DIRITTO DI REPLICA
Ancora sul ” caso Scieri “
Ci eravamo ripromessi di non ritornare ulteriormente sul ” caso Scieri ” a meno di fatti o circostanze nuove che in qualche modo possano condurre all’accertamento della verità.
L’intendimento nella convinzione che senza appunto fatti nuovi si possa essere indotti involontariamente solo a recare danno al buon nome della ” Folgore ” e questa é veramente l’ultima delle nostre intenzioni.
Tuttavia, avendo ricevuto la lettera che pubblichiamo integralmente a seguire nella quale il nostro lettore Iller Frasson si appella al ” diritto di replica ” avendo lui rilevato nell’intervento ultimo del Generale Marco Bertolini alcune affermazioni non proprio benevole su quanto già da lui sostenuto, non possiamo assolutamente mantenere l’impegno ……….preso con noi stessi.
Impegno che - dopo questa pubblicazione - manterremo perchè ora é dichiarato pubblicamente : a meno di fatti o circostanze nuove e significative non torneremo più sul ” caso Scieri “.
Una ultima considerazione comunque su questo dibattito che ha visto impegnate persone serie e responsabili, alle quali ci sentiamo di appartenere: il sentimento ultimo é stato quello di individuare le modalità per la ricerca di una verità difficile attraverso percorsi diversi.
Ci sia consentito di non concludere, per una volta, con il nostro ” Folgore” da paracadutista, ma di rubare alla fanteria il motto dei gloriosi fanti della “Sassari” : quel FORZA PARIS che nel loro simpatico quanto ostico dialetto sardo significa appunto AVANTI CON FORZA TUTTI INSIEME!
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Caro Merlino,
ho letto l’intervento del Generale BertoliniI che commentava le considerazioni da me espresse sul ” caso Scieri ” e credo che mi vorrai cavallerescamente concedere il diritto di replica anche se ti rubo un po’ di spazio.
La comunicazione è sempre una cosa complessa soprattutto quando avviene a distanza e per iscritto priva cioè dell’espressione fisionomica e del tono che la completano naturalmente e che le conferiscono maggiore profondità.
Mi duole innanzitutto che il Generale Bertolini che non ho il piacere di conoscere personalmente, ma di cui non discuto la pubblica stima, abbia dato un significato diverso a quanto ho scritto, che mi neghi, al contrario di quanto faccio io con lui, perfino il civile appellativo di “signor” concedendo giustamente a te quello di “Comandante”, ed in ultimo che faccia una distinzione veramente ingiusta e fuori luogo tra “noi” e cioè chi condivide le sue opinioni e “voi”, che, da come è scritta, dà veramente la sensazione di una marcata differenza tra chi ama l’Istituzione (lui) e chi no (noi).
Non è così.
Se spendiamo il nostro tempo libero a parlarne oltretutto come tu mi riconosci, con toni pacati, è proprio perché l’amiamo al punto spesso da metterla al di sopra della nostra vita privata e con essa tutte le altre, e sono certo che nell’intimo il Generale Bertolini lo percepirà in proposito lo invito a leggere anche quanto scrissi già nel Settembre 2007 sul sito.
Ho avuto l’onore ed il piacere di far parte sia pure per pochi anni della mia vita dell’Esercito Italiano con il grado iniziale della classe Ufficiali anche se ormai sono passati quasi trent’anni ed una delle cose che ricordo con orgoglio è il concetto della responsabilità oggettiva.
Mi hanno insegnato a sentirmi sempre responsabile di TUTTO ciò che succedeva nella mia area di competenza; di TUTTO ciò che faceva il personale subordinato.
Era faticoso, alle volte impossibile, ma l’ho preso come un insegnamento prezioso e come un valore che mi porto dentro gelosamente e che ho traslato anche nell’Istituzione a cui mi onoro di appartenere oggi: la Polizia.
Ricordo ancora gli ultimi giorni del Corso Ufficiali quando il Colonnello Comandante mi chiamò insieme agli altri colleghi che come me, impegnandosi al massimo non avevano mai ricevuto punizioni e ci affibbiò un giorno simbolico di consegna semplice dicendoci: ” la perfezione non esiste: se voi non avete mai ricevuto punizioni non è perché non avete mai commesso infrazioni ma perché nessuno dei vostri superiori non se ne è mai accorto “.
Lì per lì rimasi deluso.
Solo dopo capii quale grande insegnamento morale ci era stato impartito.
Il Generale Bertolini usa le parole: “omertà”, “nidi di serpi”, “certezze radicate”.
Tutte parole che io non ho mai usato e che non riflettono i concetti espressi oltretutto senza alcuna pretesa di sentenze ma come semplici riflessioni su di una vicenda che ufficialmente non ha visto individuare alcun responsabile.
Non ho mai dato nemmeno l’impressione di avere delle certezze, men che meno radicate, al contrario ho parlato di “ipotesi favorevole all’Istituzione”.
Ho espresso chiaramente anche altri concetti importanti.
Innanzitutto ritengo errato parlare per categorie: i Paracadutisti, il CAPAR, la Specialità.
I Paracadutisti sono una Specialità dell’Esercito Italiano che fa parte delle Forze Armate che sono una delle Istituzioni dello Stato i cui appartenenti fanno tutti lo STESSO IDENTICO GIURAMENTO.
In secondo luogo i mali che eventualmente affliggono indistintamente queste Istituzioni sono i mali del popolo italiano.
Sicuramente OVUNQUE le persone perbene sono numerose ma ogni società ed ogni gruppo sociale ha in sé una devianza: è fisiologico, nessuno è perfetto.
Per quanto riguarda poi il concetto di omertà, parola forte usata nel titolo del libro da due genitori angosciati da un dolore che li accompagnerà fino alla fine dei loro giorni, è bene intendersi sul significato ed anche qui credevo di essere stato chiaro, ma cercherò di spiegarmi meglio.
Anche la nobile e sana Istituzione a cui appartengo ora, tra molti momenti belli ha avuto qualche episodio buio.
Uno di questi episodi è stato il caso dei delitti della ” uno bianca a Bologna “.
Si poteva evitare?
Si poteva accorgersi prima che quei colleghi più di qualche volta adottavano quei comportamenti che pur non avendo rilievo penale erano l’anticamera di fatti più gravi e segnalarli?
Io credo di sì e lo dico per tutte le Istituzioni ove alle volte prevale un malinteso senso di solidarietà-indulgenza o la voglia di non entrare in conflitto con nessuno.
Ed in un passaggio delle tante requisitorie al processo per quei fatti il Pubblico Ministero stigmatizzò tale aspetto.
Infatti il Questore di Bologna venne avvicendato nell’incarico così come lo sarà quello di Genova dopo il G8 e come pagheranno i nostri Dirigenti che hanno mancato per debito di vigilanza sull’operato del personale dipendente in quella circostanza.
Negli anni ‘90 il Capitano dei Carabinieri Antoine D’Ambrosio in servizio presso il 7° Battaglione “Trentino – Alto Adige” venne sospeso per aver danneggiato la statua della Virgo Fidelis in caserma ed aver percosso un gatto buttandolo in un cassonetto e solo l’aver dato importanza a questi fatti apparentemente banali consentì poi di individuare una personalità distorta responsabile di gravi maltrattamenti familiari con infanticidio.
La parola omertà forse è inesatta, forse è più appropriato il termine trascuratezza, ma la verità è che se tutti fossero più attenti qualche (non dico tutte) tragedia si sarebbe potuta evitare.
Il Generale Bertolini parla poi di scuse nei confronti dei Carabinieri per aver “osato” .
Non mi sono scusato affatto perché non ho offeso nessuno, né i colleghi Carabinieri, né il CAPAR.
Non si può essere dei tuttologi ed il fatto di possedere ottime basi di qualsiasi professionalità non fa di nessuno un esperto di tutti i settori della stessa.
Il fatto che il Generale Bertolini sia persona colta, intelligente e conosca perfettamente l’arte militare non lo rende sic et simpliciter un esperto di guerra in montagna o di corazzati, così come il fatto che io conosca bene il Codice della Strada non mi rende in grado di rilevare domani un maxitamponamento a catena con dieci morti su quattro corsie.
I colleghi del Tuscania hanno sicuramente ottime basi della doppia cultura (militare e di polizia) ma ciò non li rende automaticamente degli esperti investigatori od agenti sotto copertura, non perché non ne abbiano le qualità, ma perché le loro esperienze attualmente sono in altro settore.
Ecco perché non era opportuno affidare a loro o solo a loro l’indagine.
E poi vi erano anche motivi di opportunità.
Gli stessi che fanno sì che quando avviene un fatto di rilievo penale che coinvolge una Forza di Polizia, le indagini ed i rilievi tecnico-scientifici vengano affidati ad un’altra.
Infatti è andata a finire come è andata a finire.
Ho l’impressione poi che quando si parli di questo caso gli intervenuti non abbiano nemmeno letto il libro o se lo hanno fatto l’abbiano fatto con fastidio e disprezzo.
Esso mi pare contenga non dei teoremi ma delle considerazioni che possono anche essere sbagliate ma sono in ogni caso basate sulle risultanze di atti processuali a fascicolo, quindi con rilievo giudiziario.
Veniamo ai fatti.
Vi sono riportate una serie di atti di violenza su reclute dal 1995 al 1998 che indicano chiaramente l’esistenza della pratica del nonnismo su cui ho già espresso il mio parere.
E’ un fatto che molti Ufficiali di tutte le Forze Armate consideravano il nonnismo un utile fattore addestrativo.
Personalmente penso sia stato un errore.
Ci sono mille modi per far rispettare la gerarchia, per vincere l’indolenza, per stimolare la reattività, per addestrare del personale a far uso delle armi, ad uccidere o a rischiare di farsi uccidere.
Che la vita militare sia aspra e dura non significa debbano mancarvi valori come l’educazione ed il rispetto o che il potere direttivo debba venire delegato ai ruoli subalterni e forse se si fossero fatti funzionare più spesso la Polizia Militare ed i Tribunali Militari, sarebbe stato meglio per tutti.
Il funzionamento dei servizi di caserma, a quanto descritto, lascia perplessi sull’effettivo controllo del personale da parte degli Ufficiali.
Un corpo che rimane all’interno per tre giorni fino quasi ad arrivare allo stato di decomposizione senza che nessuno se ne accorga.
Due referti autoptici che divergono anni luce uno dall’altro.
In quello della Procura si parla di pochi minuti di agonia con posizione corrispondente all’impatto.
In quello dei periti di parte si parla di un’agonia di quattro – cinque ore con posizione modificata e tutta una serie di lesioni particolari.
Le dichiarazioni che all’inizio parlano di disgrazia o suicidio, escludendo il nonnismo.
Si arriva perfino a dire che forse lo Scieri era salito sulla torre perché il cellulare non prendeva.
Il Generale Celentano che poi si domanda pubblicamente “che cosa sarà venuto a fare questo ragazzo laureato di 26 anni nella Folgore”, come se i soldati più ignoranti fossero e meglio era.
Nobile gesto poi quello di visitare il personale dipendente nei giorni di festa ma forse non alle 05:30 e nel libro si parla di “ispezioni straordinarie”, non di visite.
Il fatto poi che non risulti chiarito chi e perché telefonò dalla Gamerra all’abitazione dal Generale Celentano dal suo cellulare di servizio alle ore 23:48 del venerdì sera è una grave lacuna inquisitoria.
Non ritengo scandaloso il contenuto dello “Zibaldone”.
Anzi.
Vi sono scherzi da ufficio che circolavano ovunque da tempo e colte citazioni.
Il grave è che lo stesso Generale abbia speso il suo tempo per redigerlo e inviarlo formalmente ai comandi dipendenti.
Era il sintomo di un disagio nella difficile gestione del personale di leva che doveva essere ascoltato e approfondito.
E allora mi pare più appropriato dire che se si sono verificati episodi come quello dei Caporali Istruttori che fanno viaggiare le reclute da Siena a Pisa d’estate con il riscaldamento dei pullmans al massimo senza toccare lo schienale ed altre amenità del genere non si può negare che nell’ambiente fossero concettualmente tollerate e non si può poi stupirsi se qualche volta ci è scappato il ferito grave od in questo caso il morto e negare le responsabilità per gli errori commessi.
Per concludere: nessuno ha mai detto o pensato che le Forze Armate e la Folgore in particolare siano un nido di serpi pericolose o che gli Ufficiali, Sottufficiali e militari siano degli omertosi, ma semplicemente che talvolta taluno ha approvato sistemi addestrativi, formativi e disciplinari sbagliati e che questi errori hanno avuto col tempo conseguenze sempre più gravi.
Credo sia corretto dire che il concetto di responsabilità oggettiva con il tempo è divenuto meno rigoroso e che il sistema disciplinare (non quello dei piegamenti sulle braccia, e dei calci nelle costole, ma quello dei Carabinieri, dei giudici e dei Tribunali Militari) è divenuto meno efficace e meno utilizzato e che in definitiva, l’errato concetto di solidarietà verso il collega e l’amor di pace, è spesso un errore e questo vale per tutti.
Qui si parla dell’Istituzione Militare perché il fatto la riguarda, ma vorrei che si capisse che il problema non è solo in essa ma in tutta la società italiana e tutti debbono fare di tutto per risolverlo senza indulgenza verso niente e nessuno.
Gli episodi di bullismo nelle scuole sono quotidiani.
Nella ditta chimica MONTEDISON della mia città era comune lo scherzo ai nuovi operai assunti di avvicinare di soppiatto all’ano l’ugello di un potente compressore d’aria per soffiarla negli intestini causando per reazione fragorosa flatulenza, finchè un giorno qualcuno ha esagerato facendo lacerare quelli di un ragazzo.
Per cosa?
Per fare quattro risate?
Per insegnargli a rispettare gli anziani?
Per insegnargli che lì si deve lavorare sodo?
Anche lì, dopo la morte, la meraviglia e il “non si sapeva”.
Gli anni ’90 sono stati pieni di fatti che hanno anche evidenziato gravi problemi nell’ambiente militare e se qualcuno ha usato il temine omertà è stato forse anche per il caso del Generale Carmine Fiore che si ostinò a fornire una versione diversa dalla realtà nel caso Alpi-Hrovatin e definito bugiardo dai genitori delle vittime, si ostinò a querelarle venendo condannato.
Il risentimento del Generale Bertolini mi pare comunque indice di onestà e genuinità, e proprio partendo da questa considerazione mi permetto di suggerire a tutte le persone oneste, preparate e laboriose facenti parte non solo di una Specialità ma della parte sana dei cittadini italiani di essere molto attenti a chi si concede la propria fiducia.
Oggi nonostante la maturità umana e professionale, è infinitamente più facile di ieri trovare clamorose amare sorprese.
Non mi piacciono i misteri, è proprio per questo che vorrei sapere come tutti chi ha causato la morte di Emanuele.
Lasci quindi da parte il sarcasmo e pensiamo se Emanuele fosse stato nostro figlio: morto per stupidità senza un colpevole all’interno di una delle più prestigiose Istituzioni dello Stato, in tempo di pace e senza la possibilità di procrearne altri.
Non so se ce l’avrei fatta a non impazzire di dolore.
Mi sia consentito infine uno sfogo amaro ed una constatazione di inefficienza dello Stato: se Emanuele fosse stato di un’altra famiglia ed invece che siculo fosse stato calabrese, alla luce dei fatti di quest’ultimo anno si può verosimilmente affermare che il colpevole sarebbe stato trovato e punito con il massimo della pena al massimo nel giro di una settimana.
Cordialmente
Iller Frasson
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A cura di Framer
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