RACCONTO DI PRIGIONIA

CAP.3 - ANCHE LE CODE DI CAVALLO SERVONO

Fu proprio Schioppetti, cuore d'oro, eterno mugugno ma sergente di ferro, ad impormi il reperimento dei pennelli, attrezzi indispensabili per una parvenza di inizio. Schioppetti era della mia tenda, e ricordava un episodio relativo alla mia prigionia, quando ero stato trasferito in Palestina con un gruppo di prigionieri, per lavorare in un ospedale per animali a Ramallah. Ero stato adibito alla cura di sei cavallini arabi. Li lavavo, li strigliavo e li portavo a passeggio nelle praterie attorno alla cittadina. Erano simpaticissimi, ma mi odiavano. Uno solo dei sei pareva avesse fatto amicizia con me, e mi sopportava in sella. A pelo, naturalmente, poiché le selle non facevano parte dell'equipaggiamento. Con gran dispiacere di una parte delicata del mio corpo, che alla sera risultava coperto da enormi piaghe, malgrado le frequenti soste presso pozze d'acqua dove immergevo la parte deteriorata senza neanche togliermi i calzoni. Dopo ho fatto un po' di callo, ma prima che patimenti, gente! Provateci e mi saprete dire. Tra il nostro gruppo di prigionieri, c'era un tizio, di cui non ricordo il nome , ma che oggi sarà senz'altro un grande industriale (in pensione). Aveva trovato il sistema perfetto per sbarcare il lunario. Fabbricava pennelli da barba. Non chiedetemi i vari processi di lavorazione, erano top secret. Li vendeva agli inglesi. Li personalizzava incidendo sul manico nome cognome e numero di matricola. Così erano a prova di furto. Perché, quanto a rubare, tutto il mondo é paese. Il pregio principale erano i peli. Naturalmente peli di coda di cavallo. Non poteva usare le criniere poiché erano troppo in vista. Perciò i poveri cavallini venivano depredati della parte interna della coda. Inutilmente le povere bestie protestavano, poiché il loro scaccia mosche non funzionava più a dovere. Quando i danni sulle code rischiarono di diventare troppo evidenti, il tipo, a corto di materia prima, si rivolse a me. Prima nicchiai un po'. Passò poi ad argomenti più decisivi, compreso l'amore per la Patria. Tagliando le code ai cavalli, provocavamo un danno all'odiato nemico. Toccato sul vivo cedetti di colpo. Preservai solo il mio cavallino amico. Ma taglia tu che taglio io, i cavalli li avevo in consegna io ed il tizio non andò tanto per il sottile. Così gli inglesi se ne accorsero ed io mi ritrovai in campo di concentramento. Schioppetti abbinò questa mia esperienza al cavallino che trascinava il carrettino dell'arabo che ci portava ogni giorno i viveri. Era un povero cavallino vecchio e spelacchiato, frustrato dalla vita grama e frustato da un padrone che pretendeva da lui l'impossibile. Gli ordini non si discutono, ma quel cavallo mi faceva veramente pena. Privarlo dell'unica possibilità che aveva di difendersi dalle nuvole di mosche che infestano l'Egitto, mi sembrava veramente una cosa deprecabile. Ma il Giusti diceva. "Con l'arte di mezzo e con il cervello dato all'arte le ubbie si buttan là". Così la mattina dopo, armato di una specie di coltello debitamente affilato, mi appostai nei pressi della cucina, dove l'arabo sostava per consegnare la sua merce. Quando arrivò, mentre portava dentro la mercanzia, mi avvicinai al ronzino. Cercai nell'interno della coda per trovare il malloppo, ma i peli erano così radi che tutta la coda era appena sufficiente alla bisogna. Una bella rasata, ed il povero cavallo si ritrovò con una coda di cane. Si costituì perciò la squadra colori. Schioppetti si sarebbe accontentato di fare le scene in bianco e nero e, ovviamente, con le varie gradazioni di grigio. Per il nero non c'era alcuna remora. Le cucine che ci preparavano il rancio, funzionavano con una miscela di nafta e acqua. I cucinieri ammattivano per vuotare i camini che si intasavano per la fuliggine. Ci avrebbero dato in premio, qualora ci fossimo assunti l'onere della pulitura camini, l'esclusiva del ritiro delle bucce di patate, leccornia molto ambita dai prigionieri. Il nero era trovato. Per il bianco le cose erano molto più difficili, finché la fortuna, anche lei ceca per la fame, ci corse in aiuto. Il "caman" ( così chiamavamo il capo campo inglese) diede l'ordine di fare nuovi gabinetti, essendo i vecchi scoppiati. I gabinetti consistevano in una buca rettangolare lunga circa venti metri e larga due. La si copriva con delle assi. Se ne mettevano due, si lasciava uno spazio, poi altre fino a coprire la buca. Succedeva spesso, specie di notte, che qualcuno si infilasse nello spazio libero da assi, e cominciasse ad urlare. Il recupero non era mai facile. Il merito del rifacimento della buca va ad un tizio che ebbe la cattiva idea di accendersi una sigaretta mentre si accingeva ai suoi bisogni. Il fiammifero acceso andò a finire nello spazio vuoto e i gas accumulati da mesi deflagrarono. Il tizio se la cavò per il rotto della cuffia, ma la sua apparizione, dopo lo scoppio, davanti a noi che eravamo accorsi per vedere cosa era successo, fu sconvolgente. Soprattutto per la puzza. Torniamo al bianco. Dal profondo della buca che si stava scavando sentimmo non riferibili urla. Era uno che stava imprecando contro gli antenati di chi gli aveva affibiato quel lavoro.Era arrivato ad uno strato di terra durissima e quasi a prova di piccone. Bianca! Non chiedetemi la composizione chimica o di cosa si trattasse. Per noi aveva un solo pregio che quello che picconava non apprezzava. Era l'agognato bianco. Per il rosso la faccenda fu più semplice. Avevano costruito, in mattoni una prigione nella prigione, per i più cattivi o per quelli che tentavano di scappare. Gli inglesi, ed anche noi, la chiamavamo "calabusc" (ora so che si scrive calaboose, e che vuol dire prigione. Erano avanzate delle tegole. Furono nostra preda. La nostra combutta con i cucinieri era ora, con il consenso del capo campo italiano, al top.Ci regalavano tutti i materiali che in cucina non servivano, scatole, cassette, bidoni. Ed appunto con un bidone di ferro che conteneva un tempo olio, con un punteruolo d'acciaio fregato da uno dei nostri ad un amico che lavorava nei servizi, riuscimmo a fare una grattugia che serviva a grattare le tegole ed il materiale bianco scavato. 

CAP. 4