SCENARIO STRATEGICO EUROPEO ( Parte Terza )

 

 …..continua e termina l’intervento del Generale Rolando MOSCA MOSCHINI presso il CASD

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Terminata la panoramica sulla ESDP e la strategia di sicurezza europea che mi prefiggevo di condurre,  vorrei però completare il quadro tracciato con alcune riflessioni personali sulle linee di tendenza per quel concerne le capacità di intervento di comprehensive crisis management, anche sulla base degli orientamenti che ho potuto rilevare nei miei numerosi contatti con esponenti politici e militari degli Stati membri.
Ho illustrato il problema della conoscenza operativa e mi sembra di aver chiarito che esso va bel al di là di ciò che consideravamo intelligence, il quale, a sua volta, deve essere modernizzato e liberato da schemi talvolta un po’ troppo rigidi e burocratici. La capacità di costruire conoscenza operativa consiste, ad esempio, nell’essere in grado di tracciare una mappa degli aggregati e delle comunità trasversali rispetto ai tradizionali criteri organizzativi della società, a partire dal primo, lo Stato, non più necessariamente protagonista. Dobbiamo poter identificare e delimitare quelle affinità culturali, economiche, ideologiche, religiose o semplicemente di opportunità anche contingente che costituiscono fattori di estrema importanza ai fini della dinamica umana, in tutti i suoi aspetti, e dunque in primo luogo della sicurezza. Faccio alcuni esempi di aggregazioni non statuali essenziali per la costruzione della sicurezza: sunniti e sciiti, terrorismo interno e transnazionale, movimenti separatisti all’interno di Stati unitari, grandi organizzazioni criminali, ecc..
A volte la stessa politica di sicurezza condotta dalla Comunità Internazionale finisce per creare fazioni contrapposte nel tessuto politico e sociale di Paesi unitari o esacerbare divisioni latenti. Anche in questo caso spesso si tratta di un difetto di cultura, da parte di chi non sa vedere oltre l’idea dello Stato forte ed unitario e stenta a darsi conto di realtà nazionali molto meno stabili di quelle tipiche delle democrazie di tipo occidentale, che pure esse stesse talvolta scricchiolano. Anche in questo senso dunque non vi è soluzione di continuità tra sicurezza interna e sicurezza esterna.
Questo impostazione impone di affrontare le crisi con approccio regionale, continentale o addirittura globale, ossia a quel livello al quale si spingono i confini e talvolta anche la semplice influenza delle strutture e delle aggregazioni formali ed informali che svolgono un ruolo nella situazione conflittuale all’esame. Ritroviamo così il principio think globally and act locally cui ho già fatto cenno e precisamente la prima parte relativa alla necessità di pensare su scala globale.
Molto possono fare le Forze Armate per il think globally. E’ evidente però che lo strumento militare oggi assume una valenza davvero unica per il ruolo che è in grado di assolvere sul terreno dando attuazione alla seconda parte del principio, quella relativa alla necessità di agire a livello locale.
Potremmo disquisire a lungo sui requisiti a cui i moderni strumenti militari debbono rispondere nel complesso contesto operativo che abbiamo delineato. Ne abbiamo già indicati alcuni molto significativi, come la prontezza di impiego, il comando e controllo, la condivisione delle informazioni a tutti  i livelli, i trasporti strategici ecc.. Facciamo a questo riguardo qualche ulteriore considerazione.
Nel comprehensive crisis management, lo strumento militare è incaricato di aprire e mantenere aperta una finestra di opportunità in termini di sicurezza per consentire l’intervento politico, economico e sociale della Comunità Internazionale nell’area di crisi. In questa fase, può essere necessario l’uso della forza per imporre il mandato. Le unità impiegate devono dunque avere capacità di combattimento –capacità da mantenere anche nel prosieguo delle operazioni in funzione deterrente– e devono essere assolutamente chiari gli obiettivi militari da conseguire e gli elementi ostili da contrastare. Il controllo di vaste aree di territorio sarà condotto con l’uso generalizzato di mezzi di osservazione anche satellitari ad elevato contenuto tecnologico, impiegati sinergicamente integrati in reti di controllo, ma, in generale non sarà possibile fare a meno di un consistente dispositivo di truppe schierato sul terreno. Queste dovranno essere in grado di concentrarsi in tempi brevissimi laddove si verifichi una situazione di inadempienza rispetto al mandato, ma dovranno anche avere la capacità di condurre azioni di ricognizione multidisciplinare del territorio, di stabilire rapporti di piena fiducia e collaborazione con le popolazioni e le autorità locali nonché di condurre interventi essenziali di cooperazione civile-militare, CIMIC, in vista ed in preparazione od in concorso dell’intervento del dispositivo civile per la ricostruzione e lo sviluppo. Emergono dunque di nuovo, e con evidenza, i requisiti alla base del comprehensive crisis management, consistenti nella quantità e nella qualità delle forze terrestri impiegate, derivanti anche dalla necessità di interagire con la popolazione locale in maniera cooperativa e coinvolgente, tenendo adeguato conto della cultura e della struttura della società locale.
Il soldato sul terreno in grado di imporre l’ordine ed il rispetto dei diritti elementari della vita umana è il più potente sistema d’arma per il comprehensive crisis management.
Ma l’intervento davvero decisivo è quello politico, economico e sociale della Comunità Internazionale. Alla crisi non vi è soluzione, se esso risulta insufficiente quantitativamente o qualitativamente, per esempio perché giunge in ritardo oppure perché, in carenza di risorse disponibili, utilizza una strategia “a pioggia”, o ancora perché le attività condotte non sono coordinate, ovvero prevalgono ragioni di visibilità nazionale sugli obiettivi da conseguire o infine vengono utilizzati modelli di sviluppo ed istituzionali e di transizione verso la democrazia che non si adattano alla cultura sociale locale.
E’ proprio il mancato innesco del ciclo virtuoso dello sviluppo la ragione fondamentale del perdurare o dell’aggravarsi delle crisi.
Affinché ciò non accada è necessario che, sul piano socio-culturale e su quello economico, la Comunità Internazionale adatti, come si è detto, la tipologia e le modalità dei propri interventi di cooperazione ai principi, alle priorità ed alle tradizioni delle popolazioni locali.
E’ inoltre necessario che gli interventi siano sinergici tra loro e che quantitativamente superino la soglia critica di innesco dello sviluppo, caratteristica dell’area considerata.
Il successo nelle operazioni di gestione delle crisi, inteso come recupero dell’area interessata all’ambiente della democrazia e della libera economia di mercato, al costo minimo, anche e soprattutto in termini di vite umane, dipende dal binomio inscindibile sicurezza-sviluppo, ossia dall’adozione di una strategia di intervento strettamente multidisciplinare: un intervento militare determinato ed efficace, sinergicamente combinato, nel tempo e nello spazio, con un intervento politico e socio-economico risolutivo.
Come si è detto, è necessario stabilire una gravitazione precisa degli sforzi per superare la soglia critica oltre la quale si può innescare lo sviluppo. Essenziali a tal riguardo sono la coesione e la determinazione della Comunità Internazionale. L’operazione multinazionale non può essere la somma di tante piccole operazioni nazionali separate, spesso incoerenti o comunque non sinergiche fra loro, tra contingenti militari di diverse Nazioni, tra componenti militari e civili della stessa Nazione, tra diverse Organizzazioni Internazionali in competizione, tra diverse organizzazioni non governative, ecc.. Ogni Nazione contributrice, ogni componente, ogni organizzazione coinvolta deve essere partecipe dell’operazione nel suo complesso e condividerne i rischi e gli obiettivi.
Queste semplici considerazioni ci permettono di apprezzare come, soprattutto oggi, nel mondo altamente interconnesso ed interdipendente dell’era della globalizzazione, sia impossibile prescindere da una valutazione complessiva dei problemi della sicurezza, se se ne vuole cogliere la vera essenza e porsi così in grado di risolverli efficacemente. Si comprende anche come solo un approccio geostrategico quale quello descritto consenta di definire pragmaticamente una missione, fissarne consapevolmente l’end-state e valutarne oggettivamente la fattibilità in termini di costo-efficacia. In tale prospettiva, il quadro tracciato costituisce un riferimento indispensabile per l’attribuzione delle priorità e la conseguente distribuzione a ragion veduta delle scarse risorse disponibili per la sicurezza e lo sviluppo.
Secondo un più dinamico concetto di difesa indiretta e continua, che diviene inevitabile adottare, in presenza di nuove sfide e minacce globali, la missione primaria delle Forze Armate è pertanto sempre più volta alla prevenzione ed al controllo di crisi che mettono in causa la pace e la sicurezza internazionale ed al sostegno di un pacifico sviluppo istituzionale e civile delle aree investite da quelle crisi.
Tale missione si realizza con carattere di continuità nel tempo, secondo rapporti di complementarità e sinergia con molte altre funzioni pubbliche e costituisce quindi componente strutturale e non occasionale della politica del Governo.
Sono queste le basi sulle quali, oggi, una Nazione deve elaborare la propria strategia sul fronte dello sviluppo come su quello della sicurezza, anche ai fini dell’azione propulsiva che intende svolgere nell’ambito di tutte le Organizzazioni Internazionali, di sicurezza e non, di cui fa parte, senza il cui contributo sinergico potrà conseguire ben pochi degli obiettivi che si propone.

A cura di FRAMER

per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com