LA STORIA DEI PARACADUTISTI E NON SOLO

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Pubblicato il 31/05/2020

9 SETTEMBRE MUORE IN SARDEGNA IL COLONNELLO BECHI LUSERNA

9 SETTEMBRE MUORE IN SARDEGNA IL COLONNELLO BECHI LUSERNA
Sabato, 9 Settembre 2006

UNA DELLE PRIME VITTIME DELL’8 SETTEMBRE: IL COL BECHI LUSERNA


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Tra le immagini delle tragedie che l’armistizio ha lasciato in eredità, non è certo secondaria quella della Sardegna, dove si conumò uno degli episodi più dolorosi per i Paracadutisti

Presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, l’Archivio Centrale dello Stato, i National Archives di Londra ed il Bundesarchiv di Coblenza, sono stati ricostruiti documenti e trovate informazioni sulla morte del tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, capo di stato maggiore della divisione paracadutisti “Nembo”.


I VERTICI DELL’ESERCITO SAPEVANO DELL’ARMISTIZIO DA DIVERSI GIORNI

Il 3 settembre 1943 si presentò al generale Antonio Basso, comandante delle Forze Armate della Sardegna, un ufficiale proveniente da Roma, latore di un singolare quanto segretissimo documento: la famosa “Memoria 44”, che poneva sull’avviso circa possibili azioni tedesche contro le Forze Armate nazionali. La sera dell’8 il generale incontrò il generalleutnant Carl Hans Lungerhausen, comandante della 90ª Panzer Grenadier Division, schierata nell’isola da luglio.

Lungerhausen riferì a Basso l’invito del Maresciallo Kesserling a denunciare l’Armistizio e proseguire la guerra al fianco della Germania. Basso declinò fermamente. La notte le colonne tedesche si misero in moto.

La mattina del 9 a La Maddalena i tedeschi si impossessarono della piazza, dopo un violento scontro a fuoco: la temporanea occupazione costringerà la squadra da battaglia italiana, partita notte tempo da La Spezia e Genova per la base navale gallurese, ad invertire la rotta, esponendola all’attacco di una formazione bombardieri tedeschi che riusciranno ad affondare la Corazzata Roma.

La marcia dei tedeschi continuò il 10. Basso, almeno sulla carta, disponeva di forze consistenti: le Divisioni di fanteria Sabauda, Calabria e Bari, i reparti costieri e la Divisione paracadutisti Nembo, al comando del Generale Ercole Ronco, giunta in Sardegna nel giugno 1943, una unità con personale ben equipaggiato ed addestrato, fortemente motivato, erede moraledi quella gloriosa Folgore quasi annientata a El Alamein.

L’imminente capovolgimento delle alleanze turbò gli uomini.

COME MORI’ BECHI LUSERNA

Così il Diario Storico della Divisione, custodito presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito:

“Defezionano i seguenti reparti incolonnandosi con le truppe della Divisione Tedesca in partenza dall’Isola:

XII battaglione del 184° Reggimento comandato dal Maggiore Rizzati;
un plotone mortai da 81; una batteria del 184° Reggimento artiglieria facenti parte del Gruppo Tattico “Rizzati”.

Viene dato ordine dal Generale Comandante di sbarrargli la strada di Samassi al bivio Villa Santa”.

Ad assumersi il gravoso compito di ricondurre nei ranghi la colonna “Rizzati” fu il Tenente Colonnello Alberto Bechi Luserna, ufficiale di elevate qualità militari ed umane, distintosi ad El Alamein al comando del IV Battaglione Folgore.

Così il Diario Storico: «Nel tardo pomeriggio il capo di stato maggiore Tenente Colonnello Bechi, di ritorno da Bortigali, viene fermato ed ucciso da un gruppo di dissidenti paracadutisti capeggiati dal Capitano Alvino».

Qui si inserisce la Testimonianza del Tenente Lucio Grimani, triestino, che comandava il posto di blocco, nelle vicinanze del comando.

Dice Grimani, a discolpa di “Alvino”:

Vedemmo arrivare la camionetta del Generale. Lui iniziò a parlare al posto di guardia cercando di convincerlo a farlo passare per parlare ai Paracadutisti e farli rientrare nei suoi ranghi. Volarono parole grosse con il capitano ALVINO. Bechi , sospinto da Alvino
rientrò sulla campagnola, spostando con la mano la canna di un mitra
portando la mano sulla fondina della pistola, nervosamente.
Lo stesso fece uno dei Carabinieri che lo scortavano
Seguirono gli spari.”

Altre parole si affiancano a quelle del paracadutista Loris Muratori, in forza proprio al XII battaglione del Maggiore Rizzati, testimone oculare di quei momenti.

Questi nel 1980, sentendo approssimarsi la fine, stese una particolareggiata relazione dei fatti. Per anni sepolta negli archivi dello Stato Maggiore dell’Esercito, è stata recentemente recuperata. Questa la sua versione:

“Il Colonnello entra liberamente nell’accampamento. Stiamo tutti bivaccando in attesa del ritorno del maggiore Rizzati e dei Sottotenenti Felaco e Gorretta i quali erano andati su a Macomer a vedere cosa impediva il passaggio. Stava bruciando qualcosa, le fiamme erano altissime. L’auto del Colonnello, una campagnola guidata da un carabiniere, si ferma.

Si odono voci concitatissime. Sentiamo e sento la voce del capitano Alvino che grida. Molti di noi lo conoscono da tempo. Tutti gli vogliono bene per noi è un simbolo. Rimaniamo allibiti. Il Colonnello senza fiatare porta la mano al petto indicando le mostrine. Quel gesto gli fu fatale. Fu questione di un attimo. Udii distintamente il capitano ordinare il fuoco e contemporaneamente sparare lui stesso con la pistola. Partirono due raffiche di mitra. Il colonnello trovandosi in piedi sulla campagnola fu raggiunto da tre colpi di pistola al petto. Una raffica di mitra lo segò in due all’altezza del cinturone e fu la fine”.

Trascriviamo la testimonianza dello stesso Maggiore Rizzati, inviata a Mussolini nell’autunno di quel 1943, emersa fra le carte della Segreteria particolare del Duce, custodita nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma: “Ero stato informato che a 5 km, discosto tra le colline, andava ammassandosi dell’artiglieria fedele a Badoghlio per distruggerci ed ero stato avvisato che il comando era del Colonnello Bechi Luserna.

Il Bechi accorse con la sua automobile per parlare ai paracadutisti e convincerli a ritornare nei ranghi dell’esercito badogliano. I miei uomini lo uccisero e ferirono tre dei carabinieri che lo accompagnavano

Il colonnello Bechi Luserna aveva pagato con la vita un gesto repentino verso il fodero della pistola, che uno dei Paracadutisti di guardia interpretò come minaccioso.

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