EL ALAMEIN

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Pubblicato il 27/12/2020

1946 : RIMPATRIO DOPO LA PRIGIONIA- RITORNANO I PIU’ CATTIVI

4 GENNAIO 2012 – Il mio secondo Padre, il direttore e co fondatore di questo giornale, Emilio Camozzi, paracadutista di El Alamein , radiotelegrafista nel raggruppamento Ruspoli, muore dopo avermi regalato anni di idee, cultura, affetto, iniziative, stimoli. Ecco uno scritto inedito in questa nuova versione del nostro giornale, per ricordarlo degnamente.

1946 : RIMPATRIO DOPO LA PRIGIONIA: RITORNANO I PIU’ CATTIVI
24 Feb 2005
Autore: Par. (El Alamein) Emilio Camozzi

Noi ultraottantenni, siamo stati, volenti o nolenti, testimoni di quanto avvenuto a Trieste nel primo decennio successivo alla guerra. Purtroppo alla nostra età i ricordi giacciono alla rinfusa nel calderone del tempo, coperti dal velo dell’oblio, e a volte, rimestando rimestando, qualcuno viene a galla, ma così, alla buona ,
senza ornarsi degli orpelli che possono dar loro una consistenza tale da poter entrare a far parte della storia, anche se forse un posticino se lo meriterebbero. E le date…Dio ce ne guardi! E i nomi dei protagonisti…?Qui la faccenda si complica. Non li ricordi più, ed è il male minore. Non sai se sono vivi o morti quindi non sai quali coniugazioni usare, se il presente, l’imperfetto, il passato o il passato remoto. Se sai che sono vivi, non li devi nominare perché la legge te lo vieta. Purtroppo non ho il carattere talmente forte da riuscire a fregarmene di un imposizione che tutto sommato ha del logico. Che diritto ho io di citare uno che non vuole essere citato, specie se ha cambiato idea. Di questi ce n’è più di qualcuno che meriterebbe di essere citato. Ma chi me lo fa fare di frugare in un vespaio che mi procurerebbe, alla meno peggio, qualche fastidioso bubbone.
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Tutto ebbe inizio,per me, nel 1946.
Il momento del rimpatrio era finalmente arrivato. Solo ora, in fila con gli altri con le mie povere cose, me ne rendevo conto. Non avevo voluto crederci finchè non mi ero visto fuori dal cancello principale del campo e un inglese non aveva dato di catena e lucchetto il grande cancello. Dentro non c’era più nessuno. Eravamo gli ultimi perché considerati i più cattivi. Ma essere i più cattivi in un Fascist Criminal Camp
non è facile. Dovevamo averne combinate di cotte e di crude. E pensare che noi ritenevamo di avere la coscienza a posto!.Avevamo solo preteso di non indossare la divisa del nemico. La guerra era finita da un anno e mezzo, e nessuno sapeva dirci perché non ci mollavano. Non eravamo di nessuna utilità per gli inglesi i quali, per indurci a lavorare, avrebbero dovuto avere a disposizione almeno un divisione di aguzzini. Non penso che in Italia avessero paura di quelle poche migliaia di poveri cristi che, debilitati nel fisico e nel morale, si accingevano a reinserirsi in una società per la quale credevano di avere speso con onestà i migliori anni della propria vita, e che invece era pronta a riceverci a calcioni in faccia. Dell’Italia sapevamo solo ciò che gli inglesi ci propinavano a piccole dosi, naturalmente elaborate a loro uso e consumo, a cui non prestavamo fede, preferendo crogiolarci nella nostra consapevole ignoranza. Il sentore di qualcosa non confacente con le nostre idee ci era arrivato tramite due giornali, e dico due per indicare il numero totale, che non so in qual modo erano riusciti ad entrare in campo. Erano “La Rivolta ideale” e l’”Uomo Qualunque”.Già il linguaggio da loro usato usciva dai canoni giornalistici cui eravamo abituati. Fa un pò leggere lo stesso giornale a cinquemila persone assetate di notizie ed intrise di rabbia quadriennale e giudica se gli ultimi quattromilanovecento abbiano la possibilità di riuscire a leggere qualcosa .Eppure i due giornali hanno fatto tre volte il giro del campo, non fosse altro che per fare un dispetto agli inglesi. Ora che era per noi giunto il momento della verità, pensavamo al ritorno come occasione per riabbracciare i nostri cari. C’era poi l’ossessione di quattro anni di forzato puritanesimo. Gli indirizzi delle case di tolleranza di tutta Italia erano il best seller del campo. Credo che nessuno abbia mai affrontato questo grosso problema, nè sotto il profilo sociale nè sotto quello medicale. Più di qualcuno ha subito danni per questa dannata astinenza. Poche erano le fidanzate che avevano avuto la pazienza di attender il ritorno del loro uomo, ed era comprensibile la loro scelta. La mia si era lasciata andare al fascino degli americani. Mio fratello mi aveva scritto che, insospettito, l’aveva pedinata e l’aveva vista entrare in un albergo con un americano. Lasciava a me decidere cosa pensarne. Dopo sei anni di eterei ed incontaminati amori, fui costretto a mollarla. Ed ora, fra i tanti problemi, c’era anche quello dell’approccio ad una nuova donna, cosa in apparenza facile a risolversi tramite le famose case, ma per me estremamente improbabile in quanto prima della guerra l’avevo sempre evitato non potendo sopportare il mercimonio ed il pensiero
della facilità ed universalità del possesso. Gli autocarri che dovevano portarci a Port Said si erano intanto avvicinati. Prendemmo posto a gruppi di trenta.
Gli ultimi, per poter entrare, avevano bisogno di una energica spinta poiché eravamo un pò troppo stipati. Nessuno protestava come avremmo fatto di solito. L’ansia della partenza era tale che avremmo accettato anche di essere inscatolati. Passammo fra fatiscenti villaggi fra l’indifferenza generale. A nessuno fregava niente di quella interminabile carovana di straccioni che nulla dava e nulla chiedeva. Consci delle passate esperienze, avevamo riempito di acqua tutti i recipienti di cui disponevamo.
Arrivammo a Port Said nel pomeriggio. Ci portarono direttamente al porto, e da lì, con zatteroni, all’incrociatore Duca degli Abruzzi ed alla motonave Miraglia ancorati in rada. A poppa avevano issato, come è obbligatorio , la bandiera di rispetto. Non ho la minima idea di come funzioni l’apparato che gestisce le lacrime e la quantità che uno ne ha a disposizione per esternare i propri dolori o le proprie emozioni.
Alla vista della bandiera e delle navi, ossia un pezzetto di Patria, non ce n’era uno che non avesse le lacrime che cercavano di scendere tra le croste formate dalla sabbia mista a sudore formatesi in viso durante i viaggio. In quegli ultimi giorni le lacrime l’avevano fatta da padrone. Erano lacrime positive ed ognuno di noi le lasciava sgorgare a piacimento fregandosene se non si addicevano a soldati. La tempra militare si era logorata negli anni con il dissolversi della divisa e con la psicoterapia anglosassone, che sapeva ridurre in stagno anche l’acciaio. La Miraglia era una motonave da carico altissima che un giorno si era montata la testa ed aveva preteso , in un impeto d’amor patrio, di divenire portaerei. Invano architetti ed esperti militari avevano tentato di accontentarla, ma vista l’impossibilità dell’impresa, avevano desistito a metà lavori, per cui, gravata di sovrastutture non previste dai progetti iniziali, tendeva a beccheggiare anche quando una barca a remi le passava vicino. Solo quando cominciammo a salire le interminabili scalette che portavano in coperta ci sentimmo di poter dire:”Qui siamo finalmente a casa nostra”.Pensavo fosse vero anche per me, senza rendermi conto che la mia famiglia si era trasferita a Trieste. Come si arrivava in coperta, i marinai ci indicavano dove potevamo prendere posto. Al mio gruppo tocco il portellone di una stiva. Queste erano già stracolme, ed il resto degli ex prigionieri doveva adattarsi in coperta
piovesse o no, sopra coperta. Sistemai alla bellemeglio la mia strappatissima coperta, tanto per delimitare il mio territorio. Mi accingevo a dormire quando dalla stiva cominciarono a salire urla. Gli occupanti si lamentavano
per la mancanza d’aria, e pretendevano l’apertura dei boccaporti. Ormai la coperta era colma ed ogni movimento era impossibile Credo che i marinai siano riusciti a risolvere il problema, perché all’arrivo ritrovai tutti i miei camerati vivi ma un pò emanciati. Passai così, dopo quattro anni, la mia notte in una parvenza di Patria
e senza l’incubo delle sentinelle. Felice!!!
Talmente felice e stanco che non mi accorsi neppure della partenza della nave. Fui svegliato da una voce che urlava
“Terra, terra”. Era l’alba e non mi rendevo conto di dove mi trovavo nè cosa facevo. Molto lontano si intravvedeva una indistinta forma montagnosa, che poteva essere terra ma anche una nuvola o solo fantasia creata dal folle desiderio di toccare la nostra terra. Chi gridava col groppo in gola “Italia”, chi giurava si trattasse della Calabria. Il siculo aveva riconosciuto senza ombra di dubbio la sua Sicilia. Un marinaio che passava per di là disse “Isola di Creta”. Tutte le voci si acquietarono di colpo. Vivevo quel
rimpatrio come un incubo. A venti anni ero andato sotto le armi. Ora ne avevo ventisei. Le vicissitudini sofferte in sei anni di vita militare avrebbero dovuto far di me un uomo duro, preparato a qualsiasi traversia, pronto a qualsiasi cimento, indifferente a tutto quanto succedeva attorno a me. Invece ero oppresso da un senso di colpa, quasi fossi stato io il colpevole della guerra perduta, il responsabile delle migliaia di caduti e dello stato attuale della situazione italiana.

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