SCENARIO STRATEGICO EUROPEO ( Parte Prima )

 

 Intervento del Generale Rolando MOSCA MOSCHINI

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Presso il  CENTRO ALTI STUDI PER LA DIFESA  ha avuto inizio il ciclo di conferenze dedicato ai frequentatori dell’Istituto Alti Studi della Difesa nell’ambito del seminario sullo  “ Scenario strategico  europeo“.  

Il ciclo, il cui sviluppo è previsto su 10 giorni, prevede gli interventi del Segretario generale del CENSIS De Rita,  del Titolare del Dicastero Justitia et Pax Cardinale Renato Martino,  dell’editorialista del “ Corriere della Sera Venturini,  del Presidente del CNEL  Marzano,  del Direttore del TG1 Riotta, e di altri eminenti personaggi.  La chiusura è prevista per il giorno 15 marzo p.v. con l’intervento dell’On. D’Alema, Ministro per gli affari esteri.
La relazione introduttiva è stata tenuta dal Gen. Rolando Mosca Moschini, Consigliere del Presidente della Repubblica per gli Affari militari e del Consiglio Supremo di Difesa sul tema : “La strategia di sicurezza della U.E : un approccio costruttivo alla gestione delle crisi secondo un concetto dinamico di difesa indiretta e continua “.
La pluriennale comune militanza nelle “ stanze “ dello Stato Maggiore dell’Esercito con il Gen. Mosca Moschini ci ha consentito di ottenere il testo completo dell’esposizione che presentiamo ( suddiviso in tre parti ) senza nulla togliere nella considerazione che costituisce documento di riferimento qualificatissimo per chiunque voglia trattare della Sicurezza dell’ U.E.
 

“La Strategia di Sicurezza dell’ Unione Europea: un approccio multidisciplinare costruttivo alla gestione delle crisi secondo un concetto dinamico di difesa indiretta e continua”

E’ con vero piacere che mi accingo a svolgere l’intervento di apertura di questo convegno di studio ed approfondimento, che considero potenzialmente molto importante per l’attenzione che pone sull’Europa ed il suo ruolo, in un momento in cui l’Unione Europea e le sue Istituzioni cercano di rinnovare quelle motivazioni e quelle energie che hanno loro consentito di percorrere così rapidamente uno straordinario processo di sviluppo ed espansione.
Avendo avuto il privilegio di servire in ambito Unione Europea, quale Presidente del Comitato Militare, per oltre due anni e mezzo e fino allo scorso mese di novembre, sono ben lieto di portare in questo consesso il mio contributo di esperienza e di pensiero, con l’auspicio che possa essere utile ai fini che il Seminario si prefigge.
Il tema della mia presentazione è la European Security Strategy, la Strategia di Sicurezza dell’Unione Europea. Illustrerò i suoi lineamenti principali ed i suoi innovativi caratteri di approccio multidisciplinare costruttivo alla gestione delle crisi, fondato su un concetto dinamico di difesa indiretta e continua.
Come è certo noto, il segmento del processo di integrazione europea relativo alla Sicurezza ed alla Difesa, la European Security and Defence Policy, nota in breve come ESDP, ha registrato negli ultimi anni una sensibile accelerazione nel programma realizzativo, anche sotto la spinta poderosa delle esigenze di gestione delle crisi emergenti nel contesto del fenomeno della globalizzazione.
Nessuno Stato è infatti in grado di affrontare autonomamente, neppure in una prospettiva di breve termine, le nuove minacce transnazionali, diffuse ed allo stesso tempo sempre più penetranti –anche in ragione dell’elevato e crescente grado di  interdipendenza globale– minacce che mettono a rischio quei vitali valori di sicurezza, sviluppo e democrazia, che, al riparo delle nostre welfare societies, ritenevamo ormai consolidati ed inalienabili.
In questo quadro, la cooperazione internazionale ed in primo luogo quella in ambito europeo divengono un imperativo assoluto.
La European Security Strategy si fa interprete appunto di queste fondamentali esigenze. Con essa l’Unione si è affacciata, quale attore globale, sullo scenario strategico internazionale del XXI secolo, nel tentativo di costruire “Un’Europa sicura in un mondo migliore”.
Al fine di discutere i lineamenti di questa impostazione, vediamo innanzitutto, un po’ più da vicino, seppure in maniera molto schematica, quali siano i principali elementi di rischio che incidono sul quadro di situazione in cui la European Security Strategy è chiamata ad operare.
Il più importante fenomeno che caratterizza gli scenari della sicurezza nell’attuale fase storica, con il procedere accelerato della globalizzazione dalla fine della Guerra Fredda, può essere descritto nel suo insieme come il progressivo affermarsi di un movimento eversivo transnazionale su scala globale. Si tratta di un fenomeno estremamente ampio, complesso ed articolato, che coinvolge tutte le entità statuali, sia sul piano dei loro rapporti nell’ambito della Comunità Internazionale sia per quel che riguarda la situazione interna, ma anche e sempre più soggetti diversi, aggregazioni transnazionali e subnazionali con una propria spiccata individualità e specifici obiettivi. La tendenza, amplificata e catalizzata dai media, è verso una graduale perdita di coesione ed una progressiva destabilizzazione della Comunità Internazionale, nei principi di riferimento e nelle istituzioni. Questo è senza dubbio il primo elemento di rischio che va considerato, in generale e per quel che concerne la sua incidenza diretta ed indiretta sull’Europa, ai fini di qualunque iniziativa di intervento intesa a costruire sicurezza.
Il secondo fronte sul quale è necessario operare è quello della lotta alla disuguaglianza –e non solo per evidenti ragioni di natura umanitaria e di promozione dello sviluppo. Lo sforzo per il contenimento e la riduzione, all’interno dei Paesi membri e su scala globale, della disuguaglianza –da non intendersi assolutamente in termini solo economici– è infatti concorrente, almeno nel medio e lungo termine, con il contrasto del movimento eversivo transnazionale, anche se può non apparire, a prima vista, in relazione diretta ed immediata con esso. La crescita della disuguaglianza ovvero il persistere delle attuali profonde discriminazioni costituisce perciò un ulteriore fondamentale elemento di rischio, che converge sull’Europa dall’esterno, quale fattore di tensione con il mondo del sottosviluppo, e dall’interno di ciascuno dei suoi Stati Membri, quale espressione di realtà sociali nel loro ambito non omogenee e potenzialmente conflittuali, anche in conseguenza del sempre più pervasivo fenomeno dell’immigrazione.
Il terzo grande elemento di rischio incombente sul nostro continente e sul mondo intero è quello ambientale e delle risorse primarie, con le modificazioni climatiche, la progressiva desertificazione dei suoli, il moltiplicarsi delle catastrofi ed il diffondersi delle carestie e della fame. Si tratta, come è noto, di un elemento che potrebbe, in parte, essere di origine naturale –il che non riduce peraltro la gravità del problema – ma che è certamente in larga misura dovuto a ragioni legate all’uomo ed in particolare alla inefficienza o non affidabilità delle istituzioni pubbliche nonché ad un inefficace approccio ai problemi dello sviluppo da parte della Comunità Internazionale. Il crescente fabbisogno di risorse energetiche, con l’emergere sempre più prepotente di nuove potenze economiche, come la Cina, l’India ed il Brasile, concorrere ad aggravare il rischio ambientale.
Questi tre grandi elementi di rischio –l’eversione transnazionale, la disuguaglianza, i fattori ambientali – pur nei termini necessariamente sommari della mia analisi, forniscono un quadro di riferimento già sufficientemente indicativo per consentirci di discutere i lineamenti fondamentali della European Security Strategy, che è ovviamente relativa alla azione comune dell’Unione verso il resto del mondo, ma ha, a mio avviso, molto da dire anche in merito a come i singoli Paesi membri debbano operare sui rispettivi fronti interni, altrettanto importanti, come ho accennato, ai fini della risoluzione dei problemi della sicurezza nell’ampia accezione che essi oggi assumono.
A fronte del quadro di situazione delineato, la strategia di sicurezza europea è inclusiva, perché tende ad associare ogni potenziale partner al comune sforzo per la sicurezza e lo sviluppo, anziché dividere il mondo in amici e nemici, secondo il tradizionale concetto di difesa. Per estendere l’area della sicurezza e consolidarla, è necessario coinvolgere, non escludere. Da questo concetto trae fondamento lo sforzo della UE teso a sostenere i meccanismi dello sviluppo nelle aree in cui essi non sono sufficientemente consolidati, al fine di coinvolgere nuovi Paesi, secondo una dinamica di integrazione virtuosa nel sistema globale di interdipendenza politica, economica e sociale, fondato sulla democrazia, sulla libertà e sul rispetto dei diritti dell’uomo.
Secondo il modello alla base della strategia europea, sicurezza e sviluppo sono fortemente correlati. La sicurezza è pre-condizione per lo sviluppo, mentre quest’ultimo, a sua volta, retroagisce sulla sicurezza, consentendole di rafforzarsi e consolidarsi, traendo esso stesso nuovo impulso da tale interazione, in un ciclo virtuoso, che, tuttavia, resta spesso a livello potenziale nel mondo reale. Nel sostegno del ciclo virtuoso sicurezza-sviluppo, l’uso della forza militare in un’area di crisi non è volto a distruggere ma a recuperare l’area stessa e le sue risorse umane e materiali al patrimonio comune, affinché possano concorrere attivamente a costruire la ricchezza e la stabilità nella crescita della società globale.
Il concetto di comprehensive crisis management, che consegue logicamente da queste considerazioni, prevede che le molteplici dimensioni interdipendenti delle crisi impongano l’adozione di strategie risolutive multidisciplinari, in grado di operare secondo ciascuna di tali dimensioni. Anche quando è vincente, l’intervento militare resta infruttuoso, se non è opportunamente combinato, nel tempo, nello spazio e negli obiettivi, con l’applicazione delle altre componenti di Nation building, quali quelle di polizia, di ordine pubblico e giustizia, di riforma del sistema di sicurezza interno, di sostegno sociale ed economico, di ricostruzione delle istituzioni locali e dello Stato, ecc.. Ma è, d’altra parte, altrettanto evidente che queste componenti “costruttive” non-militari non possono operare efficacemente se non è loro garantito un adeguato contesto di sicurezza.
In sostanza, al livello locale dello specifico intervento, occorre, di volta in volta, coniugare la componente militare di un’operazione di stabilizzazione con altre, volte alla ricostruzione del tessuto economico, istituzionale e sociale nell’area investita dalla crisi. Con l’evolvere della situazione sul terreno, la gravitazione dell’intervento passerà dalla componente militare, deputata comunque a garantire la necessaria sicurezza, alle altre componenti destinate alla ricostruzione ed allo sviluppo.
Con la European Security Strategy, la UE adotta, inoltre, un modello concettuale ed organizzativo che tende a perseguire la sicurezza attraverso la gestione preventiva del rischio nelle aree e nei contesti ove questo si materializza, al fine di non essere costretta ad affrontare minacce, ormai divenute incombenti o addirittura trasformatesi in aggressioni dirette, attraverso le tradizionali strategie di difesa e reazione, ben più costose e distruttive della prevenzione.
In tale prospettiva, l’Unione deve porsi in grado di analizzare pragmaticamente l’evolvere di eventi e situazioni nel breve-medio termine, nonché di individuare trends ed anticipare possibili shocks, nel più lungo periodo. Assume cioè rilevanza assoluta ciò che potremmo definire come “conoscenza operativa” dell’ambiente globalizzato: operativa, in quanto finalizzata alla tempestiva identificazione delle potenziali aree di crisi ed alla definizione della più idonea strategia multidisciplinare di intervento. Selezionata l’area di crisi e valutata la sua priorità geostrategica nel contesto globale, è necessario poi condurre un’analisi preventiva, accurata e pragmatica dell’area di crisi stessa e delle possibili strategie multidisciplinari di intervento; intervento che necessariamente, almeno fino a quando le risorse a disposizione saranno quelle attuali, non potrà che essere piuttosto limitato in termini quantitativi e dunque mirato agli elementi critici dell’area obiettivo.
Questo approccio selettivo-analitico –sintetizzato nella European Security Strategy con l’espressione think globally and act locally­– tende al recupero dell’area di crisi al contesto comune dello sviluppo globale.

L’eventuale uso della forza, a protezione della fase di avvio del processo di stabilizzazione e di sviluppo, è concepito essenzialmente sotto forma di deterrenza e comunque nei limiti imposti dal rispetto dei vari principi di legittimità e di salvaguardia dei diritti umani.
In tale prospettiva, diviene essenziale disporre di uno strumento di intervento in grado di:
-        entrare in azione tempestivamente, rispetto allo sviluppo della crisi ed ai tempi di assunzione delle decisioni;
-        operare in maniera sincronizzata e finemente discriminata rispetto a ciascuno degli elementi critici dell’area obiettivo;
-        combinare costantemente gli sforzi delle distinte componenti militari e non-militari dello strumento stesso –e, ogniqualvolta possibile, delle autorità locali e delle organizzazioni non governative operanti in loco– ai fini del conseguimento sinergico degli obiettivi di end state dell’intervento.

Fine PARTE PRIMA

A cura di FRAMER

per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com