RACCONTO DI PRIGIONIA

CAP.2 - L'IDEA

I ricordi più vivi della prigionia sono legati al teatro. Era un teatro fatto da prigionieri che, per non diventare scemi, si trasformarono in attori, scenografi e registi. Il campo era il " 305 P.O.W." Si, avete letto bene. Non la marca di un dentifricio, o di qualche componente elettronico.E' solo la rappresentazione grafica di un quadrato di terra dove giacevano accatastati migliaia di prigionieri italiani controllati a vista da sentinelle inglesi, senegalesi, indiane, greche, che qualche volta, per ragioni a noi ignote, si divertivano a sparare nel mucchio. Il caldo era uguale per tutti, la fame, la sete e la disperazione, no. Il campo si trovava nell'interno del deserto, tra il Cairo ed Alessandria. Era diviso in 38 "gabbie". Ogni gabbia aveva cinquanta tende. In ogni tenda dormivano undici persone. Credo che la "Perfida Albione" avesse messo in conto anche le liti che nascevano fra quelli che dovevano dormire nelle file di cinque, e quelli che dormivano nelle file di sei. Faceva parte della cattiveria anche l'uovo in undici che mensilmente ci davano. Gli ospiti del campo erano divisi in tre gruppi: i tedeschi, che anche da prigionieri si esercitavano alla guerra, i collaborazionisti, che avevano accettato di collaborare con gli inglesi, ed erano adibiti ai vari servizi, e noi, non collaboratori e non lavoratori. In questo ultimo gruppo la vita era più dura. La fame era nera, la noia devastante. La vita non era vita. Era solo un lento, infinito scorrere di ore disperate. In quest'ultimo gruppo c'ero anch'io. Le attività intellettuali o anche solo intellettive erano ridotte ad un bla, bla insulso. Sapevamo tutto di tutti. Se arrivava la lettera di una fidanzata, di una mamma, di un amico, ognuno si sentiva partecipe dei sentimenti che da quella missiva trasudavano. Anche le cose più piccole, più insulse che provenivano dalle nostre case, diventavano oggetto di commenti, discussioni, prese di posizione. E le ricette!!?? Veronelli e Artusi possono andare a nascondersi. Sono nati più piatti prelibati dalla nostra immaginazione che non nelle grandi cucine di fama internazionale. Ed è in questo clima di quasi completo inebetimento che nacque la grande idea " Facciamo teatro". Spremendo le meningi alla ricerca di ricordi, ne viene fuori una realtà che ha il sapore di favola. Un sapore che solo il ricordo della fame rende reale. Gli " intellettuali " pur nutrendosi di poesia e di letteratura, avevano fame come tutti. Solo che il loro cervello era sempre alla ricerca di scappatoie per venirne fuori. Un giorno capitarono nella mia tenda Porzio e Davi. Erano euforici, stato d'animo molto raro in un campo di prigionia. In precedenti sedute di blablaismo, ci avevano rivelato di essere, Davi attore e Porzio regista. Si guardavano bene dallo svelarci dove avevano prestato la loro attività in tali ruoli. Era consuetudine, ed era scontato, che i prigionieri si attribuissero lo stato sociale ed i titoli che a loro piacevano. Che poi non fossero all'altezza della situazione, non importava a nessuno. Tanto quasi tutti erano in fallo. Ad ognuno faceva piacere pensare di avere come vicino di branda, un ingegnere, un grande commerciante, un medico, anche se in effetti si trattava di un meccanico, di un venditore ambulante e di un infermiere. Davi aveva scovato in un angolo del suo zaino, la sceneggiatura dei "Tre moschettieri". L'aveva fatta leggere a Porzio. Dopo di che " l'Idea " e l'irruzione nella mia tenda. Non cercavano me, ma Schioppetti, un artigiano dalle mani d'oro che dal nulla sapeva trarre tutto. Lanciarono l'idea e, come al solito, cominciò la discussione accesissima e urlatissima. Nel bailamme generale, si intuiva che i due "artisti " volevano mettere in scena "I tre moschettieri" e che pretendevano già di fissare la data del debutto. Finalmente un urlo di Schioppetti impose il silenzio. Lui era sergente, poteva. Ed era anche lombardo con i piedi solidamente piantati per terra e la testa, di conseguenza, funzionante a dovere, uno di quelli che, se devono fare una stoffa, vogliono sapere quanti chilometri di filo usare e quante volte questo filo si deve intrecciare.Ad un tipo simile non si possono raccontare fantasie. Infatti pretendeva di sapere dove trovare i chiodi per appendere le tele che non esistevano e pur necessarie per creare degli scenari che non si potevano dipingere per mancanza di pennelli e di colori. E poi appendere le tele a dove e come, che non esisteva muro e nemmeno martello per battere i chiodi. Concluse che, a parte queste cosucce, lui non voleva creare difficoltà, anzi. Qui la discussione avrebbe dovuto arenarsi. Gente assennata avrebbe tirato i remi in barca, e come al solito, avrebbe deciso che era meglio continuare la discussione parlando di ricette. Ma noi non eravamo gente assennata. L'idea del teatro ci aveva scatenati. Alle volte il sole fa brutti scherzi. Io, buono buono, avevo ascoltato il tutto, e poiché mi sono sempre piaciute le idee bislacche ( ed il fatto che sto scrivendo lo dimostra), accettai di far parte della combricola con mansioni ancora tutte da definire. 

CAP. 3