IL PROBLEMA PALESTINESE ( 1 )
Visto dal Medio Oriente
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Uno dei temi caldi da molti, anzi troppi, anni é il problema palestinese che, pur con grande alternanza di avvenimenti, rimane tuttavia sempre all’attenzione generale.
In questi giorni la situazione vive per l’ennesima volta un fase molto acuta.
Abbiamo così pensato di richiedere al nostro lettore, ormai collaboratore, Paolo Borchetta che da 25 anni lavora e vive quasi stabilmente in Medio Oriente, di inviarci un contributo di pensiero ed una analisi del problema visto dall’interno dell’area.
Ecco il risultato di cui siamo molto grati a Borchetta per la tempestività e, soprattutto , per la profondità e l’acutezza forse preveggente dell’analisi.
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Il problema Palestinese, almeno a detta della maggioranza dei politici internazionali e leaders Medio-Orientali, e’ centrale alla soluzione di una buona parte dei problemi del Medio-Oriente.
Viene spontaneo chiedersi, dunque, se dopo 55 anni sia effettivamente possible raggiungere una soluzione stabile e duratura..
La stampa, di questa e’ quella parte, ci propina da anni (ricordate “da anni ” !), la solita zuppa di « road map », riunioni internazionali, mediazioni e programmi di quella e questa amministrazione (USA e non) per raggiungere un accordo che consenta al popolo Palestinese una dignitosa e pacifica convivenza con il popolo Israeliano.
La creazione di uno stato Palestinese e’, almeno in apparenza, l’obbiettivo finale per garantire la stabilizzazione di una situazione frutto di forzature internazionali di cinquant’ anni fa’, a cui contribuirono fattori come: la necessita’ dell’ Europa di lavarsi la coscienza e le mani; il disgregamento post-bellico dell’ impero Britannico e ultimo ma non meno importante il (bi-centenario) disegno sionista di un Grande Israele (Heretz Israel) che al pari di altre dottrine politico-religiose-estremiste, persegue il sogno (e sembra si dia da fare per realizzarlo) di un Israele che si espanda dal Nilo all’ Eufrate.
Comunque lungi da me l’essere anti questo o quello : l’accenno era solo per ricordare che certe dottrine « universali » di supremazia politico-religiosa , siano Musulmane, Sioniste o Cristiane, sembrano essere alla base di molte delle problematiche internazionali odierne in quanto propongono lo scontro e non il confronto tra civilizzazioni.
Ma ritorniamo ai Palestinesi.
La situazione corrente, la cosidetta Questione Palestinese, pone due principali aree problematiche :
– situazione nei territori chiamiamoli « ufficiali » Palestinesi : il West bank e la Striscia di Gaza;
– situazione dei profughi Palestinesi che ancora vivono nei campi rifugiati sparsi nel Medio Oriente (invito chiunque a visitare uno di questi campi per avere, in primis, una sensazione epidermica di come le condizioni di vita possano, se non giustificare, almeno far pensare a possibili radicalizzazioni).
La prima domanda che viene spontanea e’ : ” cosa aspettano i Palestinesi, il presidente Abbas (alias Abu-Mazin), a dichiarare lo Stato Palestinese ? ”.
Il Kosovo ci ha messo veramente poco tempo a dichiararsi indipendente : i Palestinesi sembra che si prendano un tempo veramente lungo per decidersi.
Non vi pare?
Alla fine della fiera (come si dice a Mantova da cui provengo) , che cosa impedisce di riproporre quello che i Palestinesi hanno adesso (l’autorita’ Palestinese) in una nuova veste di Stato Palestinese?
Questo aspetto e’ quantomeno curioso in quanto se ci si pensa un’attimo, e’ difficile individuare il perche’ si parla sempre di uno Stato Palestinese ma, per qualche oscuro motivo, non si dichiara mai.
Di sicuro il fattore tempo entra, in qualche modo, nell’ equazione.
La rottura tra PLO e Hamas, che pur e’ stato eletto democraticamente nella striscia di Gaza , complica ulteriormente il processo.
La rottura si approfondisce ulteriormente a causa del sostegno USA per Abu Mazin (ed il suo apparente allineamento con le posizioni USA) che si contrappone alla classificazione di Hamas da parte degli USA come organizzazione terroristica.
Questo in pratica (noi guardiamo agli effetti pratici delle azioni, non alla demagogia), chiude ogni possibilita’ di engagement (coinvolgimento) di Hamas in un processo politico ed aumenta, quindi, la radicalizzazione e l’ampiezza della rottura.
La distribuzione geografica delle due aree dei territori Palestinesi (Gaza e West Bank) non aiuta il processo riconciliativo o il dialogo : e’ un po’ come avere una discussione tra Corsica e Sardegna senza che nessuna delle due parti possa visitare l’altra.
Perche’ in effetti i territori Palestinesi sono isole in un mare Israeliano.
Ricordiamoci inoltre le origini di Hamas, organizzazione creata dai servizi Israelinai quale contrapposizione distruttiva allo strapotere del PLO di Arafat e che e’ adesso l’Autorita’ Palestinese di Abu Mazin.
Il risultato netto, quello visibile, e’ ancora il ritardo dell ‘autodeterminazione Palestinese..
A questa realta’ si contrappone Israele.
Noi Occidentali vediamo, o almeno ci viene fatto vedere all’uopo, lo Stato di Israele come una democrazia unita che persegue giustamente il supremo scopo e il diritto all’autodifesa del suo territorio e della sua popolazione contro minacce esterne di attacchi terroristici.
Beh, e’ un po’ come dire che l’ 11 Settembre é accaduto perche’ i terroristi non amano ne la democrazia Americana ne il sistema di vita Americano : un po’ semplicistico non credete ?
La realta’ e’ che Israele vive tensioni interne non meno forti di quelle Palestinesi : queste sono causate dalla convivenza in seno al sistema politico Israeliano di correnti radicali sioniste che si contrappongono al sano Judaismo di altre correnti politiche.
Gli uni per la supremazia sugli Arabi (Musulmani e non) e anche sui Cristiani, ricordiamocelo, gli altri per una pacifica convivenza che, se ottenuta, porterebbe ad un notevole aumento delle aperture economiche verso Est per un paese che, in mancanza di risorse naturali , ha un’economia prevalentemente di trasformazione ed esportazione.
Alla base dell’operato sia politico che militare di Israele, dalla sua costituzione ad oggi, rimane non l’autodifesa, come si crede, ma la soluzione di quello che definiremo il problema demografico.
La teoria del problema demografico, mai proposta come base di analisi in passato , oggi sta trovando sempre piu’ riscontri nelle analisi di alcuni esperti.
Il problema demografico inoltre accomuna, almeno negli intenti, le varie fazioni politiche Israeliane:
cio’ che ha differenziato questi due schieramenti sono le metodologie perseguite nella possibile risoluzione del problema.
Prima di analizzare le metodologie e’ bene focalizzare cosa significa il problema demografico per Israele.
In sostanza significa ” sopravvivenza ” e mantenimento dell’identita’ razziale che e’ alla base della loro identita’ nazionale.
Israele e’ uno stato con una popolazione residente permanente (non quelli che vivono negli USA con doppio passaporto) inferiore a quella di Milano.
Come in Italia il ricambio demografico e’ lento se non in regressione.
Nel 1950 la percentuale della popolazioni nell’ area era del 50.7% in favore degli Israeliani (sostanzialmente 50/50) ; dal 1960 and 1995 la percentuale degli Israeliani era aumentata dal 58.8% (1960) al 71.2% (1970) ; nel 1980 la percentuale era scesa al 61% ; nel 1995 al 56.2% e nel 2005 la percentuale era rientrata nei valori iniziali (1950) del 50.7%.
In sostanza gli Arabi sono piu’ prolifici degli Israeliani.
Di questo passo in un altro mezzo secolo gli Arabi ,quelli ai confini di Israele e quelli dentro Israele, potranno trovarsi in maggioranza demografica con il rischio agli occhi di alcuni Israeliani di minare l’ identita’ Giudaica nazionale se non, per i piu’ radicalizzati, la stessa soppavvivenza dello Stato di Israele.
Una prima teoria e’ che, viste le condizioni economiche dei territori Palestinesi , in caso di pace ed il conseguente l’incremento dell’economia Isreliana (dovuto ad aperture orientali) , le popolazioni Arabe finiscano (sull’onda del boom economico) per riversarsi in Israele e alla lunga costituire un tessuto sociale (come avviene nei nostri paesi Europei) a cui la debolezza demografica Israeliana non riuscira’ a contrapporsi.
Una volta fatta la pace, e riconosciuto internazionalmente lo Stato Palestinese,; sarebbe difficile applicare le attuali politiche di ” concentramento/contenimento ” senza suscitare le ire della comunita’ internazionale ed intaccare le relazioni economiche che ne deriverebbero.
In sostanza, la pace porterebbe al normale flusso etnico che noi, in Europa, stiamo sperimentando.
Una seconda possibile ipotesi e’ quella di uno stato limitrofo con popolazione in aumento, con igenti capitali affluenti (sia Palestinesi che di altra origine Araba) che potrebbe a colonizzare “ economicamente ” il paese vicino (Israele).
Ancora, la colonizzazione economica potrebbe essere il presupposto per una colonizzazione demografica.
Una terza teoria, la piu’ semplice, e’ quella dell’ implosione demografica.
Israele vedrebbe la sua popolazione diminuire nel tempo (al pari altri paesi Europei) e questo porterebbe all’ indebolimento dello stato mettendo a rischio la sua stessa esistenza e sicurezza.
” Israele ” sarebbero i pochi circondati dai tanti di etnia Araba, i Palestinesi in primis.
Poco male se altre dottrine non perseguissero politiche di grande Islam e Cristianita’ e se, storicamente , i Palestinesi non avessero ragionevoli pretese sul territorio da cui sono stati spazzati di forza alcuni decenni fa’.
Israele e’ conscio della sua debolezza a pressioni demografiche : ne consegue che considera questo come un tallone d’Achille che deve essere difeso a qualsiasi costo pena la perdita dell’entita giudaica dello stato stesso.
Le due teorie esposte giustificano, almeno nelle apparenze, il fatto che seppur esista una continua conflittualita’ tra i due poli Israele non ha mai considerato a seguito di varie invasioni e occupazioni (e non solo sul territorio Palestinese) l’aspetto dell’annessione territoriale permanente.
L’occupazione ventennale del Libano ne e’ un chiaro esempio.
Israele non puo’ permettersi di annettere territori di etnia non Giudaica pena rilevanti pressioni demografiche sulla popolazione Ebrea.
Gerusalemme e le alture del Golan non rientrano in questa teoria avendo l’una un profondo significato di identita’ storica e l’altra un profondo contenuto strategico per la stato di Israele.
La politica a suo tempo di richiamare Ebrei da fuori, specialmente dai paesi dell’ex blocco Sovietico ma anche dall’Africa , non ha dato i risultati sperati.
Ed il problema rimane irrisolto.
Focalizzato il problema demografico , una teoria che sta sempre piu’ prendendo piede é che il tempo sia usato come fattore tattico nella risoluzione (o non risoluzione) della questione Palestinese.
Prendere tempo in vari modi garantisce, almeno sulla carta, ad Israele di evitare le rilevanti pressioni demografiche che potrebbero scaturire da una soluzione finale del problema che é l’autodeterminazione dello Stato palestinese.
In sostanza la situazione di conflittualita’ sarebbe, almeno al momento, il minore dei problemi in quanto elimina o almeno posticipa problematiche relative al problema demografico per le quali , per il momento appunto, Israele non ha risposte concrete.
Varie teorie piu’ o meno radicalizzate propongono chiavi di lettura dei fatti accaduti negli anni recenti.
Si ipotizzano possibili collusioni dei servizi Israeliani con Abu Mazin e anche con Hamas al fine di ritardare il processo con apparenti problematiche interne Palestinesi.
Ricordiamoci che la striscia di Gaza (oggi in mano ad Hamas) e’, a mia opinione, l’unica reale collocazione di uno Stato Palestinese che abbia qualche speranza di successo economico avendo uno sbocco sul Mediterraneo.
I piu’ radicali ipotizzano che il muro di contenimento, i continui attacchi, abbiano l’obbiettivo di far implodere la societa’ Palestinese al fine di ristabilire con la forza l’equilibrio demografico.
Non mi pronuncio.
Rimane il fatto che il processo di autodeterminazione dello Stato Palestinese e’ stranamente lento senza apparenti motivazioni.
Non reputo efficaci le mediazioni di certi paesi Arabi come Egitto o del Golfo in quanto, sia per motivazioni economiche sia per dipendenze dagli USA , possono essere influenzate a sposare la teoria del ritardare invece che accelerare una soluzione.
Il problema dei rifugiati Pelestinesi che attualmente vivono al di fuori dei territori , a mia opinione, non trova completa soluzione nella costituzione di uno Stato Palestinese, almeno nelle condizioni territoriali attuali.
In sostanza sono troppi per essere riassorbiti : la Palestina non puo’ contenerli.
Sono dunque un moltiplicatore del fattore rischio demografico per gli Israeliani ed un problema irrisolvibile esclusivamente dai Palestinesi stessi.
Sono dunque un’altro fattore di stallo.
Se la politica internazionale, specialmente quella Araba, continua a trombettare sul problema Palestinese ha anche la colpa di non portare soluzioni fattibili al problema dei rifugiati.
I Palestinesi nel mondo Arabo, ” tutti li amano, ma nessuno li vuole ”.
Questa e’ la nuda e cruda verita’.
La soluzione, dopo 50 anni, del problema dei rifugiati sta’ parzialmente nella costituzione dello Stato Palestinese e, maggiormente, nell’ Integrazione dei Palestinesi in altri stati Arabi.
In questo il Re Hussain di Giordania aveva visto lontano.
Tramite l’integrazione dei Palestinesi fuoriusciti, dandogli un’ entita’ nazionale giordana (con passaporto), ha evitato che le segregazione portasse alla nascita di estremismi come accade in altri paesi.
Ha inoltre assorbito nel tessuto sociale giordano una notevole potenzialita’ in risorse umane.
Non dimentichiamoci che i Palestinesi gestiscono parecchie economie del Golfo a livello manageriale.
La segregazione dei rifugiati ha il solo effetto di radicalizzare il problema e gli animi : basta visitare un campo rifugiati per capire il perche’.
Di sicuro se il tempo é diventato arma tattica e se la teoria demografica risultasse valida potremmo non vedere uno Stato Palestinese per anni a venire.
Al tempo stesso, sempre che la teoria si dimostri valida, una soluzione possibile sarebbe di utilizzare il fattore demografico come arma di accelerazione del processo da parte Palestinese.
E qui’ mi permetto, umilmente, di proporre uno scenario ipotetico in cui Abu Mazin la settimana prossima dichiarasse di non volere piu’ uno stato Palestinese ma di volersi integrare, come comunita’, nello Stato di Israele.
Sarebbe interessante vedere cosa succederebbe………………….
Di sicuro qualcuno si dovrebbe trovare a scegliere tra il minore dei mali: uno Stato Palestinese indipendente.
Paolo Borchetta
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A cura di Framer
per conto di OSSERVATORIO del sito www.congedatifolgore.com
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