LE CELEBRAZIONI PER IL 50° DELLA GLORIOSA SMIPAR
I ricordi del Generale Marco BERTOLINI

Ricorrendo quest’anno il 50° anniversario della costituzione della Scuola Militare di Paracadutismo che vedrà la sua celebrazione ufficiale nel mese di giugno prossimo, abbiamo pensato anche noi di contribuire sollecitando i ricordi dei Comandanti di quella Scuola che negli anni si sono succeduti in quel prestigioso Comando.
Stiamo raccogliendo allora alcune testimonianze che intendiamo pubblicare perchè, siamo certi, riporteranno alla superfice nei nostri lettori mai dimenticati sentimenti, quelli veri, che fanno parte della vita di un uomo, non solo di un soldato per di più paracadutista.
Ecco allora che iniziamo con il ” ricordo ” del Gen. Marco Bertolini, che ha lasciato traccia profonda del suo passare nella Folgore, suscitando in tutti ammirazione, stima, affetto che tuttavia non sono sufficienti per rendere merito all’uomo, al soldato, al coraggioso Comandante che abbiamo conosciuto.
Tanto coraggioso, questo Comandante, che anche in questo caso si lancia in un campo ” delicato ” nel quale trova gli spunti per farci sapere, ancora una volta, che cosa signiifichi essere Paracadutista.
Non abbiamo avuto noi, invece, il coraggio di rielaborare il testo che l’amico Bertolini ci ha inviato : avremmo potuto solo rovinarlo.

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Nell’estate del 1999 ho assunto il comando di quella che una volta era conosciuta come la SMIPAR.
Subentravo al mio predecessore (il Gen.Cirneco) a seguito di un traumatico evento che aveva visto la morte di un allievo paracadutista appena giunto alla Scuola (nel 1999 chiamata CEAPAR). Alla crisi aviolancistica che da qualche anno affliggeva tutta la Brigata paracadutisti “Folgore” (e quindi prima di tutto la Scuola) come conseguenza del “processo di Lucca”, si aggiungeva quindi un clima pesantissimo ed un complesso di accerchiamento nel quale sembrava che il futuro stesso della Specialità fosse in discussione.
Tutti ci davano lezioni: politici, giornalisti, opinionisti e anche qualche nostro ex, che dal comodo PC di casa propria ci ”cazziava” per l’arrendevolezza di fronte alle critiche, per l’erba alta in caserma, perché non eravamo tosti come ai suoi tempi, perché non cacciavamo le donne, per la caserma vuota nei fine settimana, perché eravamo carrieristi e non puri e duri come lui e così via. Ma tantissimi, soprattutto, non ci fecero mancare il loro supporto morale. E siamo ancora vivi, benché con qualche acciacco. Se non altro, sappiamo chi ringraziare e chi dimenticare.
Ciò detto, mi sarebbe facile, nonché più gradito, andare a quel periodo ricordando le bellissime esperienze umane e professionali vissute, gli esaltanti rapporti con i “reduci” che nella Scuola hanno sempre riconosciuto il principale punto di fusione delle nostre tradizioni, il bel “lotto” di lanci di cui sento una grande nostalgia, l’incontro con personaggi di uno spessore tecnico e umano veramente unico, e così via. Ma, tenuto conto di quelle che sono state le circostanze alla base del mio impiego presso l’Istituto, preferisco sfruttare l’occasione per esprimere alcune considerazioni personalissime in merito al noto “caso” Scieri che vissi in prima persona.
Non è un tema adatto a celebrare i cinquant’anni della Scuola, certo. Ma sicuramente non può essere trascurato nel considerare la nostra storia di quest’ultimo dopoguerra, se non altro per le tracce che ha ingiustamente lasciato nel nostro morale.
A premessa, c’è da dare uno sguardo al contesto generale nel quale il fatto in sé si posiziona.
Dal Libano (1981-83) al successivo impiego della Brigata (e dell’Esercito) fuori area (Nord Iraq, 1992) passò circa un decennio caratterizzato da un crescente interesse dei media nei confronti della realtà militare. Tale interesse venne ulteriormente enfatizzato con le operazioni in Somalia (1992-1994) e nei Balcani (dal 1996), nelle quali la Folgore recitò costantemente un ruolo di primissimo piano.
Ciò nonostante, continuava a sussistere uno spesso “zoccolo duro” (nell’opinione pubblica e nella stampa) pregiudizialmente ostile alla militarità in generale ed ai paracadutisti in particolare. Anzi, la maggiore visibilità che questi ottennero come conseguenza dei loro interventi in operazioni parve spingere ad una maggiore ostilità nei loro confronti, favorita anche dalla comparsa all’onore delle cronache del fenomeno del nonnismo.
Improvvisamente, infatti, quel fenomeno vecchio di secoli – caratteristico in forme diverse di tutte le comunità giovanili (es. la goliardia nell’Università) – si prestò benissimo a circondare le Forze Armate e l’Esercito in particolare di un’aura torbida che seduceva l’opinione pubblica, indebolendo così le residue resistenze di chi cercava di opporsi ai tantissimi nemici del servizio militare obbligatorio.
Quindi, da fenomeno di devianza marginale e circoscritto alla truppa fu facile estenderlo, nel distratto immaginario collettivo, a tutta la realtà militare (inclusi i Quadri), quasi fosse caratteristico dell’Istituzione in se, funzionale alla sua stessa operatività. Divenne, in breve, una vera e propria categoria dell’essere, espressione di un Male Assoluto che non era corretto discutere e, a maggior ragione, difendere.
Venne così l’epoca delle “caserme aperte” nel disperato tentativo di far capire che i militari erano – in fin dei conti – esseri umani come gli altri e non brutali prevaricatori. Basta, quindi, con il “facite ‘a faccia feroce” del passato e, al fine di guadagnare i favori di una società che si percepiva sempre più lontana e distaccata, alle ortiche la marzialità!, via i pennacchi!, bando agli ottoni! e, soprattutto, via le armi dalla vista!
Furono gli anni degli Ufficiali processati e condannati per intemperanze verbali che continuavano ad essere tranquillamente accettate in moltissimi altri ambienti lavorativi. Fu il periodo della messa alla berlina e della pubblica umiliazione di molti Comandanti, rei soltanto di essere solleciti nei confronti dei propri dipendenti e di pretendere la giusta applicazione e disciplina.
In un reparto del 5°Corpo d’Armata, un Comandante di battaglione si sentì addirittura spinto al suicidio, nel disperato tentativo di sottrarre se stesso ed il suo battaglione alla pressione alla quale era stato sottoposto da parte dei media e dei propri superiori (militari e politici). Lo si imputava, infatti, del grave torto di aver voluto far effettuare una marcetta di qualche chilometro ai propri soldatini, alcuni dei quali vennero attaccati, come conseguenza, dal terribile “morbo del fante”, la famigerata “bolla” (!!!) sulle delicatissime epidermidi dei piedini.
Ovvio che con i paracadutisti, con queste argomentazioni, era come andare a nozze!
Come non riconoscere, infatti, che soldati così eccentrici rispetto alla norma (per di più rassegnati alle bolle ai piedi) non dovessero per forza essere anche campioni in questa pratica degenere (quella del nonnismo, appunto)? Il fatto stesso che facessero leva sul coraggio personale e fisico nella selezione ed addestramento individuale suonava stonato e sospetto in una società che a queste caratteristiche voleva rinunciare a priori, negando ogni dignità alle classiche virtù militari che continuano invece ad essere oggetto di ammirazione in tutto il resto del globo (e che i nostri giovani continuano ad ammirare negli altri. Potenza del provincialismo!).
Il soldato italiano, insomma, non poteva essere coraggioso e non doveva neanche provare ad emanciparsi da una cialtronaggine fortemente voluta ed elevata addirittura a valore aggiunto nazionale. Che si accontentasse, invece, di trovare la sua più calzante rappresentazione nei militari arruffoni, meschini, furbastri e privi di scrupoli messi in scena dalla nostra cinematografia del dopoguerra (nessun Paese si è saputo fare del male come il nostro, in questo campo).
Quindi, eccola la spiegazione! I paracadutisti italiani sono tali non perché coraggiosi (e come potrebbero esserlo?) ma perché costretti con ogni mezzo, lecito ed illecito, da superiori disposti a tutto, soprattutto per la propria carriera. E, tra i mezzi illeciti, come non comprendere il nonnismo, pratica abbietta ed incivile, per spingere – con le cattive – i riluttanti a fare quello che con le buone non accetterebbero mai?
Illuminante a tale proposito la risposta che diede una nota giornalista su una rivista di grande tiratura nel 1996, ad un giovane che aveva denunciato atti di nonnismo contro di se quando era nella Folgore. In sostanza, questa intellettuale replicò che ben gli stava, in quanto chiedendo di fare il paracadutista sapeva in quale ambientino andava a parare. Peggio per lui, quindi!
In questo contesto culturale si colloca quindi il “caso” Scieri nel 1999. A ferragosto di quell’anno, infatti, un militare appena arrivato al CEAPAR (così era stata ridenominata in quegli anni la vecchia SMIPAR) venne trovato morto il lunedì mattina, oltre due giorni dopo la sua scomparsa all’interno della caserma Gamerra, in un’area di accumulo di materiali fuori uso.
Il tragico evento aveva avuto per vittima un aspirante paracadutista arrivato il giorno stesso in Caserma dal precedente reparto Addestramento Reclute di Firenze. Si chiamava Emanuele Scieri ed era un giovane siciliano, già laureato in legge, che aveva scelto di prestare il suo servizio militare nei paracadutisti dando ascolto al suo generosissimo carattere che lo aveva già spinto anche da studente ad impegnarsi personalmente nella vita politica e sociale locale.
Da quanto emerso dalle indagini successive, il giovane, dopo essere stato regolarmente in libera uscita nella sua nuova sede di Pisa il venerdì sera (13 agosto) con alcuni commilitoni, si appartò all’interno della Caserma (pare per una telefonata) e da allora non se ne seppe più nulla fino al lunedì mattina (16 agosto), quando il suo cadavere venne casualmente trovato da due militari di corvée alla base di una scala metallica dalla quale era evidentemente caduto.
Il caso mediatico, ovviamente, scattò subito.
A nulla valsero le prime ipotesi fatte dalla Magistratura e che sembravano escludere il fenomeno del nonnismo tra le cause dell’evento. I giornali, come precedentemente avvenuto in altre occasioni, avevano già “capito tutto” e spararono i loro corrispondenti a Pisa ad indagare.
Davanti alla “Gamerra” si stabilì così un vero e proprio “villaggio” di caravan muniti di antenne paraboliche dai quali giornalisti di tutte le testate, e di tutti gli orientamenti politici, mandavano giornalmente i loro resoconti alle rispettive redazioni, per il sollazzo della sudaticcia opinione pubblica nazionale, stesa ad arrostire sulle spiagge ferragostane.
Praticamente tutti i militari della caserma vennero fermati ed intervistati ripetutamente, alla spasmodica ricerca di qualche elemento che potesse confermare la tesi più accreditata (e più voluta), quella del nonnismo, appunto. Di fatto, tale azione si trasformò in una fortissima pressione psicologica anche nei confronti della linea di comando dell’unità, che si trovò a fronteggiare contemporaneamente la necessità di fornire la massima collaborazione alla Magistratura senza adottare atteggiamenti di chiusura nei confronti dei media che sarebbero stati interpretati sicuramente come un’assurda ma credibile ammissione di colpa.
Era facile, in un contesto del genere, fare qualche passo falso, così come era facile cedere alla tentazione di superare il problema con un atto analogo a quanto già fatto in precedenza per casi analoghi, tagliando qualche testa.
E fu questo, appunto, quello che fu fatto, rimuovendo dall’incarico l’incolpevole Comandante del CEAPAR (Gen.Cirneco) ed il suo ottimo Vice (Col.Corradi), per quanto fosse chiaro che nulla avevano a che fare con il fatto né con il fenomeno che si supponeva all’origine del decesso e, anzi, fossero stati molto attivi, in precedenza, per contrastare e reprimere gli atti di prevaricazione tra militari.
Purtroppo, come noto, la pressione nei confronti del CEAPAR non scemò, se non in minima parte, e per un lungo periodo ancora tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali riportarono le cronache, le ipotesi e i pettegolezzi del caso.
Relativamente alle “indagini giornalistiche”, la fantasia si insediò prepotentemente al potere e fioccarono le ipotesi e congetture più assurde (spesso spacciate come verità di fede). La tesi che praticamente tutti i media cercarono di accreditare fu quella di un atto di nonnismo sfuggito al controllo ed andato al di là delle intenzioni.
Tale atto, per questa tesi accusatoria, doveva essere una ritorsione nei confronti dell’allievo paracadutista Scieri colpevole di avere tenuto testa agli anziani durante il trasferimento in autobus da Firenze a Pisa. Secondo alcune voci, infatti, in tale occasione alcuni graduati avrebbero costretto le reclute a tenere i finestrini del mezzo chiusi ed il basco indossato, nonostante fosse agosto, comportandosi come la classica moglie che per fare dispetto al marito…. . Negli stessi accaldatissimi autobus, infatti, viaggiavano pure loro. La tesi era piuttosto stiracchiata ma piacque moltissimo ai “lettori” e, per quanto i riscontri ne lasciassero trasparire l’inconsistenza o quantomeno l’esagerazione, fu considerata credibile (dai media).
Vennero, così, tentati collegamenti disparati (e disperati) con fatti degli anni precedenti, pescando senza scrupoli da tutta la casistica dei luoghi comuni più triti e si cercò – con successo – di accreditare il convincimento che la località nella quale venne trovato il cadavere del povero ragazzo fosse nota, nel passato, quale usuale teatro di atti di nonnismo ripetuti e violenti.
A pochi, al contrario, interessò il fatto che tale area – almeno negli ultimi decenni – non era mai stata interessata ad atti di nonnismo, sottraendola quindi automaticamente a quella che era la logica di tali azioni, basata sulla ieratica ripetitività di gesti e luoghi.
Quando il caso cominciò a scemare nell’interesse dell’opinione pubblica, venne adottato un espediente che benché non avesse nulla a che fare con il fatto in se, poteva servire a sollevare altre ondate di indignazione nei confronti dei paracadutisti. Il riferimento è al cosiddetto “Zibaldone”, utilizzato strumentalmente dai media per attaccare in prima persona un Comandante, il Gen.Celentano, che come pochi si era impegnato nel contrasto del fenomeno. Se si fosse trattato di una “fiction” e non della tragica e “vera” morte di un generoso giovane in circostanze sconosciute, ci sarebbe stato quindi da ridere del paradosso. Ma tant’è, e il gioco al massacro continuò indisturbato.
Intanto, i mesi passavano senza sostanziali novità! Di fronte a questo silenzio, quindi, ci fu chi non trovò di meglio che insinuare l’esistenza di pressioni che il Comando del CEAPAR avrebbe esercitato nei confronti dei militari al fine di far loro tacere quanto sapevano (la solita, vecchia, consolante storia dell’omertà dei paracadutisti).
Tanti, di conseguenza, attendevano con ansia il congedamento dei commilitoni di Scieri, nella certezza che, una volta alla larga dalle grinfie dei loro superiori, avrebbero detto quello che effettivamente sapevano, scoprendo il Vaso di Pandora delle bestialità folgorine.
Invece, niente! I ragazzi lasciarono il servizio e la Caserma dimostrando la stessa emozione e commozione di quanti li avevano preceduti e di quelli (pochi, ormai) che li avrebbero seguiti. Quando, la mattina dell’ultimo alzabandiera sfilarono impettiti in testa all’unità, dopo avere lasciato un mazzo di fiori sul luogo in cui Scieri era morto, tradirono chiaramente la nostalgia incipiente per l’ambiente che stavano lasciando definitivamente e non mancarono di esprimere il solito e benedetto affetto per chi restava, commilitoni e superiori.
Di rivelazioni che confermassero la tesi fortemente voluta da tutti, invece, nessuna traccia, anche anni dopo il fatto, nonostante che il CEAPAR fosse stato tenuto a lungo sotto la lente d’ingrandimento della Magistratura Militare e Civile, fosse stato oggetto di ripetute ispezioni ed indagini delle Forze dell’Ordine, nonché meta di visite di Commissioni parlamentari e parlamentari isolati.
In quel periodo, la Gamerra fu anche palestra di un interessante “spirito bipartisan” tra forze politiche contrapposte. Parlamentari dell’opposizione di allora, tra cui una futura Ministro del successivo Governo, non ebbero problemi a farsi scortare in corteo dal centro di Pisa alla Gamerra da un folto gruppo di appartenenti ad un Centro Sociale cittadino con un largo striscione riportante “Omertà: roba da conigli” ed il disegno di un coniglio con un basco amaranto in testa.
Dalla compagnia di quei “disobbedienti” per vocazione e di spinellati imbrattamuri, gli onorevoli non vennero messi assolutamente in imbarazzo.
Non si dissociarono, non si allontanarono, non li allontanarono, sfilarono senza esitazioni con loro per la stessa strada. Entrati in Caserma, espressero senza riserve il loro sdegno con le parole, con il broncio, con gli scuotimenti rassegnati della testolina. Non sentirono ragioni e se ne andarono con l’aria schifata e con la certezza di averci dato una lezione di civiltà.
Poco dopo questi avvenimenti la leva obbligatoria venne abolita con un provvedimento politico trasversale ai due schieramenti, la cui coincidenza sul tema desta qualche sospetto. In altre parole, la società italiana ha voluto emanciparsi dalla coscrizione obbligatoria per avere, col professionismo, maggiore efficienza, o ha semplicemente sperato in uno strumento più contratto, nell’illusione che costasse di meno? A vedere l’andamento dei finanziamenti per la Difesa in questi ultimi anni, paragonati a quelli degli altri Paesi e tenuto conto del nostro pesante impegno in molte operazioni “fuori area”, la risposta sembrerebbe scontata. Ma forse mi sbaglio.
In ogni caso, con la fine della leva tantissimi fustigatori a tempo pieno delle nostre perversioni sono rimasti a bocca asciutta e il nonnismo è sparito velocemente dall’orizzonte, fatto salvo qualche sporadico ritorno di fiamma.
Paradossalmente, invece, la trasposizione in ambito adolescenziale del nonnismo è tornato recentemente agli onori della cronaca con il frequente riproporsi di segnalazioni di episodi di “bullismo” nelle scuole della Repubblica, dove irrefrenabili adolescenti minacciano e molestano (se non peggio) altri compagni di classe o, addirittura, impotenti e spaventatissimi insegnanti. Questa circostanza la dice lunga sulla veridicità dell’equazione sostenuta da molti sedicenti intellettuali del passato (ma ancora pericolosamente in attività) che vedevano nell’anno di servizio militare un periodo di regressione educativa durante il quale il santarellino diventava un animale. E’ vero, magari, esattamente il contrario e c’è da chiedersi allarmati cosa ne sarà dei cittadini del domani, privati di quella scuola di uguaglianza, di educazione e di tolleranza (il termine solidarietà è troppo peloso ed abusato e non lo uso di proposito) che la vita in uniforme assicurava ai loro fratelli maggiori.
Credo, in sostanza, che tra qualche anno il rimpianto per quello che la SMIPAR, poi CEAPAR ed ora CAPAR, ha rappresentato per la formazione e l’educazione di decine di migliaia di giovani cittadini negli ultimi cinquant’anni non sarà esclusiva di qualche impenitente rifondarolo paracadutista come quello che scrive, ma sarà patrimonio condiviso da tutti coloro che hanno veramente a cuore il destino della nostra Italia.
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A cura di Framer
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
Nella categoria: Osservatorio