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Pubblicato il 06/03/2026

I NUMERI DEGLI ATTACCHI DELL’IRAN VERSO I PAESI ARABI

recensione di Antonello Gallisai

Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, la campagna aerea condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli Stati del Golfo sono stati bersagliati da missili balistici e droni lanciati verso i loro territori,riuscendo a saturare talvolta le difese aeree , con una combinazione di razzi, droni e velivoli con pilota.




Tra i paesi coinvolti, gli Emirati Arabi Uniti risultano essere quello che ha registrato il numero più elevato di attacchi. Le difese emiratine hanno individuato 186 missili balistici diretti verso il territorio nazionale: 172 sono stati intercettati, 13 sono caduti in mare e uno solo ha raggiunto il suolo. Ancora più significativo è il numero di droni: 812 velivoli senza pilota sono stati rilevati in avvicinamento, di cui 755 distrutti dai sistemi di difesa aerea mentre 57 sono riusciti a raggiungere il territorio.


Il Qatar presenta un quadro numericamente più limitato ma comunque complesso. L’esercito qatariota ha rilevato 101 missili balistici, riuscendo a intercettarne 98 prima che colpissero aree sensibili. Anche lo spazio aereo del paese è stato interessato dall’arrivo di 39 droni, di cui 24 distrutti. In questo caso si segnalano anche minacce più convenzionali: tre missili da crociera intercettati e la presenza di due aerei d’attacco Sukhoi Su-24, neutralizzati prima di poter effettuare un attacco.


Il Bahrein ha dichiarato di aver abbattuto 73 missili e 91 droni diretti verso il proprio territorio. Il Kuwait, invece, ha registrato numeri ancora più consistenti: 178 missili balistici e 384 droni individuati e intercettati. Non sono stati resi noti dati per Arabia Saudita e Oman, anche se entrambi rimangono nel raggio d’azione delle capacità missilistiche iraniane e dispongono di sistemi di difesa integrati.


I missili balistici rappresentano l’elemento principale dell’arsenale, con sistemi come lo Shahab-3,(foto sotto il drone Shahed 136) io capace di colpire bersagli tra i 1.000 e i 1.300 chilometri di distanza, o i missili a corto raggio della famiglia Fateh-110, dotati di sistemi di guida migliorati. Queste armi seguono traiettorie ad alta quota e rientrano verso il bersaglio a velocità superiori a Mach 5, rendendo necessario l’uso di radar avanzati e intercettori specializzati. Accanto ai missili, l’Iran utilizza sempre più frequentemente droni a lungo raggio, come la munizione vagante Shahed-136 ( foto in alto, ndr) . Questo velivolo senza pilota, caratterizzato da un’ala a delta e da un piccolo motore a pistoni, può trasportare una carica esplosiva di circa 30–50 chilogrammi e raggiungere distanze fino a 2.000 chilometri. Sebbene relativamente lento, con una velocità di crociera di circa 180 km/h, il drone vola a bassa quota e presenta una ridotta traccia radar, fattori che ne rendono più difficile l’individuazione, soprattutto quando viene impiegato in grandi quantità. La combinazione di missili balistici, missili da crociera e droni segue una logica precisa: quella della saturazione delle difese.


I missili balistici arrivano per primi, rapidamente e con traiettorie ripide, obbligando i difensori a impiegare intercettori avanzati. I droni più lenti arrivano successivamente a bassa quota, sfruttando eventuali lacune nella copertura radar e consumando ulteriori risorse difensive. Se utilizzati simultaneamente, questi sistemi possono mettere sotto forte pressione le difese puntuali di basi militari, impianti energetici e infrastrutture critiche. Nel complesso, i dati pubblicati mostrano come il Golfo Persico si stia trasformando in un vero e proprio teatro di difesa missilistica avanzata. Le reti di allerta precoce, la copertura radar e il coordinamento tra alleati diventano elementi fondamentali per proteggere installazioni strategiche e basi militari statunitensi presenti nella regione. Allo stesso tempo, l’ampiezza degli attacchi attribuiti all’Iran indica la volontà di estendere la pressione militare oltre i fronti diretti della guerra, aumentando il rischio di un ulteriore coinvolgimento degli stati della regione e di una spirale di escalation sempre più ampia.

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