Abbiamo avuto l’opportunità, che ben volentieri abbiamo colto, di presenziare alla conferenza che Fausto Biloslavo, giornalista de “ Il Foglio “, ha tenuto presso il Centro Alti Studi Militari per la Difesa, dedicata in particolare ai frequentatori dell’Istituto Alti Studi della Difesa nel quadro del seminario dal titolo “ Scenario strategico del Mediterraneo allargato”.La conferenza ha riguardato un tema “ MASS MEDIA E FORZE ARMATE NELLE OPERAZIONI MULTINAZIONALI” al quale siamo particolarmente interessati e sul quale abbiamo già avuto modo di cimentarci : un motivo in più per ascoltare dell’esperienza sul terreno di Biloslavo, un giornalista di guerra che da 25 anni fa questo mestiere in prima linea, a fianco dei soldati italiani e non.
Intanto, approfittando della cortesia dello stesso giornalista che ci ha fornito il testo della sua esposizione, vogliamo dedicarci a fornire a chiunque vorrà leggerci un resoconto necessariamente non breve……perchè nulla di ciò che abbiamo ascoltato è trascurabile.
Ecco allora che in questo primo nostro intervento riferiamo della “ EVOLUZIONE DELLE MISSIONI MILITARI ALL’ESTERO NEI RAPPORTI CON I MEDIA.
In successivi altri due interventi riferiremo il pensiero di Biloslavo su LA SVOLTA DEGLI EMBEDDED ed ancora su EMBEDDED ALL’ITALIANA.
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Dunque, il primo argomento che l’oratore ha suddiviso in tre parti:
- I primi passi dal Libano ‘82 ai Balcani:
- Il corto circuito della Somalia;
- La guerra del Golfo del 1991.
Per introdurre l’argomento Biloslavo ha ricordato una frase di Sir Gamet Wolseley, un ufficiale dell’impero britannico che descrisse così i primi inviati di guerra “..questi nuovi figurini inventati ora in appendice agli eserciti, che mangiano a sbafo le razioni dei soldati e nemmeno sanno cosa sia il lavoro. In effetti, un vecchio motto del mondo giornalistico dice che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, ma per fare bene il giornalista di guerra occorre molto lavoro e coraggio oltre a trovare il giusto e non facile rapporto con le forze armate impegnate in missione. Puntualizza Biloslavo che questo rapporto, soprattutto in zona d’operazione, è un’ “arma” che fa parte del conflitto stesso.
Sviluppando l’argomento relativo ai primi passi dal Libano ‘82 ai Balcani, Biloslavo ha affermato che la guerra fredda non era ancora scongelata, ma nel 1982 i nostri soldati furono impiegati in una importante missione all’estero in Libano per cercare di pacificare il paese dei cedri dilaniato dalla guerra civile e dalla prima invasione israeliana provocata dagli attacchi palestinesi dai loro santuari libanesi. Fu il primo reportage all’estero, come fotografo ed è vivo – ha affermato - il ricordo degli M113 bianchi al comando dell’allora col. Angioni.
I rapporti con la stampa erano allora “ rudimentali “. Vecchie volpi del giornalismo di guerra come la Fallaci, tuttavia, avevano già fiutato la storia e non a caso ne venne fuori addirittura un libro famoso : Inshallah.
In questo primo periodo occorre evidenziare che i rapporti media/forze armate erano influenzati da fattori caratterizzanti quali:
- mancanza di una vera e propria figura professionale di Public information officer al seguito del contingente e tantomeno di una cellula di pubblica informazione in teatro;
- preconcetti da parte dei giornalisti nei confronti delle forze armate viste con sospetto, i cui resi affiorano ancora oggi, e viceversa;
- aspetto positivo della novità dell’impegnativa missione oltremare, dopo mezzo secolo di attesa del nemico alla “ soglia di Gorizia “;
- esercito di leva.
Passando poi a parlare del “ corto circuito della Somalia” Biloslavo ha affermato che la situazione è inizialmente migliorata, appunto in Somalia, con la missione “ Ibis “, dove i rapporti con la stampa furono meglio organizzati in teatro nonostante la difficile situazione operativa. Anche se il termine non esisteva ancora i giornalisti italiani hanno cominciato per la prima volta ad essere quasi “ embedded “ ( aggregati ) vivendo all’hotel a due passi dall’Ambasciata, protetti indirettamente dai nostri militari, utilizzando i vettori militari per recarsi in Somalia e seguendo le unità del contingente. Furono istituiti briefing giornalieri nei periodi più “ caldi “ e cominciò a passare una immagine diversa e nuova dei nostri militari. Per assurdo, grazie ai Caduti della tragica battaglia del check point Pasta, cominciava a passare il messaggio verso l’opinione pubblica, di un esercito nuovo e diverso impegnato in ambienti difficili. Si iniziava, piano piano, a ribaltare l’immagine della truppa chiusa in caserma a montare la guardia, come nella fortezza Bastiani, in attesa di un nemico dall’est che non c’era più.
Il cortocircuito scoppiò dopo, con il ritorno in Patria dei soldati impegnati in Somalia.
Uscirono su Panorama le prime foto e storie di sevizie o presunte tali. Scoppiò una vera e propria crisi comunicativa che azzerò quei timidi passi in avanti che si erano compiuti nella diffusione dell’immagine delle nostre forze armate impegnate all’estero.
A suo parere – afferma Biloslavo – avendolo vissuto sia con reportage sia in teatro sia durante l’aspra polemica su vere e finte rivelazioni di comportamenti che non rendevano onore ai nostri soldati, il caso Somalia rappresenta appunto “ un caso da manuale di impreparazione nei rapporti con i media “ perché le risposte ed i controlli sulle presunte rivelazioni, che uscivano a getto continuo, erano spesso inadeguate e talmente lente da renderle inutili.
Dopo il corto circuito della Somalia i rapporti tra media e forze armate all’estero tornarono a migliorare con le missioni nei Balcani, a cominciare dal delicato intervento alla fine della guerra in Bosnia.
Proprio nella ex Jugoslavia in dissolvimento, dove si temeva l’effetto in senso negativo, derivante dal fatto che colà si era combattuto durante la seconda guerra mondiale, il soldato italiano riusci a trasmettere l’immagine del militare preparato alla guerra ma dall’animo buono. Salvavamo i serbi nei quartieri di Sarajevo dati alle fiamme e le donne bosniache che finivano sui campi minati. Questa immagine è rimasta incollata addosso e forse è quella giusta in qualsiasi missione di peacekeeping. ( ndr: a questo proposito ci piace evidenziare di avere sentito esprimere, fuori dal testo, un concetto che riportiamo volentieri perchè lo condividiamo e lo ribadiamo da tempo : “ non esistono missioni di pace ma missioni di guerra per imporre o garantire la pace “ ).
Si intravedono allora le prime figure di addetto stampa e gli albori delle cellule di pubblica informazione. Il problema era che per timore di dire che se c’era bisogno dovevamo sparare, gran parte delle interviste con la stampa erano noiosi pistolotti su quanto eravamo bravi a portare le caramelle ai bambini! Questo è un problema ancora attuale che, prima o poi, andrà affrontato seriamente.
Il problema è che la stessa parola “ guerra “ rimane un tabù. Il timore per motivi ancestrali e politici di dire che facciamo la guerra divenne evidente con l’attacco ai serbi del 1999: bombardavamo come gli altri ma era quasi un segreto!
In compenso i serbi, con le pezze al sedere, erano abilissimi ad assestare duri colpi propagandistici utilizzando spesso i giornalisti occidentali. Il sistema – ricorda Biloslavo – era semplice e si basava su spregiudicatezza e celerità. Con un giro di telefonate ti convocavano davanti al centro stampa militare di Belgrado, ti caricavano su un autobus e ti spedivano nelle zone bombardate noncuranti dell’incolumità dei giornalisti ( anzi, se per sbaglio ci arrivava un missile era un colpaccio dal loro punto di vista ).
Negli anni novanta, infine, cominciando dalla guerra del Golfo del 1991, si iniziò a delineare la svolta nei reportage di guerra, ovvero il conflitto servito in diretta, grazie alle nuove tecnologie. La velocità delle notizie dalla prima linea, talvolta in tempo reale, come l’inizio dei bombardamenti di Bagdad nel 1991 ha stravolto non solo l’impatto del giornalismo di guerra, ma anche i rapporti fra media e forze armate sul terreno.
Di questo vedremo in seguito - conclude questa prima parte Biloslavo e noi con lui – ma due immagini ricorrono alla mente : quella del giornalista di guerra con candela e macchina da scrivere e quella con computerino e satellitare per descrivere la “ guerra in diretta “.Il tempo scorre davvero velocemente!
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IL CURRUICULUM DEL GIORNALISTA BILOSLAVO
PARACADUTISTA brevettato presso la Sezione di Trieste.
brevettato presso la Sezione di Trieste.brevettato presso la Sezione di Trieste.brevettato presso la Sezione di Trieste.brevettato presso la Sezione di Trieste.brevettato presso la Sezione di Trieste.
Fausto Biloslavo è nato a Trieste nel 1961.
Inizia l’attività giornalistica, a tempo pieno, come pubblicista
seguendo l’invasione israeliana del Libano nel 1982.
Nel 1983 è uno dei soci fondatori dell’agenzia stampa Albatros,
specializzata in reportage di guerra. Si è specializzato sui problemi socio politici dell’Africa e del medio Oriente con particolare attenzione all’Afghanistan, dove per un servizio sui mujaheddin (i partigiani islamici), viene catturato dai governativi e rimane nelle carceri di Kabul per quasi sette mesi (1988).
In occasione del definitivo ritiro delle truppe sovietiche, parte , ma dopo pochi giorni viene travolto da un camion militare che lo riduce in fin di vita (1989).
Torna all’estero, anche se non completamente ripresosi dall’incidente, per occuparsi dell’esplosiva situazione dei Balcani.
Ha collaborato con quotidiani e periodici nazionali ed internazionali:
il Corriere della Sera, il Giornale, l’Avvenire, Panorama, l’Europeo, il Sabato, Rivista italiana difesa, Qui Touring, Time-life, l’Express, Insight (magazine del Washington Times).
Ha realizzato produzioni televisive con: Nbc, Cbs, Ndr (televisione
tedesca), Rai, Tsi (televisione svizzera italiana), Canale 5, Italia 1, Antenna 3 (serie di 15 puntate sulle Guerre dimenticate), Tele 4
(emittente locale triestina).
E’ uno dei pochi giornalisti italiani autorizzati a seguire le forze
americane in operazioni.
E’ autore di diverse pubblicazioni e collabora a numerose testate
giornalistiche.