che le ostruisce. A Nabq Rala sono riusciti addirittura a restituire l'aspetto originale al comando del V Battaglione, mentre in altri, le postazioni sono tornate ordinate e visibili.

OGNI MISSIONE SARA’ COORDINATA DA UN RICERCATORE
LA PRIMA MISSIONE E’ STATA GUIDATA DAL PROFESSOR ALDINO BONDESAN, TITOLARE DEL PROGETTO

Una funzione fondamentale, quella dell'assistenza scientifica ai paracadutisti, che il professor Aldino Bondesan -ricercatore universitario, ispiratore e presidente della Società di Geografia e Geologia Militare- ha voluto ricoprire personalmente per il primo importante viaggio. Ogni missione dell’ANPDI vedrà impegnato un esperto geologo del SIGGMI o dell'Università.
Ogni paracadutista aveva ricevuto per posta una brochure illustrativa del progetto -in qualità di neo-socio del SIGGMI- e una illustrazione dell'area di studio che si sarebbe raggiunta, ricca di approfonditi riferimenti storici, per meglio inquadrare l'operazione. Semplicemente preziose le relazioni, le cartine, le foto degli armamenti in campo e le mappe storiche allegate.
Una serie di briefing -uno dei quali addirittura in volo e l'altro poco prima di andare in tenda la sera dell'arrivo- hanno illustrato ai partecipanti le modalità di approccio alle postazioni.
Ogni squadra ha ricevuto in dotazione una cartella di lavoro con schede da compilare per ogni singola buca, più alcuni oggetti necessari ai rilevamenti ( un "nord" plastificato da mostrare in ogni foto, i rapportatori a centimetri da collocare di fianco ai reperti da fotografare e classificare pure loro). Nella stessa busta hanno trovato anche la stampa plastificata della numerazione progressiva in formato gigante che da quel momento diventava il "nome" della postazione nel software anagrafico del progetto . Le squadre devono dotarsi di GPS e mauto per la compilazione (pennarello, scheda porta documenti, sacchetti trasparenti per imbustare i reperti). In ogni buca censita è stato lasciato il numero plastificato, nascosto opportunamente, perchè sia ritrovato in futuro. Da quel momento la buca esiste e sarà periodicamente visitata per verificarne lo stato.

SICUREZZA

Una particolare maniacale attenzione è stata prestata alla sicurezza dell'operazione: i movimenti dei mezzi avvenivano su piste ufficiali oppure in zone notoriamente sicure. Le operazioni di pulizia sono state sospese in alcuni casi, avendo rilevato la presenza di oggetti metallici affioranti, di grandezza sospetta e non identificabili oppure riconducibili a materiale bellico.

PIANO DI LAVORO PRECISO PER DARE SUCCESSO ALLA NOSTRA AZIONE

Ogni futura missione avverrà seguendo la scaletta e la metodologia del coordinamento scientifico. I paracadutisti svolgeranno il doppio ruolo, uno più "amministrativo" ma ugualmente faticoso ed essenziale, e l’altro “ricostruttivo”. Ecco in breve la sequanza di lavoro:
- pattuglie a piedi di individuazione, riconoscimento e classificazione delle postazioni
- compilazione dei documenti ufficiali dell'EL ALAMEIN PROJECT
- pulizia e riordino delle buche con precedenza ai Comandi. Intervento riordinativo-ricostruttivo sulle barriere di pietre poste a difesa.
- blanda o energica asportazione di materiale ( a secondo della presenza di materiali metallici) per ridare l'aspetto alla postazione, ottenuta "scopando" la base della buca, con scelta di attrezzi adeguati, livellandola e asportando sabbia e materiali non sospetti, dove possibile .
- ricognizione a piedi o con jeep di più ampi settori del fronte,al di fuori dell'area assegnata, con ricostruzione dei fatti storici sulla base dei documenti d'epoca (carte e scritti), in possesso del SIGGMI e dell'UNIVERSITA, e percorso a terra che ricalchi gli eventi.

COORDINAMENTO OPERATIVO

Ogni squadra avrà un paracadutista che diventerà "interfaccia" operativo di quello scientifico.
Al geologo ricercatore del SIGGMI o dell'università spetterà il compito di pianificare il lavoro, mentre al paracadutista quello di verificare il rispetto delle tabelle di marcia ( sveglia, lavoro, appuntamenti)controllare gli equipaggiamenti, distribuire sul terreno e controllare le squadre per far rispettare le procedure scientifiche e le norme di sicurezza inderogabili e tassative. Dovrà anche coadiuvare il capogruppo scientifico nella gestione delle importantissime schede di rilevazione di buche e reperti e aiutarlo nella loro classificazione.
Uno degli incarichi è anche quello di verificare il rispetto dei luoghi e il grado di collaborazione e capacità delle squadre, fornendo un rapporto preciso alla Presidenza ANPDI e al SITO sull'esito della missione. Non saranno gite, ma –al contrario- operazioni stancanti e con i minuti contati, dove ogni partecipante dovrà integrarsi rapidamente per non ritardare il gruppo. I giorni di missione sono stati volutamente contenuti e concentrati in GIOVEDI-VENERDI-SABATO E DOMENICA per consentire anche ai più impegnati in Patria di non rubare troppo tempo al lavoro. Niente Alberghi e niente doccia. Si tratta di una missione di studio che ha arricchito e arricchirà chi la compie, ma che deve contribuire in maniera fondamentale alla rilevazione e al censimento della "nostra" zona del Fronte, affinchè venga tramandata alle generazioni future una visibilità geografica, storica e fisica, interrompendo l'azione della sabbia e –speriamo- dei caterpillar.

PROSSIME MISSIONI :25-26-27-28 MARZO e 29-30 APRILE/1 E 2 MAGGIO

La prossima missione si svolgerà nella piana di QUOTA 105, con un paio di distaccamenti sul NAQB RALA per terminare le rilevazioni, mentre quella di Aprile sarà al MUNASSIB.
Continuano ad arrivare prenotazioni di paracadutisti lombardi, sardi, veneti, friulani, romani, umbri, abruzzesi: una sorta di "unità d'Italia paracadutistica" che l'ANPDI realizza dalla data della sua costituzione e che il sito www.congedatifolgore.com , con la diffusione capillare, ha moltiplicato.

COSTI

Biglietto aereo alitalia acquistato direttamente dal partecipante: se prenotato con almeno 60 giorni di anticipo: € 200 circa. Oltre: prezzo massimo 380€


Spese al Cairo: da 350 a 370€max, a seconda del costo del biglietto dell'accompagnatore scientifico, che viene ripatrtito tra tutti

Mance: circa 20€ da dare allo staff che ci accompagnerà nel deserto
PRENOTA LA TUA MISSIONE
COMMENTI
Uno per tutti:
Mi ha detto uno dei partecipanti alla prima missione:
"Essere venuto in questo luoghi, avere visto lo stesso orizzonte dei Leoni della FOLGORE , averne toccato le postazioni e trovato i segni della loro presenza, avere riordinato la buca facendo le stesse valutazioni di chi l’ha occupata per combattere è già stato un risultato entusiasmante. Camminare nel loro deserto, anche con tutta la fatica sopportata e ridare “vita” alle buche, è stato un atto di rispetto nei loro confronti".



LE FOTO DI LUIGI SORRENTINO


LE FOTO DEL WEBMASTER 14 FEBBRAIO

LE FOTO DI PRIMO BIONDA

 
 
 
 
 
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DOCUMENTI STORICI
Domenica, 31 Gennaio 2010


PARMA- FILMATI SULLA STORIA DELLA FOLGORE


TARQUINIA 1941

EL ALAMEIN: FILMATO DELL' ISTITUTO LUCE GIRATO IL 21 ottobre 1942

EL ALAMEIN: FILMATO DELL'ISTITUTO LUCE GIRATO IL 5 NOVEMBRE 1942


1943: LA BANDIERA DI GUERRA ALLA NEMBO

1955 - ISTITUTO LUCE: PADRE BASSO SI LANCIA A MANTOVA IN RICORDO DELLA FOLGORE

LA FOLGORE NEL 1952-

1972- CARPEGNA- ESERCITAZIONE LEONE ROSSO


1971- ISTITUTO LUCE. IL GIURAMENTO DI UNO SCAGLIONE DI ALLIEVI PARACADUTISTI

SMIPAR 1960

CELEBRAZIONE DI EL ALAMEIN -VANNUCCI 1971



 
 
 
 
 
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DOCUMENTI STORICI
Domenica, 31 Gennaio 2010


PARMA- FILMATI DELLA STORIA DELLA FOLGORE

Ricerca di archivio a cura di Giovanni Conforti.


FILMATO DELL' ISTITUTO LUCE GIRATO IL 21 ottobre 1942

FILMATO DELL'ISTITUTO LUCE GIRATO IL 5 NOVEMBRE 1942




1955 - ISTITUTO LUCE: PADRE BASSO SI LANCIA A MANTOVA IN RICORDO DELLA FOLGORE


 
 
 
 
 
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L'ELENCO DEI CADUTI E DEI DISPERSI CHE RIPOSANO A EL ALAMEIN
Domenica, 20 Dicembre 2009



PARMA- Grazie alla collaborazione con il dr Daniele Moretto, coordinatore dell ' EL ALAMEIN PROJECT, la nostra sezione di STORIA e REDUCI si arricchisce di due documenti unici e commoventi: quello dei Caduti e dei Dispersi che riposano rispettivamente nel Sacrario nelle sabbie di El Alamein, come risultano da documenti ufficiali degli enti italiani di custodia del Sacrario .

Impressionante il numero dei paracadutisti dispersi.


avviso ai lettori: si prega di citare le fonti


CADUTI

DISPERSI DI TUTTI I CORPI

DISPERSI DELLA FOLGORE -a cura del par. Luca Piccari-


Nota: la raccolta dei Corpi fatta da Caccia Dominioni e da successive spedizioni ha incontrato difficoltà nella identificazione dei corpi, perchè non tutti i Soldati Italiani erano muniti di piastrina, e non tutti i paracadutisti erano riconoscibili dall'abbigliamento.
Ecco perchè nell'elenco dei sepolti al Sacrario, sembrerebbe che i Paracadutisti siano inferioori al loro numero effettivo.

 
 
 
 
 
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Il Fattore «E.A.» Motivazione e Memoria
Venerdì, 4 Dicembre 2009




di Maurizio Manzin

nota del Direttore: *Maurizio Manzin è Ufficiale paracadutista di complemento in congedo
insegna Filosofia del Diritto alla Università di Trento, ed è uno dei relatori di una conferenza che venne tenuta durante la Presidenza ANPD'I del Generale Merlino, ai Cadetti di Accademia a Modena ( foto), sui Paracadutisti e sul misterioso "fattore El Alamein" di cui parla in questo articolo. Un ingrediente, quello dei Paracadutisti italiani a El Alamein, che è stato oggetto di studio nelle Accademie militari anglosassoni.





“«Dimmi un po’, perché sei venuto a fare il paracadutista?» domandavo talvolta. (…) «Una vocazione?» suggerivo. (…) Sì, vocazione era la parola giusta. Con il tempo e con la conoscenza di quegli uomini appresi a leggere assai bene nel loro animo e a discernere i motivi spirituali che li avevano condotti. E notai che in novanta casi su cento si trattava di Poesia, di rozza, primitiva, ma autentica Poesia.” (A. Bechi Luserna – P. Caccia Dominioni, I ragazzi della Folgore, Milano 1970, pp. 12.13)

“ Là dove la tecnica e la competenza sono di casa, mancano la fantasia e la poesia. Sono qualità che non fanno un guerriero, ma quando la tecnica e la competenza falliscono, tutto va a catafascio, mentre la fantasia e la poesia ti aiutano a compiere gesta che possono essere epiche. Tutto ciò è forse da dimostrare. Bene, non vorrei che questo sia considerato retorica, ma noi della Folgore, i carristi dell’Ariete con le loro scatolette di carne invece dei carri armati, i fanti della Pavia, della Brescia, della Bologna e di tutte le divisioni che hanno combattuto in Africa, gli alpini della Julia in Grecia e in Russia, lo hanno ampiamente dimostrato.” (E. Camozzi, L’inferno o giù di lì, Milano 2002, pp. 42-44)


Due cause principali hanno congiuntamente prodotto una radicale mutazione della figura del combattente: l’impegno consolidato nelle missioni multinazionali oltremare e la cessazione del servizio militare obbligatorio. A fronte dei cambiamenti introdotti è opportuna una riflessione sulla attuale natura del mestiere delle armi: professione o vocazione?

La percezione e l’autopercezione della condizione militare in Italia a partire dal secondo Dopoguerra risultano condizionate da una serie di vicende che qui riassumo in quattro punti.

Primo: le potenziali ambiguità interpretative della Carta costituzionale, nata dalla fine del totalitarismo e dal collasso dello stato liberale post-unitario. Lo stato-nazione di matrice idealistica e ottocentesca, esacerbato e infine dissolto dalla dittatura del Partito unico è stato sostituito, dopo il ’47, da uno “stato sociale di diritto” che vuol essere promotore attivo degli ideali di giustizia sociale.

Tuttavia la natura di tali ideali e i mezzi per conseguirli sono diversamente concepiti dalle componenti politico-ideologiche che concorsero alla elaborazione della Legge fondamentale. Gli articoli della nostra Costituzione mostrano l’apporto di concezioni di origine difforme e non di rado confliggente: quella marxista-leninista e gramsciana, quella socialista riformista, quella cristiano-sociale, quella azionista, quella liberaldemocratica.

Secondo: queste concezioni comportano una serie di riflessi sulla condizione militare e sul concetto di difesa nazionale. Si va da un’idea di “esercito di popolo” che esige la leva obbligatoria ed è fortemente contrario alla professionalizzazione (dove le distinzioni di rango e i privilegi di grado sono malvisti e si favorisce, piuttosto, la sindacalizzazione e le forme di collegialità “di base” antielitaria), a un’idea patriottica in cui s’insiste sulla laica “sacralità” del dovere di difesa in armi, purché rigidamente assoggettato alla volontà della rappresentanza politica istituzionale (dove ha buon gioco la retorica di una fedeltà individuale ad elementi astratti e collettivi quali “nazione”, “stato”, “Costituzione”, “democrazia”, ecc.), a un pacifismo utopistico che tollera il soldato come male necessario e in cui si favorisce l’obiezione di coscienza e la “pompierizzazione” delle FFAA, viste soprattutto come agenti di protezione civile e assistenza in caso di calamità pubbliche.

In diversa misura queste componenti ideologiche hanno contribuito a qualificare (o dequalificare, a seconda dei punti di vista) la condizione militare sino agli anni Settanta.


Terzo: con la fine delle ideologie e il “riflusso” reaganiano negli anni Ottanta, e soprattutto con la fine della Guerra Fredda, si afferma un “pensiero tecnico” (come lo chiamano i filosofi contemporanei) che impone al militare un modello economico-manageriale e tecnologico. Tutti noi ricordiamo la propaganda di reclutamento per gli Ufficiali in SPE che insisteva oltre misura, ispirandosi a un modello nordamericano applicato in Vietnam, sulla figura di Comandante quale abile manager di un’azienda che produce “difesa” in modo efficiente e misurabile in termini di costi/benefici (ovviamente materiali).

Quanto poi sia realistica, in Italia, la realizzazione di un apparato pubblico governato da meri criteri di efficienza, come una qualsiasi impresa privata, lascio giudicare al comune cittadino…

Quarto: nel trapasso avvenuto negli anni Novanta da una FA stanziale a coscrizione obbligatoria ad una tendenzialmente di proiezione e professionalizzata, s’inserisce il motivo epocale della crisi dei “pensieri forti”, che non sono soltanto le ideologie ispiratrici delle diverse aggregazioni politiche, ma anche la stessa “ideologia della scienza”, cioè lo scientismo, inteso come fiducia assoluta nelle capacità della scienza di “spiegare il mondo” e risolverne i problemi.

A ben guardare, le crisi locali (ex-Iugoslavia, vicino Oriente, Caucaso ecc.) che hanno necessitato o necessiterebbero l’uso della forza multinazionale sono solo l’espressione geopolitica di una condizione più generale – direi antropologica – che riguarda tutta la civiltà contemporanea: la frammentazione delle certezze e dei valori di riferimento, incluso quello di una scienza “neutrale” e rassicurante.

In questo quadro, che molto rozzamente ho sintetizzato nei quattro punti appena descritti, va collocata la condizione militare e la questione della sua specificità: “vocazione” o “professione”, nell’era del “pensiero debole”?

A mio avviso il problema motivazionale è governato dal rapporto fra alcuni fattori fondamentali e dalla gerarchia in cui siano disposti. Devo tuttavia rilevare, al riguardo, che la riduzione di tali fattori motivazionali al campo economico, psicologico e politico rischia di non fornire una risposta convincente alla questione della specificità della condizione militare.

Infatti le motivazioni di ordine economico non fanno la differenza con le altre professioni pubbliche o private: denaro, privilegi di rango, prestigio sociale sono molle potenti per qualsiasi genere di ambizione ‘laica’; allo stesso modo, le motivazioni di ordine psicologico (autostima, orgoglio di status, desiderio di novità o di avventura, idealismo sociale e umanitario, ecc.) sono fungibili presso qualsiasi forma di impiego: dall’impresa pubblica, a quella privata, alle ONG. Lo stesso dicasi per le motivazioni politiche, relative al potere contrattuale acquisibile nell’ambito dei rapporti pubblici e privati.

Cosa dunque farebbe della condizione militare una “vocazione” dotata di valore aggiunto, peculiare rispetto alle altre forme di professione?

Per rispondere a questa domanda in modo convincente dobbiamo, a mio avviso, cercare in contesti culturali precedenti a quello moderno: nella classicità, nelle radici stesse della condizione militare. In una parola, nella memoria. Non c’è identità senza memoria, e – aggiungo – nessuna memoria diventa azione (e trasformazione) se non ha un riferimento concreto.

La nostra classicità sono il mondo greco-romano, barbarico medievale e cristiano; ma essa è solo storia libresca, vuota retorica, senza un collegamento fattuale e concreto. Dov’è che la “poesia” delle guerre di Omero, dell’Eneide o della Gerusalemme liberata diventa carne e sangue?

Dove possiamo concretamente conoscerla?


La risposta, per chi ha militato nei ranghi delle Aviotruppe, è immediata, ed è stata esposta con chiarezza nei due passi che ho citato in epigrafe, tratti dal celebre libro sui Ragazzi della Folgore e dal più recente lavoro di Emilio Camozzi: si tratta di El Alamein e della sua memoria vivente!

Ciò che i due autori definiscono “poesia” mostra una direzione di ricerca assai stimolante sotto il profilo filosofico: un mix etico ed estetico che precisa la scelta militare come vocazione specifica, supererogatoria rispetto alle motivazioni (pur legittime) di tipo economico, psicologico o politico.

Essa non le annulla, ma certamente le supera, poiché supplisce in tutti i momenti e i luoghi in cui esse sono carenti o addirittura assenti. Sono i fatti stessi a dimostrarlo. Cosa inchiodava, infatti, il Fante dell’Aria alla sua buca; cosa lo spingeva all’assalto con mezzi inadeguati; cosa lo obbligava a rinunciare di sua volontà alla sostituzione o al ricovero? Non la paga, non il prestigio, non le convinzioni politiche o altro.

Direi invece un senso di fedeltà al suo dovere più prossimo: al “suo” compagno di buca, alla “sua” squadra o plotone, al “suo” comandante. Questo è confermato dalla stragrande maggioranza dei racconti che ho raccolto dalla viva voce dei reduci.

È stato scritto che “non c’è amore più grande di quello di colui che sacrifica la propria vita per quella dei suoi fratelli”, e questo è ciò che ha prodotto il «Fattore E. A.» (El Alamein): un valore aggiunto capace di surrogare la tecnica e la competenza, la vera molla dell’eroismo, un eroismo tutto particolare che trova le sue forme nella fratellanza d’arme, trasformando strumenti ed esperienze potenzialmente negativi e di morte, quali la guerra e gli artifici offensivi, in strumenti positivi di vita. Una vita, naturalmente, che merita la “v” maiuscola.

Credo che in tempi di disorientamento morale e di frammentazione del pensiero come quelli che stiamo innegabilmente vivendo, la motivazione della memoria simbolizzata dal «Fattore E. A.» possa costituire un esempio fruibile per le generazioni e, in particolare, per tutti coloro che si sentono attratti dall’antico mestiere delle armi senza magari neppure saperne spiegare dettagliatamente il perché (come i “ragazzi” immortalati da Bechi Luserna).

Per essi, e per noi che ci occupiamo di queste cose, il «Fattore E. A.» è un elemento concreto d’identità e di distinzione. Dovremmo esibirlo nelle nostre “campagne” (anche quelle umili e quotidiane) come i legionari spagnoli del Tercio fanno con l’occhio di Millan Astray o quelli francesi della Lègion con la mano di legno di Danjou.









 
 
 
 
 
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PROGETTO "EL ALAMEIN"
Venerdì, 4 Dicembre 2009





OPERAZIONE EL ALAMEIN



PARMA- Dopo la Staffetta per i Leoni di El Alamein, i contatti con "EL ALAMEIN PROJECT" sono andati avanti. Università di Padova, Università del Cairo, Ambasciata italiana e altre organizzazioni di studio stanno facendo un accurato lavoro di mappatura e rilievo cartografico e speleologico dell'intera area della Battaglia, che sarà protetta dal degrado e sarà meglio divulgata a livello internazionale.

Dopo l'eroico e titanico impegno di Paolo Caccia Dominioni che riesumò e diede un luogo benedetto alle spoglie dei nostri Leoni e degli altri Soldati italiani, ora è il momento di impedire che il tempo cancelli le tracce delle trincee. In 67 anni la sabbia ha ricoperto molte buche e dissestato quelle più importanti.

I Congedati della Folgore e i Paracadutisti ANPDI che condividono con noi questi valori si assumeranno il DOVERE di conservare anche i luoghi , oltre che gli Ideali.





MISSIONE 2010 :
ADOTTARE LE TRINCEE DELLA FOLGORE DI EL ALAMEIN PER RIPORTARLE ALLA LUCE


Il nostro sito organizzerà piccoli gruppi di paracadutisti che si occuperanno a turno, con missioni mensili di dieci unità, di riportare alla luce le buche della Folgore ora parzialmente riempite di sabbia


Tra i luoghi di cui chiediamo l'affidamento c'è l'ospedale italiano -parzialmente sotterraneo e oggi in stato di degrado- di Bab El Qattara, ad alcuni chilometri dell'area difesa dalla Folgore , dove molti paracadutisti furono trasportati e trovarono la morte per le ferite riportate.


LE MISSIONI DEL SITO SARANNO TUTTE SVOLTE SOLO NEL DESERTO . NIENTE ALBERGHI. NIENTE TURISMO BALNEARE

I gruppi partiranno dall'Italia il giovedì e rientreranno la Domenica. Dormiranno accampati nel deserto, senza contatti con i centri abitati o alberghi.

Saranno assistiti da personale egiziano in jeep E DA UNO STUDIOSO ITALIANO Di "EL ALAMEIN PROJECT" che li accompagnerà sui luoghi scelti per le operazioni di pulizia e sgombero.

I paracadutisti lavoreranno seguendo uno schema progettuale elaborato insieme ai ricercatori italiani.


I REPERTI TROVATI ARRICCHIRANNO IL MUSEO DEL SACRARIO


I molti reperti che affioreranno saranno catalogati e consegnati al Museo del Sacrario, che sarà presto affidato agli studiosi autori del progetto.


PRONTI PER IL 2011

Nel 2011 la organizzazione delle celebrazioni sarà affidata all' Italia. Per l'Ottobre di quell'anno tutte le buche, le trincee e le postazioni saranno state riportate alla luce e il campo di Battaglia ricostruito. La Staffetta sarà un evento. Non anticipiamo nulla: sarà memorabile. I nostri Leoni sono rimasti in pocchi e meritano questo sforzo.


PRIMA MISSIONE: FINE GENNAIO-INIZIO FEBBRAIO 2010.


Costo indicativo € 400/500 circa (Volo alitalia - assistenza vitto per tre giorni e tre notti- spostamenti in Jeep compresa una visita al Sacrario. Il costo potrebbe essere ovviamente maggiore nel caso di pernottamento in albergo al Cairo la notte di Sabato ( opzione da decidere )


OGNI GRUPPO ASSUMERA' IL NOME DELLA COMPAGNIA SCHIERATA NEI LUOGHI RIPORTATI ALLA LUCE.

I gruppi che si formeranno e che adotteranno una serie di buche, prenderanno il nome del reparto -o della compagnia, se conosciuta- che aveva combattuto in quel luogo, e lasceranno una targa a memoria del loro impegno.

PROGRAMMA DI MASSIMA:


PRIMO GIORNO

arrivo al Cairo intorno alle 13

formalità doganali sbrigate con personale locale che agevolerà le operazioni

spostamento in jeep al campo base nel deserto

cena - pernottamento


SECONDO GIORNO


colazione

alzabandiera

ricordo dei caduti

cenni storici del luogo da scoprore

divisione delle squadre

lavoro sino all' imbrunire con pasto a mezzogiorno


cena

TERZO GIORNO


esplorazione dei luoghi

documentazione risultati

visita alle trincee ancora da disseppellire

lavoro di squadra per terminare il "lotto" assegnato, se necessario

esplorazione dei luoghi

cena

QUARTO GIORNO


visita al Sacrario di El Alamein ( può essere fatto il pomeriggio precedente)

trasferimento al Cairo

partenza PRIMO POMERIGGIO



NOTA. stiamo studiando i costi per un pernottamento al Cairo il sabato, per essere già in città e prendere il volo senza fare le corse ( partenza 11.50). In caso contrario, si opterà per quello dell 17:30.




DATE LA VOSTRA DISPONIBILITA' DI MASSIMA PER PREDISPORRE I PRIMI TURNI


SCRIVETE A WEBMASTER@CONGEDATIFOLGORE.COM



 
 
 
 
 
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OTTOBRE-NOVEMBRE 2009: LA STAMPA SPECIALIZZATA DEDICA PRIMI PIANI A EL ALAMEIN
Martedì, 1 Dicembre 2009



Riceviamo dai nostri lettori numerose segnalazioni positive di un articolo apparso su Focus Storia di Ottobre.
Ringraziamo in particolare Giovanni Conforti e il sergente maggiore alpino paracadutista Alessandro Saggiorato, webmaster dei siti del 4° reggimento alpini paracadutisti e degli alpini paracadutisti in congedo. Alessandro ne ha messo a disposizione la copia elettronica:



Leggete la copia dell'articolo (cliccate sulla foto)




LA BATTAGLIA DI EL ALAMEIN RACCONTATA SU "LIGNE DE FRONT"

di Daniele Moretto


BOLOGNA- Segnalo l'ultimo articolo di David Zambon, uscito pochi giorni fa in Francia sulla rivista Ligne de Front.

Tratta del primo combattimento di rilievo della Folgore in Africa, durante l'operazione Beresford.

L'autore vive sulle Alpi Marittime dove insegna storia in un liceo locale, oltre che scrivere ottimi articoli sulle Forze Armate Italiane durante la seconda guerra mondiale, per parecchie riviste d'Oltralpe.




 
 
 
 
 
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LE BATTAGLIE DI EL ALEMEIN RICOSTRUITE SULLE CARTINE
Sabato, 21 Novembre 2009


PARMA- Le Battaglie di El Alamein sono state tre: la prima in Luglio, la seconda in Agosto e la terza ed ultima in Ottobre. In ognuna delle tre, la Folgore ha difeso le postazioni e ha contrattaccato con violenza, rintuzzando il nemico, decimandone carri e uomini.

Grazie alla ricostruzione grafica del gen Stefanon , rintracciata da Angelo PASTORI e Pietro del Grano, entrambi di Parma, Vi mostriamo la progressione delle spinte nemiche e lo sforzo difensivo della Folgore, aggredita da forze superiori di dalle quattordici alle venti volte.
Nelle ultime due tavole è evidente la situazione militarmente insostenibile della Folgore, il cui fronte aveva retto, mentre a Nord le forze inglesi dilagavano, iniziando ad accerchiare i nostri Leoni, che dovettero ripiegare per riordinarsi.

Durante quel doloroso calvario i nostri continuarono a difendersi, ad attaccare e a rifiutare la resa.


LE RAPPRESENTAZIONI GRAFICHE DELLE TRE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN - riproduzione vietata senza consenso scritto o citazione della fonte

 
 
 
 
 
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FRATELLI RITROVATI
Domenica, 8 Novembre 2009



FRATELLI RITROVATI

23 Ottobre 2009-El Alamein
Staffetta per i Leoni della Folgore. Le riflessioni di un Tedoforo


Ho speso alcuni giorni a riordinare gli appunti che ho preso durante la Staffetta per i Leoni della Folgore nel deserto di El Alamein.

Per i distratti: abbiamo corso in nove congedati, il 23 Ottobre,per 81 chilometri sulle postazioni della Folgore, dall’ Himeimat al Sacrario Italiano passando da El Munassib e Deir Alinda.

FRATELLANZA SENZA TEMPO

Viaggiando nel deserto con otto paracadutisti in congedo e condividendo con loro l’ impresa che avevamo progettato per due mesi,ho avuto conferma di valori comuni che avevano resistito al tempo.

” Le nostre radici comuni affiorano”, dice Pietro, facendomi notare la “diversità” nei comportamenti e nella non uniformità di un amico paracadutista che si è aggregato per sincero interesse, ma che non era stato nella Folgore. In nove sembravamo appena arrivati al Reggimento dopo il corso palestra, in attesa delle prime operazioni.
Estranei, ma inspiegabilmente simili.

Mariella, unica donna paracadutista, decima della spedizione, va citata per la serietà, delicatezza e spirito di adattamento, al punto che l’abbiamo immediatamente “adottata”. Anche Lei conosce e ammira la storia della Folgore e, come noi, è venuta per “incontrarla”.

La sensazione che ho avuto per tutto il periodo trascorso insieme è stata quella di far parte di una squadra di paracadutisti.
Capite cosa intendo dire?


I FRATELLI CADUTI CI ASPETTAVANO

Dopo la lunga trasferta iniziata il 22 Ottobre e appena srotolati i sacchi a pelo sulla sabbia, siamo saliti a piedi alle pendici dell’Himeimat, in silenzio, a notte fonda.

Il tricolore e lo scudetto con le ali sventolavano su un pennone portato dall’Italia.

L’unico rumore distinguibile era quello delle due bandiere mosse dal vento, sotto un cielo stellato.

Noi sotto, commossi. Si avverava il desiderio di ogni paracadutista della Folgore: eravamo accampati dove centinaia di Leoni erano caduti con le armi in pugno, coprendosi di onore. In quel momento di totale sintonia tra noi, abbiamo capito il senso profondo di quella Missione e dell’essere appartenuti alla Folgore.

E abbiamo avvertito che i Leoni della Folgore erano lì di fianco a noi.

Ci aspettavano.

All’appello di tutti i caduti col basco amaranto nelle missioni dell’era “moderna” della Brigata, abbiamo urlato altrettanti Presente! rabbiosi, che si sono propagati nel deserto fino a raggiungere gli avamposti più lontani.

Che ci hanno risposto ogni volta.

Nome per nome, abbiamo sentito distintamente i loro PRESENTE…presente..FOLGOREfolgore.. folgore..che si spegnevano in lontananza.

Il deserto non ha l’eco. Nessun altro poteva farlo.

La mattina del 23 Ottobre,prima di partire per la staffetta, sulla sommità della collina che per prima venne investita da Legionari e inglesi a migliaia, abbiamo aspettato i raggi dell’alba che illuminavano lentamente il campo di battaglia.

Volevamo una scorta di energia supplementare per correre tutto il giorno.

Era l’alba del 23 Ottobre 2009: entro dodici ore, 67 anni prima, sarebbe iniziata la Battaglia, proprio da quella spianata circondata da un catino immenso, a 170 metri sotto il livello del mare, rovente e malsano.

Guardandoci, abbiamo capito che ognuno di noi avrebbe potuto e voluto combattere con loro,67 anni prima..

Era “la squadra” che lo pensava, non i singoli.

Erano gli sguardi che ci siamo scambiati, a dichiararlo,non le parole.

Ognuno avrebbe fatto suo il coraggio degli altri, se gliene fosse mancato.

Ecco,forse, un ingrediente di quel misterioso “fattore El Alamein” a cui ricorrono gli studiosi di strategia militare delle accademie di mezzo mondo, per spiegare come la Folgore ha potuto combattere così a lungo e duramente,infliggendo sonore sconfitte a un nemico di venti volte superiore, senza viveri, acqua e munizioni.

Alla base di quella splendida miscela di eroismo e arditismo genetico dei Paracadutisti c’era la squadra e l’emulazione dei migliori –e ce n’erano tanti tra i Folgorini- che diventavano coraggio ed energia invincibile di tutto il gruppo.

Bisognerebbe sconfinare nella poesia,per descrivere meglio quello che intendo dire, e non ne ho il talento.

La forza della squadra ha fatto diventare i plotoni come magli e i battaglioni un muro infuocato di ardimento e di impeto, vincibile solo dalla morte.

Gli artiglieri erano un solo corpo con il loro 47/32, al punto di non abbandonarlo nemmeno quando i colpi erano terminati. Per tentare di capire quella forza, bisogna dormire insieme alle loro anime, lì dove sono rimaste. In questi giorni sto leggendo un saggio sul Deserto. Vi riporto alcune righe:

Il deserto si presenta come indispensabile della realtà. Il mondo spogliato di se stesso. La realtà spogliata di tutto tranne che della sua essenza.
Nel deserto Vi sono tre dimensioni: il cielo, la terra e l’uomo. Dal deserto le cose si vedono meglio, con proporzioni più eterne.


EROISMO ASSOLUTO

Come dice San Giovanni della Croce, nel deserto Si intuiscono il “todo” e il “nada”.

Sulla cima dell’Himeimat ho avvertito le stesse cose, senza essere stato capace di esprimerle così bene.

Chissà se i nostri “pazzi e poeti” e tutti gli eroi di quella Battaglia, hanno avvertito che ogni loro gesto avrebbe assunto nel tempo una dimensione assoluta: morte assoluta, coraggio assoluto, eroismo assoluto, cameratismo assoluto. Il tutto e il niente. Loro, così uniti e forti, inconsapevolmente ( o no?) parte di un disegno terribile che sarebbe stato così utile alle generazioni future.

Quelle morti hanno allevato decine di migliaia di Figli che onorano il Loro Ideale, che è diventato il nostro. C'è un disegno divino anche nella Morte, che non è mai vana.Per Loro, i nostri Leoni, una scelta.

Strana coincidenza, avere letto proprio oggi questo passo.

81 CHILOMETRI DI STORIA

Abbiamo corso in nove, per 81 chilometri, passandoci la Fiaccola urlando Folgore, correndo tra le sabbie dove affioravano mine, bombe a mano, chioccioline ( quelle chioccioline che Paolo Caccia Dominioni ha immortalato in uno dei suoi acquerelli dedicati ai Folgorini). Le buche dei nostri Padri , che abbiamo sfiorato per chilometri, sono ancora intatte nei contorni. Andrebbero svuotate della sabbia accumulata dal vento. Lo faremo ogni missione futura, riportandole allo stato iniziale.

Adotteremo quel pezzo di deserto, e sarà un modo per vivere insieme ai Nostri e tra Fratelli, per qualche notte e qualche giorno. Sarà un ricordo nobile, senza alcun ritorno, fatto per stare con Loro. In faccia al mondo infame che ci aspetterà in Patria.

L’arrivo al Sacrario, correndo nell'ultimo pezzo in fila per due, mi ha fatto sentire invincibile. Il rumore cadenzato dei passi, i volti tesi ma forti, il sudore che bagnava le magliette e la vista della Torre di Paolo Caccia Dominioni che ci aveva ipnotizzato.

Ingredienti che mi hanno dato una forza innaturale. La stanchezza di due giorni senza dormire, e della corsa sotto il sole, era scomparsa. Insieme ai miei Fratelli avrei fatto altri 180 chilometri. Il Leone Murelli, che ci aspettava sull'ingresso e che insieme a noi ha acceso il Braciere, ci ha detto :“siete delle rocce”. Lui, che a El Alamein ha combattuto come assaltatore e cacciatore di carri.

15 flessioni in suo onore sono state poche, ma fatte davanti a Quota 33, spero ne abbiano moltiplicato il valore. La Sua commozione nell’abbracciarci uno per uno è stato il nostro preziosissimo premio.

Dall’arrivo al Sacrario, ognuno è rimasto con i suoi pensieri. Silenziosamente abbiamo visitato le stanze degli avelli dove giacciono i Caduti,molte centinaia della Folgore, e ci siamo spontaneamente riuniti intorno all’Altare per recitare la Nostra preghiera.

Ancora una volta il nostro Folgore è risuonato per alcuni secondi. I nostri Padri ci avevano risposto, riconoscenti, ancora una volta.

Avevamo fatto la cosa giusta.

L'essenza del viaggio? I Fratelli ritrovati. Quelli che hanno viaggiato con me e quelli che ho trovato ad attendermi. Chi è stato a El Alamein capisce cosa intendo.

Chi non c'è stato, sarà con noi la prossima Missione, o l'altra ancora.

A.W.

 
 
 
 
 
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LE IMMAGINI DELLA STAFFETTA PE R I LEONI DELLA FOLGORE
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


sopra: Il percorso studiato prima di partire


sotto: quello realmente compiuto. Si nota un leggero allungamento per coprire tutta l'area de El Munassib e poi il riallineamento sulla pista dell'acqua







PARMA- 11 Paracadutisti sono partiti dall'Italia il 22 Ottobre e hanno corso il 23 , ricorrenza della Battaglia che lo stesso giorno di 67 anni fa ha decimato la Folgore, nel deserto di El Alamein.

81 chilometri in staffetta , dall'Himeimat fino al Sacrario Italiano.

I Tedofori sono passati attraverso luoghi le cui sabbie si sono tinte del sangue dei nostri Leoni: Himeimat - El Munassib, Bab El Qattara..

In ognuna delle zone fortificate c'erano intatte le buche dove i nostri si riparavano dalla valanga di fuoco nemica. Hanno visto i campi minati e diversi residuati che affioravano. Il silenzio ha consentito a ognuno di loro di riflettere sul Valore dei nostri Folgorini.

Poi l''arrivo al Sacrario e l'incontro con il Leone Carlo Murelli, con il quale hanno diviso una cerimonia "privata" prima di quella pubblica del giorno successivo.

Onori a Lui, sia alla voce che con le braccia.


Rientrati all'accampamento, i nostri hanno pregato all'Himeimat,la notte del 23. 67 anni prima proprio quella collina fu investita dal primo feroce attacco inglese e francese.

Lì hanno chiamato a raccolta anche i Caduti della Folgore dal 1983, urlando PRESENTE in loro vece.

Poi la lettura di alcune righe de "I RAGAZZI DELLA FOLGORE" e la Preghiera del Paracadutista recitata tutti insieme.

Il 24 mattina, prima di partire per il Sacrario, sono saliti per l'ultima volta sulle due colline che sono state il punto più avanzato delle fortificazioni difese dai Paracadutisti, a salutare le anime dei Leoni Caduti. In un luogo segreto hanno seppellito un ricordo e un pensiero.

Al Sacrario hanno dato il meglio si sè, con l' aspetto e il contegno. La Fiaccola è rimasta accesa i tutto il tempo, tenuta da un immobile Tedoforo.

E' stata spenta solo alla fine del ricordo degli Ascari, davanti alla loro cappellina, dopo la Santa Messa e dopo l'accensione del braciere al cospetto del Leone Murelli e dell'Ambasciatore s.e. Claudio Pacifico.

Le foto parlano da sole.
E altre ne pubblicheremo, insieme ai filmati.

LE IMMAGINI DEL 22 OTTOBRE - ARRIVO ALL'HIMEIMAT IN NOTTURNA



LA STAFFETTA E L'ARRIVO AL SACRARIO- CAMBIO DI UNIFORME E CERIMONIA PRIVATA



SALUTO ALL'HIMEIMAT- AMMAINA BANDIERA E CERIMONIA UFFICIALE



 
 
 
 
 
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LE RIFLESSIONI DI CHI HA PARTECIPATO ALLA STAFFETTA PER I LEONI DELLA FOGLORE
Mercoledì, 28 Ottobre 2009



RICORDERO'
di Giovanni Conforti


Ricorderò la sabbia fine trasportata dal vento a ricoprire le postazioni
le scatolette arrugginite che furono il pasto di quei ragazzi
quella brezza continua della notte a far garrire le bandiere
un cielo di stelle tridimensionale a farli sognare e piangere
quella struggente sensazione di piccolezza
le conchiglie fossili che meravigliarono anche loro
le schegge di ferro che li ferirono
le lumache aggrappate ai cespugli
una rugiada mattutina che sembrava pioggia
la fede religiosa del nostro autista
le polpette di carne di cammello speziata
l'eco infinita del nostro Folgore al Sacrario
la fiaccola che resta accesa per tutta la cerimonia
il traffico del Cairo
la fame di Renato
la frenetica attività di Walter
la paciosa bonarietà di Stefano
lo spirito di adattamento di Mariella
i silenzi di Francesco, perchè erano pochi
lo humor inglese del Tego
la determinazione di Rudy
l'applomb di Pietro
la grinta di Roberto
la cultura storica di Luca
la commozione del Reduce
la mia inadeguatezza.

E quella lunga fila di marmi bianchi con le spoglie di tanti ragazzi che amavano la Vita.

Ricorderò.
Ma per capirli a fondo ci vorrà ancora del tempo, e del cuore.
Spero che Dio me ne faccia dono.
Per tutti un arrivederci, di qua o di là.

Folgore!




QUANDO SI RIPARTE?
Di Roberto Magarini


E’ semplice, semplicissimo raccontare i quattro giorni della staffetta. E’ andato tutto bene, anzi, benissimo, al meglio nonostante le premesse operative molto vaghe … quasi aleatorie : “Andiamo a correre una staffetta nel deserto lungo il fronte di El Alamein per commemorare i Nostri Caduti e la Battaglia. Farà caldo. Sappiatevi regolare”.
Ottimo.
Con indicazioni così il mio panico pre partenza era a mille già una settimana prima.
Mai corso nel deserto, mi sono ritrovato con 11 persone delle quali non conoscevo che Walter: vero Deus ex machina del tutto. In quest’occasione quasi insostituibile, credo. Ci ha fatto trovare i biglietti pronti, le jeep che ci aspettavano, ha fatto cento altre cose, ha spronato con l’esempio a fare ed era sempre “sulla situazione”. Per andare ad alcune migliaia di km di distanza dall’Italia in autonomia logistica ed alimentare, dove il rubinetto più vicino per lavarsi le mani era a più di ottanta chilometri;

avremmo avuto sabbia ovunque per tre giorni con 31 gradi di giorno e un bel freddo di notte e l’alimentazione avrebbe risentito di tutto ciò, oltre naturalmente dipendere per gli orari dal trovare la pista giusta nel deserto per rientrare al campo -la prima sera non è successo-, dalla nostra velocità di corsa, dalle prove della Cerimonia e dalla Cerimonia vera..

Avremmo corso nel deserto … sempre di giorno, sempre con il lavandino a 80 km a scalare ma senza la certezza di poterlo utilizzare. Siamo arrivati al paradosso di essere sporchi, sudati, impolverati e appicicaticci come cammelli e di profumare come delle cortigiane, grazie a goffi tentativi di pulizia con salviettine umidificate … però con il morale sempre alle stelle e anche oltre.

Poi , si sa, quando si è stanchi o affamati o costretti in gruppi forzati o tutte e tre le cose insieme le dinamiche sono facilmente influenzabili e i rapporti ne risentono.

Ultimo ma non per importanza, era presente una donna.

Per lei disagi anche superiori, per questioni pratiche.

Bene. Viste le premesse, proviamoci.

Unico elemento certo e tranquillizzante eravamo TUTTI paracadutisti, la quasi totalità Congedati dalla Brigata.

E questo partire da basi comuni di scelta e spesso di esperienze ha determinato una situazione ottimale che ha annullato il fatto della non conoscenza formale.

Ad esempio del fatto che ci fosse una donna ci siamo resi conto quando al rientro al Cairo le è stata data una camera diversa rispetto a noi ( due piani sopra), perché l’amalgama nel periodo “desertico”era totale.

Ho scoperto in aereo, al rientro, che era anche vegetariana (si è persa il cammello fatto a polpette con spezie che era una delizia) perché non ha mai recriminato per il cibo ( ne per i bagno ne per il dormire ne per le battutacce ne … insomma, mai per nulla).

Detto di lei, anche gli altri sono stati semplicemente perfetti.

Dall’essere sempre pronti e disponibili a fare, al non lamentarsi mai ( peraltro non c’era motivo) all’essere sempre pronti all’iniziativa e al suo immediatamente successivo cambio di programma, all’ accettare anche di mettersi in gioco collettivamente e singolarmente
Doc ( Stefano Venturini, ndr) ha rinunciato a qualcosa di importante al Sacrario per documentare il tutto non apparendo;Mariella anche, ma entrambi con spontaneità.

Ad esempio: dopo aver programmato al minuto la presenza al Sacrario, abbiamo cambiato il programma durante e in trenta secondi è stata organizzata una presenza massiccia, al centro della situazione, sostenuta al meglio senza prove e senza esperienza.

Lì ho temuto il patatrac con conseguente perdita di credibilità di fronte ad Ambasciatori compresi nel ruolo, Consoli azzimati, Addetti militari in alta uniforme e un sacco di signore eleganti, ma mi dimenticavo il nostro guizzante spirito d’iniziativa e la capacità di adeguarci “sul tamburo”alle situazioni.

Ma il clou del tutto, il motivo per il quale io sono andato era questa volontà di esserci, nel deserto, per correre, celebrare i Nostri Caduti, Coloro che ci hanno preceduto creando la leggenda della Folgore di cui, in tempi assolutamente diversi dai Loro, anche noi abbiamo fatto parte, portando il nostro granellino di sabbia al solido muro di mattoni da Loro costruito in quell’epopea.

E tutti abbiamo corso, facendo tutti minimo due turni, ciascuno secondo le proprie capacità e possibilità; il bravo non riprendeva l’affannato, anzi, lo seguiva prodigo di attenzioni( grazie a Rudy per la miglior pomata lenitiva che mi abbiano mai spalmato) e chi correva nel nulla non recriminava lo sfondo da cartolina di alcuni …
Io appena partito ero emozionato: stavo passando dove la Folgore aveva combattuto. Non dico che mi sentissi osservato da migliaia di occhi invisibili, né che mi sentissi spinto dalla forza della Storia della Folgore, ma l’intensità dell’emozione era altissima, pensavo a dov’ero e speravo dentro di me che quell’insignificante atto di omaggio che stavo porgendo ai Caduti fosse Loro gradito. Spero di essere stato all’altezza del luogo e delle sue memorie.

Conservo in un angolo molto nascosto le mie emozioni più intense e più forti; le tengo per me , non le racconto, certo che i miei Amici, che con me hanno corso, le abbiano ugualmente vissute, quindi faccio senza raccontargliele; chi non le ha vissute non le può capire ed è inutile parlargliene. Avete mai provato a descrivere un lancio?.

Il contatto telefonico dal deserto con i Reduci e l’emozione del Reduce presente al Sacrario mi fanno intuire che l’omaggio , almeno a Loro, è risultato gradito. Il mio Amico Pino, Reduce Paracadutista combattente del Passo del Cammello, mi ha detto:”Avete fatto una bella cosa” e qualsiasi commento opposto non ne scalfirà la portata.


Appena rientrati la sensazione, dalle e-mail e dalle telefonate, è stata comune : mi manca il deserto e mi mancano i miei Amici Tedofori!
Io la doccia l’ho fatta.

Possiamo ripartire.


I NOSTRI VALORI
di Pietro Del Grano


Patria, Amicizia, onore sono per noi paracadutisti militari -anche se in congedo- un patrimonio genetico e condizionano le nostre scelte a volte anche scomode e i nostri comportamenti.

Amo definire questo modo di essere paracadutisti uno"stile di vita" ben diverso da quello puramente sportivo che condivide solo l'atto tecnico ma che spesso è privo degli ideali citati.

Nella staffetta in onore dei Leoni della Folgore ognuno di noi correndo su quelle sabbie cariche di sofferenza credo abbia riflettuto su questi ideali e sulla pesante responsabilità che quei "Leoni" ci hanno lasciato.

Molti dubbi hanno riempito la mia testa se fossi stato all'altezza dell'eredità trasmessa con l' esempio del loro coraggio e soprattutto se ne fossi stato degno.

I dubbi rimangono ma il cameratismo che si è creato tra di noi durante la staffetta e nei giorni passati insieme mi sprona a proseguire con quegli ideali e con rinnovato impegno nel perseguirli.

Proprio il cameratismo tra commilitoni credo sia stata la molla per cui nella battaglia del 23 ottobre 1942 tutti sono rimasti al loro posto ben consapevoli del destino a cui sarebbero andati incontro ma condividendo fino all'ultimo la sorte con i propri compagni nelle buche.

Ed è con quello spirito che abbiamo corso nel deserto, senza sentire la fatica, uno per l'altro, riserrando i ranghi con le anime di quelli rimasti a presidiare il deserto.

Il nostro gesto è stato un niente in confronto a loro ma è quello che abbiamo saputo offrire con i nostri limiti e con tanto entusiasmo.
Sono sicuro che per ognuno di noi sia stato un grande privilegio esserci.

FOLGORE!




l tracciato rilevato dal GARMIN al polso del webmaster, che ha registrato 81 kmt percorsi a El Alamein. La lunghezza reale della staffetta è stata però di 78,900 kmt. I chilometri in eccesso sono dovuti agli spostamenti che il webmaster faceva a piedi per raggiungere o seguire i Tedofori, sommati a quelli fatti all'interno del lungo viale del Sacrario.La mappa sopra identifica in giallo , (freccia) il luogo dove è stato rilevato il percorso.







LE IMPRESSIONI A CALDO DELLA PARACADUTISTA MARIELLA MANGINI, UNICA DONNA DEL GRUPPO




Unica donna, con dieci Paracadutisti; ma nessun problema, ero più che sicura. Di loro e di me.

Sono nata troppo presto, ma fin da piccola sarei voluta entrare nelle FF.AA., quindi non potendo, mi impegno in altre cose, che comunque ne abbiano lo spirito.

Lo spirito di andare ad El Alamein, forse per trovare ancora lo “spirito” che quei ragazzi hanno lasciato in quei luoghi, immolandosi.

No, non è retorica, sentimentalismo, passato. E’ una cosa viva, attuale, proprio adesso in questo mondo che ha perso i valori. E’ quei valori che sono andata a confermare a me stessa.

Il viaggio di andata è stato lungo, con l’impazienza di arrivare, e con i guidatori delle jeep, che nel buio della notte ormai arrivata, hanno perso la pista nel deserto.

Il deserto, silenzioso, enorme, solitario. Di notte i contorni non si vedono, si possono solo intuire, immaginare, ma nella distesa piatta, si intuivano solo gli arbusti della bassa vegetazione. Nella mia mente ho cominciato ad immaginare, la vita di quegli anni, quando i disagi erano ancora maggiori di adesso. Non è stato facile, abituati come siamo alla comodità. E doveva essere ancora approntato il campo. La cosa che mi ha immediatamente colpita è stato il cielo, anche lui, come il deserto, silenzioso ed enorme, vivo di stelle, come nelle città non riusciamo a vedere. Eravamo in un luogo sperso dalla cosiddetta civiltà tra deserto e stelle. Splendido!

Siamo riusciti a soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza, cenare, dormire, a lavarci abbiamo pensato poi il sabato, ma le salviette umidificate, si sono sprecate. La mattina dopo un “fuori dalle brande!” alle 6,30 ci ha “gentilmente” augurato il buongiorno.

Mi sono ritrovata in un vortice estremamente impegnativo di emozioni, che ancora devo metabolizzare per bene, alcune sono “a pelle” ancora adesso, per altre mi chiedo : ero davvero io laggiù? Ma sono cose che facevano parte della quotidianità. Del fatto che, essendo vegetariana, sono andata avanti per due giorni a barrette che mi ero portata dall’Italia. Del fatto che per i miei bisogni personali, invidiavo gli uomini, e oltre ai bassi arbusti, mi sarebbe piaciuta una bella, alta, grande palma! Ma ci penso adesso, in quei momenti erano pensieri secondari. Mi sono sempre adeguata, senza nessun problema.

Ci sono state invece le “altre” emozioni, quelle vere. Guardavo, assimilavo con gli occhi, le orecchie, la pelle. Toccavo, cercavo di sentire. Ma senza potermi immedesimare. Non sono riuscita a capire come hanno fatto, ragazzi di 20 anni a vivere certe esperienze, rischiando ogni minuto la vita, morendo. Oppure, l’ho capito, e sono rimasta esterrefatta per la loro forza, l’umanità, il coraggio che hanno dimostrato. E’ stata quella la vera emozione, capire anche solo parzialmente, quello che hanno vissuto e sorprendersi di ciò che hanno fatto.

La prima emozione forte, intensa, che non potrò mai dimenticare, nella chiesa del Sacrario. Al grido FOLGORE! L’eco è rimasta per alcuni secondi, come se quei ragazzi rispondessero “siamo qui, siamo vivi, siamo con voi”. Il brivido incredibile che mi ha percorso la schiena e fatto accapponare la pelle, non lo dimenticherò mai più. Si, sono vivi fino a che qualcuno non li dimenticherà. Fino a che saranno nei nostri cuori, fino a che il loro ricordo sarà dentro di noi, vivranno in noi. Nel Reduce che abbiamo incontrato, a cui ho stretto la mano.

La mattina seguente sulla cima dell’Himeimat, dove abbiamo reso onore alla Folgore, il cui grido si è perso nella vastità del deserto, la stessa fortissima sensazione di presenza, lo stesso brivido incontrollato lungo la schiena. Non sono un militare, purtroppo, e non vorrei che le mie parole fossero fraintese. Non voglio appropriarmi di cose che non sono mie, che non ho vissuto, ma che comunque porto da sempre nel cuore. Sono andata ad El Alamein con umiltà, solo per cercare quello che ho trovato. I miei valori sono quelli. Dignità, orgoglio, spirito di sacrificio, amore per l’Italia. E sapevo che erano sepolti là in quei luoghi, sepolti ma non morti.

Il legame con gli altri paracadutisti, è stato immediato. Non ci conoscevamo, ma credo che la forza di certi valori, rompa qualsiasi barriera. Si è subito instaurato un rapporto cameratesco, solidale, scherzoso. Ogni tanto la stanchezza portava “fuori” qualcuno,ma penso sia normale. Non ho fatto la staffetta, li seguivo con le jeep. Il loro sforzo è stato davvero commovente. Tutti chiedevano di fare “ancora” un pezzo, nessuno si è tirato indietro. Bellissimo il loro inquadramento,i loro volti stanchi, sudati, ma non domi. Degni di essere li.

Sono onorata di essere stata ad El Alamein. Sono onorata di avere avuto i dieci paracadutisti, come accompagnatori. Sono onorata di avere avuto la conferma di quello che penso di essere. Si, sono solo un’allieva, ma avere “quei” maestri, oggi come oggi, non è da tutti. Sarebbe bello che i nostri giovani capissero. Ma sono percorsi che vanno fatti da soli, nessuno li può imporre. Per cui posso solo augurarlo.

Con stima, permettetemi un

FOLGORE!





SCRIVE IL CARABINIERE PARACADUTISTA HAUFF RODOLFO(Rudy) (CLICCATE QUI)





LE RIFLESSIONI DEL PARACADUTISTA LUCCHESE FRANCESCO NAPPINI


Nota dell'Autore: malgrado io sia uno che parla molto, non sono abituato a scrivere, salvo che per motivi di lavoro. Ma ci proverò.

Credo che dopo un’esperienza come quella vissuta sarebbero necessarie alcune pagine per riassumere tutte le mie sensazioni e riflessioni rilevate in quei quattro giorni.
Ma uno dei ricordi più frequenti è che più volte, senza una ragione precisa, mi sono venuti gli occhi lucidi, ho dovuto inghiottire ed ho sentito dei brividi sulle braccia e lungo la schiena, sintomi improvvisi e legati a non so cosa, in circostanze diverse ed in luoghi diversi. Forse un richiamo dai ragazzi che in quei luoghi hanno lasciato la vita, e che sovente volevano che mi ricordassi di loro……….
Comunque sensazioni indimenticabili. Come indimenticabile sarà sempre lo spirito e l’entusiasmo comune espresso e condiviso da tutti noi nell’affrontare questa piccola parentesi della vita. Augurandomi di poter rivivere esperienze simili con un gruppo affiatato come il vostro, il mio sentito grazie di cuore a tutti voi. Folgore!

Franceso Nappini
per gli amici della Staffetta "Little Napp"




HO IMPARATO A NON MOLLARE
di Luca Bartoli

Era dal servizio militare, ventisette anni fa, che volevo andare in questo lembo di deserto, a rendermi conto dell'ambiente e delle ragioni che portarono all'estremo impegno e sacrificio dei paracadutisti della Folgore in questa cruciale battaglia della seconda guerra mondiale.

L'ho potuto fare solo oggi grazie ad una staffetta in onore dei caduti, proprio sulla linea dei combattimenti, attuata da un tenace organizzatore ed da un fantastico gruppo di commilitoni (Mariella... sei tra i congedati ad honorem...!).

Dell'esperienza rimangono fortissime emozioni che richiedono tempo per essere riordinate; l'alba che delinea di colpo lo splendido scenario in cui ci si era immersi nel buio della notte precedente, il mio tratto di corsa tra le buche delle mine disattivate segnalate da un sacchetto di juta bianca, la maestosita' di un sacrario candido che appare da lontano, il brivido prolungato che da l'eco dell'urlo FOLGORE all'interno, sono solo alcune di esse...

Su tutto la senzazione di privilegio che si ha per aver fatto parte delle aviotruppe, per aver potuto legittimamente portare un omaggio ai gloriosi combattenti di allora, per essere ancora oggi in contatto oggi con persone amichevoli e di principio. Sono convinto che, al di la delle altre motivazioni personali, sia questa sensazione di privilegio che ha reso naturale ai Ragazzi della Folgore il non mollare mai.



 
 
 
 
 
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25 OTTOBRE 2009 : GLI STAFFETTISTI TORNANO DA EL ALAMEIN
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


23 Ottobre 2009- El Alamein, Sacrario Italiano. Il Tedoforo Francesco Tegoni, all'arrivo della staffetta al Sacrario,dopo 80 chilometri (è stato aggiunto qualche chilometro di deviazione per toccare alcune postazioni a El Munassib, ndr) porge la Fiaccola al Leone Carlo Murelli.

Il giorno successivo, 24 Ottobre, la cerimonia è stata ripetuta ufficialmente e n abbigliamento più consono , davanti all'Ambasciatore e all'Addetto Militare e aperta al pubblico.





IL CAIRO - EGITTO-DOMENICA 25 OTTOBRE 2009 - I tedofori della Staffetta per i Leoni della Folgore sono sulla strada di casa.

Fra poche ore il volo Alitalia li riporterà in Patria.

Si conclude l'impresa che li ha visti correre sulla linea del Fronte della Folgore, per incontrare, nel Deserto a noi sacro , le anime dei Caduti e portarle sino al Sacrario.

Tre giorni di grandi silenzi, di fatica, di cameratismo, di ideali condivisi e di grandi emozioni.

Dopo avere pernottato il 22 Ottobre all'HIMEIMAT, le caratteristiche colline a forma di gobba di cammello, che erano il più lontano presidio della Folgore sul fronte italo-tedesco, sono partiti alle 7 del mattino del 23 Ottobre e si sono alternati sulla sabbia e sulla pista dell'acqua (gli unici 25 chilometri della Staffetta non sabbiosi, con un vecchio asfalto gettato dagli italiani nella seconda guerra mondiale,ndr) scambiandosi la fiaccola che è diventata testimone di questo gesto dedicato ai Leoni della FOLGORE.

Il sole che ha accompagnato gli 11 Paracadutisti in questa trasferta del ricordo, è stato talvolta magico, all'alba dell'Himeimat, implacabile quando era alto nel cielo sulle teste dei Tedofori, struggente e dolorante quando tingeva di rosso via via più scuro l'orizzonte.

Tutti sono rimasti colpiti da un Sacrario splendido, bianchissimo, marziale, imponente, silenzioso, mozzafiato.



23 Ottobre 2009- Cima dell'Himeimat.

Il sole cala sulla depressione il 23 Ottobre. Dopo poche ore sarebbe cominciato, 67 anni orsono, l'attacco

Le foto rendono solo parzialmente quello che i Tedofori hanno visto e provato.
La mattina del 24 Ottobre -seconda notte di campo- prima dell'ammainabandiera e della partenza in jeep verso il Sacrario per la cerimonia ufficiale di "ONORCADUTI" ( l'organismo del ministro della Difesa che si occupa dei Sacrari e degli eventi ad essi legati, ndr), il gruppo è salito sull'Himeimat, il punto più alto della Depressione di El Qattara, per rendere l'ultimo omaggio speciale da quel luogo così carico di dolore e di morte , ai nostri Reduci.

vista dalla cima: postazioni del 185mo artiglieria paracadutisti ai piedi dell'Himeimat, sulla depressione di El Qattara



Da quella cima dove si trovano ancora oggi ben visibili diverse postazioni dl 185° artiglieria paracadutisti, hanno anche chiamato telefonicamente due LEONI sopravvissuti, i sergenti (all'epoca della battaglia) Santo Pelliccia e Emilio Camozzi, urlando un FOLGORE che ha riecheggiato nella piana sottostante e ha -purtroppo- riempito di tristezza i cuori, pensando alle migliaia di Paracadutisti caduti proprio in quella grande spianata sottostante, dove i francesi della Legione e gli inglesi hanno tentato di sfondare la linea -senza successo- ricoprendo le postazioni di una valanga di fuoco, la notte del 23 Ottobre, alle 20.42.


sommità della cima più alta dell'Himeimat: postazione del 185mo artiglieria paracadutisti che guarda il fronte da cui attaccarono i legionari e gli inglesi



I Tedofori sulla sommità della cima che guarda la depressione di El Qattara, all'alba del 24 Ottobre 2009.
67 anni orsono, a quell'ora erano già cadute diverse centinaia di Folgorini


La sera prima, alla stessa ora, il gruppo si è riunito sotto la bandiera illuminata da un faro, e sotto le stelle ha recitato all'unisono la Preghiera del Paracadutista.

L'ambasciatore d'Italia e lo staff militare, con l'Addetto della Difesa e quello dell'Esercito, hanno invitato i tedofori alla cerimonia che si è tenuta il 24 MATTINA presso il Sacrario Italiano,ora diretto dal maresciallo dell'aeronautica Raffaele Portento. E lì hanno ripetuto l'accensione del braciere davanti ad un folto pubblico.

I tedofori hanno così potuto fare da picchetto d'onore al nostro Leone, vista la assenza di ogni altra rappresentativa dei paracadutisti in congedo, nonostante una gita di 300 unità fosse transitata una settimana prima proprio nel residence a cinque stelle poco lontano. Un promemoria per l'anno prossimo.

Schierati dietro l'altare, con la torcia accesa,i tedofori hanno attirato l'attenzione e l'approvazione ammirata della platea. Alla fine, un potentissimo urlo FOLGORE ha riecheggiato per alcuni secondi tra le Mura e nelle Sale a noi Sacre, commuovendo i presenti. Sfilando di fianco al Reduce col saluto dell'attenti in movimento, hanno raggiunto il Sagrato, dove, alla presenza del'ambasciatore e di tutte le autorità, il Tedoforo ha consegnato la Fiaccola al nostro Leone, che l'ha appoggiata al braciere che ardeva davanti a Lui.

Il simbolico passaggio degli Ideali e l'omaggio alle Anime dei Caduti della Folgore erano avvenuti.



Difficile non emozionarsi.

Un dietrofont perfetto e l'uscita correndo dal Sacrario, sono stati accompagnati dagli applausi dei visitatori. Alla fine del lungo viale ornato da oleandri e palme, tra i cippi dei Reggimenti che hanno combattuto in quelle sabbie, hanno reso omaggio -insieme alle Autorità- agli ascari libici, seppelliti all'ingresso del Sacrario, nella cappella musulmana.

Paolo Caccia Dominioni non ha dimenticato quei fedeli e valorosi camerati.

...seguiranno altri dettagli e i tanti ringraziamenti tra oggi e i prossimi giorni ( satellite permettendo).

Le foto saranno pubblicate in una gallery. Il tempo di rientrare.











 
 
 
 
 
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GLI STAFFETTISTI PER I LEONI : IMPECCABILI
Mercoledì, 28 Ottobre 2009


PARMA- Pubblicheremo da stasera e per alcuni giorni le gallery fotografiche scattate a El Alamein, che rimarranno disponibili in "STORIA E REDUCI" e nelle prossime 24 ore sul canale Congedatifolgore di Youtube, anche alcuni spezzoni di filmati disponibili.

Nel frattempo mandiamo online una foto che premia la serietà e l'uniformità del drappello.



 
 
 
 
 
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UNA GUIDA PER VIAGGIARE A EL ALAMEIN
Giovedì, 17 Settembre 2009


PARMA- Daniele Moretto, figlio di un combattente della Ariete di El Alamein, è un appassionato di storia e geografia. Dopo un viaggio a El Alamein, ha trasformato una sua passione in qualcosa di più: è un protagonista di una iniziativa di studio insieme ad un gruppo di ricercatori italiani e stranieri, per far diventare l'intera area un parco-museo all'aperto.

Dai suoi numerosi viaggi nel deserto egiziano ha tratto preziose informazioni storiche, geologiche e turistiche , pubblicando una guida che sembra fatta apposta per i Paracadutisti che vogliono trascorrere qualche giorno tra le sabbie dove hanno combattuto i nostri padri.


UNA GUIDA PER VIAGGIARE A EL ALAMEIN

LA SCHEDA DEL LIBRO E DELL'AUTORE

CEDOLA


Informazioni più approfondite le troverete nei due siti che parlano della sua attività:

WWW.QATTARA.IT

e


WWW.ELALAMEINPROJECT.ORG

 
 
 
 
 
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ZILLASTRO:FINE SETTIMANA ADDESTRATIIVO NEI LUOGHI DELLA BATTAGLIA
Sabato, 11 Luglio 2009




di Manuel Aquila

COSENZA- Nei giorni 27-28 Giugno 2009 i Paracadutisti della X Zona (Calabria-Sicilia) si sono ritrovati sull’ altopiano dello “Zillastro” in Aspromonte nel Comune di Oppido Mamertina.

Il luogo è tristemente noto per la battaglia dell’8 Settembre 1943 che vedeva 400 Paracadutisti del 185o rgt. Della Divisone Nembo contro 5000 uomini anglo-canadesi,entrambi ignari del fatto che l’armistizio era gia stato firmato dal Maresciallo Pietro Badoglio.


Appena arrivati sul posto,i Paracadutisti delle sezioni di Cosenza, Reggio Calabria e Catania capeggiati dai rispettivi presidenti Piero PREITE, Pino PERRONE e Tommaso DAIDONE, hanno issato il tricolore per l’alzabandiera.
Alcuni hanno costruito la zona bivacco x l’accampamento usando i teli tenda di ciascun parà,altri hanno provveduto a lavori di manutenzione del Monumento. Tutto ciò sempre con quell’orgoglio e quel modo di fare operativo che distingue da sempre i Paracadutisti.

Nel pomeriggio,dopo la pausa pranzo,i Paracadutisti hanno iniziato l’attività marciando daddestrativa apprima sulla strada e poi salendo per un tratto di montagna dove dopo una buona ora e mezza di cammino,hanno raggiunto la cima dove è stato possibile godersi uno spettacolo incredibile .

Un preparatissimo Pino Perrone ha informato il gruppo sulla storia e le carateristiche dei luoghi inerenti alla zona.

La sera,dopo l’ammaina bandiera, al calar della notte, tra il silenzio e l’oscurità di quel posto meraviglioso, dove la nebbia era scesa ed aveva preso il sopravvento, i paracadutisti,attorno al fuoco, hanno passato una eccezionale serata riscaldando i cuori di tutti i presenti, tra canti e cibo cotto sul posto , come si faceva in pattuglia .

Prima di andare a riposare,i paracadutisti,inquadrati in un unico blocco ,hanno onorato e rivolto il loro pensiero dinnanzi al monumento dei fratelli della divisione Nembo.

Per lunghi secondi abbiamo sentico che i fratelli della Nembo erano lì con noi.

La mattina i paracadutisti dopo l’alzabandiera e l’ammaina bandiera (anticipata per via dell’abbandono del posto) si sono recati su "Pietra K" per visitare lo spettacolare monolite.

Una vetta difficile e pericolosa che i paracadutisti decidono di scalare.
Sulla cima,uno spettacolo meraviglioso.


I Paracadutisi si sono salutati da Fratelli, con l’augurio di ritrovarsi tutti insieme a settembre per la vera e propria marcia.





 
 
 
 
 
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E' A TRIESTE LA FIAMMA DEGLI ARDITI D'ITALIA
Domenica, 28 Giugno 2009




PARMA- 27 Giugno 2009 - Massimiliano Ursini "Max Vecchio Pioniere" è un paracadutista in congedo che da anni, da sempre, persegue solo un obbiettivo: essere degno del basco che porta e poter guardare negli occhi i Leoni del Folgore -uno di loro era Suo Padre- e divulgre la storia del reparto che fu certamente Loro esempio e che è anche il nostro: quello degli Arditi d'Italia della seconda guerra mondiale.

Noi lo seguiamo volentieri nelle imprese della attivissima sezione F.N.A.I. di cui è presidente

Gli Arditi della prima guerra mondiale,il cui 90mo della vittoria ricorreva pochi mesi orsono, fanno parte di una "razza guerriera" che seppe riconquistare a colpi di pugnale e bombe a mano , metro per metro, lembo dopo lembo, fino alla vittoria, il territorio italiano caduto nella mani del nemico. Decine di morti tra i nostri, ceentinaia e centinaia tra gli austriaci.

Max e il suo manipolo di Paracadutisti e amici triestini si erano dati dal 2007 alcuni compiti impossibili: restaurare l'Ara dove celebrare il novantesimo -e ogni anno successivo- rinnovare solennemente il loro ricordo, organizzando eventi speciali.

La attivissima sezione triestina della Federazione Nazionale Arditi d'Italia ha frequenti scambi culturali con i loro eredi, gli Incursori del Nono Reggimento Col Moschin della Folgore, a cui ha donato alcuni cimeli per la loro Stanza del Ricordo.


Con il pugnale sguaninato, Max ci ha chiesto -soavemente- di ripubblicare le gallerie di foto che si riferiscono a due eventi miliari della storia dela neo-nata sezione: il restauro dell'ARA e la festa del Novembre 2008.

Come potevamo dire di no, davanti a tanta delicatezza? Chi lo conosce, sa che si spazientisce con niente. Come un Ardito, appunto.

Scherzi a parte: da queste pagine giunga un rispettoso omaggio a questi ITALIANI, il cui codice genetico proveniva direttamente dalla migliore razza italica.



Eccole:

LE ATTIVITA' DELLA F.N.A.I. DI TRIESTE - recupero e inaugurazione dell'Ara
LE ATTIVITA' DELLA F.N.A.I. DI TRIESTE - PARTE SECONDA


 
 
 
 
 
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LA DIFESA DI ROMA DEL 1944: SESSANTACINQUE ANNI DA RICORDARE
Mercoledì, 20 Maggio 2009


Autore: Par Luca Combattelli





Sessantacinque anni.
1944-2009.




I Paracadutisti Romani si riuniscono ancora, come ogni anno, nel ricordo dei Caduti raccolti nel Sacrario del Verano.

Siamo ancora qui. Ancora qui a ricordare.
Ma vogliamo capire. Dopo tanti anni vogliamo capire.

Le date dei ricordi dei Paracadutisti Italiani sono scolpite, forti, nel nostro DNA. El Alamein è passata, lasciandoci ancora l’animo segnato, il ricordo scolpito. Ma gli eventi in questo parallelo storico ci incalzano, e noi a più di sessant’anni di distanza, li ricordiamo. La fine dell’avventura d’Africa con l’ultimo sacrificio dei Paracadutisti di Takruna. L’invasione della Sicilia. Il 25 luglio, l’8 settembre.

Capire el Alamein è stato facile: c’era un nemico dall’altra parte, con un uniforme diversa dalla nostra, che parlava un’altra lingua. Ogni Uomo della Folgore sapeva quale era il suo dovere.
Semplicemente e senza indugi hanno combattuto, hanno dimostrato il loro Valore. Sono Caduti sul campo con Onore.

Ma dopo tutto si è fatto più difficile, poi tragico.
E non solo per l’esito infausto della guerra, per i bombardamenti sui civili, per la fame.

Si è fatto più difficile capire chi era il nemico, chi era l’amico, cosa era giusto fare.

Ora vogliamo capire.

Nel 2009 i Paracadutisti Romani invitano tutti a ricordare i Ragazzi del Nembo che morirono nella Battaglia per la difesa di Roma.
Per onorarli, certamente: onorare il Coraggio, l’Ampr di Patria, il senso dell’Onore.
Ma, alla fine serve, ora, definitivamente, capire.

Non per dimenticare, non per giudicare, non per condannare né per giustificare. Solo per capire.

Capire cosa è stato quel momento storico per ogni singolo Paracadutista.

Cosa è passato per la testa di ognuno di loro, per la prima volta lasciati a decidere da soli cosa fare, come comportarsi.
Nessuno come i Paracadutisti ha vissuto la tragedia della guerra civile.

La morte di Bechi Luserna, già il 10 settembre ’43, ne fu il tragico prologo, foriero di ulteriori lutti e tragedie. La guerra civile: italiani contro italiani.

I Paracadutisti Italiani si sono schierati ed hanno combattuto con Onore su entrambi i fronti.


Capire: non un giudizio storico, non una interpretazione politica, non la volontà di convincere ad ogni costo che chi era dall’altra parte aveva torto.
Solo capire.

Capire perché a quei Ragazzi di vent’anni, che morirono per la Patria qualcuno disse che la Patria era dall’altra parte.
Capire perchè i Valori di Onore, Coraggio, Amor di Patria, che aveva mosso i loro Commilitoni di poco più anziani, e che erano gli stessi che loro avevano nel cuore, non gli furono riconosciuti. Sono passati sessantacinque anni.

Forse sono pochi…..


 
 
 
 
 
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I RACCONTI DEI NOSTRI REDUCI
Mercoledì, 22 Aprile 2009


di Arrigo Curiel



Leone della Folgore di El Alamein



Con il raggruppamento “ Camosso “
a Deir Alinda



Il raggruppamento “ Camosso “ ( ten.col. Luigi Camosso c.te. 187° Rgt. ) cui faceva parte anche il III Gruppo ( maggiore Ferdinando Macchiato ) del 185° Rgt. Artiglieria dopo aver presidiato le posizioni di prima linea di Forte Menthon , effettuarono una marcia senza automezzi, sotto il tiro delle artiglierie nemiche, portando a spalla , viveri, munizioni e armi, trainando i cannoncini anticarro 47/32 sulla sabbia e occuparono le posizioni di Deir Alinda – quota 101. Uno spostamento di circa quindici chilometri.

Pochi giorni dopo quella sera del 31 agosto, nella notte tra il 3 e il 4 settembre la 5^ Brigata neozelandese, la 132^ Brigata britannica, reparti del 44° e 50° Royal Tanks, iniziarono un violento combattimento. Il maggiore Aurelio Rossi comandante del IX battaglione diede l’ordine ai suoi reparti di lasciare infiltrare il nemico e iniziare, allora, il fuoco, con tutte le armi.Un nostro proiettile centrò un autocarro che trasportava munizioni, una decina di metri davanti le nostre linee. Ne seguì una terribile esplosione con fiamme alte che diradarono la foschia ed i fumogeni. Facili divennero i bersagli delle forze attaccanti, che subirono perdite consistenti in uomini e mezzi.

Molti anche i prigionieri, compreso il generale Alan Clifton comandante della brigata neozelandese. Jeeps, Bren-carrier, ma soprattutto camion Dodge carichi di viveri, vettovagliamento, munizioni resero anche molto contenti i paracadutisti. Scatoloni con scatolette di latta, che contenevano alimenti più svariati:. miele, marmellate, fagioli, latte ( anche in polvere ) , carne, pane biscottato, the, bottiglie di wisky, ecc.ecc.E poi , provare a guidare le jeeps, i Bren –carrier, i camion, andando anche a rastrellare prigionieri.


Ma, tutto sommato fu, la scoperta di una specie di impermeabili di tela cerata mimetizzati, molto utili per ripararsi dal freddo umido della notte, non solo;.mangiare, in genere, rappresentava quasi un problema a causa delle terribili mosche africane che camminano imperterrite sul nosro corpo, appiccicate a vestiti e vanno dentro alle narici e nelle orecchi e nella bocca che, se aperta finicono anche dentro. Strano perchè nessuno ha mai scritto di questi insetti che rendono difficile mangiare senza prima scacciarle.


Allora qualcuno cominciò tagliare dei pezzi di tela cerata degli impermeabili , riducendoli a lunghe striscioline, terminando con un manico dello stesso materiale. Così è stato creato uno “ scaccia-mosche “ che a turno, uno di noi lo usava per poter mangiare in pace !.

Arrigo Curiel

 
 
 
 
 
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I RACCONTI DEI NOSTRI REDUCI
Lunedì, 20 Aprile 2009



di Arrigo Curiel

Leone della Folgore di El Alamein




Da El Alamein a Tripoli


Le sorti delle armate di Rommel si decidevano esclusivamente sul teatro d’operazioni dell’est del Nord Africa. Ma, in questa Seconda Guerra mondiale in cui tutto il mondo era stato diviso in due grandi campi avversari, gli avvenimenti che influenzavano più o meno direttamente la situazione su un campo di battaglia potevano svolgersi a migliaia di chilometri di distanza.

Rommel per primo lo avrebbe provato sulla propria pelle, La sorte delle truppe dell’Asse in Libia e in Tripolitania si decideva anche a Londra e a Washington e l’azione di Roosevelt, che meditava nel suo lontanissimo ufficio della Casa Bianca, non avrebbe tardato a fasi sentire di fronte agli uomini dell’Afrika Korps, sotto forma di truppe bene armate e decise che li avrebbero presi alle spalle e sbaragliati. Nel momento in cui la battaglia di El Alamein stava per iniziare, Rommel sapeva già che la sorte dello scontro era segnata.


Pensava già di organizzare una difficile ritirata, Ma, guardando oltre alla ritirata, Rommel pensava di riuscire a fortificarsi in Tunisia. Forse Hitler avrebbe finalmente riconosciuto che le guerre non si vincono solo con truppe ben comandate e con la cieca volontà offensiva, ma anche con la ricchezza del materiale e delle munizioni.
Gli Alleati avevano capito questa verità e ciò avrebbe dato loro la vittoria.

I Tedeschi sarebbero crollati sotto l’impeto degli eserciti alleati, ricchi e potenti, che li avrebbero scacciati poco per volta da tutti i territori conquistati. D’altronde, per gli Americani lo sbarco in Nord Africa doveva essere la prima operazione in cui sperimentare le loro giovani forze e in cui mettere a punto la più formidabile macchina bellica che il mondo avesse mai conosciuto.

L’Afrika Korps era stato creato per salvare la Tripolitania, colonia italiana, e la sua sconfitta apriva quest territorio all’invasione e segnava la perdita dell’impero coloniale italiano, fierezza del regime mussoliniano. Inoltre, poichè il grosso della fanteria non motorizzata era stato fornito dagli Italiani, furono principalmente costoro ad alimentare le schiere di prigionieri rastrellate dagli Inglesi nel deserto egiziano dopo la battaglia di El Alamein. Al contrario il grosso dei Tedeschi, motorizzati, sfuggì alla stretta dell’armata di Montgomery.

Una visione panoramica della verità conosciuta molto tempo dopo e confermata anche dalle testimonianze dei superstiti del 285° battaglione paracadutisti Folgore che combatterono a Takruna, e la mia personale esperienza negli oltre 2.000 chilometri percorsi, con camion diversi, molti dei quali avevano dipinto sui fianchi le croci nere slavate, con uomi seduti sulle panche laterali o sdraiati sul fondo del camion. Alcuni portavano bende sanguinanti o macchiate di pus, come le mie.

Erano dei “ diavoli verdi “ i paracadutisti del battaglione Hubner che mi indicarono i due uomini che assistevano allo spettacolo penoso della disfatta di un’armata motorizzata.

Erano due sabotatori: Helmut Gruber e Karl Roehm, pirati solitari, che sapevano utilizzare ogni tipo di esplosivo, smontare proiettili per preparare trappole, mine di fortuna, innescando meccanismi sotterrati in mezzo alla pista; allora una quindicina di mine esplodeva ai lati della colonna, sfondando i fianchi dei veicoli corazzati e crivellando con mille colpi i camion carichi di soldati.
Le prime colonne inglesi non avrebbero tardato a seguire gli ultimi Tedeschi. Ma sembravano non avere molta fretta.

Forse è stato l’ufficiale medico – mi sembra si chiamasse Bini – a levarmi i proiettili conficcati vicini al femore ed al ginocchio della gamba destra , all’infermeria da campo, dopo avermi fatto ingoiare mezzo bicchiere di cognac, per stordirmi meglio.

Quì iiniziano idee confuse, intercalate da lucidità di mente. Una sosta al campo di aviazione di Fuka, mitragliati da Spitfire a bassa quota,con decine di morti e di feriti.

Marsa Matruk, la scarpata di Sollum, dove il 7 novembre si era scatenato un temporale che aveva gonfiato gli uadi, straripando paludi salate, tagliando mle piste con fiumi di fango.( fonti attendibili riportavano che Rommel il 7 novembre si trovava alla testa di 7.500 uomini,29 carri armati, 124 cannoni ! ).Tobruk, Marsa el Brega, Bengasi, il percorso della Cirenaica condizionato dai rifornimenti spesso insufficienti di carburante.; Misurata, Homs, il 22 dicembre a Tripoli.

Finalmente un ricovero ospedaliero e poco dopo un Henihel 111 mi riporterà in Italia.

 
 
 
 
 
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CI SCRIVE UN LEONE DELLA FOLGORE . COMBATTENTE FIERO ED ORGOGLIOSO
Martedì, 17 Febbraio 2009




PARMA- Non poteva giungere messaggio più apprezzato dai nostri lettori : un "fiero ed orgoglioso" leone della Folgore sardo .-Giuseppe Ortu- ci scrive, grazie al Figlio Salvatore che frequenta il nostro sito.







Caro Walter ,

tramite mio figlio Salvatore ti mando qualche ricordo della mia vita da Paracadutista e di Combattente.

La mia prima Compagnia era inizialmente la C.C. del VI Battaglione.

Il mio caposquadra era il Serg. Maggiore Nicola Pistillo, il vice comandante il Ten. Boliano,Ten. Spadaro e il Sotto Ten. Stassi.

Altri camerati del periodo del corso di Paracadutista che frequentai a Tarquinia dal 02/08/1941 al 25/09/1941 che riesco a ricordare sono: Franchi Leandro, Maracchioni, Ferrara, Piero Pieri, Lustrissimi, Cantarale Franco, Mariano Mariani, Ventura, Barbon, Motta.

Dopo i primi 5 lanci il battaglione fu trasferito a Rovezzano (Firenze) dove effettuammo altri lanci.

Rientrato da una licenza non trovai più il mio battaglione, era stato sciolto e i componenti furono assegnati ad altri btg, io fui assegnato al V al comando del quale c'era il Maggiore Izzo.

Al V vennero trasferiti anche Ferrara, Ventura, Barbon, Mariani, Bartoli e altri che non ricordo, la mia specialità era il Lanciafiammista e il porta feriti.

Nei primi mesi del 1942 partimmo da Ostuni per l'Africa, sul posto il Maggiore Izzo mi volle alla Compagnia Comando assegnandomi l' incarico di mantenere efficienti i collegamenti telefonici con gli altri Battaglioni
e le varie Divisioni assieme a Mariani e Ferrara, quest'ultimo rimase ferito da una granata mentre eravamo intenti a sistemare dei fili telefonici, io rimasi miracolosamente illeso, rimase ferito anche Mariani e restai da solo a sbrigare questo compito.

Tra i tanti episodi in cui ho rischiato di morire ne ricordo uno in particolare in cui dopo un terribile bombardamento, eravamo intenti a caricare i feriti su un camion e improvvisamente mentre l'autista si accingeva a partire iniziarono a cadere nuovamente le granate e fui l'unico a salvarsi.

Ricordo molto bene che il 23 o 24 Ottobre nel furioso combattimento che avvenne intorno alla Depressione di El Qattara ( non ricordo i nomi della località) il Maggiore Izzo rimase ferito ad una gamba, era svenuto, avendo qualche nozione di pronto soccorso riuscii con quello che si trovava a bloccargli l' emorragia subito rinvenne e assieme al suo attendente lo trasportammo sulle spalle fino al più vicino accampamento (sono dispiaciuto perchè in un libro che mi ha regalato mio figlio: Takfir..si fa riferimento a questo episodio riportando solo il nome dell'attendente) sul posto mi chiese chi fossi e mi promise che una volta rientrato in Italia si sarebbe ricordato di me, così non è stato ma pazienza.

Ricordo che dopo il 24 di Ottobre le truppe Francesi con i Neozelandesi con i loro megafoni cercavano di convincerci ad arrenderci dicendo che i nostri comandanti ci avevano tradito e che si erano arresi, ma continuammo a resistere, difatti non riuscirono a sfondare le nostre postazioni.

Gli ultimi giorni, quei pochi di noi rimasti ebbero l'ordine di ritirarsi e io ebbi da parte dell' ufficiale che sostituì il Maggiore Izzo (non ricordo il nome) di rimanere nelle retrovie per aspettare le altre truppe e informarle dove si stavano dirigendo e dopo alcuni giorni precisamente la mattina del 7 Novembre, ormai rimasto senza viveri e armi con cui difendermi venni catturato dagli Inglesi, che a bordo dei loro veicoli iniziarono a spararmi con le loro mitragliette.

Dopo 15 mesi di prigionia in un campo di concentramento (POW 310) vicino a Suez fui trasferito in Inghilterra, dove ho trascorso altri due anni e mezzo lavorando nei loro campi di lavoro, rientrai in patria sbarcando a Napoli il 9 Giugno del 1946.

Ho sempre partecipato ai vari incontri che ci sono stati in Sardegna da parte dell'A.N.P.I. assieme all' Amico Pitzalis Antonino che ci ha lasciato circa un anno fa, manifestando l' intenzione di andare in Africa per il 60° anniversario della Battaglia di El Alamein, purtroppo non ci sono riuscito chissà magari per il 70° !!!!!!!!!!!

Questi sono solo alcuni racconti della mia storia di Paracadutista, Combattente Fiero e Orgoglioso

Un Carissimo Abbraccio e tantissimi Auguri


 
 
 
 
 
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IL MIO 23 OTTOBRE 1942 A EL ALAMEIN
Domenica, 18 Gennaio 2009





di Arrigo Curiel - Leone della Folgore



IL MIO 23 OTTOBRE 1942 A EL ALAMEIN
( ricordo di colori dopo la violenza )


23 ottobre alla sera l’aria era calda a Dei el Munassib.La notte trasparente per la luce della luna. ,il silenzio accarezzava la sabbia chiara ed i bassi oscuri costoncini. Qua e là un parlottare sommesso nelle postazioni, un colpo di tosse trattenuta, una piccola risata. L’umidità già impregnava i sacchetti del parapetto delle postazioni.

Di sorpresa, in silenzio, una larga fascia su tutto l’orizzonte si è colorata di arancione intenso.. Nei successivi istanti, sempre silenziosi, le sfumature e i toni dei colori e lo spettacolo immenso mi hanno suggerito un assurdo tramontare di mille soli o un’improbabile aurora boreale nel deserto sinchè un enorme tuono mi ha annunciato che erano le vampe riunite di mille cannoni..

Mi sono gettato pancia a terra, le traiettorie sono passate alte sopra di noi . Una breve attesa, ed è arrivato, da quattro o cinque chilometri alle nostre spalle, il boato della simultanea esplosione di mille granate.

Come applaudire alla prima salva delle artiglierie migliaia di motori si sono accesi e si sono messi in moto al nostro fianco ed oltre.

La nostra divisione paracadutisti Folgore è schierata, come su di un palcoscenico, per dodici chilometri, da nord a sud, fino a Naq-Rala.

Nella parte più settentrionale il nostro reparto, che occupa un saliente di formazione triangolare,con al vertice la nostra compagnia, proteso fuori dalle linee per quattromila metri, sta come nei palchi della parte sinistra che però, essendo collocati a una quota più bassa di quella del proscenio, non consentono alcuna visuale.,

A giudicare dai rumori la grande platea brulicava di mezzi corazzati, di cingolati e di camionette. Sconcertato pensavo alla frase: “ – Nessuna traccia di forze avversarie – “ con cui avevo chiuso il rapporto sulla pattuglia di ricognizione da me condotta, due giorni prima, a perlustrare in lungo e in largo quella zona di deserto senza trovare altro che il relitto del piccolo Bren Carrier.

Anche se inverosimile era pur vero che undici paracadutisti con me, per il vento di sabbia e grazie al caso avevano,per undici ore, potuto passeggiare in mezzo a due o tre divisioni inglesi schierate per la battaglia senza essere visti e senza vedere alcuno. Con la fantasia già i trovavo davanti alla corte marziale, mentre chiamavo gli uomini testimoniare a mia discolpa, mentre osservavo, al di là del declivio che ci impediva la vista della grande piana. Discendevano sul campo di battaglia le luci bianche dei bengala appesi a piccole calotte, l’alzarsi verde e rosso dei razzi di segnalazione tra il punteggiare, colorato, in traiettoria, dei proiettili traccianti.S

iamo stati inquadrati durante la giornata successiva, da linee precise di granate che, a centinaia, miste a fumogeni,, si avventavano ad esplodere alle spalle della nostra compagnia. Le artiglierie, rallentando il tiro, poi diradandolo in salve separate di batteria, come tuoni al finire di un grande temporale, e infine cessandolo del tutto, hanno dato l’impressione che gli avversari, da veri inglesi, volessero rispettare la festa.

Poco prima delle 16, una vedetta si mette a gridare : “ All’armi, carri in vista sulla destra “.Nette si alzano dal cielo limpido e celeste le lunghe antenne, variopinte dai segnali,di novanta carri nascosti tra le alture verso sud e le piccole figure con elmetto piatto che strisciano per aprir varchi fra le mine.Rauca nel silenzio una voce : “ Squadra mitraglieri, pronta ! Alzo massimo, fuoco ! “La mitragliatrice sgretola la sabbia dura, sollevandola in segmenti polverosi.

I più si ritirano correndo, alcuni, immobili, rimangono.Alcuni carri usciti dal rilievo prendono posizione frontale a noi., discendendo a motore pieno sulla sabbia compatta del pendio.Allo spegnersi del rimbombo delle mine esplose,una pausa di silenzio. Attraverso il pulviscolo giallastro, il primo carro, sbandato di traverso, mostra sul fianco, avvolta dalle fiamme, l’insegna scarlatta: una cavallino bianco rampante. E’ un IV Cavalleria. Ancora delle parole gridate : “ Tutte le armi, fuoco a volontà! Tenere alla mano le bottiglie incendiarie !

“ Poi tutto si confonde in nero e in rosso.Vampate si alzano dovunque, il suolo si apre sussultando, si solleva in scure ondate che ricadono ricurve, morbide, pesanti.
Tutto è fumo, acre e penetrante, gli occhi bruciano, la tosse serpeggia nelle postazioni. Anche gridando non ci si intende a un metro di distanza. Nelle orecchie è tutto un frantumarsi di campane.
Placata la bufera, una leggera brezza aveva spazzato via polvere e fumo. Il sole rosso dietro di noi inclinava già sull’orizzonte.

Monumenti immobili, spigolosi in linee rette, dodici carri fuori assetto, sbandati nella sabbia, profondamente marcata a pettine, dietro di loro, dai cingoli nell’ultima virata. Sulle lamiere frontali del quarto a partire dalla sinistra, colava sangue scuro dalla torretta del cannone contorto, piegato verso il basso.Il carro portatore dello stendardo scarlatto, bruciava ancora e con lui altri tre.. Sottili spirali di fumo nero si alzavano nel cielo, in alto si allargavano disperdendosi nel vento, Dei rimanenti carri, erano ventidue, parte arrancava, ritirandosi,in salita.Parte tentava di avvicinarsi ai colpiti per salvare gli equipaggi.

Non più falò solo bracieri incandescenti erano i carri che finivano di bruciare: roghi oscuri di guerrieri sconosciuti, innalzati sulla distesa sbiancata dalla luna.Ora un’angoscia pesante nel ricordo del filo di fumo che saliva dalla postazione della prima squadra fucilieri. Lo scavo appariva silenzioso e vuoto.Al suo ingresso era caduta una bomba d