Pubblicato il 11/02/2026
IRAQ: IL PROBLEMA DEI 7000 DETENUTI ISIS E LA MIGRAZIONE DELLE MILIZIE DALLA SIRIA
L’Iraq rischia di rivivere i fantasmi del passato. Tra carceri straripanti di jihadisti, la pressione economica americana e l’egemonia militare iraniana, la stabilità della regione appare estremamente fragile.
L’Iraq si trova attualmente al centro di una complessa manovra diplomatica e militare che coinvolge gli Stati Uniti, la Siria e l’Iran. Il quadro che emerge vede il Paese sotto pressione su più fronti: la gestione dei detenuti dell’ISIS, l’instabilità politica interna e il braccio di ferro tra Washington e Teheran.
La Gestione dei Detenuti ISIS
Gli Stati Uniti stanno mediando il passaggio di consegne per la custodia dei miliziani dello Stato Islamico.
Dopo l’accordo tra curdi e Damasco, Washington punta a trasferire la gestione delle carceri (precedentemente in mano alle forze curde, ndr) al governo siriano per evitare evasioni di massa.
L’Iraq ha già accolto oltre 4.500 miliziani (su 7.000 previsti). Per gestire il rischio, Baghdad sta fortificando il confine con muri e trincee, ma le carceri irachene sono al collasso (foto sopra, sovraffollate al 300%). Il rischio concreto è che l’ingresso di migliaia di estremisti destabilizzi ulteriormente il sistema penitenziario.
Con l’uscita dei soldati americani, l’Iraq viene percepito più vicino all’Iran. Le milizie sciite filo-iraniane (come Kataib Hezbollah) minacciano una mobilitazione totale in caso di attacco all’Iran.
Il paese sta anche attraversando una fase di paralisi istituzionale che impedisce la formazione di un nuovo governo dalle elezioni di novembre.
Il ritorno di Al-Maliki
L’alleanza sciita punta sulla ricandidatura di Nouri Al-Maliki. Il suo passato lascia dubbi: è accusato di corruzione e di aver favorito (con le sue politiche confessionali) la nascita dell’ISIS, la sua nomina è osteggiata dagli USA, che minacciano di tagliare i ponti con Baghdad.
A causa dei veti incrociati tra curdi, sunniti e fazioni sciite, il Parlamento non riesce a eleggere un Presidente. Una delle ipotesi sul tavolo è la proroga tecnica del mandato del premier uscente, Mohammed Shia al-Sudani.






