I RAPPORTI MASS MEDIA - FORZE ARMATE ( PARTE TERZA )
Il pensiero del corrispondente di guerra Fausto BILOSLAVO ( Terza parte e conclusione )^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
EMBEDDED ALL’ITALIANA
Ho coniato questo titolo - dice Biloslavo - perché, come vedremo, le forze armate italiane, o meglio i vertici della Difesa, pur avendo aperto moltissimo ai giornalisti non hanno ancora superato completamente il guado. Per cui il concetto di embedded è molto più limitato rispetto agli alleati americani o britannici…. si tratta, appunto, di “embedded all’italiana”.
L ‘accesso ai teatri ed i rapporti con gli addetti stampa
L’accesso ai teatri di operazione è stato enormemente facilitato nel corso degli ultimi anni con l’utilizzo dei vettori militari, soprattutto per le aree più lontane e dove spesso non arrivano voli civili, come è capitato per un certo periodo a Kabul, per esempio. Purtroppo nei momenti di maggiore crisi, quando a mio parere sarebbe ancora più utile garantire un veloce accesso ad un selezionato numero di giornalisti, in base alla loro professionalità e preparazione in zone di guerra, il sistema va in tilt e si blocca. Un classico esempio, di cui parlerò più avanti, è stato il tragico evento della strage di Nassiryah.
La figura ormai istituzionalizzata dell’ufficiale della pubblica informazione e la sua presenza costante sul terreno, ovviamente è stato un grande passo in avanti ed è fondamentale per il lavoro del giornalista. Il contatto con questa figura viene mantenuto anche dopo il rientro in redazione per monitorare costantemente la situazione e avere notizie fresche in caso di crisi.
Purtroppo le forte limitazioni imposte ai PIO ( Pubblic Information Officer ). spesso dipendenti dalla sensibilità “politica” della missione e talvolta il fatto che vengono bypassati da Roma in caso di crisi, pone ancora delle limitazioni alla loro efficacia.
Inoltre mi ha colpito che gli americani hanno delle vere e proprie unità di Public information officer, mentre da noi non è ancora radicata questa scelta e mentalità strutturale.
Infine la preoccupazione di fondo del sistema di embedded all’italiana è che il giornalista abbia un pasto caldo, una branda comoda su cui dormire, ma assolutamente non deve dividere i veri pericoli di una missione con i soldati. In pratica solo per errore o per caso potrai trovarti in mezzo ad una vera azione di combattimento, come è capitato ad alcuni di noi, per esempio, a Nassiryah. Esattamente l’opposto dell’embedded originale che divide vita e morte, gioie e dolori, privazioni e non, con i soldati dell’unità a cui è aggregato.
Ovviamente questo differente approccio si riflette sulla bontà delle storie che il giornalista manda in onda o pubblica.
In definitiva questi sono i PRO ed i CONTRO dell’embedded all’italiana:
PRO :
- accesso ai teatri;
- vita comoda;
- disponibilità degli addetti stampa.
CONTRO:
- mancanza di unità specifiche di ufficiali della pubblica informazione e relative risorse;
- limitazioni imposte agli addetti stampa in teatro;
- impossibilità di seguire azioni “pericolose”.
Analizziamo brevemente le missioni più recenti, o ancora in atto, delle forze armate italiane.
E mi sembra ovvio cominciare con quella appena conclusa in Iraq.
IRAQ
Uno degli eventi più dolorosi è stato sicuramente la strage di Nassiryah.
Come dicevo prima, nelle ore in cui cominciava a trapelare la notizia il sistema comunicativo delle forze armate è andato in tilt. Era ovvio che frotte di giornalisti avrebbero fatto qualsiasi cosa per raggiungere Nassiryah e così fu. Per fortuna la situazione non era ancora così grave come oggi e si rischiava poco a muovervi da soli, per esempio arrivando via terra dalia Giordania, ma sarebbe stato molto meglio far salire i giornalisti sui voli militari che aumentavano verso Nassiryah. Alla fine ci si riuscì, ma talvolta in ritardo e dopo estenuanti bracci di ferro. Sarà anche cinismo, ma una volta scattato l’attacco kamikaze, è meglio sfruttare l’onda emotiva della tragedia, convogliare i giornalisti in teatro e cercare di ribaltare una mazzata in un messaggio a favore del sacrificio dei nostri sodati. Il generale Ficuciello, che ha perso un figlio a Nassiryah, ha sostenuto che la tragedia abbia portato anche qualcosa di positivo, ovvero un risveglio della coscienza nazionale degli italiani. La marea di fiori all’altare della patria, il dolore, la commozione vera e le lunghe fila di cittadini alle camere ardenti lo hanno dimostrato.
Ulteriori ostacoli e difficoltà a seguire gli eventi capitarono in ogni battaglia dei ponti. I comandanti quasi si vergognavano a dire che sono statti sparati 1OOmila colpi, ovvero che c’era stata battaglia dura. Eppure i migliori pezzi li ho scritti con i racconti “senza se e senza ma, di chi poche ore prima aveva partecipato agli scontri con i miliziani sciiti dell’Esercito del Mhadi.
Se ero in Italia spesso i canali ufficiali via PIO si bloccavano, ma poi con un numero sotrin si arrivava sempre alla fonte amica che ti raccontava come stavano veramente le cose. E non succedeva nulla di irreparabile quando il giorno dopo usciva l’articolo, anzi.
Diciamoci la verità, il problema di fondo, comune a tutte le nostre missioni è che non si può dire che talvolta per “ mantenere la pace bisogna fare la guerra”. Invece se i giornalisti cominciassero a poter realizzare reportage seri in tal senso, a lungo andare il messaggio farebbe breccia sull’opinione pubblica.
Altro problema in Iraq, come in Afghanistan e per certi aspetti in Libano, è checon i media è sempre stata sovraesposto l’intervento umanitario delle lodevoli unità Cimic, Croce rossa militare, ecc., rispetto al resto. lo la chiamo la sindrome del volere dimostrare ad ogni costo che portiamo le caramelle ai bambini.
AFGHANISTAN
Sono stato innumerevoli volte in Afghanistan, ancora prima che arrivassero gli italiani, fin dai tempi dell’Armata rossa, ma nel 2003 ho dovuto sudare le proverbiali sette camice implorando il ministro della Difesa di lasciarmi andare a Khowst con la missione Nibbio. Una volta sul posto altra lotta per uscire in pattuglia o seguire qualche mini operazione. come l’attività di questa unità per l’acquisizione obiettivi, perché la zona vicina al confine con il Pakistan era ed è infestata da forze ostili.
Ovviamente non c’è stato verso di seguire una vera operazione anti guerriglia verso la frontiera pachistana. Eppure i razzi talebani li abbiamo beccati lo stesso sulla base Salerno dove era attendato il contingente. Oggi la situazione in Afghanistan è “politicamente” talmente delicata che reputo estremamente difficile riuscire a fare un reportage serio e completo con il nostro contingente.
LIBANO
In Libano la situazione è egualmente delicata a causa non solo di problematiche politiche nostrane, ma di una risoluzione dell’Orni che a mio parere lascia un po’ a desiderare se vogliamo effettivamente evitare che il conflitto della scorsa estate si
ripeta.
Ho seguito lo sbarco del nostro contingente e posso dire che se da una parte mi trovavo di fronte ai soliti problemi già evidenziati in Iraq e Afghanistan, dall’altra il cappello dell’ONU facilita il lavoro dei giornalisti. Le Nazioni Unite hanno una politica molto aperta nei confronti dei media e in tal senso inviano direttive alla missione Unifil.
Prendo spunto dall’impegno militare in Libano per parlare di altre due questioni che riguardano da vicino i rapporti media/forze armate.
La prima è la terminologia, che talvolta aiuta ad arrampicarsi sugli specchi, ma crea problemi con i giornalisti. All’inizio riguardo, al problema del disarmo di Hezbollah non si capiva bene quale fosse il mandato dei caschi blu. Poi si è capito che spetterebbe all’esercito libanese trovare gli arsenali. Allora si pose il problema dei check point, i posti di blocco che gli italiani fanno, ma di fatto non possono fermare le macchine. Per questo motivo è stato coniato il termine “static point”. Scrivere un articolo o dare una notizia in radio e tv presuppone innanzi tutto semplicità e chiarezza nel spiegare le cose, figuriamoci la differenza fra check point e static point ed il relativo problema del sequestro di armi. Si rischia di presentare il fianco a critiche anche pesanti.
La celerità e attinenza ai fatti in evoluzione è la seconda questione di cui volevo parlare. Mi è capitato, durante gli scontri di Beirut provocati da Hezbollah per aumentare la pressione della piazza sul governo Siniora, che hanno causato anche dei morti, di chiamare il nostro contingente nel sud del Libano per chiedere com’era la situazione, cosa pensavano. Il tentativo di allontanare qualsiasi barlume di pericolo dal sud, più calmo perché a stragrande maggioranza sciita, fece risponder e dall’altra parte del filo: “La situazione è tranquilla. In un paesino dove c’è una chiesa ci hanno invitato alla messa e a un concerto”. A quel punto ho lasciato perdere.
Durante la sparatoria di pochi giorni fa fra israeliani e libanesi sul confine, il primo scontro serio dalla tregua, il generale Graziano, neo comandante di Unifil, che avevo conosciuto a Kabul, è stato pronto a rispondere poche ore dopo, anche se con poche parole. Una brevità dettata dalla delicatezza della situazione. Ma anche nel caso del comandante dell’Unirli, nonostante le direttive dell’ONU a favore della stampa, una richiesta di intervista più articolata è ancora inevasa.
Penso che la celerità con cui si usano le parole giuste con i giornalisti nei momenti di massima crisi sia fondamentale per inviare un messaggio immediato all’ opinione pubblica. Quasi sempre è impossibile ottenere dichiarazioni dirette, sensate e pubblicabili in tempo per la prossima edizione. Allora i giornalisti si affidano spesso alle informazioni, quasi mai controllate, delle agenzie, a fonti più o meno serie ed il risultato è di seconda mano, spesso impreciso e talvolta pericoloso, perché non fa altro che aumentare la confusione.
CONCLUSIONE
Abbiamo visto lo sviluppo dei rapporti con i media, i PRO ed i CONTRO della situazione attuale nelle nostre più importanti missioni.
Vorrei però concludere con quello che spero verrà fatto in futuro:
- bisogna superare l’embedded all’italiana permettendo ai giornalisti di seguire i nostri contingenti anche in missioni vere ed operative che possono ovviamente comportare qualche pencolo per la loro incolumità;
- in caso di grave crisi lo stato maggiore della Difesa deve essere in grado di “mobilitare” un gruppo preselezionato di giornalisti, scelti per la loro serietà professionale ed esperienza in teatri dì guerra, mettendoli in condizione di giungere velocemente in teatro e svolgere il proprio lavoro;
- cominciare a far passare il messaggio all’opinione pubblica, attraverso i giornalisti che frequentano spesso le aree “calde”, che “per mantenere la pace talvolta è necessario fare la guerra”;
- concedere sempre più maggiore autonomia ai Public information officer in teatro;
- dedicare più risorse e attenzione alla formazione degli addetti stampa e delle cellule di pubblica informazione presso i contingenti impegnati all’estero;
- accentuare i corsi di addestramento per i giornalisti che vogliono seguire i conflitti e le missioni italiane all’estero rendendoli il più realistici possibile.
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Nella categoria: Generale