IL RELATIVISMO
Il paracadutista-filosofo Prof. Maurizio MANZIN, ci aiuta a capire che cosa sia.
Sentiamo sempre più frequentemente parlare di “ relativismo “ cercando spesso di dare la sensazione che di esso…abbiamo la sicura percezione di…sapere che cosa sia…..ma non è esattamente così!
Ci siamo allora rivolti al nostro amico “ paracadutista-filosofo “ prof. Maurizio MANZIN, - che come già altre volte in questa stessa rubrica ci ha fornito ulteriore prova di amicizia per noi e disponibilità per il sito - per saperne finalmente qualcosa di più.
Allora, esimio professore, cos’è questo “ relativismo “ ?
Può darci, come filosofo e come ufficiale paracadutista, la sua opinione?
Cercherò di dare una risposta ponendomi da entrambi i punti di vista, poiché, per professione e per vocazione, mi appartengono entrambi allo stesso modo. Vediamo anzitutto l’aspetto filosofico.
Il termine “relativismo” ricorre frequentemente nei discorsi che hanno per argomento il modo di vivere e di pensare, ed è quasi sempre usato in senso spregiativo, cioè come un rimprovero. Una specie di clava che viene brandita contro coloro che, a torto o a ragione, sono ritenuti privi di principi o valori nella loro vita o nel loro modo di pensare. Relativista sarebbe colui per il quale non esiste un metro di giudizio stabile e durevole capace di misurare, per così dire, la bontà di un’azione o di un pensiero. Quest’unità di misura, se esiste, è totalmente soggettiva: riguarda le convinzioni personali degli individui e dei gruppi e, per di più, muta nello spazio e nel tempo, a seconda del cambiamento dei costumi.
Senza esserne certi, sappiamo che vi sono forme più o meno accentuate di relativismo. E’ così?
Certo, da una più moderata, paragonabile a uno scetticismo benevolo e tollerante, sino al vero e proprio indifferentismo morale, riassumibile nell’espressione attribuita ad Einstein per la quale “tutto è relativo”. Dal punto di vista strettamente logico, un relativismo di questo secondo tipo si liquida abbastanza facilmente, mostrando l’aspetto paradossale dell’affermazione “tutto è relativo”. Infatti essa esprime un’evidente contraddizione, poiché se “tutto” è relativo, allora è relativa anche l’affermazione per cui “tutto è relativo”. Chi resistesse a questa contraddizione rivelerebbe un atteggiamento potenzialmente violento: pretenderebbe che “tutto” sia relativo, e quindi dubitabile e criticabile, “meno” la sua convinzione! Vi sono molti esempi, passati e presenti, di relativisti intolleranti; essi ricordano un po’ quei giovanotti coccolati dai salotti radical-chic che spaccano le vetrine e incendiano le automobili nei cortei “per la pace”.
Diciamo che il nodo filosofico più delicato riguarda piuttosto il relativismo “moderato”, quello che si limita a sostenere la necessità di garantire una pluralità di opinioni e di punti di vista diversi per contrastare i dogmatici, che vogliono imporre i propri personali giudizi di valore (ideologici, religiosi o quant’altro) a tutta la società. Questo tipo di relativismo invoca concetti quali “dubbio metodico”, “tolleranza”, “pluralismo” e simili, che trovano facilmente un’approvazione generalizzata. Qui tocchiamo un punto cruciale. Tutta la modernità occidentale (cioè la modernità tout court) si costituisce intorno a questi grandi poli concettuali: dubitare sempre e di tutto, come diceva Cartesio; tollerare coloro che hanno punti di vista sul mondo diversi dal nostro, come diceva Voltaire; decidere secondo un principio democratico, come diceva Rousseau. Sono i i fari della modernità: razionalismo, tolleranza, democrazia. È ovvio che di fronte a questi argomenti, i critici del relativismo finiscano per fare la figura degli oscurantisti e dei bigotti, quando non dei nostalgici della Santa Inquisizione e dei roghi.
Occorre però fare chiarezza. Il dubbio prudente nel procedere delle conoscenze non corrisponde per forza alla negazione ostinata di ogni fondamento trascendente dell’esistenza (lo stesso Cartesio non era affatto ateo), così come tolleranza non significa condiscendenza generalizzata verso qualsiasi comportamento (John Locke, che di tolleranza se ne intendeva, non avrebbe mai sottoscritto una simile opinione), e, infine, la preferenza per il sistema politico democratico non implica affatto un atteggiamento agnostico (in realtà, molta parte dei nostri Costituenti non era affatto agnostica, anzi). Quello che voglio dire è che si può essere contrari al relativismo senza che questo comporti necessariamente l’esclusione del dubbio, della tolleranza verso le opinioni diverse dalla propria, del rispetto per la pluralità dei punti di vista. Anche per i credenti (quantomeno nell’ambito del cristianesimo) il dubbio è un elemento essenziale, poiché l’esperienza religiosa riguarda tanto la volontà quanto la ragione: la prima accoglie la fede, e in quanto tale non dubita; la seconda affronta i problemi del pensiero, e dunque dà spazio ai dubbi. Non per nulla l’esperienza cristiana affonda le sue radici nella filosofia greca.
Direi, dunque, che la contesa fra i relativisti “moderati” e coloro che agiscono in base a dei convincimenti morali ben determinati può e deve trovare un terreno d’incontro, che è quello dei valori socialmente rilevanti, dell’etica pubblica, degli interessi superiori della Nazione; cosa che del resto è già avvenuto in passato e che, ad esempio, ha reso possibile il concordato fra stato e Chiesa. Purtroppo oggi tale contesa è spesso radicalizzata da quelli che io definisco i nuovi dogmatici, i sostenitori della “religione del laicismo”, gli scientisti a oltranza e così via, i quali hanno trasformato il dubbio in un totem che non dubita mai di se stesso: un idolo arrogante che nega la legittimità di scelte diverse dalla propria.
Questo, fino ad ora, il pensiero del filosofo. Ma come paracadutista militare che ci dice?
Come paracadutista militare trovo che un atteggiamento relativistico sia l’esatto opposto dello spirito che dovrebbe animare il soldato, custode fedele di scelte, anche emotive (ma non per questo prive di razionalità), che impongono l’azione ed il gesto sopra qualsiasi forma di tentennamento. La sintesi del soldato paracadutista sta tutta nell’«Alla porta! Via!», slancio del cuore che sorpassa ogni cauto dubitare. Perché l’uomo è ragione, sì, ma è anche sentimento (mai dimenticare la lezione di Pascal). E se applica la ragione ad argomenti che non muovono il suo sentimento, se relativizza invece di assumersi il rischio di sbagliare, se si ritrae invece di proiettarsi nell’ignoto, non aggiungerà mai nulla di nuovo e di bello al mondo.
A cura di FRAMER
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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