CRONACA AGGIORNATA OGNI ORA

Condividi:

Pubblicato il 29/01/2021

IN RICORDO DEGLI ALPINI DI NIKOLAJEWKA

Il paracadutista Emanuele Tomasicchio, di Trani, oltre ad essere un noto avvocato di cassazione è anche uno studioso dei fatti d’arme della seconda guerra mondiale. “Missionario” della prima ora del progetto El Alamein, conosce altrettanto bene anche i fatti della Battaglia di Nikolajewka, dove gli alpini si immolarono per l’Italia. Ecco il suo ricordo di quella Battaglia

………………..

Il 26 gennaio 1943 si svolse a Nikolajewka l’ultima delle undici battaglie che i nostri Alpini dovettero sostenere per rompere i continui accerchiamenti con cui le forze dell’Unione Sovietica sbarravano la strada del ritorno ad Italiani, tedeschi, rumeni ed ungheresi.
A metà dicembre 1942 i Sovietici ruppero il fronte, travolgendo, fra le altre, la Cosseria e la Ravenna : i carri armati T 34 potevano attraversare il Don ghiacciato ed i nostri non avevano più neanche una cartuccia…
La Julia fu mandata d’urgenza a tamponare quella falla sul fronte, mentre in realtà i sovietici erano già cento kilometri dentro le nostre linee.
L’intero Corpo d’Armata Alpino ( Julia, Tridentina e Cuneense ) fu lasciato a resistere sul Don, mentre tutti gli altri si ritiravano e scappavano, tedeschi ed ungheresi compresi. Prima abbandonarono il fronte, lasciandoci da soli, poi ci avvertirono…

Soltanto il 17 gennaio 1943, gli Alpini lasciarono il fronte del Don, per cercare di marciare verso il fantomatico Ovest e raggiungere chi era già fuggito. Ma dovettero marciare a piedi, non avendo automezzi ed essendo truppe da montagna non da pianura : il che fu un altro crimine del regime ( un po’ come i Paracadutisti della Folgore, mandati a marcire nelle buche del deserto, lontani da quell’azioni fulminee per le quali erano stati creati ).

Marciarono per 14 giorni, a 45 ° sotto zero, sempre a piedi, nella tormenta e sulla neve profonda ( dovendo evitare le piste, per non essere intercettati dai sovietici, che viaggiavano su automezzi veloci ), senza riposo, senza poter mangiare né bere ( perché a a quelle temperature anche il pane in tasca era diventato di pietra ), senza scarpe ( sostituite spesso da pezzi di coperta tenuti assieme da fil di ferro…), attenti a non toccare le canne di fucili e mitragliatori o mortai senza guanti perché altrimenti la pelle rimaneva attaccata al metallo e ti ritrovavi con la carne nuda…

Sostennero 11 combattimenti in condizioni disperate e con grande inferiorità di mezzi e di uomini. Ma ce la fecero, tenendo alto l’onore d’Italia, contro anche la protervia dei tedeschi, sempre primi a scappare, lasciandoci nei guai pur di mettersi in salvo loro ( fecero così anche in Africa, ad El Alamein ).
Dopo ore di inutili e sanguinosi attacchi, portati avanti quasi esclusivamente dalla Tridentina, unica unità rimasta in condizioni di combattere, il gen. Reverberi alle 15,30, compreso che, se non avessero conquistato Nikolajewka, sarebbero morti tutti di freddo nella notte, salì in piedi sull’ultimo cingolato tedesco rimasto, urlando il fatidico grido : ” Tridentina, avanti ! Di là c’è l’Italia ! “.

Trascinò tutti, validi, feriti, moribondi sulle slitte, scalzi, congelati, sbandati che brandivano persino il Carcano ’91 dalla parte della canna, si gettarono giù a rotta di collo verso il terribile sottopassaggio della ferrovia, assalirono i sovietici con la forza della disperazione e li scacciarono da Nikolajewka.
Tra i tanti protagonisti di quella battaglia, vanno ricordati, il grande don Gnocchi , l’avv. Peppino Prisco, ufficiale degli Alpini della Julia e storico Vice Presidente dell’Inter, Nelsono Cenci e Nuto Revelli.

Rimasero lì, nella steppa, immobilizzati nel gelo, 84480 italiani che non fecero più ritorno a casa.
Questo ricordo è per Loro.
Per non dimenticare…
W l’Italia !

Emanuele Tomasicchio

Leggi anche